home.social

Search

95 results for “ilgrosso”

  1. The Data Spaces Support Centre #DSSC mission is to create a data sovereign, interoperable and trustworthy #datasharing environment to enable data reuse.
    Apache Syncope #OpenSource #IAM is now part of their #toolbox as a validation and verification tool toolbox.dssc.eu/?tool=apache-s

  2. The Data Spaces Support Centre #DSSC mission is to create a data sovereign, interoperable and trustworthy #datasharing environment to enable data reuse.
    Apache Syncope #OpenSource #IAM is now part of their #toolbox as a validation and verification tool toolbox.dssc.eu/?tool=apache-s

  3. The Data Spaces Support Centre #DSSC mission is to create a data sovereign, interoperable and trustworthy #datasharing environment to enable data reuse.
    Apache Syncope #OpenSource #IAM is now part of their #toolbox as a validation and verification tool toolbox.dssc.eu/?tool=apache-s

  4. The Data Spaces Support Centre #DSSC mission is to create a data sovereign, interoperable and trustworthy #datasharing environment to enable data reuse.
    Apache Syncope #OpenSource #IAM is now part of their #toolbox as a validation and verification tool toolbox.dssc.eu/?tool=apache-s

  5. 3 Ragioni per Amare GLOW

    Con immenso piacere sto guardando GLOW, arguta serie televisiva del 2017 prodotta e proposta da Netflix. Come molti di voi sapranno, non sono un grande amante dell’audiovisivo contemporaneo, ma caspita, quando ci vuole ci vuole, e nel caso di questa simpatica e irriverente perla i complimenti ci stanno tutti.

    Senza fare tanti spoiler, basti dire che l’impianto dell’opera è molto semplice: una commedia surreale ambientata nei pieni anni Ottanta, interamente incentrata sulle avventure di un gruppo di donne che tentato di rilanciare la propria vita nel mondo del wrestling, sotto la guida di un problematico regista di B-movie.

    Ora, siccome la serie mi piace, ho pensato di elencare le cinque ragioni per cui vale la pena di sedersi a guardarla, magari davanti a una bella birra con popcorn.

    #1 – Gli Anni Ottanta, of course

    Ok, siamo d’accordo. Dopo l’ormai decennale saga di Stranger Things, il revival eighties non è certamente una novità, specie sugli schermi di Netflix. Ma in questo caso abbiamo veramente una serie che parla il linguaggio di quell’epoca, senza però appartenere al genere fantastico; e la cosa non è assolutamente così banale. Tuffarsi nelle vicende di queste scalmanate ci fa veramente rivivere, e c le atmosfere dei film statunitensi rigorosamente non mainstream che arrivavano da noi magari tramite l’intermediazione di un’emittente privata, e che cadenzavano la vita di noi nati nel decennio precedente.

    #2 – La Musica e Che Musica

    Certo, anche in questo caso non assistiamo a nulla di nuovo, e il confronto con Stranger Things diventa per ovvie ragioni obbligatorio. Ma con una differenza sostanziale: che nel caso di GLOW le hit sono scelte in maniera molto meno “epica”, e fanno effettivamente riferimento alla quotidianità di quei tempi. Capita quindi di ascoltare non solo successi piuttosto conclamati, ma anche prodotti di band meno conosciute, gli stessi che magari vengono oggi riproposti in circuiti radiofonici di nicchia alla voce meteore. Della serie, e tanto per fare un esempio, tutti voi conoscete o riconoscerete probabilmente Don’t You Want Me Baby, degli Human League, ma in molti meno ricorderete Destination Unknown dei dimenticati Missing Persons (mai nome fu più azzeccato).

    https://www.youtube.com/watch?v=-RqHBfUTIKY&list=RD-RqHBfUTIKY&start_radio=1

    #3 – Analogico e Sconnesso

    Dirò una cosa forse strana, ma la devo dire. Io odio la necessità di parlare cinematograficamente a tutti i costi di un mondo dove esistono telefonini (parlando di produzioni che ormai possono avere anche una ventina d’anni) e smartphone, con tutte quelle chat improbabili che si aprono a schermo e quella connessione onnipresente che addirittura sconfina nella scienza di Star Trek più che della realtà attuale.

    Certo, direte voi. E allora i normalissimi telefoni a filo in film che hanno ormai sessanta o settant’anni alle spalle?

    Cosa volete che vi dica. Lo so, la tecnologia prima o poi arriva nella narrazione. Ma il grosso problema è che oggi questa tecnologia sembra cacciata a forza, senza una reale necessità. Insomma, passando per un attimo alla letteratura, la cabina telefonica che troviamo nel romanzo Il Pendolo di Foucault, di Umberto Eco, che guarda caso è un capolavoro, non suona allo stesso modo delle e-mail nel romanzo Il Codice Da Vinci, di Dan Brown, che guarda caso, oltre a non essere un capolavoro, è stato pure spacciato (mi viene da dire, da intelletti già contaminati) per una roba “alla Eco”, affermazione che non potrebbe essere più campata in aria.

    Tutto questo per dire che sì, ogni tanto mi piace assistere a qualcosa che riporti in auge il mondo della comunicazione vigente durante la mia infanzia e prima adolescenza. Un mondo che, peraltro, ci vedeva tutti ben più comunicanti di adesso.

    #glow #Netflix #tvSeries
  6. Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia

    Alla luce delle posizioni assunte sia da Tambroni – incline a formare un monocolore “socchiuso” a destra e a sinistra – che dai suoi ipotetici sostenitori, sempre più perplessi, iniziava a perdere colpi il progetto di transizione al centro-sinistra. Da segnalare poi la posizione assolutamente contraria all’apertura delle gerarchie ecclesiastiche <79. Unico possibile rimedio sembrava essere la presentazione di un programma in parte favorevole ai socialisti, o comunque in grado di ottenerne l’astensione. Andava in questa direzione lo schema per il discorso del neopresidente intitolato “Spunti per un programma”. Redatto da Francesco Cosentino, consigliere giuridico del presidente della Repubblica, lo schema non venne seguito in maniera pedissequa. Anzi, proprio sui punti nevralgici che avrebbero potuto edulcorare la posizione socialista, come la nazionalizzazione delle industrie elettriche e il problema della scuola,
    Tambroni non tenne conto dei consigli della coppia Gronchi-Cosentino <80. Così, il politico marchigiano incassò la fiducia della Dc e del Msi, che riuscì a portare a compimento la propria strategia legalitaria.
    La storiografia sul tema è ancora piuttosto scarsa, ed è stata spesso ostaggio di letture politico-partitiche, peraltro suffragate da una non soddisfacente base documentaria. I primi studi <81 – dal 1960 al 1968 – hanno insistito sulla mobilitazione antifascista di massa e sullo scontro frontale contro il “clerico-fascismo”. Tali lavori, in larga misura, hanno mitizzato la spontaneità dei giovani, riducendo la loro irrequietezza ad una battaglia squisitamente politica. Questa prima tornata di ricerche influenzò la produzione storiografica degli anni ’70 e ’80. Con una certa continuità è emerso il sospetto delle tentazioni golpiste di Tambroni <82. Tra gli studi di questo periodo, Baget Bozzo si è distinto per una posizione critica verso la guida comunista delle manifestazioni <83. A trent’anni dai fatti, ha cominciato a farsi largo una lettura non più solamente politica, ma in grado di allargare l’orizzonte ai cambiamenti sociali e ad altri aspetti a lungo trascurati, come la violenza dei dimostranti e le testimonianze di diversa origine <84.
    Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia <85, tuttavia il comportamento di Tambroni, che tentò di rilanciare il condizionamento del conflitto bipolare sulla politica italiana, <86 impone un’attenzione ben maggiore. L’incarico, come ha ricordato Nuti, non fu accolto dall’ambasciata con particolare soddisfazione, soprattutto per la vicinanza di Tambroni a Gronchi <87. «Nel breve periodo – ha scritto Zellerbach – non c’era motivo di preoccuparsi, visto che la cooperazione con gli Usa e con la Nato non sarà molto diversa da quella di Segni». Addirittura le prospettive sulla politica estera italiana venivano definite «eccellenti». Tuttavia la scelta non era giudicata «una soluzione felice». Tra i maggiori pericoli legati al nuovo esecutivo c’erano la possibilità di altre «scorribande» neutraliste in politica estera e l’opportunismo del nuovo capo del Governo. Nello stesso tempo la solidarietà di Gronchi, a cui erano legati il futuro e la stabilità del governo, era tutt’altro che assicurata. <88
    A fronte della nuova maggioranza, furono immediate le dimissioni dei ministri della sinistra democristiana Bo, Sullo e Pastore. Poi seguì un tentativo – fallito – di Fanfani, che rispecchiava lo stato di confusione in cui versava la Dc, più volte rilevata dagli osservatori statunitensi. Alla fine di aprile Gronchi invitò Tambroni a completare la procedura e presentarsi al Senato. La direzione Dc approvava e l’ampia maggioranza democristiana confermava il nuovo, tormentato governo. Commentando l’investitura, i funzionari di via Veneto [ambasciata americana] non erano in grado di stimare le probabilità che l’esecutivo arrivasse all’estate. Il presidente del Consiglio, in una formula efficace e sintetica, veniva descritto come un uomo «temuto da molti, ma di cui nessuno si fidava» <89.
    Tambroni, da par suo, considerava il plauso americano un fattore non secondario per la durata del suo governo. Fu Francesco Cosentino – segretario generale della Camera e consigliere legale di Gronchi – a “sponsorizzare” il governo, ma dall’ambasciata capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni». Pur giudicando Cosentino un contatto utile, rimanevano perplessità sui suoi commenti che talvolta «sapevano di autoritarismo» <90.
    Ad accrescere le perplessità americane contribuiva la posizione, assai più allarmista, del ramo analitico della Central Intelligence Agency. Un rapporto parla di un «ritorno dei fascisti praticamente in tutti i campi». Lo stato «anarchico» della politica italiana offriva ai neofascisti due possibilità di intervento: un colpo di stato per prevenire l’apertura ai socialisti, o il tentativo di influenzare la Dc da posizioni democratiche. «Sebbene la ricerca della rispettabilità – si legge – li renda all’inizio alleati poco costosi, potrebbero poi domandare un quid pro quo, per esempio il coinvolgimento nell’occupazione di certe posizioni-chiave del governo e una politica estera più nazionalistica». In questo caso, ammonivano gli analisti dell’Intelligence, era probabile uno spostamento dell’opinione pubblica italiana verso l’estrema sinistra <91.
    Tra le preoccupazioni dei servizi segreti, a differenza di quanto scrivevano da Roma, prevaleva il timore di derive autoritarie. Un governo orientato a destra, con ogni probabilità, non sarebbe riuscito a rimanere in carica se non ricorrendo a mezzi illegali. Nonostante mancassero prove di attività golpiste, Tambroni veniva etichettato «il più grande e abile opportunista d’Italia». E l’estrema destra preoccupava per «l’irrequietezza e la crescente capacità di farsi valere». Comunque, qualsiasi presa del potere a destra richiedeva «l’eliminazione o la neutralizzazione del presidente Gronchi» <92. Inoltre il grosso della Dc e altri elementi di centro si sarebbero spostati all’opposizione con la sinistra. Non era escluso, infine, il coinvolgimento di un presunto “Gruppo per la difesa della Repubblica”, che includeva Pacciardi, Giannini, Pella, Romualdi e Gedda, a sostegno di Tambroni <93. Il rapporto si riferiva al convegno organizzato il 26 maggio dal Centro Luigi Sturzo sul tema “La liberazione dal socialcomunismo”.
    In questo senso, la preoccupazione nei confronti di Tambroni – a nostro avviso eccessiva – induceva a pensare ad un’attiva rete di contatti per salvaguardare il governo, al punto da considerare un convegno come il punto di partenza per una prova di forza autoritaria. Peraltro, all’incontro promosso dal Centro Sturzo, partecipò anche una figura di sicura fede democratica e antifascista come Enzo Giacchero, già vice-comandante partigiano in Piemonte e prefetto della Liberazione <94. Forze conservatrici di varia estrazione, pur schierandosi contro l’apertura a sinistra, erano ben lontane dall’elaborare un piano organico in difesa del governo. L’Italia del 1960, in altri termini, era ben più complessa e articolata di come poteva apparire.
    In aprile ci furono alcuni scontri a Livorno. Secondo le ricostruzioni desumibili dagli atti parlamentari, alla base dei disordini ci sarebbero state provocazioni reciproche da parte di paracadutisti delle forze armate e civili. Il missino Romualdi parlava di «squadre di teppisti aiutati da gente facinorosa, da tempo sobillata dal partito comunista e socialista» che avrebbero assalito una decina di paracadutisti <95. A sinistra, invece, gli incidenti venivano imputati alle forze armate. Cantando inni di guerra, i paracadutisti «provocavano ed assalivano gruppi di civili» <96. Sia l’ambasciata romana che il consolato di Firenze seguirono attentamente gli scontri.
    Diversi elementi sarebbero tornati su più vasta scala in agitazioni successive, tra cui quella di Genova. Secondo Francesco Di Lorenzo – prefetto di Livorno ed emblema della permanenza di funzionari fascisti a quindici anni dalla Liberazione <97 – il dato più evidente era l’età estremamente bassa dei manifestanti e l’unico rimedio contro i comunisti era «l’impiego della nuda forza». Molti ufficiali e carabinieri, inoltre, rimasero «sbalorditi dall’organizzazione e dalla disciplina dei rivoltosi». Tuttavia, l’impressione destata dalla forza comunista non aveva avuto un impatto positivo su gran parte della popolazione, preoccupata più che altro delle devastazioni ai negozi e alle automobili. Azioni di questo genere creavano una forbice tra i frequenti discorsi sulla distensione e i comportamenti – in direzione opposta – degli attivisti <98. Emergeva una certa ambiguità all’interno del Pci. Era una frattura importante tra il partito legalitario e la massa di giovani rivoluzionari che volevano portare fino in fondo la lotta proletaria <99.
    [NOTE]
    79 P. Di Loreto, La stagione del centrismo, cit., pp. 355-360; P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 360. Si veda anche Italian political scene (Memorandum of conversation with Cardinal Siri, Archbishop of Genoa), R. Joyce (Consul General, Genoa) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-2360.
    80 La vicenda è stata ricostruita da G. Cavera, Il Ministero Tambroni, primo «governo del Presidente», cit. In appendice l’autore riporta lo schema di Cosentino. Si vedano i discorsi alla Camera del 4 e dell’8 aprile 1960, AP, CdD, III legislatura, Discussioni, Seduta del 4 aprile 1960, pp. 13423-13431 e Seduta dell’8 aprile 1960, pp. 13648-13651. Si veda P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 364.
    81 A. Parodi, Le giornate di Genova, Editori Riuniti, Roma, 1960; F. Gandolfi, A Genova non si passa, Avanti!, Milano, 1960; R. Nicolai, Reggio Emilia 7 luglio 1960, Editori Riuniti, Roma, 1960; G. Bigi, I fatti del 7 luglio, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1960; P.G. Murgia, Il luglio 1960, Sugar, Milano, 1968.
    82 G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo, 1943-1968, Il Mulino, Bologna, 1970; N. Kogan, L’Italia del dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966, Laterza, Roma-Bari, 1974; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989.
    83 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit.
    84 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Il Mulino, Bologna, 1990; E. Santarelli, Il governo Tambroni e il luglio 1960, «Italia contemporanea», marzo 1991, n. 182; G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Donzelli, Roma, 1996. C. Bermani, L’antifascismo del luglio ’60, in Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Odradek, Roma, 1997, pp. 141-263; P. Cooke, Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, Teti, Milano, 2000; G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit.; A. Baldoni, Due volte Genova. Luglio 1960 – luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste, Vallecchi, Firenze, 2004. Si veda anche A. Carioti, De Lorenzo e Moro, la strana coppia contro Tambroni, «Corriere della Sera», 26 marzo 2004.
    85 Se ne sono in parte occupati solo Nuti e Gentiloni Silveri, si vedano L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 285-299; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 49-58.
    86 Si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 368. Significativo è il fatto che Murgia, citando un editoriale del «New York Times», scrive che «sembra uscito dall’ufficio stampa di Tambroni», si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 139. Sfogliando «L’Unità» e «Il Secolo d’Italia» del luglio 1960 si trova una selezione degli editoriali di molti quotidiani stranieri. Naturalmente la stampa internazionale veniva usata per avvalorare la tesi dell’aggressione da parte delle forze dell’ordine o della provocazione di piazza. Era comunque indicativo dell’attenzione rivolta a quanto scrivevano all’estero per comprovare le proprie idee.
    87 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
    88 Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 288-289.
    89 Telegram 3999, J. Zellerbach to the Secretary of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
    90 Memo of conversation with Francesco Cosentino, Secretary General of the Chamber and Gronchi’s legal adviser, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-1660. Si veda U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit., pp. 53-54; L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 292. Documento parzialmente pubblicato in Così parlò Cosentino, «L’Espresso», 28 luglio 1995, pp. 68-69.
    91 Neo-fascists in postwar Italy, CIA, Current Intelligence Weekly Summary, May 12, 1960, http://www.foia.cia.gov
    92 The Italian Political Crisis, A. Smith (Acting Chairman, Office of National Estimates) to the Director of Central Intelligence, May 17, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60. Il riassunto è pubblicato in FRUS, 1958-1960, vol. VII, pt. 2, p. 598.
    93 Il leader Gedda avrebbe annunciato «oggi siamo uniti nel pensiero, domani lo saremo nell’azione», Erosion of italian democracy, CIA, Current Intelligence Weekly Review, June 23, 1960, http://www.foia.cia.gov
    94 Si veda D. D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, «Asti contemporanea», n. 11, p. 239, http://www.israt.it/asticontemporanea/asticontemporanea11/urso.pdf
    95 Dopo l’aggressione contro i paracadutisti i sobillatori bolscevichi cercano un alibi, «Il Secolo d’Italia», 23 aprile 1960; Dalli al parà, ivi.
    96 Per gli interventi in Aula si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 5 maggio 1960, pp. 13701-13796.
    97 Di Lorenzo rimpiangeva i tempi di Mussolini, «quando i poteri del Prefetto non erano limitati da tante assurdità democratiche [democratic nonsense]», si veda Communist involvments in Livorno riots confirmed, M. Cootes (American Consul General) to the Department of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
    98 Communist involvments in Livorno riots confirmed, cit. Per una posizione critica nei confronti dei paracadutisti, del Prefetto e del Ministero degli Interni si veda F. Dentice, Livorno: non cercate la donna, «L’Espresso», 1 maggio 1960, pp. 6-7; G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 171.
    99 Utili suggestioni in R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, vol. V (1950-1975), Savelli, Roma, 1979, pp. 23-28, citato in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 54-55.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

    #1960 #ambasciata #Aprile #CIA #crisi #DC #EnzoGiacchero #FedericoRobbe #FernandoTambroni #GiovanniGronchi #governo #Italia #Livorno #maggio #MSI #neofascisti #paracadutisti #Piazza #PSI #scontri #StatiUniti

  7. CW: Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania

    Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.

    Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.

    L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.

    Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.

    I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.

    Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una “Squadra Investigativa Comune” (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.

    La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.

    Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.

    Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.

    L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.

    #ndrangheta #progettoICAN #cooperazioneinternazionaledipolizia

  8. CW: Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania

    Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.

    Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.

    L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.

    Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.

    I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.

    Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una “Squadra Investigativa Comune” (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.

    La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.

    Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.

    Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.

    L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.

    #ndrangheta #progettoICAN #cooperazioneinternazionaledipolizia

  9. Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania

    Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.

    Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.

    L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.

    Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.

    I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.

    Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una "Squadra Investigativa Comune" (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.

    La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.

    Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.

    Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.

    L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.

    #ndrangheta #progettoICAN #cooperazioneinternazionaledipolizia
    @attualita

  10. STUPEFACENTI DALL'ALBANIA ALL'ITALIA. Tra le fonti di prova le chat criptate della piattaforma SKYECC

    Le autorità in Italia e in Albania hanno inferto un duro colpo a tre gruppi di criminalità organizzata legati nel traffico di droga su larga scala e nel riciclaggio di denaro. Durante una giornata di azione congiunta, i mandati di arresto sono stati emessi contro 52 sospetti, compresi gli individui che si ritiene siano ai massimi livelli nelle gerarchie dei gruppi. Eurojust ha sostenuto la cooperazione tra le autorità italiane e albanesi creando un team di indagine congiunto (JIT/SIC Squadra Investigativa Comune). Durante il giorno dell'azione, le autorità di entrambi i paesi hanno sequestrato attività per un valore di almeno diversi milioni di euro, Compresi appartamenti e aziende, nonché vari veicoli di lusso. Sono state anche sequestrate grandi quantità di denaro e quantità di cocaina.

    Le reti criminali erano coinvolte nei pagamenti, spesso in contanti, di quasi 5 milioni di euro e il traffico di almeno 1 800 chili di cocaina ed eroina.
    La Direzione Investigativa Antimafia di Bari e le Autorità Albanesi, con l’ausilio di Interpol, dell’Ufficio dell’Esperto per la Sicurezza di Tirana e della Polizia Albanese, nell’ambito di una Squadra Investigativa Comune, hanno eseguito, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura Speciale Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana, con il Coordinamento di Eurojust (L’Aja) e della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo di Roma, due ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Giudice per le Indagini Preliminari di Bari e dal Giudice presso il Tribunale Speciale di Primo Grado Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana nei confronti, complessivamente, di 52 persone responsabili a vario titolo, di traffico internazionale di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, riciclaggio e abuso d’ufficio.

    I provvedimenti cautelari, emessi nell’ambito dell’Operazione URA a fronte delle indagini effettuate dalla DIA di Bari tra settembre 2021 e giugno 2022, hanno consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, albanesi ed italiani, appartenenti in Italia a due associazioni criminali – riconosciute tali dal G.I.P. di Bari – stanziate nello stesso capoluogo pugliese (accertamento compiuto nella fase delle indagini preliminari che necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa) nonché, in Albania, facenti parte di un potente gruppo criminale organizzato – riconosciuto tale dal Giudice di Tirana – stanziato a Durazzo.
    La DIA, relativamente agli ingenti quantitativi di eroina e cocaina movimentati, a decorrere dal 2016, tra i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia, ha documentato l’esistenza di una comunanza d’interessi tra il gruppo criminale in Albania, deputato – a livello transnazionale – alla commercializzazione ed al trasferimento dello stupefacente, e le due associazioni criminali operanti a Bari le quali, a loro volta, effettuate le operazioni di “taglio” e confezionamento in panetti, rifornivano all’ingrosso le organizzazioni baresi, brindisine e leccesi interessate a ricevere l’eroina e la cocaina – di qualità – proveniente rispettivamente dalla Turchia e dall’America Latina.

    Le complesse indagini, effettuate con intercettazioni telefoniche, ambientali, video-riprese e servizi di osservazione, pedinamento e controllo, avvalorate dall’estrapolazione e dall’analisi delle chat criptate acquisite dalla piattaforma SKYECC, nonché dalle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia (di cui ne è stata accertata la credibilità e l’attendibilità), hanno permesso, tra l’altro, di documentare, in relazione alla sostanza stupefacente inviata a Bari principalmente dall’Albania e dal Nord Europa, innumerevoli rifornimenti (255 chili di eroina “pura” e cocaina “pura”) effettuati tramite corrieri internazionali. Nel medesimo contesto è stato ricostruito un “flusso” ininterrotto di denaro contante dalla Puglia all’Albania, a pagamento dello stupefacente commercializzato all’“ingrosso”, avvenuto tramite autisti di autobus di linea internazionali, le cui illegali transazioni, per un importo complessivo di 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle Autorità Albanesi di contestare il reato di riciclaggio.
    In tale ambito sono stati inoltre ricostruite: diverse consegne di denaro contante a pagamento della droga, avvenute a Bari, per importi superiori anche a mezzo milione di euro; il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina, versati quale anticipo per l’acquisto di una partita di 500 chili di cocaina spedita da Guayaquil (Ecuador); episodi di abuso d’ufficio verificatisi in territorio albanese.
    I riscontri utilizzati per dimostrare l’operatività delle tre associazioni criminali transnazionali hanno riguardato un precedente sequestro di 3 milioni di euro in denaro contante a Durazzo (Albania) nonché i sequestri di stupefacente effettuati, in circostanze diverse: di oltre 30 chili di eroina ed alcuni “laboratori artigianali” adibiti, a Bari e provincia, al taglio e confezionamento della droga in panetti; di 2 tonnellate di cocaina al porto di Rotterdam (Olanda); di 932 chili di cocaina al porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria); di 400 chili di Hashish a Noicattaro (Bari).
    Novità di questa indagine è rappresentata dall’utilizzo, tra le fonti di prova, delle chat criptate della piattaforma SKYECC, acquisite con Ordini Europei d’Indagine presso il Tribunale di Parigi. I messaggi, una volta decodificati dagli investigatori della Dia di Bari e condivisi con gli Ufficiali della S.P.A.K. di Tirana, sono stati minuziosamente analizzati e incrociati con le altre risultanze d’indagine, consentendo le contestazioni di reato sia alla D.D.A. di Bari che all’Autorità Giudiziaria albanese.
    Il G.I.P. del Tribunale di Bari, dott. Francesco Vittorio Rinaldi, accogliendo le risultanze investigative della locale DDA, (allo stato, fatta salva la valutazione nelle fasi successive con il contributo della difesa) ha riconosciuto il “salto di qualità”, soprattutto dal punto di vista dell’utilizzo di strumenti tecnologici all’avanguardia, il “know-how” e la “capacità imprenditoriale” dei narcotrafficanti albanesi, capaci di gestire vere e proprie “holding criminali” ed in grado di rifornire gruppi mafiosi egemoni nella città di Bari.
    I provvedimenti restrittivi emessi dal Giudice presso il Tribunale di Tirana hanno riguardato, tra gli altri, i vertici di una potente famiglia egemone nella città di Durazzo, un Comandante e un Agente della Polizia albanese, un Avvocato e 6 autisti di autobus di linea internazionale.
    Le misure cautelari patrimoniali, (allo stato, salvo ulteriore verifica successiva nella fase decisoria con il contraddittorio con la difesa), hanno riguardato in Italia il sequestro preventivo funzionale alla confisca di beni mobili ed immobili tra i quali 9 appartamenti, 4 Società, 7 conti correnti e 3 autovetture e, in Albania, il sequestro di diversi immobili, 2 Società di costruzioni, 4 ristoranti di lusso, 1 Agenzia Immobiliare, 1 rete Televisiva, il cui valore complessivo è stimato in diversi milioni di euro.

    L’esecuzione dell’operazione internazionale è stata resa possibile grazie alla Squadra Investigativa Comune, strumento di cooperazione giudiziaria istituito tra la D.D.A. di Bari, la S.P.A.K. di Tirana ed Eurojust (Organismo che sostiene la cooperazione giudiziaria nella lotta contro le forme gravi di criminalità transnazionale), che ha consentito al personale della DIA di Bari ed alle Autorità Albanesi di effettuare approfondimenti investigativi congiunti, avvalendosi del fondamentale ruolo di coordinamento assicurato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
    L’operazione si incardina nel più ampio progetto investigativo della DDA di Bari e della SPAK di Tirana volto a contrastare l’incessante traffico internazionale di cocaina ed eroina, gestito dalle organizzazioni criminali albanesi. In tale contesto, in esito alle precedenti operazioni “Shefi”, “Kulmi” e “Shpirti”, tra il 2018 e il 2021 la DIA di Bari ha già dato esecuzione complessivamente a 118 misure cautelari, al sequestro di beni mobili ed immobili per diversi milioni di euro e al rinvenimento di oltre sei tonnellate di droga tra marijuana, cocaina e hashish, permettendo, nei vari gradi di giudizio, di comminare pene, per ciascun imputato, fino a 20 anni di reclusione.
    L'operazione è stata eseguita su richiesta e da:
    Italia: Ufficio della pubblica procuratore Bari - Direzione anti-Mafia distrettuale; Direzione Investigativa Antimafia di Bari, con il sostegno dell'ufficio dell'esperto di sicurezza presso l'ambasciata italiana di Tirana Albania: speciale procuratore anticorruzione e procura del crimine organizzato (SPAK) di Tirana; Polizia albanese
    #eurojust #jit #sic #SKYECC #ura #DIA #SPAK

  11. Nel 1956 il numero di emigrati italiani verso paesi esteri superò le 200.000 unità

    Con il passare del tempo però, si ripresentarono negli ambienti di governo preoccupazioni e perplessità riguardo il futuro del paese. Si cominciarono a ripresentare motivi di forte instabilità; nel giugno del 1953 fallì la legge elettorale maggioritaria, intesa a premiare i partiti della coalizione governativa, e contemporaneamente la figura di De Gasperi venne a mancare, colui che aveva fermamente guidato il paese sulla via della democrazia. Ci si domandò fino a quando avrebbero continuato ad agire alcuni fattori che resero possibile la ricostruzione economica e la restaurazione delle finanze pubbliche; se non si fosse ormai esaurita la spinta nei confronti dell’economia italiana dal recupero nell’epoca post conflitto degli impianti non totalmente utilizzati, dalla ripresa dell’agricoltura e dall’aiuto straordinario apportato dai prestiti americani. A contribuire fortemente a destare perplessità e preoccupazioni era il disavanzo della bilancia commerciale, che registrava saldi positivi solo nei confronti della Germania occidentale e la Svizzera.
    Frutto di queste perplessità fu lo “Schema Vanoni”, una politica di piano condivisa alla fine del 1954. Lo Schema varato mirava al raggiungimento di alcuni fondamentali obiettivi nel corso di un decennio e sulla base di una crescita media annua del prodotto interno lordo del 5 per cento. <33 Gli obiettivi fondamentali si possono riassumere nella creazione di quattro milioni di nuovi posti di lavoro nei settori extragricoli, la riduzione del divario fra Nord e Sud del paese e il raggiungimento dell’equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Per raggiungere tali obiettivi si rendeva necessario un ingente volume di capitali per favorire l’aumento degli investimenti industriali tramite la formazione di importanti risparmi. Il tutto era particolarmente improbabile, per questo si fece leva sull’espansione dell’edilizia e dei lavori pubblici come principale elemento propulsivo al fine di aumentare l’occupazione, nonché su un massiccio intervento dello Stato al fine di diversificare l’allocazione territoriale delle risorse e di imprimere un impulso agli investimenti. Nel contempo, si sottovalutarono l’incidenza che avrebbero avuto gli aumenti della produttività del lavoro, gli effetti del progresso tecnologico e organizzativo e le economie di scala che si sarebbero generate dallo sviluppo della domanda. <34 Lo Schema Vanoni promuoveva perciò un processo di graduale evoluzione.
    In quegli anni l’economia italiana giovò del cambiamento politico-economico, a ragione di chi riteneva che il Paese sarebbe cresciuto vertiginosamente con l’intensificazione degli sforzi a favore di un maggiore accesso a una più vasta area di scambi. La transizione dall’economia autarchica ereditata dal periodo fascista, ad un tipo di economia liberista improntata agli scambi commerciali con gli altri paesi, si stava gradualmente compiendo.
    I benefici della liberalizzazione degli scambi
    Analizzando la decisione italiana di procedere verso un tipo di economia aperta da un punto di vista puramente teorico, i benefici ricercati, come dimostrato nel corso degli anni, erano sostanzialmente quattro: libero scambio ed efficienza, economie di scala nella produzione, incentivi all’innovazione e all’apprendimento, e intensificazione della concorrenza. Come visto, i dati di crescita dell’economia italiana furono più che positivi, questo perché analizzando il primo beneficio, lo spostamento da un equilibrio con dazi, ad uno con liberi scambi, elimina la perdita di efficienza e accresce il benessere nazionale. Vedendo nello specifico il secondo punto, l’Italia beneficiando di economie di scala, oltre ad aver aumentato la quantità di scambi internazionali, poté giovare di una maggiore disponibilità di varietà a prezzi inferiori. Aumentando gli scambi esteri, l’industria italiana, ebbe la possibilità di misurarsi con le migliori economie occidentali, e ciò ovviamente portò indubbi incentivi all’innovazione e all’apprendimento. Inoltre, gli imprenditori locali sono stimolati a ricercare nuovi mercati per le proprie esportazioni e a difendersi dalla concorrenza delle esportazioni. Questi vantaggi del libero scambio sono spesso chiamati “dinamici”, dato che un’intensificazione della concorrenza e del ritmo di innovazione può richiedere più tempo per manifestare i propri effetti, rispetto all’eliminazione delle distorsioni nella produzione e nel consumo. <35
    Vedendo nello specifico il caso italiano, l’età degasperiana, nel 1953, finì insieme al modificarsi dello schema di politica economica temperata che l’aveva contraddistinta. Subentrò a De Gasperi come presidente del Consiglio, in seguito alla sconfitta elettorale della Democrazia cristiana nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, Giuseppe Pella. Pella, molto vicino a Luigi Einaudi, era un forte sostenitore del principio di libertà economica e, perciò, contrario all’interventismo statale, senza però disprezzare qualche lavoro pubblico dovuto ai sovrappiù prodotti dalle aziende. Da un certo punto di vista si potrebbe definire Pella un “monetarista”, in quanto assertore della teoria secondo cui con il controllo dell’offerta di moneta si sarebbe potuto controllare l’aumento del livello generale dei prezzi; i medesimi orientamenti erano condivisi anche da Donato Menichella, divenuto governatore della Banca d’Italia, in seguito all’elezione di Einaudi come presidente della Repubblica nel 1948.
    Questo il quadro politico italiano. Italia che tra il 1955 e il 1963 conobbe una fase espansiva senza precedenti, anche se si ritiene che lo sviluppo industriale cominciò già dal 1953. Gli investimenti nell’industria manifatturiera fermi in media al 4,5 per cento del reddito nazionale lordo, salirono nel 1956 al 5,2 per cento, per poi culminare al 6,3 per cento tra il 1962 e il 1963. Il valore aggiunto passò invece nel decennio successivo al 1953, dal 20,6 per cento al 27,6 per cento. <36 Il prodotto dell’industria complessivamente si avvicinò a un indice pari al 47 per cento nella formazione del prodotto lordo privato, mentre il reddito nazionale crebbe con un saggio di aumento annuo del 5,8 per cento.
    La bilancia dei pagamenti precedentemente in notevole disavanzo, registrò notevoli miglioramenti; da un disavanzo di 343 milioni di dollari nel 1952 si passò a un avanzo di 745 milioni nel 1959.
    Attraverso questi miglioramenti ed altri fattori chiave nel processo di sviluppo industriale, l’Italia si inserì nel movimento ascendente dell’economia europea. Sul finire dell’anno 1962 il saggio di sviluppo italiano era inferiore solo a quello tedesco ed ampiamente superiore ai tassi di crescita di ogni altro paese dell’Europa occidentale. Già negli anni precedenti l’Italia aveva dato segnali di superbi miglioramenti, tant’è che nel decennio fra il 1950 e il 1961 il prodotto lordo nazionale registrò un aumento medio del 6,7 per cento. L’Italia grazie a questa miracolosa fase espansiva riuscì a ridurre sensibilmente il divario rispetto alle maggiori economie occidentali; ridusse il distacco di partenza che perdurava da fine Ottocento con l’Inghilterra, la Germania e la Francia, e superò economie migliori come quelle belga, olandese e svedese. Nel 1962, siderurgia, meccanica, chimica ed elettricità, i quattro settori principali del paese, rappresentavano in Italia il 16,1 per cento dell’offerta finale complessiva rispetto al 23,3 per cento in Germania e al 19,3 per cento in Francia.
    Furono molti i fattori ad incidere in questa straordinaria espansione, avvenuta in una situazione di profitti crescenti, senza sensibili movimenti inflazionistici, e con un costante aumento del saldo dei conti con l’estero. Probabilmente il fattore dominante, al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni Cinquanta, nonostante opinioni contrastanti, fu l’espansione veloce delle esportazioni, agevolata dalla progressiva liberalizzazione degli scambi. L’effetto trainante delle esportazioni, secondo alcuni invece, si vide in misura massiccia solo dopo il 1955. Tali esperti, come Silva, Targetti e Rey, osservarono che tale effetto appunto, agì solo su un numero limitato di settori produttivi (l’industria automobilistica, i prodotti petroliferi, alcuni prodotti tessili, le calzature, la gomma). Secondo questa teoria, a trascinare l’Italia sarebbe stata la spesa pubblica, soprattutto in agricoltura, nell’edilizia e nei trasporti. Negli anni più recenti, invece, esperti come Kregel e Grilli hanno osservato come l’andamento favorevole della bilancia dei pagamenti italiana, che rese possibile un veloce aumento degli investimenti senza creare un disavanzo nei conti con l’estero, fosse connesso all’andamento più che positivo delle ragioni di scambio internazionali, che dava all’economia italiana la possibilità di acquisire materie prime e semilavorati a costi reali decrescenti. Secondo Castronovo invece, il fattore trainante fu la presenza simultanea di condizioni favorevoli quali salari bassi, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia e un forte arretramento tecnologico, che consentì rapidi aumenti di produttività. Rimanendo su questa teoria, è facile notare come l’industria italiana fece leva su una rilevante ed elastica offerta di braccia per contenere, o calmierare di volta in volta, la domanda salariale e per tenere comunque sotto controllo le vertenze sindacali. <37 Non mancarono, ovviamente, in quegli anni alcuni miglioramenti nell’assetto delle retribuzioni; ma in termini reali gli indici dei salari rimasero pressoché stazionari fra il 1950 e il 1954 e fra il 1956 e il 1961, e a livelli in ogni caso inferiori agli aumenti di produttività. <38 Secondo i calcoli della Banca d’Italia, a un incremento dei salari pari fra il 1953 e il 1961 al 46,9 per cento corrispose una crescita media della produttività dell’84 per cento. Stando alle stime dell’economista americano Stern, l’incremento delle esportazioni italiane fra il 1955 e il 1963 fu dovuto, per quasi il 60 per cento, alla maggiore competitività resa possibile soprattutto dallo scarto fra aumento della produttività e aumento dei costi di lavoro. <39
    Nonostante idee e teorie differenti il tema delle esportazioni rimane centrale. La struttura della produzione italiana si ritrovò forzata a seguire l’orientamento che le imprimeva la domanda proveniente dai paesi europei in fase di avanzata industrializzazione. La domanda proveniente dai paesi con un’elevata industrializzazione era un tipo di domanda caratterizzata da beni di consumo di massa e da beni di lusso. Questo tipo di domanda, propria di società caratterizzate da livelli di reddito elevati, forzò l’Italia a fare largo spazio alla produzione di beni di consumo di massa e beni di lusso.
    Contemporaneamente mentre l’industria italiana entrò a far parte di quel sistema di economie caratterizzate dalla produzione di massa di beni di consumo durevoli, le altre economie europee e i loro sistemi industriali passarono a produzioni ancora più avanzate. La modernizzazione servì sostanzialmente a mantenere inalterato il distacco dalle altre economie avanzate; nel frattempo nel quadro dell’industria mondiale, le produzioni italiane continuarono a ruotare attorno ai settori con una tecnologia relativamente semplice.
    L’apertura degli scambi con l’estero connessa alla necessità di sviluppare una corrente di esportazioni orientata verso i mercati dei paesi industrializzati, diede luogo alla formazione di una struttura produttiva suddivisa in due settori ben distinti; si trattava di due settori caratterizzati ognuno da tecnologie proprie, il primo settore era rappresentato dalle industrie esportatrice, mentre il secondo da attività produttive orientate prevalentemente verso il mercato interno.
    Il reddito nazionale subì una vertiginosa crescita, come detto; l’espansione degli investimenti ne fu la componente più dinamica, crescendo a tassi elevati in tutti i settori. <40 Fra il 1951 e il 1962 il tasso di aumento degli investimenti globali a prezzi correnti sfiorò il 10 per cento annuo. La distribuzione dei redditi cambiò a favore dei redditi d’impresa rispetto a quelli da lavoro, con la conseguenza che l’incremento degli investimenti non diede luogo a un uguale aumento della domanda globale. Perciò la propensione media ai consumi da parte della società si ridusse, essendo i percettori di redditi da lavoro i più inclini al consumo, a differenza dei percettori di redditi d’impresa. La diretta conseguenza di tale situazione fu la contrazione dei consumi collettivi, avendo meno frazioni di reddito coloro che erano portati a consumare di più rispetto a coloro che erano portati a consumare meno. In sostanza la pressione della domanda globale diventò minore di quella che l’aumento degli investimenti avrebbe potuto sostenere. Il risultato fu che si evitò il pericolo d’inflazione per eccesso di domanda e che il sistema mantenne un’ottima stabilità monetaria. La lira, oltre a non svalutarsi rispetto alle merci più di quanto non si svalutassero le altre monete, si deprezzò meno, tanto che nel 1958 le fu attribuito l’”Oscar” delle valute, risultando la moneta più stabile fra i paesi occidentali. Invero, i prezzi al consumo crescevano mediamente del 3-4 per cento, fenomeno comune anche ad altri paesi, ma i prezzi all’ingrosso tendevano a rimanere su valori stazionari, salvo oscillazioni ampiamente compensate. Tale stazionarietà dei prezzi contribuì positivamente, favorendo le esportazioni italiane. Contemporaneamente la competitività fece crescere la produzione nei comparti dinamici, mentre in quelli non dinamici, in quanto non orientati all’esportazione ma al mercato interno, la produttività subì un andamento inversamente proporzionale rispetto ai salari.
    La necessità di aumentare la produzione e l’efficienza nei comparti esportatori portò al formarsi di numerosi nuovi posti di lavoro e al polarizzarsi della crescita industriale soprattutto in tre regioni: Lombardia, Piemonte e Liguria. Questa concentrazione diede vita a un notevole flusso migratorio dalle regioni del Mezzogiorno e del centro-nord meno sviluppate (il Friuli ad esempio), verso quel polo conosciuto come “triangolo industriale”. La forza lavoro non assorbita a livello nazionale, si spostò verso l’estero; il fenomeno della migrazione esterna non riguardò più le Americhe come ad inizio secolo, bensì gli altri paesi europei. Nel 1956 il numero di emigrati verso paesi esteri superò le 200.000 unità.
    Complessivamente quasi due milioni di persone abbandonarono il sud-Italia, pari al 12 per cento, per spostarsi verso il nord del paese o verso altri stati. Non tutti gli emigrati meridionali trovarono impiego presso le industrie, infatti una parte considerevole di essi fu assorbita dal settore terziario come i servizi, la distribuzione commerciale o il pubblico impiego.
    Il progresso che l’economia italiana compì tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, fu di tale portata che la crescita del prodotto interno lordo, la produttività totale dei fattori e il prodotto per addetto risultarono i più alti e stabili nella storia del Paese. Nel 1963 gli investimenti fissi lordi raggiunsero in media il 25 per cento del reddito nazionale lordo, mentre il tasso di crescita del Pil superò il 7 per cento. L’Italia fu così paragonata per impatto alla Germania in Europa al Giappone nel mondo. Di pari passo il commercio internazionale subì una brusca impennata, registrando le esportazioni, tra il 1958 e il 1962, un tasso annuo di crescita prossimo al 16 per cento.
    Non meno importante fu il cambiamento nella struttura economica nazionale; l’agricoltura cessò di essere il settore dominante e nonostante nel 1950 impiegasse ancora il 40 per cento della forza lavoro e fornisse il 25 per cento dell’intero valore aggiunto, nel 1963 fu superato dal settore industriale e da quello dei servizi.
    Tutto ciò influì sulla dilatazione dei consumi e sul progressivo affermarsi di un nuovo stile di vita; un ibrido a metà tra la nuova cultura americana e la cultura italiana. Le città assunsero una nuova fisionomia, in particolare le grandi “capitali” del Nord industriale, con la nascita di interi quartieri popolari, ma anche con la costruzione dei primi grattacieli. La stagione espansiva volgeva così al termine portando con sé cambiamenti strutturali profondi.
    [NOTE]
    33 Si vedano V. Valli, L’economia e la politica economica italiana (1945-1975), Etas libri, Milano, 1977, pp. 109-110; B. Bottiglieri, La politica economica dell’Italia centrista (1948-1958), Ediz. Comunità, Milano, 1984, pp. 254-255.
    34 Si veda al riguardo N. Andreatta, Fattori strategici dello sviluppo tecnico dell’industria italiana, in N. Andreatta et al., Il progresso tecnologico e la società italiana. Effetti economici del progresso tecnologico sull’economia italiana, Giuffrè, Milano, 1962. Invece sui vantaggi assicurati dall’ammodernamento degli impianti, si veda anche S. Leonardi, Schema di interpretazione dello sviluppo italiano in questo dopoguerra, in Critica marxista, luglio-ottobre 1968.
    35 Per approfondire le ragioni a favore del libero scambio, e quelle a favore di un tipo di economia chiusa, consultare P. Krugman, M. Obstfeld, a cura di R. Helg, Pearson, 2007.
    36 Si veda al riguardo A. Campolongo, Dinamica dell’investimento in Italia 1951-1967, in Moneta e credito, secondo trimestre 1968.
    37 Si vedano al riguardo A. Triola, Contributo allo studio dei conflitti di lavoro in Italia, in Economia e lavoro, 1971; A. Cova, Movimento economico, occupazione, retribuzioni in Italia dal 1943 al 1955, in A. Cova et al., Il sindacato nuovo. Politica e organizzazione del movimento sindacale in Italia negli anni 1943-1945, Franco Angeli, Milano, 1981
    38 Confrontare con A. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in A. Fanfani, L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano, Giuffrè, 1961.
    39 Si veda R. M. Stern, Composizione merceologica, distribuzione geografica e competitività nel commercio estero italiano nel periodo 1955-1963, in Moneta e credito, 1965.
    40 Al riguardo non va trascurato il ruolo del credito a medio e lungo termine praticato da alcune banche specializzate, come la Banca di credito finanziario (Mediobanca), fondata nel 1946 dalle tre banche d’interesse nazionale ( Commerciale, Credito italiano, Banco di Roma), per l’esercizio appunto del credito a medio termine, poi esteso al lungo termine, da effettuarsi per il tramite dei loro sportelli; la Banca centrale di credito popolare (Centrobanca), istituita, essa pure nel 1946, dalle banche popolari per il finanziamento a medio e a lungo termine di imprese commerciali e industriali; l’Istituto centrale per il credito a medio termine a favore delle medie e piccole industrie (Mediocredito centrale), sorto nel 1952 con capitali forniti in prevalenza dallo Stato e con il compito di finanziare i Mediocrediti regionali.
    Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

    #1951 #1953 #1954 #1956 #1962 #dopoguerra #economia #EmanueleZema #emigrati #emigrazione #EzioVanoni #GiuseppePella #governi #industria #Italia #liberalizzazione #ministro #scambi #secondo

  12. 'Feature Learning in Finite-Width Bayesian Deep Linear Networks with Multiple Outputs and Convolutional Layers', by Federico Bassetti, Marco Gherardi, Alessandro Ingrosso, Mauro Pastore, Pietro Rotondo.

    jmlr.org/papers/v26/24-1158.ht

    #gaussian #gaussians #convol

  13. Gavin

    La moquette rossa, il soffitto poco più alto di due metri e il profilo dorato che segnava il passaggio da soffitto alla parete rendevano estranea la stanza circolare che avevo di fronte a me, quasi non fossi più nella stessa casa. La parete, in realtà, era stata scavata, creando delle nicchie in cui erano incastrati degli scaffali colmi di libri.
    Nel centro della stanza, c’era un’armatura argentea che luccicava sotto la forte luce che due faretti le puntavano addosso. Era molto più grande di me e di sicuro era appartenuta a mio zio che era sempre stato un uomo alto e ben piazzato prima della malattia. Sulle placche pettorali era stata attaccata una busta marrone; sembrava molto antica e aveva uno strano simbolo che rassomigliava a due draghi che si mordevano la coda a vicenda. Aprii la busta e trovai un nuovo messaggio scritto a mano da mio zio:

    Ben fatto, Jason!
    Sapevo che saresti riuscito a capire tutti gli indizi e a trovare questo posto. Perdona la riservatezza, ma dovevo essere sicuro che fossi tu ad aprire la porta e non quel pigrone di mio figlio. Sapevo quanto questa porta fosse al centro dei tuoi pensieri fin da quando eri piccolo e che avresti fatto di tutto pur di riuscire ad aprirla.

    Tuttavia, se stai leggendo questo, io ora sono morto.
    Quello che hai davanti è una parte della mia vita che è stata nascosta a chiunque, anche a tua zia. Non potevo rischiare che qualcuno scoprisse questo luogo. Purtroppo non abbiamo la stessa taglia, ma confido che il buon Gavin saprà forgiarti un’armatura adeguata. Premi il libro nero nella libreria centrale. Ti troverai davanti delle scale. Scendile senza esitazione e sbrigati.
    Lanchestry è in pericolo!

    Sir Martin Clannes

    Avrei pensato che tutto questo fosse uno strano scherzo di mio zio: inventarsi un bizzarro nome e uno strano mondo per prendersi gioco di me. Qualcosa però, forse il simbolo sulla busta o la sottolineatura dell’ultima frase, mi fecero intuire che questa volta non era la solita invenzione di mio zio; qualcosa di vero c’era. Farsi fare un’armatura – che sembrava del tutto autentica – era una spesa decisamente fuori luogo per un semplice gioco.
    Cercai con gli occhi il libro di cui parlava mio zio nella lettera e lo premetti. La libreria davanti a me scricchiolò, cominciò a muoversi verso il muro e una folata d’aria umida mi investì in pieno. Lo scaffale si era aperto completamente e davanti avevo solo un’oscurità ignota. Andai in macchina per prendere una mini torcia e tornai nella sala dell’armatura. Accesi la torcia e la puntai verso l’apertura dietro la libreria: vidi una parete di mattoni color rosso scuro che sembrava scendere verso sinistra.
    Scesi con cautela: mi fidavo di mio zio e sapevo che non mi avrebbe mai messo volutamente in pericolo, ma non avevo idea di cosa mi aspettasse una volta terminati gli scalini. Ero su una lunga scala a chioccola che mi portò davanti a un’altra porta di legno. Tirai il chiavistello e aprii la porta che mi introdusse in un’umida grotta. Mi voltai, ma la porta si era chiusa ed era sparita nella parete rocciosa. Non potevo tornare a Leanstone, quindi esplorai la grotta. Camminai per una manciata di minuti, prima di riuscire a vedere una luce e l’apertura che mi portò davanti a un mondo totalmente diverso da quello che mi aspettavo.
    Sapevo di essere sceso di parecchi metri e mi aspettavo di essere nel ventre della montagna. Invece, davanti a me c’era un muro formato da quelli che sembravano altissimi pini. L’ingresso della grotta era separata dalla pineta da un’ampia radura circolare che sembrava tenere lontani i pini dall’ingresso da cui ero arrivato. Mentre mi guardavo intorno per capire il da farsi, vedi una flebile luce tra gli alberi. Misi la mini torcia in tasca e mi incamminai.

    Mentre mi avvicinavo, la flebile luce si rivelò essere una lanterna appesa a un rudimentale lampione senza lampadina che indicava l’inizio di un sentiero in terra battuta che si snodava tra i grandi fusti robusti. Mi addentrai nel fitto del bosco seguendo le luci delle lanterne poste a intervalli irregolari sul percorso.
    Dopo diverso tempo in cui l’unico suono, oltre al rumore delle mie scarpe che schiacciavano la terra, era quello delle foglie più alte mosse dal vento, iniziai a sentire un suono differente, un tintinnio, come di metallo che batteva. Era insolitamente ritmico e cadenzato e capii che non era un suono naturale: qualcuno stava battendo del ferro come facevano i vecchi maniscalchi.
    Giunsi al termine del bosco e vidi che il sentiero curvava fino a raggiungere una piccola capanna con un tetto in paglia tutta arruffata. Il tintinnio si era fatto più forte, ma ancora non riuscivo a scorgere chi lo stava producendo.
    Mi avvicinai con cautela alla casa, mi schiacciai contro il muro e sbirciai dietro l’angolo: un grosso omone con una folta chioma castana mi dava le spalle e brandiva un pesante martello che schiantava su una grossa incudine. Poggiò il martello sul tavolino e infilò la spada arancione che stava battendo in una grossa tinozza. L’acqua lanciò un lungo sibilo quando il metallo incandescente si immerse e una grossa nuvola bianca di vapore si alzò dal recipiente. Il sibilo fu inaspettato ed emisi un gemito.
    L’omone si voltò di scatto mentre manteneva immersa la spada ancora sibilante. I suoi occhi marroni erano profondi, ma non lasciavano trasparire rabbia, piuttosto curiosità. Anche la bocca, in mezzo a tutta quella barba castana, non aveva un’espressione di rabbia, ma sorpresa. Restava lì a fissarmi incuriosito senza muoversi. Si mosse solo quando la spada smise di sibilare e il vapore aveva smesso di sollevarsi dalla tinozza.
    Appoggiò la spada su una rastrelliera, si mise le grosse mani callose sui fianchi e, con una voce profonda, esordì con un semplice «Salve».
    Rimasi immobile, indeciso se rispondere al saluto o fuggire il più velocemente possibile verso la grotta.
    «Ehi, dico a te!» continuò, sollevando l’indice per puntarlo verso di me e sorridendo. Gli occhi erano ora solo due piccole fessure e le guance rosse spuntavano da sopra i peli della barba come due colline illuminate dalla luce purpurea del tramonto.
    «Forza, vieni avanti! Sono grosso, ma non mangio le persone. Non fino a che Angus sfornerà il suo buonissimo pane. Io mi chiamo Gavin e sono il fabbro reale di Barleigh. E tu… A giudicare dai tuoi abiti devi essere un visitatore dalla grotta, come sir Martin.»
    Mi feci coraggio e uscii da dietro il muro. Quell’uomo sembrava davvero amichevole e gentile. E poi aveva nominato Sir Martin, lo stesso nome sul biglietto che avevo trovato nella stanza rossa.
    «Conosceva mio zio?»
    «Conoscevo? Stai insinuando che sir Martin è forse morto?»
    «Purtroppo sì. È morto pochi giorni fa.»
    «Questa notizia mi rammarica molto. Quell’uomo era di animo nobile.»
    «Sì, lo era davvero. Io mi chiamo Jason e Carl – o meglio, sir Martin – era mio zio.»
    «Jason?» disse, alzando un sopracciglio esageratamente folto che gli diede un aria buffa. «Beh, non ho mai sentito un nome tanto bizzarro!»
    «Bizzarro?»
    «Certamente. Jason» rise di gusto «che nome strambo.»
    «Siete tutti così poco accoglienti da queste parti?»
    «No, no.» disse tra le risa. Il fabbro tentò di ricomporsi con scarsi risultati.
    «Vieni, entriamo in casa.»
    Si tolse il grosso grembiule grigioverde che portava in vita e lo lanciò su una grossa incudine. Aprì la porta della casa mentre stava ancora ridacchiando e, non appena ebbe varcato la porta, urlò: «Mairead!»
    Da un’altra stanza giunse una graziosa donna dai lunghi capelli biondi distribuiti in grossi boccoli che le arrivavano fino a metà addome. Indossava una semplice tunica bianca e un grembiule, sporco di sangue.
    «È questo il modo di rivolgerti a tua moglie, Gavin Dubhach?» urlò lei, in risposta al marito, mentre si asciugava le mani in un panno. Posò gli occhi su di me e la sua espressione mutò.
    «Oh, salve» disse, sfoggiando un gran sorriso che la rese ancora più bella di quanto non fosse quando era entrata nella stanza con un’espressione furiosa.
    «Ho urlato il tuo nome perché non so mai dove sei. So bene che la mia amata non merita questo trattamento, ma abbiamo un ospite.»
    «Lo vedo. Ma questo» disse voltandosi verso Gavin «è un altro ottimo motivo per non urlare il mio nome come se fossi uno di quei rozzi di Gardeter.»
    «Hai ragione mia amata.»
    Quell’uomo grande e grosso era stato ammansito da una donna molto più piccola di lui e ora se ne stava a capo basso, quasi contemplasse la terra che stava calpestando.
    «Benvenuto, straniero. Sei anche tu un visitatore dalla grotta, come sir Martin?»
    «Sì, signora. Sir Martin era mio zio.»
    «Era?»
    «Sir Martin è morto, Mairead.»
    «Oh.» disse la donna accigliandosi. «Mi spiace molto. Ma ora che ne sarà di Bede?» chiese voltandosi verso Gavin.
    «Non temere Mairead, troveremo il modo per salvare il regno.» la confortò Gavin prendendola tra le sue grosse braccia. «Lo troveremo.»
    Rimasi a guardarli per un po’ prima di interrompere quell’abbraccio consolatorio.
    «Ecco, a tal proposito. Mio zio mi ha lasciato una lettera in cui diceva che Lanchestry è in pericolo.»
    «Lanchestry, in verità, non è in pericolo. La nazione gode di buona salute e il nostro re è giusto, ma i raccolti negli ultimi anni sono spesso stati distrutti da due draghi.»
    «Draghi?»
    «Sì. Ne parlavano leggende così antiche che ormai nessuno credeva davvero fossero esistiti. Poi campi bruciati, bestiame rapito o mangiato durante la notte e hanno convinto la gente che forse le vecchie leggende non erano solo storie di fantasia. La conferma giunse un giorno, quando Hidth, un contadino che abita non lontano da qui, raggiunse alcune guardie che passavano vicino alle sue proprietà; era spaventato e tremava, quasi troppo per parlare, ma riuscì a far capire ai soldati che qualcosa non andava. Le guardie lo seguirono e, dietro una collinetta, trovarono i due draghi che combattevano nel campo di grano di Hidth, dopo averlo bruciato coi loro soffi. La voce si sparse e da allora le cose sono molto peggiorate. I draghi sembrano litigare, ma a farne le spese sono i contadini di Lanchestry.»
    «E per cosa litigano?»
    «Nessuno lo sa. Sono stati quieti e in tranquillità per anni, ma ormai sono due anni che lottano interminabilmente. I campi sono quasi interamente incoltivabili, il bestiame rimasto è molto magro e i contadini a stento riescono a sostenere la richiesta delle città. I tre Re e le due Regine del paese sono riusciti a tenere il popolo tranquillo per ora, ma la situazione si fa sempre più tesa. Se Letif e Ghenda continueranno la loro lotta, tempi bui aspettano Bede. Sir Martin aveva in mente una soluzione, ma da morto non ci potrà aiutare.»
    Mairead si schiarì la gola con un colpo di tosse. Quando Gavin la guardò, lei inclinò la testa verso di me. Gavin spalancò gli occhi e rimase immobile.
    «Diglielo. Se è il nipote di sir Martin deve sapere tutto quello che succede.»
    Gavin sospirò.
    «Hai ragione Mairead.» Fece una pausa, come per raccogliere i pensieri e trovare le parole giuste e poi raccontò: «Pochi giorni fa alcune guardie si sono fermate a parlare davanti alla fornace che ho in città. Discutevano delle recenti scorribande di Letif sulle montagne della regione di Feldmill, a ovest. Mentre parlavano, uno dei due si è fatto scuro in volto e, dopo aver controllato che nessuno potesse sentirli, ha sussurrato all’altro che tra le fila dell’esercito reale si vocifera che ai draghi siano stati rubati degli antichi monili o artefatti e che i due si siano accusati a vicenda. Sono solo voci, però e nessuno sa quale sia il vero motivo.»
    Gavin guardò Mairead che annuì.
    «Nella lettera, mio zio ha detto che io posso aiutare Lanchestry, ma non ho idea di cosa fare. Mi ha detto di venire a cercarti e chiederti di farmi un’armatura, ma poi non ho idea di cosa fare. Non ho mai fatto a botte nemmeno a scuola, lottare contro un drago è impensabile!»
    «Non preoccuparti, ragazzo. Anche sir Martin non aveva idea di cosa fare, ma un giorno tornò dalla grotta con un’idea.»
    «Quale idea?»
    «Non la conosco, purtroppo.» rispose, accigliandosi. «Mi chiese se, in qualità di fabbro dell’esercito, potessi procurargli un appuntamento privato col re. Non fu facile, ma chiedendo al capo della Guardia reale riuscii a far parlare sir Martin con re Thelnet. Il consiglio fu privato: si ritirarono in una stanza, senza permettere ad altri di ascoltare. Una volta usciti, sir Martin e re Thelnet si scambiarono una stretta di mano e si salutarono. Quando tornammo qui mi salutò e fu l’ultima volta che lo vidi.»
    La sua voce era rotta dall’emozione. Maired era seduta in un angolo ed era scoppiata in un silenzioso pianto mentre Gavin parlava.
    Stavo per chiedere a Gavin cosa avremmo dovuto fare, quando dalle finestre si sentì il suono lontano di un campanaccio. Maired corse verso la porta con gli occhi ancora in lacrime e uscì, lasciando la porta spalancata dietro di lei. Sentii un sommesso «Madre!» urlato da una voce e nient’altro.
    Il rumore del campanaccio si faceva sempre più forte, accompagnato da un legnoso cigolio. Poco dopo, i due suoni si fermarono e dalla porta entrò un ragazzo: era piuttosto tarchiato, con i capelli bruni e sembrava avere la mia età.
    «Gwyn! Finalmente sei tornato.»
    «Scusa, padre. Cedric non aveva le zucchine al bancone, quindi ho dovuto aspettare il carico di metà mattina. Sono piuttosto grinzose, ma sono le migliori che potesse darmi.»
    «Capisco. Mettile pure in cucina, poi terminerò di cucinare la zuppa.»
    «Perché mamma è scappata di casa?»
    «Perché sir Martin, un vecchio amico, è morto, Gwyn.»
    «Sir Martin?»
    «Sì. Forse non lo ricordi, è passato molto tempo dall’ultima volta che l’abbiamo visto. Era un caro amico e, forse, l’unico che avrebbe potuto risolvere il problema dei draghi.»
    «Oh, capisco. Devo andare a cercarla?»
    «No. Dev’essere andata al vecchio laghetto. Lasciamola da sola con i suoi pensieri. Quando sarà quasi il tramonto, se non sarà tornata, andremo a cercarla.»
    «D’accordo.»
    Gwyn rimase accigliato mentre portava i sacchi pieni di frutta e verdura dal carretto in cucina. Poi, mentre portava l’ultimo sacco, mi vide ed ebbe un sussulto.
    «Ah! Non ti avevo visto! Chi sei?»
    «Molto piacere» risposi allungando la mano «io mi chiamo Jason. Sono il nipote di sir Martin.»
    Gwyn rimase immobile a fissare me e la mia mano mentre con entrambe le braccia teneva il pesante sacco di iuta. Ritrassi la mano, consapevole che, con le braccia così occupate, non mi avrebbe mai stretto la mano. Portato l’ultimo sacco, mi fece un gesto invitandomi a seguirlo fuori casa. Titubante lo seguii e lo vidi prendere una grossa corda. Rimasi bloccato dalla paura mentre si avvicinava tenendo in mano la fune con uno sguardo inespressivo. Chiusi gli occhi attendendo che mi legasse. Tuttavia, non successe niente. Riaprii gli occhi e vidi Gwyn che mi porgeva la corda.
    «Prendi questa. Dammi una mano a legare il carretto dietro la fornace.»
    Ancora incredulo, presi la corda e lo aiutai a portare il carretto di legno dietro la casa e lo legammo saldamente.

    Il cielo si stava tingendo di rosa e Maired uscì dal bosco di pini. Aveva gli occhi rossi e gonfi per il lungo pianto e il suo vestito aveva l’orlo sporco di fango. Quando vide Gwyn lo abbracciò amorevolmente e tornò in casa per cambiarsi il vestito.
    La zuppa cucinata da Gavin era davvero squisita, ma mi trattenni dal chiedere una seconda porzione: in quanto ospite, mi avevano riservato una prima porzione decisamente abbondante, nonostante le mie proteste per avere tutti porzioni uguali.
    «Domani» esordì improvvisamente Gavin mentre cenavamo «partiremo per andare a palazzo. Proveremo a farti incontrare il Re, sperando che sia abbastanza di buon umore per accettare “È il nipote di sir Martin” come motivazione per averti a colloquio. Ci serviranno diverse provviste e due teli dove poter dormire. Prenderemo il vecchio carretto; è un po’ malandato, ma ci permetterà di portare più cose e potremo dormire su qualcosa di rigido, nel caso non trovassimo un luogo ideale per la notte. Ne approfitterò anche per portare in città le armature e le armi della Guardia reale che ho già riparato.»
    «Gli serviranno anche degli altri vestiti» disse Gwyn indicandomi con la testa, mentre riempiva un altro cucchiaio con la zuppa.
    «Hai ragione, non può certo viaggiare per la regione con quei pantaloni blu.»
    Rimase pensoso per un po’, squadrandomi per bene. «Prenderai qualche vestito di Gwyn. Non siete grossi uguali, ma rimboccando un po’ maniche e pantaloni dovrebbero andare bene.»
    Gwyn non protestò e continuò a mangiare.
    Terminata la zuppa, Gwyn mi propose di uscire un po’ a goderci il fresco della brezza estiva. Nel cielo completamente terso brillavano migliaia di stelle e la radura davanti alla casa, così come la foresta di pini, era illuminata dalla forte luce della luna piena. Tra l’erba volavano le lucciole, che coi loro richiami luminosi cercavano un partner e segnalavano l’inizio della stagione più calda dell’anno.
    «Quanti anni hai?» mi chiese improvvisamente Gwyn, mentre eravamo sdraiati nel prato.
    «19. Tu?»
    «22.»
    Il silenzio era rotto solamente dal canto dei grilli e dal tubare delle civette.
    «Puoi raccontarmi di sir Martin?» mi chiese.
    «Certo. Sir Martin era mio zio. Io però non l’ho mai chiamato sir Martin; anzi, nessuno nel mio mondo lo chiamava così. Aveva tanti nomi: noi della famiglia lo chiamavamo Carl, mentre in altri ambienti era noto come Marcel N. Tannis.
    «Era un brav’uomo. Era mio zio in quanto fratello di mio padre e sono sempre stati in buoni rapporti. Quando ero piccolo, passavo le estati in una casa di montagna, la stessa da cui sono arrivato in questa regione. Gli piaceva giocare con le persone, ma non per prendersi gioco di loro, voleva semplicemente che non impigrissero troppo la propria mente e che tenessero sveglio il cervello. “Se il cervello dorme, il corpo è come una scatola vuota” diceva sempre.»
    Gwyn rimase in silenzio per un po’. Sembrava pensare a quello che avevo detto.
    «Mi piacerebbe visitare il tuo mondo.» disse infine.
    «Non lo so. Non sono sicuro tu possa uscire dal tuo mondo per venire nel mio.»
    «Per quale motivo? Tu sei nel mio eppure nessuno ti ha invitato.»
    «Mio zio ha detto che Bede ha bisogno del mio aiuto. Ho solo risposto alla sua richiesta.»
    «Non abbiamo bisogno del tuo aiuto.»
    «Tuo padre sembrava di giudizio diverso.»
    «Mio padre si fida troppo delle altre persone. Dovrebbe essere più accorto con le persone con cui stringe affari e con le sue conoscenze.»
    Rimasi in silenzio. Non sapevo quando sarei dovuto restare ospite di Gavin e della sua famiglia, ma creare attriti con chi mi stava offrendo un pasto e un tetto non mi sembrava una buona idea.
    «Credo tu abbia ragione Gwyn. Tuo padre è un bonaccione e io ho sempre pensato che un fabbro dovrebbe essere più burbero. Comunque non preoccuparti. Non ho intenzione di essere vostro ospite per troppo tempo. Non sono nemmeno sicuro di essere la persona giusta per una cosa così importante come salvare un’intera regione.»
    Gwyn grugnì in assenso e non disse altro.
    Poco dopo si alzò un vento freddo che annunciava un temporale e tornammo in casa.
    Maired e Gavin avevano imbottito una tela di lino con del fieno, preparandomi un piccolo giaciglio vicino alla cucina così da non dover dormire sul freddo pavimento in terra.

    La mattina seguente venni svegliato dalle prime luci dell’alba che filtravano dal piccolo spazio tra la porta d’ingresso e il pavimento. Gavin si alzò poco dopo di me, andò in cucina e preparò della pappa d’avena come colazione. La servì in tavola e attendemmo il risveglio di Maired e Gwyn. La pappa d’avena era molto saporita, ma non riuscii a godermela fino in fondo: ero piuttosto preoccupato da quello che mi aspettava nelle ore seguenti. Ero lì solo da poche ore e già un tizio bonario ma sconosciuto voleva portarmi di fronte al suo re.
    Non ebbi molto tempo per pensare alle mie preoccupazioni: Gavin mangiò la pappa d’avena velocemente, si alzò, prese un grosso sacco verde dalla cucina e mi diede una forte pacca sulla schiena mentre ancora stavo finendo di mangiare.
    «Forza! Si parte!»

    #libri #opere

  14. "Sicuramente stiamo entrando nella fase decisiva della #guerra con l’approssimarsi della fine della stagione del #fango. La sensazione è che i Russi stiano aspettando la mossa ucraina, mantenendo il grosso dei mobilitati in riserva e continuando a premere su #Bakhmut che, negli ultimi 2 mesi, ha drenato molte risorse alle forze di Kiev". rid.it/shownews/5570

  15. Buongiorno da @github e oggi la supply chain security si arricchisce di una nuova minaccia, la repo confusion! Vediamo il grosso problema che affligge GitHub. E in più, l'ennesima prova che informatici e gestione delle date sono nemici giurati, come gli inglesi e gli scozzesi, o come gli irlandesi e gli scozzesi, o come i salentini e gli scozzesi.

    #github #leapyear #bug #security #cybersecurity #linux

    youtu.be/m1d9db7ptww

  16. Di tutti noi appassionati di «libri», che ne celebriamo la bellezza e il pregio, chi può dire di conoscere i passaggi della metamorfosi dal testo all’oggetto? Chi sa quante sono e di chi sono le case editrici, e perché usano quasi tutte lo stesso font? Chi ha capito come si contano le copie nelle classifiche pubblicate nei supplementi culturali dei quotidiani e perché i libri spariscono così rapidamente dalle vetrine delle librerie? Chi sa perché a volte vengono scritti nei fatti da qualcun altro, editor, traduttori, ghostwriter?

    Finalmente sono riuscita a recuperare il numero di Cose Spiegate Bene dedicato ai libri: al piacere di leggere un libro dedicato ai libri si aggiunge quello di leggere uno spiegone del Post, che, come di consueto, è semplice e alla portata di tuttə. Per fortuna, perché quello dell’editoria è un mondo piuttosto oscuro e che dà l’impressione che il grosso del lavoro lo faccia la persona che scrive.

    In realtà, le figure professionali che ruotano attorno al libro sono tantissime e questo spiega anche perché il prezzo finale non può calare più di tanto, nemmeno se si parla di ebook visto che la stampa incide per meno del dieci percento. Il che vuol dire che, come per tutti gli altri beni e servizi, se costa molto poco qualche lavoratorə è statə pagatə in modo insufficiente. Pensiamoci prima di lamentarci troppo dei prezzi.

    A proposito dei libri contiene molte informazioni interessanti, alcune più rare, come un approfondimento sui font, sui tipi di carta e sul perché le traduzioni arrivino molto tempo dopo l’uscita in lingua originale; altre, invece, sono più curiose, come l’approfondimento su quali libri vengano rubati nelle librerie, approfondimento che mi rimanda immediatamente al ricordo di Terry Pratchett, che era molto fiero di essere l’autore più rubato nelle biblioteche inglesi.

    Si tratta quindi di un libriccino simpatico e interessante per chiunque ami leggere e voglia approfondire com’è che quel libro è arrivato nelle sue mani, pronto per essere letto. Personalmente ho solo fatto un po’ fatica a leggere sulle pagine colorate di blu, che dopo poche righe mi davano fastidio agli occhi: per fortuna sono articoli piuttosto brevi. Forse un azzurro meno aggressivo sarebbe stato più amichevole.

    https://lasiepedimore.com/2024/01/31/a-proposito-di-libri-cose-spiegate-bene-1-a-cura-di-arianna-cavallo-e-giacomo-papi/

    #libriCheParlanoDiLibri #nonFiction #nonFictionItaliana #saggio

  17. The 16th countdown extra on KNHC's Top 89 Hit Election of 2024 is "Honey Boy" by Purple Disco Machine and Benjamin Ingrosso featuring Nile Rodgers & Shenseea.

    #Music, #PurpleDiscoMachine, #BenjaminIngrosso, #NileRodgers, #Shenseea

  18. I crimini di guerra a Gaza hanno subito un'accelerazione rispetto all'epoca relativamente innocente, compassionevole e umana dell'Unità 101. Ora, la morte e la distruzione sono su scala massiccia e i crimini sono all'ingrosso.

    Vach è anche sprezzante delle vite dei suoi stessi soldati. Forse questo farà capire agli israeliani chi sono in realtà i comandanti di questa guerra.

    Ma per quanto il dolore per la perdita degli 8 soldati uccisi a causa della negligenza e dell'indifferenza di Vach, le centinaia di palestinesi uccisi nella zona di sterminio nota come corridoio di #Netzarim gridano ancora più forte. ⬇️7

  19. Valentina Mira, autrice di "X", è stata suo malgrado intervistata e mercificata su Rai 3. Ha raccontato la sua versione dei fatti su @valigiablu.

    Di tutte le presentazioni a cui ho partecipato al #CentroSocialeBruno di #Trento, la sua è certamente quella che ricordo come più potente, sia per il tema della #violenzaDiGenere e dello #stupro, ma anche per la profondità dei ragionamenti che sono stati toccati in più di due ore di dialogo col pubblico, che ha presto preso le sembianze di assemblea.

    Se non l'avete ancora fatto, leggete X!

    valigiablu.it/valentina-mira-f