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567 results for “Greggie”
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Now watching. The Conversation. 1974. 1 hour 53 minutes. Popcorn Classic. 5 bags and a little headphone set.
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#NotForgetting: #Rollergator2 #ElectricBoogaloo...
#Nope...
🧙:party_dino:🤖🐺🤖:party_dino:🧙 | 🎈🎩🦹🦄🦹🎩🎈
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Before we had 7 VHS tapes. We would pick one up and spend 90 minutes watching a movie.
Nooowwww we can stream 3,000 movies, we spend 4 hours trying to pick one, and go to bed.
(Read in Norm McDonald voice)
#Gregghead #OCATC #OnCinema #5Bags
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Black Flag announce new leg of My War Tour
https://www.punknews.org/article/81732/black-flag-announce-new-leg-of-my-war-tour
#music #punk #PunkRock #PunkHardcore #hardcore #HardcorePunk #BlackFlag #GregGinn
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Happy to see some of the #OnCinema family here
I know little about, and just discoverd it through @abbenm mentioning the #twitterevacuationdayBut seems like you've build a joyfull family. :-p
Here an idea I'd like to share, that could be fun for OnCinema.
You could create a space for the #TimHeads / #GreggHeads
Or one for all, like onCinema.social
@thatSLAYERchick
@scarydebbie
@timheidecker
@greggturkington -
#GregGianforte is a well-known monster. #EvilGOP #Montana #TransRights #HumanRights
Despite Pleas From Nonbinary Son, Montana Governor Signs Anti-Trans Bill Banning Care https://www.motherjones.com/politics/2023/04/david-gianforte-greg-gianforte/
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@GregNieuws This is killer. DADEAD #guitar #tunings #alternative
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@GregNieuws This is killer. DADEAD #guitar #tunings #alternative
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@greggkelly showing the next generation the power of FOSS
#LaunchKeyboard #QMK #launch https://nitter.net/system76/status/1483914671665070082/photo/1
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@greggkelly showing the next generation the power of FOSS
#LaunchKeyboard #QMK #launch https://nitter.net/system76/status/1483914671665070082/photo/1
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Grey's Anatomy: Season 22, Episode 18: Bridge Over Troubled Water TV Show Trailer
#ABC #CamillaLuddington #CaterinaScorsone #ChandraWilson #ChrisCarmack #DebbieAllen #GiacomoGianniotti #GregGermann #Grey’sAnatomy #Hulu #JakeBorelli #JamesPickensJr. #JasonGeorge #JesseWilliams #KellyMcCreary #KevinMcKidd #KimRaver #TVShowTrailer
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https://www.europesays.com/it/458506/ “Pecore sotto copertura”, Hugh Jackman nel giallo di campagna che unisce “Babe” e “Knives Out” #campagna #copertura #Entertainment #film #giallo #gregge #hugh #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #jackman #knives #Movies #out #pecore #sussurrava #thriller #unisce
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Filippo Greggi, docteur en économie, dresse un panorama très juste des tensions autour de l'émergence de plateformes numériques alternatives.
Elles doivent être coopératives *et* viser à produire du commun.
Plusieurs enjeux :
- surmonter l'adoption et l'imitation des technologies de plateformes capitalistiques
- refuser les critères de réussite de l'entrepreneuriat traditionnel
- atteindre une soutenabilité économique sans avoir accès au capital-risque
- mener de front la bataille politique pour un environnement plus favorable au coopérativismepoke @reconnexion
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Economia di guerra oggi. Parte XXVII – “L’economia globale all’ombra della guerra”.
Pubblicate le previsioni economiche del Fmi di aprile 2026 Il Fondo Monetario Internazionale nei giorni scorsi ha pubblicato l’atteso World Economic Outlook di aprile 2026[1], il primo emesso dopo l’aggressione israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio che ha innescato lo shock energetico tutt’ora in corso caratterizzato da carenza di approvvigionamenti e impennata delle quotazioni di greggio e gas. Dall’eloquente titolo “L’economia globale all’ombra della guerra”, il […] -
🌱 La Grande Librairie interroge notre rapport au vivant.
https://actualitte.com/article/129360/television/la-grande-librairie-la-litterature-appelle-a-renouer-avec-le-vivant📚 Gaspard Koenig, Simonetta Greggio, Bernard Werber et d'autres auteurs explorent les liens entre littérature et nature.
#Littérature #Écologie #LaGrandeLibrairie #France5 #Nature -
🚀 Oh, how the mighty have fallen! In a world where Steve Jobs would have fired everyone, X Corp. can't even keep their browser support straight. 📉 But hey, at least there's a "Help Center" to remind you of all the browsers they actually *do* support. 😂
https://twitter.com/greggertruck/status/1932173476879888556 #HackerNews #XCorp #BrowserSupport #SteveJobs #TechNews #Humor #HackerNews #ngated -
Fazoli’s Opens Fourth Restaurant in Phoenix Area https://www.diningandcooking.com/2433548/fazolis-opens-fourth-restaurant-in-phoenix-area-2/ #ChickenFettuccineAlfredo #FATBrandsInc. #Fazoli #FourthRestaurant #GreggNettleton #Italia #Italian #ItalianFood #italiano #italy #NASDAQ:FAT #Nasdaq:FAT #PhoenixArea #PortfolioCompany
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L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
COME MAI?di Lavinia Marchetti
Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.
Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
Perché?
La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.
I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.
Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.
Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe. -
Benzina, ma quanto ci costi?
La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?
Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.
Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.
A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?
Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.
C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.
Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della collosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.
Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.
Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.
Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.
#benzina #guerra #inflazione #Iran #petrolio #stagflazione #svizzera -
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.
Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.
Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).
Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.
I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.
Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.
Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.
La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.
Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.
#disoccupazione #dollaro #franco #gas #guerra #inflazione #Iran #petrolio #prezzi #svizzera #USA -
MEDIO ORIENTE: LE RIPERCUSSIONI SUL MERCATO MONDIALE DELL’ENERGIA. INTERVISTA AL PROFESSOR ALESSANDRO VOLPI https://www.radiondadurto.org/2024/10/02/medio-oriente-le-ripercussioni-sul-mercato-mondiale-dellenergia-intervista-al-professor-alessandro-volpi/ #AlessandroVolpi #Internazionale #INTERNAZIONALI #golfopersico #MedioOriente #speculazione #finanziari #statiuniti #università #Economia #Politica #petrolio #energia #greggio #israele #mercati #stretto #Hormuz #cina #iran #opec #Pisa
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MEDIO ORIENTE: LE RIPERCUSSIONI SUL MERCATO MONDIALE DELL’ENERGIA. INTERVISTA AL PROFESSOR ALESSANDRO VOLPI https://www.radiondadurto.org/2024/10/02/medio-oriente-le-ripercussioni-sul-mercato-mondiale-dellenergia-intervista-al-professor-alessandro-volpi/ #AlessandroVolpi #Internazionale #INTERNAZIONALI #golfopersico #MedioOriente #speculazione #finanziari #statiuniti #università #Economia #Politica #petrolio #energia #greggio #israele #mercati #stretto #Hormuz #cina #iran #opec #Pisa