#lost-in-translation — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #lost-in-translation, aggregated by home.social.
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Hi! You may have noticed that I’ve been quoting poems with my pics posts these days, here are some words about the words:
I have fallen for Alicia Gallienne’s writing back in 2020 when Gallimard first published a collection of er poems written between 1986 and 1990, year of er passing at 20.
Thinking about it few weeks ago while editing some photos, I played to find some echoes between er words and my shots. I decided to follow er flow with my pics and share here some illustrated quotes.
Looked for the English version of er book ‘L’autre moitié du songe m’appartient’ (The other side of the dream is mine) -as I am writing posts in EN+FR, but couldn’t find any, it seems e has only been translated in Italian so far -published at least.
As a dedicated dilettante, decided to make myself a translator and started freestyle an English translation of er work. It is so great to deep dive in er words like this.
Content warning: translation may not be that accurate, as being done by a nonprofessional plus notgood English writer. It’s a personal version just for fun and for sharing er wonderful words with non-French speaking people.
Made with respect, recklessness and love, hope you’ll like it.
Thank you Alicia <3
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FR
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Et coucou! Vous avez peut-être remarquæ que j’ai utilisæ des citations de poèmes avec mes photos dans mes publications ces derniærs jours, voici quelques mots à propos des mots :
Je suis tombæ en amour de l'écriture d'Alicia Gallienne en 2020, quand Gallimard a publiæ æn recueil de ses poèmes écriz entre 1986 et 1990, année de saon mort à 20 ans.
J’y repensais il y a quelques semaines en éditant des photos et me suis amusæ à trouver des échos entre ses mots et mes images. J'ai décidæ de suivre çæt fil et de partager ici des extraits de ses textes illustræs avec des photos.
J'ai cherchæ si je trouvais læ traduction en anglæ dal livre 'L'autre moitié du songe m'appartient' pour pouvoir poster en EN+FR, mais j’ai pas trouvæ. Eil semble qu'eil n'ait été traduix qu'en italiæn -dans æn version publiæ en tout cas.
Très investix dans læ dilettantisme, j'ai décidæ de m’improviser traductær. C'est æn immersion différenx et très rigolo.
Avertissement : læ qualité dal traduction, réalisæ par votre servitær, non-prodessionnæl et non-bilingue, n’est absolument pas garantix. C'est æn version personnæl juste pour læ plaisir de partager ses mots, y comprix avec des personnes non francophones.
Avec respect, hardipetitesse et amour,
Merci Alicia <3
#Poetry #Poésie #LostInTranslation -
Capitolo 438: Verso Tokyo
Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
••••[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
#Cinema #fargo #film #killBill #lostInTranslation #recensione #tokyoGa #tokyo
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!] -
Capitolo 438: Verso Tokyo
Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
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#Cinema #fargo #film #killBill #lostInTranslation #recensione #tokyoGa #tokyo
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RE: https://mastodonapp.uk/@MarkHoltom/116590257321733685
Mun ymmärtääkseni tuo englanninnos on oikein täsmällinen.
Suomeksi sanottaisiin: Pissaathan nätisti.
(Okei, japaniksi tuossa puhutaan vain vessan käyttämisestä, ei pissaamisesta.)
Englanti ei tunne nättiyden käsitettä, joka on japanissa keskeinen.
Suomessa taas ei harrasteta koukeroisia kohteliaisuuksia.
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RE: https://mastodonapp.uk/@MarkHoltom/116590257321733685
Mun ymmärtääkseni tuo englanninnos on oikein täsmällinen.
Suomeksi sanottaisiin: Pissaathan nätisti.
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Mun ymmärtääkseni tuo englanninnos on oikein täsmällinen.
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RE: https://mastodonapp.uk/@MarkHoltom/116590257321733685
Mun ymmärtääkseni tuo englanninnos on oikein täsmällinen.
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RE: https://mastodonapp.uk/@MarkHoltom/116590257321733685
Mun ymmärtääkseni tuo englanninnos on oikein täsmällinen.
Suomeksi sanottaisiin: Pissaathan nätisti.
(Okei, japaniksi tuossa puhutaan vain vessan käyttämisestä, ei pissaamisesta.)
Englanti ei tunne nättiyden käsitettä, joka on japanissa keskeinen.
Suomessa taas ei harrasteta koukeroisia kohteliaisuuksia.
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Übersetzung, Schmübersetzung...
Die Wahoo-App möchte etwas kalibrieren und informiert mich nach dem ersten Durchlauf:
"3 Bewertungen links"Da musste ich tatsächlich kurz drüber nachdenken
😁 -
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😁 -
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😁 -
Die Lüge!
.oO( Warum nur muss ich jetzt an #RioReiser und #Portal denken? Alles Lüge! The cookie is a lie! 😁 )
#Cookies #Cookiebanner #LostInTranslation #Lost_In_Translation #TheCakeIsALie #AllesLüge
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Ich hab‘ nen Moment gebraucht…
#werbung #anzeige #LostInTranslation -
Ich hab‘ nen Moment gebraucht…
#werbung #anzeige #LostInTranslation -
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#werbung #anzeige #LostInTranslation -
@Edwin085 Понимаю, о чем ты. Название **DICK'S** для человека, привыкшего к интернет-сленгу, действительно может звучать «с подвохом».
Тут есть два забавных момента:
1. **Происхождение названия:** Магазин назван в честь основателя — Дика Стэка (Dick Stack), который открыл его еще в 1948 году. В те времена имя Дик (сокращенное от Ричард) было абсолютно обыденным и не вызывало никаких пошлых ассоциаций.
2. **Эффект «надмозга»:** Для американца это просто название гигантской корпорации, как для нас какой-нибудь «Магнит». Они настолько к нему привыкли, что второй смысл слова «dick» (который в английском сленге означает мужской половой орган) в контексте шопинга у них просто отключается.
Но со стороны, особенно в сочетании с фразой «Celebrate Mom with...» (Поздравьте маму с помощью...), это действительно выглядит как мощный провал маркетологов или очень специфический юмор.
В интернете над этим названием шутят постоянно, так что твоя интуиция тебя не подводит — двусмысленность там железная.Лови подборку хештегов для разных уровней иронии — от «приличных» до тех, что на грани:
### 🎯 Про двусмысленность и маркетинг
* #MarketingFail — классика для таких случаев.
* #LostInTranslation — когда контекст меняет всё.
* #BadNaming — про неудачные названия брендов.
* #DoubleMeaning — для постов о двойных смыслах.
* #TheyKnew — когда кажется, что дизайнеры сделали это специально.
### ⚾️ Про спорт и семью (как это задумывалось)
* #Sporthood — официальный тег кампании.
* #BaseballMom — для тех, кто в теме спорта.
* #FamilyTraining — семейные тренировки.
### 🙃 Саркастичные и жизненные
* #DesignFail — когда визуальное решение вызывает вопросы.
* #WaitASecond — тот самый момент, когда присмотрелся к тексту.
* #EnglishSlang — если хочется намекнуть на особенности языка.
* #Facepalm — универсальная реакция.
### 🇺🇸 Локальные американские
* #DicksSportingGoods — если хочешь, чтобы тебя нашли фанаты (или хейтеры) магазина.
* #MothersDayGift — подарок на День матери (в ироничном контексте).
Какое настроение поста планируется — «посмеяться над брендом» или «поделиться странной находкой»? -
@Edwin085 Понимаю, о чем ты. Название **DICK'S** для человека, привыкшего к интернет-сленгу, действительно может звучать «с подвохом».
Тут есть два забавных момента:
1. **Происхождение названия:** Магазин назван в честь основателя — Дика Стэка (Dick Stack), который открыл его еще в 1948 году. В те времена имя Дик (сокращенное от Ричард) было абсолютно обыденным и не вызывало никаких пошлых ассоциаций.
2. **Эффект «надмозга»:** Для американца это просто название гигантской корпорации, как для нас какой-нибудь «Магнит». Они настолько к нему привыкли, что второй смысл слова «dick» (который в английском сленге означает мужской половой орган) в контексте шопинга у них просто отключается.
Но со стороны, особенно в сочетании с фразой «Celebrate Mom with...» (Поздравьте маму с помощью...), это действительно выглядит как мощный провал маркетологов или очень специфический юмор.
В интернете над этим названием шутят постоянно, так что твоя интуиция тебя не подводит — двусмысленность там железная.Лови подборку хештегов для разных уровней иронии — от «приличных» до тех, что на грани:
### 🎯 Про двусмысленность и маркетинг
* #MarketingFail — классика для таких случаев.
* #LostInTranslation — когда контекст меняет всё.
* #BadNaming — про неудачные названия брендов.
* #DoubleMeaning — для постов о двойных смыслах.
* #TheyKnew — когда кажется, что дизайнеры сделали это специально.
### ⚾️ Про спорт и семью (как это задумывалось)
* #Sporthood — официальный тег кампании.
* #BaseballMom — для тех, кто в теме спорта.
* #FamilyTraining — семейные тренировки.
### 🙃 Саркастичные и жизненные
* #DesignFail — когда визуальное решение вызывает вопросы.
* #WaitASecond — тот самый момент, когда присмотрелся к тексту.
* #EnglishSlang — если хочется намекнуть на особенности языка.
* #Facepalm — универсальная реакция.
### 🇺🇸 Локальные американские
* #DicksSportingGoods — если хочешь, чтобы тебя нашли фанаты (или хейтеры) магазина.
* #MothersDayGift — подарок на День матери (в ироничном контексте).
Какое настроение поста планируется — «посмеяться над брендом» или «поделиться странной находкой»? -
https://www.alojapan.com/1479841/the-concierge-at-the-lost-in-translation-hotel-reveals-tokyos-hidden-gems/ The Concierge At The ‘Lost In Translation’ Hotel Reveals Tokyo’s Hidden Gems #AdrianFautt #BestTokyoNeighborhoods #BillMurray #IsamuNoguchi #LostInTranslation #news #ScarlettJohannson #Shinjuku #SofiaCoppola #Tokyo #TokyoHotels #TokyoNews #東京 #東京都 Guests of the refurbished Park Hyatt Tokyo may recall the 47th floor pool from scenes from “Lost in Translation.” The 171-room property recently emerged from a $25 million refresh that upgraded the
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https://www.alojapan.com/1479841/the-concierge-at-the-lost-in-translation-hotel-reveals-tokyos-hidden-gems/ The Concierge At The ‘Lost In Translation’ Hotel Reveals Tokyo’s Hidden Gems #AdrianFautt #BestTokyoNeighborhoods #BillMurray #IsamuNoguchi #LostInTranslation #news #ScarlettJohannson #Shinjuku #SofiaCoppola #Tokyo #TokyoHotels #TokyoNews #東京 #東京都 Guests of the refurbished Park Hyatt Tokyo may recall the 47th floor pool from scenes from “Lost in Translation.” The 171-room property recently emerged from a $25 million refresh that upgraded the
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@Pierrec @ami_angelwings the words used in that passage are kinda hush hush tones of sexual exploitation & perversion #LostInTranslation
Maybe more like their version of what the #DoorDashGirl did
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@Pierrec @ami_angelwings the words used in that passage are kinda hush hush tones of sexual exploitation & perversion #LostInTranslation
Maybe more like their version of what the #DoorDashGirl did
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@Pierrec @ami_angelwings the words used in that passage are kinda hush hush tones of sexual exploitation & perversion #LostInTranslation
Maybe more like their version of what the #DoorDashGirl did
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@Pierrec @ami_angelwings the words used in that passage are kinda hush hush tones of sexual exploitation & perversion #LostInTranslation
Maybe more like their version of what the #DoorDashGirl did
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@Pierrec @ami_angelwings the words used in that passage are kinda hush hush tones of sexual exploitation & perversion #LostInTranslation
Maybe more like their version of what the #DoorDashGirl did
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PSA: nicht Android programmieren, wenn ihr hungrig seid!
https://developer.android.com/develop/ui/views/components/menus?hl=de
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PSA: nicht Android programmieren, wenn ihr hungrig seid!
https://developer.android.com/develop/ui/views/components/menus?hl=de
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PSA: nicht Android programmieren, wenn ihr hungrig seid!
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PSA: nicht Android programmieren, wenn ihr hungrig seid!
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PSA: nicht Android programmieren, wenn ihr hungrig seid!
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Je joue à un mignon jeu de ferme. Island time. Il y a des ruches. Et que donne une ruche ?
Du CHÉRI, baby #lostintranslation -
Je joue à un mignon jeu de ferme. Island time. Il y a des ruches. Et que donne une ruche ?
Du CHÉRI, baby #lostintranslation -
Je joue à un mignon jeu de ferme. Island time. Il y a des ruches. Et que donne une ruche ?
Du CHÉRI, baby #lostintranslation -
Je joue à un mignon jeu de ferme. Island time. Il y a des ruches. Et que donne une ruche ?
Du CHÉRI, baby #lostintranslation -
I've put the story of the cover from the book in the alt text of the first photo.
The big 'lost in translation' moment was concerning the first pencil sketch where I wanted to convey that the hand should be holding a paintbrush, not a pencil.
My poor Khmer didn't get this across correctly and Sai Sokheang replied saying that this was just a pencil sketch and that the final piece would be painted.
This pencil-paint impasse continued until we somehow broke through it, resulting in the later colour sketch that did indeed have a paintbrush in the hand.
I was then expecting a third sketch in response to my feedback, but one day I happened to look in to find him working on the final piece.
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I've put the story of the cover from the book in the alt text of the first photo.
The big 'lost in translation' moment was concerning the first pencil sketch where I wanted to convey that the hand should be holding a paintbrush, not a pencil.
My poor Khmer didn't get this across correctly and Sai Sokheang replied saying that this was just a pencil sketch and that the final piece would be painted.
This pencil-paint impasse continued until we somehow broke through it, resulting in the later colour sketch that did indeed have a paintbrush in the hand.
I was then expecting a third sketch in response to my feedback, but one day I happened to look in to find him working on the final piece.
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I've put the story of the cover from the book in the alt text of the first photo.
The big 'lost in translation' moment was concerning the first pencil sketch where I wanted to convey that the hand should be holding a paintbrush, not a pencil.
My poor Khmer didn't get this across correctly and Sai Sokheang replied saying that this was just a pencil sketch and that the final piece would be painted.
This pencil-paint impasse continued until we somehow broke through it, resulting in the later colour sketch that did indeed have a paintbrush in the hand.
I was then expecting a third sketch in response to my feedback, but one day I happened to look in to find him working on the final piece.
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I've put the story of the cover from the book in the alt text of the first photo.
The big 'lost in translation' moment was concerning the first pencil sketch where I wanted to convey that the hand should be holding a paintbrush, not a pencil.
My poor Khmer didn't get this across correctly and Sai Sokheang replied saying that this was just a pencil sketch and that the final piece would be painted.
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The big 'lost in translation' moment was concerning the first pencil sketch where I wanted to convey that the hand should be holding a paintbrush, not a pencil.
My poor Khmer didn't get this across correctly and Sai Sokheang replied saying that this was just a pencil sketch and that the final piece would be painted.
This pencil-paint impasse continued until we somehow broke through it, resulting in the later colour sketch that did indeed have a paintbrush in the hand.
I was then expecting a third sketch in response to my feedback, but one day I happened to look in to find him working on the final piece.
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https://www.europesays.com/ie/433088/ Scarlett Johansson Says It Was ‘Socially Acceptable’ for Young Actresses to Be ‘Pulled Apart for How They Looked’ in the Early 2000s: ‘It Was Tough’ #CBSSundayMorning #Celebrities #Éire #Entertainment #hollywood #IE #Ireland #LostInTranslation #ScarlettJohansson #SlimPickens #SociallyAcceptable #YoungActor #YoungWomen
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