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  1. Villa Adriana, un’iscrizione rivela la “sepoltura” di un fulmine sacro al dio Summano

    A Villa Adriana, a Tivoli, un’iscrizione ancora conservata nel suo contesto originario documenta una delle pratiche religiose più particolari della cultura romana: la sacralizzazione di un luogo colpito da un fulmine. Il rinvenimento, comunica il Ministero della Cultura, è avvenuto nell’area del cosiddetto Anfiteatro durante le indagini archeologiche condotte dal Dipartimento di Studi Umanistici (DISTUM) dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, su concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este.

    La lastra di marmo reca, in due righe di lettere capitali, la formula completa FVLGVR SVBMANIVM, riferita a un fulmine attribuito a Summano, divinità romana associata ai fulmini notturni.

    Iscrizione FVLGVR SVBMANIVM rinvenuta nell’area dell’Anfiteatro di Villa Adriana © Ministero della Cultura

    Il fulmine e la sacralizzazione del luogo

    Il rinvenimento assume particolare interesse per la sua posizione: la lastra, delle dimensioni di 40 × 35 centimetri, è ancora inserita nella struttura alla quale apparteneva.

    Gli scavi hanno infatti portato alla luce una piccola struttura quadrangolare realizzata con elementi di tufo legati da malta, situata in un settore compreso tra il cosiddetto Anfiteatro e il banco di tufo. Secondo gli archeologi, la struttura potrebbe essere collegata alla delimitazione o alla segnalazione di un bidental, lo spazio sacro associato a un luogo colpito dalla folgore.

    Nella concezione religiosa romana, la caduta di un fulmine trasformava il luogo interessato dall’evento. Lo spazio veniva considerato religiosus, perché la manifestazione della divinità lo sottraeva alla sfera ordinaria. Gli oggetti o i materiali raggiunti dalla folgore venivano raccolti e deposti nella terra attraverso un preciso rituale, accompagnato da formule e sacrifici. La deposizione rituale prendeva il nome di fulgur conditum, letteralmente il “fulmine sepolto”.

    L’iscrizione in situ © Ministero della Cultura

    Le fonti antiche distinguevano inoltre le folgori in relazione al momento della loro manifestazione: quelle diurne erano associate soprattutto a Giove, mentre quelle notturne erano attribuite a Summano, divinità del cielo e della folgore notturna.

    Un’iscrizione ancora nel suo contesto

    Il valore archeologico della scoperta è legato quindi alla combinazione tra testo, struttura e posizione. L’iscrizione non è stata recuperata come elemento isolato, ma si trova ancora integrata nella costruzione che ne accompagnava la funzione.

    Un ulteriore elemento da chiarire riguarda la sequenza stratigrafica dell’area. Il rapporto tra il fulgur conditum, la rasatura del palazzo individuato nel settore del cosiddetto Anfiteatro nel 2024 e il successivo seppellimento delle sue strutture potrà contribuire a stabilire la successione degli interventi che modificarono questo settore della villa.

    Le indagini potranno quindi verificare se il rituale legato al fulmine ebbe un ruolo nella trasformazione e nella riorganizzazione dello spazio monumentale.

    Un confronto con San Casciano dei Bagni

    Il rituale del fulgur conditum è tornato negli ultimi anni al centro dell’attenzione archeologica anche grazie alle scoperte del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni, in Toscana, dove un fulmine in bronzo deposto insieme a una freccia in selce è stato interpretato nel quadro delle pratiche rituali connesse alla folgore.

    A Villa Adriana il documento è di natura differente: si tratta di una formula epigrafica direttamente riferita a un fulmine di Summano, conservata insieme alla struttura che ne segnalava il carattere sacro. Il confronto tra i due contesti offre un’interessante prospettiva sulle modalità attraverso le quali una manifestazione naturale poteva essere trasformata, nel mondo antico, in un evento religioso formalmente riconosciuto e ritualizzato.

    L’area del ritrovamento. © Ministero della Cultura

    Nuove prospettive sulla storia di Villa Adriana

    La scoperta amplia la conoscenza di un settore di Villa Adriana già interessato da importanti trasformazioni. La ricerca archeologica condotta dal team dell’Università di Urbino, guidato dal direttore dello scavo Fabio Giorgio Cavallero, prosegue con il coinvolgimento di specialisti dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este.

    Il progetto è sostenuto dal Dipartimento di Eccellenza DISTUM anche attraverso attività di ricerca e formazione sul campo e nei laboratori dell’Università di Urbino, compreso il laboratorio Imaging for Humanities, con l’impiego di nuove tecnologie applicate all’archeologia.

    La lastra dedicata al fulgur submanium aggiunge così un documento particolarmente concreto alla storia della residenza imperiale: accanto alle grandi architetture e agli apparati monumentali, restituisce la traccia di una pratica religiosa legata a un evento naturale e alla sua trasformazione rituale in un fatto appartenente alla sfera divina.

    📘 Notizia verificata ✅

    • 📄 Fonte: Ministero della Cultura ✅
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  2. Abbandonata dopo sole due generazioni: l’enigma della città romana di Neuenstadt

    Una città romana abitata per meno di un secolo e poi abbandonata, forse all’improvviso, per motivi ignoti. È un enigma archeologico ancora tutto da districare quello di Neuenstadt am Kocher, città del distretto di Heilbronn, nel Baden-Württemberg (Germania sud-occidentale). Sì, perché gli archeologi al lavoro sul sito ormai da oltre vent’anni stanno ancora cercando di ricostruire la storia dell’insediamento, fondato dai Romani nel II secolo d.C. nella provincia della Germania superior ma poi improvvisamente lasciato a se stesso – o almeno così sembra – dopo due sole generazioni.

    La scoperta del sito

    Le rovine dell’antico abitato furono individuate per la prima volta negli anni Ottanta del secolo scorso a nord dell’attuale Neuenstadt am Kocher. Gli scavi, condotti dal Landesamt für Denkmalpflege (LAD) del Baden-Württemberg in collaborazione con l’Università di Bamberga a partire dal 2003, hanno riportato alla luce i resti di una città romana di almeno 25 ettari, che sorgeva sulla riva settentrionale del fiume Kocher tra il II e il III secolo. Il nome della città è tuttora ignoto, ma dalle testimonianze epigrafiche si deduce che fu la capitale1 della “civitas A(urelia?) G...”, dove il nome “Aurelia” si riferirebbe all’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.). La fondazione dell’insediamento sarebbe dunque legata allo spostamento del Limes germanico verso est, attorno al 155-160 d.C., sotto Antonino Pio e lo stesso Marco Aurelio.

    Neuenstadt. Pianta dell’insediamento romano basata sulle evidenze archeologiche (da: Archäologische Ausgrabungen in Baden-Württemberg 2004, 159 – Leiza)

    Il tempio di Apollo Grannus e gli altri edifici

    Negli anni seguenti alla scoperta, le indagini geofisiche e vari scavi esplorativi hanno fornito ulteriori informazioni sull’estensione, la struttura, lo stato di conservazione e la storia del sito. Finché tra il 2007 e il 2013, uno scavo approfondito condotto nel centro della città ha riportato alla luce i resti del tempio principale, dedicato al dio celto-romano Apollo Grannus e di cui si conserva un altare votivo. Il tempio sorgeva su un’area recintata piuttosto ampia, di 80 metri x 70 ed era accompagnato da due vasche/bacini esagonali (o ottagonali) per l’acqua sorgiva, di importanza fondamentale dato che Apollo Grannus era una divinità legata alle fonti termali e alla guarigione.

    Altare votivo di Apollo Grannus ( CIL XIII, CC BY-NC – CF-GeS-1118, hdl.handle.net/11471/504.50.1118)

    Le indagini archeologiche hanno in seguito documentato la presenza anche di altri importanti edifici pubblici. Tra questi spicca l’edificio A, posto nella parte settentrionale dell’insediamento, forse parte di una basilica a tre navate, lunga circa 45 metri, affacciante sul foro. E soprattutto una grande struttura di circa 50 metri x 50 (D2) disposta attorno a un cortile e dotata di diversi ambienti, due portici e, nella parte nord-ovest, le terme: secondo gli archeologi potrebbe trattarsi di una domus di rappresentanza o della sede ufficiale di un funzionario romano.

    L’edificio termale (da Leiza)

    Molti reperti riemersi dagli scavi, in particolare epigrafi e statue, sono attualmente esposti nel Lapidario del Württembergischen Landesmuseums di Stoccarda.

    Abitazioni e attività artigianali

    Se l’obiettivo principale degli scavi era, all’inizio, quello di stabilire l’estensione e la struttura dell’abitato, oggi l’attenzione si è spostata sui quartieri meno indagati, dove sorgevano le abitazioni private e le attività artigianali.

    Le prospezioni geofisiche hanno evidenziato la presenza di diverse strutture rettangolari, una delle quali è stata scavata: si tratta di un edificio di 9,5 metri per 12,5, con struttura lignea a graticcio e dotato, nella parte posteriore, di un vano interrato con murature in pietra.

    Uno degli edifici ritrovati nell’insediamento di Neuenstadt am Kocher. Foto: LAD/Michelangelo Maugeri.

    Secondo gli archeologi, l’edificio potrebbe esser stato sede di un’attività di carattere artigianale o commerciale, una delle tante di questo settore cittadino posto a ridosso del fiume Kocher e dunque comodo per gli spostamenti e i commerci. Ma c’è un dettaglio che rende perplessi gli studiosi: i reperti recuperati sono pochissimi, come se le strutture fossero state utilizzate soltanto per un breve lasso di tempo.

    Perché l’insediamento fu abbandonato?

    Certo, la scarsità di materiali trovati nelle abitazioni non costituisce, da sola, la prova di un abbandono repentino del sito. Gli archeologi, tuttavia, hanno riscontrato una situazione simile anche per gli edifici pubblici di Neuenstadt: una coincidenza? Forse no. Il sospetto è che la città abbia davvero avuto vita più breve rispetto ad altri centri romani del territorio.

    Resta da stabilire allora perché la città fu abbandonata. Secondo gli archeologi, ciò potrebbe essere avvenuto nel III secolo d.C., quando la situazione lungo la frontiera settentrionale dell’Impero romano si fece via via più instabile. Intorno agli anni Trenta del III secolo, infatti, il Limes, il sistema di fortificazioni che presidiava il confine reno-danubiano, fu messo a dura prova dalla crescente pressione delle popolazioni stanziate al di là dei fiumi. E proprio l’instabilità e il pericolo rappresentato dalle incursioni “barbariche” potrebbero esser stati alla base della decisione di lasciare l’insediamento, in particolare dopo il collasso del Limes germanico-retico a seguito delle sfondamento delle fortificazioni tra il Reno e il Danubio da parte degli Alemanni e dei Franchi. È un’ipotesi di studio affascinante, ma che – come avvertono gli stessi studiosi – attende naturalmente le necessarie verifiche sul campo.

    Una relazione preliminare sulle indagini in corso, intanto, è stata pubblicata nel volume “Archäologische Ausgrabungen in Baden-Württemberg 2025” (Klaus Kortüm, Andrea Faber, Privathäuser im römischen Neuenstadt am Kocher, pp. 183-186).

    📘 Notizia verificata ✅

    1. La storiografia tradizionale ha a lungo ritenuto che la capitale della “civitas A(urelia?) G…” fosse Öhringen (Vicus Aurelianus), sia per la presenza di due importanti castra militari lungo il Limes, sia per l’importanza dei suoi ritrovamenti epigrafici. Le recenti scoperte monumentali a Neuenstadt, tuttavia, stanno indicendo gli studiosi a ritenere che la capitale fosse quest’ultima. ↩︎

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  3. Spagna, identificata la più antica biblioteca romana della Penisola iberica (e la più occidentale dell’Impero)

    Per anni si è pensato che fosse un mitreo, invece era una biblioteca romana privata. A stabilirlo una ricerca dell’Università di Granada, che ha così restituito a uno degli ambienti della villa romana di Fuente Álamo, a Puente Genil (Cordova), la sua vera identità. La scoperta, pubblicata sul Journal of Mediterranean Archaeology, identifica il complesso non solo come la più antica biblioteca documentata della Penisola iberica, ma anche come la più occidentale tra quelle ad oggi conosciute nell’Impero romano .

    Lo studio è stato condotto dagli archeologi Antonio López García, Javier Martínez-Jiménez ed Eduardo Cerrato Casado, nell’ambito del progetto Exploratio Territorii Antiquae Ecclesiae Cordubensis, con l’obiettivo di individuare criteri affidabili per riconoscere archeologicamente le biblioteche romane, edifici raramente identificabili poiché gli scaffali lignei e i manoscritti sono quasi sempre scomparsi.

    Mappa dell’Impero Romano che mostra l’ubicazione archeologica di biblioteche pubbliche e private, insieme a spazi che un tempo erano stati proposti come tali ma che sono stati scartati da studi successivi. (Autore: Antonio López García)

    La biblioteca “svelata” dall’architettura

    Per reinterpretare lo spazio, i ricercatori hanno applicato una metodologia innovativa basata sulla cosiddetta shape grammar (“grammatica delle forme”), una tecnica che analizza la combinazione degli elementi architettonici di un edificio.

    L’ambiente di Fuente Álamo presenta infatti caratteristiche tipiche delle biblioteche romane: un abside, nicchie rettangolari probabilmente destinate agli scaffali dei rotoli, nicchie semicircolari, un podio e alcuni locali annessi che dovevano servire come spazi di lavoro o deposito.

    L’insieme di questi elementi ha permesso di escludere in via definitiva l’ipotesi del mitreo e di riconoscere invece un luogo dedicato alla lettura, allo studio e alla conservazione della cultura scritta.

    Una delle biblioteche private meglio conservate del mondo romano

    Secondo gli autori della ricerca, la biblioteca di Fuente Álamo rappresenta oggi la biblioteca privata meglio conservata del mondo romano, fatta eccezione per la celebre Villa dei Papiri di Ercolano, dove si sono conservati i papiri ma non l’architettura originaria dell’ambiente che li custodiva.

    Modello fotogrammetrico della Biblioteca Fuente Álamo (Puente Genil) che mostra l’abside, le nicchie rettangolari e semicircolari e le anticamere adiacenti. (Autore: Antonio López García)

    Il ritrovamento assume quindi un’importanza eccezionale per comprendere il livello culturale delle élite della Betica tardoantica e la diffusione della lettura nelle grandi residenze aristocratiche della Hispania romana.

    Un possibile legame con il sarcofago della Declamatio

    Lo studio propone anche un’interessante ipotesi interpretativa. Gli studiosi suggeriscono infatti un collegamento tra la biblioteca e il cosiddetto sarcofago della Declamatio, rinvenuto nel XIX secolo nel vicino sito di Villares del Carril e oggi conservato al Museo di Malaga.

    Confronto tra il mosaico di Bacco della Villa di Fuente Álamo (sopra) e il sarcofago della Declamazione di Villares del Carril (sotto), che i ricercatori collegano per via della loro possibile relazione cronologica e iconografica. (Fotografia del mosaico: Antonio López García. Fotografie del sarcofago della Declamazione , tratte da M. Rodríguez de Berlanga, Catalogo del Museo Loringiano , Málaga, Tipografia Arturo Gilabert, 1903).

    Il monumento funerario raffigura scene dedicate all’insegnamento e alla lettura e presenta una cronologia compatibile con la seconda fase della villa. Una delle figure che vi sono scolpite, un uomo barbuto con un rotolo e un codice, ricorda inoltre un personaggio rappresentato in uno dei mosaici della villa, ritenuto da alcuni studiosi il proprietario della residenza.

    Sebbene il collegamento non possa essere dimostrato con certezza, l’ipotesi apre nuove prospettive sulla figura del possibile proprietario della biblioteca e sul ruolo della cultura letteraria nell’autorappresentazione delle élite provinciali romane.

    Lo studio offre inoltre un nuovo approccio metodologico che potrà essere applicato ad altri siti archeologici, contribuendo a identificare possibili biblioteche finora passate inosservate e a migliorare l’interpretazione degli edifici di età romana.

    📘 Fonte scientifica

    • 📄 López García, A., Martínez Jiménez, J., & Cerrato Casado, E. (2026). New Approaches to Identifying Roman Libraries: Two Late Antique Examples from Stobi (North Macedonia) and Fuente Álamo (Spain). 
    • 📚 Journal of Mediterranean Archaeology. 39.1.
    • 🔗 https://doi.org/10.1558/jma.35930

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    • 📄 Fonte: Università di Granada ✅
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  4. Sulmona (AQ), a Case Pente gli scavi restituiscono 4.000 anni di storia nella Valle Peligna

    Proseguono le attività di ricerca nell’area archeologica di Case Pente, a Sulmona, dove dal marzo 2023 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province dell’Aquila e Teramo conduce un’estesa campagna di archeologia preventiva nell’ambito del progetto della centrale di compressione Snam. Le indagini, sviluppate su circa 12 ettari, stanno offrendo nuove informazioni sull’evoluzione del popolamento della Valle Peligna, documentando una frequentazione continua che attraversa diversi millenni.

    Un villaggio preistorico con 52 capanne

    Tra le scoperte più significative figura un vasto villaggio della fine dell’Eneolitico e dell’età del Bronzo antico, riconosciuto grazie ai resti delle 52 capanne individuate attraverso le buche di palo che ne sostenevano le strutture lignee. Accanto all’abitato è emersa anche la relativa necropoli, insieme a numerose altre sepolture appartenenti alle fasi successive di occupazione dell’area.

    Le buche di palo (foto: ©SABAP AQ-TE)

    Lo scavo dell’insediamento preistorico è stato completato integralmente, consentendo agli archeologi di documentare e acquisire tutte le informazioni scientifiche conservate nel deposito archeologico, secondo le procedure previste dalla normativa sulla tutela.

    Le testimonianze di età romana

    Le indagini hanno inoltre portato alla luce importanti strutture di età romana, tra cui un edificio rustico e un articolato complesso con ambienti termali, sviluppato lungo un antico percorso viario che ha continuato a caratterizzare il paesaggio della valle anche nei secoli successivi.

    Edificio romano in corso di scavo (foto: ©SABAP AQ-TE)

    Proprio per il loro elevato interesse storico e archeologico, questi resti saranno conservati in situ. È già in fase di progettazione un percorso di visita che consentirà al pubblico di conoscere direttamente le strutture emerse durante gli scavi.

    Edificio termale emerso a Case Pente, Sulmona (foto: ©SABAP AQ-TE)

    Ricerca, restauro e valorizzazione

    Il progetto non si limita alle attività di scavo. L’accordo di valorizzazione sottoscritto tra Soprintendenza e Snam prevede infatti un ampio programma di interventi che comprende il restauro dei reperti, la conservazione delle strutture archeologiche, la ricostruzione di una capanna preistorica accanto ai resti romani e un articolato piano di studi specialistici.

    Sono previste analisi antropologiche, genetiche, archeobotaniche, archeozoologiche e archeometriche, oltre a datazioni radiometriche, pubblicazioni scientifiche e una mostra conclusiva destinata a presentare al pubblico i risultati delle ricerche.

    Il restauro dell’edificio romano (foto: ©SABAP AQ-TE)

    Un cantiere aperto al pubblico

    Le attività di ricerca sono accompagnate da iniziative di divulgazione rivolte alla cittadinanza. Lo scorso 13 giugno, in occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia, il cantiere è stato aperto ai visitatori con ingressi contingentati, permettendo a studiosi, appassionati e cittadini di osservare da vicino il lavoro degli archeologi.

    Alla luce del dibattito sviluppatosi nelle ultime settimane, la Soprintendenza ha inoltre ribadito che tutte le operazioni sono state condotte nel pieno rispetto della normativa vigente. I reperti rinvenuti sono stati regolarmente documentati, studiati e sottoposti alle necessarie misure di tutela, mentre le evidenze più rilevanti saranno conservate e valorizzate nell’ambito dei progetti già avviati.

    Le indagini proseguiranno nelle prossime settimane con nuove attività di scavo, documentazione e ricerca, accompagnate da ulteriori iniziative di informazione pubblica. L’obiettivo è continuare ad arricchire il quadro delle conoscenze sull’antico popolamento della Valle Peligna e restituire alla comunità un patrimonio destinato a diventare parte integrante dell’offerta culturale del territorio.

    📘 Notizia verificata ✅

    • 📄 Fonte: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province dell’Aquila e Teramo ✅
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  5. Scoperte a Nimega le più grandi terme romane dei Paesi Bassi

    Straordinaria scoperta archeologica nei Paesi Bassi. A Nimega (Nijmegen), l’antica Ulpia Noviomagus, gli archeologi delle società di ricerca BAAC e RAAP hanno portato alla luce le più grandi terme romane mai rinvenute nel Paese.

    Veduta dell’area di scavo (©Gemeente Nijmegen)

    Gli scavi, avviati nel settembre 2025 nell’area del Waalfront, hanno consentito di riportare alla luce gran parte di un vasto impianto termale pubblico, oltre a diversi quartieri residenziali, strade, ricche dimore e persino una torre. Il sito si trova in una zona precedentemente occupata da diverse strutture industriali, ora destinata a un nuovo progetto urbanistico.

    I restauratori al lavoro sui reperti (©Gemeente Nijmegen)

    Un complesso termale monumentale

    Le nuove indagini hanno permesso di identificare i diversi ambienti (calidarium, tepidarium e frigidarium, le vasche di acqua calda, tiepida e fredda) destinati alla balneazione. Il complesso termale vanta una superficie di almeno 4.900 metri quadrati, oltre il doppio rispetto alle terme pubbliche romane già note di Forum Hadriani (l’odierna Voorburg) e di Coriovallum (Heerlen). Le pareti delle vasche erano rivestite in marmo, mentre i pavimenti erano decorati con lastre di calcare bianco e nero. Gli ambienti erano inoltre impreziositi da intonaci dipinti e da elementi decorativi in pietra calcarea e arenaria.

    Leggi anche: A Nimega torna alla luce una grande necropoli merovingia: 130 tombe con spettacolari corredi di armi, gioielli e monete | FOTO

    https://storiearcheostorie.com/2025/09/28/necropoli-merovingia-nimega-130-tombe-corredi/

    Il sistema di riscaldamento romano a ipocausto

    Tra le scoperte più significative figurano le tracce del sistema di riscaldamento a ipocausto, la tecnologia utilizzata dai Romani per diffondere aria calda sotto i pavimenti. Sono stati rinvenuti ancora in situ i pilastrini in mattoni che sostenevano le pavimentazioni sopraelevate, permettendo il passaggio del calore al di sotto.

    Gli archeologi hanno rinvenuto le tracce del sistema di risaldamento a ipocausto (©Gemeente Nijmegen)

    Alcune delle murature si conservano ancora per circa due metri in alzato: sono tra le strutture romane meglio preservate mai rinvenute finora a Nimega; saranno inserite e rese visibili nel futuro progetto edilizio.

    Gioielli, monete e un’immagine di Bacco

    Dadi da gioco (©Gemeente Nijmegen)

    Gli scavi hanno restituito anche un’elevata quantità di reperti, che testimoniano il livello di benessere raggiunto dagli abitanti della città tra il II e il III secolo d.C.

    Aghi crinali in osso (©Gemeente Nijmegen)

    Tra gli oggetti più interessanti spiccano gli aghi crinali (spilloni) per capelli in osso, alcuni dei quali decorati con protomi a forma di gatto: uno è rappresentato con un’espressione particolarmente aggressiva.

    Vi sono poi anelli sigillo, gioielli con elementi in oro e diversi frammenti di statue in bronzo; notevole in particolare una piccola testa in bronzo raffigurante Bacco, il dio romano del vino, in origine appesa forse a un recipiente o a un elemento d’arredo.

    La piccola testa bronzea di Bacco (©Gemeente Nijmegen)

    La città prosperò fino al III secolo

    Le tante monete rinvenute, comprese quelle dell’imperatore Postumo (260-269 d.C.), dimostrano che questa parte della città continuò a prosperare anche durante la crisi dell’Impero romano, iniziata nel III secolo.

    Secondo gli studiosi, la scoperta conferma il ruolo di Ulpia Noviomagus come il più importante centro urbano romano dell’attuale territorio olandese.

    Il passato entra nel futuro

    L’impresa responsabile del progetto urbanistico che sorgerà nell’area ha garantito che le strutture manterranno un legame simbolico con l’antica città. Alcuni edifici richiameranno infatti le architetture romane con colonnati coperti, mentre la piazza centrale del nuovo quartiere sarà denominata Thermenplein, “Piazza delle Terme”, in omaggio proprio al monumentale complesso che per quasi due millenni è rimasto nascosto nel sottosuolo.

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    • 📄 Fonte: Comune di Nimega ✅
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  6. Il mosaico erotico trafugato dai nazisti non era di Pompei: la vera origine nelle Marche

    Elena Percivaldi

    Ne avevamo parlato lo scorso luglio, e ora la sua storia è tornata sulla breccia con una svolta clamorosa. Sì perché il mosaico romano con scena erotica, restituito all’Italia nel 2025 dopo oltre ottant’anni, in realtà non è di Pompei ma marchigiano, e più precisamente dell’area di Folignano.

    Il reperto era stato sottratto durante la Seconda guerra mondiale da un capitano della Wehrmacht, l’esercito della Germania nazista, e portato in Germania come bottino personale. La restituzione è avvenuta grazie agli eredi del militare, che hanno deciso di consegnare l’opera allo Stato italiano. Il recupero è stato gestito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, l’unità specializzata dell’Arma impegnata nella lotta contro il traffico illecito di opere d’arte.

    Per approfondire: Un mosaico erotico trafugato durante la guerra torna a casa

    https://storiearcheostorie.com/2025/07/15/mosaico-erotico-trafugato-in-germania-durante-la-guerra-torna-a-pompei/

    Poiché mancavano informazioni certe sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura lo aveva inizialmente assegnato al Parco Archeologico di Pompei, dove era stato consegnato nel luglio 2025. Qui infatti sono noti numerosi mosaici figurati di età romana realizzati con tecniche e motivi simili.

    Ma le ricerche successive hanno cambiato completamente la storia dell’opera.

    Il mosaico ritrovato

    Le analisi archeometriche: un mosaico non vesuviano

    Una volta giunto a Pompei, il mosaico è stato sottoposto a studi archeologici e analisi scientifiche condotte in collaborazione con l’Università del Sannio.

    Gli studiosi hanno applicato indagini archeometriche, una disciplina che utilizza strumenti della chimica, della mineralogia e della fisica dei materiali per ricostruire l’origine e la tecnica di produzione dei manufatti antichi.

    L’analisi delle tessere musive – piccoli cubetti di pietra o pasta vitrea che compongono l’immagine – ha mostrato caratteristiche incompatibili con i mosaici vesuviani. In particolare la composizione mineralogica delle pietre, la dimensione delle tessere e la tecnica di posa del tessellatum rimandavano piuttosto a officine musive attive nell’Italia centrale, probabilmente nel Lazio.

    Questi dati hanno suggerito l’esistenza di laboratori specializzati nella produzione di mosaici figurati destinati al commercio su larga scala, capaci di rifornire ville aristocratiche in diverse regioni della penisola.

    Il colpo di scena: la provenienza da una villa romana delle Marche

    La svolta è arrivata grazie a un incontro quasi fortuito durante la presentazione pubblica del mosaico nel 2025. L’archeologa Giulia D’Angelo, originaria delle Marche e studiosa di archeologia romana, ha riconosciuto elementi che rimandavano a un sito del suo territorio.

    Le ricerche archivistiche hanno portato alla vera provenienza del reperto: una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, nel territorio della provincia di Ascoli Piceno.

    La presenza del mosaico in quell’area era già documentata alla fine del XVIII secolo, segno che il manufatto era noto agli studiosi locali molto prima della sua scomparsa.

    Il taccuino ottocentesco che ha confermato l’identificazione

    Una prova decisiva è emersa da un documento sorprendente: un taccuino manoscritto del XIX secolo realizzato dal pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli.

    Nel quaderno, databile intorno al 1868 e oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno, compare uno schizzo dettagliato del mosaico accompagnato da annotazioni sul luogo del ritrovamento.

    Gabrielli descrive la scena come quella di un uomo che porge una borsa di denaro a una giovane donna seminuda. L’autore interpreta il soggetto come “Il congedo di un’etera”, cioè una cortigiana di alto rango nel mondo greco-romano.

    Il pittore annota anche la provenienza dell’opera: un podere appartenente alla famiglia Malaspina a Rocca di Morro. Il disegno ottocentesco coincide perfettamente con il mosaico restituito nel 2025, confermando definitivamente la sua origine marchigiana.

    La scena erotica, un “classico” della cultura romana

    Le scene erotiche nei mosaici romani non erano affatto rare. Al contrario, facevano parte della decorazione domestica di ville aristocratiche e ambienti di rappresentanza, soprattutto negli spazi dedicati al banchetto o al riposo.

    Nel caso di questo mosaico il personaggio maschile è raffigurato mentre offre una borsa di denaro, probabilmente allusione al pagamento, mentre la figura femminile, seminuda, richiama l’iconografia delle eterae, le cortigiane, associate alla seduzione e al mondo del simposio

    Queste immagini avevano spesso significati simbolici e culturali complessi, legati ai temi della ricchezza, del piacere e della vita aristocratica nel mondo romano.

    Il valore della restituzione

    Per il ministro della Cultura Alessandro Giuli, la storia del mosaico dimostra che la tutela del patrimonio non si conclude con il recupero materiale dell’opera.

    Il lavoro congiunto tra Carabinieri, archeologi, università e funzionari del Ministero ha permesso di ricostruire la vera storia del reperto e ricollocarlo nel suo contesto originario.

    Oggi il mosaico rappresenta non solo un esempio di arte romana, ma anche un frammento di memoria restituito alla collettività.

    Nel frattempo, le amministrazioni locali di Folignano e Ascoli Piceno stanno valutando future iniziative di valorizzazione, tra cui possibili mostre o progetti di collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei.

    Sul prezioso reperto è stato pubblicato oggi, sull’E-journal di Pompei, un articolo di approfondimento a cura di Giulia D’Angelo (Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze dell’Antichità), Celestino Grifa (Università del Sannio, Dipartimento di Scienze e Tecnologie; SHerIL,Samnium Heritage Innovation Lab.), Simona Boscia, Andrea Lepore, Chiara Germinario, Mariano Mercurio (Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università del Sannio), Gianluca Frija (Università di Ferrara, Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra), Alessandro Russo, Gabriel Zuchtriegel (Parco Archeologico di Pompei). L’articolo è consultabile a questo link.

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  7. 🏛️ 𝗧𝗿𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗮❟ 𝗶𝗻 𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗹𝗮 𝗣𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗩𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲𝗻𝘀𝗶𝘀

    ✅ Restauri, nuova illuminazione e ricostruzioni 3D per il nuovo allestimento ipogeo della struttura del I secolo d.C. I lavori costeranno 230 mila euro

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  8. 🏛️ 𝗢𝗿𝗮 è 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲: 𝗮 𝗙𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝗕𝗮𝘀𝗶𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝗩𝗶𝘁𝗿𝘂𝘃𝗶𝗼

    Dagli scavi di piazza Andrea Costa emerge la Basilica descritta nel "De Architectura": l’unico edificio attribuibile con certezza al grande architetto romano.

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  9. A Fano riemerge la Basilica descritta da Vitruvio: identificato l’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano

    Elena Percivaldi

    E alla fine la conferma è arrivata: è la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura l’edificio romano emerso dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano. La notizia, ufficializzata nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, segna un passaggio di grande rilievo per la storia dell’architettura antica: si tratta infatti dell’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano, autore del più influente trattato teorico dell’antichità.

    All’incontro erano presenti il Presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, il Sindaco di Fano Luca Serfilippi, il Soprintendente Andrea Pessina; il Ministro della Cultura Alessandro Giuli è intervenuto in collegamento, sottolineando la portata scientifica della scoperta per la conoscenza delle origini della tradizione architettonica occidentale.

    Vitruvio e la sua basilica: dalla pagina al terreno

    Vitruvio menziona esplicitamente una basilica costruita a Fanum Fortunae, descrivendone forma, proporzioni e articolazione spaziale. Per secoli, quel passo del trattato è stato oggetto di interpretazioni, ipotesi localizzative e confronti con edifici noti, senza però una conferma archeologica definitiva.

    Gli scavi in corso hanno ora permesso di ricondurre con precisione il testo alla realtà materiale, grazie a una straordinaria corrispondenza tra la descrizione vitruviana e i resti messi in luce: una pianta rettangolare con colonnato perimetrale, articolata in otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi, secondo uno schema che trova riscontro puntuale nelle fonti antiche.

    Le strutture: colonne monumentali e piano superiore

    La conferma definitiva è arrivata con un sondaggio mirato che ha restituito la quinta colonna d’angolo, consentendo di definire con sicurezza orientamento, posizione e dimensioni dell’edificio tra le due piazze dell’area urbana.

    Le colonne, con un diametro di circa cinque piedi romani (147–150 cm) e un’altezza stimata attorno ai 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti, progettati per sostenere un piano superiore. Un dato che coincide perfettamente con il modello basilicale descritto da Vitruvio, confermando non solo l’identificazione dell’edificio, ma anche la fedeltà del progetto realizzato rispetto alla teoria.

    La ricostruzione planimetrica, elaborata sulla base delle evidenze archeologiche e delle indicazioni testuali, mostra una corrispondenza quasi al centimetro, un caso rarissimo nel rapporto tra fonti scritte e dati di scavo.

    Un percorso di ricerca avviato da tempo

    L’identificazione della basilica non è un risultato isolato, ma l’esito di un percorso di ricerca pluriennale. Già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti murature e pavimentazioni in marmi pregiati aveva suggerito la presenza di edifici pubblici di alto livello, compatibili con un complesso monumentale centrale.

    La nuova scoperta consente ora di rileggere in modo unitario anche altre evidenze note da tempo, come l’edificio sotto Sant’Agostino, inserendole in un quadro urbanistico più coerente e articolato.

    Prospettive di studio e valorizzazione

    Come ha sottolineato il Soprintendente Andrea Pessina, l’individuazione certa della Basilica vitruviana apre una nuova fase di ricerca, più consapevole e mirata, sul patrimonio archeologico di Fano. Le indagini proseguiranno all’interno del cantiere finanziato con fondi PNRR, con l’obiettivo di approfondire estensione, fasi edilizie e rapporti con il contesto urbano romano.

    La scoperta restituisce alla città non solo un monumento di eccezionale valore, ma anche un punto di riferimento fondamentale per la storia dell’architettura, consentendo per la prima volta di osservare sul terreno un edificio progettato dall’autore del De Architectura.

    Tutte le foto: ©MiC

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  10. 🏛️❓ Un monumentale (ed enigmatico) tumulo romano riaffiora in Baviera: perché al suo interno non c'è una tomba?

    🌟 La scoperta, avvenuta a Wolkertshofen, apre nuove prospettive sulla presenza romana in Germania e sui rapporti con le locali popolazioni celto-germaniche.

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    Foto: ©Archäologiebüro Dr. Woidich GmbH / BLfD

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    storiearcheostorie.com/2025/11

  11. A Pompei scoperta la “panchina d’attesa” davanti alla Villa dei Misteri: i clienti aspettavano il padrone di casa tracciando graffiti | IL VIDEO

    Elena Percivaldi

    Non erano i visitatori in fila per ammirare i celebri affreschi dionisiaci, come accade oggi nelle giornate a ingresso gratuito, ma i clientes del padrone di casa ad affollare la strada davanti alla Villa dei Misteri a Pompei. Gli ultimi scavi condotti lungo il fronte nord-occidentale del complesso hanno riportato alla luce una panchina in cocciopesto posizionata proprio davanti al portone principale, sulla cosiddetta Via Superior.

    Veduta dello scavo della Villa dei Misteri. Sotto, la foto zenitale (foto: ©Parco Archeologico di Pompei)

    Un dettaglio che apre una finestra sorprendente sulla vita sociale e politica dell’antica Pompei: la panchina serviva ad accogliere coloro che, secondo l’usanza della salutatio, si recavano al mattino dal loro patrono per chiedere favori, prestiti o aiuto giudiziario in cambio di sostegno politico.

    La Villa dei Misteri e la pratica della salutatio

    La panca affacciata sulla via Superior (in basso in vista frontale) (foto: ©Parco Archeologico di Pompei)

    Celebre in tutto il mondo per il ciclo di affreschi a tema dionisiaco scoperto nel 1909-10, la Villa dei Misteri era una delle residenze più prestigiose dell’area suburbana di Pompei. Qui il padrone riceveva clienti e supplici, mentre i più sfortunati – braccianti, mendicanti, viaggiatori diretti verso Boscoreale – potevano attendere anche per ore senza la certezza di essere ricevuti.

    «Qualcuno, durante l’attesa, lasciava graffiti sui muri – racconta il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – piccoli segni, date, forse nomi: un gesto di noia e di presenza che oggi possiamo ancora leggere».

    Le panchine, spiega, erano un vero e proprio “biglietto da visita”: più erano affollate, maggiore era il prestigio del dominus.

    Uno dei graffiti (foto: ©Parco Archeologico di Pompei)

    Gli scavi recenti e le nuove scoperte

    Le indagini, riavviate grazie alla demolizione di costruzioni abusive che gravavano sulla villa, hanno portato alla luce non solo la panca, ma anche il monumentale ingresso con arco e paracarri, ambienti decorati in terzo stile pompeiano con raffinati fondi neri e gialli, e una cisterna collegata a un articolato sistema idrico.

    Straordinaria anche la documentazione stratigrafica dell’eruzione del 79 d.C.: pomici di caduta, flussi piroclastici e persino un paleosuolo agricolo sistemato “a conchette”, che testimonia le tecniche di coltivazione e gestione del paesaggio in età romana.

    L’eccezionale sequenza stratigrafica dell’eruzione (foto: ©Parco Archeologico di Pompei)

    Un progetto di ricerca e tutela

    Lo scavo fa parte di un programma più ampio di tutela e valorizzazione, condotto dal Parco Archeologico di Pompei in sinergia con la Procura di Torre Annunziata. L’obiettivo è duplice: contrastare gli scavi clandestini e completare le ricerche iniziate oltre un secolo fa da Amedeo Maiuri, restituendo finalmente la parte ancora sepolta della villa, compreso il quartiere servile.

    L’antica planimetria della Villa

    «Ciò che un tempo era un privilegio di pochi – osserva Zuchtriegel – oggi è accessibile a tutti, anche gratuitamente ogni prima domenica del mese».

    La scoperta è stata pubblicata sull’E-Journal degli scavi di Pompei, consultabile in OpenAccess (disponibile QUI).

    IL VIDEO | Scoperta “panchina d’attesa” davanti alla Villa dei Misteri di Pompei, parla il direttore Zuchtriegel

    https://youtu.be/5l0GgrKmNtk

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  12. Germania / Chiodi per i calzari romani: scoperta un’officina militare (con magazzino) a Waldmössingen

    Elena Percivaldi

    Può un oggetto minuscolo come un chiodo di ferro, lungo appena un centimetro e mezzo, aprire scenari sorprendenti sulla storia di Roma? Sì, se il reperto in questione non è uno soltanto, ma sono decine. È quanto accaduto a Schramberg-Waldmössingen (Landkreis Rottweil, Germania), dove un’équipe del LAD – Landesamt für Denkmalpflege di Stoccarda e dell’Università di Friburgo ha individuato un’officina romana destinata alla produzione – o almeno al deposito – dei chiodi che servivano a rinforzare i calzari dei legionari, le celebri caligae.

    Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)

    Roba… da chiodi

    Le indagini si sono concentrate su un grande edificio in pietra di oltre 1.000 mq, già esplorato nel 1896 ma da allora rimasto enigmatico e di difficile interpretazione. Le nuove ricerche hanno rivelato almeno due fasi costruttive, risalenti alla seconda metà del I secolo d.C. Ma soprattutto, sono stati trovati oltre cento chiodi di scarpa in ferro, tutti perfettamente conservati. Non si tratta di pezzi usurati, ma di elementi nuovi, pronti all’uso.

    Questi piccoli oggetti confermano che il sito aveva un ruolo chiave nella logistica militare romana: i chiodi davano ai soldati maggiore stabilità sui terreni accidentati, ma cadevano facilmente durante le marce. Per questo i legionari ricevevano un’indennità speciale, il clavarium, destinata all’acquisto dei ricambi.

    Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)

    Waldmössingen, un nodo strategico sul Limes renano

    Il castrum di Waldmössingen, esteso su una superficie di circa 2 ettari, sorgeva lungo la strada che attraversava la Foresta Nera e collegava l’alto Reno con l’area del Neckar. Intorno, sotto il regno di Vespasiano (69–79 d.C.), sorsero numerosi presidi, dipendenti dal grande campo legionario di Rottweil (Arae Flaviae). Waldmössingen, con la sua posizione strategica nei pressi di un crocevia viario, sembra aver svolto la funzione di magazzino centrale per il rifornimento delle truppe stanziate lungo questo tratto del Limes. Al suo interno sono stati rinvenuti i resti di due edifici con fondamenta in pietra, di cui solo quello del personale (principia) è stato identificato con certezza; la funzione del secondo non è chiara. I reperti provenienti dall’area del vicus indicano la presenza di una fornace per la ceramica; una pietra d’altare e una tavoletta contenente il testo di una maledizione (defixio) provengono invece da un’area dove probabilmente sorgeva un tempio.

    Replica di una caliga e chiodi da scarpa dai reperti degli scavi di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)

    Archeologia “dal vivo”

    La campagna di scavo, iniziata il 4 agosto scorso, è stata l’occasione per fare divulgazione attraverso lezioni “a cielo aperto“: oltre 1.500 visitatori, in gran parte studenti e famiglie, hanno seguito da vicino il lavoro degli archeologi, osservando come gli strumenti moderni possano restituire la voce a reperti di quasi duemila anni fa.

    “È stata una delle esperienze didattiche più coinvolgenti che abbia mai diretto”, ha commentato Lena Regetz, ricercatrice dell’Università di Friburgo. Per Christoph Wulfmeier, del LAD, l’iniziativa è stata un’importante “vetrina” per l’archeologia della regione.

    La fine degli scavi è prevista per il 12 settembre.

    Immagine in apertura: Calzatura da soldato romano (caliga ) con suola chiodata. Sullo sfondo, la torre angolare del Forte di Waldmössingen, ricostruita nel 1975 (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)

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  13. 🏛️ Nuove scoperte a Suasa!

    Durante gli ultimi scavi dell’Università di Bologna, è emerso un quartiere produttivo romano con strutture profonde oltre 5 metri, vasi integri e centinaia di monete.

    ⚒️ Una nuova pagina di storia si aggiunge al sito archeologico delle Marche: artigianato, economia e urbanistica al centro della vita quotidiana nell’antica città.

    📍 Scopri di più nel nostro articolo.
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    storiearcheostorie.com/2025/08

  14. 💀🔥💀🔥 ARCHEOLOGIA | 𝐄𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐚 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐚 𝐋𝐢𝐭𝐞𝐫𝐧𝐮𝐦: 𝐜𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐦𝐚𝐮𝐬𝐨𝐥𝐞𝐢 𝐞 𝐥’𝐞𝐩𝐢𝐭𝐚𝐟𝐟𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐠𝐥𝐚𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞

    L'articolo completo, con tutte le FOTO, su @storieearcheostorie

    Foto: @soprintendenzadinapoli_areamet

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