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1000 results for “emersion”
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@hauleth @[email protected] I don't know if @Codeberg has it available, but Forgejo and Gitea support a PR workflow directly from Git:
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@hauleth @emersion I don't know if @Codeberg has it available, but Forgejo and Gitea support a PR workflow directly from Git:
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@bojkotiMalbona TIL about #hydroxide
“For now, [IMAP] only supports unencrypted local connections.”
https://github.com/emersion/hydroxide#imapWell, that sounds both terrible *and* pointless.
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@bojkotiMalbona TIL about #hydroxide
“For now, [IMAP] only supports unencrypted local connections.”
https://github.com/emersion/hydroxide#imapWell, that sounds both terrible *and* pointless.
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L’isola segreta che più volte fu forgiata soltanto per essere inghiottita dalle acque del Mar Mediterraneo
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=43066#isole #mediterraneo #mare #sommerso #acqua #storia #eventi #episodi #aneddoti #conflitti #eramoderna #casistiche #potenze #nazioni #borboni #sicilia #strano #geologia #vulcani #attività #scienza #territorio #emersione
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One Open-source Project Daily
A third-party, open-source ProtonMail CardDAV, IMAP and SMTP bridge
https://github.com/emersion/hydroxide
#1ospd #opensource #carddav #imap #mail #protonmail #smtp -
#Protonmail is playing a cat-mouse game with #Hydroxide, the FOSS alternative to PM’s bridge, and Protonmail is winning (sadly enough): https://github.com/emersion/hydroxide/issues/179
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Regolarizzazioni 2020, esaminato solo il 14% delle domande
di Gianluca CicinelliTre mesi fa i promotori della campagna "Ero Straniero" denunciavano il grave ritardo accumulato nell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione avviato nel 2020 con il decr
https://www.labottegadelbarbieri.org/regolarizzazioni-2020-esaminato-solo-il-14-delle-domande/
#bottegadelbarbieri #labottegadelbarbieri
#Articoli #EroStraniero #gianlucacicinelli #Immigrazione #lavoro #regolarizzazioni -
online oggi, 23 febbraio 2026, per ‘la finestra di antonio syxty’, l’audio dell’incontro su “saltiquanti”, di gianluca garrapa (ed. centroscritture, 2025)
podcast sul canale: https://open.spotify.com/episode/1AcJqKHJKUXQZcIMkjVuoz
il libro: https://www.centroscritture.it/event-details/gianluca-garrapa-saltiquanti
la scrittura come accesso al (ed emersione del) soggetto desiderante e psicologicamente represso; la scrittura come “vivenza” del tempo (e si noti come il libro sia un’antologia di testi provenienti dall’ultimo ventennio di produzione dell’autore); la scrittura come pratica formalmente illimitata della relazione tra soggetto, segno e senso
(dalla prefazione
di Antonio Francesco Perozzi)
#antologiaDiTesti #AntonioFrancescoPerozzi #audio #autoantologia #ECS #ECSEdizioniCentroScritture #EdizioniCentroScritture #gianlucaGarrapa #LaFinestraDiAntonioSyxty #LorenzoMari #MTM #MTMLaFinestraDiAntonioSyxty #podcast #poesia #prosa #Saltiquanti #scritturaComplessa #scritturaDesiderante #scritturaDiRicerca #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #soggettoDesiderante #ValerioMassaroni -
online oggi, 23 febbraio 2026, per ‘la finestra di antonio syxty’, l’audio dell’incontro su “saltiquanti”, di gianluca garrapa (ed. centroscritture, 2025)
podcast sul canale: https://open.spotify.com/episode/1AcJqKHJKUXQZcIMkjVuoz
il libro: https://www.centroscritture.it/event-details/gianluca-garrapa-saltiquanti
la scrittura come accesso al (ed emersione del) soggetto desiderante e psicologicamente represso; la scrittura come “vivenza” del tempo (e si noti come il libro sia un’antologia di testi provenienti dall’ultimo ventennio di produzione dell’autore); la scrittura come pratica formalmente illimitata della relazione tra soggetto, segno e senso
(dalla prefazione
di Antonio Francesco Perozzi)
#antologiaDiTesti #AntonioFrancescoPerozzi #audio #autoantologia #ECS #ECSEdizioniCentroScritture #EdizioniCentroScritture #gianlucaGarrapa #LaFinestraDiAntonioSyxty #LorenzoMari #MTM #MTMLaFinestraDiAntonioSyxty #podcast #poesia #prosa #Saltiquanti #scritturaComplessa #scritturaDesiderante #scritturaDiRicerca #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #soggettoDesiderante #ValerioMassaroni -
#Orofisico sotto la lente del #fisco: torna la leva della rivalutazione. La prossima #manovrafinanziaria potrebbe introdurre una novità interessante: una rivalutazione volontaria dell’oro da investimento, lingotti, monete e placchette con aliquota agevolata al 12,5% invece dell’attuale 26% sulle plusvalenze. L’obiettivo è duplice:
-favorire l’emersione di oro fisico finora poco tracciato.
-garantire un gettito immediato stimato tra 1,7 e 2 miliardi ..1/n
@attualita -
#Orofisico sotto la lente del #fisco: torna la leva della rivalutazione. La prossima #manovrafinanziaria potrebbe introdurre una novità interessante: una rivalutazione volontaria dell’oro da investimento, lingotti, monete e placchette con aliquota agevolata al 12,5% invece dell’attuale 26% sulle plusvalenze. L’obiettivo è duplice:
-favorire l’emersione di oro fisico finora poco tracciato.
-garantire un gettito immediato, stimato tra 1,7 e 2 miliardi di euro anche con un’adesione del solo 10%.1/n -
🚨 Breaking news for the two people who care about Varlink: someone made a C library! 🎉 Turns out, you can now send #JSON objects over Unix sockets—truly revolutionary stuff from the 90s! 🚀 Enjoy your riveting read on RPC protocols, because apparently, that's still a thing. 🙄
https://emersion.fr/blog/2025/announcing-vali/ #Varlink #CLibrary #UnixSockets #RPCProtocols #90sTech #HackerNews #ngated -
🚨 Breaking news for the two people who care about Varlink: someone made a C library! 🎉 Turns out, you can now send #JSON objects over Unix sockets—truly revolutionary stuff from the 90s! 🚀 Enjoy your riveting read on RPC protocols, because apparently, that's still a thing. 🙄
https://emersion.fr/blog/2025/announcing-vali/ #Varlink #CLibrary #UnixSockets #RPCProtocols #90sTech #HackerNews #ngated -
#kanshi is such a great tool, when it comes to custom profiles for external displays. I tweaked my config a bit and am extremely happy how great the docking and undocking flow is working now.
- Plug Thunderbolt cable into notebook -> Kanshi automatically detects the setup and aligns the displays.
- Close the lid/open the lid -> Hyprland triggers a kanshi profile switch and workspaces move to the correct displayThis was always a hassle before and now it 'just works' 🎉
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Storie queer e fonti minori: genealogie, possibilità, invisibilità
Lungadige Porta Vittoria, 41 Università degli studi di Verona, giovedì 30 aprile alle ore 15:00 CEST
Storie queer e fonti minori: genealogie, possibilità, invisibilità
Il seminario di ricerca "Storie queer e fonti minori" intende interrogare il rapporto tra storia queer, archivi marginali e fonti non canoniche (riviste, volantini, materiali autoprodotti ecc.), ragionando su ciò che queste fonti permettono di vedere rispetto alle teorie e alle narrazioni dominanti, tanto del femminismo quanto dei movimenti e degli studi queer. Il seminario si muoverà tra storia dei movimenti, con particolare attenzione all'ambito lesbico, e riflessione politica, utilizzando le fonti per aprire questioni più ampie: chi viene ricordato e chi no, quali soggetti diventano centrali, quali forme di esperienza restano invisibili e in che modo queste fonti possano ancora interrogare il presente.
Intervengono Elena Biagini, docente e autrice di L'emersione imprevista. Il movimento delle lesbiche in Italia negli anni '70 e '80 (Edizioni ETS, 2018), ed Emrys Travis, dottorand* presso l'Università di Brighton in visita presso l'Università di Verona.
Introduce e modera Irene Villa, docente a contratto in Storia delle Sessualità in età contemporanea presso l'Università di Pisa, PoliTeSse.
Discutono con le persone ospiti Margherita Manfredini ed Elisa Marinai, studenti di Filosofia e tirocinanti presso il Centro di ricerca PoliTeSse.
L’evento verrà trasmesso online. Per ricevere il link, contattare: [email protected].
Giovedì 30 aprile 2026
Ore 15.00
Sala Seminari 3, Chiostro S. Maria della Vittoria
Lungadige Porta Vittoria, 41
Università degli studi di Verona
https://rebaltela.org/event/storie-queer-e-fonti-minori-genealogie-possibilita-invisibilita
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Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese
Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.
A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.
Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale
Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.
Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.
Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).
Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.
Perché la scoperta è così importante
In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.
Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.
Ecco il testo dell’Inno:
(Da Wikipedia)Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:
La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.
La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:
La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)Chi era Caedmon?
Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.
“Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).
L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.
Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.
Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.
Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti
Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.
Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.
Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.
Il ruolo della digitalizzazione
La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.
Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.
Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche
Lo studio pubblicato da Cambridge University Press
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.
Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
- 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
- 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅
- Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
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Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese
Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.
A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.
Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale
Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.
Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.
Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).
Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.
Perché la scoperta è così importante
In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.
Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.
Ecco il testo dell’Inno:
(Da Wikipedia)Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:
La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.
La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:
La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)Chi era Caedmon?
Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.
“Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).
L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.
Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.
Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.
Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti
Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.
Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.
Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.
Il ruolo della digitalizzazione
La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.
Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.
Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche
Lo studio pubblicato da Cambridge University Press
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.
Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
- 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
- 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅
- Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
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Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese
Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.
A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.
Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale
Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.
Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.
Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).
Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.
Perché la scoperta è così importante
In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.
Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.
Ecco il testo dell’Inno:
(Da Wikipedia)Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:
La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.
La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:
La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)Chi era Caedmon?
Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.
“Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).
L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.
Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.
Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.
Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti
Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.
Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.
Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.
Il ruolo della digitalizzazione
La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.
Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.
Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche
Lo studio pubblicato da Cambridge University Press
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.
Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
- 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
- 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅
- Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
-
Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese
Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.
A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.
Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale
Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.
Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.
Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).
Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.
Perché la scoperta è così importante
In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.
Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.
Ecco il testo dell’Inno:
(Da Wikipedia)Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:
La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.
La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:
La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)Chi era Caedmon?
Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.
“Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).
L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.
Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.
Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.
Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti
Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.
Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.
Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.
Il ruolo della digitalizzazione
La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.
Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.
Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche
Lo studio pubblicato da Cambridge University Press
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.
Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
- 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
- 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅
- Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
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Gaza futura tra annientamento e colonialismo ipertecnologico
Il Board of Peace e la pianificazione alternativa di Gaza Phoenix.
img generata da IA – dominio pubblico
di S. Simoncini
«Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae mare scrutantur si locupes hostis est avari, si pauper ambitiosi, quos non oriens, non occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium,
atque ubi solitudinem faciunt pacem appellant.Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione andate a frugare anche il mare, avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero, gente che né l’Oriente né l’Occidente possono saziare, solo voi bramate possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano nuovo ordine, infine dove fanno il deserto dicono, che è la pace»
Publio Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, cit. in Vite perdite, di Daniele Sepe, cantato da Zulù dei 99 Posse.
La pace come continuazione della guerra con altri mezzi
La parola pace a Gaza, oggi, evoca più un dispositivo di governance che un valore universale. È un lessico che dichiara di chiudere la guerra mentre ne valorizza e riorganizza gli esiti: amministrare le rovine, governare i flussi, stabilire chi conta e chi no, decidere quali vite sono “ricostruibili” e quali restano eccedenze. In questa torsione autoritaria e affarista, la pace si avvicina a una parafrasi rovesciata di Clausewitz: non più la “guerra” come continuazione della politica con altri mezzi, ma la “pace” come continuazione della guerra con altri mezzi. Mezzi finanziari, normativi, infrastrutturali. Mezzi, sempre più spesso, digitali.
È in questo quadro che il Board of Peace appare, al tempo stesso, come male minore e come aberrazione. Male minore perché, nella narrazione dominante, rappresenterebbe un argine a una prospettiva ancora peggiore: l’ipotesi di un ritorno all’occupazione militare totale, fino a scenari di annessione e di espulsione, sostenuti dall’estrema destra di governo israeliana, e in particolare da figure come Bezalel Smotrich, che in Cisgiordania spingono apertamente verso un salto di qualità del colonialismo di insediamento. Ma anche aberrazione, perché la sua architettura somiglia a un “gran consiglio” di potenze e interessi che si colloca al di sopra dei vincoli dell’ONU, del diritto internazionale e del controllo democratico.
Questa ambivalenza produce un’immagine inquietante: il futuro di Gaza, in quanto laboratorio di una nuova governance globale, sembra schiacciato tra due forme di negazione. Da un lato, una pace commissariale, trumpiana, che promette ricostruzione e stabilità mentre ridisegna d’imperio governance e territorio; dall’altro, una traiettoria apertamente espulsiva, che non ha bisogno di ricostruire perché punta a trasformare Gaza in un problema di sicurezza permanente, da gestire militarmente e, se possibile, da svuotare.
Eppure, proprio quando tutto sembra chiuso in questa tenaglia, emergono segnali che incrinano il fatalismo. La Global Sumud Flotilla, con la sua logica di intervento civile transnazionale, ha mostrato che iniziative non governative possono spostare l’attenzione pubblica, aumentare il costo politico di certe scelte e produrre – anche indirettamente – nuove finestre di possibilità. Non si tratta di mitizzare una flotilla come se fosse una leva risolutiva, ma di riconoscere una dinamica: quando gli assetti politici globali si ripiegano in forme di governamentalità autoritaria, la pressione esterna può imporre una soglia, interrompere un’accelerazione e rendere praticabile forme di resistenza che prima apparivano impossibili. In quel senso, si può sostenere che la flottiglia abbia contribuito a “raffreddare” per un tratto la traiettoria più apertamente genocidaria su cui era lanciato il governo israeliano, facilitando un cessate il fuoco fragile e, con esso, l’emersione del Board of Peace. Ma la stessa logica potrebbe riattivarsi: la flottiglia non come evento, bensì come infrastruttura politica dinamica e capace di rimettere in tensione gli equilibri.
Questa è la premessa da cui conviene partire. Perché il vero punto, oggi, non è scegliere tra due mali. È capire se esistano alternative reali che non siano né la pace come gestione coloniale né la guerra come occupazione permanente. Alternative che non nascono nei palazzi, ma dentro reti municipali, comunità professionali palestinesi, solidarietà transnazionali, università, organizzazioni civiche. Alternative che, proprio perché non occupano il centro della scena, possono crescere inaspettatamente.
Pace come stato d’eccezione: il Board of Peace
Il Board of Peace viene presentato come un dispositivo “post-bellico”: una cabina di regia capace di tenere insieme cessate il fuoco, sicurezza, ricostruzione e rilancio economico. Il suo linguaggio è quello dell’efficienza e della stabilizzazione: coordinare fondi, mobilitare una forza internazionale, addestrare polizie, garantire che i flussi di aiuti non alimentino nuovi conflitti. A prima vista, sembra una risposta pragmatica al collasso.
Ma l’elemento rivelatore è proprio la sua forma istituzionale. Molte analisi hanno sottolineato un dettaglio tutt’altro che marginale: la carta fondativa del Board non menziona Gaza, pur essendo Gaza la sua principale arena. Questo significa che l’iniziativa si pensa come modello replicabile, un dispositivo che può essere esteso ad altre crisi, sottraendo spazio e centralità alle sedi multilaterali tradizionali. È il motivo per cui, fin dall’inizio, l’accusa ricorrente non è solo quella di “colonialismo economico”, ma di aggressione all’architettura del diritto internazionale: un organismo che tende a rendere opzionale il perimetro ONU.
Il Board, inoltre, non opera da solo. Intorno ad esso si costruisce un ecosistema di organismi “satellite” – comitati esecutivi, autorità tecniche, forze di stabilizzazione – che possono diventare la vera infrastruttura del day after. In quella cornice, la linea tra coordinamento e sostituzione si assottiglia: non si tratta solo di distribuire fondi, ma di disegnare un sistema di governo territoriale. E qui si pone la domanda cruciale: chi parla per Gaza? Quali garanzie impediscono che la ricostruzione diventi una tecnologia di rimozione – delle persone, della memoria, dei diritti – sotto il linguaggio neutro della “rinascita”? La domanda diventa ancora più tagliente se si guarda alla composizione del Board: non è un consesso neutrale di mediatori, ma un’alleanza di governi e leader con interessi convergenti. Vi siede, innanzitutto, il governo israeliano – mentre Israele è parte in un procedimento davanti alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio, e i suoi rappresentanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale – e, più in generale, un insieme di attori politici e finanziari che trattano la “pace” come piattaforma di governo regionale e stratosferici investimenti. A questo si aggiunge un dato politico che in Europa è passato quasi sotto traccia: tra i Paesi dell’UE, solo Ungheria e Bulgaria hanno formalmente aderito, mentre altri governi – come Italia e Grecia – hanno partecipato come osservatori. Il segnale è chiaro: l’attrazione esercitata dal Board non passa tanto da una legittimazione multilaterale, quanto dalla promessa di un modello di gestione extra-ONU, compatibile con culture di governo illiberali e con una ricostruzione intesa come grande operazione geopolitica e finanziaria e, potenzialmente, come sperimentazione di una nuova forma di colonialismo ipertecnologico.
Fig. 1: Jared Kushner, “inviato speciale” per la pace nominato da Trump e membro del Consiglio direttivo del Board of Peace
Il peggio del peggio: sabotaggio e ipotesi di occupazione permanente
Se il Board of Peace appare come un male minore, è perché l’ipotesi alternativa è drammaticamente cupa e, a tratti, esplicita: una strategia che lavora per rendere il “day after” impraticabile, così da trasformare il caos in argomento per la permanenza militare. In questo senso, le ricostruzioni giornalistiche di +972 Magazine sulla vicenda della National Civic Assembly for Gaza (NCAG) sono istruttive.
Secondo l’inchiesta, l’NCAG – un organismo civico-tecnico pensato per preparare una transizione amministrativa – sarebbe stato svuotato attraverso una combinazione di condizioni impossibili: restrizioni sull’impiego di personale (né Hamas né Autorità Palestinese), assenza di staff operativo, ostacoli all’ingresso a Gaza, fino all’erosione sistematica di qualunque capacità di governo sul terreno. La conseguenza è un paradosso funzionale: si sostiene che “non esiste un’autorità palestinese credibile”, mentre si impedisce la costruzione di qualunque embrione di governance. È un meccanismo classico della governance coloniale: creare il vuoto e poi dichiarare che il vuoto rende necessaria l’amministrazione dall’esterno.
È qui che entra in scena l’ultra-destra di governo. Non serve immaginare un complotto: basta osservare l’allineamento tra sabotaggio politico e agenda territoriale. In Cisgiordania, misure amministrative recenti si configurano senza ombra di dubbio come leve di annessione de facto. Smotrich, che non nasconde l’obiettivo di imporre “sovranità” su territori occupati, incarna l’idea che la questione palestinese possa essere risolta non con negoziati, ma con un salto di regime territoriale: consolidare controllo, frammentare diritti, rendere irreversibile il fatto compiuto.
La domanda allora diventa inevitabile: se questo è il laboratorio in Cisgiordania, perché Gaza dovrebbe essere diversa? In un territorio devastato, con archivi distrutti, popolazione sfollata e proprietà difficili da documentare, la gestione dei registri – terra, residenza, identità – può diventare una leva demografica. Non serve una deportazione dichiarata: può bastare un insieme di regole che renda impossibile tornare, ricostruire, registrare, ottenere permessi. È il punto in cui la pianificazione e la ricostruzione diventano strumenti per la realizzazione di un regime coloniale.
Infrastrutture e digitale: quando il “futuro” diventa un automatismo macchinico
Dentro questa contesa, le infrastrutture non sono un capitolo tecnico: sono la sostanza della politica. Porto e aeroporto non sono solo opere; sono accessi, sovranità, economia, possibilità di vita. Acqua, energia e fognature non sono solo reti; sono dipendenze, vulnerabilità, capacità di resistere a blocchi e interruzioni. In una Striscia sottoposta per anni a restrizioni e assedi, la ricostruzione delle reti è anche ricostruzione del diritto a esistere.
E poi c’è la dimensione digitale, che spesso arriva travestita da neutralità: tracciabilità degli aiuti, identità digitali, piattaforme per l’erogazione dei servizi, sistemi di pagamento, registri elettronici di proprietà e residenza, strumenti di sorveglianza “intelligente” per la sicurezza. In una lettura tendenziosa, tutto questo riduce corruzione e inefficienza. In una lettura realistica, in un contesto militarizzato, può diventare un panopticon umanitario: ricevi aiuti se sei registrato; ti muovi se il tuo profilo è “abilitato”; ricostruisci se la tua proprietà è riconosciuta da un registro controllato da altri.
Il Board of Peace, nella sua retorica di modernizzazione, accarezza un immaginario futuristico: nuove città, industria high-tech, grandi infrastrutture logistiche, waterfront “rinato”. Ma questo immaginario tende a trattare Gaza come tabula rasa: un suolo “libero” da riprogettare, più che un tessuto sociale da ricucire. La tecnologia, in questo scenario, diventa un dispositivo coloniale, un colonialismo ipertecnologico appunto, fondato sul controllo automatico capillare della circolazione di merci e persone. Perché le infrastrutture – fisiche e digitali – non servono soltanto a far funzionare una città: regolano la circolazione di merci e valute, decidono chi accede a che cosa e a quali condizioni, definiscono e registrano interazioni, e così finiscono per plasmare la futura società di Gaza. La domanda, allora, non è tanto quale futuro avrà Gaza, ma quale futuro per il mondo si stia preparando e testando a Gaza.
Fig. 2: La “vision” di Gaza futura secondo i “palazzinari” Trump e Kushner
Le invisibili alternative dal basso: Gaza Phoenix contro la tenaglia coloniale
Ed è qui che la questione cambia segno. Se si accetta la narrazione secondo cui le opzioni sono solo due – Board o occupazione – allora la partita della ricostruzione è già stata perduta. Ma se si riconosce che esistono processi alternativi, la domanda diventa: come farli emergere e crescere?
La Global Sumud Flotilla, per quanto eterogenea, ha mostrato una possibilità: una mobilitazione transnazionale, non governativa, capace di imporre ai potenti un costo reputazionale e politico, di produrre attenzione e di smascherare la “normalizzazione” del genocidio. È la stessa logica che può sostenere un’alternativa di ricostruzione: non un progetto imperiale condito dagli spiriti animali del capitalismo distopico e dispotico trumpiano, ma una combinazione di municipalità, diaspora professionale, università, organizzazioni civiche, alleanze internazionali orientate ai diritti. A questo punto, l’alternativa finora rimasta sullo sfondo può essere nominata. Esiste un framework che prova a tradurre questa grammatica in pianificazione: Gaza Phoenix1.
Gaza Phoenix nasce precisamente come risposta al rischio di una ricostruzione coloniale. Il suo punto di partenza è tanto semplice quanto politicamente esplosivo: Gaza non è ground zero. Non è uno spazio vuoto da riempire, ma un territorio con memoria, reti sociali, pratiche quotidiane, asset spaziali sopravvissuti. Di conseguenza, rifiuta l’idea della grande sostituzione edilizia e propone un approccio multiscalare e a timeline integrate: emergenza, stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo sono fasi intrecciate, non blocchi separati.
Dal punto di vista urbanistico, l’elemento più interessante è la capacità di trasformare vincoli in criteri: infrastrutture decentralizzate e ridondanti, capacità di sopravvivenza civile, riuso delle macerie come materia prima, hub circolari come pezzi di economia locale, non come dispositivi tecnici isolati. Sul piano territoriale, il framework lavora su una lettura chiara della geografia di Gaza: asse urbanizzato longitudinale, costa come spazio pubblico e economia del mare, interno verde come sicurezza alimentare ed energia rinnovabile, e il Wadi Gaza come infrastruttura ecologica e sociale. Da qui nasce l’idea della Blue & Green Spine, che prova a tenere insieme resilienza climatica e ricostruzione sociale.
Due aspetti, in particolare, parlano direttamente al nodo della sovranità. Il primo è l’attenzione esplicita alla proprietà e alla prevenzione dell’appropriazione massiva sotto il pretesto della ricostruzione: Gaza Phoenix si definisce property-rights-aware e tratta i diritti fondiari diffusi come infrastruttura politica. Il secondo è l’uso del digitale come infrastruttura civica: archivi pubblici e servizi, e-learning e università connesse, strumenti per le imprese locali, accesso a sistemi bancari e monetari digitali per famiglie e amministrazioni. Il digitale non come recinto securitario, ma come infrastruttura collaborativa che integra energie civiche e istituzioni.
Una caratteristica fondamentale e poco evidenziata è che Gaza Phoenix non è solo “un piano di esperti”. È un processo che si appoggia a una struttura municipale – l’Unione delle Municipalità di Gaza – e che prova a costruire una comunità internazionale di supporto senza sostituirsi ai soggetti locali. In questo quadro si collocano iniziative come la giornata di studi ospitata dal Politecnico di Bari con Regione Puglia, costruita attorno al piano come punto di inizio di un processo endogeno e come piattaforma di vera cooperazione internazionale2.
Questa impostazione ha un pregio evidente ma purtroppo non scontato: evita il riflesso automatico dell’eccezione. Non assume che la guerra abbia azzerato tutto, ma cerca di mettere in sicurezza ciò che resta – reti sociali, istituzioni, pratiche – e di trasformare la ricostruzione in un processo di riparazione, non in una sostituzione.
Fig. 3: Il masterplan di Gaza Phoenix
Giustizia tra memoria e ricostruzione: quali risorse, processi e strumenti possono favorire una rinascita dal basso di Gaza
Resta quindi apertissimo il nodo più controverso: la relazione tra ricostruzione e giustizia. La domanda “Israele deve pagare?” non è solo morale: è giuridica e politica. Nel diritto internazionale, la riparazione per atti illeciti e danni di guerra è un principio consolidato; non coincide automaticamente con un meccanismo praticabile, ma stabilisce un orizzonte di responsabilità. Nel caso palestinese, inoltre, la questione delle riparazioni è intrecciata al riconoscimento dell’illegalità dell’occupazione e delle politiche di annessione che non riguardano solo Gaza.
Una ricostruzione finanziata esclusivamente da donatori esterni, senza un meccanismo di responsabilità e senza tutela dei diritti, rischia di produrre una distorsione strutturale e inaccettabile: le vittime pagano due volte. Prima con la distruzione, poi con la dipendenza. E i responsabili della distruzione non pagano nulla. Per questo la ricostruzione non può essere trattata come “piano infrastrutturale” separato dai processi di giustizia: gli stessi strumenti tecnici – censimenti, registri, valutazioni danni – possono essere catturati e trasformati in leve di controllo. Altrimenti può essere considerata un compimento del piano genocidario.
Fig. 4. La stima dei danni provocati da Israele secondo Gaza Phoenix
Da qui nasce un’ipotesi che si vuole lanciare con questo articolo, che solo a prima vista sembra collaterale: costruire un museo immateriale del genocidio, della distruzione e della ricostruzione, come infrastruttura di memoria pubblica e come dispositivo di giustizia. Non un memoriale simbolico, ma una piattaforma capace di connettere prova, racconto e progetto: immagini satellitari, mappature dei danni, ricostruzioni 3D, testimonianze, timeline, stratificazione dei luoghi cancellati.
Forensic Architecture3, con le sue metodologie di investigazione spaziale e visiva, potrebbe contribuire a costruire un archivio interoperabile che funzioni anche come contro-infrastruttura politica. Non serve soltanto a ricordare: serve a rendere discutibile e contestabile qualunque narrazione che trasformi Gaza in un terreno neutro di investimento. In un’epoca in cui la ricostruzione tende a essere raccontata come “ripartenza”, un museo immateriale può impedire che la modernizzazione venga usata per rimuovere il crimine e per cancellare la storia.
La contrapposizione tra Board of Peace e Gaza Phoenix non è una disputa tra “piano grande” e “piano locale”. È una disputa tra due teorie della pace. La prima immagina la pace come governo coloniale tecnocratico: sicurezza, controllo dei flussi, investimenti, grandi infrastrutture e una governance eccezionale che riduce la società a oggetto di gestione. La seconda immagina la pace come ricostruzione di capacità collettive: proprietà protetta, municipalità rafforzate, infrastrutture resilienti, digitale come servizio pubblico, memoria come diritto.
Se la comunità internazionale vuole davvero sostenere un’alternativa, non basta mettere fondi “per la ricostruzione”. Deve scegliere come quei fondi vengono governati, quali principi li vincolano, quali istituzioni locali vengono riconosciute, e quali infrastrutture – materiali e immateriali – rendono possibile una sovranità civile e democratica. In questo quadro si profila, all’orizzonte, una nuova missione della Global Sumud Flotilla (GSF): non solo come gesto di rottura capace di riaprire lo spazio politico, ma come possibile piattaforma di continuità tra pressione civile transnazionale e proposta istituzionale dal basso. Se la sua “infrastruttura di terra” – reti logistiche, comunicative, legali e di advocacy – decidesse di assumere Gaza Phoenix e un museo immateriale del genocidio e della ricostruzione come architrave propositiva, la Flotilla andrebbe oltre il punto di rottura della visibilità politica e diventerebbe niente di meno di un vettore di un modello alternativo di governo mondiale.
Resta però il problema politico più difficile: una ricostruzione che sia il più possibile democratica e disarmata, capace di trascendere Hamas senza imporre strutture esogene. È qui che l’ONU torna a essere non un simbolo, ma una questione di metodo: perché, se si rifiuta sia l’amministrazione extra-ONU del Board of Peace sia l’orizzonte espulsivo del governo israeliano, serve un dispositivo di transizione che tenga insieme legittimità, inclusione e sicurezza senza trasformarsi in un protettorato. La storia recente offre esperienze, controverse ma istruttive, di state building e amministrazioni transitorie in cui la comunità internazionale ha cercato di accompagnare processi politici interni – dal Sud Africa, con la centralità della legittimazione popolare e della ricomposizione istituzionale, fino alla Bosnia, dove la pace ha assunto la forma di un compromesso fortemente internazionalizzato e non privo di effetti collaterali. Gaza, oggi, è davanti a un bivio simile: senza una cornice multilaterale credibile e senza un processo politico che non sia “per delega”, anche la migliore infrastruttura materiale rischia di produrre soltanto governabilità coloniale; mentre l’alternativa che vale la pena sostenere è quella che trasforma la ricostruzione in un percorso di sovranità civile dal basso, incentrata su giustizia e memoria.
2 https://www.poliba.it/it/ateneo/day-reconstruction-gaza
3 https://forensic-architecture.org/
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Look, kids, ANOTHER heatwave!
It reached OVER 100°F outside today and it was not pleasant for Emerson and I AT ALL. Wisconsin can handle subzero temperatures just fine, but we eat shit in the heat, ESPECIALLY since a lot of apartments and houses here don’t have central air conditioning and were built in the 1940s or earlier. I’m starting to wonder if my lingering nausea that I’ve been experiencing has been due to heat exhaustion. Emerson has been doing worse than me. We had to leave Linneman’s early last night because of the heat.
Wish us luck, pick a god and pray for us, send us good energy. Whatever gets us through the next few days…
-Allēna
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