Search
142 results for “BenUNC”
-
Mafia, sfatiamo i luoghi comuni
“Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva” è il titolo della undicesima edizione dei seminari d’Ateneo intitolati a Giambattista Scidà, aperti – nel pomeriggio di lunedì 20 gennaio – dal confronto tra il saggista Antonio Fisichella e Isaia Sales, docente di “Storia delle mafie” all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, sul tema “Le mafie oggi: i loro […]
Leggi il resto: https://www.argocatania.it/2025/01/22/mafia-sfatiamo-i-luoghi-comuni/
#AntonioFisichella #AteneoDiCatania #GiambattistaScidà #IsaiaSales #storiaDellaMafia
-
Mafia, sfatiamo i luoghi comuni
“Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva” è il titolo della undicesima edizione dei seminari d’Ateneo intitolati a Giambattista Scidà, aperti – nel pomeriggio di lunedì 20 gennaio – dal confronto tra il saggista Antonio Fisichella e Isaia Sales, docente di “Storia delle mafie” all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, sul tema “Le mafie oggi: i loro […]
Leggi il resto: https://www.argocatania.it/2025/01/22/mafia-sfatiamo-i-luoghi-comuni/
#AntonioFisichella #AteneoDiCatania #GiambattistaScidà #IsaiaSales #storiaDellaMafia
-
Mafia, sfatiamo i luoghi comuni
“Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva” è il titolo della undicesima edizione dei seminari d’Ateneo intitolati a Giambattista Scidà, aperti – nel pomeriggio di lunedì 20 gennaio – dal confronto tra il saggista Antonio Fisichella e Isaia Sales, docente di “Storia delle mafie” all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, sul tema “Le mafie oggi: i loro […]
Leggi il resto: https://www.argocatania.it/2025/01/22/mafia-sfatiamo-i-luoghi-comuni/
#AntonioFisichella #AteneoDiCatania #GiambattistaScidà #IsaiaSales #storiaDellaMafia
-
Reclaim the Theatre - Cabaret le disgraziate
Csoa Gabrio, sabato 8 febbraio alle ore 21:30 CET
Con la volontà di riappropriarsi di questa forma d’arte come veicolo espressivo, divulgativo e sociale.
Con la consapevolezza che il teatro è quasi sempre in grado di abbracciare le rivoluzioni e diventarne un megafono potente e privilegiato.
Speriamo che, a loro volta, anche le nostre rivoluzioni possano intessere un legame profondo e fertile con il teatro.Torna Reclaim the Theatre
biglietto up to you a partire da 3 euro + cappello finale
sinossi
Le Disgraziate è un percorso teatrale per solǝ donne* e persone trans, volto alla realizzazione di monologhi con un forte potere trasformativo rispetto le proprie ferite,
oppressioni, mostri interiori. Ripercorriamo e attraversiamo tre mondi: la famiglia, la
mostruosità e la sessualità.
Grazie al linguaggio teatrale cerchiamo di decostruire il concetto di mostruosità,
indossandolo appieno, come soggettività uniche e per questo lontanǝ da un concetto
normalizzante di corporeità binarie, magrǝ, bellǝ, performanti, compostǝ, educatǝ,
omologatǝ. Ci appoggiamo a testi teatrali, frammenti narrativi e manifesti politici. Utilizziamo il corpo, la voce e raffiniamo l’ascolto con il gruppo. Sfruttiamo le tecniche di improvvisazione legate alla scrittura per arrivare alla stesura di testi intimi e personali.
Nasce nel 2021 nei locali del Laboratorio Malaerba, casa della nostra compagnia Anomalia
Teatro.
di Francesca Becchetti e Debora Benincasa.
instagram @anomaliateatro
foto qui
https://gancio.cisti.org/event/reclaim-the-theatre-cabaret-le-disgraziate
-
Sulla riforma agraria c’era anche l’anticomunismo della DC, specie in Sicilia
È noto che con le elezioni del 7 giugno del 1953, il mancato raggiungimento del premio di maggioranza, previsto dalla legge Scelba (più nota come “legge truffa”), aveva posto fine all’ultimo esecutivo presieduto da De Gasperi e aperto la strada a Giuseppe Pella, il quale – malgrado il patto di transitorietà con il quale il suo governo aveva ottenuto la fiducia <43 – tentava di capitalizzare l’inaspettata popolarità derivatagli dalla gestione della questione triestina, presentandosi nuovamente alle Camere con un esecutivo composto da democristiani non invisi alle destre e collocati in ministeri chiave. Il tentativo di rimpasto, tuttavia, naufragava sul nome di un democristiano siciliano di estrazione popolare. Di fatti, il Presidente del Consiglio, nella prospettiva di manifestare un atteggiamento favorevole alle destre, aveva proposto, in sostituzione di Rocco Salomone, Salvatore Aldisio al Dicastero dell’Agricoltura: nome sul quale la Dc aveva posto un secco veto. A motivo di tale rifiuto vi era la svolta che Aldisio avrebbe potuto imprimere alla Riforma agraria una volta subentrato al posto di Salomone. È questa la ragione che lo rendeva così gradito alle destre. E non perché fosse contrario tout court a quella riforma, come sostenuto con eccessiva semplificazione da parte della stampa e della stessa Dc. Aldisio – che in verità di destra non era mai stato – era assolutamente favorevole alla Riforma ma in un senso diverso rispetto a quello che si era delineato dopo l’entrata in vigore dei decreti Gullo e Segni nel biennio 1944-46 <44. Più in particolare, per Aldisio, per Sturzo, così come per buona parte dei vecchi popolari, la Riforma agraria concepita nei termini di quei decreti stava conducendo la Sicilia a una pericolosa deriva bolscevica, dal momento che la quotizzazione del latifondo – consistendo nella divisione della terra sic et simpliciter, ovvero senza che quest’ultima fosse messa nelle condizioni di essere produttiva <45 – concedeva ai contadini terre incolte o mal coltivate, circostanza che avrebbe «aperto la strada a cooperative per lo più di ispirazione socialcomunista» <46. Già il 31 luglio 1950 Luigi Sturzo, in una lettera a De Gasperi, non faceva mistero di tale preoccupazione: “Le cooperative sono, novanta su cento, in mano ai rossi […]; è evidente che i rossi reagiranno come hanno sempre reagito e non lasceranno le terre. La mia interpretazione, da osservatore a distanza, è che né Segni, né il gruppo Segni, e in questo ci metto decisamente […] Salomone […], intendono urtarsi con i comunisti nell’attuazione della riforma agraria; noi avremo così fatta la piattaforma agli avversari con le nostre stesse mani” <47. Il testo di un documento inedito redatto il 5 gennaio 1947, in occasione del II Convegno regionale del partito tenutosi a Palermo, servirà in maniera più efficace a comprendere la posizione della Dc siciliana in merito alla riforma agraria: “Preso atto [della] gravissima situazione determinatasi per la Dc in conseguenza dell’attuazione del decreto Segni 6 settembre 1946 […] considerato che l’attuazione del decreto Segni ha introdotto per la prima volta il verbo comunista tra le masse dei lavoratori siciliani, presso le quali mai aveva avuto modo di attecchirvi, […] considerato che [queste ultime] attendono dal Governo la Riforma agraria tendente alla creazione della piccola proprietà con accorgimenti legislativi che impediscano la polverizzazione, tenendo come base della piccola proprietà coltivatrice la “Unità Colturale”, si ritiene che […] l’unica via d’uscita del labirinto in cui il decreto Segni ha cacciato il nostro Partito in Sicilia è [l’applicazione della] Riforma agraria progettata in seno al Decreto costitutivo dell’Alto commissariato del 28 dicembre 1944” <48. Si tratta di un decreto legislativo luogotenenziale che apportava talune modifiche alle competenze spettanti all’Alto commissario in Sicilia proprio quando a ricoprire quel ruolo era Salvatore Aldisio <49.
#1948 #1953 #1954 #agraria #AlcideDeGasperi #AmintoreFanfani #anticomunismo #DC #don #LuigiSturzo #MarcoCarone #meridionale #questione #riforma #RoccoSalomone #SalvatoreAldisio #Sicilia
È interessante notare come l’art. 9 del Capo II rubricato “Procedimenti per lo sviluppo agricolo” prevedesse, alla lettera b), «di stabilire i criteri e le forme di utilizzazione agraria e di miglioramento immediato da adottare per i terreni non coltivati o insufficientemente coltivati, e, alla lettera c), «di favorire la costituzione di associazioni e di cooperative agricole, con speciale riguardo a quelle di lavoratori della terra per la conduzione diretta di aziende agrarie» <50. In buona sostanza, si trattava di due aspetti non contemplati dal decreto Segni che avrebbero sbarrato le porte a quelle “cooperative rosse” tanto vituperate da Sturzo. Si noti ancora che il prete calatino, sin dal suo rientro in Italia, aveva cercato di rilanciare il sistema di casse rurali e consorzi di bonifica, azzerato dal fascismo, partendo proprio dalla sua città natale <51. A questo scopo, con una missiva del 15 luglio 1948 chiedeva a Giuseppe Pella, all’epoca Ministro del Tesoro, di «guardare benevolmente la domanda della Cassa rurale ed Artigiana di Caltagirone (da me fondata nel 1896) per la sua trasformazione, resasi necessaria dallo sviluppo avuto e dalle presenti condizioni» <52. Pochi giorni più tardi, il 27 luglio, Gaspare Barletta, direttore del consorzio di bonifica di Caltagirone, ringraziava Don Sturzo per «l’assegnazione di 350 milioni», considerati un «vero miracolo» poiché indispensabili al consorzio «per affrontare l’esecuzione di opere di bonifica e di trasformazione agraria di grande mole» <53. Infine, il 17 dicembre di quello stesso anno, Sturzo si complimentava con Gesualdo La Rosa, presidente della suddetta cassa rurale, per la «cura intelligente e appassionata nel guidare le sorti di cotesto Istituto» <54.
Tenuto conto, dunque, di questo retroterra, attorno all’affaire Aldisio-Salomone, e più in generale attorno alla crisi del Governo Pella <55, si avvitava una questione non riducibile a un gioco di poltrone e nemmeno, come voleva Vittorio Gorresio, a un semplice «episodio della lotta in corso fra diverse tendenze democristiane» <56. Più drasticamente, quella vicenda aveva svelato quanto ormai la spaccatura tra la destra e la sinistra del partito fosse diventata insanabile, anticipando, in qualche misura, ciò che sarebbe accaduto al Congresso di Napoli del giugno 1954 <57. In quell’occasione, infatti, il netto risultato ottenuto dalla lista di sinistra Iniziativa democratica aveva spianato la strada ad Amintore Fanfani verso la segreteria nazionale <58. È noto come da lì in avanti il politico aretino avrebbe impresso un cambio di passo al partito cercando di inserirlo, attraverso l’azione dinamica e moderna di una nuova classe dirigente, «nei settori chiave della vita sociale e facendolo uscire dalla più tranquilla e tradizionale fisionomia che gli aveva conferito la vecchia dirigenza degasperiana» <59. Benché la portata riformista di tale operazione politica fosse chiara a Fanfani sin da prima della sua investitura alla guida della segretaria nazionale, veniva apertamente dichiarata, dopo la morte di De Gasperi, al Convegno del Mezzogiorno il 19 dicembre 1954: “Mentre il Congresso del ‘47 faceva della Democrazia Cristiana un partito d’opinione, il V Congresso, quello di Napoli del ‘54 faceva della Democrazia Cristiana una efficace forza Politica moderna capace di operare non solo nella dimensione di Governo e di Parlamento ma nella vita reale del Paese. Di questa rivoluzione interna dell’ambito della Democrazia Cristiana il V Congresso è il punto di partenza; e non tanto e non solo per il rinnovamento dei dirigenti che pure assume tutta la sua importanza in quanto segna il succedersi di due generazioni politiche; ma per i nuovi compiti o la più piena funzione che ne deriva al Partito, che si va così trasformando da grande movimento d’opinione, che ha soprattutto il modo di saggiare la sua forza nel momento elettorale, a strumento popolare di costante presenza democratico o civile” <60.
Come può evincersi da tali dichiarazioni, si tratta di una trasformazione che, al di là del fisiologico ricambio generazionale, sarebbe dovuta coincidere con una riconsiderazione del ruolo e della funzione partitica non solo rispetto alla società ma anche rispetto all’intero assetto statale. «Mentre per De Gasperi la definizione dell’architettura istituzionale passava attraverso una rigida separazione dei ruoli […] tra partito, governo e Parlamento», nella logica fanfaniana, per converso, lo Stato avrebbe dovuto reggersi sul riconoscimento della centralità istituzionale del partito in grado di condizionare il governo tanto nella compagine soggettiva quanto nella sua azione programmatica <61.
Tutto questo valeva, ovviamente, anche per il Mezzogiorno: “La questione meridionale [non] è solo problema di depressione economica essa è soprattutto problema politico di mancanza di classe dirigente che sappia impostare i problemi della sua terra in maniera organica […]. La lotta per il rafforzamento della Democrazia cristiana se ha un significato politico in tutta Italia lo ha ancora di più per il Sud. La Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno sono gli strumenti che la Democrazia cristiana ha creato per assolvere al suo dovere. Ma creati questi strumenti, messo in movimento questa struttura sociale, umana e italiana nasceva anche un problema nuovo per la Dc: dal momento che questi interventi hanno messo allo scoperto la carica vera della società italiana, nasceva il problema di raccogliere queste forze di movimento, di non farle degenerare in forze eversive, di sottrarle quindi al pericolo comunista, di
saldamente innestarle nello Stato e di legarle al suo destino […]”. <62
Calato nel contesto sociopolitico siciliano, il progetto politico fanfaniano trovava delle resistenze. Si è già avuto modo di accennare alla circostanza per la quale i provvedimenti legislativi che ruotavano attorno alla Riforma agraria, alla Cassa del Mezzogiorno e ai piani di industrializzazione invece di generare forze centrifughe davano vita a forze centripete all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana.
[NOTE]
43 “Pella non […] non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader, dunque gli aspiranti alla guida del partito potevano fidarsi di lui; quando fosse arrivato il momento si sarebbe ritirato in buon ordine, accontentandosi magari di una poltrona di ministro senza portafoglio o di sottosegretario o della presidenza di un ente del parastato” in G. Portalone, Giuseppe Pella e la questione di Trieste, Rassegna siciliana di Storia e cultura, 23-2023, https://www.isspe.it/rassegna-siciliana/49-numeri-rassegna-siciliana/rassegna-siciliana-di-storia-e-cultura-n-23/188-giuseppe-pella-e-la-questione-di-trieste-di-gabriella-portalone.html
44 “Aldisio riferendosi all’appunto che gli verrebbe rivolto di esser stato sempre contrario alla attuazione della riforma agraria, ha ricordato che al Consiglio nazionale del partito di alcuni anni fa, fu proprio lui a presentare un o.d.g. in cui auspicava l’attuazione e della riforma agraria […]. Per quanto riguarda in particolare al dibattito svoltosi in seno al Consiglio dei ministri sul disegno di legge per la riforma agraria, Aldisio ha fatto capire che egli era contrario non al principio della riforma agraria, ma alla riforma agraria quale risultava dalla legge Segni”, G. Corigliano, “Primi passi su una via senza uscita? Oggi il Presidente della Repubblica inizia le consultazioni al Quirinale”, La Stampa, 7 gennaio 1954. Sul pensiero di Aldisio in senso contrario all’impostazione data da Segni alla R. Agraria vedi un suo altro articolo scritto già alla fine del 1943 dal titolo “In tema di latifondo”: «Certo è necessario che a base di ogni trasformazione si imponga il risanamento igienico sanitario che permetta di fissare definitivamente il contadino alla terra, ma tutto questo oggi va fatto non nell’interesse dei proprietari inerti ed assenti che vedrebbero senza loro merito e sacrificio il valore dei latifondi fin ora abbandonati [bensì] a solo beneficio delle classi lavoratrici», si tratta di un articolo riproposto in “La Dc non ha tollerato il predominio di classi improduttive. Il partito ha combattuto sin dal ‘43 per una politica di Riforma Agraria”, in «Sicilia del Popolo», 27 dicembre 1953. Sulla figura di Antonio Segni vedi S. Mura, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2017. Sul pensiero di Sturzo rispetto alla R. agraria si ritiene molto efficace il quadro di sintesi offerto V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit., pp. 154-176.
45 “Ma se si cercherà a far rinascere la fiducia nel pacifico possesso degli interessati alla terra, vecchi e nuovi: sia nella possibilità di collaborazione in libere associazioni, consensi e libere cooperative (dico libere e so bene quel che dico); sia infine nel ritmo di nuove attività produttive verso la più sviluppata industrializzazione agraria, allora potremo arrivare attraverso le difficoltà e gli attriti di oggi, verso un crescente benessere che la Sicilia non avrà avuto nel passato di un secolo”, L. Sturzo, Problemi di agricoltura siciliana, «La Sicilia», 30 gennaio 1952.
46 V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit. 60.
47 A. Mattone, Il Ministro Antonio Segni “agrarista”. Politica e Scienza giuridica nell’elaborazione della riforma fondiaria e della legge sui contratti agrari (1946-1950) in «Studi Storici», (3) 2016, pp. 523-575.
48 ALS, Il convegno regionale di Palermo, dattiloscritto, 5 gennaio 1947, Parte IV (1946-1959), fasc. 1702.
49 https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?rn:nir:stato:decreto.legislativo.luogotenenziale:1944-12-28;416.
50 Ibidem.
51 “Per movimento creditizio delle casse rurali […] su base regionale la Sicilia [era] al primo posto assoluto, ancora più avanti del Veneto. Come depositi nelle casse rurali Caltanissetta risultava la quarta provincia in tutta Italia (la prima era Trento, terza Cosenza). Come numero di casse rurali e agrarie la Sicilia era al secondo posto dietro il Veneto. Se pensiamo all’importanza delle casse rurali in tutta la storia del movimento cattolico italiano, comprenderemo meglio quale duro colpo abbia inferto il fascismo al Movimento cattolico in Sicilia e al nisseno in particolare, inglobando o comunque controllando tutta l’attività creditizia”. Chiesa e società a Caltanissetta all’indomani della Seconda guerra mondiale, (a cura di) P. Borzomati, cit., p. 158; “Purtroppo non ritroviamo più gran parte delle nostre vecchie casse rurali, né le nostre gloriose cooperative agricole, attraverso le quali molti latifondi furono trasformati e divisi – ma troviamo le migliaia di piccoli proprietari da noi creati, i quali si affollano intorno a noi, non appena qualcuno di noi arriva nei centri che conobbero e sperimentarono questa nostra benefica attività. In un giro che ho fatto di recente nei comuni di Caltanissetta e di Enna sono rimasto commosso per le affettuose e sincere manifestazioni ricevute” così scriveva Aldisio a Sturzo il 31 marzo 1944, Luigi Sturzo-Salvatore Aldisio (1924-1956) (a cura di) V. De Marco, Caltanissetta, Sciascia, 2001, pp. 94-95.
52 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Giuseppe Pella, 15 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
53 ALS, lettera di Gaspare Barletta a Luigi Sturzo, 27 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1333.
54 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Gesualdo La Rosa, 17 dicembre 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
55 “Nella breve fase del suo essere e declinare al governo, [Pella] ha indubbiamente smosso e trascinato con sé molte cose che giacevano ed erano custodite in inerzia, ha provocato strappi rivelatori in alcune situazioni ambigue, ha affrettato i tempi là dove abili pause erano predisposte, ha disturbato progetti, ha destato e distrutto aspettazioni di ogni genere, tutti tentando e tutti mettendo alla prova”, Nicolò Carandini, «Il Mondo», 26 gennaio 1954.
56 V. Gorresio, Pella ha presentato le dimissioni, in «La Stampa», 6 gennaio 1954.
57 V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia Degasperiana alle correnti democristiane, cit. p. 630.
58 “Il rivolgimento è certo profondo: Iniziativa democratica ha praticamente conquistato il partito, e la più forte minoranza è rappresentata da Forze sociali. Il nuovo Consiglio nazionale si riunirà fra 11, 10 e il 20 luglio per procedere all’elezione del segretario del partito e della nuova direzione. Alla segreteria verrebbe confermato De Gasperi, a meno che egli stesso non intenda rinunciare a tale faticoso incarico. Non è neppure da escludere che egli lasci la segreteria nel prossimo autunno, rimanendo, invece, presidente del consiglio nazionale, Il suo successore sarebbe, nell’un caso e nell’altro, l’on. Fanfani. L’on. Rumor sarebbe nominato vicesegretario del partito” in A.A., La lista “Inizia democratica” predomina al Congresso democristiano di Napoli, in «Corriere della Sera», I luglio 1954.
59 F. Malgeri, L’Italia Democristiana, Uomini e idee nel cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), cit., p. 82.
60 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, fasc. 4.
61 Sulla concezione partitica di Fanfani vedi in particolare P. Craveri, Lo Stato e il partito nell’opera politica di Amintore Fanfani, in «Annali», Università degli studi Suor Orsola Benincasa, Vol. I 2009.
62 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, f. 4.
Marco Carone, La Democrazia Cristiana in Sicilia 1940-1946. Il contributo dei popolari siciliani alla nascita del partito cattolico, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2022-2023 -
Il contesto in cui si formò la Banda della Magliana
Destrutturata sul finire del 1976 l’epopea marsigliese, rea di aver ostentato pubblicamente trasversalità e connivenze occulte del proprio agire <665, saranno ancora i sequestri di persona la chiave di volta per il riassestamento dei vuoti originatisi all’interno del network. Complici l’endemica conflittualità <666 a cui fu relegato sin da genesi il circondario romano, e la predominanza di un meticciato malavitoso sintesi dell’orizzonte frontaliero su cui andarono a stabilirsi quelle che il sociologo Martone ha brillantemente definito “mafie di mezzo” <667, Roma assistette alla germinazione del primo sodalizio di matrice autoctona. Si trattò di un processo tutt’altro che spontaneo, il cui movente va ricercato nelle fotografie sbiadite della periferia a sud della capitale. Un filo nero preesistente alle notorie gesta della tanto romanzata Banda della Magliana e la cui veemenza simbolica è raccolta nelle fondamenta del Fungo, noto ristorante del quartiere Eur e luogo di ritrovo di rampolli neofascisti e ambasciatori della mala nostrana. Un rapporto di P.S datato 18 ottobre 1975, ed il cui sunto è riportato – per bocca del funzionario Ferdinando Guarino – nelle “eccedenze” <668 del procedimento Olimpia <669, esprime la cifra dei personalismi condensati nell’epicentro laziale: “Altre alleanze le aveva stipulate … con Giuseppe Nardi la banda della Magliana. Infatti, vorrei ricordare a riguardo che nel 1975 Paolo De Stefano, elemento della famiglia De Stefano, vale a dire Paolo e … ed altri importanti esponenti della ‘ndrangheta, della … di Reggio Calabria vennero sorpresi al ristorante il Fungo, vennero sorpresi al
ristorante … da personale della Squadra Mobile che era ivi in servizio per la cattura del latitante Saverio Mammoliti. Insieme a Paolo De Stefano vi era, appunto, Giuseppe Nardi, vi era anche Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello. […] A Roma. Ristorante all’EUR di Roma. E … addosso al Piromalli fu anche rinvenuta una banconota proveniente dal riscatto di Paul Ghetty junior, una banconota di 50 mila lire…” <670.
Con Nardi, Piromalli, Condello e i De Stefano, al Fungo furono identificati anche altri uomini, delinquenti autoctoni dalle spiccate qualità intermediatorie. Saranno loro, assieme agli esuli mafiosi sbarcati nella metropoli in cerca di fortune, a costituire quel capitale sociale che renderà unica l’esperienza del cartello maglianese. Si tratta di una questione di primaria importanza negli studi sulla malavita romana, assunta a metronomo della sua coriacea vivacità politica in ragione della varianza di legami ponte raffigurabili da suddetti individui. Si può notare, quindi, come in virtù di tale ragionamento sia fallace – e anacronistica – l’interpretazione maggioritaria che scorge nel sequestro del Duca Grazioli Lante della Rovere (1977) la conditio sine qua non del sistema “Magliana”. Siffatta impostazione è percepibile nel vizio metodologico alla sua base, inficiante l’erroneo posizionamento di prospettiva nel campo. Ad un’indagine sui motivi del riuscito condizionamento territoriale (power syndacate) <671 da parte dei gruppuscoli rionali convogliati nella Banda, non è seguita un’altrettanta metodica esplorazione sul versante organizzativo dei traffici illeciti (enterprise syndacate) <672, rendendo parziale il tentativo di porre in risalto le ambivalenze organizzative <673 insite nel suo gene. Ecco perché, in considerazione del nostro quesito di ricerca, diviene centrale comprendere di quali meccanismi intermediatori si sia popolata l’anticamera maglianese ed in quali termini operativi l’eversione nera abbia inciso nell’organizzazione delle attività criminali. In tale prospettiva vanno inquadrate le condotte di certe figure cerniera, la cui versatilità nel network funse da sintesi nell’interlocuzione tra sodalizi storici e criminalità comune. È il caso di Gianfranco Urbani detto “er pantera”, commensale del romanissimo Manlio Vitale nella riunione dell’Eur, e riconosciuto da personalità del calibro di Maurizio Abbatino e Antonio Mancini quale anello di congiunzione con le cosche del mandamento centrale e della Piana di Gioia Tauro. Un oscuro consigliere il cui operato intersecò anche l’assassinio del giudice Occorsio, legatosi nel suo ultimo periodo di vita al confidente ‘ndranghetista Totò D’Agostino, stroncato anch’esso poche settimane (2 novembre del ’76) dopo la morte del magistrato da una raffica di mitra esplosa da uomini del clan Papalia <674. In un contesto a forte radicamento sociale, i maglianesi hanno rimarcato scelte tipiche delle esperienze criminali indo-asiatiche, prediligendo la costruzione di due livelli di capitale sociale: quello bridging <675, il cui accesso sarebbe stato garantito a gruppi eterogenei in collegamento reciproco; e quello linking <676, indispensabile per il drenaggio di risorse economico-politiche con i soggetti muniti di forte autorità nella scala sociale. Dunque, non sembrerebbe lasciata al caso la scelta di imbastire relazioni anche con gli altri due sodalizi tradizionali, rappresentati sul territorio con paradossale antiteticità. Mentre la camorra cutoliana, interessata alla preservazione di fette di controllo sul litorale tirrenico, investì della dote di ambasciatore lo spregiudicato Nicolino Selis, futuro leader della batteria di rapinatori proveniente da Acilia, Cosa Nostra si interfacciò con le neofite formazioni autoctone riproponendo lo schema bidirezionale tipico della mafia palermitana. Il livello d’interlocuzione politica fu delegato al gruppo di faccendieri orbitante attorno a Domenico Balducci, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Danilo Sbarra e Francesco Pazienza. Il gradino inferiore, invece, vide la primazia di un uomo transitato in ogni fase della storia criminale capitolina. Per via della sua pubblica vocazione fascista, Danilo Abbruciati, detto “er camaleonte”, si rivelò un fedele servitore del federalismo sovversivo citato nelle pagine che ci precedono <677. Racconta Maurizio Abbatino in un interrogatorio del 18 novembre 1992 <678: “Qualche tempo prima dell’omicidio Balducci, su invito di Danilo Abbruciati, io, lo stesso Abbruciati, Edoardo Toscano e Renato De Pedis, avevamo incontrato Ernesto Diotallevi, il quale, se non ricordo male, aveva un banco presso i mercati generali, dove avvenne l’incontro. Abbruciati ci presentò al Diotallevi come esponenti della Banda della Magliana. L’incontro, per quanto noi ne sapevamo, aveva lo scopo di istituire, in funzione dell’approvvigionamento di eroina a noi necessaria, un contatto con dei siciliani, facenti capo, a Roma, a Pippo Calò, il quale li rappresentava. Infatti, il Diotallevi era in rapporti con Calò e dunque l’incontro poteva esserci di una qualche utilità, tanto che, proprio a seguito di esso, apprendemmo che il gruppo di Testaccio aveva aperto un suo canale di rifornimento di eroina con la famiglia Bontate di Palermo, eroina che dividevano con noi. In realtà, per Abbruciati, il farci incontrare con il Diotallevi aveva anche lo scopo di dimostrare un suo peso specifico nell’ambito della malavita romana, necessario a lui onde porsi come interlocutore, su Roma, della mafia stessa” <679.
[NOTE]
665 Albert Bergamelli pagherà con la vita le rivelazioni seguenti al suo arresto. Il 31 agosto 1982 verrà assassinato nel carcere di Ascoli Piceno dall’ex brigatista Paolo Duongo. Jacques Renè Berenguer, invece, venne ritrovato senza vita nel carcere di Nizza il 14 dicembre 1988.
666 E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 95.
667 V. MARTONE, Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio, Donzelli, Roma, 2017.
668 B. TOBAGI, L’uso delle fonti giudiziarie per la ricerca storica: problemi di metodo, di conservazione, di accessibilità, Archivi memoria di tutti le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo direzione generale per gli archivi, 2014.
669 Tribunale Di Reggio Calabria Corte Di Assise Seconda Sezione P.P. Olimpia Sentenza Procedimento Penale Olimpia Nr. 46/93 R.G.N.R. D.D.A. Nr. 72/94 R. G.I.P. D.D.A N. 3/99 Sentenza N. 18/96 R.G. Assise, p. 676. Deposizione dott. Guarino Ferdinando, funzionario di P.S.
670 Ibidem.
671 A. BLOCK, East West Side. Organizing crime in New York 1930-1950, University College Cardiff Press, Cardiff, 1980.
672 ibidem.
673 R. SCIARRONE, Il capitale sociale della mafia. Relazioni esterne e controllo del territorio, Quaderni di Sociologia, n. XVIII, 1998.
674 Il nesso tra l’omicidio Occorsio e la morte di D’Agostino e ben centrato dal testo di E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 101. Di pregevole fattura anche il contributo di A. BECCARIA, F. REPICI, M. VADUDANO, I soldi della P2, Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli, Paper First editore, Roma, 2021, pp. 30-33.
675 T.W. LO, Beyond Social Capital: Triad Organized Crime in Hong Kong and China, The british Journal of criminology, 50, n. V, pp. 851-868.
676 Ibidem.
677 Il collante fra questi due livelli va ricercato nelle speculazioni edili avviate sul finire degli anni Settanta in Sardegna. Le rivelazioni di Flavio Carboni dinnanzi al Tribunale penale di Roma in data 5 giugno 1994 raccontano della possibilità di investire i capitali di provenienza illecita in attività formalmente lecite, convogliando ingenti somme di denaro versate da Diotallevi, Abbruciati, Giuseppucci e piccoli esponenti del terrorismo nero. Le operazioni si sarebbero svolte sotto l’egida di Domenico Balducci, noto usuraio vicino a Danilo Sbarra, al finanziere italo svizzero Lay Ravello e al Carboni stesso. Il Balducci, in questa sua opera di intermediazione, sarebbe così divenuto referente
privilegiato di Calò, latitante a Roma sotto il falso nome di Mario Agliarolo (o Mario Salamandra) e futuro padrino di battesimo proprio del figlio di Ernesto Diotallevi.
679 Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pag. 93.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021#Ndrangheta #1975 #1976 #1977 #banda #camorra #CosaNostra #droga #eversione #GiulianoBenincasa #Magliana #nera #rapimenti #roma
-
La qualità delle relazioni costituisce da sempre un elemento determinante per l’attività criminale
Le organizzazioni criminali a scopo economico e/o ideologico costituiscono da sempre un sottogruppo delle organizzazioni segrete. In quanto tali, esse pervengono agli studiosi come entità di difficile comprensione e studio per via dell’interazione fra la caratteristica del segreto e quella dell’illegalità <327.
La gestione congiunta di questa miscellanea di elementi ripercuote i propri effetti sulla natura organizzativa dei soggetti attivi imponendo agli stessi dinamiche mutagene e la proliferazione di trade-offs fra risorse in campo. Così, un problema comune alle due esperienze qui in oggetto investe, de facto, la configurazione organizzativa delle stesse e quel ventaglio di cointeressenze e legami instauratisi al loro interno. Gli interrogativi che si offrono al cospetto di uno studio dilettato dalle meccaniche che possono aver abitato simili processi interrelazioni rimangono molteplici. Come si organizzano i gruppi clandestini dell’Italia del tempo? Esistono somiglianze fra l’assetto mafioso e quello terroristico? La rete dell’una o dell’altra evolve e si ibrida a seguito di processi alterativi propri o risente di dinamiche esogene? Per ovviare a questi interrogativi la teoria dell’organizzazione nel corso degli anni ha dato grande rilevanza ad un’indagine sulle prospettive recondite delle reti (legami) e sugli schemi comparativi delle costruzioni strategiche in cui essi operano (strutture). Sulla falsa riga di ciò può, pertanto, rivelarsi complementare al dialogo fra scienza storica, sociologia e diritto la riflessione avviata dal sociologo Mark Granovetter sul delicato tema delle risorse sociali e del capitale sociale. Nell’opera “La forza dei legami deboli e altri saggi” <328 il padre della nuova sociologia economica intuì la possibilità di collegare il job matching analizzato nei suoi studi sulla disoccupazione -e gli andamenti di mercato- alle problematiche inficianti l’analisi dei networks. La tesi muoveva dall’idea secondo cui la scomposizione dei processi intercorrenti nei reticoli di relazioni interpersonali potesse fornire un fruttuoso ponte di collegamento fra il livello micro e quello macro-sociologico, mostrando l’esistenza di un diretta proporzionalità tra l’interazione su scala ridotta e le conseguenze su un piano sociale più esteso. La riproposizione del modello granvettiano al crime network nexus impone prioritariamente un ragionamento in termini di legami e non di scelte. Tale lettura non implica la predominanza di un’interpretazione (sui motivi dell’avvicinamento fra crimine e terrorismi) dettata dalla sola interscambiabilità di legami e relazioni bensì ci spinge, alla luce degli antecedenti cronistorici fino ad ora accennati, a diversificare il pulviscolo di rapporti oscillando da una prospettiva individuale ad una di comunità. Il punto diventa ancora più complesso se rapportato anche alle diversità congenite espresse dalle due generazioni del neofascismo eversivo e dagli stessi approcci metodologici posti in campo. Tenuto conto di tutte le criticità del caso diviene allora indispensabile procedere nella dissertazione con sistematicità e affrontare la dicotomia “legame-struttura” di cui si è accennato in apertura.
I Legami
La qualità delle relazioni costituisce da sempre un elemento determinante per l’attività criminale <329. Nell’ultimo ventennio gli studi sulla criminalità organizzata hanno catalizzato molte risorse nell’approccio alla materia (Patacchini-Zenou, Sciarrone, Storti) oltre ad aver dimostrato l’incisività di certi tipi di legame nell’incremento della produttività illecita. La distinzione fra legami forti e deboli, elaborata nel 1973 dal sociologo Granovetter <330, diviene la cartina di tornasole entro cui valutare la transitorietà dei flussi informativi e relazionali del network. I legami forti si contraddistinguono per intensità ed elevata frequenza nelle interazioni pur essendo, nella maggior parte dei casi, portatori sani di una ridondanza informativa o strategica provocata dall’elevata interdipendenza fra attori. Viceversa, essendo i weak ties rivelatori di una trascurabile intensità essi appaiono idonei a fornire nuovi canali, garantendo alla rete maggiore resilienza e connettività fra attori distanti, oltre ad un accesso alle risorse informative rimaste intrappolate fra i soli legami forti. Inevitabile segnalare come la mancanza di ridondanza favorisca il successo criminale del network tutto <331, in linea con la trasversalità di un’adiacenza tra mafie e terrorismo imperniata sulla tutela degli standard di segretezza e sulla proliferazione di legami ponte. Poiché per queste organizzazioni la gestione del segreto implica innanzitutto coordinare le informazioni, sia contenendo la diffusione di quanto si sa, sia nella ricerca di nuove informazioni (spionaggio), il trading richiederà una ragnatela di legami laschi, durevoli anche nell’extrema ratio della rimozione di uno di essi. Ove non esita una triade di rapporti fra soggetto A, B e C, nessuno strong tie potrà mai costituire un ponte, salvo gli sporadici casi in cui nessuna delle parti in causa abbia altri legami forti <332. Deduttivamente, allora, è intuibile la corrispondenza di ruolo fra ponte e legame lasco, ambedue impiegati per creare collegamenti più celeri all’interno delle reti e, in virtù di ciò, assunti ad unica alternativa praticabile per gli individui. Sicché, i soggetti meglio posizionati in una rete sono potenzialmente coloro i quali abusano di legami deboli e costituiscono ponti (c.d. trait d’union), l’analisi granovettiana troverebbe terreno fertile nel ricostruire, in una dimensione micro-individuale, la facilità celata dietro i cambi di casacca di numerosi interpreti della prima stagione eversiva dopo i decreti di scioglimento di ON e AN (Bellini, Dominici, Rampulla). E ancora: esegesi storica e indagine sulla forza dei legami trovano un’ulteriore punto di convergenza laddove la rimozione di un legame mediamente debole arrechi danni maggiori alle probabilità di trasmissione rispetto ad un vincolo forte. Il caso trova una sua simmetria storica all’indomani della diaspora dei militanti delle sigle sciolte (con decreto ministeriale) per tentata ricostruzione del dissolto partito fascista. La recisione di un vincolo forte per ordinovisti e avanguardisti non sortì gli effetti sperati dalle autorità inquirenti, le quali restarono focalizzate unicamente sull’abbattimento del contenitore associativo senza realizzare un inasprimento delle pene edittali per i singoli imputati. L’errore, comune nelle inchieste sul terrorismo, se da un lato esemplifica il grado di resilienza dei legami ponte celati dietro alle figure apicali della galassia eversiva, parimenti racconta la nascita di un’aura di eterna impunità che, nel corso del trentennio successivo, parificherà grandi boss della malavita organizzata e precursori del terrorismo stragista <333. Entrambe le figure resteranno accomunate da uno spiccato senso di adattamento al mutamento sociale, acuito da una gestione del patrimonio informativo correlata al bagaglio di legami laschi in loro possesso <334.
Esistono poi ripercussioni che i reticoli sociali possono ingenerare sui comportamenti dei singoli consociati. Il differente grado di densità assunta in zone del perimetro <335 circoscrive due porzioni di network: una dominata da rapporti amicali diretti e rinominata “a maglia chiusa”; ed un’altra estesa lungo tratti conoscitivi ignoti e battezzata “a maglia aperta”. In questa seconda circoscrizione Granovetter identifica l’esistenza di legami elastici propensi non solo a condizionare la possibilità dell’individuo di manipolare il reticolo ma, addirittura, idonei a veicolare idee, influenze o informazioni socialmente distanti dal baricentro del singolo attore. In un’impostazione all’interno della quale la centralità del legame debole impersonifica il ruolo di risorsa per la mobilità volontaria e di catalizzatore di coesione sociale <336, non meraviglia il fatto che militanti neofascisti, transitati fra le fila delle consorterie mafiose, abbiano potuto spostare non soltanto il reticolo di legami da un campo all’altro, bensì istituire un vero punto di snodo <337.
Infine, l’esame del fascio di relazioni rasenti una comunità può disvelare i motivi per cui certe strutture, in vista di obiettivi comuni, riescano ad organizzarsi celermente senza incappare in avversità logistiche. Una prima risposta andrebbe ricercata nella vocazione interclassista del terrorismo eversivo italiano. Mentre Granovetter per comprovare la relazione intercorrente fra una collettività molto attiva nel tessuto sociale e la densità di legami ponte utilizzò, quale canone di paragone, il confronto fra la reazione della comunità di Charlestown e quella di Boston ad una proposta di rinnovamento urbano, nel nostro studio è possibile sviluppare un ragionamento affine. Il network nero attinse, sin dalla sua nascita, potenzialità da mondi e sottosistemi sociali diversi <338, costruendo le condizioni esistenziali affinché potessero fiorire connessioni ponte. Mentre fino al biennio ’75-77 la galassia fascista ha esteso il suo ventaglio di relazioni coltivando rapporti trasversali con apparati dell’intelligence interno (SID e UAAR), mondo dell’imprenditoria, l’internazionale nera, il mondo istituzionale (MSI), fino ai grandi movimenti generazionali del ’68, nella sua seconda vita essa ha valorizzato in misura ridotta la genuinità dei suoi “bridge ties”, assumendo una posizione spontaneista che ne ha inevitabilmente modificato anche gli assetti strutturali. E così, applicando al nostro caso di studio lo schema teorico di comunità avanzato dal sociologo statunitense, pare calzante la lettura in base alla quale quanti più ponti locali esitano in una comunità, e quanto maggior sia il loro grado, tanto più la comunità sarà coesa e in grado di agire in modo concertato e impermeabile <339.
[NOTE]
327 M. CATINO, L’organizzazione del segreto nelle associazioni mafiose, Rassegna italiana di sociologia, gennaio 2014, pag. 262.
328 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998.
329 F. CALDERONI, Le reti delle mafie, Vita e pensiero, Milano 2018, pag.62.
330 M. GRANOVETTER, The Strenght of Weak Ties, American Journal of Sociology, 78 n.6, pp. 1360.1380.
331 C. MORSELLI, P. TREMBLEY, Criminal Achievment, Offender Networks and the Benefits of low self-control, Criminology, 42, n.3, pag.782.
332 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, pp.123-124.
333 Si pensi alla figura di Massimo Carminati, leader di una delle due associazioni a delinquere coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale e uomo accreditatosi ai cartelli criminali per via del suo curriculum penale da eterno impunito. Il punto è trattato in: Tribunale di Roma, Ufficio VI, ordinanza n. 30546/10 R.G. Mod. 21, Gip Flavia Costantini, Roma, 28 novembre 2014, pag.42.
334 Per Granovetter “i soggetti meglio piazzati per diffondere innovazioni difficili nella rete, sono quelli che hanno molti legami deboli, in quanto alcuni di questi legami costituiscono dei ponti locali. Un’innovazione inizialmente impopolare, diffusa da soggetti con pochi legami deboli, avrà più probabilità di restare confinata in pochi circoli ristretti, quindi di morire sul nascere…”. M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, p.127.
335 Definito da Granovetter quale “reticolato egocentrico”.
336 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, pp. 135-137.
337 Ivi cit., p.137.
338 Il punto sarà trattato nel sottoparagrafo successivo.
340 M. CATINO, Mafia organizations. The visible hand of criminal enterprise, Cambridge University Press, Cambridge 2019, pag.152.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021#AN #criminalità #destra #FrancescoCalderoni #GiulianoBenincasa #illegalità #legami #mafie #MarkGranovetter #neofascisti #ON #organizzata #organizzazioni #qualità #relazioni #segrete #sociologo #stragi #terrorismo
-
British soldiers after the punitive raid on Benin City, Nigeria, 1897
-
Street in the Royal Quarter of Benin City, now Nigeria, 1897
-
British soldiers after the punitive raid on Benin City, Nigeria, 1897
-
British soldiers after the punitive raid on Benin City, Nigeria, 1897
-
British soldiers after the punitive raid on Benin City, Nigeria, 1897
-
Street in the Royal Quarter of Benin City, now Nigeria, 1897
-
Street in the Royal Quarter of Benin City, now Nigeria, 1897
-
New York Times: Museum’s Benin Bronzes Are Reclaimed by Wealthy Collector. “The fact that so many artifacts were removed by British forces from Benin, in present-day southern Nigeria, has led museums including the Smithsonian to return some of those items to Africa. The repatriation is part of a broader reckoning within the art world about how to handle vast amounts of cultural patrimony […]
-
New York Times: Museum’s Benin Bronzes Are Reclaimed by Wealthy Collector. “The fact that so many artifacts were removed by British forces from Benin, in present-day southern Nigeria, has led museums including the Smithsonian to return some of those items to Africa. The repatriation is part of a broader reckoning within the art world about how to handle vast amounts of cultural patrimony […]
-
New York Times: Museum’s Benin Bronzes Are Reclaimed by Wealthy Collector. “The fact that so many artifacts were removed by British forces from Benin, in present-day southern Nigeria, has led museums including the Smithsonian to return some of those items to Africa. The repatriation is part of a broader reckoning within the art world about how to handle vast amounts of cultural patrimony […]
-
Straits Times: Nigeria’s museum agrees with royal ruler on custody of Benin Bronzes. “Nigeria’s national museum commission will be responsible for retrieving and keeping priceless Benin Bronzes, taking on the task with the assent of the royal ruler appointed sole owner and custodian of the objects nearly two years ago, its head said. Nigeria is on a quest to recover the thousands of intricate […]
-
Straits Times: Nigeria’s museum agrees with royal ruler on custody of Benin Bronzes. “Nigeria’s national museum commission will be responsible for retrieving and keeping priceless Benin Bronzes, taking on the task with the assent of the royal ruler appointed sole owner and custodian of the objects nearly two years ago, its head said. Nigeria is on a quest to recover the thousands of intricate […]
-
Straits Times: Nigeria’s museum agrees with royal ruler on custody of Benin Bronzes. “Nigeria’s national museum commission will be responsible for retrieving and keeping priceless Benin Bronzes, taking on the task with the assent of the royal ruler appointed sole owner and custodian of the objects nearly two years ago, its head said. Nigeria is on a quest to recover the thousands of intricate […]
-
Straits Times: Nigeria’s museum agrees with royal ruler on custody of Benin Bronzes. “Nigeria’s national museum commission will be responsible for retrieving and keeping priceless Benin Bronzes, taking on the task with the assent of the royal ruler appointed sole owner and custodian of the objects nearly two years ago, its head said. Nigeria is on a quest to recover the thousands of intricate […]
-
Straits Times: Nigeria’s museum agrees with royal ruler on custody of Benin Bronzes. “Nigeria’s national museum commission will be responsible for retrieving and keeping priceless Benin Bronzes, taking on the task with the assent of the royal ruler appointed sole owner and custodian of the objects nearly two years ago, its head said. Nigeria is on a quest to recover the thousands of intricate […]