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#laviniamarchetti — Public Fediverse posts

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  1. La morbosa ossessione occidentale per il velo delle donne
    Lavinia Marchetti

    L’ossessione occidentale per il corpo femminile musulmano, il desiderio di penetrare ciò che si sottrae allo sguardo e la strana idea di emancipazione che abbiamo sviluppato, secondo la quale una donna, per essere libera, dovrebbe anzitutto rendersi visibile.

    Non so se lo avete notato anche voi che c’è qualcosa di profondamente morboso nell’ossessione occidentale per il velo delle donne musulmane. Una specie di eccitazione, direi quasi una concupiscenza conoscitiva, che periodicamente attraversa il dibattito pubblico e riporta al centro della discussione quel pezzo di stoffa sotto il quale, evidentemente, abbiamo il sospetto che si nasconda qualcosa che va ben al di là di “una donna”. Abbiamo costruito intorno al velo una quantità impressionante di letteratura, vi abbiamo dedicato leggi e campagne politiche, abbiamo perfino trovato il modo di trasformarlo in una delle tante giustificazioni morali della guerra in Afghanistan. Eppure, di fronte a tanta sollecitudine, tendo sempre a chiedermi per quale ragione la libertà delle donne musulmane debba essere misurata, con tanta insistenza, a partire dalla quantità di corpo che siamo autorizzati a vedere.

    Il problema, per come la vedo io, precede persino la questione religiosa. Un uomo occidentale incontra una donna che gli sottrae il proprio volto, che gli impedisce di accedere a quella parte del corpo attraverso la quale è abituato a riconoscere un’identità, e vive questa sottrazione come un fatto che lo riguarda personalmente, un’offesa personale di un “oggetto” a cui è precluso lo sguardo. Il velo viene percepito come un ostacolo, quasi un’interdizione rivolta a chi guarda. L’impossibilità di vedere suscita allora una curiosità che può assumere anche una connotazione erotica che spesso si trasforma in rabbia da repressione scopica. Però l’argomento dell’emancipazione fornisce una ragione moralmente presentabile per pretendere che quell’ostacolo venga rimosso. Il famoso “sono loro che ce lo chiedono!” In questa particolare configurazione del desiderio, lo svelamento promette due soddisfazioni. Permette di accedere a ciò che era stato sottratto alla vista e conferma, attraverso quell’accesso, l’autorità di chi guarda. Una donna che si presenta secondo le convenzioni occidentali può essere prima osservata e riconosciuta (ergo giudicata) attraverso criteri estetici che abbiamo imparato a considerare del tutto naturali. La donna velata introduce invece un’interruzione. Il suo corpo, almeno in parte, resta indisponibile. E l’indisponibilità del corpo femminile, nella nostra società, rappresenta un problema assai interessante. Provate a pensare alla quantità di prescrizioni che accompagnano la vita di una donna occidentale. Il discorso patriarcale occidentale ritiene che le donne oggi siano libere. Eppure fin da bambine abbiamo infinite prescrizioni. Ci viene insegnato a curare l’aspetto, a correggere i segni dell’invecchiamento e a considerare il nostro corpo come un patrimonio che richiede investimenti continui. Ogni parte del nostro corpo è scandagliata e creata a partire dal desiderio maschile. Un feticismo della merce che scompatta, scompone il corpo in pezzi staccati da ristrutturare e vendere. Possiamo certamente sottrarci a queste aspettative, pagandone talvolta il prezzo sociale. Una donna che rinuncia a truccarsi, per esempio, può vedersi attribuire scarsa cura di sé, quella che rifiuta di depilarsi rischia di essere giudicata trasandata. La pressione estetica viene incorporata nella nostra idea di femminilità al punto che alcune pratiche, inizialmente imposte attraverso il giudizio altrui, possono essere vissute come esigenze personali. Interiorizziamo lo sguardo del desiderio del maschio e lo scambiamo per una nostra “necessità”. Questa è la naturalizzazione dello sguardo dell’Altro che definisce i nostri confini. Ci sentiamo libere di scegliere come apparire, ed effettivamente compiamo scelte che rispondono anche ai nostri desideri. Il problema filosofico riguarda precisamente la formazione di quei desideri. L’autonomia individuale si esercita sempre all’interno di una società che stabilisce quali corpi meritino ammirazione e quali debbano essere corretti o scartati. È possibile, allora, che una donna cresciuta dentro una cultura nella quale l’esposizione del corpo rappresenta una condizione importante del riconoscimento sociale interpreti la scelta di sottrarsi allo sguardo come un’incomprensibile rinuncia alla libertà. L’interdizione subita viene proiettata sul comportamento dell’altra, con la conseguenza che la propria disponibilità a essere osservata appare naturale, mentre il desiderio altrui di conservare una parte di sé fuori dalla vista assume il carattere di un’anomalia da correggere. La questione, a questo punto, riguarda anche noi. Quanto siamo libere di sottrarci alla vendita simbolica del nostro corpo? E perché la scelta di coprirlo dovrebbe suscitare un sospetto di subordinazione maggiore rispetto all’adesione a un ideale estetico che richiede una sorveglianza continua del proprio aspetto?

    Naturalmente, il burqa, che copre il corpo e il volto attraverso una griglia posta davanti agli occhi, presenta caratteristiche differenti dal niqab, che lascia scoperti gli occhi, e dall’hijab, che generalmente lascia visibile il volto. Le distinzioni contano, soprattutto quando si discutono le limitazioni concrete che questi indumenti possono comportare. La loro frequente assimilazione nel dibattito pubblico produce tuttavia un risultato curioso. Il burqa, appartenente soprattutto alla tradizione afghana, finisce per rappresentare genericamente il velo musulmano, conferendo all’intera questione il carattere particolarmente inquietante di una donna privata del volto (Lila Abu-Lughod, «Do Muslim Women Really Need Saving?», American Anthropologist, vol. 104, n. 3, 2002, pp. 785-786).

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    #laviniaMarchetti #donne #musulmane #morbositàmaschile

    @societa

  2. La morbosa ossessione occidentale per il velo delle donne
    Lavinia Marchetti

    L’ossessione occidentale per il corpo femminile musulmano, il desiderio di penetrare ciò che si sottrae allo sguardo e la strana idea di emancipazione che abbiamo sviluppato, secondo la quale una donna, per essere libera, dovrebbe anzitutto rendersi visibile.

    Non so se lo avete notato anche voi che c’è qualcosa di profondamente morboso nell’ossessione occidentale per il velo delle donne musulmane. Una specie di eccitazione, direi quasi una concupiscenza conoscitiva, che periodicamente attraversa il dibattito pubblico e riporta al centro della discussione quel pezzo di stoffa sotto il quale, evidentemente, abbiamo il sospetto che si nasconda qualcosa che va ben al di là di “una donna”. Abbiamo costruito intorno al velo una quantità impressionante di letteratura, vi abbiamo dedicato leggi e campagne politiche, abbiamo perfino trovato il modo di trasformarlo in una delle tante giustificazioni morali della guerra in Afghanistan. Eppure, di fronte a tanta sollecitudine, tendo sempre a chiedermi per quale ragione la libertà delle donne musulmane debba essere misurata, con tanta insistenza, a partire dalla quantità di corpo che siamo autorizzati a vedere.

    Il problema, per come la vedo io, precede persino la questione religiosa. Un uomo occidentale incontra una donna che gli sottrae il proprio volto, che gli impedisce di accedere a quella parte del corpo attraverso la quale è abituato a riconoscere un’identità, e vive questa sottrazione come un fatto che lo riguarda personalmente, un’offesa personale di un “oggetto” a cui è precluso lo sguardo. Il velo viene percepito come un ostacolo, quasi un’interdizione rivolta a chi guarda. L’impossibilità di vedere suscita allora una curiosità che può assumere anche una connotazione erotica che spesso si trasforma in rabbia da repressione scopica. Però l’argomento dell’emancipazione fornisce una ragione moralmente presentabile per pretendere che quell’ostacolo venga rimosso. Il famoso “sono loro che ce lo chiedono!” In questa particolare configurazione del desiderio, lo svelamento promette due soddisfazioni. Permette di accedere a ciò che era stato sottratto alla vista e conferma, attraverso quell’accesso, l’autorità di chi guarda. Una donna che si presenta secondo le convenzioni occidentali può essere prima osservata e riconosciuta (ergo giudicata) attraverso criteri estetici che abbiamo imparato a considerare del tutto naturali. La donna velata introduce invece un’interruzione. Il suo corpo, almeno in parte, resta indisponibile. E l’indisponibilità del corpo femminile, nella nostra società, rappresenta un problema assai interessante. Provate a pensare alla quantità di prescrizioni che accompagnano la vita di una donna occidentale. Il discorso patriarcale occidentale ritiene che le donne oggi siano libere. Eppure fin da bambine abbiamo infinite prescrizioni. Ci viene insegnato a curare l’aspetto, a correggere i segni dell’invecchiamento e a considerare il nostro corpo come un patrimonio che richiede investimenti continui. Ogni parte del nostro corpo è scandagliata e creata a partire dal desiderio maschile. Un feticismo della merce che scompatta, scompone il corpo in pezzi staccati da ristrutturare e vendere. Possiamo certamente sottrarci a queste aspettative, pagandone talvolta il prezzo sociale. Una donna che rinuncia a truccarsi, per esempio, può vedersi attribuire scarsa cura di sé, quella che rifiuta di depilarsi rischia di essere giudicata trasandata. La pressione estetica viene incorporata nella nostra idea di femminilità al punto che alcune pratiche, inizialmente imposte attraverso il giudizio altrui, possono essere vissute come esigenze personali. Interiorizziamo lo sguardo del desiderio del maschio e lo scambiamo per una nostra “necessità”. Questa è la naturalizzazione dello sguardo dell’Altro che definisce i nostri confini. Ci sentiamo libere di scegliere come apparire, ed effettivamente compiamo scelte che rispondono anche ai nostri desideri. Il problema filosofico riguarda precisamente la formazione di quei desideri. L’autonomia individuale si esercita sempre all’interno di una società che stabilisce quali corpi meritino ammirazione e quali debbano essere corretti o scartati. È possibile, allora, che una donna cresciuta dentro una cultura nella quale l’esposizione del corpo rappresenta una condizione importante del riconoscimento sociale interpreti la scelta di sottrarsi allo sguardo come un’incomprensibile rinuncia alla libertà. L’interdizione subita viene proiettata sul comportamento dell’altra, con la conseguenza che la propria disponibilità a essere osservata appare naturale, mentre il desiderio altrui di conservare una parte di sé fuori dalla vista assume il carattere di un’anomalia da correggere. La questione, a questo punto, riguarda anche noi. Quanto siamo libere di sottrarci alla vendita simbolica del nostro corpo? E perché la scelta di coprirlo dovrebbe suscitare un sospetto di subordinazione maggiore rispetto all’adesione a un ideale estetico che richiede una sorveglianza continua del proprio aspetto?

    Naturalmente, il burqa, che copre il corpo e il volto attraverso una griglia posta davanti agli occhi, presenta caratteristiche differenti dal niqab, che lascia scoperti gli occhi, e dall’hijab, che generalmente lascia visibile il volto. Le distinzioni contano, soprattutto quando si discutono le limitazioni concrete che questi indumenti possono comportare. La loro frequente assimilazione nel dibattito pubblico produce tuttavia un risultato curioso. Il burqa, appartenente soprattutto alla tradizione afghana, finisce per rappresentare genericamente il velo musulmano, conferendo all’intera questione il carattere particolarmente inquietante di una donna privata del volto (Lila Abu-Lughod, «Do Muslim Women Really Need Saving?», American Anthropologist, vol. 104, n. 3, 2002, pp. 785-786).

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    #laviniaMarchetti #donne #musulmane #morbositàmaschile

    @societa

  3. Assalto all'infanzia palestinese (pedomachia)

    IL GENOCIDIO PRIMA E DOPO LA NASCITA

    Qui troverete un video con il pediatra dell'ultimo ospedale funzionante per prematuri di Gaza, il Patient’s Friends Hospital. Dove manca il carburante per tenere accese le incubatrici. Ho associato a questo il nuovo rapporto ONU sui bambini palestinesi e la strategia israeliana votata alla distruzione della vita: laviniamarchetti.substack.com/

    Nel video, girato il 3 agosto dentro il Patient’s Friends Hospital di Gaza City, i generatori vengono spenti per ore, il carburante è quasi finito e le incubatrici restano appese a ciò che rimane in un serbatoio.

    Avevo già scritto delle 3.950 perdite di gravidanza registrate a Gaza nei primi sei mesi del 2026. Poi ho letto il nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui bambini palestinesi. La sequenza è terribile nella sua atrocità. La fame incide fortemente sulla gravidanza, spesso, se non c'è un aborto, la madre ha bambini prematuri. La prematurità porta i neonati in reparti ormai devastati e infine nell'ultimo reparto rimasto, manca l’elettricità necessaria per cure adeguate.

    Insomma, una decisione presa a un valico arriva fino al respiro di un bambino.

    #palestinagenocidio #israeleStatoGenocida
    #laviniaMarchetti
    #pedomachia

    @politica

  4. UN ALTRO UOMO SCHIACCIATO A TERRA E "CONTENUTO". LO STESSO AGENTE A "CONTENERE".

    Una settimana prima della morte di Abderrahim Fakir, un altro fermo della polizia bolognese. Un altro giovane, straniero, immobilizzato a terra. Nel video compare uno degli agenti coinvolti nell’uccisione di Fakir. Grazie al Fatto Quotidiano che ha trovato e convalidato questo video.

    L'atto gravissimo del giovane di un colore poco tollerato era andare in monopattino senza casco. Fonti vicine al poliziotto raccontano di una richiesta di documenti seguita da una risposta concitata, dalla quale sarebbe nata la necessità di «contenerlo».

    Contenere rientra negli eufemismi che permettono alla forza di descriversi senza mostrarsi.

    L’accusato, dunque, è il ragazzo che vediamo a terra. "Resistenza a pubblico ufficiale". Ma anche lui avrebbe presentato a sua volta una denuncia; i termini restano aperti.

    Non c'è, dunque, nessuna favola dell’istante eccezionale, dell’intervento irripetibile degenerato per una fatalità. Lo stesso agente compare in due operazioni ravvicinate, entrambe concluse con uno "straniero" schiacciato sull’asfalto. Una delle due con un morto.

    Ma il morto era nell'aria...

    #LaviniaMarchetti

    #stessoAgentestessaTecnica #contenimento
    #AbderrahimFakir

    @news

    Il video
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  5. UN ALTRO UOMO SCHIACCIATO A TERRA E "CONTENUTO". LO STESSO AGENTE A "CONTENERE".

    Una settimana prima della morte di Abderrahim Fakir, un altro fermo della polizia bolognese. Un altro giovane, straniero, immobilizzato a terra. Nel video compare uno degli agenti coinvolti nell’uccisione di Fakir. Grazie al Fatto Quotidiano che ha trovato e convalidato questo video.

    L'atto gravissimo del giovane di un colore poco tollerato era andare in monopattino senza casco. Fonti vicine al poliziotto raccontano di una richiesta di documenti seguita da una risposta concitata, dalla quale sarebbe nata la necessità di «contenerlo».

    Contenere rientra negli eufemismi che permettono alla forza di descriversi senza mostrarsi.

    L’accusato, dunque, è il ragazzo che vediamo a terra. "Resistenza a pubblico ufficiale". Ma anche lui avrebbe presentato a sua volta una denuncia; i termini restano aperti.

    Non c'è, dunque, nessuna favola dell’istante eccezionale, dell’intervento irripetibile degenerato per una fatalità. Lo stesso agente compare in due operazioni ravvicinate, entrambe concluse con uno "straniero" schiacciato sull’asfalto. Una delle due con un morto.

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  6. UN ALTRO UOMO SCHIACCIATO A TERRA E "CONTENUTO". LO STESSO AGENTE A "CONTENERE".

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    L'atto gravissimo del giovane di un colore poco tollerato era andare in monopattino senza casco. Fonti vicine al poliziotto raccontano di una richiesta di documenti seguita da una risposta concitata, dalla quale sarebbe nata la necessità di «contenerlo».

    Contenere rientra negli eufemismi che permettono alla forza di descriversi senza mostrarsi.

    L’accusato, dunque, è il ragazzo che vediamo a terra. "Resistenza a pubblico ufficiale". Ma anche lui avrebbe presentato a sua volta una denuncia; i termini restano aperti.

    Non c'è, dunque, nessuna favola dell’istante eccezionale, dell’intervento irripetibile degenerato per una fatalità. Lo stesso agente compare in due operazioni ravvicinate, entrambe concluse con uno "straniero" schiacciato sull’asfalto. Una delle due con un morto.

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  7. UN ALTRO UOMO SCHIACCIATO A TERRA E "CONTENUTO". LO STESSO AGENTE A "CONTENERE".

    Una settimana prima della morte di Abderrahim Fakir, un altro fermo della polizia bolognese. Un altro giovane, straniero, immobilizzato a terra. Nel video compare uno degli agenti coinvolti nell’uccisione di Fakir. Grazie al Fatto Quotidiano che ha trovato e convalidato questo video.

    L'atto gravissimo del giovane di un colore poco tollerato era andare in monopattino senza casco. Fonti vicine al poliziotto raccontano di una richiesta di documenti seguita da una risposta concitata, dalla quale sarebbe nata la necessità di «contenerlo».

    Contenere rientra negli eufemismi che permettono alla forza di descriversi senza mostrarsi.

    L’accusato, dunque, è il ragazzo che vediamo a terra. "Resistenza a pubblico ufficiale". Ma anche lui avrebbe presentato a sua volta una denuncia; i termini restano aperti.

    Non c'è, dunque, nessuna favola dell’istante eccezionale, dell’intervento irripetibile degenerato per una fatalità. Lo stesso agente compare in due operazioni ravvicinate, entrambe concluse con uno "straniero" schiacciato sull’asfalto. Una delle due con un morto.

    Ma il morto era nell'aria...

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  8. UN ALTRO UOMO SCHIACCIATO A TERRA E "CONTENUTO". LO STESSO AGENTE A "CONTENERE".

    Una settimana prima della morte di Abderrahim Fakir, un altro fermo della polizia bolognese. Un altro giovane, straniero, immobilizzato a terra. Nel video compare uno degli agenti coinvolti nell’uccisione di Fakir. Grazie al Fatto Quotidiano che ha trovato e convalidato questo video.

    L'atto gravissimo del giovane di un colore poco tollerato era andare in monopattino senza casco. Fonti vicine al poliziotto raccontano di una richiesta di documenti seguita da una risposta concitata, dalla quale sarebbe nata la necessità di «contenerlo».

    Contenere rientra negli eufemismi che permettono alla forza di descriversi senza mostrarsi.

    L’accusato, dunque, è il ragazzo che vediamo a terra. "Resistenza a pubblico ufficiale". Ma anche lui avrebbe presentato a sua volta una denuncia; i termini restano aperti.

    Non c'è, dunque, nessuna favola dell’istante eccezionale, dell’intervento irripetibile degenerato per una fatalità. Lo stesso agente compare in due operazioni ravvicinate, entrambe concluse con uno "straniero" schiacciato sull’asfalto. Una delle due con un morto.

    Ma il morto era nell'aria...

    #LaviniaMarchetti

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  9. Sono consapevole di aprire una discussione rilanciando queste riflessioni di #laviniaMarchetti
    ma ritengo sia utile confrontarsi su questo senza tabù

    "PERCHÉ NON VOTO?

    Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che "il voto è un diritto e un dovere", "meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti", "turiamoci il naso", ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

    Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

    Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la "speranza" che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il "sistema".

    Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:

    "Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente".

    EH, MA LA "DEMOCRAZIA"...

    Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

    La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i "migliori", e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
    Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama "sindrome da stanchezza democratica", l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

    I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL "SISTEMA"; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

    I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
    La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.

    Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

    FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

    Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.

    La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

    OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

    So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

    • La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla "normale". Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

    • La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i "nostri". Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri "sono peggio", quindi ci votano comunque.

    Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

    • La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

    • Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all'autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

    Lavinia Marchetti"

    #democraziadelegata #democrazia #voto #nonvoto #votarevslottare

    @politica

  10. Sono consapevole di aprire una discussione rilanciando queste riflessioni di #laviniaMarchetti
    ma ritengo sia utile confrontarsi su questo senza tabù

    "PERCHÉ NON VOTO?

    Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che "il voto è un diritto e un dovere", "meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti", "turiamoci il naso", ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

    Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

    Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la "speranza" che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il "sistema".

    Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:

    "Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente".

    EH, MA LA "DEMOCRAZIA"...

    Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

    La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i "migliori", e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
    Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama "sindrome da stanchezza democratica", l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

    I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL "SISTEMA"; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

    I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
    La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.

    Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

    FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

    Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.

    La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

    OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

    So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

    • La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla "normale". Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

    • La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i "nostri". Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri "sono peggio", quindi ci votano comunque.

    Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

    • La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

    • Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all'autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

    Lavinia Marchetti"

    #democraziadelegata #democrazia #voto #nonvoto #votarevslottare

    @politica

  11. Sono consapevole di aprire una discussione rilanciando queste riflessioni di #laviniaMarchetti
    ma ritengo sia utile confrontarsi su questo senza tabù

    "PERCHÉ NON VOTO?

    Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che "il voto è un diritto e un dovere", "meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti", "turiamoci il naso", ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

    Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

    Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la "speranza" che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il "sistema".

    Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:

    "Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente".

    EH, MA LA "DEMOCRAZIA"...

    Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

    La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i "migliori", e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
    Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama "sindrome da stanchezza democratica", l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

    I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL "SISTEMA"; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

    I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
    La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.

    Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

    FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

    Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.

    La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

    OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

    So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

    • La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla "normale". Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

    • La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i "nostri". Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri "sono peggio", quindi ci votano comunque.

    Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

    • La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

    • Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all'autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

    Lavinia Marchetti"

    #democraziadelegata #democrazia #voto #nonvoto #votarevslottare

    @politica

  12. Sono consapevole di aprire una discussione rilanciando queste riflessioni di #laviniaMarchetti
    ma ritengo sia utile confrontarsi su questo senza tabù

    "PERCHÉ NON VOTO?

    Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che "il voto è un diritto e un dovere", "meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti", "turiamoci il naso", ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

    Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

    Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la "speranza" che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il "sistema".

    Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:

    "Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente".

    EH, MA LA "DEMOCRAZIA"...

    Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

    La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i "migliori", e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
    Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama "sindrome da stanchezza democratica", l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

    I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL "SISTEMA"; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

    I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
    La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.

    Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

    FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

    Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.

    La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

    OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

    So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

    • La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla "normale". Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

    • La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i "nostri". Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri "sono peggio", quindi ci votano comunque.

    Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

    • La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

    • Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all'autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

    Lavinia Marchetti"

    #democraziadelegata #democrazia #voto #nonvoto #votarevslottare

    @politica

  13. Sono consapevole di aprire una discussione rilanciando queste riflessioni di #laviniaMarchetti
    ma ritengo sia utile confrontarsi su questo senza tabù

    "PERCHÉ NON VOTO?

    Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che "il voto è un diritto e un dovere", "meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti", "turiamoci il naso", ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

    Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

    Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la "speranza" che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il "sistema".

    Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:

    "Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente".

    EH, MA LA "DEMOCRAZIA"...

    Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

    La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i "migliori", e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
    Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama "sindrome da stanchezza democratica", l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

    I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL "SISTEMA"; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

    I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.
    La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.

    Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

    FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

    Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.

    La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

    OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

    So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

    • La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla "normale". Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

    • La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i "nostri". Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri "sono peggio", quindi ci votano comunque.

    Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

    • La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

    • Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all'autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

    Lavinia Marchetti"

    #democraziadelegata #democrazia #voto #nonvoto #votarevslottare

    @politica

  14. Il sermone del genocida
    La paternalistica serenità del soldato delle IDF
    Lavinia Marchetti
    lug 11, 2026

    "Un uomo che demolisce le case di un popolo sotto assedio genocidario non riesce a guardarsi allo specchio e a vedere un criminale. La mente non regge a lungo un’immagine simile di sé. E allora ne fabbrica il rovescio, l’eroe. Più grande è la colpa, più grande deve farsi l’aureola che la copre. Il mezzo milione di eroi che rischiano la vita è esattamente questo, l’antidoto psichico alla verità del martello."

    #laviniamarchetti #soldatoidf #genocidio #israelegenocida
    #palestina

    @politica

    Il sermone del genocida - Lavinia Marchetti laviniamarchetti.substack.com/

  15. RIVEDER LE STELLE

    Eretto nella mia statura, cammino.
    A testa alta cammino.
    In mano un ramo d’ulivo,
    e sulle spalle la mia bara.
    E cammino, e cammino, e cammino.

    Samih al-Qasim, «Eretto cammino» (Muntasib al-qama amshi)

    di #LaviniaMarchetti

    Il 23 giugno un breve video di Al Jazeera ha mostrato Abdullah Shtayyeh, giovane del villaggio di Biddya, a ovest di Salfit, nell’istante in cui cade a terra appena varcato il cancello del carcere. Era in detenzione amministrativa dall’ottobre del 2023, oltre due anni e mezzo senza accusa e senza processo. La detenzione amministrativa è la misura con cui Israele rinnova la prigionia a intervalli di tre o sei mesi, sulla base di prove segrete che neppure l’avvocato del detenuto può vedere. Alla fine del 2025 vi risultavano sottoposti circa tremilatrecento palestinesi, dentro una popolazione carceraria politica di quasi undicimila persone, la più numerosa dai tempi della seconda Intifada.

    Lo si vede prima in piedi, sorretto a fatica sotto le braccia, la barba lunga e lo sguardo che cerca qualcosa che non trova. Poi le gambe lo abbandonano, e il corpo scivola a terra come se qualcuno avesse reciso i fili che lo tenevano dritto. Intorno accorrono delle mani, una donna in rosso gli sostiene il capo, delle voci lo chiamano per nome. È libero da pochi secondi, e la prima cosa che compie da uomo libero è cadere. Su questa caduta bisogna fermarsi, perché custodisce una verità che la letteratura conosce bene, e cioè che il ritorno dagli inferi è più arduo della discesa.

    LA DISCESA

    La discesa agli inferi è uno dei racconti più antichi che possediamo. Ulisse scende a interrogare i morti, Enea attraversa il regno delle ombre. Dante, molti secoli più tardi, ne disegna la mappa più precisa che sia mai stata tracciata, un imbuto di gironi che sprofonda fino al centro della terra. Per generazioni abbiamo letto questi viaggi come allegorie dell’anima. Bisogna ricordare che per molti uomini e molte donne l’inferno non è una figura del linguaggio. È un luogo con un indirizzo e delle sbarre. Il carcere militare in cui Abdullah Shtayyeh ha trascorso più di due anni e mezzo appartiene a questa seconda specie di inferi, quelli che si toccano con le mani.

    L’inferno di Dante ha un fondo, si scende fino a Lucifero e da lì si ricomincia a salire. La detenzione amministrativa toglie perfino questo. Rinuncia a comminare una pena con un termine, e rinnova la prigionia di tre mesi in tre mesi, di sei in sei, sulla base di un fascicolo segreto che il prigioniero non leggerà. L’uomo entra senza sapere di che cosa è accusato, e resta senza sapere quando uscirà. La crudeltà più sottile di questa misura sta nella sottrazione della data. Un condannato conta i giorni che mancano e si aggrappa a quel numero come a una fune. A chi è in detenzione amministrativa la fune viene tolta, e qualunque mattino può essere l’ultimo oppure uno delle mille albe che ancora verranno. Si vive sospesi in un tempo senza fondo, simile a quello che i teologi immaginavano per i dannati.

    COSA TIENE IN PIEDI UN UOMO

    Dentro un luogo simile la prima cosa che si impara è non cadere. Cadere significa consegnarsi, e allora il corpo impara a tenersi dritto anche quando non ne avrebbe più la forza. I palestinesi hanno una parola per questa ostinazione, sumud, la fermezza di chi resta e non si piega. È la stessa postura che canta Samih al-Qasim nei versi posti in apertura, l’uomo che cammina eretto nella sua statura, con il ramo d’ulivo in una mano e la propria bara sulle spalle. La schiena dritta diventa un dovere, è l’ultima cosa che il carcere non riesce a requisire, per mesi, per anni, regge il carico che le viene addossato.

    IL RITORNO E IL CROLLO

    Poi un giorno il cancello si apre, e accade la cosa che nessuno si aspetta. Il corpo, che ha tenuto per tutta la durata della prigionia, cede nell’istante esatto in cui potrebbe finalmente riposare. Lo sapeva bene Primo Levi, che dall’inferno del Novecento era tornato, e che ha speso la vita a raccontare quanto sia difficile il ritorno. Nei suoi libri il sopravvissuto si porta dietro un sogno ricorrente, sogna di essere a casa e scopre che la casa è l’illusione, e che il vero, l’unico vero Reale, è il campo. La salvezza arriva, e con essa arriva il conto. Finché il pericolo dura, l’organismo si nega il lusso di sentire. Quando il pericolo passa, tutto ciò che era stato rimandato si presenta in una volta sola, e l’uomo sviene o cade a terra, sopraffatto. La caduta di Shtayyeh è il contrario della debolezza. È il corpo che si concede, per la prima volta in mille giorni, il diritto di lasciarsi andare.

    La caduta a terra è soltanto il primo conto. Ne resta un altro, più lungo, che si paga negli anni a venire. Primo Levi lo chiamava la vergogna del sopravvissuto, il sospetto irragionevole e tenace di essere tornati al posto di un altro. L’austriaco Jean Améry, che la tortura l’aveva conosciuta sulla propria pelle, scrisse che chi è stato spezzato non riacquista più per intero la fiducia nel mondo. Si torna a casa con un corpo che ha imparato a stare in guardia, che trasalisce a una porta sbattuta e fatica a credere alla mitezza delle cose. Il villaggio riabbraccia il suo prigioniero, e intanto per lui comincia il lavoro silenzioso di tornare a essere un uomo fra gli uomini, un cammino senza telecamere e senza applausi.

    Dante chiude la cantica dell’inferno con un verso che tutti ricordano, e quindi uscimmo a riveder le stelle. Per Shtayyeh, e per quelli come lui, fra l’uscita e le stelle si è messa di mezzo la terra. Prima di rivedere il cielo ha rivisto la polvere di Salfit, da molto vicino, con la guancia premuta contro il suolo. La grande letteratura del ritorno conosce anche questo. Orfeo riemerge dagli inferi e perde ciò che era sceso a riprendere, Lazzaro torna dai morti e nessuno racconta come fu per lui ricominciare a vivere. Tornare somiglia poco a un trionfo immediato. È un secondo passaggio difficile, che comincia con una caduta.

    Quel ragazzo che sviene sulla terra di Salfit vale per molti più di se stesso. È uno degli undicimila, e la sua caduta ripete in piccolo quella di un popolo intero, tenuto in piedi a forza di fermezza e gettato a terra a intervalli regolari.
    La caduta ci testimonia che il carcere amministrativo non è una sospensione del tempo, che quegli anni sono stati reali, e che un uomo è stato piegato e si è tenuto dritto fino all’ultimo minuto disponibile.

    L’uomo dei versi di al-Qasim cammina con la bara sulle spalle e il ramo d’ulivo nel pugno. Shtayyeh, per un istante, ha posato la bara. Qualcuno gli ha tenuto l’ulivo al posto suo, finché non sarà pronto a rialzarsi e a riprenderselo.

    #Israelestatocriminale #AbdullahShtayyeh
    #detenzioneamministrativa

    @news

    Link al video per chi volesse nonostante il social.
    facebook.com/share/r/1BmUrJSXv

  16. RIVEDER LE STELLE

    Eretto nella mia statura, cammino.
    A testa alta cammino.
    In mano un ramo d’ulivo,
    e sulle spalle la mia bara.
    E cammino, e cammino, e cammino.

    Samih al-Qasim, «Eretto cammino» (Muntasib al-qama amshi)

    di #LaviniaMarchetti

    Il 23 giugno un breve video di Al Jazeera ha mostrato Abdullah Shtayyeh, giovane del villaggio di Biddya, a ovest di Salfit, nell’istante in cui cade a terra appena varcato il cancello del carcere. Era in detenzione amministrativa dall’ottobre del 2023, oltre due anni e mezzo senza accusa e senza processo. La detenzione amministrativa è la misura con cui Israele rinnova la prigionia a intervalli di tre o sei mesi, sulla base di prove segrete che neppure l’avvocato del detenuto può vedere. Alla fine del 2025 vi risultavano sottoposti circa tremilatrecento palestinesi, dentro una popolazione carceraria politica di quasi undicimila persone, la più numerosa dai tempi della seconda Intifada.

    Lo si vede prima in piedi, sorretto a fatica sotto le braccia, la barba lunga e lo sguardo che cerca qualcosa che non trova. Poi le gambe lo abbandonano, e il corpo scivola a terra come se qualcuno avesse reciso i fili che lo tenevano dritto. Intorno accorrono delle mani, una donna in rosso gli sostiene il capo, delle voci lo chiamano per nome. È libero da pochi secondi, e la prima cosa che compie da uomo libero è cadere. Su questa caduta bisogna fermarsi, perché custodisce una verità che la letteratura conosce bene, e cioè che il ritorno dagli inferi è più arduo della discesa.

    LA DISCESA

    La discesa agli inferi è uno dei racconti più antichi che possediamo. Ulisse scende a interrogare i morti, Enea attraversa il regno delle ombre. Dante, molti secoli più tardi, ne disegna la mappa più precisa che sia mai stata tracciata, un imbuto di gironi che sprofonda fino al centro della terra. Per generazioni abbiamo letto questi viaggi come allegorie dell’anima. Bisogna ricordare che per molti uomini e molte donne l’inferno non è una figura del linguaggio. È un luogo con un indirizzo e delle sbarre. Il carcere militare in cui Abdullah Shtayyeh ha trascorso più di due anni e mezzo appartiene a questa seconda specie di inferi, quelli che si toccano con le mani.

    L’inferno di Dante ha un fondo, si scende fino a Lucifero e da lì si ricomincia a salire. La detenzione amministrativa toglie perfino questo. Rinuncia a comminare una pena con un termine, e rinnova la prigionia di tre mesi in tre mesi, di sei in sei, sulla base di un fascicolo segreto che il prigioniero non leggerà. L’uomo entra senza sapere di che cosa è accusato, e resta senza sapere quando uscirà. La crudeltà più sottile di questa misura sta nella sottrazione della data. Un condannato conta i giorni che mancano e si aggrappa a quel numero come a una fune. A chi è in detenzione amministrativa la fune viene tolta, e qualunque mattino può essere l’ultimo oppure uno delle mille albe che ancora verranno. Si vive sospesi in un tempo senza fondo, simile a quello che i teologi immaginavano per i dannati.

    COSA TIENE IN PIEDI UN UOMO

    Dentro un luogo simile la prima cosa che si impara è non cadere. Cadere significa consegnarsi, e allora il corpo impara a tenersi dritto anche quando non ne avrebbe più la forza. I palestinesi hanno una parola per questa ostinazione, sumud, la fermezza di chi resta e non si piega. È la stessa postura che canta Samih al-Qasim nei versi posti in apertura, l’uomo che cammina eretto nella sua statura, con il ramo d’ulivo in una mano e la propria bara sulle spalle. La schiena dritta diventa un dovere, è l’ultima cosa che il carcere non riesce a requisire, per mesi, per anni, regge il carico che le viene addossato.

    IL RITORNO E IL CROLLO

    Poi un giorno il cancello si apre, e accade la cosa che nessuno si aspetta. Il corpo, che ha tenuto per tutta la durata della prigionia, cede nell’istante esatto in cui potrebbe finalmente riposare. Lo sapeva bene Primo Levi, che dall’inferno del Novecento era tornato, e che ha speso la vita a raccontare quanto sia difficile il ritorno. Nei suoi libri il sopravvissuto si porta dietro un sogno ricorrente, sogna di essere a casa e scopre che la casa è l’illusione, e che il vero, l’unico vero Reale, è il campo. La salvezza arriva, e con essa arriva il conto. Finché il pericolo dura, l’organismo si nega il lusso di sentire. Quando il pericolo passa, tutto ciò che era stato rimandato si presenta in una volta sola, e l’uomo sviene o cade a terra, sopraffatto. La caduta di Shtayyeh è il contrario della debolezza. È il corpo che si concede, per la prima volta in mille giorni, il diritto di lasciarsi andare.

    La caduta a terra è soltanto il primo conto. Ne resta un altro, più lungo, che si paga negli anni a venire. Primo Levi lo chiamava la vergogna del sopravvissuto, il sospetto irragionevole e tenace di essere tornati al posto di un altro. L’austriaco Jean Améry, che la tortura l’aveva conosciuta sulla propria pelle, scrisse che chi è stato spezzato non riacquista più per intero la fiducia nel mondo. Si torna a casa con un corpo che ha imparato a stare in guardia, che trasalisce a una porta sbattuta e fatica a credere alla mitezza delle cose. Il villaggio riabbraccia il suo prigioniero, e intanto per lui comincia il lavoro silenzioso di tornare a essere un uomo fra gli uomini, un cammino senza telecamere e senza applausi.

    Dante chiude la cantica dell’inferno con un verso che tutti ricordano, e quindi uscimmo a riveder le stelle. Per Shtayyeh, e per quelli come lui, fra l’uscita e le stelle si è messa di mezzo la terra. Prima di rivedere il cielo ha rivisto la polvere di Salfit, da molto vicino, con la guancia premuta contro il suolo. La grande letteratura del ritorno conosce anche questo. Orfeo riemerge dagli inferi e perde ciò che era sceso a riprendere, Lazzaro torna dai morti e nessuno racconta come fu per lui ricominciare a vivere. Tornare somiglia poco a un trionfo immediato. È un secondo passaggio difficile, che comincia con una caduta.

    Quel ragazzo che sviene sulla terra di Salfit vale per molti più di se stesso. È uno degli undicimila, e la sua caduta ripete in piccolo quella di un popolo intero, tenuto in piedi a forza di fermezza e gettato a terra a intervalli regolari.
    La caduta ci testimonia che il carcere amministrativo non è una sospensione del tempo, che quegli anni sono stati reali, e che un uomo è stato piegato e si è tenuto dritto fino all’ultimo minuto disponibile.

    L’uomo dei versi di al-Qasim cammina con la bara sulle spalle e il ramo d’ulivo nel pugno. Shtayyeh, per un istante, ha posato la bara. Qualcuno gli ha tenuto l’ulivo al posto suo, finché non sarà pronto a rialzarsi e a riprenderselo.

    #Israelestatocriminale #AbdullahShtayyeh
    #detenzioneamministrativa

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  17. SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA
    Lavinia Marchetti

    «E non parliamo nemmeno del pianto degli orfani
    che si leva fino al trono di Dio
    e ben oltre,
    creando un cerchio senza fine e senza Dio»

    [Yehuda Amichai, Il diametro della bomba]

    Un bambino di Gaza sale una montagna di rifiuti. La scala come si scala una vetta, con le mani e con i piedi, mentre la cima fuma e cede sotto il suo passo. Il video dura quattordici secondi. In quei secondi ritorna un mito antico. Sisifo spingeva il suo masso verso l’alto e lo vedeva ricadere, condannato dagli dèi a una fatica senza termine. Camus ci chiese di immaginarlo felice, perché nella lucidità della pena trovava una libertà, in fondo Sisifo aveva incatenato Thanatos, la morte. Davanti a questo bambino la formula si spezza. La sua montagna ha un’origine umana, è fatta con le macerie di una città distrutta dagli uomini, e lui la scala per fame, cercando tra i rifiuti quello che resta del giorno, lui non incatena la morte, è costretto ad andargli incontro. L’insensatezza che gli adulti chiamano guerra ha costruito quel pendio, e a portarne la fatica resta un bambino che non ha scelto il masso. Sisifo almeno era stato giudicato dagli dei. Lui no, è solo nato nel luogo sbagliato.
    #gazagenocide #israeleStatoTerrorista
    #laviniaMarchetti

    @politica
    facebook.com/share/r/18uYMZMm3

  18. SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA
    Lavinia Marchetti

    «E non parliamo nemmeno del pianto degli orfani
    che si leva fino al trono di Dio
    e ben oltre,
    creando un cerchio senza fine e senza Dio»

    [Yehuda Amichai, Il diametro della bomba]

    Un bambino di Gaza sale una montagna di rifiuti. La scala come si scala una vetta, con le mani e con i piedi, mentre la cima fuma e cede sotto il suo passo. Il video dura quattordici secondi. In quei secondi ritorna un mito antico. Sisifo spingeva il suo masso verso l’alto e lo vedeva ricadere, condannato dagli dèi a una fatica senza termine. Camus ci chiese di immaginarlo felice, perché nella lucidità della pena trovava una libertà, in fondo Sisifo aveva incatenato Thanatos, la morte. Davanti a questo bambino la formula si spezza. La sua montagna ha un’origine umana, è fatta con le macerie di una città distrutta dagli uomini, e lui la scala per fame, cercando tra i rifiuti quello che resta del giorno, lui non incatena la morte, è costretto ad andargli incontro. L’insensatezza che gli adulti chiamano guerra ha costruito quel pendio, e a portarne la fatica resta un bambino che non ha scelto il masso. Sisifo almeno era stato giudicato dagli dei. Lui no, è solo nato nel luogo sbagliato.
    #gazagenocide #israeleStatoTerrorista
    #laviniaMarchetti

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  19. SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA
    Lavinia Marchetti

    «E non parliamo nemmeno del pianto degli orfani
    che si leva fino al trono di Dio
    e ben oltre,
    creando un cerchio senza fine e senza Dio»

    [Yehuda Amichai, Il diametro della bomba]

    Un bambino di Gaza sale una montagna di rifiuti. La scala come si scala una vetta, con le mani e con i piedi, mentre la cima fuma e cede sotto il suo passo. Il video dura quattordici secondi. In quei secondi ritorna un mito antico. Sisifo spingeva il suo masso verso l’alto e lo vedeva ricadere, condannato dagli dèi a una fatica senza termine. Camus ci chiese di immaginarlo felice, perché nella lucidità della pena trovava una libertà, in fondo Sisifo aveva incatenato Thanatos, la morte. Davanti a questo bambino la formula si spezza. La sua montagna ha un’origine umana, è fatta con le macerie di una città distrutta dagli uomini, e lui la scala per fame, cercando tra i rifiuti quello che resta del giorno, lui non incatena la morte, è costretto ad andargli incontro. L’insensatezza che gli adulti chiamano guerra ha costruito quel pendio, e a portarne la fatica resta un bambino che non ha scelto il masso. Sisifo almeno era stato giudicato dagli dei. Lui no, è solo nato nel luogo sbagliato.
    #gazagenocide #israeleStatoTerrorista
    #laviniaMarchetti

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  20. AFORISMI PER L’INSUCCESSO.

    di Lavinia Marchetti

    Quando mi ritrovo invischiata in riunioni inutili, in mezzo al cuore pulsante del "capitalismo", in genere, dopo i primi 10 minuti, inizio a pensare come Adorno e a vedere il mondo con il suo filtro e mentre faccio finta di scrivere appunti, scrivo aforismi.

    L’INFAMIA DELLA SCALA SOLITARIA
    La meritocrazia è l'alibi supremo della plutocrazia, una maschera razionale posta sul volto grottesco di un'oligarchia che non accetta più di essere chiamata col suo nome. Il simbolo del nostro tempo non è più la croce, ma la scala: un dispositivo perverso progettato per essere scalato in solitudine, dove ogni gradino conquistato richiede di calpestare la mano di chi sta sotto. Raymond Williams l'aveva intuito: la scala "addolcisce il veleno della gerarchia" offrendo l'illusione di un'ascesa individuale che però distrugge alla radice ogni possibilità di solidarietà collettiva. Si sale da soli, si perisce insieme, ma con la soddisfazione narcisistica di aver "meritato" la propria asfissia in cima.

    IL PARADOSSO DEL PERDENTE "GIUSTO"
    Nella distopia di Michael Young, il vero orrore non è il successo dei pochi, ma la condanna morale dei molti. Se un tempo l'oppresso poteva maledire la sfortuna o l'ingiustizia divina, oggi il "fallito" è costretto a guardarsi allo specchio e ammettere che la sua miseria è il risultato esatto delle sue mancanze. La meritocrazia toglie al diseredato l'ultimo lusso: l'indignazione. È un sistema che non si limita a sfruttare il corpo, ma mutila l'anima, convincendo chi sta in basso che il gradino di polvere che occupa è l'unico che abbia davvero "meritato".

    L’ESTETICA DEL "SUCCESSO DISPERATO"
    Si guardi alla figura della mumpreneur, questo mostro di efficienza che trasforma il tavolo della cucina in un ufficio mentre il tempo le scivola tra le dita. È l'incarnazione di quello che potremmo chiamare "successo disperato": una strategia di sopravvivenza venduta come liberazione femminista . La meritocrazia neoliberale ci incita a diventare "imprenditori di noi stessi", internalizzando lo sfruttamento fino a quando non c'è più distinzione tra la vita che viviamo e il marchio che dobbiamo vendere per non affogare.

    IL NICHILISMO DELLA PRESTAZIONE
    Viviamo sotto il giogo di un "estremismo meritocratico" che esige che ogni istante della nostra esistenza sia giustificato da un risultato. Nietzsche avrebbe riso di questa morale da schiavi travestita da volontà di potenza. Non è la forza che cerchiamo, ma il riconoscimento da parte di un sistema di valutazione che abbiamo noi stessi eretto a nostro patibolo. Se l'esistenza non ha scopo, la meritocrazia è il tentativo più patetico di dare un ordine gerarchico al vuoto, classificando le ombre in base alla loro capacità di brillare sotto una luce artificiale.

    LA CORRUZIONE DELLA SPERANZA
    C'è un veleno speciale in quella che Jo Littler chiama "la trazione culturale della speranza meritocratica". È la speranza che ci tiene incatenati alla ruota, la convinzione che se solo lavorassimo un po' più duramente, se solo fossimo un po' più brillanti, potremmo evadere dalla nostra condizione. Ma la scala è truccata, i pioli mancano proprio dove la salita si fa più ripida. Questa speranza è l’esatto contrario di un motore, è un sedativo che impedisce di vedere che il problema non è la nostra incapacità di salire, ma la scala stessa.

    IL "VIBE" DI CLASSE NEL COLLOQUIO
    Si parla di "soft skills" e "personalità", ma nel confessionale del colloquio di lavoro ciò che si cerca è l'eco del proprio privilegio. Bourdieu ci ha insegnato che il "merito" è spesso solo il nome che diamo a un habitus compatibile. Il candidato che muove le mani con la giusta noncuranza o che cita l'hobby "giusto" non è più bravo, è solo più simile a chi deve sceglierlo. La meritocrazia è l’arte di premiare chi ha avuto i genitori giusti per insegnargli a sembrare uno che non ha avuto bisogno di genitori. È un gioco di specchi dove l'élite riconosce se stessa e si autoproclama "eccellenza".

    LA PALESTRA COME CANTIERE DEL CAPITALE
    Persino il corpo è diventato un curriculum vitae. Lo sforzo in palestra non è più dionisiaco, ma una forma di contabilità biologica. Un corpo tonico è il segnale visibile di una "volontà di ferro" che può essere venduta sul mercato. Se non riesci a scolpire i tuoi addominali, come potrai gestire un team? La tirannia del merito ha trasformato il grasso in un fallimento ontologico e il muscolo in un investimento azionario. È la riduzione dell'uomo a materiale da costruzione, costantemente monitorato da orologi intelligenti che contano i passi verso il nulla.

    LA "MUMPRENEUR" E LA COLONIZZAZIONE DELL'AFFETTO
    Si osservi la madre che trasforma il gioco del figlio in un contenuto per i social, sperando di monetizzare la propria maternità. È l'estremismo meritocratico che invade il santuario dell'inutile. Anche l'amore materno deve diventare "meritorio", produttivo, visibile. Non sei solo una madre, troppo “semplice”, devi essere un'imprenditrice della tua cura. È l'abolizione del tempo gratuito. Se un momento non produce "valore" o "merito", esso semplicemente non esiste.

    LA "RESILIENZA" COME VIRTÙ DEL BASTONATO
    La parola d'ordine del merito moderno è "resilienza". Non è la forza di chi combatte, ma la capacità di chi incassa senza lamentarsi. Ti chiedono di essere resiliente davanti a ritmi disumani e stipendi da fame perché, se crolli, la colpa è della tua psiche, non del sistema. Il merito ha privatizzato la sofferenza, se sei stressato, devi fare meditazione, non scendere in piazza. È la morale degli schiavi elevata a psicologia positiva. Nietzsche avrebbe visto in questa "resilienza" il trionfo del risentimento mascherato da equilibrio interiore.

    IL TEMPO LIBERO COME "MANUTENZIONE"
    Persino le vacanze sono diventate un compito meritocratico. Bisogna andare nei posti giusti, fare le foto giuste, dimostrare che si sa "vivere bene". Il tempo libero non è più otium, ma manutenzione del capitale umano. Si va in vacanza per "ricaricare le pile" in vista della prossima stagione di produzione. Chi sta sdraiato a guardare il soffitto senza produrre nulla, né ricordi, né post, né relax misurabile, è visto come un criminale. La meritocrazia ha ucciso la noia, che era l'unica porta rimasta aperta verso la verità del nulla.

    #meritocrazia #mumpreneur
    #laviniaMarchetti

    @societa
    @attualita

  21. AFORISMI PER L’INSUCCESSO.

    di Lavinia Marchetti

    Quando mi ritrovo invischiata in riunioni inutili, in mezzo al cuore pulsante del "capitalismo", in genere, dopo i primi 10 minuti, inizio a pensare come Adorno e a vedere il mondo con il suo filtro e mentre faccio finta di scrivere appunti, scrivo aforismi.

    L’INFAMIA DELLA SCALA SOLITARIA
    La meritocrazia è l'alibi supremo della plutocrazia, una maschera razionale posta sul volto grottesco di un'oligarchia che non accetta più di essere chiamata col suo nome. Il simbolo del nostro tempo non è più la croce, ma la scala: un dispositivo perverso progettato per essere scalato in solitudine, dove ogni gradino conquistato richiede di calpestare la mano di chi sta sotto. Raymond Williams l'aveva intuito: la scala "addolcisce il veleno della gerarchia" offrendo l'illusione di un'ascesa individuale che però distrugge alla radice ogni possibilità di solidarietà collettiva. Si sale da soli, si perisce insieme, ma con la soddisfazione narcisistica di aver "meritato" la propria asfissia in cima.

    IL PARADOSSO DEL PERDENTE "GIUSTO"
    Nella distopia di Michael Young, il vero orrore non è il successo dei pochi, ma la condanna morale dei molti. Se un tempo l'oppresso poteva maledire la sfortuna o l'ingiustizia divina, oggi il "fallito" è costretto a guardarsi allo specchio e ammettere che la sua miseria è il risultato esatto delle sue mancanze. La meritocrazia toglie al diseredato l'ultimo lusso: l'indignazione. È un sistema che non si limita a sfruttare il corpo, ma mutila l'anima, convincendo chi sta in basso che il gradino di polvere che occupa è l'unico che abbia davvero "meritato".

    L’ESTETICA DEL "SUCCESSO DISPERATO"
    Si guardi alla figura della mumpreneur, questo mostro di efficienza che trasforma il tavolo della cucina in un ufficio mentre il tempo le scivola tra le dita. È l'incarnazione di quello che potremmo chiamare "successo disperato": una strategia di sopravvivenza venduta come liberazione femminista . La meritocrazia neoliberale ci incita a diventare "imprenditori di noi stessi", internalizzando lo sfruttamento fino a quando non c'è più distinzione tra la vita che viviamo e il marchio che dobbiamo vendere per non affogare.

    IL NICHILISMO DELLA PRESTAZIONE
    Viviamo sotto il giogo di un "estremismo meritocratico" che esige che ogni istante della nostra esistenza sia giustificato da un risultato. Nietzsche avrebbe riso di questa morale da schiavi travestita da volontà di potenza. Non è la forza che cerchiamo, ma il riconoscimento da parte di un sistema di valutazione che abbiamo noi stessi eretto a nostro patibolo. Se l'esistenza non ha scopo, la meritocrazia è il tentativo più patetico di dare un ordine gerarchico al vuoto, classificando le ombre in base alla loro capacità di brillare sotto una luce artificiale.

    LA CORRUZIONE DELLA SPERANZA
    C'è un veleno speciale in quella che Jo Littler chiama "la trazione culturale della speranza meritocratica". È la speranza che ci tiene incatenati alla ruota, la convinzione che se solo lavorassimo un po' più duramente, se solo fossimo un po' più brillanti, potremmo evadere dalla nostra condizione. Ma la scala è truccata, i pioli mancano proprio dove la salita si fa più ripida. Questa speranza è l’esatto contrario di un motore, è un sedativo che impedisce di vedere che il problema non è la nostra incapacità di salire, ma la scala stessa.

    IL "VIBE" DI CLASSE NEL COLLOQUIO
    Si parla di "soft skills" e "personalità", ma nel confessionale del colloquio di lavoro ciò che si cerca è l'eco del proprio privilegio. Bourdieu ci ha insegnato che il "merito" è spesso solo il nome che diamo a un habitus compatibile. Il candidato che muove le mani con la giusta noncuranza o che cita l'hobby "giusto" non è più bravo, è solo più simile a chi deve sceglierlo. La meritocrazia è l’arte di premiare chi ha avuto i genitori giusti per insegnargli a sembrare uno che non ha avuto bisogno di genitori. È un gioco di specchi dove l'élite riconosce se stessa e si autoproclama "eccellenza".

    LA PALESTRA COME CANTIERE DEL CAPITALE
    Persino il corpo è diventato un curriculum vitae. Lo sforzo in palestra non è più dionisiaco, ma una forma di contabilità biologica. Un corpo tonico è il segnale visibile di una "volontà di ferro" che può essere venduta sul mercato. Se non riesci a scolpire i tuoi addominali, come potrai gestire un team? La tirannia del merito ha trasformato il grasso in un fallimento ontologico e il muscolo in un investimento azionario. È la riduzione dell'uomo a materiale da costruzione, costantemente monitorato da orologi intelligenti che contano i passi verso il nulla.

    LA "MUMPRENEUR" E LA COLONIZZAZIONE DELL'AFFETTO
    Si osservi la madre che trasforma il gioco del figlio in un contenuto per i social, sperando di monetizzare la propria maternità. È l'estremismo meritocratico che invade il santuario dell'inutile. Anche l'amore materno deve diventare "meritorio", produttivo, visibile. Non sei solo una madre, troppo “semplice”, devi essere un'imprenditrice della tua cura. È l'abolizione del tempo gratuito. Se un momento non produce "valore" o "merito", esso semplicemente non esiste.

    LA "RESILIENZA" COME VIRTÙ DEL BASTONATO
    La parola d'ordine del merito moderno è "resilienza". Non è la forza di chi combatte, ma la capacità di chi incassa senza lamentarsi. Ti chiedono di essere resiliente davanti a ritmi disumani e stipendi da fame perché, se crolli, la colpa è della tua psiche, non del sistema. Il merito ha privatizzato la sofferenza, se sei stressato, devi fare meditazione, non scendere in piazza. È la morale degli schiavi elevata a psicologia positiva. Nietzsche avrebbe visto in questa "resilienza" il trionfo del risentimento mascherato da equilibrio interiore.

    IL TEMPO LIBERO COME "MANUTENZIONE"
    Persino le vacanze sono diventate un compito meritocratico. Bisogna andare nei posti giusti, fare le foto giuste, dimostrare che si sa "vivere bene". Il tempo libero non è più otium, ma manutenzione del capitale umano. Si va in vacanza per "ricaricare le pile" in vista della prossima stagione di produzione. Chi sta sdraiato a guardare il soffitto senza produrre nulla, né ricordi, né post, né relax misurabile, è visto come un criminale. La meritocrazia ha ucciso la noia, che era l'unica porta rimasta aperta verso la verità del nulla.

    #meritocrazia #mumpreneur
    #laviniaMarchetti

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  22. COME UNA SVASTICA.
    QUANTO COSTA LAVARE VIA IL SANGUE PALESTINESE?

    di Lavinia Marchetti

    Israele ha stanziato quasi 730 milioni di dollari per rifarsi il trucco. La cifra andrebbe letta lentamente, come si legge un referto di un'autopsia. Settecentotrenta milioni per la hasbara, la vecchia arte statale di chiamare spiegazione ciò che somiglia sempre di più a lavaggio industriale della colpa. Settecentotrenta milioni per prendere le rovine di Gaza, le fosse comuni, gli arti amputati, i neonati morti di fame, i medici torturati, i giornalisti uccisi, e trasformarli in un problema di percezione. Per mandare anche sciami di bot sotto i nostri post che denunciano i crimini chamandoci per questo antisemiti.

    Per Tel Aviv il disastro ormai si trova nell’immagine, mica nel genocidio. Nel danno reputazionale, non nelle pile di cadaveri di bambini, donne, anziani. Ma anche e soprattutto nella perdita di consenso presso gli studenti americani.

    Bisogna capirli, Il bambino palestinese ridotto a polvere diventa una difficoltà comunicativa. La madre che stringe un sacco bianco, la pietà di Gaza, diventa cattiva pubblicità.

    A questo serve il denaro. A comprare distanza tra l’occhio e la l'elaborazione di ciò che vediamo.

    La cifra dice più della propaganda stessa. Se servono 730 milioni per convincere il mondo che stai agendo civilmente, forse il mondo ha già capito. Se devi pagare influencer, agenzie, campagne digitali, consulenti, esperti di reputazione, tecnici dell’opacità e sacerdoti del danno d’immagine, allora forse, dico forse eh, la menzogna ha perso la sua antica agilità.

    La hasbara, in fondo, nasce da una presunzione coloniale antichissima. Il palestinese può morire, purché la sua morte venga raccontata da altri. Può essere affamato, bombardato, incarcerato, spogliato del nome, purché la frase finale resti nelle mani del carnefice. Israele investe centinaia di milioni proprio per questo. Vuole amministrare il dopo. Vuole decidere il lessico del cadavere.

    Per anni ha funzionato. Per i media funziona ancora, anche se dopo centinaia di migliaia di morti, 7 fronti aperti di guerra e mai chiusi, una crisi energetica globale, qualcosa scricchiola. Ma ci provano ancora i media. Sono pagati per farlo. “Autodifesa”. “Danni collaterali”. “Scudi umani”. “Guerra complessa”. “Unica democrazia”. “Errore tragico”, "esercito più morale del mondo". Il repertorio era lì, pronto, servile, già impacchettato per editorialisti con la schiena morbida e memoria corta. Poi Gaza dopo 3 anni ha rotto un po' il giochetto. Le immagini sono arrivate prima dei comunicati. I padri hanno riconosciuto i figli dai vestiti. Le donne hanno scavato con le mani. I medici hanno operato senza anestesia. I sopravvissuti hanno filmato la propria fine con una lucidità insopportabile.

    A quel punto Israele ha scoperto che la realtà costa cara. Molto più cara della menzogna ordinaria.

    Quasi 730 milioni per risalire dal sangue alla brochure. Per trasformare una questione di diritto internazionale in storytelling governativo. Per sostituire la domanda politica con l’estetica della reputazione. Per convincere il pubblico occidentale che l’orrore, adeguatamente editato, può ancora diventare “contesto”.

    E invece qualcosa si è incrinato.

    Negli Stati Uniti, che per decenni hanno fornito a Israele copertura diplomatica, armamenti e indulgenza morale, la simpatia automatica si è consumata. I sondaggi registrano ciò che le piazze avevano già detto. Una parte crescente dell’opinione pubblica guarda Israele senza il velo sacrale che lo proteggeva. Vede uno Stato armato fino ai denti, vedono anche loro, miracolo, uno stato terrorista (come il proprio del resto)

    Ed è proprio questo che spaventa.

    La hasbara del 2026 sarà dunque una gigantesca operazione contro la vista. Un tentativo di mettere cataratte artificiali all’Occidente. Una fabbrica di nebbia pagata con denaro pubblico. Una guerra supplementare, condotta dopo le bombe, dentro le redazioni, sugli schermi, nei motori di ricerca, nei campus, negli algoritmi, nelle bocche di chi ripeterà formule preparate altrove credendo di pensare.

    Il problema, per Israele, è che il sangue ha una pessima qualità per i pubblicitari, tende a macchiare e si lava malissimo.

    Certo puoi comprare pagine, contratti, inserzioni, dossier, campagne coordinate. Ma l'abominio, la violenza quotidiana restano. E quella bandierina con la stella di David simboleggerà morte, terrore, per tanti tanti anni, come una svastica.

    #IsraeleStatoTerrorista #730milioni #hasbara
    #laviniaMarchetti
    @attualita

  23. L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
    COME MAI?

    di Lavinia Marchetti

    Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

    Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
    Perché?
    La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

    E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.

    I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
    Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.

    Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.

    Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.

    Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
    Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.

    Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
    Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.

    #trumpWar #laviniaMarchetti
    @attualita

  24. L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
    COME MAI?

    di Lavinia Marchetti

    Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

    Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
    Perché?
    La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

    E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.

    I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
    Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.

    Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.

    Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.

    Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
    Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.

    Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
    Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.

    #trumpWar #laviniaMarchetti
    @attualita

  25. L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
    COME MAI?

    di Lavinia Marchetti

    Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

    Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
    Perché?
    La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

    E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.

    I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
    Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.

    Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.

    Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.

    Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
    Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.

    Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
    Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.

    #trumpWar #laviniaMarchetti
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  26. L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
    COME MAI?

    di Lavinia Marchetti

    Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

    Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
    Perché?
    La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

    E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.

    I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
    Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.

    Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.

    Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.

    Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
    Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.

    Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
    Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.

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    @attualita

  27. L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
    COME MAI?

    di Lavinia Marchetti

    Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.

    Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
    Perché?
    La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.

    E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.

    I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
    Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.

    Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.

    Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.

    Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
    Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.

    Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
    Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe.

    #trumpWar #laviniaMarchetti
    @attualita

  28. #DanielaRanieri
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    ...
    Quante brave giornaliste geopolitiche italiane sono emerse o stanno emergendo in questi ultimi anni!

    #Limes, #IlFattoQuotidiano, #Domani, #IlManifesto (e siti online che ancora conosco male) stanno dando voce a una generazione di donne riflessive e con una visione.
    Anche #AlessandroOrsini mi piace ma è decisamente meno simpatico e un po' troppo spocchioso.

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    PIÙ FREQUENTI

    Invasione = Attraversamento dei confini
    Invasione/Aggressione = Guerra preventiva
    Colpo diretto = Impatto di detriti
    Attacco = Autodifesa
    Esercito nemico = Militanti/terroristi
    Sterminio = Deterrenza necessaria
    Pulizia etnica = Ricollocamento umanitario
    Fame = Insicurezza alimentare
    Infanticidio = Neutralizzazione di minacce latenti
    Apartheid = Regime di sicurezza
    Tortura = Pressione fisica moderata
    Occupazione = Amministrazione di territori contesi
    Massacro = Incidente operativo
    Deportazione = Remigrazione
    Prigionieri = Detenuti amministrativi
    Bombardamento = Bonifica di infrastrutture ostili
    Assedio = Chiusura amministrativa
    Muro = Barriera di sicurezza
    Furto di terre = Reclamazione demaniale
    Espulsione = Ordine di evacuazione
    Cecchini = Forze di contenimento
    Distruzione di ospedali = Smantellamento di centri di comando
    Ghetto = Area ad alta densità demografica
    Strage per il pane = Incidente durante la distribuzione
    Cancellazione di intere famiglie = Danni collaterali
    Punizione collettiva = Misure preventive
    Coloni armati = Residenti civili
    Distruzione di uliveti = Esigenza tattica
    Campo di concentramento = Centro di detenzione temporanea
    Uccisione di giornalisti = Incidente in zona operativa
    Genocidio = Diritto alla difesa
    Omicidio = Neutralizzazione
    Assalto dei coloni = Attrito
    Distruzione di scuole = Smantellamento di basi operative
    Fossa comune = Sito di sepoltura temporanea
    Cancellazione di case = Rimozione di strutture abusive
    Fucilazione di civili = Contenimento di minacce attive
    Blocco dei beni vitali = Controllo delle forniture strategiche
    Distruzione di università = Eliminazione di centri di incitamento
    Sterminio di neonati = Conseguenza della densità abitativa
    Resistenza armata = Attività terroristica non provocata
    Perquisizioni brutali = Controlli preventivi
    Rapimento di civili = Fermo per accertamenti
    Furto d'acqua = Ottimizzazione delle risorse regionali
    Prigionia di bambini = Detenzione di minori coinvolti in attività ostili
    Cancellazione della storia = Restauro dell'identità originaria
    Esecuzione sommaria = Neutralizzazione sul campo
    Crimine di guerra = Errore tattico isolato
    Diritto al ritorno = Minaccia all'integrità dello Stato
    Diritto internazionale = Insieme di norme prive di validità nel contesto
    Zonizzazione etnica = Pianificazione urbanistica per la sicurezza
    Massacro chirurgico = Risposta mirata ad alta precisione
    Politicidio = Stabilizzazione democratica dell'area

    MENO FREQUENTI

    Domocidio = Riqualificazione delle aree abitative ostili
    Scolasticidio = Neutralizzazione di centri di radicalizzazione
    Ecocidio = Bonifica delle aree di confine
    Memoricidio = Unificazione del racconto storico
    Distruzione di cimiteri = Operazioni di accertamento e recupero
    Blackout delle comunicazioni = Misure di protezione del segnale
    Arresti di medici = Fermo per verifiche sulla neutralità del personale
    Sequestro di cadaveri = Procedure forensi per fini legali
    Privazione del carburante = Contrasto alle capacità logistiche nemiche
    Uso di fosforo bianco = Impiego di agenti oscuranti per la protezione delle truppe
    Saccheggio di biblioteche = Recupero di reperti per la conservazione
    Blocco di ambulanze = Accertamenti logistici prioritari
    Cecchini contro civili in fuga = Risposta a profili di minaccia asimmetrica
    Propaganda di Stato = Comunicazione strategica per la verità dei fatti
    Impedimento di sepoltura = Procedure di gestione sanitaria d'emergenza
    Distruzione di sistemi idrici = Bonifica di condotti sotterranei sospetti
    Piani di annessione = Espansione dei piani regolatori nazionali
    Cancellazione di toponimi = Ripristino della denominazione geografica ancestrale
    Deportazione forzata = Trasferimento precauzionale di massa
    Tortura dei prigionieri = Tecniche di pressione per la raccolta di informazioni
    Bombardamento di panifici = Neutralizzazione di punti di approvvigionamento
    Uccisione di intellettuali = Eliminazione di figure di incitamento
    Riconoscimento facciale = Monitoraggio tecnologico dei flussi civili
    Spoliazione di case private = Requisizione di beni in zona di combattimento
    Uso di droni d'attacco = Monitoraggio aereo di precisione
    Blocco frontiere per feriti = Controllo dei valichi per la sicurezza nazionale
    Espropriazione di campi agricoli = Destinazione ad uso militare esclusivo
    Scudi umani impiegati dall'esercito = Posizionamento tattico precauzionale
    Distruzione di musei = Smantellamento di strutture di propaganda identitaria
    Controllo delle nascite forzato = Politiche di gestione demografica sostenibile

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    Propaganda di Stato = Comunicazione strategica per la verità dei fatti
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    Fucilazione di civili = Contenimento di minacce attive
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    Distruzione di università = Eliminazione di centri di incitamento
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    Perquisizioni brutali = Controlli preventivi
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    #dalgergomilitareallalinguaitaliana

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    @giornalismo

  41. INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA

    Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
    Un passaggio da Pagina 22:
    "L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
    Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)

    IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"

    Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
    Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
    "L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
    Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.

    Fine
    #laviniaMarchetti
    #nuovoRapportoAlbanese #FrancescaAlbanese #gazagenocide

  42. INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA

    Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
    Un passaggio da Pagina 22:
    "L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
    Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)

    IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"

    Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
    Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
    "L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
    Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.

    Fine
    #laviniaMarchetti
    #nuovoRapportoAlbanese #FrancescaAlbanese #gazagenocide

  43. INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA

    Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
    Un passaggio da Pagina 22:
    "L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
    Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)

    IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"

    Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
    Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
    "L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
    Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.

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  44. INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA

    Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
    Un passaggio da Pagina 22:
    "L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
    Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)

    IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"

    Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
    Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
    "L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
    Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.

    Fine
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  45. INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA

    Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
    Un passaggio da Pagina 22:
    "L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
    Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)

    IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"

    Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
    Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
    "L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
    Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.

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  46. LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE

    di Lavinia Marchetti

    Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

    I FATTI

    La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.

    L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.

    #LaviniaMarchetti

    #israeletorturatore #torture #gaza #cisgiordania #pedomachia #psicologiadelterrore #nazistizzazione

    @politica
    @psicologia

  47. LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE

    di Lavinia Marchetti

    Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

    I FATTI

    La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.

    L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.

    #LaviniaMarchetti

    #israeletorturatore #torture #gaza #cisgiordania #pedomachia #psicologiadelterrore #nazistizzazione

    @politica
    @psicologia

  48. LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE

    di Lavinia Marchetti

    Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

    I FATTI

    La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.

    L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.

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    #israeletorturatore #torture #gaza #cisgiordania #pedomachia #psicologiadelterrore #nazistizzazione

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  49. LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE

    di Lavinia Marchetti

    Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

    I FATTI

    La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.

    L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.

    #LaviniaMarchetti

    #israeletorturatore #torture #gaza #cisgiordania #pedomachia #psicologiadelterrore #nazistizzazione

    @politica
    @psicologia

  50. LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE

    di Lavinia Marchetti

    Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.

    I FATTI

    La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.

    L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.

    #LaviniaMarchetti

    #israeletorturatore #torture #gaza #cisgiordania #pedomachia #psicologiadelterrore #nazistizzazione

    @politica
    @psicologia

  51. Bella analisi di #LaviniaMarchetti sulla inutilità di stare qui sui social a ingrandire le nostre bolle invece di agire nel mondo reale.
    Siamo in mandria all' interno del sistema che prevede e ingloba senza problemi i nostri milioni di firme online facendoci sentire soddisfatti della nostra presunta "diversità" e superiore statura morale.
    Se non siamo disposti a spendere i nostri soldi e i nostri corpi nella vera lotta meglio tacere.

    laviniamarchetti.substack.com/

  52. Bella analisi di #LaviniaMarchetti sulla inutilità di stare qui sui social a ingrandire le nostre bolle invece di agire nel mondo reale.
    Siamo in mandria all' interno del sistema che prevede e ingloba senza problemi i nostri milioni di firme online facendoci sentire soddisfatti della nostra presunta "diversità" e superiore statura morale.
    Se non siamo disposti a spendere i nostri soldi e i nostri corpi nella vera lotta meglio tacere.

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  53. Bella analisi di #LaviniaMarchetti sulla inutilità di stare qui sui social a ingrandire le nostre bolle invece di agire nel mondo reale.
    Siamo in mandria all' interno del sistema che prevede e ingloba senza problemi i nostri milioni di firme online facendoci sentire soddisfatti della nostra presunta "diversità" e superiore statura morale.
    Se non siamo disposti a spendere i nostri soldi e i nostri corpi nella vera lotta meglio tacere.

    laviniamarchetti.substack.com/

  54. Bella analisi di #LaviniaMarchetti sulla inutilità di stare qui sui social a ingrandire le nostre bolle invece di agire nel mondo reale.
    Siamo in mandria all' interno del sistema che prevede e ingloba senza problemi i nostri milioni di firme online facendoci sentire soddisfatti della nostra presunta "diversità" e superiore statura morale.
    Se non siamo disposti a spendere i nostri soldi e i nostri corpi nella vera lotta meglio tacere.

    laviniamarchetti.substack.com/

  55. LA REPRESSIONE "OLISTICA" di NOEMI DI SEGNI (Presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane) (Sic.).

    di Lavinia Marchetti

    Il problema non è cosa pensi Noemi Di Segni, ma ciò che rappresenta quando va a parlare nelle nostre istituzioni (dato che quelle istituzioni poi, ahinoi, legiferano su di noi...): il sionismo.

    In Commissione Affari costituzionali, l’urgenza e l'indifferibilità vengono presentate prima come leva politica e poi buttate in faccia a tutti come cornice morale per legiferare contro le manifestazioni a favore della Palestina. Io, al momento, in Italia, non ho visto nessuna notte dei cristalli, anzi... Ma Di Segni lo dice con una verve da emergenza umanitaria, e mi piacerebbe usasse tale verve per Gaza, ma tant'è... : «Riteniamo indifferibile e urgente l’esame di misure, anche legislative, che possano essere responsabilmente intraprese a livello parlamentare, in integrazione con le politiche attive già previste in ambiti quali cultura, formazione, educazione, accademia e sport, molte delle quali definite nella Strategia nazionale coordinata da Pasquale Angelosanto».

    È legittimo cercare tutela contro l’odio antiebraico. Il problema vero è un altro: l’oggetto reale di quella domanda e dove è stata presentata. Quando si entra in un luogo che produce norme e leggi se ne vuole uscire con nuove definizioni e nuovi strumenti giudiziari. L’urgenza, in politica, raramente resta un sentimento. Diventa un metodo e porta sempre repressione. La logica dell'eccezione diventa un criterio di priorità che scavalca, riduce, semplifica, e poi si deposita nella legge come una scelta irreversibile.

    La seconda frase è quella che, più di tutte, merita di essere affissa e decostruita, perché qui il linguaggio, invece di distinguere, impasta. Invece di separare piani, li chiude in un unico blocco fintamente emotivo e operativo: «Visto che l’antisemitismo si presenta in molteplici forme – neofascismo nostalgico, letture distorte dei testi religiosi ebraici, minaccia fisica del terrorismo islamico, demonizzazione cosmopolita degli ebrei e di Israele, nazificazione e strumentalizzazione della Shoah – l’impegno sull’antisemitismo non può essere selettivo e focalizzare un solo aspetto ma bensì essere olistico».

    L’“olismo” è una rete a strascico. Se il fenomeno viene dichiarato totale, totale diventa la risposta. Se tutto si tiene, allora tutto può essere preso dentro. E quando, nella stessa sede, si discute del rapporto tra libertà costituzionali e “abuso” delle stesse, l’equazione è pronta: ciò che disturba può essere trattato come abuso e quindi ogni critica, anche criticare un genocidio in corso, può essere riscritto come odio fino a portare ciò che si contesta come minaccia.

    Il sionismo, quando parla nelle istituzioni, parla come un dispositivo che punta a blindare una zona morale intoccabile, un’area immunizzata dal conflitto politico. È una richiesta di eccezione permanente nel linguaggio, nel perimetro della critica. Sappiamo tutti a cosa puntano: CRIMINALIZZARE IL DISSENSO per far scendere l'agognato silenzio su Gaza e Cisgiordania e completare genocidio e occupazione.

    Ecco perché il tema non è la psicologia di Di Segni, ma la sua funzione dentro le nostre istituzioni. Una volta ottenuto un lessico istituzionale (Gasparri; Delrio) capace di confondere la critica con l’odio, resta un ultimo passaggio, il più importante per i sionisti, ovvero far entrare quel lessico nella norma, nelle leggi, nelle nostre scuole e soprattutto nello spazio pubblico. A quel punto la promessa “olistica” si rivela per ciò che è: una repressione totale che garantisca immunità legale e morale a un genocidio e a una ideologia (il sionismo) protofascista e messianica.

    #noemidiSegni #sionismoSionismoReale #dissensoNonÈTerrorismo #criminalizzazione #gaza #laviniaMarchetti

    @politica

  56. LA REPRESSIONE "OLISTICA" di NOEMI DI SEGNI (Presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane) (Sic.).

    di Lavinia Marchetti

    Il problema non è cosa pensi Noemi Di Segni, ma ciò che rappresenta quando va a parlare nelle nostre istituzioni (dato che quelle istituzioni poi, ahinoi, legiferano su di noi...): il sionismo.

    In Commissione Affari costituzionali, l’urgenza e l'indifferibilità vengono presentate prima come leva politica e poi buttate in faccia a tutti come cornice morale per legiferare contro le manifestazioni a favore della Palestina. Io, al momento, in Italia, non ho visto nessuna notte dei cristalli, anzi... Ma Di Segni lo dice con una verve da emergenza umanitaria, e mi piacerebbe usasse tale verve per Gaza, ma tant'è... : «Riteniamo indifferibile e urgente l’esame di misure, anche legislative, che possano essere responsabilmente intraprese a livello parlamentare, in integrazione con le politiche attive già previste in ambiti quali cultura, formazione, educazione, accademia e sport, molte delle quali definite nella Strategia nazionale coordinata da Pasquale Angelosanto».

    È legittimo cercare tutela contro l’odio antiebraico. Il problema vero è un altro: l’oggetto reale di quella domanda e dove è stata presentata. Quando si entra in un luogo che produce norme e leggi se ne vuole uscire con nuove definizioni e nuovi strumenti giudiziari. L’urgenza, in politica, raramente resta un sentimento. Diventa un metodo e porta sempre repressione. La logica dell'eccezione diventa un criterio di priorità che scavalca, riduce, semplifica, e poi si deposita nella legge come una scelta irreversibile.

    La seconda frase è quella che, più di tutte, merita di essere affissa e decostruita, perché qui il linguaggio, invece di distinguere, impasta. Invece di separare piani, li chiude in un unico blocco fintamente emotivo e operativo: «Visto che l’antisemitismo si presenta in molteplici forme – neofascismo nostalgico, letture distorte dei testi religiosi ebraici, minaccia fisica del terrorismo islamico, demonizzazione cosmopolita degli ebrei e di Israele, nazificazione e strumentalizzazione della Shoah – l’impegno sull’antisemitismo non può essere selettivo e focalizzare un solo aspetto ma bensì essere olistico».

    L’“olismo” è una rete a strascico. Se il fenomeno viene dichiarato totale, totale diventa la risposta. Se tutto si tiene, allora tutto può essere preso dentro. E quando, nella stessa sede, si discute del rapporto tra libertà costituzionali e “abuso” delle stesse, l’equazione è pronta: ciò che disturba può essere trattato come abuso e quindi ogni critica, anche criticare un genocidio in corso, può essere riscritto come odio fino a portare ciò che si contesta come minaccia.

    Il sionismo, quando parla nelle istituzioni, parla come un dispositivo che punta a blindare una zona morale intoccabile, un’area immunizzata dal conflitto politico. È una richiesta di eccezione permanente nel linguaggio, nel perimetro della critica. Sappiamo tutti a cosa puntano: CRIMINALIZZARE IL DISSENSO per far scendere l'agognato silenzio su Gaza e Cisgiordania e completare genocidio e occupazione.

    Ecco perché il tema non è la psicologia di Di Segni, ma la sua funzione dentro le nostre istituzioni. Una volta ottenuto un lessico istituzionale (Gasparri; Delrio) capace di confondere la critica con l’odio, resta un ultimo passaggio, il più importante per i sionisti, ovvero far entrare quel lessico nella norma, nelle leggi, nelle nostre scuole e soprattutto nello spazio pubblico. A quel punto la promessa “olistica” si rivela per ciò che è: una repressione totale che garantisca immunità legale e morale a un genocidio e a una ideologia (il sionismo) protofascista e messianica.

    #noemidiSegni #sionismoSionismoReale #dissensoNonÈTerrorismo #criminalizzazione #gaza #laviniaMarchetti

    @politica