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567 results for “Greggie”
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New Aiken County tavern offers ‘family-friendly’ dining, fun
WARRENVILLE — Remembering how he came up with the idea for Langley Tavern is easy for Greg Pierce. And it didn’t require a lot of thinking. “I came over he…
#dining #cooking #diet #food #Dining #aikencounty #aikennews #angeliaroberts #davidandtammyroberts #downtownaiken #gregpierce #langleypondpark #langleytavern #mikeiezza #warrenville
https://www.diningandcooking.com/2301622/new-aiken-county-tavern-offers-family-friendly-dining-fun/ -
New Aiken County tavern offers ‘family-friendly’ dining, fun
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🚀 Oh, how the mighty have fallen! In a world where Steve Jobs would have fired everyone, X Corp. can't even keep their browser support straight. 📉 But hey, at least there's a "Help Center" to remind you of all the browsers they actually *do* support. 😂
https://twitter.com/greggertruck/status/1932173476879888556 #HackerNews #XCorp #BrowserSupport #SteveJobs #TechNews #Humor #HackerNews #ngated -
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This morning's #workout #music is from Adrian Utley's Guitar Orchestra doing Terry Riley's "In C." I must admit to being disappointed to see the woodwinds and keys involved, but it is a great performance.
Another great version, if you are interested from @GregNieuws
https://submarinebroadcastingco.bandcamp.com/album/in-c-flea-market -
#BTW: #IF you've #NeverSeen #EventHorizon; #Then #Do...
#IT's a #CrackingMovie... #InSpace; but #NotInSpace... #InSpace...!
Also #BTW: #TheLeagueOfSeans... #SeanPertwee...
A #USBillion #BucketsOfPopcorn and a #CubanCigar... | #GreggHeads #OCATC
🧙🍿🤖🐺🤖🍿🧙 | 🪐🦹🚀🐻🚀🦹🪐
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#IT's a #ToughChoice between:
• #Airwolf: The #TallTale of the #JetPropelledStealthHelicopter with #ErnestBorgnine; or,
• #BlueThunder: The #EquallyTallTale but #VeryGrittyDrama about a #SuperPoliceHelicopter where #TheRôle of #JanMichaelVincent is given to #RoyScheider...I'm going to give both:
8 x #BucketsOfPopcorn and 1 x #DancingFlower | #GreggHeads | #OCATC
🧙⚔️🤖:wolfparty:🤖⚔️🧙 | 🚁🌻🦹🦄🦹🌻🚁
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Rai play film - Menocchio
Ieri, essendo obbligato a casa, ho visto il film dal titolo "Menocchio" su Rai play.
Sono stato attirato dal titolo particolare e dalla slide di presentazione.
All'inizio mi è sembrato palloso, ma ho tenuto duro nonostante la voglia di passare ad altro.
E invece ... bello.
Regia di Alberto Fasulo.
Attori non professionisti (penso), tranne qualcuno. Bella regia, belle luci.
È la storia di un eretico "fai da te". Una persona povera e umile che comunque cerca di ragionare con la sua testa, che ha imparato a leggere e a scrivere da sola, che si è posta delle domande su Dio al di fuori degli insegnamenti di Santa Romana Chiesa e che per questo, per non essere rimasto nel gregge delle pecorelle, viene inquisito come eretico e punito.
Un film che ti fa pensare.
Da vedere assolutamente.
#film #rai #libertà #filosofia #chiesa #PensieroUnico
it.wikipedia.org/wiki/Menocchi… -
Rai play film - Menocchio
Ieri, essendo obbligato a casa, ho visto il film dal titolo "Menocchio" su Rai play.
Sono stato attirato dal titolo particolare e dalla slide di presentazione.
All'inizio mi è sembrato palloso, ma ho tenuto duro nonostante la voglia di passare ad altro.
E invece ... bello.
Regia di Alberto Fasulo.
Attori non professionisti (penso), tranne qualcuno. Bella regia, belle luci.
È la storia di un eretico "fai da te". Una persona povera e umile che comunque cerca di ragionare con la sua testa, che ha imparato a leggere e a scrivere da sola, che si è posta delle domande su Dio al di fuori degli insegnamenti di Santa Romana Chiesa e che per questo, per non essere rimasto nel gregge delle pecorelle, viene inquisito come eretico e punito.
Un film che ti fa pensare.
Da vedere assolutamente.
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it.wikipedia.org/wiki/Menocchi… -
Rai play film - Menocchio
Ieri, essendo obbligato a casa, ho visto il film dal titolo "Menocchio" su Rai play.
Sono stato attirato dal titolo particolare e dalla slide di presentazione.
All'inizio mi è sembrato palloso, ma ho tenuto duro nonostante la voglia di passare ad altro.
E invece ... bello.
Regia di Alberto Fasulo.
Attori non professionisti (penso), tranne qualcuno. Bella regia, belle luci.
È la storia di un eretico "fai da te". Una persona povera e umile che comunque cerca di ragionare con la sua testa, che ha imparato a leggere e a scrivere da sola, che si è posta delle domande su Dio al di fuori degli insegnamenti di Santa Romana Chiesa e che per questo, per non essere rimasto nel gregge delle pecorelle, viene inquisito come eretico e punito.
Un film che ti fa pensare.
Da vedere assolutamente.
#film #rai #libertà #filosofia #chiesa #PensieroUnico
it.wikipedia.org/wiki/Menocchi… -
Un #video di #EzioGreggio girato nel 2023 è stato usato come base per un #deepfake che lo trasforma a sua insaputa in venditore di #cryptovalute e investimenti #online. Ce ne sono stati di simili, ma questo è spaventosamente evoluto
Per dettagli: https://www.bufale.net/il-deepfake-di-ezio-greggio-che-vende-investimenti-in-cryptovalute/
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Un #video di #EzioGreggio girato nel 2023 è stato usato come base per un #deepfake che lo trasforma a sua insaputa in venditore di #cryptovalute e investimenti #online. Ce ne sono stati di simili, ma questo è spaventosamente evoluto
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Un #video di #EzioGreggio girato nel 2023 è stato usato come base per un #deepfake che lo trasforma a sua insaputa in venditore di #cryptovalute e investimenti #online. Ce ne sono stati di simili, ma questo è spaventosamente evoluto
Per dettagli: https://www.bufale.net/il-deepfake-di-ezio-greggio-che-vende-investimenti-in-cryptovalute/
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Un #video di #EzioGreggio girato nel 2023 è stato usato come base per un #deepfake che lo trasforma a sua insaputa in venditore di #cryptovalute e investimenti #online. Ce ne sono stati di simili, ma questo è spaventosamente evoluto
Per dettagli: https://www.bufale.net/il-deepfake-di-ezio-greggio-che-vende-investimenti-in-cryptovalute/
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Di Antonio Zoppetti
Riprendo una notizia che mi ha segnalato Marco Zomer nei commenti dell’ultimo articolo, e che mi pare davvero significativa per fotografare l’attuale abbandono dell’italiano e la sua sostituzione con l’inglese.
Si tratta di una notizia tutta interna che riguarda Pompei, dove è stata ritrovata una casetta con delle pregevoli decorazioni e un affresco di un satiro e di una ninfa. E come hanno riportato la notizia, uscita il 25 ottobre, i giornali italiani? Con il consueto picco di stereotipia in cui tutti hanno pensato bene di usare l’inglese. Dunque il gregge dei giornalisti ha cominciato a belare in coro: “tiny house”, non solo partendo dalle stesse fonti riprese ovunque con le stesse parole (il giornalismo decervellato del copia e incolla), ma anche con la precisa volontà di introdurre l’inglese al posto dell’italiano.
Eppure l’espressione “tiny house” non è presente né nel corpus di Google libri né tra i neologismi Treccani; la sua frequenza in italiano, fino a l’altro giorno, era insignificante, e anche la sua trasparenza è bassissima. Una tiny house non è altro che una piccola casa indipendente, una minuscola abitazione, una microcasa, un miniappartamento, una casa in miniatura, un villino… in altre parole una casetta, per chiamare le cose con il loro nome.
Che cosa spinge i giornalisti – dunque non un singolo giornalista – a ricorrere all’inglese invece dell’italiano come se si trattasse di un termine tecnico senza corrispettivi?
Questo modo di porre la notizia che ricorre all’inglese è ricercato e voluto, e pare l’espressione di un cultura anglomane e coloniale, dove si riscrive la storia attraverso l’abbandono dell’italiano per sostituirlo con un’espressione inglese che non ha alcun perché, così come non ha un perché insistere su “come la chiamerebbero gli inglesi”, ma chi se ne frega?
Se i pezzi iniziassero con “come la chiamerebbero” i giapponesi, i francesi, i tedeschi o i bulgari l’idiozia di un simile approccio sarebbe forse più evidente, ma davanti all’idea sottostante dell’inglese venduto come lingua superiore, il lettore viene in questo modo educato e colonizzato. In gioco non c’è come la dovrebbero chiamare gli italiani, né come la chiamassero gli antichi Romani – che avrebbe un senso – ma solo l’anglificazione della nostra storia e l’anglicizzazione della nostra lingua. Al lettore si insegna così una nuova espressione – come al solito: in inglese – invece che utilizzare l’italiano che comprenderebbe e arriverebbe a tutti. Questi giornalisti non sono solo colonizzzati nella mente, ma agiscono allo stesso tempo come coloni che diffondono all’unisono le espressioni inglesi.Naturalmente “tiny house” potrebbe anche non attecchire e scomparire da domani, e probabilmente sarà così, ma il punto non è la singola scelta lessicale, bensì la mania compulsiva di ricorrere all’inglese – e praticamente solo a quello – invece di usare l’italiano o alla peggio di coniare neologismi (adattare è ormai una strategia abbandonata, ci vergogniamo di italianizzare l’inglese, lingua sacra e inviolabile). È così che la nostra lingua muore.
Il punto è che ogni giorno, in Italia, qualcuno pensa bene di introdurre un nuovo anglicismo in un determinato settore, e ciò avviene in virtù di una patologica e sistematica coazione a ripetere le cose in inglese, tra gli addetti ai lavori, nelle istituzioni, tra gli intellettuali, nel linguaggio del lavoro… In questa “panspermia” del virus anglicus – come l’ho definita – viviamo immersi in una nuvola di anglicismi passeggeri di un ordine di grandezza superiore agli anglicismi acclimatati e registrati dai dizionari. Il meccanismo di propagazione di questo fenomeno è analogo a quello della riproduzione delle ostriche che spargono milioni di larve destinate per la maggior parte a morire, ma nel grande numero di sicuro una piccola parte sopravvive e attecchisce. Con gli anglicismi avviene qualcosa di simile e quando i “negazionisti” dell’itanglese insistono sull’obsolescenza degli anglicismi che liquidano come delle parole perlopiù usa e getta, soggette a rapida obsolescenza, confondono gli anglicismi incipienti (le larve) con quelli che sono attecchiti e che, una volta radicati, non escono affatto dai dizionari e dalla nostra lingua, anzi nella maggioranza dei casi la fanno regredire, quando non la soppiantano.
Qualche anno fa ho fatto un confronto “all’americana” tra gli anglicismi annoverati nel dizionario Devoto Oli del 1990 e quello del 2017, ed è emerso che in 27 anni sono usciti soltanto 67 anglicismi (per esempio baby market, pocket computer o sexy star) mentre ne sono entrati oltre 2.000 di nuovi, un numero che è salito enormemente passando ai dizionari degli anni Venti del nuovo secolo.
E allora, invece di raccontare frescacce, dovremmo raccontare che “tiny house” è una larva che probabilmente ha poche possibilità di attecchimento, ma non va considerata singolarmente, bensì insieme alle migliaia e migliaia di altre larve che circolano e che tutte insieme costituiscono il terreno delle neologie, che – guarda caso – dagli anni Duemila sono per la metà in inglese, invece che in italiano.
Ciò che dovremmo combattere, non è perciò un singolo anglicismo come “tiny house”, ma la logica sottostante, e cioè il meccanismo di importazione delle parole inglesi che alla fine è sempre il medesimo: la diglossia lessicale per cui l’anglicismo è considerato di volta in volta più evocativo, tecnico e prestigioso dell’italiano.
Un altro lettore, Davide, mi ha segnalato come proprio a Pompei, qualche anno fa, il ritrovamento di un termopolio – come lo chiamavano i latini (thermopolium) – è stato presentato come una “bottega di street food” venduta come qualcosa di ante litteram. In questa visione coloniale non siamo noi moderni a continuare le tradizioni millenarie della ristorazione per la strada, ma con un ribaltamento della storia sono i Romani ad aver anticipato ciò che si chiama in inglese, street food (e non cibo di strada), dove qualcuno ha pensato di applicare lo schema del “plagio ante litteram” parlando invece di antenato del “fast food” o persino di un “pub”. Qualunque cosa va bene pur di sostituire il latino – o l’italiano – con qualche altro concetto espresso in inglese.
A quando qualche nuova scoperta archeologica in cui ci insegneranno che a Pompei hanno anticipato il coworking perché si lavorava insieme in qualche struttura o c’erano i precursori dei cocktail perché mescevano il vino con il miele, e avevano inventato le spa e le beauty farm ante litteram che chiamavano terme?
Sicuramente molto presto.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/10/28/la-follia-delle-tiny-house-a-pompei/
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
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A #Note for #OurFutureSelves...
"Well; #FromTheVaults, we also have #DeathTrap from #1982...
#Superman #FallsInLove with #CharlieCroker while they #Explore #InventiveWays to #KillEachOther...
8 x #BucketsOfPopcorn and a #Box of #GoldenNuggets..."
🧙🍿🤖🐺🤖🍿🧙 | 🍿🦹🍿🦄🍿🦹🍿
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A #Note for #OurFutureSelves...
"Well; #FromTheVaults, we also have #TheMask...
#IT's #Basically #WhoFramedRogerRabbit... But, #IT's not #SoComplex, and the role of #JessicaRabbit was given to #CameronDiaz...
5 x #BucketsOfPopcorn and a #ComedyHammer..."
🧙🍿🤖🐺🤖🍿🧙 | 🍿🦹🍿🦄🍿🦹🍿
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#IT's a #ToughChoice between:
• #Airwolf: The #TallTale of the #JetPropelledStealthHelicopter with #ErnestBorgnine; or,
• #BlueThunder: The #EquallyTallTale but #VeryGrittyDrama about a #SuperPoliceHelicopter where the role of #JanMichaelVincent is given to #RoyScheider...I'm going to give both:
8 x #BucketsOfPopcorn and 1 x #DancingFlower | #GreggHeads | #OCATC
🧙⚔️🤖🐺🤖⚔️🧙 | 🚁🌻🦹🦄🦹🌻🚁
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#IT's a #ToughChoice between:
• #Airwolf: The #TallTale of the #JetPropelledStealthHelicopter with #ErnestBorgnine; or,
• #BlueThunder: The #EquallyTallTale but #VeryGrittyDrama about a #SuperPoliceHelicopter where the role of #JanMichaelVincent is given to #RoyScheider...I'm going to give both:
8 x #BucketsOfPopcorn and 1 x #DancingFlower | #GreggHeads | #OCATC
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#IT's a #ToughChoice between:
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8 x #BucketsOfPopcorn and 1 x #DancingFlower | #GreggHeads | #OCATC
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SST Records: “The sound of the underground ”
‘Corporate Rock Sucks’ author Jim Ruland on how Greg Ginn's label - host to Black Flag, Hüsker Dü, Sonic Youth, Dinosaur Jr and so many more - changed the direction of punk rock, post-punk, and indie.
https://www.punktuationmag.com/sst-records-the-sound-of-the-underground
#music #books #musicbooks #punk #punkrock #punkhardcore #hardcorepunk #poppunk #collegerock #sstrecords #gregginn #blackflag #huskerdu #sonicyouth #dinosaurjr #Descendents #minutemen #soundgarden #badbrains #meatpuppets
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L'IMPERO CHE CHIEDE LA PACE.
COME MAI?di Lavinia Marchetti
Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c'è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.
Trump minaccia attacchi "a un livello molto più alto". Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la "pausa" dell'operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
Perché?
La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione). Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.E poi il dato che spiega tutto sulla richiesta di "cessate il fuoco". Per intercettare i missili e i droni iraniani, gli americani hanno consumato il 53% degli intercettori THAAD e il 43% dei Patriot del loro arsenale. In poche settimane. Le difese sono esauste. Dietro la cortina della propaganda, l'impero più armato del pianeta scopre di non avere più scudi.
I droni iraniani, quelli che il Pentagono dovrebbe aver imparato a riconoscere dalla guerra in Ucraina, hanno sfondato. Russia e Iran hanno condiviso intelligence di targeting. Le basi USA, fisse e prevedibili, sono diventate bersagli comodi.
Ed ecco il paradosso geostrategico. L'America non chiede la pace perché vuole la pace. La chiede perché non può più permettersi la guerra. Stanotte, intanto, mentre noi dormivamo, le navi iraniane sono state colpite di nuovo, il copione del dominus che alza la voce per nascondere che le mani gli tremano. Trump dice "alzeremo il livello", ma intanto manda i mediatori pakistani a Teheran con una "framework" in 14 punti. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso. 1.500 navi commerciali in attesa. Il prezzo del greggio Brent è schizzato sopra i 115 dollari, e quando ieri si è sussurrato di un accordo è crollato a 100. È questa la vera leva, l'unica leva, su cui ancora regge la mossa americana.Eppure il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto su X: "Sappiamo bene che la continuazione dello status quo è intollerabile per l'America; mentre noi non abbiamo nemmeno cominciato." Non abbiamo nemmeno cominciato.
Per due decenni l'Occidente ha venduto al mondo l'idea che le sue guerre fossero inevitabili e vittoriose, sponsorizzate dal monopolio della tecnica e dalla supposta indifferenza dei popoli colonizzati al proprio destino. Oggi, in Medio Oriente come in Ucraina come a Gaza, perché i fili sono tutti connessi, quella narrazione si sgretola. Non perché ci siano nuovi imperi, ma perché il vecchio impero non riesce più a sostenere il peso del proprio mito.
Trump tratta da posizione di forza? No. Tratta da posizione di necessità. Ed è una differenza enorme, che cambia il senso di tutto. Il senso della guerra, dei morti, delle macerie, e anche delle prossime narrazioni che ci verranno servite nei telegiornali.
Quando un impero comincia a chiedere la pace alle condizioni dell'altro… è già un altro mondo. Solo che al momento nessuno ancora lo ha capito.Cfr. Karen DeYoung e Susannah George, "Trump threatens 'higher level' attacks", The Washington Post, 7 maggio 2026.
Analisi satellitare: Evan Hill, Jarrett Ley, Alex Horton, Tara Copp, Dan Lamothe. -
Il manifesto 16.04.2026
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia #Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio #Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della #benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a #Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese». -
Il manifesto 16.04.2026
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia #Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio #Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della #benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a #Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese». -
Il manifesto 16.04.2026
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia #Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio #Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della #benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a #Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese». -
Il manifesto 16.04.2026
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia #Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio #Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della #benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a #Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese». -
Il manifesto 16.04.2026
Dalla Casa bianca indorata di Trump continuano a trapelare attacchi agli alleati ignavi e ingrati per la guerra di liberazione dalla tirannia iraniana («in 47 anni solo io ho avuto il coraggio…»). Fonte principale, un’intervista con Maria Bartiromo in cui su sollecitazione della giornalista di Fox News c’è anche una nuova citazione speciale per Giorgia #Meloni. «Abbiamo ancora lo stesso rapporto con Meloni?», «No… no, no. È stata negativa, chiunque ci abbia negato assistenza in questa situazione iraniana… È importante capire che l’Italia deriva un sacco di petrolio da quello stretto. Lo si può chiamare ‘Hormuz Strait’ o Stretto di Hormuz; ho chiesto: qual è meglio? Mi hanno detto ‘vanno bene entrambi’, ma no. Lo chiami stretto di Trump, potrebbe non piacere».
La premier italiana è ovviamente la “nemica” della settimana. Ma dalle battute che infarciscono “l’intervista”, riaffiora soprattutto il “mattatore di Mar a Lago”, incapace di resistere alla tentazione di trollare gli avversari e trattare la potenziale recessione mondiale provocata dalla “sua” guerra con battute facezie e freddure.
CONTESTUALMENTE l’account del presidente ha ri-postato sui social un altro “santino” che lo raffigura in dolce abbraccio con il Messia. E JD Vance ha proseguito la polemica a distanza con il pontefice di Roma tornando a parlare degli «errori» di Leone. «Dio era con gli americani quando liberammo la Francia dai nazisti» ha spiegato il vicepresidente convertito al cattolicesimo sei anni fa. «Quando il Papa afferma che Dio non è mai dalla parte di chi brandisce la spada, esiste una tradizione millenaria, anzi più che millenaria, della teoria della guerra giusta. (…) Penso che sia molto, molto importante che il Papa sia cauto quando parla di questioni teologiche». Consigli gratuiti di teologia che hanno potenzialmente qualcosa a che vedere con la prossima pubblicazione della propria “autobiografia spirituale”.
Nell’insieme le dichiarazioni di entrambi sembrano rimandare alla suggestione di quel “delirio di onnipotenza” evocata proprio dal papa, più che a considerazioni “strategiche” su una crisi globale scatenata con enorme disinvoltura (oltre che con il documentato apporto di Benjamin Netanyahu). E il senso di una estemporanea improvvisazione nella gestione della crisi all’interno di una bolla in cui non sussistono stimoli di riflessione critica.
DALL’INTERVISTA ALLA FOX più che elementi fattuali emerge dunque una postura di approssimazione nella gestione della crisi, una mentalità in cui l’autocelebrazione sembra accompagnarsi a un distacco dalla realtà. Sul costo del petrolio #Trump opina come fosse un osservatore disinteressato: «Il prezzo della #benzina scenderà prima dei midterms… o forse no, forse aumenterà, tutto dipende, ma ho un buon feeling».
In questi giorni nella regione è in arrivo la portaerei George Bush col suo equipaggio di 6.000 marinai; a fine mese è previsto l’arrivo di altri 4.200 marine. Tuttavia Trump afferma che la guerra «per me è come fosse già finita». Subito dopo, però, il discorso vira sulla nota tangente della «assoluta supremazia militare» della vittoria già in tasca fino ad includere il “cambio di regime” con una «nuova leadership moderata» a #Tehran (questo nello stesso giorno in cui il Wall Street Journal titola su «nuovi leader iraniani più radicali e con scarso interesse al compromesso»).
L’ULTIMA IMMAGINE aggiunta al repertorio è quella della “armata di petroliere” in rotta per rifornirsi di greggio raffinato in Texas e Louisiana e dei guadagni favolosi che si prospettano per gli Usa.
MA SE L’AFFARISTA nello studio ovale ama sottolineare i vantaggi economici della speculazione sulla guerra, stanno altresì diventando più chiari i danni che dovranno sopportare i suddetti alleati. Mentre da Roma a Budapest diventano lampanti i rischi di una associazione troppo stretta col regime di Washington, la Cnn rileva che «gli alleati non si uniranno alla guerra di Trump ma non possono rifuggirne le conseguenze».
Anche Bloomberg dedica un approfondimento allo stesso argomento e scrive che «il deterioramento rapido dei rapporti è singolare anche per un presidente noto per il carattere impulsivo».
«Invece di perseguire gli interessi collettivi, Trump sta imponendo il costo di una guerra americana e israeliana su tutte le nazioni senza consultarle», ha affermato alla testata Kori Shake, ex funzionaria dell’American Entreprise Institute.
Quel think tank non è certo di sinistra, e per ribadire una crescente insofferenza anche da parte repubblicana, Carlos Grubelo ex parlamentare Gop della Florida, aggiunge: «È un approccio asincrono con l’ordine mondiale del dopoguerra. Si stanno infine palesando i costi di una strategia che ha isolato il nostro paese».