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9 maggio 1945: giorno della Vittoria, dimenticato dall’Occidente
9.05.2017
Intervista di Tatiana Santi ad Alessandro Barbero
Il 9 maggio è il Giorno della Vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, la festa per eccellenza più sentita dai russi, quando tutti i pensieri sono rivolti ai caduti, all’immenso impegno dei civili e dei militari sovietici nella Seconda Guerra mondiale. Una data però dimenticata dall’Occidente, perché?
La vittoria sul nazismo è un avvenimento che riguarda tutti senza eccezione, ma perché il 9 maggio non viene né celebrato né ricordato in Europa?— Professor Barbero, perché secondo lei il cinema e la narrazione mediatica occidentale dominante fanno apparire spesso e volentieri gli americani come i veri e soli liberatori? Un esempio su tutti è il film "La vita è bella" di Benigni dove a liberare Aushwitz sono gli americani.
— È un caso abbastanza vergognoso di come la storia sia stata comunicata e stravolta da un punto di vista ideologico e politico. Gli studiosi e gli specialisti lo sanno benissimo che la Seconda Guerra mondiale in Europa è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica e che il peso di questa vittoria è molto superiore rispetto a quella americana. Questo lo sanno gli specialisti, al popolo si racconta una storia diversa.
Ciò avviene secondo me perché tutti noi siamo cresciuti in un mondo diviso. In Occidente l'Unione Sovietica è diventata un nemico e ricordarsi che eravamo stati alleati era difficile.— Perché?
— Scomponiamo la vicenda. Prima viene il mito americano. Noi in Occidente siamo effettivamente stati liberati dagli americani, che sono stati accolti con immenso entusiasmo. Fa parte proprio dei nostri presupposti immaginare la liberazione da parte degli americani, noi inoltre viviamo in un mondo dominato dai media americani, dalla memorialistica e dal cinema americani. Ricordiamo i film come "Il giorno più lungo" o il più recente "Salvate il soldato Rian". Lo sbarco in Normandia fa parte dell'immaginario collettivo e rappresenta la vittoria del bene contro il male. Invece la battaglia di Stalingrado è un'altra cosa.
— Cioè?
— Innanzitutto si svolge in un mondo lontano e poco conosciuto. Inoltre da una parte c'è il male, i tedeschi, ma dall'altra c'è pure il male: l'Unione sovietica di Stalin. Nella percezione occidentale quindi tuttora è molto difficile vedere quello scontro come un episodio dove i buoni vincono contro i cattivi. Abbiamo visto film di guerra americani da sempre, nessuno da noi vede film da guerra sovietici. La letteratura russa e sovietica è una letteratura grandiosa, ma da noi non la conosce nessuno a parte pochi autori.
Ci troviamo totalmente nella bolla di origine americana e della storia vediamo solo dei pezzi, tanto che Benigni, girando il suo film, ha semplicemente pensato: se la liberazione si manifesta con delle truppe sovietiche la gente non capirà! La gente è abituata a vedere le truppe sovietiche con una certa diffidenza.
— Qual è l'importanza del 9 maggio però anche per la stessa Europa?
— Celebrare la sconfitta contro il nazismo in tutto il mondo dovrebbe voler dire celebrare la vittoria della libertà e della democrazia. In questo senso è molto triste che in Occidente il Giorno della Vittoria sia completamente dimenticato.
C'è anche un altro aspetto: secondo me il 9 maggio si celebra anche in chiave nazionalista la potenza e la gloria della Russia. Questo aspetto non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare guerre. Quando un generale ha il petto coperto di medaglie in Europa non è percepito come una cosa piacevole. Il veterano coperto di medaglie è una figura che si vede soltanto in Unione sovietica e in Russia infatti.Quando un Paese esalta la propria gloria non piace. In Europa si è abituati a ritenere ogni parata militare sulla Piazza Rossa infatti come negativa, pericolosa e nemica. Fin qui parlo di una percezione occidentale, si può dire anche sbagliata, perché non vediamo il lato gioioso della parata.
— Che messaggio vorrebbe lanciare per questo 9 maggio?
— Indubbiamente la Seconda Guerra mondiale è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica in Europa. Una delle cose positive che dobbiamo ricordare della Seconda Guerra mondiale è che Paesi così lontani e ostili come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica sono stati capaci di allearsi e collaborare, questa è la cosa più bella.
Non c'è niente di male a dire che l'Unione Sovietica ha vinto anche grazie ad un forte appoggio occidentale, grazie alle forniture di armi. Guai a dimenticare però che la Wermacht è stata distrutta in Russia e non altrove, i tedeschi hanno sempre impegnato i tre quarti delle loro forze sul fronte russo, e che sono stati i russi ad arrivare a Berlino. Dal punto di vista militare il contributo sovietico è assolutamente decisivo, forse l'Unione Sovietica da sola però non avrebbe vinto.
Alla fine è importante celebrare il contributo sovietico specialmente di fronte ad un'opinione pubblica occidentale che rischia di dimenticarlo. Nel mondo di oggi la cosa che andrebbe inoltre ricordata è che l'abbiamo fatto insieme.
#9Maggio1945
#GiornoDellaVittoria
#VictoryDay
#ДеньПобеды
#GrandeGuerraPatriottica
#SecondaGuerraMondiale
#SconfittaDelNazismo
#Antifascismo
#Resistenza
#MemoriaStorica
#UnioneSovietica
#ArmataRossa
#FronteOrientale
#Stalingrado
#Berlino1945
#NazismoMaiPiù
#Liberazione
#StoriaEuropea
#AlessandroBarbero
#VeritàStorica
#MemoriaControLaRimozione
#OccidenteEMemoria
#StoriaNonPropaganda
#CadutiSovietici
#MaiDimenticare
#alessandrobarberolastoria -
9 maggio 1945: giorno della Vittoria, dimenticato dall’Occidente
9.05.2017
Intervista di Tatiana Santi ad Alessandro Barbero
Il 9 maggio è il Giorno della Vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, la festa per eccellenza più sentita dai russi, quando tutti i pensieri sono rivolti ai caduti, all’immenso impegno dei civili e dei militari sovietici nella Seconda Guerra mondiale. Una data però dimenticata dall’Occidente, perché?
La vittoria sul nazismo è un avvenimento che riguarda tutti senza eccezione, ma perché il 9 maggio non viene né celebrato né ricordato in Europa?— Professor Barbero, perché secondo lei il cinema e la narrazione mediatica occidentale dominante fanno apparire spesso e volentieri gli americani come i veri e soli liberatori? Un esempio su tutti è il film "La vita è bella" di Benigni dove a liberare Aushwitz sono gli americani.
— È un caso abbastanza vergognoso di come la storia sia stata comunicata e stravolta da un punto di vista ideologico e politico. Gli studiosi e gli specialisti lo sanno benissimo che la Seconda Guerra mondiale in Europa è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica e che il peso di questa vittoria è molto superiore rispetto a quella americana. Questo lo sanno gli specialisti, al popolo si racconta una storia diversa.
Ciò avviene secondo me perché tutti noi siamo cresciuti in un mondo diviso. In Occidente l'Unione Sovietica è diventata un nemico e ricordarsi che eravamo stati alleati era difficile.— Perché?
— Scomponiamo la vicenda. Prima viene il mito americano. Noi in Occidente siamo effettivamente stati liberati dagli americani, che sono stati accolti con immenso entusiasmo. Fa parte proprio dei nostri presupposti immaginare la liberazione da parte degli americani, noi inoltre viviamo in un mondo dominato dai media americani, dalla memorialistica e dal cinema americani. Ricordiamo i film come "Il giorno più lungo" o il più recente "Salvate il soldato Rian". Lo sbarco in Normandia fa parte dell'immaginario collettivo e rappresenta la vittoria del bene contro il male. Invece la battaglia di Stalingrado è un'altra cosa.
— Cioè?
— Innanzitutto si svolge in un mondo lontano e poco conosciuto. Inoltre da una parte c'è il male, i tedeschi, ma dall'altra c'è pure il male: l'Unione sovietica di Stalin. Nella percezione occidentale quindi tuttora è molto difficile vedere quello scontro come un episodio dove i buoni vincono contro i cattivi. Abbiamo visto film di guerra americani da sempre, nessuno da noi vede film da guerra sovietici. La letteratura russa e sovietica è una letteratura grandiosa, ma da noi non la conosce nessuno a parte pochi autori.
Ci troviamo totalmente nella bolla di origine americana e della storia vediamo solo dei pezzi, tanto che Benigni, girando il suo film, ha semplicemente pensato: se la liberazione si manifesta con delle truppe sovietiche la gente non capirà! La gente è abituata a vedere le truppe sovietiche con una certa diffidenza.
— Qual è l'importanza del 9 maggio però anche per la stessa Europa?
— Celebrare la sconfitta contro il nazismo in tutto il mondo dovrebbe voler dire celebrare la vittoria della libertà e della democrazia. In questo senso è molto triste che in Occidente il Giorno della Vittoria sia completamente dimenticato.
C'è anche un altro aspetto: secondo me il 9 maggio si celebra anche in chiave nazionalista la potenza e la gloria della Russia. Questo aspetto non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare guerre. Quando un generale ha il petto coperto di medaglie in Europa non è percepito come una cosa piacevole. Il veterano coperto di medaglie è una figura che si vede soltanto in Unione sovietica e in Russia infatti.Quando un Paese esalta la propria gloria non piace. In Europa si è abituati a ritenere ogni parata militare sulla Piazza Rossa infatti come negativa, pericolosa e nemica. Fin qui parlo di una percezione occidentale, si può dire anche sbagliata, perché non vediamo il lato gioioso della parata.
— Che messaggio vorrebbe lanciare per questo 9 maggio?
— Indubbiamente la Seconda Guerra mondiale è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica in Europa. Una delle cose positive che dobbiamo ricordare della Seconda Guerra mondiale è che Paesi così lontani e ostili come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica sono stati capaci di allearsi e collaborare, questa è la cosa più bella.
Non c'è niente di male a dire che l'Unione Sovietica ha vinto anche grazie ad un forte appoggio occidentale, grazie alle forniture di armi. Guai a dimenticare però che la Wermacht è stata distrutta in Russia e non altrove, i tedeschi hanno sempre impegnato i tre quarti delle loro forze sul fronte russo, e che sono stati i russi ad arrivare a Berlino. Dal punto di vista militare il contributo sovietico è assolutamente decisivo, forse l'Unione Sovietica da sola però non avrebbe vinto.
Alla fine è importante celebrare il contributo sovietico specialmente di fronte ad un'opinione pubblica occidentale che rischia di dimenticarlo. Nel mondo di oggi la cosa che andrebbe inoltre ricordata è che l'abbiamo fatto insieme.
#9Maggio1945
#GiornoDellaVittoria
#VictoryDay
#ДеньПобеды
#GrandeGuerraPatriottica
#SecondaGuerraMondiale
#SconfittaDelNazismo
#Antifascismo
#Resistenza
#MemoriaStorica
#UnioneSovietica
#ArmataRossa
#FronteOrientale
#Stalingrado
#Berlino1945
#NazismoMaiPiù
#Liberazione
#StoriaEuropea
#AlessandroBarbero
#VeritàStorica
#MemoriaControLaRimozione
#OccidenteEMemoria
#StoriaNonPropaganda
#CadutiSovietici
#MaiDimenticare
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9 maggio 1945: giorno della Vittoria, dimenticato dall’Occidente
9.05.2017
Intervista di Tatiana Santi ad Alessandro Barbero
Il 9 maggio è il Giorno della Vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, la festa per eccellenza più sentita dai russi, quando tutti i pensieri sono rivolti ai caduti, all’immenso impegno dei civili e dei militari sovietici nella Seconda Guerra mondiale. Una data però dimenticata dall’Occidente, perché?
La vittoria sul nazismo è un avvenimento che riguarda tutti senza eccezione, ma perché il 9 maggio non viene né celebrato né ricordato in Europa?— Professor Barbero, perché secondo lei il cinema e la narrazione mediatica occidentale dominante fanno apparire spesso e volentieri gli americani come i veri e soli liberatori? Un esempio su tutti è il film "La vita è bella" di Benigni dove a liberare Aushwitz sono gli americani.
— È un caso abbastanza vergognoso di come la storia sia stata comunicata e stravolta da un punto di vista ideologico e politico. Gli studiosi e gli specialisti lo sanno benissimo che la Seconda Guerra mondiale in Europa è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica e che il peso di questa vittoria è molto superiore rispetto a quella americana. Questo lo sanno gli specialisti, al popolo si racconta una storia diversa.
Ciò avviene secondo me perché tutti noi siamo cresciuti in un mondo diviso. In Occidente l'Unione Sovietica è diventata un nemico e ricordarsi che eravamo stati alleati era difficile.— Perché?
— Scomponiamo la vicenda. Prima viene il mito americano. Noi in Occidente siamo effettivamente stati liberati dagli americani, che sono stati accolti con immenso entusiasmo. Fa parte proprio dei nostri presupposti immaginare la liberazione da parte degli americani, noi inoltre viviamo in un mondo dominato dai media americani, dalla memorialistica e dal cinema americani. Ricordiamo i film come "Il giorno più lungo" o il più recente "Salvate il soldato Rian". Lo sbarco in Normandia fa parte dell'immaginario collettivo e rappresenta la vittoria del bene contro il male. Invece la battaglia di Stalingrado è un'altra cosa.
— Cioè?
— Innanzitutto si svolge in un mondo lontano e poco conosciuto. Inoltre da una parte c'è il male, i tedeschi, ma dall'altra c'è pure il male: l'Unione sovietica di Stalin. Nella percezione occidentale quindi tuttora è molto difficile vedere quello scontro come un episodio dove i buoni vincono contro i cattivi. Abbiamo visto film di guerra americani da sempre, nessuno da noi vede film da guerra sovietici. La letteratura russa e sovietica è una letteratura grandiosa, ma da noi non la conosce nessuno a parte pochi autori.
Ci troviamo totalmente nella bolla di origine americana e della storia vediamo solo dei pezzi, tanto che Benigni, girando il suo film, ha semplicemente pensato: se la liberazione si manifesta con delle truppe sovietiche la gente non capirà! La gente è abituata a vedere le truppe sovietiche con una certa diffidenza.
— Qual è l'importanza del 9 maggio però anche per la stessa Europa?
— Celebrare la sconfitta contro il nazismo in tutto il mondo dovrebbe voler dire celebrare la vittoria della libertà e della democrazia. In questo senso è molto triste che in Occidente il Giorno della Vittoria sia completamente dimenticato.
C'è anche un altro aspetto: secondo me il 9 maggio si celebra anche in chiave nazionalista la potenza e la gloria della Russia. Questo aspetto non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare guerre. Quando un generale ha il petto coperto di medaglie in Europa non è percepito come una cosa piacevole. Il veterano coperto di medaglie è una figura che si vede soltanto in Unione sovietica e in Russia infatti.Quando un Paese esalta la propria gloria non piace. In Europa si è abituati a ritenere ogni parata militare sulla Piazza Rossa infatti come negativa, pericolosa e nemica. Fin qui parlo di una percezione occidentale, si può dire anche sbagliata, perché non vediamo il lato gioioso della parata.
— Che messaggio vorrebbe lanciare per questo 9 maggio?
— Indubbiamente la Seconda Guerra mondiale è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica in Europa. Una delle cose positive che dobbiamo ricordare della Seconda Guerra mondiale è che Paesi così lontani e ostili come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica sono stati capaci di allearsi e collaborare, questa è la cosa più bella.
Non c'è niente di male a dire che l'Unione Sovietica ha vinto anche grazie ad un forte appoggio occidentale, grazie alle forniture di armi. Guai a dimenticare però che la Wermacht è stata distrutta in Russia e non altrove, i tedeschi hanno sempre impegnato i tre quarti delle loro forze sul fronte russo, e che sono stati i russi ad arrivare a Berlino. Dal punto di vista militare il contributo sovietico è assolutamente decisivo, forse l'Unione Sovietica da sola però non avrebbe vinto.
Alla fine è importante celebrare il contributo sovietico specialmente di fronte ad un'opinione pubblica occidentale che rischia di dimenticarlo. Nel mondo di oggi la cosa che andrebbe inoltre ricordata è che l'abbiamo fatto insieme.
#9Maggio1945
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#ДеньПобеды
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9 maggio 1945: giorno della Vittoria, dimenticato dall’Occidente
9.05.2017
Intervista di Tatiana Santi ad Alessandro Barbero
Il 9 maggio è il Giorno della Vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, la festa per eccellenza più sentita dai russi, quando tutti i pensieri sono rivolti ai caduti, all’immenso impegno dei civili e dei militari sovietici nella Seconda Guerra mondiale. Una data però dimenticata dall’Occidente, perché?
La vittoria sul nazismo è un avvenimento che riguarda tutti senza eccezione, ma perché il 9 maggio non viene né celebrato né ricordato in Europa?— Professor Barbero, perché secondo lei il cinema e la narrazione mediatica occidentale dominante fanno apparire spesso e volentieri gli americani come i veri e soli liberatori? Un esempio su tutti è il film "La vita è bella" di Benigni dove a liberare Aushwitz sono gli americani.
— È un caso abbastanza vergognoso di come la storia sia stata comunicata e stravolta da un punto di vista ideologico e politico. Gli studiosi e gli specialisti lo sanno benissimo che la Seconda Guerra mondiale in Europa è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica e che il peso di questa vittoria è molto superiore rispetto a quella americana. Questo lo sanno gli specialisti, al popolo si racconta una storia diversa.
Ciò avviene secondo me perché tutti noi siamo cresciuti in un mondo diviso. In Occidente l'Unione Sovietica è diventata un nemico e ricordarsi che eravamo stati alleati era difficile.— Perché?
— Scomponiamo la vicenda. Prima viene il mito americano. Noi in Occidente siamo effettivamente stati liberati dagli americani, che sono stati accolti con immenso entusiasmo. Fa parte proprio dei nostri presupposti immaginare la liberazione da parte degli americani, noi inoltre viviamo in un mondo dominato dai media americani, dalla memorialistica e dal cinema americani. Ricordiamo i film come "Il giorno più lungo" o il più recente "Salvate il soldato Rian". Lo sbarco in Normandia fa parte dell'immaginario collettivo e rappresenta la vittoria del bene contro il male. Invece la battaglia di Stalingrado è un'altra cosa.
— Cioè?
— Innanzitutto si svolge in un mondo lontano e poco conosciuto. Inoltre da una parte c'è il male, i tedeschi, ma dall'altra c'è pure il male: l'Unione sovietica di Stalin. Nella percezione occidentale quindi tuttora è molto difficile vedere quello scontro come un episodio dove i buoni vincono contro i cattivi. Abbiamo visto film di guerra americani da sempre, nessuno da noi vede film da guerra sovietici. La letteratura russa e sovietica è una letteratura grandiosa, ma da noi non la conosce nessuno a parte pochi autori.
Ci troviamo totalmente nella bolla di origine americana e della storia vediamo solo dei pezzi, tanto che Benigni, girando il suo film, ha semplicemente pensato: se la liberazione si manifesta con delle truppe sovietiche la gente non capirà! La gente è abituata a vedere le truppe sovietiche con una certa diffidenza.
— Qual è l'importanza del 9 maggio però anche per la stessa Europa?
— Celebrare la sconfitta contro il nazismo in tutto il mondo dovrebbe voler dire celebrare la vittoria della libertà e della democrazia. In questo senso è molto triste che in Occidente il Giorno della Vittoria sia completamente dimenticato.
C'è anche un altro aspetto: secondo me il 9 maggio si celebra anche in chiave nazionalista la potenza e la gloria della Russia. Questo aspetto non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare guerre. Quando un generale ha il petto coperto di medaglie in Europa non è percepito come una cosa piacevole. Il veterano coperto di medaglie è una figura che si vede soltanto in Unione sovietica e in Russia infatti.Quando un Paese esalta la propria gloria non piace. In Europa si è abituati a ritenere ogni parata militare sulla Piazza Rossa infatti come negativa, pericolosa e nemica. Fin qui parlo di una percezione occidentale, si può dire anche sbagliata, perché non vediamo il lato gioioso della parata.
— Che messaggio vorrebbe lanciare per questo 9 maggio?
— Indubbiamente la Seconda Guerra mondiale è stata vinta innanzitutto dall'Unione Sovietica in Europa. Una delle cose positive che dobbiamo ricordare della Seconda Guerra mondiale è che Paesi così lontani e ostili come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica sono stati capaci di allearsi e collaborare, questa è la cosa più bella.
Non c'è niente di male a dire che l'Unione Sovietica ha vinto anche grazie ad un forte appoggio occidentale, grazie alle forniture di armi. Guai a dimenticare però che la Wermacht è stata distrutta in Russia e non altrove, i tedeschi hanno sempre impegnato i tre quarti delle loro forze sul fronte russo, e che sono stati i russi ad arrivare a Berlino. Dal punto di vista militare il contributo sovietico è assolutamente decisivo, forse l'Unione Sovietica da sola però non avrebbe vinto.
Alla fine è importante celebrare il contributo sovietico specialmente di fronte ad un'opinione pubblica occidentale che rischia di dimenticarlo. Nel mondo di oggi la cosa che andrebbe inoltre ricordata è che l'abbiamo fatto insieme.
#9Maggio1945
#GiornoDellaVittoria
#VictoryDay
#ДеньПобеды
#GrandeGuerraPatriottica
#SecondaGuerraMondiale
#SconfittaDelNazismo
#Antifascismo
#Resistenza
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#Liberazione
#StoriaEuropea
#AlessandroBarbero
#VeritàStorica
#MemoriaControLaRimozione
#OccidenteEMemoria
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#CadutiSovietici
#MaiDimenticare
#alessandrobarberolastoria -
Facebook è arrivato ad oscurare persino #AlessandroBarbero. Sembra non nascondersi nemmeno più, proprio come Trump.
" “È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero"
di Virginia Della Sala
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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà NO: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/18/barbero-referendum-giustizia-nordio-video/8260493/
#Referendum #Giustizia #ReferendumGiustizia #ReferendumCostituzionale #Magistratura #Barbero #AlessandroBarbero
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Medioevo 1) Il "Cantico delle creature" è il testo poetico più antico (800 anni) della letteratura italiana di cui si conosca l'autore. Mentre #AlessandroBarbero e #AldoCazzullo pubblicano libri dedicati al Patrono d'Italia, segnalo questo disco di una decina d'anni fa di #AngeloBranduardi. Perché è in tour col secondo degli scrittori citati ma anche per ricordare gli 8 mesi dalla morte del primo Papa che ne usò il nome. Da Francesco a Francesco - Invidious https://invidious.nerdvpn.de/playlist?list=OLAK5uy_lPhWsD5noLsppZKuRX5x-hssKad0QGGvg
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#Barbero difende la CGIL dalle frasi di Meloni.
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Visto che l'argomento è tornato di moda (televisivamente! cos'avete pensato?), è utile fare un ripasso. L'avvento del #fascismo - Domande e risposte col Professor #AlessandroBarbero - Invidious https://iv.duti.dev/watch?v=_ngMtFzE02c #storia
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“Megalopolis”, un peplum per l’era digitale
Una volta, partecipando ad una trasmissione televisiva su Ovidio, Alessandro Barbero disse che il mondo frequentato dal poeta augusteo doveva essere assai simile a quello della upper class di New York o di Washington fatto di feste, festini e intrighi a base di sesso, alcool e droga, di party a cui partecipano i rampolli di alti esponenti della politica e dell’economia. Barbero istituisce quindi un azzeccatissimo parallelismo fra le più alte classi sociali della Roma augustea e le frange più ricche della contemporanea società americana. Frequentando quel mondo e scrivendo di amori licenziosi, è assai probabile che Ovidio abbia fatto un passo falso tanto da incorrere nell’ira di Augusto, ed essere quindi condannato alla relegazione nell’oscura Tomi, sul Mar Nero, l’odierna Costanza (che il poeta dipinge fredda e tempestosa come il Polo Nord, ma che oggi, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era il luogo di vacanza privilegiato dai ricchi magnati russi).
Un parallelismo fra la Roma antica e la contemporanea società americana viene realizzato anche da Francis Ford Coppola nel suo recente e ambizioso film Megalopolis (2024) che mostra un vero e proprio calderone di epoche e figure storiche. I nomi dei personaggi rievocano il truce periodo della guerra civile della Roma repubblicana: Crasso, Catilina, Cicerone, Clodio. Una fonte di ispirazione, secondo quanto affermato dallo stesso regista, è infatti La congiura di Catilina di Sallustio. Nel film, New York diventa New Rome e Cicerone è il corrotto procuratore distrettuale Francis Cicero mentre Catilina è il ricco architetto Cesar Catilina, nipote del banchiere Hamilton Crasso III e nipote di Crasso è anche il depravato Clodio. Quest’ultimo, ponendosi populisticamente alla guida delle classi più povere, vuole contrastare i progetti di ricostruzione della città (che sta per essere devastata dalla caduta di un satellite sovietico) di Catilina.
Il ricorso al mondo classico operato da Coppola possiede diverse sfaccettature. Una più estetica e incline al kitsch, con la valenza metaforica generale di corruzione e degradazione. Ad esempio, in Italia, alla fine degli anni Sessanta, richiami al mondo antico con questa valenza metaforica erano stati attuati da Alberto Arbasino e da Federico Fellini con due loro opere del 1969: rispettivamente il romanzo Super-Eliogabalo e il film Fellini Satyricon. Un’altra sfaccettatura si lega più da vicino all’immaginario fantascientifico e distopico, per cui la romanità presente nel film assume una significativa rilevanza estetica nei suoi aspetti più catastrofici, secondo quanto ha osservato Susan Sontag relativamente all’immagine del disastro nella fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine, la Roma antica presente nel film appare come il frutto di una “omogeneizzazione” del passato e della storia nel senso espresso da Furio Jesi nel suo saggio Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole” (1979): una omogeneizzazione della Roma antica attuata dallo stesso Mussolini e dal fascismo, una rilettura del passato alla luce del lusso spirituale e materiale realizzata generalmente anche dalla cultura di destra successiva. D’altra parte, una mescolanza incongrua di questo tipo veniva perseguita anche dal filone peplum hollywoodiano, vale a dire tutta la miriade di film ambientati nell’antica Roma, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Esiste però anche un genere peplum precedente, squisitamente fascista come, ad esempio, Scipione l’Africano (1936) di Carmine Gallone, intriso di retorica del regime.
Coppola, strizzando genialmente l’occhio al peplum, crea una “omogeneizzazione” della Roma antica fra elementi incongrui e appartenenti a epoche diverse, infarcita di citazioni shakespeariane (Cicerone, Catilina, Clodio e Crasso che leggono Marco Aurelio come un grande del passato ma che in realtà è vissuto molto dopo, la presenza del Colosseo come stereotipo della romanità, che in realtà venne costruito dai Flavi molti anni dopo il periodo delle guerre civili ecc.) unendola a elementi della contemporaneità come la tecnologia digitale o le automobili. Questa grande omogeneizzazione, anzi mega-omogeneizzazione in puro stile peplum digitale 4.0, serve a creare un’altra potente immagine metaforica, quella del capitale nelle sue più violente e incomprensibili (almeno da parte della ‘gente comune’) declinazioni: il potere economico e finanziario. Dietro lo strapotere e la ricchezza dei personaggi, guarda caso, ci sono le banche: il corrotto e depravato Clodio mira infatti ad impossessarsi della banca dello zio Hamilton. E lo strapotere finanziario può anche ergersi a guida populista (come fa Crasso nel film), manovrando la popolazione meno abbiente come tanti ignari burattini. Il travestimento estetico, kitsch, iperreale e postmoderno della Roma antica di Coppola cela un cuore fatto di violente e tribali guerre finanziarie ed economiche, le stesse che si consumano a Wall Street. Il cuore pulsante di questa società non è troppo diverso da quello che ci mostra un film che viene sempre propinato al pubblico televisivo la sera del giorno di Natale, e lo è stato immancabilmente anche pochi giorni fa, Una poltrona per due (Trading Places, 1983) di John Landis: i ricchissimi fratelli Duke, esponenti dell’alta finanza, decidono, per una scommessa, di far precipitare in miseria il loro dipendente Winthorpe. Quello che viene spacciato per un film di Natale sui buoni sentimenti, oltre ad esaltare il rampantismo primi anni Ottanta, mostra in realtà una violentissima guerra tribale, quella che si consuma ogni giorno nei palazzi dell’alta finanza e, ormai, neppure più nei palazzi, ma nell’universo digitale.
La corruzione, i festini lussuosi, la depravazione, il sesso, la dimensione spettacolare volgare e ostentata, in Megalopolis, non sono altro che l’esoscheletro del cuore economico e finanziario del capitalismo maturo che ci circonda. Non è la romanità che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, come nella trilogia ucronica di Sophie MacDougall Romanitas, ma è un universo ‘omogeneizzante’ che racchiude una cultura votata all’altare di un capitalismo che di romano ha assai poco. Certo, anche Petronio nel Satyricon (I sec. d.C.) intendeva affrescare la corruzione e la volgarità dell’età neroniana, un universo fatto di sesso, cibo e denaro, secondo la definizione di Gian Biagio Conte. Ma la rilettura del regista americano inserisce le figure antiche in un universo preciso: un mondo di lusso estremo che, dietro le apparenze, cade a pezzi in una tribale e violenta guerra fra bande. E poi, non dimentichiamo nemmeno che la Roma delle guerre civili era davvero una società attraversata da feroci regolamenti di conti fra bande rivali, come anche lo sarà la società medievale e rinascimentale.
Non è un caso che l’auto privata di Catilina, sulla quale si muove attraverso la città accompagnato dal suo autista, spesso inquadrata in immagini compiaciute ed estetizzanti, sia una vettura simbolo dell’alta borghesia francese ed europea degli anni Sessanta e Settanta, cioè la Citroën DS, un’automobile che è stata, secondo Roland Barthes, un vero e proprio mito del lusso, dello spettacolo e del consumo: mezzo di trasporto, nonché sfoggio di ricchezza, dell’alta borghesia parigina e addirittura auto presidenziale negli anni Sessanta si è poi trasformata, ormai invecchiata, a partire dalla fine degli anni Settanta, in mito della controcultura giovanile ed è divenuta l’ideale mezzo di trasporto per nomadici vagabondaggi. Un vero “mito d’oggi”, secondo l’efficace espressione barthesiana, soggetto a metamorfosi ma, nemmeno ai giorni nostri, del tutto tramontato. L’auto di Catilina si spinge fino ai più poveri quartieri di New York, simili a quelli in cui si ritrova il povero Winthorpe caduto in miseria, laddove una colossale statua della dea Giustizia non riesce più a tenere in mano la sua bilancia, perché pende troppo da una parte. Quei bassifondi sono e saranno abitati sempre dalle vittime del capitale, sia nella New Rome, sia in Megalopolis, la nuova città ‘riqualificata’ che Catilina intende costruire (una versione fantascientifica delle smart cities?). Con Megalopolis tutti staranno bene, saranno felici e contenti come in una fiaba (e all’universo della fiaba rimanda lo stesso film): sarà veramente così, come si auspica durante la festa di Capodanno di questo parallelo e distopico 2024? Sarà vera utopia oppure una nuova, cupa e devastante distopia che non fa altro che incalzarci e rincorrerci, anche nella realtà, giorno dopo giorno?
gvs
#AlessandroBarbero #banche #capitalismo #capitalismoDigitale #cinema #FrancisFordCoppola #FurioJesi #Megalopolis #RolandBarthes #RomaAntica
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“Megalopolis”, un peplum per l’era digitale
Una volta, partecipando ad una trasmissione televisiva su Ovidio, Alessandro Barbero disse che il mondo frequentato dal poeta augusteo doveva essere assai simile a quello della upper class di New York o di Washington fatto di feste, festini e intrighi a base di sesso, alcool e droga, di party a cui partecipano i rampolli di alti esponenti della politica e dell’economia. Barbero istituisce quindi un azzeccatissimo parallelismo fra le più alte classi sociali della Roma augustea e le frange più ricche della contemporanea società americana. Frequentando quel mondo e scrivendo di amori licenziosi, è assai probabile che Ovidio abbia fatto un passo falso tanto da incorrere nell’ira di Augusto, ed essere quindi condannato alla relegazione nell’oscura Tomi, sul Mar Nero, l’odierna Costanza (che il poeta dipinge fredda e tempestosa come il Polo Nord, ma che oggi, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era il luogo di vacanza privilegiato dai ricchi magnati russi).
Un parallelismo fra la Roma antica e la contemporanea società americana viene realizzato anche da Francis Ford Coppola nel suo recente e ambizioso film Megalopolis (2024) che mostra un vero e proprio calderone di epoche e figure storiche. I nomi dei personaggi rievocano il truce periodo della guerra civile della Roma repubblicana: Crasso, Catilina, Cicerone, Clodio. Una fonte di ispirazione, secondo quanto affermato dallo stesso regista, è infatti La congiura di Catilina di Sallustio. Nel film, New York diventa New Rome e Cicerone è il corrotto procuratore distrettuale Francis Cicero mentre Catilina è il ricco architetto Cesar Catilina, nipote del banchiere Hamilton Crasso III e nipote di Crasso è anche il depravato Clodio. Quest’ultimo, ponendosi populisticamente alla guida delle classi più povere, vuole contrastare i progetti di ricostruzione della città (che sta per essere devastata dalla caduta di un satellite sovietico) di Catilina.
Il ricorso al mondo classico operato da Coppola possiede diverse sfaccettature. Una più estetica e incline al kitsch, con la valenza metaforica generale di corruzione e degradazione. Ad esempio, in Italia, alla fine degli anni Sessanta, richiami al mondo antico con questa valenza metaforica erano stati attuati da Alberto Arbasino e da Federico Fellini con due loro opere del 1969: rispettivamente il romanzo Super-Eliogabalo e il film Fellini Satyricon. Un’altra sfaccettatura si lega più da vicino all’immaginario fantascientifico e distopico, per cui la romanità presente nel film assume una significativa rilevanza estetica nei suoi aspetti più catastrofici, secondo quanto ha osservato Susan Sontag relativamente all’immagine del disastro nella fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine, la Roma antica presente nel film appare come il frutto di una “omogeneizzazione” del passato e della storia nel senso espresso da Furio Jesi nel suo saggio Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole” (1979): una omogeneizzazione della Roma antica attuata dallo stesso Mussolini e dal fascismo, una rilettura del passato alla luce del lusso spirituale e materiale realizzata generalmente anche dalla cultura di destra successiva. D’altra parte, una mescolanza incongrua di questo tipo veniva perseguita anche dal filone peplum hollywoodiano, vale a dire tutta la miriade di film ambientati nell’antica Roma, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Esiste però anche un genere peplum precedente, squisitamente fascista come, ad esempio, Scipione l’Africano (1936) di Carmine Gallone, intriso di retorica del regime.
Coppola, strizzando genialmente l’occhio al peplum, crea una “omogeneizzazione” della Roma antica fra elementi incongrui e appartenenti a epoche diverse, infarcita di citazioni shakespeariane (Cicerone, Catilina, Clodio e Crasso che leggono Marco Aurelio come un grande del passato ma che in realtà è vissuto molto dopo, la presenza del Colosseo come stereotipo della romanità, che in realtà venne costruito dai Flavi molti anni dopo il periodo delle guerre civili ecc.) unendola a elementi della contemporaneità come la tecnologia digitale o le automobili. Questa grande omogeneizzazione, anzi mega-omogeneizzazione in puro stile peplum digitale 4.0, serve a creare un’altra potente immagine metaforica, quella del capitale nelle sue più violente e incomprensibili (almeno da parte della ‘gente comune’) declinazioni: il potere economico e finanziario. Dietro lo strapotere e la ricchezza dei personaggi, guarda caso, ci sono le banche: il corrotto e depravato Clodio mira infatti ad impossessarsi della banca dello zio Hamilton. E lo strapotere finanziario può anche ergersi a guida populista (come fa Crasso nel film), manovrando la popolazione meno abbiente come tanti ignari burattini. Il travestimento estetico, kitsch, iperreale e postmoderno della Roma antica di Coppola cela un cuore fatto di violente e tribali guerre finanziarie ed economiche, le stesse che si consumano a Wall Street. Il cuore pulsante di questa società non è troppo diverso da quello che ci mostra un film che viene sempre propinato al pubblico televisivo la sera del giorno di Natale, e lo è stato immancabilmente anche pochi giorni fa, Una poltrona per due (Trading Places, 1983) di John Landis: i ricchissimi fratelli Duke, esponenti dell’alta finanza, decidono, per una scommessa, di far precipitare in miseria il loro dipendente Winthorpe. Quello che viene spacciato per un film di Natale sui buoni sentimenti, oltre ad esaltare il rampantismo primi anni Ottanta, mostra in realtà una violentissima guerra tribale, quella che si consuma ogni giorno nei palazzi dell’alta finanza e, ormai, neppure più nei palazzi, ma nell’universo digitale.
La corruzione, i festini lussuosi, la depravazione, il sesso, la dimensione spettacolare volgare e ostentata, in Megalopolis, non sono altro che l’esoscheletro del cuore economico e finanziario del capitalismo maturo che ci circonda. Non è la romanità che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, come nella trilogia ucronica di Sophie MacDougall Romanitas, ma è un universo ‘omogeneizzante’ che racchiude una cultura votata all’altare di un capitalismo che di romano ha assai poco. Certo, anche Petronio nel Satyricon (I sec. d.C.) intendeva affrescare la corruzione e la volgarità dell’età neroniana, un universo fatto di sesso, cibo e denaro, secondo la definizione di Gian Biagio Conte. Ma la rilettura del regista americano inserisce le figure antiche in un universo preciso: un mondo di lusso estremo che, dietro le apparenze, cade a pezzi in una tribale e violenta guerra fra bande. E poi, non dimentichiamo nemmeno che la Roma delle guerre civili era davvero una società attraversata da feroci regolamenti di conti fra bande rivali, come anche lo sarà la società medievale e rinascimentale.
Non è un caso che l’auto privata di Catilina, sulla quale si muove attraverso la città accompagnato dal suo autista, spesso inquadrata in immagini compiaciute ed estetizzanti, sia una vettura simbolo dell’alta borghesia francese ed europea degli anni Sessanta e Settanta, cioè la Citroën DS, un’automobile che è stata, secondo Roland Barthes, un vero e proprio mito del lusso, dello spettacolo e del consumo: mezzo di trasporto, nonché sfoggio di ricchezza, dell’alta borghesia parigina e addirittura auto presidenziale negli anni Sessanta si è poi trasformata, ormai invecchiata, a partire dalla fine degli anni Settanta, in mito della controcultura giovanile ed è divenuta l’ideale mezzo di trasporto per nomadici vagabondaggi. Un vero “mito d’oggi”, secondo l’efficace espressione barthesiana, soggetto a metamorfosi ma, nemmeno ai giorni nostri, del tutto tramontato. L’auto di Catilina si spinge fino ai più poveri quartieri di New York, simili a quelli in cui si ritrova il povero Winthorpe caduto in miseria, laddove una colossale statua della dea Giustizia non riesce più a tenere in mano la sua bilancia, perché pende troppo da una parte. Quei bassifondi sono e saranno abitati sempre dalle vittime del capitale, sia nella New Rome, sia in Megalopolis, la nuova città ‘riqualificata’ che Catilina intende costruire (una versione fantascientifica delle smart cities?). Con Megalopolis tutti staranno bene, saranno felici e contenti come in una fiaba (e all’universo della fiaba rimanda lo stesso film): sarà veramente così, come si auspica durante la festa di Capodanno di questo parallelo e distopico 2024? Sarà vera utopia oppure una nuova, cupa e devastante distopia che non fa altro che incalzarci e rincorrerci, anche nella realtà, giorno dopo giorno?
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#AlessandroBarbero #banche #capitalismo #capitalismoDigitale #cinema #FrancisFordCoppola #FurioJesi #Megalopolis #RolandBarthes #RomaAntica
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“Megalopolis”, un peplum per l’era digitale
Una volta, partecipando ad una trasmissione televisiva su Ovidio, Alessandro Barbero disse che il mondo frequentato dal poeta augusteo doveva essere assai simile a quello della upper class di New York o di Washington fatto di feste, festini e intrighi a base di sesso, alcool e droga, di party a cui partecipano i rampolli di alti esponenti della politica e dell’economia. Barbero istituisce quindi un azzeccatissimo parallelismo fra le più alte classi sociali della Roma augustea e le frange più ricche della contemporanea società americana. Frequentando quel mondo e scrivendo di amori licenziosi, è assai probabile che Ovidio abbia fatto un passo falso tanto da incorrere nell’ira di Augusto, ed essere quindi condannato alla relegazione nell’oscura Tomi, sul Mar Nero, l’odierna Costanza (che il poeta dipinge fredda e tempestosa come il Polo Nord, ma che oggi, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era il luogo di vacanza privilegiato dai ricchi magnati russi).
Un parallelismo fra la Roma antica e la contemporanea società americana viene realizzato anche da Francis Ford Coppola nel suo recente e ambizioso film Megalopolis (2024) che mostra un vero e proprio calderone di epoche e figure storiche. I nomi dei personaggi rievocano il truce periodo della guerra civile della Roma repubblicana: Crasso, Catilina, Cicerone, Clodio. Una fonte di ispirazione, secondo quanto affermato dallo stesso regista, è infatti La congiura di Catilina di Sallustio. Nel film, New York diventa New Rome e Cicerone è il corrotto procuratore distrettuale Francis Cicero mentre Catilina è il ricco architetto Cesar Catilina, nipote del banchiere Hamilton Crasso III e nipote di Crasso è anche il depravato Clodio. Quest’ultimo, ponendosi populisticamente alla guida delle classi più povere, vuole contrastare i progetti di ricostruzione della città (che sta per essere devastata dalla caduta di un satellite sovietico) di Catilina.
Il ricorso al mondo classico operato da Coppola possiede diverse sfaccettature. Una più estetica e incline al kitsch, con la valenza metaforica generale di corruzione e degradazione. Ad esempio, in Italia, alla fine degli anni Sessanta, richiami al mondo antico con questa valenza metaforica erano stati attuati da Alberto Arbasino e da Federico Fellini con due loro opere del 1969: rispettivamente il romanzo Super-Eliogabalo e il film Fellini Satyricon. Un’altra sfaccettatura si lega più da vicino all’immaginario fantascientifico e distopico, per cui la romanità presente nel film assume una significativa rilevanza estetica nei suoi aspetti più catastrofici, secondo quanto ha osservato Susan Sontag relativamente all’immagine del disastro nella fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine, la Roma antica presente nel film appare come il frutto di una “omogeneizzazione” del passato e della storia nel senso espresso da Furio Jesi nel suo saggio Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole” (1979): una omogeneizzazione della Roma antica attuata dallo stesso Mussolini e dal fascismo, una rilettura del passato alla luce del lusso spirituale e materiale realizzata generalmente anche dalla cultura di destra successiva. D’altra parte, una mescolanza incongrua di questo tipo veniva perseguita anche dal filone peplum hollywoodiano, vale a dire tutta la miriade di film ambientati nell’antica Roma, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Esiste però anche un genere peplum precedente, squisitamente fascista come, ad esempio, Scipione l’Africano (1936) di Carmine Gallone, intriso di retorica del regime.
Coppola, strizzando genialmente l’occhio al peplum, crea una “omogeneizzazione” della Roma antica fra elementi incongrui e appartenenti a epoche diverse, infarcita di citazioni shakespeariane (Cicerone, Catilina, Clodio e Crasso che leggono Marco Aurelio come un grande del passato ma che in realtà è vissuto molto dopo, la presenza del Colosseo come stereotipo della romanità, che in realtà venne costruito dai Flavi molti anni dopo il periodo delle guerre civili ecc.) unendola a elementi della contemporaneità come la tecnologia digitale o le automobili. Questa grande omogeneizzazione, anzi mega-omogeneizzazione in puro stile peplum digitale 4.0, serve a creare un’altra potente immagine metaforica, quella del capitale nelle sue più violente e incomprensibili (almeno da parte della ‘gente comune’) declinazioni: il potere economico e finanziario. Dietro lo strapotere e la ricchezza dei personaggi, guarda caso, ci sono le banche: il corrotto e depravato Clodio mira infatti ad impossessarsi della banca dello zio Hamilton. E lo strapotere finanziario può anche ergersi a guida populista (come fa Crasso nel film), manovrando la popolazione meno abbiente come tanti ignari burattini. Il travestimento estetico, kitsch, iperreale e postmoderno della Roma antica di Coppola cela un cuore fatto di violente e tribali guerre finanziarie ed economiche, le stesse che si consumano a Wall Street. Il cuore pulsante di questa società non è troppo diverso da quello che ci mostra un film che viene sempre propinato al pubblico televisivo la sera del giorno di Natale, e lo è stato immancabilmente anche pochi giorni fa, Una poltrona per due (Trading Places, 1983) di John Landis: i ricchissimi fratelli Duke, esponenti dell’alta finanza, decidono, per una scommessa, di far precipitare in miseria il loro dipendente Winthorpe. Quello che viene spacciato per un film di Natale sui buoni sentimenti, oltre ad esaltare il rampantismo primi anni Ottanta, mostra in realtà una violentissima guerra tribale, quella che si consuma ogni giorno nei palazzi dell’alta finanza e, ormai, neppure più nei palazzi, ma nell’universo digitale.
La corruzione, i festini lussuosi, la depravazione, il sesso, la dimensione spettacolare volgare e ostentata, in Megalopolis, non sono altro che l’esoscheletro del cuore economico e finanziario del capitalismo maturo che ci circonda. Non è la romanità che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, come nella trilogia ucronica di Sophie MacDougall Romanitas, ma è un universo ‘omogeneizzante’ che racchiude una cultura votata all’altare di un capitalismo che di romano ha assai poco. Certo, anche Petronio nel Satyricon (I sec. d.C.) intendeva affrescare la corruzione e la volgarità dell’età neroniana, un universo fatto di sesso, cibo e denaro, secondo la definizione di Gian Biagio Conte. Ma la rilettura del regista americano inserisce le figure antiche in un universo preciso: un mondo di lusso estremo che, dietro le apparenze, cade a pezzi in una tribale e violenta guerra fra bande. E poi, non dimentichiamo nemmeno che la Roma delle guerre civili era davvero una società attraversata da feroci regolamenti di conti fra bande rivali, come anche lo sarà la società medievale e rinascimentale.
Non è un caso che l’auto privata di Catilina, sulla quale si muove attraverso la città accompagnato dal suo autista, spesso inquadrata in immagini compiaciute ed estetizzanti, sia una vettura simbolo dell’alta borghesia francese ed europea degli anni Sessanta e Settanta, cioè la Citroën DS, un’automobile che è stata, secondo Roland Barthes, un vero e proprio mito del lusso, dello spettacolo e del consumo: mezzo di trasporto, nonché sfoggio di ricchezza, dell’alta borghesia parigina e addirittura auto presidenziale negli anni Sessanta si è poi trasformata, ormai invecchiata, a partire dalla fine degli anni Settanta, in mito della controcultura giovanile ed è divenuta l’ideale mezzo di trasporto per nomadici vagabondaggi. Un vero “mito d’oggi”, secondo l’efficace espressione barthesiana, soggetto a metamorfosi ma, nemmeno ai giorni nostri, del tutto tramontato. L’auto di Catilina si spinge fino ai più poveri quartieri di New York, simili a quelli in cui si ritrova il povero Winthorpe caduto in miseria, laddove una colossale statua della dea Giustizia non riesce più a tenere in mano la sua bilancia, perché pende troppo da una parte. Quei bassifondi sono e saranno abitati sempre dalle vittime del capitale, sia nella New Rome, sia in Megalopolis, la nuova città ‘riqualificata’ che Catilina intende costruire (una versione fantascientifica delle smart cities?). Con Megalopolis tutti staranno bene, saranno felici e contenti come in una fiaba (e all’universo della fiaba rimanda lo stesso film): sarà veramente così, come si auspica durante la festa di Capodanno di questo parallelo e distopico 2024? Sarà vera utopia oppure una nuova, cupa e devastante distopia che non fa altro che incalzarci e rincorrerci, anche nella realtà, giorno dopo giorno?
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#AlessandroBarbero #banche #capitalismo #capitalismoDigitale #cinema #FrancisFordCoppola #FurioJesi #Megalopolis #RolandBarthes #RomaAntica
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“Megalopolis”, un peplum per l’era digitale
Una volta, partecipando ad una trasmissione televisiva su Ovidio, Alessandro Barbero disse che il mondo frequentato dal poeta augusteo doveva essere assai simile a quello della upper class di New York o di Washington fatto di feste, festini e intrighi a base di sesso, alcool e droga, di party a cui partecipano i rampolli di alti esponenti della politica e dell’economia. Barbero istituisce quindi un azzeccatissimo parallelismo fra le più alte classi sociali della Roma augustea e le frange più ricche della contemporanea società americana. Frequentando quel mondo e scrivendo di amori licenziosi, è assai probabile che Ovidio abbia fatto un passo falso tanto da incorrere nell’ira di Augusto, ed essere quindi condannato alla relegazione nell’oscura Tomi, sul Mar Nero, l’odierna Costanza (che il poeta dipinge fredda e tempestosa come il Polo Nord, ma che oggi, almeno fino a prima dello scoppio della guerra in Ucraina, era il luogo di vacanza privilegiato dai ricchi magnati russi).
Un parallelismo fra la Roma antica e la contemporanea società americana viene realizzato anche da Francis Ford Coppola nel suo recente e ambizioso film Megalopolis (2024) che mostra un vero e proprio calderone di epoche e figure storiche. I nomi dei personaggi rievocano il truce periodo della guerra civile della Roma repubblicana: Crasso, Catilina, Cicerone, Clodio. Una fonte di ispirazione, secondo quanto affermato dallo stesso regista, è infatti La congiura di Catilina di Sallustio. Nel film, New York diventa New Rome e Cicerone è il corrotto procuratore distrettuale Francis Cicero mentre Catilina è il ricco architetto Cesar Catilina, nipote del banchiere Hamilton Crasso III e nipote di Crasso è anche il depravato Clodio. Quest’ultimo, ponendosi populisticamente alla guida delle classi più povere, vuole contrastare i progetti di ricostruzione della città (che sta per essere devastata dalla caduta di un satellite sovietico) di Catilina.
Il ricorso al mondo classico operato da Coppola possiede diverse sfaccettature. Una più estetica e incline al kitsch, con la valenza metaforica generale di corruzione e degradazione. Ad esempio, in Italia, alla fine degli anni Sessanta, richiami al mondo antico con questa valenza metaforica erano stati attuati da Alberto Arbasino e da Federico Fellini con due loro opere del 1969: rispettivamente il romanzo Super-Eliogabalo e il film Fellini Satyricon. Un’altra sfaccettatura si lega più da vicino all’immaginario fantascientifico e distopico, per cui la romanità presente nel film assume una significativa rilevanza estetica nei suoi aspetti più catastrofici, secondo quanto ha osservato Susan Sontag relativamente all’immagine del disastro nella fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine, la Roma antica presente nel film appare come il frutto di una “omogeneizzazione” del passato e della storia nel senso espresso da Furio Jesi nel suo saggio Cultura di destra. Il linguaggio delle “idee senza parole” (1979): una omogeneizzazione della Roma antica attuata dallo stesso Mussolini e dal fascismo, una rilettura del passato alla luce del lusso spirituale e materiale realizzata generalmente anche dalla cultura di destra successiva. D’altra parte, una mescolanza incongrua di questo tipo veniva perseguita anche dal filone peplum hollywoodiano, vale a dire tutta la miriade di film ambientati nell’antica Roma, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Esiste però anche un genere peplum precedente, squisitamente fascista come, ad esempio, Scipione l’Africano (1936) di Carmine Gallone, intriso di retorica del regime.
Coppola, strizzando genialmente l’occhio al peplum, crea una “omogeneizzazione” della Roma antica fra elementi incongrui e appartenenti a epoche diverse, infarcita di citazioni shakespeariane (Cicerone, Catilina, Clodio e Crasso che leggono Marco Aurelio come un grande del passato ma che in realtà è vissuto molto dopo, la presenza del Colosseo come stereotipo della romanità, che in realtà venne costruito dai Flavi molti anni dopo il periodo delle guerre civili ecc.) unendola a elementi della contemporaneità come la tecnologia digitale o le automobili. Questa grande omogeneizzazione, anzi mega-omogeneizzazione in puro stile peplum digitale 4.0, serve a creare un’altra potente immagine metaforica, quella del capitale nelle sue più violente e incomprensibili (almeno da parte della ‘gente comune’) declinazioni: il potere economico e finanziario. Dietro lo strapotere e la ricchezza dei personaggi, guarda caso, ci sono le banche: il corrotto e depravato Clodio mira infatti ad impossessarsi della banca dello zio Hamilton. E lo strapotere finanziario può anche ergersi a guida populista (come fa Crasso nel film), manovrando la popolazione meno abbiente come tanti ignari burattini. Il travestimento estetico, kitsch, iperreale e postmoderno della Roma antica di Coppola cela un cuore fatto di violente e tribali guerre finanziarie ed economiche, le stesse che si consumano a Wall Street. Il cuore pulsante di questa società non è troppo diverso da quello che ci mostra un film che viene sempre propinato al pubblico televisivo la sera del giorno di Natale, e lo è stato immancabilmente anche pochi giorni fa, Una poltrona per due (Trading Places, 1983) di John Landis: i ricchissimi fratelli Duke, esponenti dell’alta finanza, decidono, per una scommessa, di far precipitare in miseria il loro dipendente Winthorpe. Quello che viene spacciato per un film di Natale sui buoni sentimenti, oltre ad esaltare il rampantismo primi anni Ottanta, mostra in realtà una violentissima guerra tribale, quella che si consuma ogni giorno nei palazzi dell’alta finanza e, ormai, neppure più nei palazzi, ma nell’universo digitale.
La corruzione, i festini lussuosi, la depravazione, il sesso, la dimensione spettacolare volgare e ostentata, in Megalopolis, non sono altro che l’esoscheletro del cuore economico e finanziario del capitalismo maturo che ci circonda. Non è la romanità che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, come nella trilogia ucronica di Sophie MacDougall Romanitas, ma è un universo ‘omogeneizzante’ che racchiude una cultura votata all’altare di un capitalismo che di romano ha assai poco. Certo, anche Petronio nel Satyricon (I sec. d.C.) intendeva affrescare la corruzione e la volgarità dell’età neroniana, un universo fatto di sesso, cibo e denaro, secondo la definizione di Gian Biagio Conte. Ma la rilettura del regista americano inserisce le figure antiche in un universo preciso: un mondo di lusso estremo che, dietro le apparenze, cade a pezzi in una tribale e violenta guerra fra bande. E poi, non dimentichiamo nemmeno che la Roma delle guerre civili era davvero una società attraversata da feroci regolamenti di conti fra bande rivali, come anche lo sarà la società medievale e rinascimentale.
Non è un caso che l’auto privata di Catilina, sulla quale si muove attraverso la città accompagnato dal suo autista, spesso inquadrata in immagini compiaciute ed estetizzanti, sia una vettura simbolo dell’alta borghesia francese ed europea degli anni Sessanta e Settanta, cioè la Citroën DS, un’automobile che è stata, secondo Roland Barthes, un vero e proprio mito del lusso, dello spettacolo e del consumo: mezzo di trasporto, nonché sfoggio di ricchezza, dell’alta borghesia parigina e addirittura auto presidenziale negli anni Sessanta si è poi trasformata, ormai invecchiata, a partire dalla fine degli anni Settanta, in mito della controcultura giovanile ed è divenuta l’ideale mezzo di trasporto per nomadici vagabondaggi. Un vero “mito d’oggi”, secondo l’efficace espressione barthesiana, soggetto a metamorfosi ma, nemmeno ai giorni nostri, del tutto tramontato. L’auto di Catilina si spinge fino ai più poveri quartieri di New York, simili a quelli in cui si ritrova il povero Winthorpe caduto in miseria, laddove una colossale statua della dea Giustizia non riesce più a tenere in mano la sua bilancia, perché pende troppo da una parte. Quei bassifondi sono e saranno abitati sempre dalle vittime del capitale, sia nella New Rome, sia in Megalopolis, la nuova città ‘riqualificata’ che Catilina intende costruire (una versione fantascientifica delle smart cities?). Con Megalopolis tutti staranno bene, saranno felici e contenti come in una fiaba (e all’universo della fiaba rimanda lo stesso film): sarà veramente così, come si auspica durante la festa di Capodanno di questo parallelo e distopico 2024? Sarà vera utopia oppure una nuova, cupa e devastante distopia che non fa altro che incalzarci e rincorrerci, anche nella realtà, giorno dopo giorno?
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#AlessandroBarbero #banche #capitalismo #capitalismoDigitale #cinema #FrancisFordCoppola #FurioJesi #Megalopolis #RolandBarthes #RomaAntica
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A proposito di #worldpastaday. "La cucina italiana non esiste" Intervista allo storico #AlessandroBarbero https://www.gamberorosso.it/notizie/alessandro-barbero-cucina-italiana/
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Cani e gatti, arriva la clonazione in Spagna: costa oltre 50 mila euro
#26giugno #alessandrobarbero https://notizie.store/detail/aHR0cHM6Ly90ZzI0LnNreS5pdC9zY2llbnplLzIwMjQvMDYvMjYvY2FuaS1nYXR0aS1jbG9uYXppb25lLXNwYWduYQ==.html -
"Quando qualcuno osa uscire dall’università e parlare a un pubblico vasto, va subito messo al suo posto: ci provano, in maniera subdola, anche con #AlessandroBarbero."
#destra #democrazia
#cultura #libertà #25maggiohttps://jacobinitalia.it/lossessione-della-destra-per-il-professore-comunista/
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Andata in onda la sera del #primomaggio, prende spunto (e location) dalIa più grave strage mineraria del dopoguerra avvenuta il 4 maggio 1954 a Ribolla in provincia di Grosseto: 43 lavoratori uccisi da un'esplosione di grisou. Giusto per sapere che non è esistita solo Marcinelle in Belgio. In viaggio con #AlessandroBarbero - Lavoro e schiavitù https://www.la7.it/in-viaggio-con-barbero/rivedila7/in-viaggio-con-barbero-lavoro-e-schiavitu-02-05-2024-540237 #accaddeoggi
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Ho visto questo contributo nella trasmissione di #CorradoAugias su #La7 con ospite lo storico (e mitico) #AlessandroBarbero
Qui un altro storico, #marcomondini (dell'universita di #padova), spiega come noi europei abbiamo fatto finta di non vedere le guerre, fin dal primo brutale grande conflitto
Di solito non sono un grande appassionato di storia, ma questo breve racconto mi è piaciuto molto nella sua acutezza, e vi consiglio di vederlo (dura solo 5 minuti)
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Come molti di voi hanno indovinato, mi riferisco alla trasformazione della scuola, su cui non posso dire meglio di quanto tanti altri hanno detto. Un'ottima sintesi la troviamo in questo brevissimo intervento di #AlessandroBarbero sull'infame #alternanzaScuolaLavoro che certamente qui avete tutti già avuto modo di ascoltare:
https://www.youtube.com/watch?v=PLMe_-MOuSQ
E purtroppo, la martellante campagna della “cultura dell'incultura” mossa dalla classe dominante ha sortito i suoi effetti:
3/n
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[ Fingersi CRISTIANI - Alessandro Barbero (Roma, 2023) | Inedito - Invidious ]
https://i.devol.it/watch?v=_1msATKbPfo #AlessandroBarbero #Adrianopoli -
ADORO IL GENIO - NON BASTA MAI
Roba da matti, chissà cosa direbbe #AlessandroBarbero...
#adoroilgenio #29maggio #vignette #scrivere #storia #scrittura #cultura #battaglie #outofcontext #offtopic
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Basta documentarsi, informarsi. E togliersi i paraocchi. Per dire ancora e ancora grazie, ai Partigiani che a costo della loro vita ci hanno portati alla libertà.
Dal fascismo. Libertà dal fascismo.
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RT @Giammarcosicuro
Mi avete spinto a documentarmi su #viarasella. E mi sono commosso. Grazie #alessandrobarbero. E stai tranquillo nonno, che c’è ancora qualcuno che la storia del #nazifascismo la conosce e la tramanda, anche per t…
https://twitter.com/giammarcosicuro/status/1642100126981259266 -
Il lasciapassare e noi ovvero…
... ostaggi in Assurdistan - di Wu Ming (prima puntata)INDICE DELLA PRIMA PUNTATA
Introduzione.
1. Il lasciapassare quel che dice non lo fa (
https://www.labottegadelbarbieri.org/ostaggi-in-assurdistan-ovvero-il-lasciapassare-e-noi-prima-puntata/
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