#lazonagrigia — Public Fediverse posts
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da ‘The GrayZone’: sulla vicenda di Charlie Kirk e le pressioni sioniste
(1) https://differx.noblogs.org/2025/09/13/un-articolo-su-charlie-kirk-e-i-sionisti-dal-sito-the-grayzone/(2) https://differx.noblog
https://differx.noblogs.org/2025/09/19/da-the-grayzone-sulla-vicenda-di-charlie-kirk-e-le-pressioni-sioniste/
#Palestina #Resistenza #ricostruzioni #Ackman #billackman #donaldtrump #Gaza #genocidio #izrahell #Kirk #LaZonaGrigia #Palestina #sionismo #sionisti #TheGrayZone #Trump -
da ‘The GrayZone’: sulla vicenda di Charlie Kirk e le pressioni sioniste
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da ‘The GrayZone’: sulla vicenda di Charlie Kirk e le pressioni sioniste
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da ‘The GrayZone’: sulla vicenda di Charlie Kirk e le pressioni sioniste
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https://differx.noblogs.org/2025/09/19/da-the-grayzone-sulla-vicenda-di-charlie-kirk-e-le-pressioni-sioniste/
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un articolo su charlie kirk e i sionisti, ripreso dal sito ‘the grayzone’
UN AMICO DI CHARLIE KIRK RIVELA: HA RIFIUTATO L’OFFERTA DI FINANZIAMENTI DI NETANYAHU; PRIMA DELLA SUA MORTE ERA “SPAVENTATO” DALLE FORZE FILO-ISRAELIANE
Una fonte vicina a Trump e amica di lunga data di Charlie Kirk racconta come la svolta del leader conservatore assassinato sull’influenza israeliana abbia provocato una reazione privata da parte degli alleati di Netanyahu, che lo ha lasciato agitato e spaventato. La fonte ha affermato che l’ansia si è diffusa all’interno dell’amministrazione Trump dopo la scoperta di un’apparente operazione di spionaggio israeliana.
di Max Blumenthal e Anya Parampil
12 settembre 2025
da ‘The GrayZone’Charlie Kirk ha […] → continua qui
#AnyaParampil #BenShapiro #CharlieKirk #Gaza #genocidio #Hamas #HarrisFaulkner #Israel #Israele #izrahell #JeffreyEpstein #LaZonaGrigia #LZG #MarkLevin #MaxBlumenthal #Netanyahu #NetanyahuCriminaleDiGuerra #Palestina #ricatto #sionismo #sionisti #StatiUniti #StatiUnitiDAmerica #theEpsteinFiles #TPUSA #Trump #TurningPointUSA #USA
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un articolo su charlie kirk e i sionisti, ripreso dal sito ‘the grayzone’
UN AMICO DI CHARLIE KIRK RIVELA: HA RIFIUTATO L’OFFERTA DI FINANZIAMENTI DI NETANYAHU; PRIMA DELLA SUA MORTE ERA “SPAVENTATO” DALLE FORZE FILO-ISRAELIANE
Una fonte vicina a Trump e amica di lunga data di Charlie Kirk racconta come la svolta del leader conservatore assassinato sull’influenza israeliana abbia provocato una reazione privata da parte degli alleati di Netanyahu, che lo ha lasciato agitato e spaventato. La fonte ha affermato che l’ansia si è diffusa all’interno dell’amministrazione Trump dopo la scoperta di un’apparente operazione di spionaggio israeliana.
di Max Blumenthal e Anya Parampil
12 settembre 2025
da ‘The GrayZone’Charlie Kirk ha […] → continua qui
#AnyaParampil #BenShapiro #CharlieKirk #Gaza #genocidio #Hamas #HarrisFaulkner #Israel #Israele #izrahell #JeffreyEpstein #LaZonaGrigia #LZG #MarkLevin #MaxBlumenthal #Netanyahu #NetanyahuCriminaleDiGuerra #Palestina #ricatto #sionismo #sionisti #StatiUniti #StatiUnitiDAmerica #theEpsteinFiles #TPUSA #Trump #TurningPointUSA #USA
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yuli novak: il nostro paese sta commettendo un genocidio
Yuli Novak, 30 luglio 2025
Dirigo un importante gruppo israeliano per i diritti umani. La mia generazione è cresciuta chiedendosi come la gente comune potesse tollerare un’atrocità. In un grottesco colpo di scena, la domanda è tornata a noi.
La domanda continua a tormentarmi: è davvero così? Stiamo forse vivendo un Genocidio?
Fuori da Israele, milioni di persone conoscono già la risposta. Ma molti di noi qui non possono, o non vogliono, dirla ad alta voce. Forse perché la verità minaccia di distruggere tutto ciò in cui credevamo su chi siamo e chi volevamo essere. Nominarla significa ammettere che il futuro richiederà una resa dei conti, non solo con i nostri leader, ma anche con noi stessi. Ma il prezzo da pagare per rifiutarsi di vedere è ancora più alto.
Per gli israeliani della mia generazione, la parola “Genocidio” avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come poteva la gente comune andare avanti con la propria vita mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permettere che accadesse? Cosa avrei fatto io al loro posto?
In un grottesco colpo di scena della storia, quella domanda ora torna a noi.
Per quasi due anni, abbiamo sentito funzionari israeliani, politici e generali, dire ad alta voce cosa intendono fare: affamare, radere al suolo e Cancellare Gaza. “Li elimineremo”. “La renderemo inabitabile”. “Tagliamo cibo, acqua, elettricità”. Non erano solo parole altisonanti; erano il Piano. E poi, l’esercito israeliano lo ha messo in atto. Secondo la definizione dei manuali, questo è Genocidio: il deliberato attacco a una popolazione non per ciò che è come individuo, ma perché appartiene a un gruppo, un attacco progettato per distruggere il gruppo stesso.
Ci raccontavamo altre storie per sopravvivere all’orrore, storie che tenevano a bada il senso di colpa e il dolore. Ci convincevamo che ogni bambino a Gaza fosse Hamas, ogni appartamento un covo terroristico. Diventavamo, senza accorgercene, quelle “persone comuni” che continuano a vivere la loro vita mentre “tutto” accade.
Ricordo ancora la prima volta che la realtà si è spalancata davanti a me. Due mesi dopo quella che ancora chiamavo una “guerra”, tre dei miei colleghi di B’Tselem, attivisti palestinesi per i diritti umani con cui avevamo lavorato per anni, erano rimasti intrappolati a Gaza con le loro famiglie. Mi raccontavano di parenti sepolti sotto le macerie, di non essere in grado di proteggere i propri figli, della paura paralizzante.
Negli sforzi frenetici per tirarli fuori da Gaza, ho imparato qualcosa che mi è rimasto impresso nella mente: in quel momento, un palestinese vivo a Gaza poteva essere “riscattato” per circa 20.000 Shekel (5.000 euro). I bambini costavano meno. La vita valutata in contanti, pro capite. Non si trattava di statistiche astratte; si trattava di persone che conoscevo. Ed è stato allora che ho capito: le regole erano cambiate.
Da allora, il surreale è diventato normale. Città ridotte in cenere. Interi quartieri rasi al suolo. Famiglie sfollate, poi di nuovo sfollate. Decine di migliaia di persone uccise. Fame di Massa pianificata, con camion di aiuti respinti o bombardati. Genitori che danno da mangiare foraggio ai figli, alcuni dei quali muoiono aspettando la farina. Altri vengono fucilati, civili disarmati, uccisi a colpi d’arma da fuoco per essersi avvicinati ai convogli di cibo.
Il Genocidio non avviene senza la Partecipazione di Massa: una popolazione che lo sostiene, lo consente o distoglie lo sguardo. Questo fa parte della sua tragedia. Quasi nessuna nazione che ha commesso un Genocidio ha capito, in tempo reale, cosa stava facendo. La storia è sempre la stessa: autodifesa, inevitabilità, i bersagli se l’erano cercata da soli.
In Israele, la narrazione prevalente insiste sul fatto che tutto sia iniziato il 7 Ottobre, un trauma nazionale concentrato che ha suscitato, in molti israeliani, un profondo senso di minaccia esistenziale.
Ma il 7 Ottobre, pur essendo un catalizzatore, non è stato sufficiente da solo. Il Genocidio richiede condizioni: decenni di Apartheid e Occupazione, di separazione e Disumanizzazione, di politiche progettate per recidere la nostra capacità di empatia. Gaza, isolata dal mondo, è diventata l’apice di questa architettura. La sua gente è diventata astrazione, ostaggi perpetui nella nostra immaginazione, soggetti da bombardare ogni pochi anni, da uccidere a centinaia o migliaia, senza alcuna responsabilità. Sapevamo che più di 2 milioni di persone vivevano sotto assedio. Sapevamo di Hamas. Sapevamo dei tunnel. Col senno di poi, sapevamo tutto. Eppure, in qualche modo, eravamo incapaci di comprendere che alcuni di loro avrebbero potuto trovare un modo per evadere.
Quello che è successo il 7 Ottobre non è stato solo un fallimento militare. È stato un crollo del nostro immaginario sociale: l’illusione di poter racchiudere tutta la violenza e la disperazione dietro una recinzione e vivere in pace dalla nostra parte. Questa rottura è avvenuta sotto il governo di estrema destra più radicale della storia di Israele, una coalizione i cui ministri fantasticano apertamente sulla Cancellazione di Gaza. E così, nell’ottobre 2023, tutte le stelle del nostro incubo più oscuro si sono allineate.
Questa settimana, B’Tselem ha pubblicato un rapporto, “Il Nostro Genocidio”, redatto congiuntamente da ricercatori palestinesi ed ebrei-israeliani. È diviso in due parti. La prima documenta come viene perpetrato questo Genocidio: Uccisioni di Massa, distruzione delle condizioni di vita, collasso sociale e Fame orchestrata, il tutto alimentato dall’incitamento dei dirigenti israeliani e amplificato dai media. La seconda parte del rapporto ripercorre il percorso che ha portato a questo: decenni di disuguaglianza sistemica, governo militare e politiche di separazione che hanno normalizzato l’immobilismo palestinese.
Per affrontare il genocidio, dobbiamo prima comprenderlo. E per farlo, noi, ebrei-israeliani e palestinesi, abbiamo dovuto guardare la realtà insieme, attraverso la prospettiva degli esseri umani che vivono su questa terra. Il nostro obbligo morale e umano è quello di amplificare le voci delle vittime. La nostra responsabilità politica e storica è anche quella di rivolgere lo sguardo ai colpevoli e di testimoniare, in tempo reale, come una società si trasforma in una società capace di commettere un Genocidio.
Riconoscere questa verità non è facile. Anche per noi, persone che abbiamo trascorso anni a documentare la violenza di stato contro i palestinesi, la mente resiste. Rifiuta i fatti come veleno, cerca di sputarli fuori. Ma il veleno è qui. Inonda i corpi di coloro che vivono tra il fiume e il mare, palestinesi e israeliani allo stesso modo, di paura e di una perdita insondabile.
Lo Stato israeliano sta commettendo un Genocidio.
E una volta accettato questo, la domanda che ci siamo posti per tutta la vita si ripresenta con urgenza: cosa avrei fatto io, allora, su quell’altro pianeta?
Ma la risposta non è retorica. È ora. Siamo noi. E c’è una sola risposta giusta:
Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarlo.*
Yuli Novak dirige B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati.Traduzione e sintesi: La Zona Grigia, post all’indirizzo https://www.facebook.com/100066712961629/posts/1089163703317385/
Fonte:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/30/israeli-human-rights-group-genocide*
#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento#BTselem #bambini #CentroDInformazioneIsraelianoPerIDirittiUmaniNeiTerritoriOccupati #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #LaZonaGrigia #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #YuliNovak #zionism
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yuli novak: il nostro paese sta commettendo un genocidio
Yuli Novak, 30 luglio 2025
Dirigo un importante gruppo israeliano per i diritti umani. La mia generazione è cresciuta chiedendosi come la gente comune potesse tollerare un’atrocità. In un grottesco colpo di scena, la domanda è tornata a noi.
La domanda continua a tormentarmi: è davvero così? Stiamo forse vivendo un Genocidio?
Fuori da Israele, milioni di persone conoscono già la risposta. Ma molti di noi qui non possono, o non vogliono, dirla ad alta voce. Forse perché la verità minaccia di distruggere tutto ciò in cui credevamo su chi siamo e chi volevamo essere. Nominarla significa ammettere che il futuro richiederà una resa dei conti, non solo con i nostri leader, ma anche con noi stessi. Ma il prezzo da pagare per rifiutarsi di vedere è ancora più alto.
Per gli israeliani della mia generazione, la parola “Genocidio” avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come poteva la gente comune andare avanti con la propria vita mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permettere che accadesse? Cosa avrei fatto io al loro posto?
In un grottesco colpo di scena della storia, quella domanda ora torna a noi.
Per quasi due anni, abbiamo sentito funzionari israeliani, politici e generali, dire ad alta voce cosa intendono fare: affamare, radere al suolo e Cancellare Gaza. “Li elimineremo”. “La renderemo inabitabile”. “Tagliamo cibo, acqua, elettricità”. Non erano solo parole altisonanti; erano il Piano. E poi, l’esercito israeliano lo ha messo in atto. Secondo la definizione dei manuali, questo è Genocidio: il deliberato attacco a una popolazione non per ciò che è come individuo, ma perché appartiene a un gruppo, un attacco progettato per distruggere il gruppo stesso.
Ci raccontavamo altre storie per sopravvivere all’orrore, storie che tenevano a bada il senso di colpa e il dolore. Ci convincevamo che ogni bambino a Gaza fosse Hamas, ogni appartamento un covo terroristico. Diventavamo, senza accorgercene, quelle “persone comuni” che continuano a vivere la loro vita mentre “tutto” accade.
Ricordo ancora la prima volta che la realtà si è spalancata davanti a me. Due mesi dopo quella che ancora chiamavo una “guerra”, tre dei miei colleghi di B’Tselem, attivisti palestinesi per i diritti umani con cui avevamo lavorato per anni, erano rimasti intrappolati a Gaza con le loro famiglie. Mi raccontavano di parenti sepolti sotto le macerie, di non essere in grado di proteggere i propri figli, della paura paralizzante.
Negli sforzi frenetici per tirarli fuori da Gaza, ho imparato qualcosa che mi è rimasto impresso nella mente: in quel momento, un palestinese vivo a Gaza poteva essere “riscattato” per circa 20.000 Shekel (5.000 euro). I bambini costavano meno. La vita valutata in contanti, pro capite. Non si trattava di statistiche astratte; si trattava di persone che conoscevo. Ed è stato allora che ho capito: le regole erano cambiate.
Da allora, il surreale è diventato normale. Città ridotte in cenere. Interi quartieri rasi al suolo. Famiglie sfollate, poi di nuovo sfollate. Decine di migliaia di persone uccise. Fame di Massa pianificata, con camion di aiuti respinti o bombardati. Genitori che danno da mangiare foraggio ai figli, alcuni dei quali muoiono aspettando la farina. Altri vengono fucilati, civili disarmati, uccisi a colpi d’arma da fuoco per essersi avvicinati ai convogli di cibo.
Il Genocidio non avviene senza la Partecipazione di Massa: una popolazione che lo sostiene, lo consente o distoglie lo sguardo. Questo fa parte della sua tragedia. Quasi nessuna nazione che ha commesso un Genocidio ha capito, in tempo reale, cosa stava facendo. La storia è sempre la stessa: autodifesa, inevitabilità, i bersagli se l’erano cercata da soli.
In Israele, la narrazione prevalente insiste sul fatto che tutto sia iniziato il 7 Ottobre, un trauma nazionale concentrato che ha suscitato, in molti israeliani, un profondo senso di minaccia esistenziale.
Ma il 7 Ottobre, pur essendo un catalizzatore, non è stato sufficiente da solo. Il Genocidio richiede condizioni: decenni di Apartheid e Occupazione, di separazione e Disumanizzazione, di politiche progettate per recidere la nostra capacità di empatia. Gaza, isolata dal mondo, è diventata l’apice di questa architettura. La sua gente è diventata astrazione, ostaggi perpetui nella nostra immaginazione, soggetti da bombardare ogni pochi anni, da uccidere a centinaia o migliaia, senza alcuna responsabilità. Sapevamo che più di 2 milioni di persone vivevano sotto assedio. Sapevamo di Hamas. Sapevamo dei tunnel. Col senno di poi, sapevamo tutto. Eppure, in qualche modo, eravamo incapaci di comprendere che alcuni di loro avrebbero potuto trovare un modo per evadere.
Quello che è successo il 7 Ottobre non è stato solo un fallimento militare. È stato un crollo del nostro immaginario sociale: l’illusione di poter racchiudere tutta la violenza e la disperazione dietro una recinzione e vivere in pace dalla nostra parte. Questa rottura è avvenuta sotto il governo di estrema destra più radicale della storia di Israele, una coalizione i cui ministri fantasticano apertamente sulla Cancellazione di Gaza. E così, nell’ottobre 2023, tutte le stelle del nostro incubo più oscuro si sono allineate.
Questa settimana, B’Tselem ha pubblicato un rapporto, “Il Nostro Genocidio”, redatto congiuntamente da ricercatori palestinesi ed ebrei-israeliani. È diviso in due parti. La prima documenta come viene perpetrato questo Genocidio: Uccisioni di Massa, distruzione delle condizioni di vita, collasso sociale e Fame orchestrata, il tutto alimentato dall’incitamento dei dirigenti israeliani e amplificato dai media. La seconda parte del rapporto ripercorre il percorso che ha portato a questo: decenni di disuguaglianza sistemica, governo militare e politiche di separazione che hanno normalizzato l’immobilismo palestinese.
Per affrontare il genocidio, dobbiamo prima comprenderlo. E per farlo, noi, ebrei-israeliani e palestinesi, abbiamo dovuto guardare la realtà insieme, attraverso la prospettiva degli esseri umani che vivono su questa terra. Il nostro obbligo morale e umano è quello di amplificare le voci delle vittime. La nostra responsabilità politica e storica è anche quella di rivolgere lo sguardo ai colpevoli e di testimoniare, in tempo reale, come una società si trasforma in una società capace di commettere un Genocidio.
Riconoscere questa verità non è facile. Anche per noi, persone che abbiamo trascorso anni a documentare la violenza di stato contro i palestinesi, la mente resiste. Rifiuta i fatti come veleno, cerca di sputarli fuori. Ma il veleno è qui. Inonda i corpi di coloro che vivono tra il fiume e il mare, palestinesi e israeliani allo stesso modo, di paura e di una perdita insondabile.
Lo Stato israeliano sta commettendo un Genocidio.
E una volta accettato questo, la domanda che ci siamo posti per tutta la vita si ripresenta con urgenza: cosa avrei fatto io, allora, su quell’altro pianeta?
Ma la risposta non è retorica. È ora. Siamo noi. E c’è una sola risposta giusta:
Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarlo.*
Yuli Novak dirige B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati.Traduzione e sintesi: La Zona Grigia, post all’indirizzo https://www.facebook.com/100066712961629/posts/1089163703317385/
Fonte:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/30/israeli-human-rights-group-genocide*
#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento#BTselem #bambini #CentroDInformazioneIsraelianoPerIDirittiUmaniNeiTerritoriOccupati #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #LaZonaGrigia #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #YuliNovak #zionism
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yuli novak: il nostro paese sta commettendo un genocidio
Yuli Novak, 30 luglio 2025
Dirigo un importante gruppo israeliano per i diritti umani. La mia generazione è cresciuta chiedendosi come la gente comune potesse tollerare un’atrocità. In un grottesco colpo di scena, la domanda è tornata a noi.
La domanda continua a tormentarmi: è davvero così? Stiamo forse vivendo un Genocidio?
Fuori da Israele, milioni di persone conoscono già la risposta. Ma molti di noi qui non possono, o non vogliono, dirla ad alta voce. Forse perché la verità minaccia di distruggere tutto ciò in cui credevamo su chi siamo e chi volevamo essere. Nominarla significa ammettere che il futuro richiederà una resa dei conti, non solo con i nostri leader, ma anche con noi stessi. Ma il prezzo da pagare per rifiutarsi di vedere è ancora più alto.
Per gli israeliani della mia generazione, la parola “Genocidio” avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come poteva la gente comune andare avanti con la propria vita mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permettere che accadesse? Cosa avrei fatto io al loro posto?
In un grottesco colpo di scena della storia, quella domanda ora torna a noi.
Per quasi due anni, abbiamo sentito funzionari israeliani, politici e generali, dire ad alta voce cosa intendono fare: affamare, radere al suolo e Cancellare Gaza. “Li elimineremo”. “La renderemo inabitabile”. “Tagliamo cibo, acqua, elettricità”. Non erano solo parole altisonanti; erano il Piano. E poi, l’esercito israeliano lo ha messo in atto. Secondo la definizione dei manuali, questo è Genocidio: il deliberato attacco a una popolazione non per ciò che è come individuo, ma perché appartiene a un gruppo, un attacco progettato per distruggere il gruppo stesso.
Ci raccontavamo altre storie per sopravvivere all’orrore, storie che tenevano a bada il senso di colpa e il dolore. Ci convincevamo che ogni bambino a Gaza fosse Hamas, ogni appartamento un covo terroristico. Diventavamo, senza accorgercene, quelle “persone comuni” che continuano a vivere la loro vita mentre “tutto” accade.
Ricordo ancora la prima volta che la realtà si è spalancata davanti a me. Due mesi dopo quella che ancora chiamavo una “guerra”, tre dei miei colleghi di B’Tselem, attivisti palestinesi per i diritti umani con cui avevamo lavorato per anni, erano rimasti intrappolati a Gaza con le loro famiglie. Mi raccontavano di parenti sepolti sotto le macerie, di non essere in grado di proteggere i propri figli, della paura paralizzante.
Negli sforzi frenetici per tirarli fuori da Gaza, ho imparato qualcosa che mi è rimasto impresso nella mente: in quel momento, un palestinese vivo a Gaza poteva essere “riscattato” per circa 20.000 Shekel (5.000 euro). I bambini costavano meno. La vita valutata in contanti, pro capite. Non si trattava di statistiche astratte; si trattava di persone che conoscevo. Ed è stato allora che ho capito: le regole erano cambiate.
Da allora, il surreale è diventato normale. Città ridotte in cenere. Interi quartieri rasi al suolo. Famiglie sfollate, poi di nuovo sfollate. Decine di migliaia di persone uccise. Fame di Massa pianificata, con camion di aiuti respinti o bombardati. Genitori che danno da mangiare foraggio ai figli, alcuni dei quali muoiono aspettando la farina. Altri vengono fucilati, civili disarmati, uccisi a colpi d’arma da fuoco per essersi avvicinati ai convogli di cibo.
Il Genocidio non avviene senza la Partecipazione di Massa: una popolazione che lo sostiene, lo consente o distoglie lo sguardo. Questo fa parte della sua tragedia. Quasi nessuna nazione che ha commesso un Genocidio ha capito, in tempo reale, cosa stava facendo. La storia è sempre la stessa: autodifesa, inevitabilità, i bersagli se l’erano cercata da soli.
In Israele, la narrazione prevalente insiste sul fatto che tutto sia iniziato il 7 Ottobre, un trauma nazionale concentrato che ha suscitato, in molti israeliani, un profondo senso di minaccia esistenziale.
Ma il 7 Ottobre, pur essendo un catalizzatore, non è stato sufficiente da solo. Il Genocidio richiede condizioni: decenni di Apartheid e Occupazione, di separazione e Disumanizzazione, di politiche progettate per recidere la nostra capacità di empatia. Gaza, isolata dal mondo, è diventata l’apice di questa architettura. La sua gente è diventata astrazione, ostaggi perpetui nella nostra immaginazione, soggetti da bombardare ogni pochi anni, da uccidere a centinaia o migliaia, senza alcuna responsabilità. Sapevamo che più di 2 milioni di persone vivevano sotto assedio. Sapevamo di Hamas. Sapevamo dei tunnel. Col senno di poi, sapevamo tutto. Eppure, in qualche modo, eravamo incapaci di comprendere che alcuni di loro avrebbero potuto trovare un modo per evadere.
Quello che è successo il 7 Ottobre non è stato solo un fallimento militare. È stato un crollo del nostro immaginario sociale: l’illusione di poter racchiudere tutta la violenza e la disperazione dietro una recinzione e vivere in pace dalla nostra parte. Questa rottura è avvenuta sotto il governo di estrema destra più radicale della storia di Israele, una coalizione i cui ministri fantasticano apertamente sulla Cancellazione di Gaza. E così, nell’ottobre 2023, tutte le stelle del nostro incubo più oscuro si sono allineate.
Questa settimana, B’Tselem ha pubblicato un rapporto, “Il Nostro Genocidio”, redatto congiuntamente da ricercatori palestinesi ed ebrei-israeliani. È diviso in due parti. La prima documenta come viene perpetrato questo Genocidio: Uccisioni di Massa, distruzione delle condizioni di vita, collasso sociale e Fame orchestrata, il tutto alimentato dall’incitamento dei dirigenti israeliani e amplificato dai media. La seconda parte del rapporto ripercorre il percorso che ha portato a questo: decenni di disuguaglianza sistemica, governo militare e politiche di separazione che hanno normalizzato l’immobilismo palestinese.
Per affrontare il genocidio, dobbiamo prima comprenderlo. E per farlo, noi, ebrei-israeliani e palestinesi, abbiamo dovuto guardare la realtà insieme, attraverso la prospettiva degli esseri umani che vivono su questa terra. Il nostro obbligo morale e umano è quello di amplificare le voci delle vittime. La nostra responsabilità politica e storica è anche quella di rivolgere lo sguardo ai colpevoli e di testimoniare, in tempo reale, come una società si trasforma in una società capace di commettere un Genocidio.
Riconoscere questa verità non è facile. Anche per noi, persone che abbiamo trascorso anni a documentare la violenza di stato contro i palestinesi, la mente resiste. Rifiuta i fatti come veleno, cerca di sputarli fuori. Ma il veleno è qui. Inonda i corpi di coloro che vivono tra il fiume e il mare, palestinesi e israeliani allo stesso modo, di paura e di una perdita insondabile.
Lo Stato israeliano sta commettendo un Genocidio.
E una volta accettato questo, la domanda che ci siamo posti per tutta la vita si ripresenta con urgenza: cosa avrei fatto io, allora, su quell’altro pianeta?
Ma la risposta non è retorica. È ora. Siamo noi. E c’è una sola risposta giusta:
Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarlo.*
Yuli Novak dirige B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati.Traduzione e sintesi: La Zona Grigia, post all’indirizzo https://www.facebook.com/100066712961629/posts/1089163703317385/
Fonte:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/30/israeli-human-rights-group-genocide*
#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento#BTselem #bambini #CentroDInformazioneIsraelianoPerIDirittiUmaniNeiTerritoriOccupati #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #LaZonaGrigia #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #YuliNovak #zionism
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yuli novak: il nostro paese sta commettendo un genocidio
Dirigo un importante gruppo israeliano per i diritti umani. La mia generazione è cresciuta chiedendosi come la gente comune potesse tollerare un’atrocità. In un grottesco colpo di scena, la domanda è tornata a noi.
Di Yuli Novak – 30 luglio 2025
La domanda continua a tormentarmi: è davvero così? Stiamo forse vivendo un Genocidio?
Fuori da Israele, milioni di persone conoscono già la risposta. Ma molti di noi qui non possono, o non vogliono, dirla ad alta voce. Forse perché la verità minaccia di distruggere tutto ciò in cui credevamo su chi siamo e chi volevamo essere. Nominarla significa ammettere che il futuro richiederà una resa dei conti, non solo con i nostri leader, ma anche con noi stessi. Ma il prezzo da pagare per rifiutarsi di vedere è ancora più alto.
Per gli israeliani della mia generazione, la parola “Genocidio” avrebbe dovuto rimanere un incubo proveniente da un altro pianeta. Una parola legata alle fotografie dei nostri nonni e ai fantasmi dei ghetti europei, non ai nostri quartieri. Eravamo noi a chiederci, da lontano, degli altri: come poteva la gente comune andare avanti con la propria vita mentre accadeva una cosa del genere? Come hanno potuto permettere che accadesse? Cosa avrei fatto io al loro posto?
In un grottesco colpo di scena della storia, quella domanda ora torna a noi.
Per quasi due anni, abbiamo sentito funzionari israeliani, politici e generali, dire ad alta voce cosa intendono fare: affamare, radere al suolo e Cancellare Gaza. “Li elimineremo”. “La renderemo inabitabile”. “Tagliamo cibo, acqua, elettricità”. Non erano solo parole altisonanti; erano il Piano. E poi, l’esercito israeliano lo ha messo in atto. Secondo la definizione dei manuali, questo è Genocidio: il deliberato attacco a una popolazione non per ciò che è come individuo, ma perché appartiene a un gruppo, un attacco progettato per distruggere il gruppo stesso.
Ci raccontavamo altre storie per sopravvivere all’orrore, storie che tenevano a bada il senso di colpa e il dolore. Ci convincevamo che ogni bambino a Gaza fosse Hamas, ogni appartamento un covo terroristico. Diventavamo, senza accorgercene, quelle “persone comuni” che continuano a vivere la loro vita mentre “tutto” accade.
Ricordo ancora la prima volta che la realtà si è spalancata davanti a me. Due mesi dopo quella che ancora chiamavo una “guerra”, tre dei miei colleghi di B’Tselem, attivisti palestinesi per i diritti umani con cui avevamo lavorato per anni, erano rimasti intrappolati a Gaza con le loro famiglie. Mi raccontavano di parenti sepolti sotto le macerie, di non essere in grado di proteggere i propri figli, della paura paralizzante.
Negli sforzi frenetici per tirarli fuori da Gaza, ho imparato qualcosa che mi è rimasto impresso nella mente: in quel momento, un palestinese vivo a Gaza poteva essere “riscattato” per circa 20.000 Shekel (5.000 euro). I bambini costavano meno. La vita valutata in contanti, pro capite. Non si trattava di statistiche astratte; si trattava di persone che conoscevo. Ed è stato allora che ho capito: le regole erano cambiate.
Da allora, il surreale è diventato normale. Città ridotte in cenere. Interi quartieri rasi al suolo. Famiglie sfollate, poi di nuovo sfollate. Decine di migliaia di persone uccise. Fame di Massa pianificata, con camion di aiuti respinti o bombardati. Genitori che danno da mangiare foraggio ai figli, alcuni dei quali muoiono aspettando la farina. Altri vengono fucilati, civili disarmati, uccisi a colpi d’arma da fuoco per essersi avvicinati ai convogli di cibo.
Il Genocidio non avviene senza la Partecipazione di Massa: una popolazione che lo sostiene, lo consente o distoglie lo sguardo. Questo fa parte della sua tragedia. Quasi nessuna nazione che ha commesso un Genocidio ha capito, in tempo reale, cosa stava facendo. La storia è sempre la stessa: autodifesa, inevitabilità, i bersagli se l’erano cercata da soli.
In Israele, la narrazione prevalente insiste sul fatto che tutto sia iniziato il 7 Ottobre, un trauma nazionale concentrato che ha suscitato, in molti israeliani, un profondo senso di minaccia esistenziale.
Ma il 7 Ottobre, pur essendo un catalizzatore, non è stato sufficiente da solo. Il Genocidio richiede condizioni: decenni di Apartheid e Occupazione, di separazione e Disumanizzazione, di politiche progettate per recidere la nostra capacità di empatia. Gaza, isolata dal mondo, è diventata l’apice di questa architettura. La sua gente è diventata astrazione, ostaggi perpetui nella nostra immaginazione, soggetti da bombardare ogni pochi anni, da uccidere a centinaia o migliaia, senza alcuna responsabilità. Sapevamo che più di 2 milioni di persone vivevano sotto assedio. Sapevamo di Hamas. Sapevamo dei tunnel. Col senno di poi, sapevamo tutto. Eppure, in qualche modo, eravamo incapaci di comprendere che alcuni di loro avrebbero potuto trovare un modo per evadere.
Quello che è successo il 7 Ottobre non è stato solo un fallimento militare. È stato un crollo del nostro immaginario sociale: l’illusione di poter racchiudere tutta la violenza e la disperazione dietro una recinzione e vivere in pace dalla nostra parte. Questa rottura è avvenuta sotto il governo di estrema destra più radicale della storia di Israele, una coalizione i cui ministri fantasticano apertamente sulla Cancellazione di Gaza. E così, nell’ottobre 2023, tutte le stelle del nostro incubo più oscuro si sono allineate.
Questa settimana, B’Tselem ha pubblicato un rapporto, “Il Nostro Genocidio”, redatto congiuntamente da ricercatori palestinesi ed ebrei-israeliani. È diviso in due parti. La prima documenta come viene perpetrato questo Genocidio: Uccisioni di Massa, distruzione delle condizioni di vita, collasso sociale e Fame orchestrata, il tutto alimentato dall’incitamento dei dirigenti israeliani e amplificato dai media. La seconda parte del rapporto ripercorre il percorso che ha portato a questo: decenni di disuguaglianza sistemica, governo militare e politiche di separazione che hanno normalizzato l’immobilismo palestinese.
Per affrontare il genocidio, dobbiamo prima comprenderlo. E per farlo, noi, ebrei-israeliani e palestinesi, abbiamo dovuto guardare la realtà insieme, attraverso la prospettiva degli esseri umani che vivono su questa terra. Il nostro obbligo morale e umano è quello di amplificare le voci delle vittime. La nostra responsabilità politica e storica è anche quella di rivolgere lo sguardo ai colpevoli e di testimoniare, in tempo reale, come una società si trasforma in una società capace di commettere un Genocidio.
Riconoscere questa verità non è facile. Anche per noi, persone che abbiamo trascorso anni a documentare la violenza di stato contro i palestinesi, la mente resiste. Rifiuta i fatti come veleno, cerca di sputarli fuori. Ma il veleno è qui. Inonda i corpi di coloro che vivono tra il fiume e il mare, palestinesi e israeliani allo stesso modo, di paura e di una perdita insondabile.
Lo Stato israeliano sta commettendo un Genocidio.
E una volta accettato questo, la domanda che ci siamo posti per tutta la vita si ripresenta con urgenza: cosa avrei fatto io, allora, su quell’altro pianeta?
Ma la risposta non è retorica. È ora. Siamo noi. E c’è una sola risposta giusta:
Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per fermarlo.*
Yuli Novak dirige B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati.Traduzione e sintesi: La Zona Grigia, post all’indirizzo https://www.facebook.com/100066712961629/posts/1089163703317385/
Fonte:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/30/israeli-human-rights-group-genocide*
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israele sulla via per legalizzare il furto di terre in cisgiordania
QASSAM MUADDI – ISRAELE HA APPENA CAMBIATO IL FUNZIONAMENTO DELLA PROPRIETÀ TERRIERA IN CISGIORDANIA
Il governo israeliano ha di fatto legalizzato l’annessione di oltre il 60% della Cisgiordania, ma nessuno ne parla. Ecco cosa significa per i palestinesi.
Di Qassam Muaddi – 12 giugno 2025
Fino al mese scorso, i palestinesi in Cisgiordania conservavano i loro certificati di proprietà terriera nel caso in cui le loro terre fossero rivendicate dallo Stato israeliano o dai coloni israeliani. Ma una recente decisione del governo israeliano ha reso le loro terre in Cisgiordania aperte alla registrazione della proprietà da parte di chiunque, compresi i coloni, costringendo i palestinesi a chiedere il riconoscimento della loro proprietà terriera da parte dello Stato israeliano o a vederla trasferita in mani israeliane.
All’inizio di questo mese, il governo israeliano ha approvato la decisione di riprendere il processo di registrazione catastale per i terreni nell’Area C della Cisgiordania, dopo decenni di congelamento. La decisione comporta gravi conseguenze per la proprietà terriera palestinese in quella che costituisce il 60% della Cisgiordania, poiché pone fine al trattamento dei terreni palestinesi nell’Area C come Territorio Occupato, trattandoli invece come parte di Israele.
COME È INIZIATA LA REGISTRAZIONE CATASTALE
Poco dopo l’Occupazione della Cisgiordania nel 1967, ordini militari israeliani hanno congelato il processo di registrazione della proprietà terriera. Questo processo ha avuto una fase importante dopo l’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania in seguito alla Nakba, quando le autorità giordane hanno consentito la registrazione catastale per la Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi ha detenuto questi titoli di proprietà giordani per decenni, dopo che Israele ne ha congelato il processo in seguito all’Occupazione del territorio.
Negli accordi successivi agli Accordi di Oslo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese negli anni ’90, i territori della Cisgiordania sono stati suddivisi in Aree A, B e C. L’Area A comprende le città centrali, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita il controllo civile e di sicurezza, ma dove le forze israeliane entrano regolarmente per arrestare i palestinesi. L’Area B comprende le aree urbane di città e villaggi, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita solo il controllo civile, ma nessuna presenza di sicurezza, poiché l’esercito israeliano controlla queste aree. L’Area C, che rappresenta oltre il 60% della Cisgiordania, comprende i migliori terreni coltivabili, le risorse idriche, i confini e le cime collinari. È in queste terre che Israele ha avanzato i suoi insediamenti per decenni.
Nei primi anni successivi agli Accordi di Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese, recentemente istituita, assunse la gestione del Catasto fondiario nelle Aree A e B, ma la sua amministrazione produsse anche titoli di proprietà nell’Area C, sebbene non avesse alcun controllo o presenza in queste aree. Per quanto riguarda Israele, la registrazione della proprietà terriera palestinese nell’Area C rimase congelata e questi terreni rimasero sotto l’amministrazione militare israeliana e i suoi ordini militari.
COSA SIGNIFICA LA DECISIONE DAL PUNTO DI VISTA LEGALE
La recente decisione del governo israeliano di riprendere la registrazione della proprietà terriera nell’Area C considera tutti i titoli di proprietà terriera dell’Autorità Nazionale Palestinese come “nulli e privi di valore”. Ciò significa che i proprietari palestinesi di terreni nell’Area C non hanno alcuna prova legale della loro proprietà davanti agli organi governativi israeliani, ad eccezione dei loro vecchi titoli giordani, che in molti casi non includono le generazioni successive di eredi. Ciò significa che l’intero processo viene automaticamente posticipato di diversi decenni per i palestinesi.
Ma questa decisione ha anche una profonda implicazione politica, poiché i territori palestinesi non sono più trattati da Israele come territori amministrati militarmente, come lo sono stati dal 1967. Israele sta invece affidando la registrazione della proprietà terriera a enti governativi civili, il che costituisce di per sé un’attuazione pratica dell’annessione.
Ancora più importante, questo apre le porte alla legalizzazione del controllo dei coloni israeliani su questi territori.
“I palestinesi sono ora costretti a dimostrare la legittima proprietà delle loro terre davanti ai tribunali israeliani, che sono a loro volta di parte”, ha dichiarato Abdallah Hammad, direttore del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme.
“La maggior parte dei terreni in Cisgiordania sono terreni privati i cui proprietari possiedono documenti giordani che attestano il pagamento delle tasse per la loro proprietà, ma non avevano ancora completato la procedura di registrazione della proprietà quando avvenne l’Occupazione del 1967”, ha spiegato Hammad. “Con l’Occupazione che limita l’accesso ai terreni nell’Area C e limita l’economia agricola palestinese, svalutando il valore economico di questi terreni, questi diventano idonei a essere dichiarati per ‘uso pubblico’. Poi ci sono terreni che erano già terreni statali sotto il governo giordano, e sono quindi terreni pubblici. Ma non appartengono legalmente allo Stato israeliano”.
Hammad ha affermato che la principale differenza di questa nuova decisione è che apre le porte alla registrazione sia dei terreni inutilizzati che dei terreni statali giordani come terreni statali israeliani. “Prima della decisione, il governo israeliano dichiarava un terreno ‘di uso pubblico’ e il proprietario palestinese si opponeva a tale dichiarazione nei tribunali israeliani”, ha spiegato Hammad. “Ma ora, i terreni che non hanno titoli di proprietà privata recenti o che rientrano nella categoria di ‘terreni pubblici’ saranno registrati come terreni statali israeliani, e questo li renderà più facili da utilizzare per l’espansione degli insediamenti e la legalizzazione degli avamposti dei coloni”.
“Questa è un’annessione che avviene sotto i nostri occhi”, ha sottolineato Hammad.
DECENNI DI COLONIZZAZIONE
Per i palestinesi, la decisione del governo israeliano significa che le speranze di salvare le loro terre si sono allontanate.
“Abbiamo continuato a sperare di salvaguardare le nostre terre finché non si fosse trovata una soluzione politica, ma ora sembra che l’unico scenario possibile sia la completa perdita delle nostre terre”, ha detto un proprietario terriero palestinese nella città di Taybeh, a Est di Ramallah, chiedendo di rimanere anonimo.
“Quando ero bambino, lavoravamo le terre a Est della città che si affacciano sulla Valle del Giordano, proprio come avevano fatto i nostri padri per secoli”, ha ricordato. “Alternavamo la coltivazione del grano un anno e di altri cereali come ceci e lenticchie l’anno successivo. La mia famiglia produceva tre tonnellate di grano, da cui ricavavamo il necessario per fare il pane, perché tutto il pane che consumavamo proveniva da queste terre, e il resto lo scambiavamo con altri prodotti o lo vendevamo”.
“Dopo il 1967, il nostro lavoro nei campi è diminuito perché i nostri prodotti hanno perso molto valore e non potevamo più vivere di quella terra. Molti hanno iniziato a lavorare in Israele come operai edili, mentre altri come me hanno cercato un’istruzione all’estero”, ha spiegato.
“Durante questo periodo, le famiglie beduine della Valle del Giordano hanno iniziato a usare le nostre terre per pascolare e vivere, e questa è stata una situazione che ci ha permesso di proteggere la terra dalla confisca da parte delle autorità israeliane, soprattutto dopo che queste terre sono state classificate come Area C negli anni ’90. Abbiamo anche portato avanti la procedura di registrazione presso l’Autorità Nazionale Palestinese e ottenuto i nostri titoli di proprietà, e abbiamo pensato che questo ci avrebbe aiutato a dimostrare la nostra proprietà”, ha sottolineato il proprietario terriero.
Ora, il governo israeliano ha ritenuto privi di valore quei titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma questo processo non è iniziato dopo l’ottobre 2023. L’abitante di Taybeh ha spiegato che le autorità israeliane consideravano i titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese come di valore secondario già molti anni prima.
“Nel 2020, i coloni israeliani hanno aperto un piccolo avamposto sulle nostre terre orientali, classificate come Area C, e hanno iniziato a far pascolare le mucche su di esse, allontanando i beduini”, ha spiegato il proprietario terriero di Taybeh. “Quando un gruppo di proprietari terrieri, me compreso, si è schierato con i beduini e ha portato con sé i nostri titoli di proprietà, la polizia israeliana sul posto ci ha detto che i nostri titoli di proprietà palestinesi erano inutili e che dovevamo procurarcene di nuovi israeliani. Questo è già successo cinque anni fa.”
In effetti, l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha consigliato al governo israeliano di aprire la registrazione delle proprietà terriere nell’Area C della Cisgiordania nel novembre 2020. Il quotidiano israeliano Israel Hayom, all’epoca, riportò che l’ex capo degli insediamenti israeliani descrisse il consiglio dell’Amministrazione Civile come “un modo per imporre la sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e non solo sulla Valle del Giordano”. Il quotidiano israeliano descrisse l’allora proposta come “il passo più importante per legalizzare gli insediamenti”, che avrà “drammatiche implicazioni sul conflitto sulla proprietà terriera tra palestinesi e coloni israeliani, a favore dei coloni”.
“Le conseguenze di questa decisione dipingono una prospettiva molto cupa per il futuro”, ha affermato Abdallah Hammad del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme. “Questo capovolgerà le cose come mai prima, perché non saranno i coloni israeliani a chiedere la legalizzazione dei loro avamposti. Saranno legalizzati quasi immediatamente, mentre i palestinesi saranno resi stranieri, costretti a giustificare la loro rivendicazione sulle terre delle loro famiglie e dei loro antenati”.
“Quando sento parlare del rischio di annessione, dico loro: questa è l’annessione. È già iniziata e sta avanzando”.
“La maggior parte dei terreni della nostra città si trova nell’Area C”, ha sottolineato il proprietario terriero di Taybeh. “Hanno nomi. Sono nelle nostre canzoni, nelle nostre tradizioni, nei nostri ricordi. Le nostre famiglie hanno vissuto di queste terre per generazioni, e tutto questo ci viene negato”.
“Ci siamo aggrappati alle nostre terre per decenni, sperando di proteggere i nostri diritti su di esse, ma oggi sentiamo che tutte le nostre speranze sono state vane”, ha aggiunto. “Sentiamo che perderemo le nostre terre sotto gli occhi del mondo intero”.
Qassam Muaddi è redattore di Mondoweiss per la Palestina
Traduzione: La Zona Grigia
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israele sulla via per legalizzare il furto di terre in cisgiordania
QASSAM MUADDI – ISRAELE HA APPENA CAMBIATO IL FUNZIONAMENTO DELLA PROPRIETÀ TERRIERA IN CISGIORDANIA
Il governo israeliano ha di fatto legalizzato l’annessione di oltre il 60% della Cisgiordania, ma nessuno ne parla. Ecco cosa significa per i palestinesi.
Di Qassam Muaddi – 12 giugno 2025
Fino al mese scorso, i palestinesi in Cisgiordania conservavano i loro certificati di proprietà terriera nel caso in cui le loro terre fossero rivendicate dallo Stato israeliano o dai coloni israeliani. Ma una recente decisione del governo israeliano ha reso le loro terre in Cisgiordania aperte alla registrazione della proprietà da parte di chiunque, compresi i coloni, costringendo i palestinesi a chiedere il riconoscimento della loro proprietà terriera da parte dello Stato israeliano o a vederla trasferita in mani israeliane.
All’inizio di questo mese, il governo israeliano ha approvato la decisione di riprendere il processo di registrazione catastale per i terreni nell’Area C della Cisgiordania, dopo decenni di congelamento. La decisione comporta gravi conseguenze per la proprietà terriera palestinese in quella che costituisce il 60% della Cisgiordania, poiché pone fine al trattamento dei terreni palestinesi nell’Area C come Territorio Occupato, trattandoli invece come parte di Israele.
COME È INIZIATA LA REGISTRAZIONE CATASTALE
Poco dopo l’Occupazione della Cisgiordania nel 1967, ordini militari israeliani hanno congelato il processo di registrazione della proprietà terriera. Questo processo ha avuto una fase importante dopo l’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania in seguito alla Nakba, quando le autorità giordane hanno consentito la registrazione catastale per la Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi ha detenuto questi titoli di proprietà giordani per decenni, dopo che Israele ne ha congelato il processo in seguito all’Occupazione del territorio.
Negli accordi successivi agli Accordi di Oslo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese negli anni ’90, i territori della Cisgiordania sono stati suddivisi in Aree A, B e C. L’Area A comprende le città centrali, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita il controllo civile e di sicurezza, ma dove le forze israeliane entrano regolarmente per arrestare i palestinesi. L’Area B comprende le aree urbane di città e villaggi, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita solo il controllo civile, ma nessuna presenza di sicurezza, poiché l’esercito israeliano controlla queste aree. L’Area C, che rappresenta oltre il 60% della Cisgiordania, comprende i migliori terreni coltivabili, le risorse idriche, i confini e le cime collinari. È in queste terre che Israele ha avanzato i suoi insediamenti per decenni.
Nei primi anni successivi agli Accordi di Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese, recentemente istituita, assunse la gestione del Catasto fondiario nelle Aree A e B, ma la sua amministrazione produsse anche titoli di proprietà nell’Area C, sebbene non avesse alcun controllo o presenza in queste aree. Per quanto riguarda Israele, la registrazione della proprietà terriera palestinese nell’Area C rimase congelata e questi terreni rimasero sotto l’amministrazione militare israeliana e i suoi ordini militari.
COSA SIGNIFICA LA DECISIONE DAL PUNTO DI VISTA LEGALE
La recente decisione del governo israeliano di riprendere la registrazione della proprietà terriera nell’Area C considera tutti i titoli di proprietà terriera dell’Autorità Nazionale Palestinese come “nulli e privi di valore”. Ciò significa che i proprietari palestinesi di terreni nell’Area C non hanno alcuna prova legale della loro proprietà davanti agli organi governativi israeliani, ad eccezione dei loro vecchi titoli giordani, che in molti casi non includono le generazioni successive di eredi. Ciò significa che l’intero processo viene automaticamente posticipato di diversi decenni per i palestinesi.
Ma questa decisione ha anche una profonda implicazione politica, poiché i territori palestinesi non sono più trattati da Israele come territori amministrati militarmente, come lo sono stati dal 1967. Israele sta invece affidando la registrazione della proprietà terriera a enti governativi civili, il che costituisce di per sé un’attuazione pratica dell’annessione.
Ancora più importante, questo apre le porte alla legalizzazione del controllo dei coloni israeliani su questi territori.
“I palestinesi sono ora costretti a dimostrare la legittima proprietà delle loro terre davanti ai tribunali israeliani, che sono a loro volta di parte”, ha dichiarato Abdallah Hammad, direttore del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme.
“La maggior parte dei terreni in Cisgiordania sono terreni privati i cui proprietari possiedono documenti giordani che attestano il pagamento delle tasse per la loro proprietà, ma non avevano ancora completato la procedura di registrazione della proprietà quando avvenne l’Occupazione del 1967”, ha spiegato Hammad. “Con l’Occupazione che limita l’accesso ai terreni nell’Area C e limita l’economia agricola palestinese, svalutando il valore economico di questi terreni, questi diventano idonei a essere dichiarati per ‘uso pubblico’. Poi ci sono terreni che erano già terreni statali sotto il governo giordano, e sono quindi terreni pubblici. Ma non appartengono legalmente allo Stato israeliano”.
Hammad ha affermato che la principale differenza di questa nuova decisione è che apre le porte alla registrazione sia dei terreni inutilizzati che dei terreni statali giordani come terreni statali israeliani. “Prima della decisione, il governo israeliano dichiarava un terreno ‘di uso pubblico’ e il proprietario palestinese si opponeva a tale dichiarazione nei tribunali israeliani”, ha spiegato Hammad. “Ma ora, i terreni che non hanno titoli di proprietà privata recenti o che rientrano nella categoria di ‘terreni pubblici’ saranno registrati come terreni statali israeliani, e questo li renderà più facili da utilizzare per l’espansione degli insediamenti e la legalizzazione degli avamposti dei coloni”.
“Questa è un’annessione che avviene sotto i nostri occhi”, ha sottolineato Hammad.
DECENNI DI COLONIZZAZIONE
Per i palestinesi, la decisione del governo israeliano significa che le speranze di salvare le loro terre si sono allontanate.
“Abbiamo continuato a sperare di salvaguardare le nostre terre finché non si fosse trovata una soluzione politica, ma ora sembra che l’unico scenario possibile sia la completa perdita delle nostre terre”, ha detto un proprietario terriero palestinese nella città di Taybeh, a Est di Ramallah, chiedendo di rimanere anonimo.
“Quando ero bambino, lavoravamo le terre a Est della città che si affacciano sulla Valle del Giordano, proprio come avevano fatto i nostri padri per secoli”, ha ricordato. “Alternavamo la coltivazione del grano un anno e di altri cereali come ceci e lenticchie l’anno successivo. La mia famiglia produceva tre tonnellate di grano, da cui ricavavamo il necessario per fare il pane, perché tutto il pane che consumavamo proveniva da queste terre, e il resto lo scambiavamo con altri prodotti o lo vendevamo”.
“Dopo il 1967, il nostro lavoro nei campi è diminuito perché i nostri prodotti hanno perso molto valore e non potevamo più vivere di quella terra. Molti hanno iniziato a lavorare in Israele come operai edili, mentre altri come me hanno cercato un’istruzione all’estero”, ha spiegato.
“Durante questo periodo, le famiglie beduine della Valle del Giordano hanno iniziato a usare le nostre terre per pascolare e vivere, e questa è stata una situazione che ci ha permesso di proteggere la terra dalla confisca da parte delle autorità israeliane, soprattutto dopo che queste terre sono state classificate come Area C negli anni ’90. Abbiamo anche portato avanti la procedura di registrazione presso l’Autorità Nazionale Palestinese e ottenuto i nostri titoli di proprietà, e abbiamo pensato che questo ci avrebbe aiutato a dimostrare la nostra proprietà”, ha sottolineato il proprietario terriero.
Ora, il governo israeliano ha ritenuto privi di valore quei titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma questo processo non è iniziato dopo l’ottobre 2023. L’abitante di Taybeh ha spiegato che le autorità israeliane consideravano i titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese come di valore secondario già molti anni prima.
“Nel 2020, i coloni israeliani hanno aperto un piccolo avamposto sulle nostre terre orientali, classificate come Area C, e hanno iniziato a far pascolare le mucche su di esse, allontanando i beduini”, ha spiegato il proprietario terriero di Taybeh. “Quando un gruppo di proprietari terrieri, me compreso, si è schierato con i beduini e ha portato con sé i nostri titoli di proprietà, la polizia israeliana sul posto ci ha detto che i nostri titoli di proprietà palestinesi erano inutili e che dovevamo procurarcene di nuovi israeliani. Questo è già successo cinque anni fa.”
In effetti, l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha consigliato al governo israeliano di aprire la registrazione delle proprietà terriere nell’Area C della Cisgiordania nel novembre 2020. Il quotidiano israeliano Israel Hayom, all’epoca, riportò che l’ex capo degli insediamenti israeliani descrisse il consiglio dell’Amministrazione Civile come “un modo per imporre la sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e non solo sulla Valle del Giordano”. Il quotidiano israeliano descrisse l’allora proposta come “il passo più importante per legalizzare gli insediamenti”, che avrà “drammatiche implicazioni sul conflitto sulla proprietà terriera tra palestinesi e coloni israeliani, a favore dei coloni”.
“Le conseguenze di questa decisione dipingono una prospettiva molto cupa per il futuro”, ha affermato Abdallah Hammad del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme. “Questo capovolgerà le cose come mai prima, perché non saranno i coloni israeliani a chiedere la legalizzazione dei loro avamposti. Saranno legalizzati quasi immediatamente, mentre i palestinesi saranno resi stranieri, costretti a giustificare la loro rivendicazione sulle terre delle loro famiglie e dei loro antenati”.
“Quando sento parlare del rischio di annessione, dico loro: questa è l’annessione. È già iniziata e sta avanzando”.
“La maggior parte dei terreni della nostra città si trova nell’Area C”, ha sottolineato il proprietario terriero di Taybeh. “Hanno nomi. Sono nelle nostre canzoni, nelle nostre tradizioni, nei nostri ricordi. Le nostre famiglie hanno vissuto di queste terre per generazioni, e tutto questo ci viene negato”.
“Ci siamo aggrappati alle nostre terre per decenni, sperando di proteggere i nostri diritti su di esse, ma oggi sentiamo che tutte le nostre speranze sono state vane”, ha aggiunto. “Sentiamo che perderemo le nostre terre sotto gli occhi del mondo intero”.
Qassam Muaddi è redattore di Mondoweiss per la Palestina
Traduzione: La Zona Grigia
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QASSAM MUADDI – ISRAELE HA APPENA CAMBIATO IL FUNZIONAMENTO DELLA PROPRIETÀ TERRIERA IN CISGIORDANIA
Il governo israeliano ha di fatto legalizzato l’annessione di oltre il 60% della Cisgiordania, ma nessuno ne parla. Ecco cosa significa per i palestinesi.
Di Qassam Muaddi – 12 giugno 2025
Fino al mese scorso, i palestinesi in Cisgiordania conservavano i loro certificati di proprietà terriera nel caso in cui le loro terre fossero rivendicate dallo Stato israeliano o dai coloni israeliani. Ma una recente decisione del governo israeliano ha reso le loro terre in Cisgiordania aperte alla registrazione della proprietà da parte di chiunque, compresi i coloni, costringendo i palestinesi a chiedere il riconoscimento della loro proprietà terriera da parte dello Stato israeliano o a vederla trasferita in mani israeliane.
All’inizio di questo mese, il governo israeliano ha approvato la decisione di riprendere il processo di registrazione catastale per i terreni nell’Area C della Cisgiordania, dopo decenni di congelamento. La decisione comporta gravi conseguenze per la proprietà terriera palestinese in quella che costituisce il 60% della Cisgiordania, poiché pone fine al trattamento dei terreni palestinesi nell’Area C come Territorio Occupato, trattandoli invece come parte di Israele.
COME È INIZIATA LA REGISTRAZIONE CATASTALE
Poco dopo l’Occupazione della Cisgiordania nel 1967, ordini militari israeliani hanno congelato il processo di registrazione della proprietà terriera. Questo processo ha avuto una fase importante dopo l’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania in seguito alla Nakba, quando le autorità giordane hanno consentito la registrazione catastale per la Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi ha detenuto questi titoli di proprietà giordani per decenni, dopo che Israele ne ha congelato il processo in seguito all’Occupazione del territorio.
Negli accordi successivi agli Accordi di Oslo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese negli anni ’90, i territori della Cisgiordania sono stati suddivisi in Aree A, B e C. L’Area A comprende le città centrali, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita il controllo civile e di sicurezza, ma dove le forze israeliane entrano regolarmente per arrestare i palestinesi. L’Area B comprende le aree urbane di città e villaggi, dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita solo il controllo civile, ma nessuna presenza di sicurezza, poiché l’esercito israeliano controlla queste aree. L’Area C, che rappresenta oltre il 60% della Cisgiordania, comprende i migliori terreni coltivabili, le risorse idriche, i confini e le cime collinari. È in queste terre che Israele ha avanzato i suoi insediamenti per decenni.
Nei primi anni successivi agli Accordi di Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese, recentemente istituita, assunse la gestione del Catasto fondiario nelle Aree A e B, ma la sua amministrazione produsse anche titoli di proprietà nell’Area C, sebbene non avesse alcun controllo o presenza in queste aree. Per quanto riguarda Israele, la registrazione della proprietà terriera palestinese nell’Area C rimase congelata e questi terreni rimasero sotto l’amministrazione militare israeliana e i suoi ordini militari.
COSA SIGNIFICA LA DECISIONE DAL PUNTO DI VISTA LEGALE
La recente decisione del governo israeliano di riprendere la registrazione della proprietà terriera nell’Area C considera tutti i titoli di proprietà terriera dell’Autorità Nazionale Palestinese come “nulli e privi di valore”. Ciò significa che i proprietari palestinesi di terreni nell’Area C non hanno alcuna prova legale della loro proprietà davanti agli organi governativi israeliani, ad eccezione dei loro vecchi titoli giordani, che in molti casi non includono le generazioni successive di eredi. Ciò significa che l’intero processo viene automaticamente posticipato di diversi decenni per i palestinesi.
Ma questa decisione ha anche una profonda implicazione politica, poiché i territori palestinesi non sono più trattati da Israele come territori amministrati militarmente, come lo sono stati dal 1967. Israele sta invece affidando la registrazione della proprietà terriera a enti governativi civili, il che costituisce di per sé un’attuazione pratica dell’annessione.
Ancora più importante, questo apre le porte alla legalizzazione del controllo dei coloni israeliani su questi territori.
“I palestinesi sono ora costretti a dimostrare la legittima proprietà delle loro terre davanti ai tribunali israeliani, che sono a loro volta di parte”, ha dichiarato Abdallah Hammad, direttore del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme.
“La maggior parte dei terreni in Cisgiordania sono terreni privati i cui proprietari possiedono documenti giordani che attestano il pagamento delle tasse per la loro proprietà, ma non avevano ancora completato la procedura di registrazione della proprietà quando avvenne l’Occupazione del 1967”, ha spiegato Hammad. “Con l’Occupazione che limita l’accesso ai terreni nell’Area C e limita l’economia agricola palestinese, svalutando il valore economico di questi terreni, questi diventano idonei a essere dichiarati per ‘uso pubblico’. Poi ci sono terreni che erano già terreni statali sotto il governo giordano, e sono quindi terreni pubblici. Ma non appartengono legalmente allo Stato israeliano”.
Hammad ha affermato che la principale differenza di questa nuova decisione è che apre le porte alla registrazione sia dei terreni inutilizzati che dei terreni statali giordani come terreni statali israeliani. “Prima della decisione, il governo israeliano dichiarava un terreno ‘di uso pubblico’ e il proprietario palestinese si opponeva a tale dichiarazione nei tribunali israeliani”, ha spiegato Hammad. “Ma ora, i terreni che non hanno titoli di proprietà privata recenti o che rientrano nella categoria di ‘terreni pubblici’ saranno registrati come terreni statali israeliani, e questo li renderà più facili da utilizzare per l’espansione degli insediamenti e la legalizzazione degli avamposti dei coloni”.
“Questa è un’annessione che avviene sotto i nostri occhi”, ha sottolineato Hammad.
DECENNI DI COLONIZZAZIONE
Per i palestinesi, la decisione del governo israeliano significa che le speranze di salvare le loro terre si sono allontanate.
“Abbiamo continuato a sperare di salvaguardare le nostre terre finché non si fosse trovata una soluzione politica, ma ora sembra che l’unico scenario possibile sia la completa perdita delle nostre terre”, ha detto un proprietario terriero palestinese nella città di Taybeh, a Est di Ramallah, chiedendo di rimanere anonimo.
“Quando ero bambino, lavoravamo le terre a Est della città che si affacciano sulla Valle del Giordano, proprio come avevano fatto i nostri padri per secoli”, ha ricordato. “Alternavamo la coltivazione del grano un anno e di altri cereali come ceci e lenticchie l’anno successivo. La mia famiglia produceva tre tonnellate di grano, da cui ricavavamo il necessario per fare il pane, perché tutto il pane che consumavamo proveniva da queste terre, e il resto lo scambiavamo con altri prodotti o lo vendevamo”.
“Dopo il 1967, il nostro lavoro nei campi è diminuito perché i nostri prodotti hanno perso molto valore e non potevamo più vivere di quella terra. Molti hanno iniziato a lavorare in Israele come operai edili, mentre altri come me hanno cercato un’istruzione all’estero”, ha spiegato.
“Durante questo periodo, le famiglie beduine della Valle del Giordano hanno iniziato a usare le nostre terre per pascolare e vivere, e questa è stata una situazione che ci ha permesso di proteggere la terra dalla confisca da parte delle autorità israeliane, soprattutto dopo che queste terre sono state classificate come Area C negli anni ’90. Abbiamo anche portato avanti la procedura di registrazione presso l’Autorità Nazionale Palestinese e ottenuto i nostri titoli di proprietà, e abbiamo pensato che questo ci avrebbe aiutato a dimostrare la nostra proprietà”, ha sottolineato il proprietario terriero.
Ora, il governo israeliano ha ritenuto privi di valore quei titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma questo processo non è iniziato dopo l’ottobre 2023. L’abitante di Taybeh ha spiegato che le autorità israeliane consideravano i titoli di proprietà dell’Autorità Nazionale Palestinese come di valore secondario già molti anni prima.
“Nel 2020, i coloni israeliani hanno aperto un piccolo avamposto sulle nostre terre orientali, classificate come Area C, e hanno iniziato a far pascolare le mucche su di esse, allontanando i beduini”, ha spiegato il proprietario terriero di Taybeh. “Quando un gruppo di proprietari terrieri, me compreso, si è schierato con i beduini e ha portato con sé i nostri titoli di proprietà, la polizia israeliana sul posto ci ha detto che i nostri titoli di proprietà palestinesi erano inutili e che dovevamo procurarcene di nuovi israeliani. Questo è già successo cinque anni fa.”
In effetti, l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha consigliato al governo israeliano di aprire la registrazione delle proprietà terriere nell’Area C della Cisgiordania nel novembre 2020. Il quotidiano israeliano Israel Hayom, all’epoca, riportò che l’ex capo degli insediamenti israeliani descrisse il consiglio dell’Amministrazione Civile come “un modo per imporre la sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e non solo sulla Valle del Giordano”. Il quotidiano israeliano descrisse l’allora proposta come “il passo più importante per legalizzare gli insediamenti”, che avrà “drammatiche implicazioni sul conflitto sulla proprietà terriera tra palestinesi e coloni israeliani, a favore dei coloni”.
“Le conseguenze di questa decisione dipingono una prospettiva molto cupa per il futuro”, ha affermato Abdallah Hammad del Centro di Assistenza Legale a Gerusalemme. “Questo capovolgerà le cose come mai prima, perché non saranno i coloni israeliani a chiedere la legalizzazione dei loro avamposti. Saranno legalizzati quasi immediatamente, mentre i palestinesi saranno resi stranieri, costretti a giustificare la loro rivendicazione sulle terre delle loro famiglie e dei loro antenati”.
“Quando sento parlare del rischio di annessione, dico loro: questa è l’annessione. È già iniziata e sta avanzando”.
“La maggior parte dei terreni della nostra città si trova nell’Area C”, ha sottolineato il proprietario terriero di Taybeh. “Hanno nomi. Sono nelle nostre canzoni, nelle nostre tradizioni, nei nostri ricordi. Le nostre famiglie hanno vissuto di queste terre per generazioni, e tutto questo ci viene negato”.
“Ci siamo aggrappati alle nostre terre per decenni, sperando di proteggere i nostri diritti su di esse, ma oggi sentiamo che tutte le nostre speranze sono state vane”, ha aggiunto. “Sentiamo che perderemo le nostre terre sotto gli occhi del mondo intero”.
Qassam Muaddi è redattore di Mondoweiss per la Palestina
Traduzione: La Zona Grigia
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nadine quomsieh, “un femminismo che non può nominare gaza non è femminismo” (27 apr. 2025)
da un post di Raffaella Battaglini qui
NADINE QUOMSIEH – UN FEMMINISMO CHE NON PUÒ NOMINARE GAZA NON È FEMMINISMO
Di Nadine Quomsieh – 27 aprile 2025Il femminismo celebra da tempo le vittorie dei “primati”: la prima donna a guidare, ad atterrare su un veicolo spaziale, ad abbattere le barriere costruite da patriarcato. Non sono imprese da poco. Ma cosa succede quando il femminismo diventa fluente nell’ambizione e silenzioso nell’agonia? Cosa succede quando non riesce a trovare il linguaggio per parlare di donne che partoriscono sul pavimento, che si struggono per le fosse comuni, che bolliscono l’erba per nutrire i propri figli, semplicemente perché sono palestinesi?
Sono una femminista. Credo profondamente nel potere, nel coraggio e nella necessità della liberazione delle donne. Ma scrivo anche come donna palestinese, osservando un movimento femminista globale che spesso si libra verso le stelle mentre cammina sulle macerie sotto i suoi piedi.
A Gaza, le donne non chiedono posti nei consigli di amministrazione o missioni su Marte. Chiedono pane, acqua, sapone, un assorbente. Che i loro figli si sveglino la mattina. Se il nostro femminismo non riesce a dare spazio a questa realtà, se non si ferma ad ascoltare le voci sotto le macerie, allora cosa stiamo costruendo, e per chi è veramente?
In un rifugio, una madre ha strappato strisce dal vestito della figlia per usarle come assorbenti. Un’altra le ha foderato le scarpe con del cartone, sanguinando in silenzio, per non macchiare il pavimento. Queste non sono metafore: sono i martedì mattina a Gaza. Eppure, troppo spesso, restano inespresse nelle sale della solidarietà femminista internazionale.
Le donne palestinesi non aspettano di essere salvate. Sono insegnanti, medici, giornaliste, poetesse, assistenti e protettrici della vita. Anche quando le loro case crollano, organizzano file per il cibo, raccontano storie e ricuciono qualsiasi frammento di normalità riescano a trovare. La loro Resistenza non è sempre clamorosa, ma è instancabile. Essere testimoni di tutto questo e continuare a parlare di “emancipazione femminile” senza includerle, questo non è emancipazione. Questo è Cancellazione.
Ci viene detto che il femminismo riguarda la scelta. Ma per molte donne in Palestina, la scelta è stata portata via: non solo dal patriarcato, ma dall’Occupazione, dalla guerra e dal rifiuto del mondo di vederci. Cos’è la libertà di scelta quando non puoi scegliere di fare il bagno a tuo figlio, di andare a scuola o di vivere senza paura?
Questo non è un rimprovero. È una chiamata. Un appello a un femminismo che non ha paura del disagio. Che non distoglie lo sguardo dal sangue sul pavimento perché non può rientrare in una campagna edulcorata. Un femminismo che ricorda le sue radici: Resistenza, Solidarietà, Giustizia, non solo rappresentanza.
Perché il femminismo che non parla quando le donne muoiono di fame sotto assedio non è femminismo. Il femminismo che non piange quando le ragazze vengono estratte dalle macerie non è femminismo. E il femminismo che non sa nominare Gaza non è femminismo. È prestazione.
Quindi chiedo, con amore, non con rimprovero: può il nostro movimento globale estendersi abbastanza da contenere il dolore, la forza e la verità delle donne palestinesi? Può inginocchiarsi accanto a noi, ascoltarci, stare al nostro fianco, non perché siamo impeccabili, ma perché siamo umane?
Perché anche qui vive la lotta. Anche qui inizia la liberazione.
Nadine Quomsieh, femminista e narratrice palestinese, è co-direttrice del Circolo dei Genitori – Forum delle Famiglie. Vive a Betlemme.Traduzione: La Zona Grigia
Fonte: https://archive.md/dZBYZ -
nadine quomsieh, “un femminismo che non può nominare gaza non è femminismo” (27 apr. 2025)
da un post di Raffaella Battaglini qui
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Di Nadine Quomsieh – 27 aprile 2025Il femminismo celebra da tempo le vittorie dei “primati”: la prima donna a guidare, ad atterrare su un veicolo spaziale, ad abbattere le barriere costruite da patriarcato. Non sono imprese da poco. Ma cosa succede quando il femminismo diventa fluente nell’ambizione e silenzioso nell’agonia? Cosa succede quando non riesce a trovare il linguaggio per parlare di donne che partoriscono sul pavimento, che si struggono per le fosse comuni, che bolliscono l’erba per nutrire i propri figli, semplicemente perché sono palestinesi?
Sono una femminista. Credo profondamente nel potere, nel coraggio e nella necessità della liberazione delle donne. Ma scrivo anche come donna palestinese, osservando un movimento femminista globale che spesso si libra verso le stelle mentre cammina sulle macerie sotto i suoi piedi.
A Gaza, le donne non chiedono posti nei consigli di amministrazione o missioni su Marte. Chiedono pane, acqua, sapone, un assorbente. Che i loro figli si sveglino la mattina. Se il nostro femminismo non riesce a dare spazio a questa realtà, se non si ferma ad ascoltare le voci sotto le macerie, allora cosa stiamo costruendo, e per chi è veramente?
In un rifugio, una madre ha strappato strisce dal vestito della figlia per usarle come assorbenti. Un’altra le ha foderato le scarpe con del cartone, sanguinando in silenzio, per non macchiare il pavimento. Queste non sono metafore: sono i martedì mattina a Gaza. Eppure, troppo spesso, restano inespresse nelle sale della solidarietà femminista internazionale.
Le donne palestinesi non aspettano di essere salvate. Sono insegnanti, medici, giornaliste, poetesse, assistenti e protettrici della vita. Anche quando le loro case crollano, organizzano file per il cibo, raccontano storie e ricuciono qualsiasi frammento di normalità riescano a trovare. La loro Resistenza non è sempre clamorosa, ma è instancabile. Essere testimoni di tutto questo e continuare a parlare di “emancipazione femminile” senza includerle, questo non è emancipazione. Questo è Cancellazione.
Ci viene detto che il femminismo riguarda la scelta. Ma per molte donne in Palestina, la scelta è stata portata via: non solo dal patriarcato, ma dall’Occupazione, dalla guerra e dal rifiuto del mondo di vederci. Cos’è la libertà di scelta quando non puoi scegliere di fare il bagno a tuo figlio, di andare a scuola o di vivere senza paura?
Questo non è un rimprovero. È una chiamata. Un appello a un femminismo che non ha paura del disagio. Che non distoglie lo sguardo dal sangue sul pavimento perché non può rientrare in una campagna edulcorata. Un femminismo che ricorda le sue radici: Resistenza, Solidarietà, Giustizia, non solo rappresentanza.
Perché il femminismo che non parla quando le donne muoiono di fame sotto assedio non è femminismo. Il femminismo che non piange quando le ragazze vengono estratte dalle macerie non è femminismo. E il femminismo che non sa nominare Gaza non è femminismo. È prestazione.
Quindi chiedo, con amore, non con rimprovero: può il nostro movimento globale estendersi abbastanza da contenere il dolore, la forza e la verità delle donne palestinesi? Può inginocchiarsi accanto a noi, ascoltarci, stare al nostro fianco, non perché siamo impeccabili, ma perché siamo umane?
Perché anche qui vive la lotta. Anche qui inizia la liberazione.
Nadine Quomsieh, femminista e narratrice palestinese, è co-direttrice del Circolo dei Genitori – Forum delle Famiglie. Vive a Betlemme.Traduzione: La Zona Grigia
Fonte: https://archive.md/dZBYZ