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A Fano riemerge la Basilica descritta da Vitruvio: identificato l’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano
Elena Percivaldi
E alla fine la conferma è arrivata: è la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura l’edificio romano emerso dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano. La notizia, ufficializzata nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, segna un passaggio di grande rilievo per la storia dell’architettura antica: si tratta infatti dell’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano, autore del più influente trattato teorico dell’antichità.
All’incontro erano presenti il Presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, il Sindaco di Fano Luca Serfilippi, il Soprintendente Andrea Pessina; il Ministro della Cultura Alessandro Giuli è intervenuto in collegamento, sottolineando la portata scientifica della scoperta per la conoscenza delle origini della tradizione architettonica occidentale.
Vitruvio e la sua basilica: dalla pagina al terreno
Vitruvio menziona esplicitamente una basilica costruita a Fanum Fortunae, descrivendone forma, proporzioni e articolazione spaziale. Per secoli, quel passo del trattato è stato oggetto di interpretazioni, ipotesi localizzative e confronti con edifici noti, senza però una conferma archeologica definitiva.
Gli scavi in corso hanno ora permesso di ricondurre con precisione il testo alla realtà materiale, grazie a una straordinaria corrispondenza tra la descrizione vitruviana e i resti messi in luce: una pianta rettangolare con colonnato perimetrale, articolata in otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi, secondo uno schema che trova riscontro puntuale nelle fonti antiche.
Le strutture: colonne monumentali e piano superiore
La conferma definitiva è arrivata con un sondaggio mirato che ha restituito la quinta colonna d’angolo, consentendo di definire con sicurezza orientamento, posizione e dimensioni dell’edificio tra le due piazze dell’area urbana.
Le colonne, con un diametro di circa cinque piedi romani (147–150 cm) e un’altezza stimata attorno ai 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti, progettati per sostenere un piano superiore. Un dato che coincide perfettamente con il modello basilicale descritto da Vitruvio, confermando non solo l’identificazione dell’edificio, ma anche la fedeltà del progetto realizzato rispetto alla teoria.
La ricostruzione planimetrica, elaborata sulla base delle evidenze archeologiche e delle indicazioni testuali, mostra una corrispondenza quasi al centimetro, un caso rarissimo nel rapporto tra fonti scritte e dati di scavo.
Un percorso di ricerca avviato da tempo
L’identificazione della basilica non è un risultato isolato, ma l’esito di un percorso di ricerca pluriennale. Già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti murature e pavimentazioni in marmi pregiati aveva suggerito la presenza di edifici pubblici di alto livello, compatibili con un complesso monumentale centrale.
La nuova scoperta consente ora di rileggere in modo unitario anche altre evidenze note da tempo, come l’edificio sotto Sant’Agostino, inserendole in un quadro urbanistico più coerente e articolato.
Prospettive di studio e valorizzazione
Come ha sottolineato il Soprintendente Andrea Pessina, l’individuazione certa della Basilica vitruviana apre una nuova fase di ricerca, più consapevole e mirata, sul patrimonio archeologico di Fano. Le indagini proseguiranno all’interno del cantiere finanziato con fondi PNRR, con l’obiettivo di approfondire estensione, fasi edilizie e rapporti con il contesto urbano romano.
La scoperta restituisce alla città non solo un monumento di eccezionale valore, ma anche un punto di riferimento fondamentale per la storia dell’architettura, consentendo per la prima volta di osservare sul terreno un edificio progettato dall’autore del De Architectura.
Tutte le foto: ©MiC
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Germania / Chiodi per i calzari romani: scoperta un’officina militare (con magazzino) a Waldmössingen
Elena Percivaldi
Può un oggetto minuscolo come un chiodo di ferro, lungo appena un centimetro e mezzo, aprire scenari sorprendenti sulla storia di Roma? Sì, se il reperto in questione non è uno soltanto, ma sono decine. È quanto accaduto a Schramberg-Waldmössingen (Landkreis Rottweil, Germania), dove un’équipe del LAD – Landesamt für Denkmalpflege di Stoccarda e dell’Università di Friburgo ha individuato un’officina romana destinata alla produzione – o almeno al deposito – dei chiodi che servivano a rinforzare i calzari dei legionari, le celebri caligae.
Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)Roba… da chiodi
Le indagini si sono concentrate su un grande edificio in pietra di oltre 1.000 mq, già esplorato nel 1896 ma da allora rimasto enigmatico e di difficile interpretazione. Le nuove ricerche hanno rivelato almeno due fasi costruttive, risalenti alla seconda metà del I secolo d.C. Ma soprattutto, sono stati trovati oltre cento chiodi di scarpa in ferro, tutti perfettamente conservati. Non si tratta di pezzi usurati, ma di elementi nuovi, pronti all’uso.
Questi piccoli oggetti confermano che il sito aveva un ruolo chiave nella logistica militare romana: i chiodi davano ai soldati maggiore stabilità sui terreni accidentati, ma cadevano facilmente durante le marce. Per questo i legionari ricevevano un’indennità speciale, il clavarium, destinata all’acquisto dei ricambi.
Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)Waldmössingen, un nodo strategico sul Limes renano
Il castrum di Waldmössingen, esteso su una superficie di circa 2 ettari, sorgeva lungo la strada che attraversava la Foresta Nera e collegava l’alto Reno con l’area del Neckar. Intorno, sotto il regno di Vespasiano (69–79 d.C.), sorsero numerosi presidi, dipendenti dal grande campo legionario di Rottweil (Arae Flaviae). Waldmössingen, con la sua posizione strategica nei pressi di un crocevia viario, sembra aver svolto la funzione di magazzino centrale per il rifornimento delle truppe stanziate lungo questo tratto del Limes. Al suo interno sono stati rinvenuti i resti di due edifici con fondamenta in pietra, di cui solo quello del personale (principia) è stato identificato con certezza; la funzione del secondo non è chiara. I reperti provenienti dall’area del vicus indicano la presenza di una fornace per la ceramica; una pietra d’altare e una tavoletta contenente il testo di una maledizione (defixio) provengono invece da un’area dove probabilmente sorgeva un tempio.
Replica di una caliga e chiodi da scarpa dai reperti degli scavi di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)Archeologia “dal vivo”
La campagna di scavo, iniziata il 4 agosto scorso, è stata l’occasione per fare divulgazione attraverso lezioni “a cielo aperto“: oltre 1.500 visitatori, in gran parte studenti e famiglie, hanno seguito da vicino il lavoro degli archeologi, osservando come gli strumenti moderni possano restituire la voce a reperti di quasi duemila anni fa.
“È stata una delle esperienze didattiche più coinvolgenti che abbia mai diretto”, ha commentato Lena Regetz, ricercatrice dell’Università di Friburgo. Per Christoph Wulfmeier, del LAD, l’iniziativa è stata un’importante “vetrina” per l’archeologia della regione.
La fine degli scavi è prevista per il 12 settembre.
Immagine in apertura: Calzatura da soldato romano (caliga ) con suola chiodata. Sullo sfondo, la torre angolare del Forte di Waldmössingen, ricostruita nel 1975 (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)
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