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#maipiu — Public Fediverse posts

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  1. Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

    Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

    Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  2. Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

    Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

    Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  3. Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

    Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

    Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  4. Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

    Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

    Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  5. Sono passati 31 anni dal genocidio di Srebrenica, dove oltre 8.000 bosgnacchi, musulmani bosniaci, furono uccisi.

    Da Srebrenica alla Palestina, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo orientale, la lezione è la stessa: quando vediamo il male, abbiamo il dovere di fermarlo, senza distinguere tra vittime degne e vittime indegne.

    Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #StopGenocidio #GiustiziaGlobale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  6. Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

    Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

    Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

    Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

    Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

    Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  7. Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

    Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

    Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

    Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

    Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

    Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  8. Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

    Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

    Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

    Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

    Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

    Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  9. Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

    Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

    Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

    Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

    Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

    Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  10. Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.

    Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.

    Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.

    Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.

    Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.

    Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.

    #Srebrenica #MaiPiù #DirittiUmani #GiustiziaInternazionale #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  11. Il 14 giugno non è una data qualunque nella memoria europea.

    Nel 1940, da Tarnów, arrivò ad Auschwitz il primo trasporto di prigionieri polacchi deportati dai nazisti. Nel 1941, un anno dopo, il regime sovietico avviò le deportazioni di massa dagli Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Migliaia di persone furono strappate alle proprie case e mandate verso Siberia e Kazakistan.

    Storie diverse, responsabilità diverse, contesti diversi. Ma una stessa verità politica: ogni totalitarismo comincia quando una persona smette di essere persona e diventa categoria, nemico, numero, materiale da rimuovere.

    Ricordare Auschwitz e le deportazioni sovietiche nei Baltici non significa restare nel passato. Significa riconoscere ancora oggi il linguaggio della disumanizzazione: gli slogan sulla “remigrazione”, la nostalgia autoritaria, l’idea che i diritti siano concessioni revocabili.

    L’Unione Europea nasce anche da questo rifiuto: mai più deportazioni di massa, mai più guerre di conquista, mai più libertà cancellate.

    #MemoriaEuropea #MaiPiù #DirittiUmani #StoriaEuropea #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  12. Il 14 giugno non è una data qualunque nella memoria europea.

    Nel 1940, da Tarnów, arrivò ad Auschwitz il primo trasporto di prigionieri polacchi deportati dai nazisti. Nel 1941, un anno dopo, il regime sovietico avviò le deportazioni di massa dagli Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Migliaia di persone furono strappate alle proprie case e mandate verso Siberia e Kazakistan.

    Storie diverse, responsabilità diverse, contesti diversi. Ma una stessa verità politica: ogni totalitarismo comincia quando una persona smette di essere persona e diventa categoria, nemico, numero, materiale da rimuovere.

    Ricordare Auschwitz e le deportazioni sovietiche nei Baltici non significa restare nel passato. Significa riconoscere ancora oggi il linguaggio della disumanizzazione: gli slogan sulla “remigrazione”, la nostalgia autoritaria, l’idea che i diritti siano concessioni revocabili.

    L’Unione Europea nasce anche da questo rifiuto: mai più deportazioni di massa, mai più guerre di conquista, mai più libertà cancellate.

    #MemoriaEuropea #MaiPiù #DirittiUmani #StoriaEuropea #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  13. Il 14 giugno non è una data qualunque nella memoria europea.

    Nel 1940, da Tarnów, arrivò ad Auschwitz il primo trasporto di prigionieri polacchi deportati dai nazisti. Nel 1941, un anno dopo, il regime sovietico avviò le deportazioni di massa dagli Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Migliaia di persone furono strappate alle proprie case e mandate verso Siberia e Kazakistan.

    Storie diverse, responsabilità diverse, contesti diversi. Ma una stessa verità politica: ogni totalitarismo comincia quando una persona smette di essere persona e diventa categoria, nemico, numero, materiale da rimuovere.

    Ricordare Auschwitz e le deportazioni sovietiche nei Baltici non significa restare nel passato. Significa riconoscere ancora oggi il linguaggio della disumanizzazione: gli slogan sulla “remigrazione”, la nostalgia autoritaria, l’idea che i diritti siano concessioni revocabili.

    L’Unione Europea nasce anche da questo rifiuto: mai più deportazioni di massa, mai più guerre di conquista, mai più libertà cancellate.

    #MemoriaEuropea #MaiPiù #DirittiUmani #StoriaEuropea #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  14. Il 14 giugno non è una data qualunque nella memoria europea.

    Nel 1940, da Tarnów, arrivò ad Auschwitz il primo trasporto di prigionieri polacchi deportati dai nazisti. Nel 1941, un anno dopo, il regime sovietico avviò le deportazioni di massa dagli Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Migliaia di persone furono strappate alle proprie case e mandate verso Siberia e Kazakistan.

    Storie diverse, responsabilità diverse, contesti diversi. Ma una stessa verità politica: ogni totalitarismo comincia quando una persona smette di essere persona e diventa categoria, nemico, numero, materiale da rimuovere.

    Ricordare Auschwitz e le deportazioni sovietiche nei Baltici non significa restare nel passato. Significa riconoscere ancora oggi il linguaggio della disumanizzazione: gli slogan sulla “remigrazione”, la nostalgia autoritaria, l’idea che i diritti siano concessioni revocabili.

    L’Unione Europea nasce anche da questo rifiuto: mai più deportazioni di massa, mai più guerre di conquista, mai più libertà cancellate.

    #MemoriaEuropea #MaiPiù #DirittiUmani #StoriaEuropea #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  15. Il 14 giugno non è una data qualunque nella memoria europea.

    Nel 1940, da Tarnów, arrivò ad Auschwitz il primo trasporto di prigionieri polacchi deportati dai nazisti. Nel 1941, un anno dopo, il regime sovietico avviò le deportazioni di massa dagli Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Migliaia di persone furono strappate alle proprie case e mandate verso Siberia e Kazakistan.

    Storie diverse, responsabilità diverse, contesti diversi. Ma una stessa verità politica: ogni totalitarismo comincia quando una persona smette di essere persona e diventa categoria, nemico, numero, materiale da rimuovere.

    Ricordare Auschwitz e le deportazioni sovietiche nei Baltici non significa restare nel passato. Significa riconoscere ancora oggi il linguaggio della disumanizzazione: gli slogan sulla “remigrazione”, la nostalgia autoritaria, l’idea che i diritti siano concessioni revocabili.

    L’Unione Europea nasce anche da questo rifiuto: mai più deportazioni di massa, mai più guerre di conquista, mai più libertà cancellate.

    #MemoriaEuropea #MaiPiù #DirittiUmani #StoriaEuropea #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  16. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  17. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  18. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  19. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  20. MAI PIU'?

    Gad Lerner

    Condivido la mia recensione al libro di Anna Foa, "Mai più" (Laterza editore) pubblicata su Il Manifesto di sabato scorso.

    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta. Come raccomandava Primo Levi.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità. E da quali genitori, da quale storia di coraggio e sacrifici alla base della conquista di un’Italia democratica, proviene Anna, che ormai ha passato la soglia degli ottant’anni! Ne ha trascorsi otto nelle carceri del regime Vittorio Foa, antifascista della prima ora, per poi diventare padre costituente, scegliere la militanza sindacale anziché una più agevole carriera politica, restare “giovane” fino all’ultimo nella ricerca culturale di una nuova sinistra. Quanto alla madre di Anna Foa, Lisa Giua, troppo ci sarebbe da dire tanto di lei che della sua famiglia. A noi basti ricordare quando nell’agosto del 1944, ventenne e incinta di sei mesi, per la sua attività di staffetta partigiana venne arrestata e rinchiusa nei sotterranei di Villa Triste a Milano, là dove la famigerata Banda Koch praticava torture e maltrattamenti. Ricoverata in ospedale, Lisa riuscì ad evadere. La neonata Anna Foa dovette essere registrata all’anagrafe come “figlia di ignoti”, con un cognome inventato, perché la Liberazione era ancora di là da venire. Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista. Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?

    #antisemitismo #antisionismo #annafoa #maipiu #gadlerner

    @cultura
    @politica

  21. Cabanossi di merda! Li ho mangiati alle 13:00 e li sto ancora digerendo dopo quasi 12 ore!

    #maipiù

  22. Cabanossi di merda! Li ho mangiati alle 13:00 e li sto ancora digerendo dopo quasi 12 ore!

    #maipiù

  23. In #germania sto facendo fatica a decidere per chi votare alle #europee2024

    Il silenzio assordante della politica tedesca (ma che dico: la reboante accusa di #antisemitismo per chiunque osi osservare che quel che succede a #gaza non è proprio ok) coinvolge letteralmente *tutte* le forze politiche in gioco.

    Anche quelle da cui ci aspetterebbe qualcosa di meglio (Hallo, #dieLinke).

    La dissonanza cognitiva, in un Paese in cui #maipiù rimbomba a ogni angolo, mi sta dando problemidi stomaco.

    Giusto per mia curiosità: in Italia qualcuno si è schierato in modo un po' diverso dallo zerbino di #Netanyahu?

  24. In #germania sto facendo fatica a decidere per chi votare alle #europee2024

    Il silenzio assordante della politica tedesca (ma che dico: la reboante accusa di #antisemitismo per chiunque osi osservare che quel che succede a #gaza non è proprio ok) coinvolge letteralmente *tutte* le forze politiche in gioco.

    Anche quelle da cui ci aspetterebbe qualcosa di meglio (Hallo, #dieLinke).

    La dissonanza cognitiva, in un Paese in cui #maipiù rimbomba a ogni angolo, mi sta dando problemi di stomaco.

    Giusto per mia curiosità: in Italia qualcuno si è schierato in modo un po' diverso dallo zerbino di #Netanyahu?

  25. In #germania sto facendo fatica a decidere per chi votare alle #europee2024

    Il silenzio assordante della politica tedesca (ma che dico: la reboante accusa di #antisemitismo per chiunque osi osservare che quel che succede a #gaza non è proprio ok) coinvolge letteralmente *tutte* le forze politiche in gioco.

    Anche quelle da cui ci aspetterebbe qualcosa di meglio (Hallo, #dieLinke).

    La dissonanza cognitiva, in un Paese in cui #maipiù rimbomba a ogni angolo, mi sta dando problemi di stomaco.

    Giusto per mia curiosità: in Italia qualcuno si è schierato in modo un po' diverso dallo zerbino di #Netanyahu?

  26. In #germania sto facendo fatica a decidere per chi votare alle #europee2024

    Il silenzio assordante della politica tedesca (ma che dico: la reboante accusa di #antisemitismo per chiunque osi osservare che quel che succede a #gaza non è proprio ok) coinvolge letteralmente *tutte* le forze politiche in gioco.

    Anche quelle da cui ci aspetterebbe qualcosa di meglio (Hallo, #dieLinke).

    La dissonanza cognitiva, in un Paese in cui #maipiù rimbomba a ogni angolo, mi sta dando problemidi stomaco.

    Giusto per mia curiosità: in Italia qualcuno si è schierato in modo un po' diverso dallo zerbino di #Netanyahu?

  27. In #germania sto facendo fatica a decidere per chi votare alle #europee2024

    Il silenzio assordante della politica tedesca (ma che dico: la reboante accusa di #antisemitismo per chiunque osi osservare che quel che succede a #gaza non è proprio ok) coinvolge letteralmente *tutte* le forze politiche in gioco.

    Anche quelle da cui ci aspetterebbe qualcosa di meglio (Hallo, #dieLinke).

    La dissonanza cognitiva, in un Paese in cui #maipiù rimbomba a ogni angolo, mi sta dando problemidi stomaco.

    Giusto per mia curiosità: in Italia qualcuno si è schierato in modo un po' diverso dallo zerbino di #Netanyahu?

  28. I 368 morti di 10 anni fa preludevano ai 30 mila che negli ultimi dieci anni avrebbero perso la vita in quel cimitero d'acqua che è ormai il mar Mediterraneo. Allora, dieci anni fa, l'Europa disse:“Mai più”. Oggi non vi è alcun sistema europeo per soccorrere i naufraghi, nessuna Istituzione alle commemorazioni e, soprattutto, nessuna giustizia. #maipiù #lampedusa