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"Nelle scuole pubbliche la presenza delle forze militari è ormai quotidiana.
In Università e Enti di Ricerca si cerca di mascherare la principale finalità di ciò che ruota intorno all’industria bellica: la produzione di strumenti di morte." -
Il mircene come sos naturale contro dolori articolari e muscolari
Ormai ci siamo. La stagione più fredda e fastidiosa per le nostre articolazioni sta per arrivare. Allora non facciamoci cogliere impreparati. Articolazioni...
L'articolo Il mircene come sos naturale contro dolori articolari e muscolari proviene da Cannabis Terapeutica.
#canapa #cannabis #cannabisterapeutica #thc #cbd #cannabinolo #cannabinoide #cannanewshttps://www.cannabisterapeutica.info/2020/11/25/il-mircene-come-sos-naturale-contro-dolori-articolari-e-muscolari/
https://www.cannabisterapeutica.info/7148421702617052.xml https://squeet.me/objects/962c3e10e823acf8454ec6d462043c5602dd5e34 -
Maglione fatto con gli avanzi di lana riciclata finalmente finito (ormai per il prossimo inverno perché è caldissimo) 🎉🎉🎉
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Maglione fatto con gli avanzi di lana riciclata finalmente finito (ormai per il prossimo inverno perché è caldissimo) 🎉🎉🎉
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La #bufala di #lauraboldrini che ruba il #Natale ormai è un appuntamento fisso dell'anno come #UnaPoltronaperDue e #Fantaghirò
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La #bufala di #lauraboldrini che ruba il #Natale ormai è un appuntamento fisso dell'anno come #UnaPoltronaperDue e #Fantaghirò
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La #bufala di #lauraboldrini che ruba il #Natale ormai è un appuntamento fisso dell'anno come #UnaPoltronaperDue e #Fantaghirò
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Di cosa dovrei #incazzarmi di più: del fatto che ormai da mesi — e in questi ultimissimi giorni la #storia è peggiorata #tragicamente, guardare per credere — la linea #Internet di casa salta di continuo, mettendo da sé continui bastoni tra le ruote al mio workflow… o del fatto che quando collego il telefono via tethering USB il mio sistema desktop sembra non essere sempre in grado di routare correttamente i pacchetti — in certi casi capisce che deve farli passare attraverso il telefono sennò non vanno da nessuna parte, ma altre volte si ostina a mandarli al mio bridge ethernet? #MANNAGGIA!!! 🗡️🗡️
È una domanda retorica, ovviamente; mi #incazzo più con #Vodafone, che mio padre paga per farci avere in cambio un servizio che dire #scadente è fargli un complimento, di quanto mi possa mai arrabbiare contro un software no-profit per un #problema che posso aggirare praticamente scollegando dei cavi. Però davvero non ne posso più, non solo questo comportamento mi ruba tempo quando lavoro al PC, ma mi manda pure giù le cose che ospito sul serverino in casa, e che palle. 😭️
Ogni tanto ricordo di questo bordello a mio padre, ma fino ad ora ancora non l’ho convinto a provare a comprare un #router nuovo, uno vero con cui rimpiazzare quel rottame della #VodafoneStation… lui dice che probabilmente i problemi sono sulla linea, e in parte anche io credo sia così (ma chissà quale segmento della linea!); però se anche così fosse il caso, resta comunque indecente il fatto che, mentre il #collegamento alla WAN si scollega e il #modem tenta di ricollegarsi, la Station non è nemmeno in grado di roteare pacchetti in LAN… cioè, fai
Ah, non centra con questi #problemi (mi è sempre capitato, e non impatta su questa situazione), ma guardate qui sto #bug: certe volte (credo a furia di disconnessioni e riconnessioni?) #NetworkManager sfancula e cambia i nomi delle mie schede di #rete nel pannello rapido (in questo caso di GNOME, ma lo faceva anche su Cinnamon)… ma poi nelle impostazioni i nomi sono corretti. Mamma mia che #disagio il software. 😩️pinge avoja ad aspettare, non risponde. È evidente che pure il #software che sta lì sopra fa schifo, mica solo la linea. E-waste puro. 💀️https://octospacc.altervista.org/2024/02/07/mannaggia-a-vodafone-di-continuo/
#bug #collegamento #disagio #incazzarmi #incazzo #Internet #Mannaggia #modem #NetworkManager #problema #problemi #rete #router #scadente #software #storia #tragicamente #Vodafone #VodafoneStation
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🧠 [TEST #Gemini 1.0 Pro Vision] La #multimodalità è ormai una costante nelle nuove generazioni di modelli.
🦾 L'API di Gemini risponde bene, in linea con la "visione" dei modelli della stessa classe (es. #GPT4 e #Claude3).👇 Dettagli 👇
https://www.linkedin.com/posts/alessiopomaro_gemini-multimodalitaeq-gpt4-activity-7171406524827713536-lKe4 -
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dunque un altro mondo era possibile:
a novembre 1944 ormai gli alleati sapevano che Hitler NON aveva l'atomica, potevano fermare #ProgettoManhattan, fermare il #TrinityTest (16 luglio 1945), non usarla contro popolazioni civili di #Hiroshima e #Nagasaki, sterminandone 300mila -
dunque un altro mondo era possibile:
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Puntata splendida, ma ormai non è più una novità...
The Last of Us si conferma settimana dopo settimana come una di quelle poche serie TV che cambiano le cose: per parlarne abbiamo il podcast dedicato che si chiama The Talk of Us, la nostra nuova serie Spoiler Special dedicata SOLO a chi segue la serie! -
Puntata splendida, ma ormai non è più una novità...
The Last of Us si conferma settimana dopo settimana come una di quelle poche serie TV che cambiano le cose: per parlarne abbiamo il podcast dedicato che si chiama The Talk of Us, la nostra nuova serie Spoiler Special dedicata SOLO a chi segue la serie! -
Puntata splendida, ma ormai non è più una novità...
The Last of Us si conferma settimana dopo settimana come una di quelle poche serie TV che cambiano le cose: per parlarne abbiamo il podcast dedicato che si chiama The Talk of Us, la nostra nuova serie Spoiler Special dedicata SOLO a chi segue la serie! -
https://www.europesays.com/it/258438/ Serie D esonerati allenatori primi in classifica #allenatore #amelia #campione #classifica #comando #conquistato #esonero #giornata? #giornate #girone #IT #Italia #Italy #marco #natale #ormai #panchina #pareggio #punti #punto #scafatese #seconda #serie #Sport #Sports #torneo #vado
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L’AI nel retail non è più fantascienza: 9 aziende su 10 la stanno già usando o testando
C’è stato un periodo in cui parlare di intelligenza artificiale nel retail sembrava quasi una cosa da convegno futuristico: scaffali intelligenti, assistenti virtuali, pubblicità personalizzate, magazzini che si organizzano da soli, previsioni di vendita precise come un orologio svizzero.
Poi, come spesso succede con la tecnologia, il futuro ha smesso di essere futuro.
È diventato presente.
Secondo la seconda edizione del report NVIDIA “State of AI in Retail and CPG”, pubblicato a gennaio 2025, l’AI è ormai entrata seriamente nel mondo del retail e dei beni di largo consumo. Il dato che colpisce di più è questo: l’89% dei retailer intervistati sta già usando l’intelligenza artificiale oppure sta valutando progetti, prove pilota e sperimentazioni.
Tradotto in modo semplice: quasi 9 aziende su 10 non stanno più solo “parlando” di AI. La stanno provando, integrando, misurando.
E questa cosa cambia parecchio il modo in cui dobbiamo guardare al commercio, ai negozi, all’e-commerce, alla logistica e perfino al lavoro quotidiano di chi sta dietro le quinte.
L’AI non è più solo ChatGPT
Quando diciamo “intelligenza artificiale”, molti pensano subito a ChatGPT, ai testi generati automaticamente, alle immagini create con un prompt o agli assistenti digitali che rispondono alle domande.
Ma nel retail la partita è molto più ampia.
L’AI sta entrando in tanti punti diversi della catena del nostro lavoro:
marketing, advertising, customer care, analisi dei clienti, gestione degli stock, supply chain, previsioni di vendita, raccomandazioni personalizzate, contenuti per campagne pubblicitarie e assistenti digitali per lo shopping.
Non stiamo parlando solo di un chatbot che ti dice quale paio di scarpe comprare.
Stiamo parlando di sistemi che possono aiutare un’azienda a capire cosa vendere, dove venderlo, quando produrlo, quanto tenerne a stock, come comunicarlo e a quale cliente proporlo.
E qui, da persona che vive quotidianamente processi, magazzini, flussi, articoli, giacenze e problemi reali di sistema, la cosa diventa molto interessante.
Perché l’AI non è utile quando fa scena.
È utile quando ti evita un errore, ti accorcia un processo, ti anticipa un problema o ti fa prendere una decisione migliore.
I numeri del report NVIDIA fanno capire dove stiamo andando
Nel report NVIDIA emergono alcuni dati molto forti.
L’87% degli intervistati dichiara che l’AI ha avuto un impatto positivo sull’aumento dei ricavi annuali.
Il 94% afferma che l’AI ha contribuito a ridurre i costi operativi.
Il 97% prevede di aumentare la spesa in AI nel prossimo anno fiscale.
Sono numeri da prendere con attenzione, come sempre quando si parla di survey aziendali, ma il messaggio è chiaro: le aziende che stanno investendo in AI iniziano a vedere risultati concreti. Non solo immagine. Non solo storytelling. Non solo innovazione da mettere nelle slide.
Risultati.
Più efficienza, più capacità di analisi, più produttività, più controllo sui processi.
E soprattutto una cosa che secondo me sarà sempre più centrale: decisioni più veloci e più basate sui dati.
La Generative AI è già dentro il marketing
Uno dei punti più interessanti del report riguarda la Generative AI, cioè quella famiglia di tecnologie capace di generare testi, immagini, contenuti, analisi, suggerimenti e conversazioni.
Secondo NVIDIA, oltre l’80% delle aziende retail e CPG sta già usando o testando progetti di Generative AI.
https://www.youtube.com/watch?v=OfgU9f1KHAE&pp=ygUXbWFya2V0aW5nIGdlbmVyYXRpdmUgYWk%3D
Gli utilizzi principali sono:
- creazione di contenuti marketing;
- analisi predittiva;
- pubblicità e marketing personalizzato;
- segmentazione dei clienti;
- assistenti digitali per lo shopping.
Il caso più immediato è quello del marketing.
Oggi un brand può creare contenuti diversi per pubblici diversi, adattare campagne, generare testi, immagini, descrizioni prodotto, newsletter, annunci e post social in modo molto più rapido rispetto al passato.
Però attenzione: secondo me qui c’è un rischio.
Se tutti usano l’AI per generare contenuti, il vero vantaggio non sarà semplicemente “produrre di più”.
Il vantaggio sarà produrre meglio.
Perché una descrizione prodotto generata in automatico può essere tecnicamente corretta, ma fredda. Un post social può essere perfetto nella forma, ma vuoto. Una campagna può essere super personalizzata, ma sembrare finta.
La differenza la farà chi saprà usare l’AI come strumento, non come sostituto del pensiero.
L’AI può aiutarti a scrivere, segmentare, analizzare, testare.
Ma il posizionamento, il tono, l’identità del brand e la sensibilità verso il cliente restano umani.
Almeno per ora 🙂 .
Il negozio fisico diventa più intelligente
Un altro aspetto interessante riguarda i punti vendita fisici.
Secondo il report, nei negozi l’AI viene usata soprattutto per:
- gestione dell’inventario;
- analisi e insight;
- advertising adattivo.
Qui entriamo in una zona molto concreta.
Pensiamo a un negozio che riesce a capire meglio quali prodotti stanno finendo, quali stanno girando poco, quali taglie mancano, quali articoli dovrebbero essere riassortiti prima del weekend o prima di una promozione.
Questo può sembrare banale, ma non lo è.
Chi lavora nei processi sa che la differenza tra “avere il prodotto” e “non averlo” può essere enorme.
Un cliente entra, chiede una taglia, non c’è.
Magari l’articolo esiste in un altro negozio, magari è in magazzino, magari è bloccato in una fase di sistema, magari c’è fisicamente ma non risulta disponibile.
L’AI può aiutare proprio lì: non nel fare magia, ma nel collegare meglio dati, disponibilità, domanda e operatività.
Per me il punto è questo: l’intelligenza artificiale diventa veramente utile quando esce dalla teoria e arriva nei punti sporchi del processo.
Quelli dove oggi perdiamo tempo.
Quelli dove una giacenza non torna.
Quelli dove il sistema dice una cosa e la realtà ne dice un’altra.
Quelli dove il cliente finale vede solo “prodotto non disponibile”, ma dietro c’è un mondo di movimenti, magazzini, flussi, errori, ritardi e dati non allineati.
Supply chain: qui l’AI può fare davvero la differenza
La parte che personalmente trovo più interessante è quella sulla supply chain.
Il report NVIDIA dice che il 59% degli intervistati ritiene che le sfide della supply chain siano aumentate nell’ultimo anno.
E non è difficile capirlo.
Negli ultimi anni abbiamo visto di tutto: crisi geopolitiche, rincari, difficoltà nei trasporti, cambiamenti improvvisi della domanda, consumatori meno prevedibili, e-commerce sempre più esigente, omnicanalità, necessità di consegne rapide, sostenibilità, gestione delle scorte e pressione sui margini.
In questo contesto, l’AI viene usata per migliorare efficienza, ridurre costi e rispondere meglio alle aspettative dei clienti.
Secondo NVIDIA:
- il 58% dice che l’AI sta aiutando a migliorare efficienza operativa e throughput;
- il 45% la usa per ridurre i costi della supply chain;
- il 42% la impiega per rispondere meglio alle aspettative dei clienti;
- l’82% prevede di aumentare gli investimenti in AI per la gestione della supply chain.
Qui secondo me siamo davanti alla parte più concreta di tutta la storia.
Perché nel retail puoi anche avere il marketing più bello del mondo, la campagna perfetta, il sito fatto bene, l’assistente digitale che risponde in tre secondi.
Ma se poi il prodotto non arriva, se il magazzino non è allineato, se la previsione è sbagliata, se la disponibilità è sporca, se il processo è lento, il cliente se ne accorge.
Magari non sa cosa sia una supply chain.
Ma sa benissimo quando un prodotto non è disponibile, quando una consegna ritarda, quando un reso è complicato o quando un’esperienza d’acquisto diventa frustrante.
A customer expresses frustration while speaking to a retail employee at the service counter.L’AI non risolve processi sbagliati
C’è però un punto che secondo me va detto chiaramente.
L’AI non è una bacchetta magica.
Se un’azienda ha dati disordinati, processi confusi, sistemi che non dialogano, anagrafiche sporche, ruoli poco chiari e flussi pieni di eccezioni non governate, l’AI non risolve tutto automaticamente.
Anzi, rischia di amplificare il caos.
Per funzionare bene, l’intelligenza artificiale ha bisogno di una base solida: dati puliti, processi leggibili, responsabilità definite, sistemi integrati e persone capaci di interpretare quello che la tecnologia restituisce.
Questo per me è il grande tema dei prossimi anni.
Non basterà “comprare AI”.
Bisognerà preparare le aziende all’AI.
Che significa mettere ordine nei dati, nei magazzini, nelle procedure, nelle codifiche, nei flussi informativi.
Un algoritmo può aiutarti a prevedere la domanda.
Ma se la tua giacenza non è affidabile, se l’articolo è codificato male, se il trasferimento è registrato in ritardo, se il dato nasce sporco, allora anche la previsione diventa fragile.
La tecnologia è potente, ma non può essere più intelligente del contesto in cui viene inserita.
Il problema dell’AI spiegabile
Un dato del report mi ha colpito molto: una delle principali difficoltà indicate dai retailer è la mancanza di strumenti AI facili da capire e da spiegare.
Questo è un punto enorme.
Perché in azienda non basta che un sistema dica: “fai così”.
Bisogna anche capire perché.
Se l’AI suggerisce di aumentare lo stock di un prodotto, tagliare una linea, cambiare una campagna, modificare un prezzo o spostare merce da un magazzino all’altro, qualcuno deve potersi fidare di quel suggerimento.
E per fidarsi deve capirlo.
Non necessariamente conoscere tutta la matematica dietro l’algoritmo, ma almeno avere una spiegazione leggibile: quali dati ha considerato? Quali pattern ha visto? Quali rischi segnala? Quanto è affidabile la previsione?
L’AI spiegabile sarà fondamentale soprattutto nei contesti operativi.
Perché chi lavora sul campo, in negozio, in magazzino o in produzione, non può semplicemente ricevere ordini da una scatola nera.
Deve poter discutere, verificare, correggere, portare esperienza reale.
La migliore AI, secondo me, non sarà quella che sostituisce le persone.
Sarà quella che rende più forti le persone brave.
Retail, AI agent e physical AI: il prossimo passaggio
NVIDIA parla anche di AI agent e physical AI.
Qui si apre un capitolo molto interessante.
Gli AI agent sono sistemi capaci di eseguire attività più complesse in autonomia: non solo rispondere a una domanda, ma seguire un processo, collegare strumenti, prendere decisioni operative entro certi limiti, coordinare azioni.
Nel retail questo potrebbe significare assistenti che monitorano campagne, analizzano vendite, suggeriscono riordini, preparano report, leggono anomalie, controllano disponibilità, aiutano il customer service e dialogano con i sistemi aziendali.
La physical AI, invece, porta l’intelligenza artificiale nel mondo fisico: robotica, automazione, visione artificiale, magazzini intelligenti, movimentazione, controllo qualità, store analytics.
Ed è qui che il confine tra digitale e operativo diventa sottile.
Perché un conto è un’AI che scrive una mail.
Un altro conto è un’AI che aiuta a capire come muovere prodotti, persone, merci, scaffali, picking, replenishment, consegne e resi.
Nel retail moderno, la differenza la farà sempre di più la capacità di collegare tre mondi: cliente, dato e operazione.
Chi riuscirà a farli parlare bene avrà un vantaggio enorme.
La mia riflessione
La cosa più interessante di questo report non è solo che l’AI sta crescendo.
È che sta diventando normale.
E quando una tecnologia diventa normale, smette di essere una moda e inizia a cambiare davvero il lavoro.
Oggi l’AI nel retail non è più solo una promessa da keynote.
È già dentro il marketing, dentro l’e-commerce, dentro i negozi, dentro la supply chain, dentro le decisioni aziendali.
Ma la vera domanda non è: “Useremo l’AI ?”
La vera domanda è: saremo pronti a usarla bene ?
Perché adottare AI non significa automaticamente innovare.
Innovare significa usarla per migliorare processi reali, ridurre sprechi, aiutare le persone, servire meglio i clienti e prendere decisioni più intelligenti.
Il retail del futuro non sarà fatto solo da negozi più digitali o siti più personalizzati.
Sarà fatto da aziende capaci di leggere prima quello che sta succedendo, reagire più velocemente e costruire esperienze più coerenti tra fisico e digitale.
E forse, alla fine, l’AI più utile non sarà quella che ci stupisce.
Sarà quella che lavora silenziosamente dietro le quinte, sistemando problemi prima che diventino visibili.
Un po’ come succede nei migliori processi logistici: quando funzionano bene, nessuno li nota.
Ma quando non funzionano, se ne accorgono tutti.
#9Su10 #ai #CHATGPT #nvidia #retail #uso -
"Il Manifesto Femminista e Transfemminista racconta, ancora una volta, come la violenza di genere sia una questione pubblica, che riguarda tutta la società; il suo superamento, infatti, richiede coscienza comune, azione condivisa e rivoluzione culturale. È ormai noto che per eradicare la violenza alle donne e di genere è necessario rimuoverne le cause agendo un ribaltamento strutturale delle relazioni economiche, sociali e culturali su cui si fonda la società.
Un percorso collettivo che ha visto la partecipazione – oltre alle 88 socie della Rete D.i.Re – anche di decine di organizzazioni, una chiamata a raccolta delle donne e delle soggettività che riconoscono la natura della violenza e la sua origine nella disparità di potere tra uomini e donne e nel patriarcato."
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Roma | La Casa dei Grifi riapre al pubblico dopo il restauro: dal 3 marzo visite in “real time” sul Palatino
Elena Percivaldi
Il Parco archeologico del Colosseo apre al pubblico dal 3 marzo 2026 la Casa dei Grifi, uno dei complessi residenziali di età repubblicana più antichi e meglio conservati del Palatino. L’intervento rientra nel secondo dei dieci progetti finanziati dal PNRR Caput Mundi, nell’ambito della Missione 1 – Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo, e rappresenta un caso emblematico di integrazione tra tutela, ricerca scientifica, restauro e nuove forme di accessibilità.
Foto Simona Murrone © Ministero della CulturaIl progetto, concluso nel dicembre 2024 nel rispetto delle tempistiche previste dal Piano, ha visto come Responsabile unico del procedimento Federica Rinaldi, con Aura Picchione alla direzione dei lavori. L’intervento ha interessato sia le strutture sia le superfici decorate, affiancando alle operazioni di consolidamento e restauro un articolato sistema di valorizzazione tecnologica pensato per rendere fruibile un sito strutturalmente fragile e difficilmente accessibile.
Una domus repubblicana preservata dall’oblio
La Casa dei Grifi è convenzionalmente datata tra la fine del II secolo a.C. e la metà del I secolo a.C. e venne riportata alla luce nel 1912 durante gli scavi diretti da Giacomo Boni. La domus deve il proprio nome ai due grifi in stucco bianco raffigurati all’interno della lunetta di uno degli ambienti ipogei: animali fantastici con testa d’uccello e corpo di felino, disposti araldicamente ai lati di un rigoglioso cespo d’acanto, su fondo rosso.
La casa si articola su più livelli, adattandosi al pendio del colle, e deve il suo straordinario stato di conservazione a un processo di obliterazione precoce avvenuto già nei primi anni dell’età imperiale. La costruzione dei grandi complessi palaziali dei Flavi – la Domus Flavia e la Domus Augustana – attraversò fisicamente i livelli della domus repubblicana, compromettendone l’assetto planimetrico ma proteggendone le superfici decorate da ulteriori trasformazioni e spoliazioni.
Foto Simona Murrone © Ministero della CulturaGli ambienti conservano oggi un palinsesto stratificato di almeno tre secoli di utilizzi, rifunzionalizzazioni e abbandoni, leggibile nelle murature, nei pavimenti e nelle decorazioni parietali.
Gli ambienti ipogei e le decorazioni pittoriche
Il livello inferiore della domus, ipogeo, è quello di maggiore interesse conservativo, ma anche il più problematico dal punto di vista della fruizione. Vi si accede tramite una scala molto ripida, che rende impossibile una visita diretta generalizzata.
Si conservano otto ambienti, con pareti decorate da pitture parietali associate a stucchi e pavimenti a mosaico a tessere bianche, spesso incorniciati da fasce nere e inserti policromi. Le pitture rappresentano alcuni degli esempi meglio conservati di illusionismo architettonico di età repubblicana: colonne, lesene e podi, un tempo realizzati in stucco plastico, sono qui resi con grande perizia pittorica.
Foto Simona Murrone © Ministero della CulturaParticolarmente significativo è il grande ambiente centrale, dove le pareti simulano un colonnato su podio aggettante davanti a una sequenza di ortostati e pannelli marmorei dipinti, creando l’illusione di un ricco apparato architettonico. Il pavimento è decorato da un tessellato a bianco e nero con pseudo-emblema centrale, bordato in rosso antico e arricchito da cubi prospettici ottenuti mediante l’accostamento di materiali lapidei di diverso colore: palombino, calcare marnoso verde del nord Lazio e ardesia nera.
Foto Simona Murrone © Ministero della Cultura“Consolidare il consolidato”
La complessità del contesto archeologico ha richiesto un progetto strutturale altamente calibrato, diretto da Stefano Podestà, capace di mediare tra tutela, nuove esigenze di fruizione e interventi pregressi. La sfida principale è stata quella di “consolidare il consolidato”, confrontandosi con opere realizzate nel corso del Novecento e oggi non più pienamente rispondenti ai criteri attuali di durabilità e reversibilità.
Gli interventi hanno riguardato il rinforzo della copertura in legno lamellare realizzata alla fine del XX secolo, mediante protesi in legno e acciaio alle testate degradate delle travi del terrazzamento superiore, nonché iniezioni di malte a base di calce idraulica per il ripristino della continuità muraria in stati fessurativi ormai quiescenti.
Foto Simona Murrone © Ministero della CulturaUn ulteriore intervento ha interessato la realizzazione di un nuovo spazio di accesso, caratterizzato da una struttura in acciaio che dialoga con la volta rampante dello scalone monumentale, senza interferire con le strutture archeologiche. Il doppio rivestimento in lamiera microforata, interno ed esterno, ripropone il profilo mancante del vano scala del Palazzo Flavio e garantisce totale reversibilità.
Il restauro delle superfici decorate
Il restauro delle pitture murali, coordinato da Angelica Pujia e Francesca Isabella Gherardi, ha restituito la brillantezza cromatica e la finezza compositiva delle decorazioni, a lungo occultate da depositi superficiali, incrostazioni e alterazioni dovute a precedenti interventi.
Le superfici sono state consolidate, stuccate e pulite, anche mediante strumentazione laser, consentendo di recuperare dettagli altrimenti illeggibili. Particolare attenzione è stata riservata alle figure in stucco dei grifi, riportate alla cromia originale, così come al rosso intenso degli sfondi delle lunette e alla resa minuta dei girali di acanto.
La visita in real time: un nuovo modello di accessibilità
Per preservare il microclima e l’integrità delle superfici decorate, è stata ideata una visita in modalità real time che non ha precedenti nel panorama archeologico italiano. I visitatori vengono accolti in un ambiente protetto, da cui assistono alla proiezione in diretta streaming della visita guidata, condotta da una guida munita di videocamera all’interno degli ambienti ipogei.
Foto Simona Murrone © Ministero della CulturaDurante il percorso, un sofisticato impianto illuminotecnico attiva dieci scenari luminosi progressivi, studiati per accompagnare la narrazione e valorizzare selettivamente mosaici e pitture. Il ritorno avviene con una diversa scenografia, che mette in evidenza le strutture tarde responsabili dell’abbandono della domus.
La visita è arricchita da video di ricostruzione tridimensionale, dedicati alla topografia del Palatino e alla ricostruzione integrale della casa, realizzati da Katatexilux con la supervisione scientifica di Roberta Alteri, Paola Quaranta e Federica Rinaldi.
Impianti, domotica e accessibilità aumentata
Gli interventi impiantistici, realizzati da Comoli Ferrari, hanno riguardato l’illuminazione, i sistemi domotici, la trasmissione dati e l’audio-video. L’illuminazione utilizza proiettori LED ad altissima resa cromatica (CRI 98), con ottiche differenziate per luce diffusa e per la valorizzazione puntuale dei dettagli, integrati in un sistema DALI che consente la modulazione delle scenografie luminose.
Il sistema domotico controlla anche la qualità dell’aria, monitorando temperatura e umidità a tutela della conservazione, mentre la trasmissione dati è garantita da una rete Wi-Fi potenziata, progettata per superare le criticità di ambienti con murature di oltre un metro di spessore.
L’impianto audio-video consente la proiezione verticale delle immagini in diretta e dei contenuti ricostruttivi, rafforzando il contrasto tra realtà archeologica e virtualità. Una mappa tattile con testi in italiano, inglese e braille completa il progetto di accessibilità.
Un modello per la valorizzazione futura
Le visite sono programmate ogni martedì, a partire dal 3 marzo, alle 14.00 in italiano e alle 15.00 in inglese, con accesso riservato ai possessori di Forum Pass SUPER e integrazione per la visita guidata di 8 euro.
Come sottolineato da Alfonsina Russo, il format “Casa dei Grifi in real time” ambisce a diventare un modello per future iniziative di divulgazione archeologica digitale, mentre per Simone Quilici rappresenta un esempio virtuoso di integrazione tra archeologia e tecnologia destinato a fare scuola.
ℹ️ INFORMAZIONI UTILI
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✅ Come visitare la Casa dei Grifi
📍 Via Sacra, Arco di Tito
📅 Dal 3 marzo 2026
🌐 Info: www.colosseo.it -
I consigli di Montanelli all’ambasciatrice statunitense
Diversi [nel 1953, cone le elezioni politiche caratterizzate dalla legge maggioritaria ribatezzata “legge truffa”] erano i problemi di cui si doveva tenere conto e che complicavano l’ipotesi di un annuncio apparentemente senza problemi. Innanzitutto era indispensabile valutare l’impatto che avrebbe avuto sui partiti laici di centro, non entusiasti di un sistema troppo concentrato nelle mani della Dc e penalizzante per gli alleati minori. C’era poi una questione tempistica. In parlamento si stava già discutendo l’abrogazione della legge elettorale, quindi l’annuncio andava fatto in tempi ragionevoli e con dati precisi alla mano. Da ultimo, come si diceva, la perplessità di De Gasperi relativa alla nuova composizione di Camera e Senato non accompagnata da una issue d’impatto sull’elettorato. Si riferiva, più di ogni altra cosa, a Trieste, come annotava la signora Luce [ambasciatrice in Italia degli Stati Uniti] in chiusura di conversazione. E la questione, nel caso in cui fosse stata risolta, avrebbe potuto davvero imprimere un corso diverso agli eventi: “Quando [De Gasperi] mi accompagnò alla porta, mi chiese se sarei andata a casa per Natale. Dissi che speravo di sì. Poi, stringendomi la mano, affermò: ‘se il vostro Paese riuscirà a dare Trieste a questo governo per Natale, noi potremo farvi il regalo di annunciare che abbiamo ricontato i voti e vinto le elezioni di giugno, per poi cominciare la controversia coi comunisti. In quel caso potremmo avere qualche possibilità di vincere le future elezioni’ ” <59. Trieste, com’è noto, non tornò italiana quell’anno. Da un lato, i tempi non erano ancora maturi e, dall’altro, prevalse il senso di responsabilità di fronte a risultati e ad un parlamento ormai funzionante e legittimato <60.
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«Le elezioni non sono andate proprio a male – commentava la Luce usando un’immagine “gastronomica” – ma certamente si sono un po’ inacidite. Non offrono presagi luminosi per la nostra linea politica sulla Nato» <61. L’ambasciatrice accusava la stampa americana di aver dato un peso eccessivo al suo intervento di Milano: i giornali avevano fornito «immagini distorte e fuori dal contesto», dimenticando che solo la destra monarchico-fascista aveva esplicitamente attaccato il suo discorso <62. La conferenza del 28 maggio alla Camera di commercio di Milano è stata spesso ritenuta emblematica dell’interventismo della Luce, poiché in quella sede minacciò gravi conseguenze per il sostegno all’Italia in caso di vittoria di una delle ali estreme <63. Una tale interpretazione della vicenda, però, suscita a qualche perplessità. Esternazioni del genere non erano una novità per la diplomazia americana: John Foster Dulles in Germania aveva espresso sostanzialmente gli stessi concetti <64. Tuttavia, quelle di Milano risultarono sgradite al Dipartimento di Stato, che aveva espressamente chiesto alla Luce di non rilasciare dichiarazioni e tenere un basso profilo <65. In più, pochi giorni prima del discorso era stata la stessa ambasciatrice a fare considerazioni analoghe sui pericoli di un’eccessiva ingerenza statunitense. Scrivendo a Ferguson, amico personale nonché influente senatore repubblicano, aveva affermato che gli elementi antiamericani in Italia stavano «ansiosamente cercando prove di interferenza o pressione americana» <66.
In questo frangente, non è azzardato ipotizzare l’influenza di una personalità importante con cui Clare Luce aveva stretto un rapporto di amicizia privilegiato: Indro Montanelli. Poco prima della partenza per l’Italia, Mrs. Luce aveva ricevuto una lettera del giornalista toscano, suo amico di lunga data <67. Augurandole un magnifico successo, che sarebbe stato «un gran bene per i due paesi», Montanelli così si rivolgeva alla Signora: «Spero di non trovarla delusa dei miei compatrioti, del loro (apparente) cinismo, della loro (superficiale) immoralità. Comunque, li affronti con coraggio, qualche volta con insolenza, e sempre con assoluta spregiudicatezza. Gl’italiani vanno pazzi per queste virtù, forse perché non conoscono la Virtù vera» <68.
Pare proprio che l’ambasciatrice abbia seguito alla lettera i consigli del giornalista, a cui tra l’altro chiedeva, a conferma del rapporto di fiducia tra i due, un elenco di persone da incontrare a Roma. Montanelli le consigliò alcuni «manipolatori dell’opinione pubblica [sic]» <69. Da neofita della diplomazia e da scarsa conoscitrice del nostro Paese, Mrs. Luce doveva affidarsi necessariamente a qualcuno che la introducesse ai pregi e ai difetti del popolo italiano. Montanelli fu il suo “Cicerone” prima della partenza, dato che avevano passato molto tempo insieme a New York <70. Ma continuò ad essere una figura di riferimento molto ascoltata anche in Italia, suggerendo perfino vie d’uscita
extraparlamentari. Non fu perciò solo una concezione semplicistica e grossolana della politica e della capacità americana di influenzare l’Italia a dettare il tenore dell’intervento di Milano a una settimana dal voto. Pesarono, come spesso accade, rapporti di amicizia, situazioni contingenti e tanti dubbi. Dubbi che, da quanto risulta dalla documentazione, rimasero in Clare Boothe Luce fino alla fine, facendo conoscere aspetti finora trascurati dell’ambasciatrice come, appunto, i tormenti sulle decisioni da prendere.
[NOTE]
59 Memorandum of conversation, C.B. Luce, A. De Gasperi, November 21, 1953, NARA, RG 84, Italy, U.S. Embassy, Rome, Records of Clare Boothe Luce 1955-1957, Lot File 64F26 (d’ora in poi RG 84, CBL), Box 4, f. Memoranda of conversations ’53.
60 Pietro Ingrao, tra gli altri, ha sottolineato la correttezza di De Gasperi e Scelba nel prendere atto dei risultati, si veda C. Rodotà, Storia della legge truffa, cit., p. 105; M.S. Piretti, La legge truffa, cit., pp. 210-211.
61 C.B. Luce to C.D. Jackson (Special Assistant to the President), June 19, 1953, FRUS, 1952-54, VI, pt. 2, pp. 1612-13. Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 7.
62 C.B. Luce to C.D. Jackson, cit., pp. 1612-13.
63 M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., p. 977; A. Brogi, L’Italia e l’egemonia americana, cit., p. 74. Per il testo integrale del discorso in lingua originale si veda LOC, CBLP, Box 686, f. 4, May 28, 1953. Sulle varie reazioni della stampa italiana si vedano Wide press comments on Ambassador Luce’s speech, Italian press highlights n. 229, prepared by Mutual Security Agency and United States Information Service, May 30-31, June 1, 1953, DDEL, JFD Papers, 1951-59, General correspondence and memoranda series, Box 2, f. Strictly confidential – L (4); Italian elections, C. Norberg (Acting Deputy Assistant Director, PSB) to Acting Director (Office of Coordination, PSB), May 29, 1953, DDEL, WH Office, NSC Staff Papers 1953-1961, PSB Central File Series, Box 13, f. PSB 091 Italy (3).
64 Dulles mise in guardia i tedeschi sulla pericolosità di votare i socialdemocratici, M. Del Pero, American Pressures and their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953-1956, «Diplomatic History», vol. 28, n. 3, june 2004, p. 418.
65 M. Del Pero, Stati Uniti e “legge truffa”, cit., p. 505; M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 186. Significativo, inoltre, il fatto che la Luce ricevette il plauso dell’armatore genovese Ernesto Fassio, che non nascose le simpatie per il ventennio fascista ma fu sempre assai critico verso il Msi, si veda LOC, CBLP, Box 603, f. Fa-Fea 1953.
66 C.B. Luce (Ambassador in Italy) to H.S. Ferguson (Republican Senator), May 11, 1953, NARA, RG 59, Subject files relating to Italian Affairs, 1944-1956, Lot File 58D357, Box 11, f. 380.02 Emigration 1951-54.
67 Il giornalista trasse da un incontro-intervista del 21 marzo a New York l’articolo Clare Luce, «Corriere della Sera», 7 aprile 1953. Si veda il commento nel diario di Montanelli, citato in S. Gerbi, R. Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino, 2006, p. 295.
68 I. Montanelli a C.B. Luce, 31 marzo 1953, LOC, CBLP, Box 606, f. 3 Mod-Mon 1953.
69 I. Montanelli a C.B. Luce, s.d. ma tra il 21 marzo, quando i due si incontrano, e il 31 marzo 1953, data in cui Montanelli ringrazia per l’approvazione dell’articolo destinato al «Corriere», LOC, CBLP, Box 606, f. Mod-Mon 1953. Altro segno della stima reciproca tra i due è un passaggio di un memorandum del 1954, in cui la Luce enumera le tante volte (sei in venti mesi) in cui si è incontrata con il giornalista, definito «un profeta di inevitabili sventure». Al sostantivo «profeta» è abbinato l’aggettivo inesistente «voluable», non è chiaro se la parola originale fosse «valuable» (prezioso) o «voluble» (loquace). Si veda Memorandum of conversation, I. Montanelli, C.B. Luce, November 20, 1954,
NARA, RG 84, CBL, Box 4, f. Memoranda of conversations ’54.
70 È Montanelli ad affermare di essere amico di Mrs. Luce «da molto prima che lei diventasse ambasciatrice in Italia», si veda Una gladio in borghese, Intervista a Indro Montanelli di M.G. Rossi e M. Del Pero, «Italia contemporanea», settembre 1998, n. 212, p. 647.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
Cambio di rotta: vince l’economia aperta
Le discussioni riguardo all’impostazione politico-economica da assumere si risolsero spesso in dibattiti verbali, senza svolte concrete. L’idea predominante di politica economica era sostanzialmente quella dello smantellamento dei controlli esistenti e della restaurazione del potere padronale in nome dell’efficienza e dell’iniziativa privata. In questo clima, il dibattito riguardo ai princìpi generali di gestione dell’economia del paese venne presto risolto dalla decisione più importante presa nel dopoguerra; l’abbandono progressivo di un’ormai difficile politica di protezionismo e di chiusura degli scambi con l’estero, a favore di un orientamento dell’economia italiana verso una politica di apertura commerciale e di intensificazione degli scambi esteri. <21 Tale indirizzo di liberalizzazione progressiva rappresentava probabilmente una scelta obbligata per l’economia italiana. L’Italia è da sempre caratterizzata da una scarna presenza di materie prime; tutti i prodotti naturali come il legno, il carbone, il ferro, il petrolio, o l’uranio, fondamentali per lo sviluppo industriale, non sono presenti nel suolo o sottosuolo italiano. Per l’economia italiana, il concetto di sviluppo industriale è necessariamente connesso a quello di sviluppo delle importazioni, dovendo l’industria obbligatoriamente rifornirsi di materie prime provenienti dall’estero. L’idea di sviluppo delle importazioni esige parallelamente lo sviluppo delle esportazioni, e quindi una necessaria apertura commerciale crescente. <22 L’Italia perciò non si trovò di fronte alla scelta apparente tra sviluppo come economia chiusa e sviluppo come economia aperta, come ampiamente discusso in precedenza, ma di fatto si trovò a scegliere fra sviluppo industriale come economia aperta e rinuncia totale allo sviluppo industriale.
La situazione all’interno del paese fu chiara, nei confronti del Nord la politica dei governi di centro si orientò soprattutto verso un intervento a sostegno della ripresa industriale; già nel corso del 1947 il Tesoro si preoccupò di prestare aiuto ad un certo numero di imprese minacciate dalla crisi e di anticipare somme consistenti all’Iri. <23 Dal settembre di quello stesso anno, il Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica cominciò ad operare a sostegno di specifici provvedimenti a favore dia dei movimenti d’esportazione sia dei processi di ristrutturazione industriale. <24 Fu altrettanto importante l’accordo che il governo italiano concluse nella seconda metà del 1947 con l’Export-Import Bank per la concessione di un prestito ingente, con l’obiettivo di consentire alle imprese industriali italiane l’acquisto negli Stati Uniti di materie prime, macchine e beni strumentali. Tramite gli aiuti dell’Erp (European Recovery Program) vennero acquisite ulteriori attrezzature; con una parte dei prestiti dell’Erp fu possibile finanziare l’acquisto, per gran parte negli Stati Uniti, di macchinari per un ammontare complessivo di oltre 255 milioni di dollari fra l’aprile del 1948 e la fine del 1951. La maggior parte di questi fondi, più del 70 percento, vennero equamente distribuiti fra l’industria siderurgica, impegnata a finanziare i programmi di integrazione verticale del ciclo produttivo, quella elettrica per la costruzione di centrali termoelettriche, e quella metalmeccanica. <25
Il governo, potendo ricorrere sempre più liberamente al commercio estero, puntò sostanzialmente a rafforzare le industrie di base, garantendo parte dei mezzi finanziari per accrescere l’importazione delle attrezzature richieste per la riconversione degli impianti e per il superamento del ritardo tecnologico. Le imprese mantennero la loro libertà, impiegarono liberamente la manodopera e destinarono gli investimenti secondo le loro linee guida; lo Stato invece, contribuì in maniera decisiva a rendere possibile sia il rilancio della produzione, che la riduzione dei costi e l’aggiornamento della tecnologia tramite nuovi macchinari. I maggiori aiuti in tal senso, furono concessi all’industria metalmeccanica, addirittura in misura maggiore anche all’industria tessile, fino ad allora esportatrice per eccellenza. Si trattò di una vera e propria scommessa, infatti alla fine della guerra l’Europa centro-occidentale, che assorbiva negli anni pre-conflitto circa il 60 per cento dell’export italiano, risultava devastata sia dal tracollo economico tedesco sia dalla grave flessione della domanda verificatasi in Francia ed in Inghilterra. Inoltre, con l’inizio della “guerra fredda”, molti canali commerciali promettenti furono impossibilitati dall’essere raggiunti; in tal senso fu soprattutto l’industria meccanica che ne risentì visto che aveva già aperto dei canali con l’Europa orientale. <26
Nel complesso però, gli impianti dell’industria italiana erano per buona parte di recente fabbricazione, ad eccezione dell’industria tessile. La situazione italiana quindi, non si trovava in particolare difficoltà rispetto al resto d’Europa; il grande divario era nei confronti degli Stati Uniti. <27
Di fatto, per realizzare consistenti e rapidi aumenti di produttività nel settore metalmeccanico, furono sufficienti l’adozione di alcuni procedimenti tecnici più aggiornati e una migliore utilizzazione delle risorse attraverso varie economie esterne, una maggiore specializzazione delle maestranze, e alcuni perfezionamenti dell’organizzazione del lavoro.
L’industria italiana poteva dunque affrontare i rischi di una liberalizzazione degli scambi, così pure il Tesoro che poteva ormai contare su consistenti riserve valutarie.
La decisione di aprire l’economia italiana agli scambi con l’estero non implicava necessariamente che l’apertura dovesse avvenire verso gli altri paesi europei. Parlando in maniera molto poco concreta, l’industria italiana avrebbe potuto rivolgersi ai mercati presenti nel bacino del Mediterraneo o nel continente sudamericano. Di fatto però le possibilità a cui si trovò di fronte non erano molte; i paesi balcanici erano entrati a far parte dell’area di influenza sovietica; i rimanenti paesi mediterranei erano sotto l’influsso economico o politico francese o britannico; l’America Latina era legata sempre più strettamente agli Stati Uniti; in questo tipo di contesto le scelte furono quasi obbligate. <28 L’Italia al termine del conflitto si era venuta a trovare nella sfera d’influenza statunitense, e gli Stati Uniti, volendo creare un blocco europeo saldamente integrato dal punto di vista economico e politico, incoraggiò apertamente il riattivarsi degli scambi commerciali fra paesi europei, vedendo con favore l’inserimento dell’economia italiana nel blocco europeo. Sotto questo aspetto, è da notare come da un lato gli Stati Uniti comprendessero le difficoltà che l’industria europea incontrava nei confronti di quella americana, non insistendo perciò per una liberalizzazione degli scambi europei con l’area del dollaro, e dall’altro come invece premessero affinché venissero liberalizzati al più presto gli scambi all’interno dell’area europea. Ragioni economiche e ragioni politiche spinsero il governo italiano verso una rapida liberalizzazione nei confronti dei mercati europei. Il confronto diretto con economie più avanzate e industrializzate doveva risultare decisivo per l’evoluzione strutturale dell’economia italiana, nei suoi aspetti positivi e negativi.
Una volta stabilita la linea della liberalizzazione commerciale, questa fu seguita con continuità e prontezza. La precedenza venne data al commercio con i paesi europei, nei confronti dei quali le limitazioni quantitative alle importazioni vennero presto abolite. Dal settembre 1949, in seguito all’accordo di Annecy, si procedette a una revisione dei dazi così come era stato convenuto fra tutti i paesi membri dell’Oece; venne approvata una nuova tariffa doganale, che comportava una revisione delle tariffe in senso liberista per tutti i paesi partecipanti. Bisogna ricordare che all’indomani della guerra, nel 1946, le importazioni dei paesi Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica) non sottoposte a vincoli di licenza erano appena il 3,5 per cento delle importazioni totali, e tale percentuale crebbe al 23 per cento nel 1949, al 50 per cento nel 1952, al 99 per cento nel 1954. Se le vecchie tariffe doganali in vigore, approvate nel lontano 1921 e basate su dazi ad valorem erano state ormai vanificate per via dell’inflazione, risultò decisiva la decisione di abolire le restrizioni quantitative all’importazione per un gruppo di merci che forniva il 45 per cento delle importazioni italiane dai paesi dell’area occidentale. Mentre le limitazioni quantitative venivano ridotte rapidamente, la revisione dei dazi doganali avvenne con maggiore gradualità. Dal 1948 l’Italia cominciò a stipulare una serie di accordi multilaterali con altri paesi europei, allo scopo di facilitare i pagamenti e garantire crediti reciproci. Come già ricordato, alla fine del 1946 l’Italia fu ammessa al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale; nel 1949 aderì all’Oece, nel 1950 all’Unione europea dei pagamenti, nel 1953 alla Ceca, per poi culminare tale processo di integrazione europea con la stipulazione del Trattato di Roma del 1957 che diede origine al mercato comune europeo con la CEE.
A sostenere l’opportunità di smantellare le vecchie barriere protezionistiche furono soprattutto Cesare Merzagora e La Malfa, ministro del Commercio con l’estero dal luglio 1951. Ideologia condivisa anche dal presidente della Confindustria Angelo Costa, ma non da alcuni grandi gruppi. Per molti la via solcata da La Malfa avrebbe rappresentato un suicidio economico, per questo dovette condurre una dura battaglia a sostegno di una linea di condotta che mirava, con l’ampliamento dei mercati, a promuovere la crescita dell’economia italiana in modo tale da consentire sia l’equilibrio dei conti con l’estero sia una crescita del reddito nazionale. <29
Inizialmente venne mantenuto un livello di produzione relativamente più elevato rispetto ad altri paesi a favore di alcune produzioni agricole, quali il grano, lo zucchero e il vino, e produzioni industriali, quali i filati, le automobili, i trattori e gli apparecchi elettrici. Nonostante ciò si procedette speditamente all’eliminazione di vincoli e contingentamenti e alla riduzione della maggior parte delle aliquote doganali. Guardando i dati, effettivamente entro la fine del 1953 l’Italia giunse a liberalizzare quasi completamente, e prima di ogni altra nazione, le importazioni dai paesi membri dell’Oece, sia per i prodotti agricoli e le materie prime sia per i manufatti e i semilavorati.
Molte misure protettive interne come incentivi alle imprese, agevolazioni fiscali e altre forme di aiuto dirette o indirette, controbilanciarono la progressiva liberalizzazione degli scambi. <30 I governi di centro, in questo periodo di mutamento del sistema politico-economico, una volta riusciti nella rischiosa impresa di avviare l’integrazione dell’economia italiana nel mercato internazionale, si trovarono a dover mediare le reazioni che questo passaggio necessario aveva suscitato in un ambiente che non si era mai cimentato in una sfida simile.
Dal 1950, anche per via degli effetti dell’opera di mobilitazione determinata pure in Europa dalla guerra di Corea, sia la produzione industriale che gli investimenti superarono i massimi valori prebellici. Inoltre in quel periodo, il bilancio statale si avviava verso il pareggio e il reddito nazionale tornava a riportarsi ai livelli prebellici. Risultati di un certo spessore, come sottolineato dal governatore della Banca d’Italia Donato Menichella e dal ministro del Tesoro Giuseppe Pella, se si tiene presente che all’epoca della Liberazione il reddito cadde a meno della metà del 1938. <31 D’altro canto però, bisogna tener presente che il reddito pro capite italiano era in ogni caso un terzo di quello francese e inglese, e meno di un quinto di quello nordamericano. Del resto pesavano nettamente gli oltre due milioni di disoccupati. Un ampio numero di persone versava in condizioni di miseria e di indigenza, non solo nel Mezzogiorno ma pure in alcune aree del Centro e del Nord sebbene in dimensioni più contenute, stando ai dati raccolti dalle inchieste parlamentari condotte fra il 1952 e il 1953.
Versando il paese in condizioni non particolarmente agiate, gran parte del mondo politico reputò la competizione con le aree forti dell’economia europea una scommessa temeraria anche se da un punto di vista obbligata per un paese come l’Italia con un’economia essenzialmente di trasformazione e privo di materie prime. La necessità di migliorare la competitività della nostra industria urgeva per reggere all’urto della concorrenza straniera. L’industria italiana era basata essenzialmente su prodotti a scarso contenuto tecnologico e su processi labour intensive, perciò era necessario mantenere basso il costo della manodopera, oltre ad accrescere le economie di scala; gli ostacoli per mantenere basso il costo della manodopera non erano certamente pochi, visto che si andava contro le opposizioni prospettate dai sindacati e dai partiti di sinistra.
La riconversione dalle strutture autarchiche ereditate dal periodo fra i due conflitti mondiali a un sistema aperto e competitivo non fu un passaggio semplice neanche per il mondo imprenditoriale. L’industria italiana, ad eccezione di pochi casi come le fibre sintetiche e i derivati dalla distillazione del petrolio, non aveva le forze necessarie per avventurarsi in nuovi settori di produzione. Il percorso seguito fu così quello di concentrarsi intorno al blocco automobilistico, meccanico, siderurgico e a quello cementiero, con poche incursioni nel comparto dei beni d’investimento.
Non si può stabilire con certezza la piega che avrebbe potuto prendere il sistema industriale italiano nel caso in cui il governo avesse adottato fin dal dopoguerra, come ipotizzato, una politica di piano. <32 Ciò che si è potuto costatare è che sia i vincoli e le norme che regolavano il sistema monetario e l’interscambio fra l’Europa e gli Stati Uniti, sia le relazioni stabilite da tempo con Francia e Germania concorrevano all’integrazione dell’Italia nell’area euroatlantica.
L’iniziale inserimento nel mercato internazionale fu conseguito tramite alcuni passi eccessivamente forzati, come la drastica svalutazione della lira rispetto al dollaro da 225 a 575 lire, dovuta principalmente alle pressioni e agli interessi finanziari dei settori più direttamente legati alle esportazioni.
[NOTE]
21 Si veda P. Barucci, op. cit.; secondo l’autore la decisione italiana di aprire la propria economia agli scambi con l’estero, era stata presa su pressioni degli Stati Uniti, fin dal 1945. Si veda anche P. Saraceno, Finanziamenti per settori, mercati di utilizzo dei crediti esteri ed altri elementi che condizionano la politica economica italiana, in P. Saraceno, a cura di P. Barucci, Ricostruzione e pianificazione (1943-1948), Giuffrè Editore, Milano, 1974. Saraceno mette in luce il rapporto economico tra Stati Uniti e Italia; rapporto che avrebbe potuto condizionare la spinta degli Stati Uniti nei confronti della liberalizzazione italiana.
22 Pone particolare enfasi a favore di questa linea, Demaria, nella già citata relazione al convegno di Pisa nel 1942. Secondo Demaria, l’isolamento dell’economia italiana fra le due guerre era la misura più esatta del mancato sviluppo.
23 Si veda G. La Bella, L’Iri nel dopoguerra, Edizioni studium, Roma, 1983; il testo approfondisce le dinamiche relative all’Iri nel dopoguerra e come il Tesoro abbia aiutato le sue numerose imprese.
24 Si vedano G. Amato, Il governo dell’industria in Italia, Il Mulino, Bologna, 1972, pp. 47 e sgg; P. Saraceno, La riattivazione dell’industria italiana, in P. Saraceno et al., a cura di N. Gallerano, L’altro dopoguerra: Roma e il Sud, Franco Angeli, Milano, 1985.
25 Consultare M. Pelaja, Ricostruzione e politica siderurgica, in Italia contemporanea, Milano, 1982; riguardo un quadro sui problemi di riconversione del settore siderurgico affrontati sin dai primi negoziati internazionali, si veda G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Economica Laterza, Roma-Bari, 1993, pp. 51-52. Per quanto riguarda il settore elettrico, consultare B. Bottiglieri, L’industria elettrica dalla guerra agli anni del miracolo economico, in B. Bottiglieri et al., a cura di V. Castronovo, Dal dopoguerra alla nazionalizzazione 1945-1962, Laterza, Roma-Bari, 1994. Si veda anche nell’opera appena citata, L. De Paoli, Programmi di investimenti e nuove tecniche.
26 Si veda V. Castronovo, L’industria italiana, pp. 266 e sgg, in V. Castronovo et al., La ricostruzione nella grande industria, Bari, Laterza, 1978.
27 Per avere un quadro generale sul profilo d’insieme e dei vari settori, vedere Confederazione generale dell’industria italiana, L’industria italiana alla metà del secolo XX, Roma, 1953
28 Anche prima dell’inizio della guerra fredda, la ripresa dei rapporti commerciali con i paesi dell’Est europeo era stata vietata dalla Commissione alleata di controllo. Si veda in tal proposito G. Gualerni, Ricostruzione e industria: per un’interpretazione della politica industriale nel secondo dopoguerra, 1943-1951, Vita e pensiero, Milano, 1980.
29 Si veda a cura della segreteria generale del C.I.R., Lo sviluppo dell’economia italiana nel quadro della ricostruzione e della cooperazione europea, aa. vv., Roma, 1952; A. O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero, in A.O. Hirschman et al., a cura di F. Asso e M. De Cecco, Il Mulino, Bologna, 1987.
30 G. Amato, op. cit.
31 S. Ricossa e E. Tuccimei (a cura di), La Banca d’Italia e il risanamento post-bellico, 1945-1948, Laterza, Roma, 1992
32 Per un’analisi approfondita delle prospettive economiche in questione si vedano M. De Cecco, Lo sviluppo dell’economia italiana e la sua collocazione internazionale, in Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali, 1971; V. Zamagni, Una scommessa sul futuro: l’industria italiana nella ricostruzione (1946-1952), in V. Zamagni et al., a cura di E. Di Nolfo, R. Rainero e B. Vigezzi, L’Italia e la politica di potenza in Europa (1945-1950), Marzorati, Milano, 1988.
Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018#1946 #1947 #1949 #1953 #aperta #centro #CesareMerzagora #commercio #disoccupati #DonatoMenichella #economia #EmanueleZema #estero #GiuseppePella #governi #industria #Italia #lira #Oece #Piano #politica #protezionismo #StatiUniti #svalutazione #UgoLaMalfa
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Non l’ho messo nel post di ieri perché sarebbe venuto un papirone e comunque interessa solo ai wordpressisti, non anche a chi usa altri sistemi, però…. questo è quello che ho dovuto fare per sistemare le #serie, lo scrivo anche per reference. Mezzo casino, ma in genere coi plugin è sempre così, sono tutti diversi… invece, le categorie sono una funzionalità di #WordPress, quindi tutto si integra in automatico. 👌
- Quasi 5 minuti spesi a orientarmi tra i menu di PublishPress Series… e ancora adesso non riesco a capire non solo perché ci siano due pagine di gestione “Serie” e “Gestione delle serie” sotto il menu Articoli che potevano essere benissimo una (la seconda è virtualmente una copia della prima, eccetto che manca il form per creare una serie), ma poi neanche perché ci sia un menu Serie separato che ospita solo la pagina Impostazioni (e allora c̛̄a̬r̷͜i̲ss̞i͈͝m̜i͚̒, o evitate il menu Articoli e mettete tutto tutto sotto il vostro, o̔̋͆p̠̫͔̆̓p̶̡̛̙̭̑ͬ̄ͮ͌͜ű͇̪̅ͭ̋r͇̙̼̙͇̥ͦͮͯ̍ͬé̛̞ͨͨ̒̍̑ͅ n̹o͇ͅṋ̶͠ m̴̤̭̾̇ͧͅe̹͈͙͌̄t͎̼͉͕̬̔̇ͤt̡̳̐ē̴̝̦̱ͪ̈́̋ͭ͘t̛̙̩̪̤̄͆̍͌e̞̟̲̥ u̸̬̣̘̹ͤ̏ͩͭn̫̼͔̟ͤ̈́̓͊͜͜͞ a͍̜͊̇ͬl̫̤͊t̵ró̶̩͌ m̡̺̩̳͔̰̬͆̉e̦n͎ͣ̀͛ṵ̡̲̻̳͉̾̚͜ͅ e il singolo tasto per le impostazioni lo mettete… beh, sotto la voce Impostazioni del CMS)… 🤧
- Aggiungendo #post ad una serie, in automatico in cima alla pagina di ognuno di loro viene aggiunto un riquadro che indica di quale fa parte ciò che si sta leggendo, con link sia che rimandano alla pagina della serie, sia agli altri articoli, e puntata precedente e successiva in fondo alla pagina.
- One small issue: gli articoli senza titolo non prendevano spazio nel riquadro, essendo sia invisibili che incliccabili. E, seppur il #plugin abbia una sezione di templating per personalizzare l’HTML generato, non c’è modo di far apparire il collegamento al post preso singolarmente. Per fortuna, me la sono cavata senza modificare il codice, con una hack accettabile: CSS custom per scrivere del
contentnella parte:afterdei link sfigati. 🤯
- One small issue: gli articoli senza titolo non prendevano spazio nel riquadro, essendo sia invisibili che incliccabili. E, seppur il #plugin abbia una sezione di templating per personalizzare l’HTML generato, non c’è modo di far apparire il collegamento al post preso singolarmente. Per fortuna, me la sono cavata senza modificare il codice, con una hack accettabile: CSS custom per scrivere del
- Il box comunque usciva in troppe (2) pagine dove proprio non dovrebbe, nell’anteprima degli #articoli fuori dalla loro effettiva visualizzazione, rubando spazio a schermo e (credo) causando confusione. Anche qui, in realtà, l’unica opzione non rognosa è il CSS, e per fortuna con tutta la munnizza che viene scritta nel corpo di un’intera pagina dal server è facilissimo costruire dei selettori che agiscano solo nei contesti che mi interessano.
- La pagina di ogni serie usava di default il template di #tassonomia del sito, che sarebbe ok… se solo mostrasse la descrizione. Quindi ho dovuto attivare il template lista del plugin, che invece lo fa, ma ecco altre rogne con questo… e inizialmente credevo di potermela risolvere senza modificare il #template PHP, ma alla fine ho dovuto. Per fortuna, anche se ci ho messo 3 minuti tosti a capirlo dalla documentazione fatta malino, mi è bastato creare una copia del file nella cartella root del mio tema, e modificare quella. 🔥️
- Prima, la completa assenza della sidebar del #sito, quindi anche del link per tornare alla home o del menu di navigazione… ho dovuto modificare il sorgente. Chiamando
wp_nav_menu()faccio comparire almeno la navigazione, ma il link normale l’ho messo a parte. - Poi, di nuovo il problema dei collegamenti senza titolo, e anche in questo caso il CSS sarebbe stato sufficiente, ma, visto che ormai c’ero già, ne ho approfittato e modificato proprio l’HTML…
- Prima, la completa assenza della sidebar del #sito, quindi anche del link per tornare alla home o del menu di navigazione… ho dovuto modificare il sorgente. Chiamando
- E in tutto questo, la pagina indice delle serie usa in ogni caso il suo template e per ora quindi non c’è neanche un rimando alla home. Forse posso modificare il template senza rompere gli aggiornamenti usando lo stesso metodo dell’altro, però penso non mi sbatterò nemmeno, perché lì onestamente il link è superfluo.
- Btw, il suo permalink default è
/series-toc/, e io l’ho cambiato in/series/perché è più logico considerando che le serie (sempre di default) stanno sotto/series/<la-serie-qualunque>/… ma ora che ci ripenso, ho scartato l’occasione per cambiare il percorso di tutto in/t-series/in memoria di un meme che non fa più ridere… dovrei per caso rimediare solo per il funny, o lasciare così? 🕷
- Btw, il suo permalink default è
Aggiungere gli articoli vecchi alle serie però, e soprattutto alle categorie, come accennavo, è si semplice, ma non facile… è il lavoro cinese di aprire la dashboard con la lista di tutte le centinaia di post, e scorrere, a volte cercando cose che già ho in mente e altre seguendo il flusso, vedendo se qualcosa attira la mia attenzione. A quel punto a volte mi basta guardare l’anteprima, altre però è troppo corta e devo aprire decine di nuove schede per rendermi conto se il contenuto è quello che penso, per capire cosa selezionare. Almeno, unica cosa buona, selezionando gli elementi su questa schermata posso aggiungerli in blocco al gruppo che mi interessa, altrimenti non immagino la sofferenza di andare uno ad uno… 🙏 (questa cosa btw non è inclusa nemmeno in molti #software di note più personali, stavolta Worpres vince)
https://octospacc.altervista.org/2024/04/12/octtseries/
#WordPress #plugin #sito #software #serie #post #tassonomia #articoli #template
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Quando ascoltai per la prima volta questo brano, ormai una trentina di anni fa, la cosa che mi colpì fu il suono della chitarra di Jonny Winter. Al basso Tonny Shannon, che poi diventerà il bassista dei Double Truble, la band di Steve Ray Vaughan.
Johnny Winter - Be Careful With A Fool #blues #rockblues #mastoradio https://yewtu.be/watch?v=8Tyg5SJDpiQ