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#roccella — Public Fediverse posts

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  1. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  2. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  3. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  4. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  5. Le "gite" della #Roccella.
    Cadere nella trappola di sottovalutare i tantissimi segnali del ritorno del fascismo (e anche dell' #antisemitismo, quello vero), rende più forti governi e politicanti di destra.
    Non è una questione di confini, ma di intenzioni, che sono eguali ovunque.

    #Antifascismo #AntifascistiSempre

  6. "Le visite ai luoghi dello sterminio non sono turismo scolastico, ma incontro con le prove materiali dell’odio organizzato."

    Ancora più necessarie oggi che quell'odio lo vediamo e viviamo.

    #13ottobre
    #Roccella #antifascismo
    #Auschwitz #Gaza #GazaGenocide

    diogenenotizie.com/si-shoah-e-

  7. "Le visite ai luoghi dello sterminio non sono turismo scolastico, ma incontro con le prove materiali dell’odio organizzato."

    Ancora più necessarie oggi che quell'odio lo vediamo e viviamo.

    #13ottobre
    #Roccella #antifascismo
    #Auschwitz #Gaza #GazaGenocide

    diogenenotizie.com/si-shoah-e-

  8. "Le visite ai luoghi dello sterminio non sono turismo scolastico, ma incontro con le prove materiali dell’odio organizzato."

    Ancora più necessarie oggi che quell'odio lo vediamo e viviamo.

    #13ottobre
    #Roccella #antifascismo
    #Auschwitz #Gaza #GazaGenocide

    diogenenotizie.com/si-shoah-e-

  9. "Le visite ai luoghi dello sterminio non sono turismo scolastico, ma incontro con le prove materiali dell’odio organizzato."

    Ancora più necessarie oggi che quell'odio lo vediamo e viviamo.

    #13ottobre
    #Roccella #antifascismo
    #Auschwitz #Gaza #GazaGenocide

    diogenenotizie.com/si-shoah-e-

  10. "Le visite ai luoghi dello sterminio non sono turismo scolastico, ma incontro con le prove materiali dell’odio organizzato."

    Ancora più necessarie oggi che quell'odio lo vediamo e viviamo.

    #13ottobre
    #Roccella #antifascismo
    #Auschwitz #Gaza #GazaGenocide

    diogenenotizie.com/si-shoah-e-

  11. La ministra per la Famiglia #Roccella dice che pubblici ufficiali e medici hanno il dovere di segnalare casi di violazione della legge contro la #gpa "reato universale". Il presidente degli ordini dei medici Filippo Anelli non ci sta.👇
    adnkronos.com/cronaca/maternit

  12. Me doveta lassà stà a #Roccella! Ellosò che è no strazzio sentirla parlà, ma se la zittite poi quella telefona e scassa le palle a mé

    Io je lò detto: Roccé, te devi fà TicToc. Guarda io come sò tranquilla. Nessuno me contesta, nessuno me fà domande scomode. Vié ospite ner mio programma su Telemecojoni e parla quanto te pare

    Daje sù, ce stiamo distraendo da i veri probblemi der paese: maternità surrogata, omicidio de feti e trans che vojono piscià ner cesso de le donne

    lercio.it/sirena-di-ambulanza-

  13. Nun chiamà i froci ar femminile o ar maschile come je pare a loro artrimenti ce se confonde tutti e nun nascono più fiji (#Roccella io sto co te, ma poi me spieghi che sto raggionamento nun lo capisco manco io)

    La regola è che se quando sei nato tra le gambe cera na fregna te se chiama ar femminile, se cera n cazzetto te se chiama ar maschile (così fottiamo pure gli operati)

    Tranne se sei me che io me identifico in un presidento e con me devi usà er pronome IL. Chiaro?

    open.online/2024/05/19/eugenia

  14. Sul caso #Roccella l'opinione di
    Massimo Giannini: "Le contestazioni non violente sono sempre legittime"
    Una critica al vittimismo della ministra
    youtube.com/watch?v=8XAS3quCBs

  15. La #Ministra #Roccella agli #statigeneralidellanatalità ha fatto una cosa estremamente significativa, davanti alle #contestazioni dei #giovani, forse passata inosservata. Ha detto loro "Noi la pensiamo allo stesso modo", grande falsità, mostrando disonestà intellettuale, atteggiamento paternalistico, e volontà manipolatoria, ritenendo dei poveri sciocchi quei ragazzi.
    Arrivederci Roccella, racconta la tua disonestà altrove.

  16. #Roccella chissà caro Presidente se n'è valsa veramente la pena vista l'Italia di oggi

  17. Hey #Roccella lo vedi come funziona?

    La censura mica è quella de tre sciampiste che tanno fischiata mentre stavi lì a parlà

    Eccotela qua la censura, quella vera fatta bene che lascia er segno rettangolare in faccia ❤️

    open.online/2024/05/10/roma-sc

  18. "Il governo chiede a coloro che sta per impiccare di non fare troppo rumore e, anzi, cortesemente di mettersi il cappio al collo da soli e dare pure un calcio alla sedia in autonomia, per morire in fretta, ma, per carità, senza urlare, in silenzio, senza protestare, per non disturbare il sensibile apparato gastrico della maggioranza non antifascista che governa questo disastrato paese."

    #Roccella #governoMeloni #democrazia #HumanRights #10maggio

    diogeneonline.info/il-bullismo

  19. #Roccella. Contestare è un diritto in una democrazia: ci mancherebbe.

    Però, chi contesta non ha il diritto di zittire l'altra parte, di non volere che esprima la propria opinione.

    Altrimenti è prevaricazione liberticida, a prescindere dal contenuto dell'idea.

    Siamo italiani, europei. Da noi la libertà di pensiero è sacrosanta: c'è gente che è morta affinché potessimo godere di questo privilegio naturale ma non scontati.

  20. Differenza tra #censura e #contestazione

    - La censura è un controllo (in genere preventivo) esercitato da un Potere ai danni di un cittadino;
    - La contestazione è una manifestazione di dissenso di un cittadino nei confronti di chi il potere lo esercita.

    Per fare un esempio, si può ritenere che #Saviano e #Scurati - due cittadini - siano stati censurati dal potere; mentre la Ministra #Roccella - che il potere lo esercita - è semplicemente stata contestata da un gruppo di cittadini.

  21. Differenza tra #censura e #contestazione

    - La censura è un controllo (in genere preventivo) esercitato da un Potere ai danni di un cittadino;
    - La contestazione è una manifestazione di dissenso di un cittadino nei confronti di chi il potere lo esercita.

    Per fare un esempio, si può ritenere che #Saviano e #Scurati - due cittadini - siano stati censurati dal potere; mentre la Ministra #Roccella - che il potere lo esercita - è semplicemente stata contestata da un gruppo di cittadini.

  22. Oh li mortacci... me anno fischiato ancora la #Roccella. Mo quella me telefona co sta vocina pe scassarme la fregna che la censurano

    Dimmi te se una può sta in un governo de fasci e nun capì che la censura la famo noi che comandamo, no ste pezzenti de femministe!

    E provava pure a dialogà co sta gente che la fischiava. Ma come se fà... je avemo pure dato er salvavita beghelli che se schiacci e te se manna i paracadutisti de la celere. Ma le basi proprio! Daje sù!

    open.online/2024/05/09/ministr

  23. Ma la #Meloni che è tanto rapida a fare il piagnisteo per quattro fischi alla #Roccella, è la stessa che da settimane non trova cinque minuti per commentare i crimini della #Santanché o di #Sgarbi.
    O, da ieri, quelli di #Toti?

  24. #Roccella ce ricorda che i marmocchi se fanno co n'omo e na femmina che vivono assieme... si insomma... co na coppia etero che va ad azzuppà r biscotto

    Scusame Roccé... ma... per favore... te prego... nun parlà più de sesso che poi la frase arriva ai tg e m'ammosci il #Giambruno che la deve legge

    Sò presidento e ciò le mie esigenze 😠

    fanpage.it/politica/la-ministr

  25. 2000 interviste, senza contraddittorio, per dire autentiche STRONZATE.
    Poi, la prima volta che c'è un pubblico, e viene contestata, piagnucola.
    #Roccella, di fare il ministro non te lo ha ordinato il medico: se non ti piacciono i #vaffanculo, dimettiti.
    Ce ne faremo una ragione.

  26. Sto iniziando a pensare che in realtà eravamo distratti e ci siamo persi il "Facce ride!" di Pippo Franco.

    #Mollicone #rampelli #sgarbi #roccella

  27. Sto iniziando a pensare che in realtà eravamo distratti e ci siamo persi il "Facce ride!" di Pippo Franco.

    #Mollicone #rampelli #sgarbi #roccella

  28. Una che è stata condannata in via definitiva per l’uso improprio dei fondi dei gruppi consiliari del Piemonte ed è stata a Predappio a celebrare Mussolini oggi urla “vergogna” per la contestazione al #salonedellibro alla ministra #Roccella.

    Ok.

    #Montaruli