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1000 results for “danno”

  1. Per mostrare perché, l’autore riporta passaggi testuali dell’articolo di Kirschenbaum.

    In essi, il colono sostiene che non esista alcuna differenza tra palestinesi di #Gaza e #Cisgiordania, tra civili e combattenti, tra moderati e jihadisti: “tutti vogliono massacrarci con le nostre mogli e i nostri figli”.

    Da questa premessa, deduce che l’unica strategia efficace sia “distruggere, uccidere e annientare masse di gazawi, loro, le loro mogli e i loro figli e figlie”.
    Non come “danno collaterale”, ma come obiettivo diretto.

    Kirschenbaum afferma inoltre che ciò che le #IDF fanno a Gaza dovrebbe essere replicato a #Jenin, #Tulkarem, #Hebron e #Nablus, e legittima apertamente i pogrom dei coloni, criticando chi li condanna. ⬇️3

  2. Per mostrare perché, l’autore riporta passaggi testuali dell’articolo di Kirschenbaum.

    In essi, il colono sostiene che non esista alcuna differenza tra palestinesi di #Gaza e #Cisgiordania, tra civili e combattenti, tra moderati e jihadisti: “tutti vogliono massacrarci con le nostre mogli e i nostri figli”.

    Da questa premessa, deduce che l’unica strategia efficace sia “distruggere, uccidere e annientare masse di gazawi, loro, le loro mogli e i loro figli e figlie”.
    Non come “danno collaterale”, ma come obiettivo diretto.

    Kirschenbaum afferma inoltre che ciò che le #IDF fanno a Gaza dovrebbe essere replicato a #Jenin, #Tulkarem, #Hebron e #Nablus, e legittima apertamente i pogrom dei coloni, criticando chi li condanna. ⬇️3

  3. Per mostrare perché, l’autore riporta passaggi testuali dell’articolo di Kirschenbaum.

    In essi, il colono sostiene che non esista alcuna differenza tra palestinesi di #Gaza e #Cisgiordania, tra civili e combattenti, tra moderati e jihadisti: “tutti vogliono massacrarci con le nostre mogli e i nostri figli”.

    Da questa premessa, deduce che l’unica strategia efficace sia “distruggere, uccidere e annientare masse di gazawi, loro, le loro mogli e i loro figli e figlie”.
    Non come “danno collaterale”, ma come obiettivo diretto.

    Kirschenbaum afferma inoltre che ciò che le #IDF fanno a Gaza dovrebbe essere replicato a #Jenin, #Tulkarem, #Hebron e #Nablus, e legittima apertamente i pogrom dei coloni, criticando chi li condanna. ⬇️3

  4. Per mostrare perché, l’autore riporta passaggi testuali dell’articolo di Kirschenbaum.

    In essi, il colono sostiene che non esista alcuna differenza tra palestinesi di #Gaza e #Cisgiordania, tra civili e combattenti, tra moderati e jihadisti: “tutti vogliono massacrarci con le nostre mogli e i nostri figli”.

    Da questa premessa, deduce che l’unica strategia efficace sia “distruggere, uccidere e annientare masse di gazawi, loro, le loro mogli e i loro figli e figlie”.
    Non come “danno collaterale”, ma come obiettivo diretto.

    Kirschenbaum afferma inoltre che ciò che le #IDF fanno a Gaza dovrebbe essere replicato a #Jenin, #Tulkarem, #Hebron e #Nablus, e legittima apertamente i pogrom dei coloni, criticando chi li condanna. ⬇️3

  5. #SanLeandro #PoliceChief Angela Averiett involved in late night high speed hit and run on 580 #Freeway. Victim found out from #CHP that speeding car with flashing lights that recklessly hit side mirror & rapidly switched 4 lanes over and ditched scene, had license plate registered to top cop in #LeastBay city... She hasn't been charged by any responsive regional policing agency, and has further evaded responsibilities by having the underling that responded to citizen's complaint take new role now going to work for #BART cops in ostensible #PR role "to enhance #trust and #accountability".

    Since the flagrant late night hit & run, she made her underling #DeputyChief in charge of the #SFBayArea #BartPolice "Progressive Policing and Community Engagement Bureau" via the endless taxpayer teat.

    Via #DanNoyes #abc7news #BayArea #CopWatch #ThinBlueLies

    abc7news.com/post/san-leandro-

  6. #SanLeandro #PoliceChief Angela Averiett involved in late night high speed hit and run on 580 #Freeway. Victim found out from #CHP that speeding car with flashing lights that recklessly hit side mirror & rapidly switched 4 lanes over and ditched scene, had license plate registered to top cop in #LeastBay city... She hasn't been charged by any responsive regional policing agency, and has further evaded responsibilities by having the underling that responded to citizen's complaint take new role now going to work for #BART cops in ostensible #PR role "to enhance #trust and #accountability".

    Since the flagrant late night hit & run, she made her underling #DeputyChief in charge of the #SFBayArea #BartPolice "Progressive Policing and Community Engagement Bureau" via the endless taxpayer teat.

    Via #DanNoyes #abc7news #BayArea #CopWatch #ThinBlueLies

    abc7news.com/post/san-leandro-

  7. #SanLeandro #PoliceChief Angela Averiett involved in late night high speed hit and run on 580 #Freeway. Victim found out from #CHP that speeding car with flashing lights that recklessly hit side mirror & rapidly switched 4 lanes over and ditched scene, had license plate registered to top cop in #LeastBay city... She hasn't been charged by any responsive regional policing agency, and has further evaded responsibilities by having the underling that responded to citizen's complaint take new role now going to work for #BART cops in ostensible #PR role "to enhance #trust and #accountability".

    Since the flagrant late night hit & run, she made her underling #DeputyChief in charge of the #SFBayArea #BartPolice "Progressive Policing and Community Engagement Bureau" via the endless taxpayer teat.

    Via #DanNoyes #abc7news #BayArea #CopWatch #ThinBlueLies

    abc7news.com/post/san-leandro-

  8. «Il prezzo nascosto della pirateria», lo streaming illegale come porta d’ingresso per le frodi digitali: danni da 1,4 miliardi

    calcioefinanza.it/2026/03/31/d

    > Secondo lo studio dell’Istituto per la Competitività, nel 2024 il danno economico connesso a furti di dati e truffe per chi utilizza servizi illegali ha superato 1,42 miliardi di euro (+14,5% in tre anni)

    #Pirateria

  9. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  10. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  11. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  12. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  13. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  14. Con la sua 55ª edizione, il #concorso di #AAP Magazine celebra la forza, la resilienza e il potere creativo delle #donne attraverso il lavoro di 25 fotografi selezionati. Tra questi, 17 donne sono affiancate da 8 uomini, in rappresentanza di 12 paesi distribuiti su 3 continenti, i cui approcci diversi danno vita a un omaggio coinvolgente al tema.

    all-about-photo.com/photo-arti

    #photography #fotografia

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  19. Creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta

    Centro Sociale Borgesa - Avigliana, martedì 24 marzo alle ore 21:00 CET

    TAV Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano: creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta.

    Martedì 24 marzo - ore 21.00

    Sala Borgesa - Avigliana

    Via IV Novembre 19, accanto al cinema Fassino.

    Continuano gli incontri per capire in cosa consiste la tratta Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano del TAV.

    Mobilitiamoci tuttə per contrastare un’opera inutile e dannosa!

    Il TAV avanza solo se restiamo fermə. Noi non lo saremo.

    Assemblea BassaValle

    gancio.cisti.org/event/creiamo

  20. Creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta

    Centro Sociale Borgesa - Avigliana, martedì 24 marzo alle ore 21:00 CET

    TAV Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano: creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta.

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    Assemblea BassaValle

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  21. ATASSIA Synth-o-Matic vol.9

    ExCentrale, sabato 28 marzo alle ore 22:00 CET

    ▪28 Marzo 2026▪

    ▪◾◼️ 𝗔𝗧𝗔𝗦𝗦𝗜𝗔 ◼️◾▪

    synth-o-matic _ vol.9

    ❯❯❯ NO DJ, ONLY LIVE ELECTRONIC&TECHNO!❮❮❮

    __________LIVE SET- WORKSHOP - ART________

    Dove? ExCentrale - Bologna

    -via di corticella 129-

    ///food&beverage a prezzi popolari\\\

    ◾️𝟮𝟴 𝗠𝗔𝗥𝗭𝗢 𝟮𝟬𝟮𝟲, 𝗦𝗬𝗡𝗧𝗛-𝗢-𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖 , il festival dedicato alla musica techno/elettronica e arte visiva, senza dj.

    ◾️Una 9° edizione super, tra grandi ritorni e nuovi artisti 🔥 !!

    ❯❯❯ 𝗦𝗔𝗕𝗔𝗧𝗢 𝟮𝟴 𝗠𝗔𝗥𝗭𝗢

    ❯❯ START 22:00!

    (Ingresso sottoscrizione artistica 6€ a sostegno del progetto e artisti che attraversano exCentrale - no tessera)

    🔥LINEUP🔥

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    ❯ 𝗦𝗔𝗟𝗩𝗔𝗧𝗢𝗥𝗘 𝗙𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔

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    ❯❯ L'atassia è un disturbo neurologico caratterizzato dalla perdita di coordinazione muscolare volontaria, che rende difficoltoso camminare, parlare, deglutire e compiere movimenti precisi, a causa di un danno al cervelletto o ai nervi periferici. Non è una malattia in sé, ma un sintomo di varie condizioni, spesso progressive, che influenzano equilibrio, postura e linguaggio. In questo momento storico, dove libertà, informazione, cultura e pace vengono condannate al totale scollegamento tra loro, con attacchi sempre piu' violenti ,tra repressione e fake news, che portano l'umanità a non riuscire piu' a capire, a coordinarsi, a vedere un futuro sereno. Un momento storico che porta sempre piu' a difficoltà comportamentali, emotive e relazionali , generando fraintendimenti, portando all'isolamento, alla solitudine.. Una gravissima "atassia sociale" da cui dobbiamo difenderci.

    balotta.org/event/atassia-synt

  22. ATASSIA Synth-o-Matic vol.9

    ExCentrale, sabato 28 marzo alle ore 22:00 CET

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  23. ATASSIA Synth-o-Matic vol.9

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  24. ATASSIA Synth-o-Matic vol.9

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  26. La segregazione verticale

    "Lea aggiunge: «C’è una rete di protezione maschile fortissima, le donne soffrono di un gap economico nell’editoria. Ho tante amiche che guadagnano molto meno dei colleghi uomini a parità di ruolo e comunque non vengono considerate a dovere».[...]

    La «companionship» maschile, cioè il supporto che gli uomini si danno l’uno con l’altro, è un dato di fatto, sottolinea C. Volpato, docente senior di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano e autrice di Psicosociologia del #maschilismo (Laterza, 2013)

    Gli uomini si aiutano tra di loro, supportandosi, e facendo avanzare nei posti di lavoro altri uomini. «Questo avviene in particolare negli ambienti a maggioranza maschile» racconta. Il giornalismo è uno di questi. Tra 1993 e il 2023, la percentuale di giornaliste è aumentata dal 34,6% al 42%."

  27. IL FUMO FA
    𝗜𝗟 𝗠𝗔𝗟𝗘
    e il vizio la libertà

    A inizio gennaio ha cominciato a girare in rete il video di una ragazza che si accende una sigaretta. Brutto vizio fumare, questa è propaganda negazionista, pubblicità occulta, incitamento a pratiche dannose alla salute collettiva, e diciamolo con forza: fumare fa male, a tutti.

    #continua > rospeinfrantumi.altervista.org

    © 2026, roberto speziale, Il fumo fa il male

    #iran #art #digitalart #disegnini #drawings #sketching

  28. IL FUMO FA
    𝗜𝗟 𝗠𝗔𝗟𝗘
    e il vizio la libertà

    A inizio gennaio ha cominciato a girare in rete il video di una ragazza che si accende una sigaretta. Brutto vizio fumare, questa è propaganda negazionista, pubblicità occulta, incitamento a pratiche dannose alla salute collettiva, e diciamolo con forza: fumare fa male, a tutti.

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    © 2026, roberto speziale, Il fumo fa il male

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  29. #Art #NurseryRhyme #Future
    Una filastrocca per chi cerca valore, non rumore

    "Se insegui il vento e il fragor,
    perdi il sentiero e anche il cuor.
    Quel che luccica e va in fretta,
    è solo una trappola perfetta.

    Ma se una quercia vuoi coltivar,
    con pazienza la devi guardar.
    Le radici forti nel terreno saldo,
    danno un frutto d'oro, non di talco."

    Coltiviamo la quercia

    #CFV -> #DashTo5000

    #Dash #BuiltToLast #Crypto #DAO #Privacy #Freedom #Sovereignty #Web3 #Fundamentals

    x.com/ItaliaDash/status/202370

  30. Resist and unsubscribe: resistandunsubscribe.com

    Scott Galloway docente ed esperto di finanza lancia una campagna di boicottaggio economico contro le BigTech e le aziende che sostengono l'ICE.

    Ecco come motiva la sua iniziativa:
    "Dobbiamo riconoscere che il presidente è del tutto indifferente all'indignazione dei cittadini, ai tribunali o ai media. Risponde a una sola cosa: il mercato. L'arma più potente per resistere all'amministrazione è uno sciopero economico nazionale mirato della durata di un mese — una campagna coordinata che colpisca le BigTech e le imprese che sostengono l'ICE — per infliggere il massimo danno con il minimo impatto sui consumatori. In sintesi, la via più breve per il cambiamento senza danneggiare i consumatori è uno sciopero economico mirato alle aziende che guidano i mercati e sostengono il nostro presidente"

    Segue un elenco di #BigTech da boicottare disdicendo gli abbonamenti ai loro servizi

    #EconomicStrike #boycott #IceOut #Resist #Unsubscribe #ScottGalloway

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