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#alfredofacchini — Public Fediverse posts

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  1. DOTTORE, POSSO MORIRE?

    Ieri mi ha attraversato un senso di impotenza che non provavo da tempo. Ho guardato quello che faccio ogni giorno: leggere, verificare, scrivere, pubblicare, cercare, a modo mio, di incrinare il muro del silenzio sul genocidio di Gaza. E mi sono chiesto: a che serve? Sono una goccia nel mare.

    Una voce quasi impercettibile dentro un frastuono assordante di propaganda e indifferenza. È una domanda che ti scava dentro. Perché mentre tu scrivi, là si continua a morire. E allora il dubbio diventa feroce: che senso ha continuare?

    Poi è arrivata la notte. Stamattina, però, mi sono svegliato con una risposta diversa. Non più sconforto. Rabbia. Una rabbia lucida. Mi è tornata sotto gli occhi un’intervista di Francesca Mannocchi che pubblicai il 2 luglio dell’anno scorso al chirurgo britannico Goher Rahbour, appena rientrato da un mese trascorso nell’ospedale Nasser di Khan Younis. Un uomo che ha visto con i propri occhi il cratere dell’inferno e ha scelto di raccontarlo. Agghiacciante.

    Allora mi sono detto: falla finita con la rassegnazione. Sarai pure una goccia, ma continua a cadere. È il minimo che puoi fare. Perché non riuscirai a spostare di un millimetro l’ordine delle cose, ma puoi sempre decidere da che parte stare fino in fondo.

    Ricordatevi una frase su tutte: «Un ragazzo di 15 anni, paraplegico, mi ha chiesto: “Dottore, posso morire, per favore?”»

    Alfredo Facchini

    Vorrei che ci descrivesse cosa ha visto dentro e fuori l’ospedale Nasser?

    «Partiamo da fuori. Macerie, distruzione. È vero che vediamo queste cose in diretta da venti mesi, ma quando le vedi da vicino realizzi cosa significhi davvero il termine “apocalittico”. Per me sono le persone, adulti e bambini, che camminano pelle e ossa, scalzi in mezzo alle macerie. La fame che cammina tra le rovine.»

    Ci può raccontare la vita ordinaria dell’ospedale Nasser?

    «Nell’ospedale manca tutto. Quindi il tuo quotidiano, come medico, è fronteggiare le mancanze più semplici: soluzioni antisettiche per lavarsi, antibiotici, mancano le garze in sala operatoria, quelle per l’addome, per i pazienti che sanguinano molto. Non ci sono. Aspiratori, farmaci anestetici: non ci sono. Il quotidiano diventa cominciare a usare anestetici scaduti, così capita che pensi che il tuo paziente stia dormendo mentre lo operi, e invece, durante l’intervento, comincia a muoversi.»

    In quali reparti dell’ospedale Nasser ha lavorato?

    «Nel reparto oncologico e nella nutrizione. Avevo pazienti con tumori in stadi avanzati che non hanno avuto trattamenti per mesi. Manca la chemioterapia. Sono tumori che progrediscono rapidamente, con metastasi al fegato, ai polmoni, alle ossa. Su pazienti che non puoi operare, quando devi decidere se operare o meno, hai bisogno di una risonanza magnetica, ma non ce n’è più una in tutta Gaza. Ho incontrato l’unico oncologo rimasto a Gaza, il dottor Zaki. E, sai, quando incontri qualcuno per la prima volta, gli chiedi: “Come va?” E lui diceva soltanto: “Molto male. Molto, molto male.” Una risposta che era già scritta sul suo volto. Immagina ricevere ogni giorno, da venti mesi, pazienti oncologici che arrivano in ospedale chiedendo la chemioterapia, e tu per venti mesi devi rispondere: “Mi dispiace, non ho farmaci. Non ho medicine. Non posso aiutarti.” L’altra questione è la nutrizione. Gli abitanti di Gaza non hanno frutta, verdura, carne, pesce da almeno quattro mesi, da quando è finita la tregua. All’interno dell’ospedale, per gli adulti non c’è nutrizione. In Italia o nel Regno Unito, ai pazienti viene somministrata nutrizione per via endovenosa o tramite sondino nasogastrico. Ma per gli adulti, lì non c’è niente di tutto questo. Non possiamo nutrirli. Ma la parte più tragica riguarda i bambini, che arrivano con livelli alti di malnutrizione secondo i parametri dell’Oms. E siccome manca tutto, potevamo alimentare solo i pazienti tra i sei mesi e i cinque anni d’età.»

    Che cosa succede se arriva un bambino di sei o sette anni?

    «Siamo a dire che per le linee guida possiamo usare la formula per nutrire solo i pazienti tra i sei mesi e i cinque anni. E che gli altri bambini dovevano tornare a casa. E mentre li guardi e glielo dici, sai che potrebbero morire. Il pediatra dell’ospedale Nasser, quando ne abbiamo parlato, era distrutto. Ha perso sua moglie e tre dei suoi figli. E non poteva aiutare i suoi pazienti. Un trauma costante, quotidiano. Parliamo dei numeri e dei dati che arrivano da Gaza. Per alcuni non credibili, perché forniti dal Ministero della Salute di Gaza.»

    Ha percepito la presenza di Hamas nella struttura ospedaliera?

    «Nel mio lavoro quotidiano al Nasser, in un mese intero, non ho mai visto né una persona in tenuta da combattimento, né un’arma, né nessuno riconducibile ad Hamas. I pazienti sono solo pazienti. Nessuno è arrivato armato, nessuno da cui potessi pensare che facesse parte di un gruppo armato.»

    Come sono cambiate le cose al Nasser dopo l’istituzione della Ghf? (Gaza Humanitarian Foundation è un'organizzazione americana, con sede nel Delaware. Assassini)

    «È stato un completo disastro. Nel primo caso sono arrivate in ospedale 200 persone ferite e 30 cadaveri, compresi bambini. Una scena orribile. Persone affamate, in fila per ore per ricevere gli aiuti, uccise mentre aspettavano un po’ di cibo. Abbiamo operato, estratto i proiettili. Il giorno dopo ho rivisto i pazienti. Ho fatto loro delle domande, proprio come fai tu ora a me: “Dove eri? Cosa stavi facendo?” E i pazienti dicevano: “Eravamo al punto di distribuzione alimentare.” “Chi ha sparato?” “Gli israeliani, l’Idf.” “Sei sicuro?” “Sì, sono scesi dai carri armati e poi hanno aperto il fuoco sulla gente che aspettava da mangiare.” “E tu che cosa hai fatto dopo?” “Ci siamo stesi a terra per un’ora e mezza. Uno dei miei amici è morto davanti a me. Poi piano piano siamo riusciti ad andarcene.” I pazienti che arrivavano dal centro di distribuzione avevano tutti i tipi di ferite: colpi alla testa, al torace, all’addome. E poi, altri eventi con vittime di massa, o quotidiani, a causa delle bombe. E quelle uccidono tutti. Bambini che stavano solo cercando di giocare o qualcosa: vengono uccisi comunque.»

    Operando, ha avuto l’impressione che fossero stati presi di mira intenzionalmente?

    «Alcuni giorni al pronto soccorso vedevamo solo colpi alla testa. Noi medici stranieri ci chiedevamo: “Oggi è il giorno dei colpi alla testa? Com’è possibile?” Il giorno dopo solo torace. Altri giorni certe parti del corpo: gambe, braccia. Poi cominci a capire: i quadricotteri, i droni, sono programmati per colpire zone specifiche del corpo. Abbiamo operato persone colpite quando erano già a terra. Vedi, il proiettile passa dalla spalla alla testa solo se sei sdraiato. Quel tipo di traiettoria può venire solo dall’alto. E poi casi orribili: una donna incinta di 24 settimane colpita da un proiettile che ha attraversato l’intestino e poi l’utero. Il feto è morto. È stato terrificante: vedere il feto, con mani e piedi che sporgevano fuori dall’utero, e questa giovane donna che ha dovuto subire un’isterectomia. Ora non potrà più avere figli. Ha uno stoma, il colon esterno. È solo orribile: psicologicamente, fisicamente, tutto.»

    Come ha fatto a convivere con questo livello di dolore?

    «Vedi gli effetti di quello che è, e vedi gli effetti di quello che sarà. Sai che se non entra il cibo, se non puoi nutrirti, un’infezione da cui potresti riprenderti con un po’ di antibiotico può diventare una polmonite, e poi muori per quello. Succede ogni giorno. Sono le morti indirette di questa guerra. Così tante persone sono già morte. Ma quando parti da una condizione di estrema debolezza, basta poco a condannarti, perché il tuo corpo non ce la fa. Anche se la guerra finisse oggi, la devastazione fisica e psicologica durerà tutta la vita. Ti faccio un esempio. Un ragazzo di 15 anni, in terapia intensiva ma cosciente. Le schegge gli hanno attraversato la spina dorsale. Ora è paraplegico. Non sente nulla sotto l’ombelico. Non può usare le gambe. Tutta la sua famiglia è stata uccisa. Un giorno mi ha guardato e mi ha detto: “Dottore, posso morire, per favore?” L’ingiustizia è questo: un ragazzo di 15 anni che dovrà usare la sedia a rotelle per tutta la vita, tra le macerie di Gaza, solo al mondo. Cos’è l’ingiustizia, per lui, per arrivare a dire: “Lasciatemi morire, perché so che soffrirò per tutta la vita”?»

    #Francescamannocchi #alfredoFacchini #GoherRahbour #ospedaleNasser_Khan Younis

    @news

  2. 2025, la testimonianza da Gaza del Dott. Goher Rabhour, ripresa da Alfredo Facchini
    (da fb)

    DOTTORE, POSSO MORIRE?

    Ieri mi ha attraversato un senso di impotenza che non provavo da tempo. Ho guardato quello che faccio ogni giorno: leggere, verificare, scrivere, pubblicare, cercare, a modo mio, di incrinare il muro del silenzio sul genocidio di Gaza. E mi sono chiesto: a che serve? Sono una goccia nel mare.

    Una voce quasi impercettibile dentro un frastuono assordante di propaganda e indifferenza. È una domanda che ti scava dentro. Perché mentre tu scrivi, là si continua a morire. E allora il dubbio diventa feroce: che senso ha continuare?

    Poi è arrivata la notte. Stamattina, però, mi sono svegliato con una risposta diversa. Non più sconforto. Rabbia. Una rabbia lucida. Mi è tornata sotto gli occhi un’intervista di Francesca Mannocchi che pubblicai il 2 luglio dell’anno scorso al chirurgo britannico Goher Rahbour, appena rientrato da un mese trascorso nell’ospedale Nasser di Khan Younis. Un uomo che ha visto con i propri occhi il cratere dell’inferno e ha scelto di raccontarlo. Agghiacciante.

    Allora mi sono detto: falla finita con la rassegnazione. Sarai pure una goccia, ma continua a cadere. È il minimo che puoi fare. Perché non riuscirai a spostare di un millimetro l’ordine delle cose, ma puoi sempre decidere da che parte stare fino in fondo.

    Ricordatevi una frase su tutte: «Un ragazzo di 15 anni, paraplegico, mi ha chiesto: “Dottore, posso morire, per favore?”»

    Alfredo Facchini

    Vorrei che ci descrivesse cosa ha visto dentro e fuori l’ospedale Nasser?

    «Partiamo da fuori. Macerie, distruzione. È vero che vediamo queste cose in diretta da venti mesi, ma quando le vedi da vicino realizzi cosa significhi davvero il termine “apocalittico”. Per me sono le persone, adulti e bambini, che camminano pelle e ossa, scalzi in mezzo alle macerie. La fame che cammina tra le rovine.»

    Ci può raccontare la vita ordinaria dell’ospedale Nasser?

    «Nell’ospedale manca tutto. Quindi il tuo quotidiano, come medico, è fronteggiare le mancanze più semplici: soluzioni antisettiche per lavarsi, antibiotici, mancano le garze in sala operatoria, quelle per l’addome, per i pazienti che sanguinano molto. Non ci sono. Aspiratori, farmaci anestetici: non ci sono. Il quotidiano diventa cominciare a usare anestetici scaduti, così capita che pensi che il tuo paziente stia dormendo mentre lo operi, e invece, durante l’intervento, comincia a muoversi.»

    In quali reparti dell’ospedale Nasser ha lavorato?

    «Nel reparto oncologico e nella nutrizione. Avevo pazienti con tumori in stadi avanzati che non hanno avuto trattamenti per mesi. Manca la chemioterapia. Sono tumori che progrediscono rapidamente, con metastasi al fegato, ai polmoni, alle ossa. Su pazienti che non puoi operare, quando devi decidere se operare o meno, hai bisogno di una risonanza magnetica, ma non ce n’è più una in tutta Gaza. Ho incontrato l’unico oncologo rimasto a Gaza, il dottor Zaki. E, sai, quando incontri qualcuno per la prima volta, gli chiedi: “Come va?” E lui diceva soltanto: “Molto male. Molto, molto male.” Una risposta che era già scritta sul suo volto. Immagina ricevere ogni giorno, da venti mesi, pazienti oncologici che arrivano in ospedale chiedendo la chemioterapia, e tu per venti mesi devi rispondere: “Mi dispiace, non ho farmaci. Non ho medicine. Non posso aiutarti.” L’altra questione è la nutrizione. Gli abitanti di Gaza non hanno frutta, verdura, carne, pesce da almeno quattro mesi, da quando è finita la tregua. All’interno dell’ospedale, per gli adulti non c’è nutrizione. In Italia o nel Regno Unito, ai pazienti viene somministrata nutrizione per via endovenosa o tramite sondino nasogastrico. Ma per gli adulti, lì non c’è niente di tutto questo. Non possiamo nutrirli. Ma la parte più tragica riguarda i bambini, che arrivano con livelli alti di malnutrizione secondo i parametri dell’Oms. E siccome manca tutto, potevamo alimentare solo i pazienti tra i sei mesi e i cinque anni d’età.»

    Che cosa succede se arriva un bambino di sei o sette anni?

    «Siamo a dire che per le linee guida possiamo usare la formula per nutrire solo i pazienti tra i sei mesi e i cinque anni. E che gli altri bambini dovevano tornare a casa. E mentre li guardi e glielo dici, sai che potrebbero morire. Il pediatra dell’ospedale Nasser, quando ne abbiamo parlato, era distrutto. Ha perso sua moglie e tre dei suoi figli. E non poteva aiutare i suoi pazienti. Un trauma costante, quotidiano. Parliamo dei numeri e dei dati che arrivano da Gaza. Per alcuni non credibili, perché forniti dal Ministero della Salute di Gaza.»

    Ha percepito la presenza di Hamas nella struttura ospedaliera?

    «Nel mio lavoro quotidiano al Nasser, in un mese intero, non ho mai visto né una persona in tenuta da combattimento, né un’arma, né nessuno riconducibile ad Hamas. I pazienti sono solo pazienti. Nessuno è arrivato armato, nessuno da cui potessi pensare che facesse parte di un gruppo armato.»

    Come sono cambiate le cose al Nasser dopo l’istituzione della Ghf? (Gaza Humanitarian Foundation è un'organizzazione americana, con sede nel Delaware. Assassini)

    «È stato un completo disastro. Nel primo caso sono arrivate in ospedale 200 persone ferite e 30 cadaveri, compresi bambini. Una scena orribile. Persone affamate, in fila per ore per ricevere gli aiuti, uccise mentre aspettavano un po’ di cibo. Abbiamo operato, estratto i proiettili. Il giorno dopo ho rivisto i pazienti. Ho fatto loro delle domande, proprio come fai tu ora a me: “Dove eri? Cosa stavi facendo?” E i pazienti dicevano: “Eravamo al punto di distribuzione alimentare.” “Chi ha sparato?” “Gli israeliani, l’Idf.” “Sei sicuro?” “Sì, sono scesi dai carri armati e poi hanno aperto il fuoco sulla gente che aspettava da mangiare.” “E tu che cosa hai fatto dopo?” “Ci siamo stesi a terra per un’ora e mezza. Uno dei miei amici è morto davanti a me. Poi piano piano siamo riusciti ad andarcene.” I pazienti che arrivavano dal centro di distribuzione avevano tutti i tipi di ferite: colpi alla testa, al torace, all’addome. E poi, altri eventi con vittime di massa, o quotidiani, a causa delle bombe. E quelle uccidono tutti. Bambini che stavano solo cercando di giocare o qualcosa: vengono uccisi comunque.»

    Operando, ha avuto l’impressione che fossero stati presi di mira intenzionalmente?

    «Alcuni giorni al pronto soccorso vedevamo solo colpi alla testa. Noi medici stranieri ci chiedevamo: “Oggi è il giorno dei colpi alla testa? Com’è possibile?” Il giorno dopo solo torace. Altri giorni certe parti del corpo: gambe, braccia. Poi cominci a capire: i quadricotteri, i droni, sono programmati per colpire zone specifiche del corpo. Abbiamo operato persone colpite quando erano già a terra. Vedi, il proiettile passa dalla spalla alla testa solo se sei sdraiato. Quel tipo di traiettoria può venire solo dall’alto. E poi casi orribili: una donna incinta di 24 settimane colpita da un proiettile che ha attraversato l’intestino e poi l’utero. Il feto è morto. È stato terrificante: vedere il feto, con mani e piedi che sporgevano fuori dall’utero, e questa giovane donna che ha dovuto subire un’isterectomia. Ora non potrà più avere figli. Ha uno stoma, il colon esterno. È solo orribile: psicologicamente, fisicamente, tutto.»

    Come ha fatto a convivere con questo livello di dolore?

    «Vedi gli effetti di quello che è, e vedi gli effetti di quello che sarà. Sai che se non entra il cibo, se non puoi nutrirti, un’infezione da cui potresti riprenderti con un po’ di antibiotico può diventare una polmonite, e poi muori per quello. Succede ogni giorno. Sono le morti indirette di questa guerra. Così tante persone sono già morte. Ma quando parti da una condizione di estrema debolezza, basta poco a condannarti, perché il tuo corpo non ce la fa. Anche se la guerra finisse oggi, la devastazione fisica e psicologica durerà tutta la vita. Ti faccio un esempio. Un ragazzo di 15 anni, in terapia intensiva ma cosciente. Le schegge gli hanno attraversato la spina dorsale. Ora è paraplegico. Non sente nulla sotto l’ombelico. Non può usare le gambe. Tutta la sua famiglia è stata uccisa. Un giorno mi ha guardato e mi ha detto: “Dottore, posso morire, per favore?” L’ingiustizia è questo: un ragazzo di 15 anni che dovrà usare la sedia a rotelle per tutta la vita, tra le macerie di Gaza, solo al mondo. Cos’è l’ingiustizia, per lui, per arrivare a dire: “Lasciatemi morire, perché so che soffrirò per tutta la vita”?»

    #Gaza #genocidio #goherrabhour #testimonianza #Palestina #israhell #alfredofacchini

  3. Da Alfredo Facchini

    Scrollando Facebook stamattina mi sono imbattuto in questa locandina. “Ebraica”. Erro De Luca e Sambuca Molinari insieme appassionatamente. Quelli del «il sionismo ha fatto anche cose buone».

    Allora, senza sprecare una riga di più, ho tirato fuori dal cassetto questo articolo di un anno fa. Tanto non è cambiato niente …

    TUTTI COLPEVOLI

    C’è un vizio comodo, tutto occidentale, soprattutto di un certo progressismo sionista, nel dipingere Benjamin Netanyahu come l’eccezione. L’estremista. Il falco. Il mostro che ha infangato l’onore di Israele.

    Ma questa è una menzogna storica. Netanyahu è solo l’ultimo anello di una catena. Una comoda autoassoluzione per chi vuole difendere l’indifendibile, salvare l’immagine “progressista” di uno Stato nato - e cresciuto - sul disastro altrui.

    La verità è che la Nakba del 1948 l’ha orchestrata David Ben Gurion, il padre fondatore dello Stato di Israele.
    David Ben Gurion leader del sionismo socialista, fondatore del partito Mapai.

    Fu lui a dirigere l’espulsione sistematica di 750.000 palestinesi. Fu il suo governo provvisorio a distruggere oltre 400 villaggi, a varare le leggi che vietavano il ritorno dei rifugiati, a confiscare ogni bene lasciato indietro da chi scappava dalle bombe, dalle milizie, dai massacri.
    La Haganah, l’Irgun, il Lehi - i semi dello Stato ebraico - agivano sotto il suo sguardo vigile. E le fosse comuni di Deir Yassin, Lydda, Tantura sono macchie indelebili.

    Memorizziamo. La Nakba non fu un incidente: fu un progetto. Tra il 1947 e il 1949, sotto le bombe e i bulldozer del nascente Stato di Israele, 750.000 palestinesi vennero cacciati o costretti a fuggire. 15.000 palestinesi furono uccisi, spesso a freddo, nei villaggi massacrati e poi cancellati dalle mappe.

    Quindicimila morti. L’equivalente di quindici 7 ottobre.

    Non è stato Netanyahu a scrivere la frase “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. L’ha detta Ben Gurion.

    La colonizzazione della Palestina è il DNA costitutivo di Israele. Non è la deriva “illiberale” degli ultimi governi. È l’architettura originaria, disegnata da una sinistra sionista che, tra un proclama umanitario e l’altro, inghiottiva la terra degli altri un villaggio alla volta.

    Netanyahu è un criminale sociopatico, sì. Ma non è un’anomalia. È continuità. È coerenza. È l’effetto prevedibile di un progetto politico fondato sull’espulsione, sulla cancellazione dell’altro, sull’apartheid.

    Il vero mito da distruggere è quello dell’Israele buono che c’era “prima”. Quello che si difendeva, che cercava la pace, che solo oggi si sarebbe perso.

    Quel mito è una coperta corta. E sporca.

    Non c’è pace possibile senza verità. E la verità è che la violenza coloniale non inizia con Netanyahu. Inizia con la fondazione dello Stato stesso. Netanyahu non è la malattia: è il sintomo. Il corpo è malato da molto prima. Da sempre.

    #AlfredoFacchini
    #nakba #bengurion #sionismo #israelegenocidio #netanyahu

    @politica

  4. Da Alfredo Facchini

    Scrollando Facebook stamattina mi sono imbattuto in questa locandina. “Ebraica”. Erro De Luca e Sambuca Molinari insieme appassionatamente. Quelli del «il sionismo ha fatto anche cose buone».

    Allora, senza sprecare una riga di più, ho tirato fuori dal cassetto questo articolo di un anno fa. Tanto non è cambiato niente …

    TUTTI COLPEVOLI

    C’è un vizio comodo, tutto occidentale, soprattutto di un certo progressismo sionista, nel dipingere Benjamin Netanyahu come l’eccezione. L’estremista. Il falco. Il mostro che ha infangato l’onore di Israele.

    Ma questa è una menzogna storica. Netanyahu è solo l’ultimo anello di una catena. Una comoda autoassoluzione per chi vuole difendere l’indifendibile, salvare l’immagine “progressista” di uno Stato nato - e cresciuto - sul disastro altrui.

    La verità è che la Nakba del 1948 l’ha orchestrata David Ben Gurion, il padre fondatore dello Stato di Israele.
    David Ben Gurion leader del sionismo socialista, fondatore del partito Mapai.

    Fu lui a dirigere l’espulsione sistematica di 750.000 palestinesi. Fu il suo governo provvisorio a distruggere oltre 400 villaggi, a varare le leggi che vietavano il ritorno dei rifugiati, a confiscare ogni bene lasciato indietro da chi scappava dalle bombe, dalle milizie, dai massacri.
    La Haganah, l’Irgun, il Lehi - i semi dello Stato ebraico - agivano sotto il suo sguardo vigile. E le fosse comuni di Deir Yassin, Lydda, Tantura sono macchie indelebili.

    Memorizziamo. La Nakba non fu un incidente: fu un progetto. Tra il 1947 e il 1949, sotto le bombe e i bulldozer del nascente Stato di Israele, 750.000 palestinesi vennero cacciati o costretti a fuggire. 15.000 palestinesi furono uccisi, spesso a freddo, nei villaggi massacrati e poi cancellati dalle mappe.

    Quindicimila morti. L’equivalente di quindici 7 ottobre.

    Non è stato Netanyahu a scrivere la frase “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. L’ha detta Ben Gurion.

    La colonizzazione della Palestina è il DNA costitutivo di Israele. Non è la deriva “illiberale” degli ultimi governi. È l’architettura originaria, disegnata da una sinistra sionista che, tra un proclama umanitario e l’altro, inghiottiva la terra degli altri un villaggio alla volta.

    Netanyahu è un criminale sociopatico, sì. Ma non è un’anomalia. È continuità. È coerenza. È l’effetto prevedibile di un progetto politico fondato sull’espulsione, sulla cancellazione dell’altro, sull’apartheid.

    Il vero mito da distruggere è quello dell’Israele buono che c’era “prima”. Quello che si difendeva, che cercava la pace, che solo oggi si sarebbe perso.

    Quel mito è una coperta corta. E sporca.

    Non c’è pace possibile senza verità. E la verità è che la violenza coloniale non inizia con Netanyahu. Inizia con la fondazione dello Stato stesso. Netanyahu non è la malattia: è il sintomo. Il corpo è malato da molto prima. Da sempre.

    #AlfredoFacchini
    #nakba #bengurion #sionismo #israelegenocidio #netanyahu

    @politica

  5. Da Alfredo Facchini

    Scrollando Facebook stamattina mi sono imbattuto in questa locandina. “Ebraica”. Erro De Luca e Sambuca Molinari insieme appassionatamente. Quelli del «il sionismo ha fatto anche cose buone».

    Allora, senza sprecare una riga di più, ho tirato fuori dal cassetto questo articolo di un anno fa. Tanto non è cambiato niente …

    TUTTI COLPEVOLI

    C’è un vizio comodo, tutto occidentale, soprattutto di un certo progressismo sionista, nel dipingere Benjamin Netanyahu come l’eccezione. L’estremista. Il falco. Il mostro che ha infangato l’onore di Israele.

    Ma questa è una menzogna storica. Netanyahu è solo l’ultimo anello di una catena. Una comoda autoassoluzione per chi vuole difendere l’indifendibile, salvare l’immagine “progressista” di uno Stato nato - e cresciuto - sul disastro altrui.

    La verità è che la Nakba del 1948 l’ha orchestrata David Ben Gurion, il padre fondatore dello Stato di Israele.
    David Ben Gurion leader del sionismo socialista, fondatore del partito Mapai.

    Fu lui a dirigere l’espulsione sistematica di 750.000 palestinesi. Fu il suo governo provvisorio a distruggere oltre 400 villaggi, a varare le leggi che vietavano il ritorno dei rifugiati, a confiscare ogni bene lasciato indietro da chi scappava dalle bombe, dalle milizie, dai massacri.
    La Haganah, l’Irgun, il Lehi - i semi dello Stato ebraico - agivano sotto il suo sguardo vigile. E le fosse comuni di Deir Yassin, Lydda, Tantura sono macchie indelebili.

    Memorizziamo. La Nakba non fu un incidente: fu un progetto. Tra il 1947 e il 1949, sotto le bombe e i bulldozer del nascente Stato di Israele, 750.000 palestinesi vennero cacciati o costretti a fuggire. 15.000 palestinesi furono uccisi, spesso a freddo, nei villaggi massacrati e poi cancellati dalle mappe.

    Quindicimila morti. L’equivalente di quindici 7 ottobre.

    Non è stato Netanyahu a scrivere la frase “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. L’ha detta Ben Gurion.

    La colonizzazione della Palestina è il DNA costitutivo di Israele. Non è la deriva “illiberale” degli ultimi governi. È l’architettura originaria, disegnata da una sinistra sionista che, tra un proclama umanitario e l’altro, inghiottiva la terra degli altri un villaggio alla volta.

    Netanyahu è un criminale sociopatico, sì. Ma non è un’anomalia. È continuità. È coerenza. È l’effetto prevedibile di un progetto politico fondato sull’espulsione, sulla cancellazione dell’altro, sull’apartheid.

    Il vero mito da distruggere è quello dell’Israele buono che c’era “prima”. Quello che si difendeva, che cercava la pace, che solo oggi si sarebbe perso.

    Quel mito è una coperta corta. E sporca.

    Non c’è pace possibile senza verità. E la verità è che la violenza coloniale non inizia con Netanyahu. Inizia con la fondazione dello Stato stesso. Netanyahu non è la malattia: è il sintomo. Il corpo è malato da molto prima. Da sempre.

    #AlfredoFacchini
    #nakba #bengurion #sionismo #israelegenocidio #netanyahu

    @politica

  6. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  7. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  8. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  9. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  10. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  11. Alfredo Facchini

    L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

    Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.

    Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.

    Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.

    Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
    Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.

    Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.

    Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
    Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.

    A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.

    È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.

    Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.

    Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.

    Mariella, sorella di Luigi, dice:
    «La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»

    Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.

    Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
    Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)

    Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?

    Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.

    Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.

    Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.

    #AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
    #AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista

    #28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
    @politica
    @zapruder

  12. Alfredo Facchini

    L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

    Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.

    Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.

    Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.

    Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
    Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.

    Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.

    Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
    Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.

    A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.

    È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.

    Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.

    Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.

    Mariella, sorella di Luigi, dice:
    «La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»

    Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.

    Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
    Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)

    Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?

    Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.

    Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.

    Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.

    #AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
    #AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista

    #28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
    @politica
    @zapruder

  13. Alfredo Facchini

    L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

    Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.

    Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.

    Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.

    Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
    Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.

    Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.

    Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
    Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.

    A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.

    È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.

    Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.

    Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.

    Mariella, sorella di Luigi, dice:
    «La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»

    Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.

    Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
    Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)

    Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?

    Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.

    Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.

    Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.

    #AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
    #AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista

    #28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
    @politica
    @zapruder

  14. UNA FOTOGRAFIA
    #AlfredoFacchini

    Stamattina volevo scrivere quattro righe sull’ultimo editoriale del prode Travaglio, che se la prende con chi avrebbe bullizzato Erri De Luca e Francesco De Gregori. Volevo entrare nell’ennesima disputa della repubblica delle opinioni, dove ogni parola pesa una tonnellata e ogni tragedia dura il tempo di un ciclo di notizie.

    Poi, scrollando, è comparsa questa bambina. E mi sono vergognato. Tutto si è ristretto.

    Non conosco il suo nome. Non so quanti anni avesse. So soltanto che era viva. E che quattro giorni fa è stata uccisa dagli israeliani a Gaza. Tutto qui.

    A quel punto tutto il resto diventa piccolo. Terribilmente piccolo. Non irrilevante. Piccolo. Perché esiste una sproporzione morale. Da una parte il dibattito infinito dell’opinione pubblica occidentale. Dall’altra una bambina stesa a terra e un padre che urla.

    Ogni tanto una fotografia arriva per ricordarcelo. Una bambina che guarda. Con le mollette tra i capelli, il viso ancora pieno dell’infanzia. E accanto, in basso, un padre distrutto che piange sul suo corpo.

    Vi risparmio una tirata sul diverso valore attribuito alle vite a seconda delle latitudini. Vi chiedo soltanto una cosa. Guardate questa fotografia.

    Guardatela davvero.

    Alfredo Facchini

    #gazagenocide
    @politica

  15. UNA FOTOGRAFIA
    #AlfredoFacchini

    Stamattina volevo scrivere quattro righe sull’ultimo editoriale del prode Travaglio, che se la prende con chi avrebbe bullizzato Erri De Luca e Francesco De Gregori. Volevo entrare nell’ennesima disputa della repubblica delle opinioni, dove ogni parola pesa una tonnellata e ogni tragedia dura il tempo di un ciclo di notizie.

    Poi, scrollando, è comparsa questa bambina. E mi sono vergognato. Tutto si è ristretto.

    Non conosco il suo nome. Non so quanti anni avesse. So soltanto che era viva. E che quattro giorni fa è stata uccisa dagli israeliani a Gaza. Tutto qui.

    A quel punto tutto il resto diventa piccolo. Terribilmente piccolo. Non irrilevante. Piccolo. Perché esiste una sproporzione morale. Da una parte il dibattito infinito dell’opinione pubblica occidentale. Dall’altra una bambina stesa a terra e un padre che urla.

    Ogni tanto una fotografia arriva per ricordarcelo. Una bambina che guarda. Con le mollette tra i capelli, il viso ancora pieno dell’infanzia. E accanto, in basso, un padre distrutto che piange sul suo corpo.

    Vi risparmio una tirata sul diverso valore attribuito alle vite a seconda delle latitudini. Vi chiedo soltanto una cosa. Guardate questa fotografia.

    Guardatela davvero.

    Alfredo Facchini

    #gazagenocide
    @politica

  16. UNA FOTOGRAFIA
    #AlfredoFacchini

    Stamattina volevo scrivere quattro righe sull’ultimo editoriale del prode Travaglio, che se la prende con chi avrebbe bullizzato Erri De Luca e Francesco De Gregori. Volevo entrare nell’ennesima disputa della repubblica delle opinioni, dove ogni parola pesa una tonnellata e ogni tragedia dura il tempo di un ciclo di notizie.

    Poi, scrollando, è comparsa questa bambina. E mi sono vergognato. Tutto si è ristretto.

    Non conosco il suo nome. Non so quanti anni avesse. So soltanto che era viva. E che quattro giorni fa è stata uccisa dagli israeliani a Gaza. Tutto qui.

    A quel punto tutto il resto diventa piccolo. Terribilmente piccolo. Non irrilevante. Piccolo. Perché esiste una sproporzione morale. Da una parte il dibattito infinito dell’opinione pubblica occidentale. Dall’altra una bambina stesa a terra e un padre che urla.

    Ogni tanto una fotografia arriva per ricordarcelo. Una bambina che guarda. Con le mollette tra i capelli, il viso ancora pieno dell’infanzia. E accanto, in basso, un padre distrutto che piange sul suo corpo.

    Vi risparmio una tirata sul diverso valore attribuito alle vite a seconda delle latitudini. Vi chiedo soltanto una cosa. Guardate questa fotografia.

    Guardatela davvero.

    Alfredo Facchini

    #gazagenocide
    @politica

  17. UNA FOTOGRAFIA
    #AlfredoFacchini

    Stamattina volevo scrivere quattro righe sull’ultimo editoriale del prode Travaglio, che se la prende con chi avrebbe bullizzato Erri De Luca e Francesco De Gregori. Volevo entrare nell’ennesima disputa della repubblica delle opinioni, dove ogni parola pesa una tonnellata e ogni tragedia dura il tempo di un ciclo di notizie.

    Poi, scrollando, è comparsa questa bambina. E mi sono vergognato. Tutto si è ristretto.

    Non conosco il suo nome. Non so quanti anni avesse. So soltanto che era viva. E che quattro giorni fa è stata uccisa dagli israeliani a Gaza. Tutto qui.

    A quel punto tutto il resto diventa piccolo. Terribilmente piccolo. Non irrilevante. Piccolo. Perché esiste una sproporzione morale. Da una parte il dibattito infinito dell’opinione pubblica occidentale. Dall’altra una bambina stesa a terra e un padre che urla.

    Ogni tanto una fotografia arriva per ricordarcelo. Una bambina che guarda. Con le mollette tra i capelli, il viso ancora pieno dell’infanzia. E accanto, in basso, un padre distrutto che piange sul suo corpo.

    Vi risparmio una tirata sul diverso valore attribuito alle vite a seconda delle latitudini. Vi chiedo soltanto una cosa. Guardate questa fotografia.

    Guardatela davvero.

    Alfredo Facchini

    #gazagenocide
    @politica

  18. da Alfredo Facchini

    ERRO DE LUCA

    Erri De Luca: <<Sono sionista, molti non sanno di esserlo. A Gaza nessun genocidio, IDF spostava i civili>>.

    Dov’è lo scandalo? Niente di nuovo sotto il sole. Erri De Luca la pensa così da una vita. Nessuna conversione improvvisa. Il punto è un altro: fa rumore perché viene da Lotta Continua? Fa effetto vedere certe posizioni se nello sfondo ci appiccichi le diapositive di un'altra epoca: i cortei che riempivano le strade, i caschi allacciati sotto il mento, i pugni chiusi levati contro il cielo. E poi la geopolitica di allora, romantica e feroce: l’Olp, Yasser Arafat con la sua kefiah, i fedayn.

    Ma il punto vero è un altro: dirsi ancora oggi sionisti, dopo Gaza ridotta a un cimitero di cemento, dopo un’occupazione lunga una vita, vuol dire stare dentro un’idea sfacciatamente precisa del mondo: quella in cui la sicurezza di un popolo viene costruita sulla prigionia di un altro.

    Il sionismo nasceva nei caffè freddi dell’Europa di fine Ottocento, fra uomini abituati a vivere con la valigia pronta e l’umiliazione cucita addosso. Volevano smettere di essere stranieri ovunque.

    Poi entra in scena la Storia. O meglio: l’Impero britannico. La Dichiarazione Balfour. Il mandato sulla Palestina. La geometria sporca del colonialismo europeo. E lì il sogno cambia pelle.

    Perché quella terra non era vuota. Respirava già. Aveva mercati, ulivi, bambini che correvano nella polvere e vecchi seduti davanti alle porte. Un altro popolo ci viveva da secoli.

    Così il sionismo, finì per assomigliare a tutte le imprese coloniali del Novecento. Gente arrivata da fuori che costruisce uno Stato pezzo dopo pezzo, muro dopo muro, mentre chi stava lì viene cacciato, cancellato dalle mappe. Uno Stato tirato su come un cantiere infinito. Case nuove, strade nuove, posti di blocco, soldati, morti, carceri, torture.

    Non ci sono sfumature o terze vie nel grande romanzo nero della realtà. Alla fine restano sempre due figure: chi tiene il fucile e chi vive con il mirino puntato addosso. Si direbbe, <<Un aggredito e un aggressore>>.

    Erri la Storia la conosce, eccome se la conosce. Non può fare finta di niente. E vederli adesso, tutti questi 'ex qualcosa' con la memoria corta non ti fa nemmeno incazzare. Questa mancanza di fosforo morale, più che altro immalinconisce.

    #AlfredoFacchini
    #errideluca #sionismo #gazagenocide

    @politica

  19. da Alfredo Facchini

    ERRO DE LUCA

    Erri De Luca: <<Sono sionista, molti non sanno di esserlo. A Gaza nessun genocidio, IDF spostava i civili>>.

    Dov’è lo scandalo? Niente di nuovo sotto il sole. Erri De Luca la pensa così da una vita. Nessuna conversione improvvisa. Il punto è un altro: fa rumore perché viene da Lotta Continua? Fa effetto vedere certe posizioni se nello sfondo ci appiccichi le diapositive di un'altra epoca: i cortei che riempivano le strade, i caschi allacciati sotto il mento, i pugni chiusi levati contro il cielo. E poi la geopolitica di allora, romantica e feroce: l’Olp, Yasser Arafat con la sua kefiah, i fedayn.

    Ma il punto vero è un altro: dirsi ancora oggi sionisti, dopo Gaza ridotta a un cimitero di cemento, dopo un’occupazione lunga una vita, vuol dire stare dentro un’idea sfacciatamente precisa del mondo: quella in cui la sicurezza di un popolo viene costruita sulla prigionia di un altro.

    Il sionismo nasceva nei caffè freddi dell’Europa di fine Ottocento, fra uomini abituati a vivere con la valigia pronta e l’umiliazione cucita addosso. Volevano smettere di essere stranieri ovunque.

    Poi entra in scena la Storia. O meglio: l’Impero britannico. La Dichiarazione Balfour. Il mandato sulla Palestina. La geometria sporca del colonialismo europeo. E lì il sogno cambia pelle.

    Perché quella terra non era vuota. Respirava già. Aveva mercati, ulivi, bambini che correvano nella polvere e vecchi seduti davanti alle porte. Un altro popolo ci viveva da secoli.

    Così il sionismo, finì per assomigliare a tutte le imprese coloniali del Novecento. Gente arrivata da fuori che costruisce uno Stato pezzo dopo pezzo, muro dopo muro, mentre chi stava lì viene cacciato, cancellato dalle mappe. Uno Stato tirato su come un cantiere infinito. Case nuove, strade nuove, posti di blocco, soldati, morti, carceri, torture.

    Non ci sono sfumature o terze vie nel grande romanzo nero della realtà. Alla fine restano sempre due figure: chi tiene il fucile e chi vive con il mirino puntato addosso. Si direbbe, <<Un aggredito e un aggressore>>.

    Erri la Storia la conosce, eccome se la conosce. Non può fare finta di niente. E vederli adesso, tutti questi 'ex qualcosa' con la memoria corta non ti fa nemmeno incazzare. Questa mancanza di fosforo morale, più che altro immalinconisce.

    #AlfredoFacchini
    #errideluca #sionismo #gazagenocide

    @politica

  20. da Alfredo Facchini

    ERRO DE LUCA

    Erri De Luca: <<Sono sionista, molti non sanno di esserlo. A Gaza nessun genocidio, IDF spostava i civili>>.

    Dov’è lo scandalo? Niente di nuovo sotto il sole. Erri De Luca la pensa così da una vita. Nessuna conversione improvvisa. Il punto è un altro: fa rumore perché viene da Lotta Continua? Fa effetto vedere certe posizioni se nello sfondo ci appiccichi le diapositive di un'altra epoca: i cortei che riempivano le strade, i caschi allacciati sotto il mento, i pugni chiusi levati contro il cielo. E poi la geopolitica di allora, romantica e feroce: l’Olp, Yasser Arafat con la sua kefiah, i fedayn.

    Ma il punto vero è un altro: dirsi ancora oggi sionisti, dopo Gaza ridotta a un cimitero di cemento, dopo un’occupazione lunga una vita, vuol dire stare dentro un’idea sfacciatamente precisa del mondo: quella in cui la sicurezza di un popolo viene costruita sulla prigionia di un altro.

    Il sionismo nasceva nei caffè freddi dell’Europa di fine Ottocento, fra uomini abituati a vivere con la valigia pronta e l’umiliazione cucita addosso. Volevano smettere di essere stranieri ovunque.

    Poi entra in scena la Storia. O meglio: l’Impero britannico. La Dichiarazione Balfour. Il mandato sulla Palestina. La geometria sporca del colonialismo europeo. E lì il sogno cambia pelle.

    Perché quella terra non era vuota. Respirava già. Aveva mercati, ulivi, bambini che correvano nella polvere e vecchi seduti davanti alle porte. Un altro popolo ci viveva da secoli.

    Così il sionismo, finì per assomigliare a tutte le imprese coloniali del Novecento. Gente arrivata da fuori che costruisce uno Stato pezzo dopo pezzo, muro dopo muro, mentre chi stava lì viene cacciato, cancellato dalle mappe. Uno Stato tirato su come un cantiere infinito. Case nuove, strade nuove, posti di blocco, soldati, morti, carceri, torture.

    Non ci sono sfumature o terze vie nel grande romanzo nero della realtà. Alla fine restano sempre due figure: chi tiene il fucile e chi vive con il mirino puntato addosso. Si direbbe, <<Un aggredito e un aggressore>>.

    Erri la Storia la conosce, eccome se la conosce. Non può fare finta di niente. E vederli adesso, tutti questi 'ex qualcosa' con la memoria corta non ti fa nemmeno incazzare. Questa mancanza di fosforo morale, più che altro immalinconisce.

    #AlfredoFacchini
    #errideluca #sionismo #gazagenocide

    @politica

  21. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  22. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  23. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  24. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  25. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  26. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  27. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  28. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  29. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  30. #Alfredofacchini

    UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO

    10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.

    Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.

    Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.

    “Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)

    Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.

    Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.

    Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.

    Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.

    Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.

    Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.

    Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .

    “Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.

    La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.

    Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.

    “C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.

    Alfredo Facchini

    #PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948

    @mafiahistory
    @storiedistoria
    @zapruder

  31. #Alfredofacchini

    UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO

    10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.

    Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.

    Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.

    “Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)

    Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.

    Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.

    Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.

    Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.

    Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.

    Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.

    Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .

    “Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.

    La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.

    Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.

    “C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.

    Alfredo Facchini

    #PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948

    @mafiahistory
    @storiedistoria
    @zapruder

  32. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  33. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  34. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  35. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  36. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  37. Alfredo Facchini

    NO

    La disputa sulla giustizia, quella che i salotti televisivi riducono a duello tra paladini dello Stato di diritto e chi lo vorrebbe manomettere, nasconde una Storia più profonda, volutamente rimossa dalla narrazione dominante.

    Esiste una terza voce, che rifiuta di inginocchiarsi davanti al mito della toga neutrale: la voce di chi ha visto, generazione dopo generazione, la magistratura italiana non come baluardo imparziale, ma come uno degli ingranaggi più solidi dell’ordine costituito.

    Non è nato dal nulla, il potere giudiziario della Repubblica. Molti togati del dopoguerra portavano ancora sulle spalle i soprusi delle aule fasciste. Quella macchina non fu smontata, fu solo riavviata con lo stesso olio. E la cronaca lo dimostrò presto: nelle campagne dove i braccianti venivano falciati dal piombo delle forze dell’ordine, nelle piazze dove gli operai pagavano con il sangue le lotte per il pane e il lavoro. Nessuno pagò: processi eterni, accuse sgonfiate, assoluzioni in serie, inchieste archiviate senza un nome responsabile.

    Poi esplosero le bombe: Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus. La strategia della tensione insanguinò il Paese e una parte della magistratura inseguì con ostinazione le piste di sinistra, mentre le trame nere si dissolvevano nella nebbia. Giuseppe Pinelli volò giù da una finestra in questura; Pietro Valpreda divenne il mostro mediatico prima ancora di essere imputato. Anni dopo le sentenze avrebbero fatto giustizia delle accuse, ma le vite erano già state spezzate.

    Negli anni Settanta l’ondata repressiva travolse il dissenso. Il 1977 fu l’anno degli arresti di massa, delle carcerazioni preventive infinite. A Roma si parlava del “porto delle nebbie”, tribunale dove le inchieste scomode evaporavano. Giudici dichiaratamente fascisti garantivano impunità oscena. Chi invece indagava sul neofascismo, Occorsio, Amato, restava isolato, vulnerabile.

    Il 7 aprile 1979 Pietro Calogero lanciò il teorema della regia unica: Autonomia operaia e Brigate Rosse ridotte a un unico fronte armato. Le aule divennero tribunali politici, strumenti di resa dei conti.

    Questo è il curriculum che non si cancella con un colpo di spugna. Non deviazioni episodiche, ma una traiettoria costante perseguita da pezzi di magistratura al servizio dei soliti noti.

    Oggi la destra urla contro le toghe rosse, invocando il primato della politica. Una parte dell’opposizione le difende come ultimo baluardo della legalità. Ma chi porta impresse nella memoria quelle stagioni sa che lo Stato di diritto non è mai stato neutro. Ha colpito in basso con durezza sistematica e ha protetto in alto con discrezione chirurgica. È stato campo di battaglia, attraversato da rapporti di forza, continuità opache, reti massoniche, eredità nere mai estirpate.

    Si tratta di ricordare. Di restituire spessore storico a un dibattito che altrimenti si consuma nel chiasso dell’attualità, nelle parole d’ordine gridate a reti unificate.

    Io voterò No.

    Non per santificare l’ordine giudiziario esistente. Meno che mai per arruolarmi sotto la bandiera della magistratura. Scarcerate Hannoun!!!

    Voterò No come schiaffo a questo governo insopportabile di estrema destra. Non mi riconosco in nessun apparato giudiziario di questo Stato, segnato da continuità storiche mai recise con il ventennio fascista, da influenze massoniche, da parzialità strutturali. Fingere che la toga sia stata sempre impermeabile a tutto questo significa tradire la storia, riscriverla con la penna del vincitore.

    Il mio No è rifiuto politico di chi oggi comanda. È risposta di classe a un’offensiva di classe.

    #AlfredoFacchini
    #votoNO #referendumGiustizia

    @politica
    @attualita

  38. APPUNTI ERETICI SUL REFERENDUM GIUSTIZIA

    #AlfredoFacchini

    C’è un filo nero che unisce Washington a Roma. Non è diplomatico. È ideologico.

    Negli Stati Uniti la giustizia è da sempre terreno di conquista. La Corte Suprema degli Stati Uniti è stata trasformata in una roccaforte politica: giudici selezionati per orientamento, confermati a colpi di maggioranza, sostenuti da reti organizzate. Non equilibrio, ma forza numerica. Sei contro tre. Una maggioranza che incide su aborto, diritti civili, poteri federali.

    La politicizzazione non è un effetto collaterale. È il metodo. Il Presidente nomina, il Senato ratifica, i gruppi ideologici preparano le liste. I pubblici ministeri cambiano con l’amministrazione. Le priorità dell’accusa seguono l’agenda politica. La giustizia entra nella dinamica del consenso, si intreccia con la competizione elettorale, diventa strumento di indirizzo culturale.

    Questo modello seduce una parte della destra europea. Seduce anche il governo guidato da Giorgia Meloni, che guarda al trumpismo come a un laboratorio riuscito di egemonia istituzionale. Da tempo si ripete che in Italia esisterebbe un “governo dei giudici”, una magistratura invasiva, un potere fuori controllo. La risposta proposta è nota: ridisegnare gli equilibri, ridurre l’autonomia, riportare la giustizia sotto un perimetro più vicino all’esecutivo.

    Alterare quell’equilibrio non significa solo riformare procedure. Significa intervenire sul cuore della separazione dei poteri. La tentazione è chiara: conquistare le istituzioni che possono plasmare il futuro per decenni, anche oltre il ciclo elettorale.

    La disputa sulla giustizia viene spesso raccontata come uno scontro tra garantisti e giustizialisti, tra chi difende lo Stato di diritto e chi lo vorrebbe piegare. Ma c’è una terza voce, rimossa dal racconto ufficiale: quella di chi non ha mai visto nella magistratura italiana un potere neutrale.

    Nel dopoguerra, i tribunali non nascono in un vuoto. Molti uomini in toga arrivano direttamente dall’epoca fascista. Parte di quella macchina giudiziaria resta in piedi. Non è un dettaglio biografico: è una continuità strutturale.

    Basta guardare a ciò che accade nelle campagne e nelle piazze. Braccianti e operai cadono sotto il fuoco delle forze dell’ordine. Le responsabilità si sfilacciano nelle aule di giustizia. I procedimenti si trascinano, le imputazioni si alleggeriscono, le assoluzioni si accumulano. Le inchieste, una dopo l’altra, si chiudono senza colpevoli.

    La rottura promessa dalla nuova Repubblica frena anche sulla soglia dei tribunali. Poi arriva la stagione delle bombe. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus. La cosiddetta strategia della tensione attraversa il Paese e una parte della magistratura insegue piste che colpiscono a sinistra. Giuseppe Pinelli precipita da una finestra della questura di Milano. Nessun colpevole. Pietro Valpreda viene indicato come mostro mediatico prima ancora che imputato. Anni dopo, le sentenze smontano le accuse. Ma intanto le vite sono state travolte.

    A metà anni Settanta, l’ondata repressiva investe il dissenso politico. Nel 1977 la repressione accompagna lo scontro di piazza. Arresti di massa, custodie cautelari interminabili, costruzioni accusatorie fragili. Le radio di movimento vengono chiuse. Il confine tra ordine pubblico e conflitto sociale si fa labile. A Roma si parla di “porto delle nebbie” per indicare un tribunale dove le inchieste scomode evaporano. Figure come il giudice Alibrandi - fascista dichiarato - assicurano impunità indecenti. Magistrati che si occupano di neofascismo come Occorsio o Amato vengono lasciati soli.

    Il 7 aprile 1979 scatta l’operazione guidata dal magistrato Pietro Calogero: l’idea di un’unica regia politico-militare dietro l’Autonomia operaia e le Brigate Rosse diventa un teorema giudiziario. Le aule si trasformano in luoghi di regolamento politico. Alla fine: 60.000 militanti indagati e 25.000 arrestati. Carceri speciali.

    Questo è il curriculum che, chi scrive, non dimentica. Non una deviazione occasionale, ma una traiettoria in cui la magistratura ha agito come ingranaggio dell’ordine costituito, non come suo correttivo.

    Oggi la destra attacca le toghe in nome del primato della politica. Una parte del fronte opposto le difende in nome della legalità. Ma per chi ha memoria di quelle stagioni, la questione è più aspra: lo Stato di diritto non è mai stato un terreno neutro. Troppo spesso ha colpito in basso e protetto in alto. È stato un campo di forze, attraversato da rapporti di potere, da continuità opache. Una storia che pesa ancora, ogni volta che si invoca la neutralità delle toghe come verità indiscutibile.

    Il fine di questo articolo non si colloca nel dibattito pubblico - già abbastanza logoro - sul referendum di marzo. Anche perché il fronte del No non è affatto immune da pulsioni giustizialiste: la tentazione della manetta, sempre e comunque, attraversa schieramenti che si proclamano opposti.

    Qui si tratta di rimettere in fila i fatti, di restituire spessore storico a una discussione che troppo spesso si consuma nell’immediato. Prima delle parole d’ordine, prima delle campagne, c’è una storia. E quella storia pesa ancora.

    Andrò a votare No. Non per difendere l’ordine esistente, non per arruolarmi sotto la bandiera della magistratura. Sarà un No solo politico, un No a questo governo di estrema destra e alla sua idea di concentrazione del potere.

    Non mi riconosco in alcun apparato giudiziario di questo Stato, segnato da continuità storiche mai del tutto recise con il fascismo e reti di potere massoniche. Fingere che tutto sia neutro, che la toga sia stata sempre impermeabile a queste influenze, significa riscrivere la storia.

    Il mio No è una scelta contro chi oggi governa. Una risposta politica a un’offensiva politica.

    Alfredo Facchini

    #referendumGiustizia
    #iovototoNO
    #leggenordio
    @politica

  39. RENEE GOOD POTEVA ESSERE SALVATA
    Alfredo Facchini

    Renée Good rimase in vita per otto minuti. Un’eternità. Secondo il senatore e medico Matt Klein, un dottore presente sul posto si offrì di intervenire subito. Ma gli fu impedito. Un’accusa gravissima.

    Ma nell’Amerika di Trump cadrà nel vuoto. Lo Stato ancora una volta farà da scudo intorno a chi ha premuto il grilletto e ai suoi complici. L’agente dell’ICE che ha sparato gira liberamente. Non è in carcere, non è imputato, non è nemmeno sotto processo. È protetto. Coperto. Immune.

    L’immunità è una dottrina. Serve a garantire che chi esercita la violenza per conto dello Stato non debba mai risponderne davvero. Renée Good non è morta solo per un colpo d’arma da fuoco. È morta perché l’ICE oggi non risponde ai cittadini, ma solo al potere che la finanzia e la legittima.

    Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, la polizia dell’immigrazione non è più un’agenzia federale come le altre. È diventata, una milizia fascista, l’asse portante di una politica punitiva, ideologica, costruita sull’idea che la migrazione sia una colpa e il migrante un nemico interno. Nel primo mandato era un laboratorio. Nel secondo è una macchina a pieno regime.

    Al comando c’è Tom Homan, ribattezzato senza ironia lo “Zar del confine”. Oggi rivendica apertamente l’obiettivo: espulsioni di massa, senza filtri, senza priorità, senza eccezioni. La più grande operazione di rimpatrio nella storia statunitense. Detto, promesso, messo a bilancio.

    La missione dell’ICE è stata riscritta. Non si parla più di criminalità grave, di interventi mirati. Chi è privo di documenti diventa automaticamente un bersaglio. Punto. Arresto, detenzione, rimpatrio.

    Los Angeles, New York, Chicago: sono finite nel mirino. Raid, arresti sul posto di lavoro, per strada, davanti alle scuole. Una sfida aperta alle amministrazioni locali, trasformata in scontro politico permanente. La risposta federale è muscolare. Dove scoppiano proteste, arriva la Guardia Nazionale.

    Il Congresso in mano al Trumpismo ha approvato il famigerato “Big Beautiful Bill”: circa 170 miliardi di dollari destinati alla sicurezza interna su più anni. Una fetta gigantesca finisce all’ICE. Risultato: organici quasi raddoppiati, fino a circa 22.000 agenti; centri di detenzione nuovi di zecca o ampliati; voli charter privati che decollano ogni giorno con un solo scopo, riportare indietro corpi indesiderati.

    I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa stia succedendo. A fine 2025 oltre 70.000 persone detenute: un record assoluto. Strutture al collasso. Sovraffollamento cronico. Denunce continue. Morti sospette, cure negate, condizioni degradanti. Il governo risponde con la solita formula: “law and order”.

    Non è sicurezza. È costruzione del capro espiatorio. L’ICE, così com’è stata riforgiata sotto Trump, non serve a governare l’immigrazione. Serve a mostrare forza, a produrre paura, a tenere in piedi una narrazione elettorale permanente. Una guerra interna suprematista combattuta contro chi ha meno diritti, meno voce, meno difese.

    #AlfredoFacchini #reneenicolegood
    #ice

    ilfattoquotidiano.it/2026/01/2

    @news

  40. RENEE GOOD POTEVA ESSERE SALVATA
    Alfredo Facchini

    Renée Good rimase in vita per otto minuti. Un’eternità. Secondo il senatore e medico Matt Klein, un dottore presente sul posto si offrì di intervenire subito. Ma gli fu impedito. Un’accusa gravissima.

    Ma nell’Amerika di Trump cadrà nel vuoto. Lo Stato ancora una volta farà da scudo intorno a chi ha premuto il grilletto e ai suoi complici. L’agente dell’ICE che ha sparato gira liberamente. Non è in carcere, non è imputato, non è nemmeno sotto processo. È protetto. Coperto. Immune.

    L’immunità è una dottrina. Serve a garantire che chi esercita la violenza per conto dello Stato non debba mai risponderne davvero. Renée Good non è morta solo per un colpo d’arma da fuoco. È morta perché l’ICE oggi non risponde ai cittadini, ma solo al potere che la finanzia e la legittima.

    Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, la polizia dell’immigrazione non è più un’agenzia federale come le altre. È diventata, una milizia fascista, l’asse portante di una politica punitiva, ideologica, costruita sull’idea che la migrazione sia una colpa e il migrante un nemico interno. Nel primo mandato era un laboratorio. Nel secondo è una macchina a pieno regime.

    Al comando c’è Tom Homan, ribattezzato senza ironia lo “Zar del confine”. Oggi rivendica apertamente l’obiettivo: espulsioni di massa, senza filtri, senza priorità, senza eccezioni. La più grande operazione di rimpatrio nella storia statunitense. Detto, promesso, messo a bilancio.

    La missione dell’ICE è stata riscritta. Non si parla più di criminalità grave, di interventi mirati. Chi è privo di documenti diventa automaticamente un bersaglio. Punto. Arresto, detenzione, rimpatrio.

    Los Angeles, New York, Chicago: sono finite nel mirino. Raid, arresti sul posto di lavoro, per strada, davanti alle scuole. Una sfida aperta alle amministrazioni locali, trasformata in scontro politico permanente. La risposta federale è muscolare. Dove scoppiano proteste, arriva la Guardia Nazionale.

    Il Congresso in mano al Trumpismo ha approvato il famigerato “Big Beautiful Bill”: circa 170 miliardi di dollari destinati alla sicurezza interna su più anni. Una fetta gigantesca finisce all’ICE. Risultato: organici quasi raddoppiati, fino a circa 22.000 agenti; centri di detenzione nuovi di zecca o ampliati; voli charter privati che decollano ogni giorno con un solo scopo, riportare indietro corpi indesiderati.

    I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa stia succedendo. A fine 2025 oltre 70.000 persone detenute: un record assoluto. Strutture al collasso. Sovraffollamento cronico. Denunce continue. Morti sospette, cure negate, condizioni degradanti. Il governo risponde con la solita formula: “law and order”.

    Non è sicurezza. È costruzione del capro espiatorio. L’ICE, così com’è stata riforgiata sotto Trump, non serve a governare l’immigrazione. Serve a mostrare forza, a produrre paura, a tenere in piedi una narrazione elettorale permanente. Una guerra interna suprematista combattuta contro chi ha meno diritti, meno voce, meno difese.

    #AlfredoFacchini #reneenicolegood
    #ice

    ilfattoquotidiano.it/2026/01/2

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  41. - 2
    RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    Nonostante alcune rivalità, i gruppi armati di Gaza operano da anni in un quadro unitario chiamato:
    “Joint Operations Room of Palestinian Resistance Factions in Gaza”. Fondata nel 2018, questa struttura:
    • Coordina le strategie difensive e offensive tra Hamas, PIJ, FPLP, PRC, DFLP e altri.
    • Non esiste un “capo unico”, ma una cabina di regia collettiva con delegati militari
    • È stata attivata ufficialmente anche per il 7 ottobre, secondo dichiarazioni rilasciate due giorni dopo l’attacco.

    Di seguito una breve ricognizione sui quattro principali gruppi della Resistenza palestinese, i più influenti sul piano militare, politico e simbolico:
    • Fatah (e le Brigate dei Martiri di al-Aqsa)
    • Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)
    • Movimento di Resistenza Islamica (Hamas)
    • Jihad Islamica Palestinese (PIJ)

    Fatah (Harakat al-Tahrir al-Watani al-Filastini)
    Fondazione: 1959 (ufficialmente nel 1965 con il primo attacco armato)
    Ideologia: nazionalismo laico, pragmatismo politico
    Leader storico: Yasser Arafat
    Braccio armato (dal 2000): Brigate dei Martiri di al-Aqsa
    Origine e ideologia
    • Fondato da un gruppo di intellettuali arabi in diaspora, tra cui Arafat, con l’idea di autonomia del movimento palestinese rispetto ai regimi arabi.
    • Ideologia: nazionalismo laico, pluralista, centrato sulla liberazione della Palestina, senza connotazioni religiose o classiste.
    • Dopo la morte di Arafat (2004), inizia una crisi interna profonda.
    • Oggi controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania.
    • È parte della resistenza armata, ma con ruolo ambivalente: collabora in Cisgiordania con Israele in materia di “sicurezza”, ma è sotto pressione da giovani combattenti non controllabili.
    • Ha perso centralità come motore della Resistenza. È considerato da molti come corrotto, compromesso, e troppo legato all’Occidente.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    Fondazione: 1967
    Ideologia: marxismo-leninismo, antisionismo, secolarismo, anticapitalismo
    Leader storico: George Habash
    Braccio armato: Brigate Abu Ali Mustafa
    Origine e ideologia
    • Nato dalla fusione di vari gruppi panarabisti e marxisti dopo la guerra del 1967.
    • L’unico gruppo storico palestinese a coniugare questione nazionale e lotta di classe.
    • Si ispira a Guevara, Mao, Frantz Fanon, e alla rivoluzione algerina.
    • Ha spesso criticato l’OLP da sinistra, senza mai uscirne del tutto.
    • Attivo soprattutto in Cisgiordania (Nablus, Jenin) e a Gaza.
    • È l’unico gruppo ad avere ancora legami con la sinistra rivoluzionaria internazionale (Cuba, Venezuela, partiti comunisti).
    • Tra i giovani militanti radicali è in crescita, specie tra chi rigetta il compromesso dell’ANP e cerca un’alternativa laica a Hamas.

    Hamas - Movimento di Resistenza Islamica
    Fondazione: 1987 (durante la Prima Intifada)
    Ideologia: islamismo sunnita, resistenza nazionale, antisionismo
    Braccio armato: Brigate Izz ad-Din al-Qassam
    Origine e ideologia
    • Fondato come emanazione palestinese dei Fratelli Musulmani, inizialmente con l’obiettivo di creare uno Stato islamico in Palestina.
    • Inizialmente non parte dell’OLP, ma guadagna popolarità come alternativa all’“élite secolarizzata e corrotta”.
    • 2006: vince le elezioni legislative, ma viene boicottato a livello internazionale.
    • 2007: prende il controllo di Gaza, cacciando Fatah.
    • Hamas è il governo de facto di Gaza. Gestisce servizi, sicurezza, sanità, istruzione.
    • Le Brigate al-Qassam sono oggi una delle forze paramilitari più organizzate del Medio Oriente.
    • È percepito come forza autentica e radicata, ma anche come autoritaria e chiusa.

    Jihad Islamica Palestinese (PIJ)
    Fondazione: primi anni ’80
    Ideologia: islamismo rivoluzionario, lotta armata permanente
    Braccio armato: Brigate al-Quds (Gerusalemme)
    Origine e ideologia
    • Nata da una scissione di intellettuali islamisti più radicali rispetto a Hamas.
    • Non partecipa alle elezioni, rifiuta ogni compromesso politico con Israele.
    • Ideologia: jihad contro l’occupazione fino alla liberazione completa della Palestina.
    • Sempre impegnata nella lotta armata, spesso in coordinamento con Hamas, ma senza le sue ambizioni di governo.
    • Base principale: Gaza, ma presente anche in Cisgiordania (Jenin, Tulkarem).
    • Ha legami forti con l’Iran e Hezbollah.
    • Molto attiva nella “nuova resistenza armata” della Cisgiordania.

    A Gaza, operano una decina di gruppi armati palestinesi, con diversi gradi di organizzazione, arsenale, radicamento e affiliazione politica o religiosa. Alcuni sono vere e proprie brigate paramilitari strutturate, altri sono piccoli gruppi locali o emanazioni di partiti politici.

    Oltre le già citate Brigate Izz ad-Din al-Qassam (Hamas), Brigate al-Quds (Jihad Islamica Palestinese), Brigate Abu Ali Mustafa (FPLP), Brigate dei Martiri di al-Aqsa (Fatah)
    a Gaza operano gruppi medi o emergenti:
    Resistenza Nazionale (DFLP – Fronte Democratico)
    • Braccio armato del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, marxista

    Movimento al-Sa’iqa (Fulmine)
    • Legato storicamente al partito baathista siriano

    Fronte di Lotta Popolare Palestinese (PFLF-GC)

    Brigate della Resistenza Popolare (PRC – Popular Resistance Committees)
    • Nato da ex-membri di Fatah, Hamas, PIJ

    Infine si contano una mezza dozzina di micro-gruppi jihadisti salafiti (con simpatie ISIS o al-Qaeda).
    Questi gruppi non sono parte della resistenza nazionale unitaria e spesso sono in contrasto con Hamas.

    In conclusione da segnalare un passaggio storico per la Resistenza palestinese. Pechino, 21–23 luglio 2024: le fazioni palestinesi dopo anni di schermaglie e divisioni trovano un’intesa. Per la prima volta, 14 gruppi politici e armati - tra cui Hamas, Fatah, Jihad Islamica, FPLP e DFLP - si sono riuniti in un unico tavolo.
    Il vertice si è concluso con la firma della Dichiarazione di Pechino, alla presenza del ministro degli Esteri cinese Wang Yi.
    L’accordo punta a ricostruire l’unità nazionale sotto l’ombrello dell’OLP, con la formazione di un governo ad interim, la ricostruzione di Gaza e l’organizzazione di elezioni generali.

    Alfredo Facchini

    - fine

    @[email protected] @[email protected] #AlfredoFacchini #israele #palestina #resistenz #Hamas

  42. - 2
    RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    Nonostante alcune rivalità, i gruppi armati di Gaza operano da anni in un quadro unitario chiamato:
    “Joint Operations Room of Palestinian Resistance Factions in Gaza”. Fondata nel 2018, questa struttura:
    • Coordina le strategie difensive e offensive tra Hamas, PIJ, FPLP, PRC, DFLP e altri.
    • Non esiste un “capo unico”, ma una cabina di regia collettiva con delegati militari
    • È stata attivata ufficialmente anche per il 7 ottobre, secondo dichiarazioni rilasciate due giorni dopo l’attacco.

    Di seguito una breve ricognizione sui quattro principali gruppi della Resistenza palestinese, i più influenti sul piano militare, politico e simbolico:
    • Fatah (e le Brigate dei Martiri di al-Aqsa)
    • Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)
    • Movimento di Resistenza Islamica (Hamas)
    • Jihad Islamica Palestinese (PIJ)

    Fatah (Harakat al-Tahrir al-Watani al-Filastini)
    Fondazione: 1959 (ufficialmente nel 1965 con il primo attacco armato)
    Ideologia: nazionalismo laico, pragmatismo politico
    Leader storico: Yasser Arafat
    Braccio armato (dal 2000): Brigate dei Martiri di al-Aqsa
    Origine e ideologia
    • Fondato da un gruppo di intellettuali arabi in diaspora, tra cui Arafat, con l’idea di autonomia del movimento palestinese rispetto ai regimi arabi.
    • Ideologia: nazionalismo laico, pluralista, centrato sulla liberazione della Palestina, senza connotazioni religiose o classiste.
    • Dopo la morte di Arafat (2004), inizia una crisi interna profonda.
    • Oggi controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania.
    • È parte della resistenza armata, ma con ruolo ambivalente: collabora in Cisgiordania con Israele in materia di “sicurezza”, ma è sotto pressione da giovani combattenti non controllabili.
    • Ha perso centralità come motore della Resistenza. È considerato da molti come corrotto, compromesso, e troppo legato all’Occidente.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    Fondazione: 1967
    Ideologia: marxismo-leninismo, antisionismo, secolarismo, anticapitalismo
    Leader storico: George Habash
    Braccio armato: Brigate Abu Ali Mustafa
    Origine e ideologia
    • Nato dalla fusione di vari gruppi panarabisti e marxisti dopo la guerra del 1967.
    • L’unico gruppo storico palestinese a coniugare questione nazionale e lotta di classe.
    • Si ispira a Guevara, Mao, Frantz Fanon, e alla rivoluzione algerina.
    • Ha spesso criticato l’OLP da sinistra, senza mai uscirne del tutto.
    • Attivo soprattutto in Cisgiordania (Nablus, Jenin) e a Gaza.
    • È l’unico gruppo ad avere ancora legami con la sinistra rivoluzionaria internazionale (Cuba, Venezuela, partiti comunisti).
    • Tra i giovani militanti radicali è in crescita, specie tra chi rigetta il compromesso dell’ANP e cerca un’alternativa laica a Hamas.

    Hamas - Movimento di Resistenza Islamica
    Fondazione: 1987 (durante la Prima Intifada)
    Ideologia: islamismo sunnita, resistenza nazionale, antisionismo
    Braccio armato: Brigate Izz ad-Din al-Qassam
    Origine e ideologia
    • Fondato come emanazione palestinese dei Fratelli Musulmani, inizialmente con l’obiettivo di creare uno Stato islamico in Palestina.
    • Inizialmente non parte dell’OLP, ma guadagna popolarità come alternativa all’“élite secolarizzata e corrotta”.
    • 2006: vince le elezioni legislative, ma viene boicottato a livello internazionale.
    • 2007: prende il controllo di Gaza, cacciando Fatah.
    • Hamas è il governo de facto di Gaza. Gestisce servizi, sicurezza, sanità, istruzione.
    • Le Brigate al-Qassam sono oggi una delle forze paramilitari più organizzate del Medio Oriente.
    • È percepito come forza autentica e radicata, ma anche come autoritaria e chiusa.

    Jihad Islamica Palestinese (PIJ)
    Fondazione: primi anni ’80
    Ideologia: islamismo rivoluzionario, lotta armata permanente
    Braccio armato: Brigate al-Quds (Gerusalemme)
    Origine e ideologia
    • Nata da una scissione di intellettuali islamisti più radicali rispetto a Hamas.
    • Non partecipa alle elezioni, rifiuta ogni compromesso politico con Israele.
    • Ideologia: jihad contro l’occupazione fino alla liberazione completa della Palestina.
    • Sempre impegnata nella lotta armata, spesso in coordinamento con Hamas, ma senza le sue ambizioni di governo.
    • Base principale: Gaza, ma presente anche in Cisgiordania (Jenin, Tulkarem).
    • Ha legami forti con l’Iran e Hezbollah.
    • Molto attiva nella “nuova resistenza armata” della Cisgiordania.

    A Gaza, operano una decina di gruppi armati palestinesi, con diversi gradi di organizzazione, arsenale, radicamento e affiliazione politica o religiosa. Alcuni sono vere e proprie brigate paramilitari strutturate, altri sono piccoli gruppi locali o emanazioni di partiti politici.

    Oltre le già citate Brigate Izz ad-Din al-Qassam (Hamas), Brigate al-Quds (Jihad Islamica Palestinese), Brigate Abu Ali Mustafa (FPLP), Brigate dei Martiri di al-Aqsa (Fatah)
    a Gaza operano gruppi medi o emergenti:
    Resistenza Nazionale (DFLP – Fronte Democratico)
    • Braccio armato del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, marxista

    Movimento al-Sa’iqa (Fulmine)
    • Legato storicamente al partito baathista siriano

    Fronte di Lotta Popolare Palestinese (PFLF-GC)

    Brigate della Resistenza Popolare (PRC – Popular Resistance Committees)
    • Nato da ex-membri di Fatah, Hamas, PIJ

    Infine si contano una mezza dozzina di micro-gruppi jihadisti salafiti (con simpatie ISIS o al-Qaeda).
    Questi gruppi non sono parte della resistenza nazionale unitaria e spesso sono in contrasto con Hamas.

    In conclusione da segnalare un passaggio storico per la Resistenza palestinese. Pechino, 21–23 luglio 2024: le fazioni palestinesi dopo anni di schermaglie e divisioni trovano un’intesa. Per la prima volta, 14 gruppi politici e armati - tra cui Hamas, Fatah, Jihad Islamica, FPLP e DFLP - si sono riuniti in un unico tavolo.
    Il vertice si è concluso con la firma della Dichiarazione di Pechino, alla presenza del ministro degli Esteri cinese Wang Yi.
    L’accordo punta a ricostruire l’unità nazionale sotto l’ombrello dell’OLP, con la formazione di un governo ad interim, la ricostruzione di Gaza e l’organizzazione di elezioni generali.

    Alfredo Facchini

    - fine

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  43. RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    La Resistenza palestinese affonda le radici un secolo fa. Negli anni ’20 si registrano le prime rivolte contro l’immigrazione ebraica favorita dagli inglesi. Poi la Grande Rivolta Araba del 1936-39: scioperi, lotta armata, sabotaggi. Repressa nel sangue, con la complicità delle milizie sioniste.

    Nel 1948 la Nakba: 750 mila palestinesi cacciati, villaggi rasi al suolo. Da allora la lotta cambia bersaglio: non più Londra, ma Tel Aviv. I profughi diventano l’esercito silenzioso di un popolo in esilio.

    Negli anni ’50 e ’60 nascono i fedayn, combattenti senza patria, e l’OLP, che porta la causa palestinese sulla scena internazionale. Nel 1967, dopo la disfatta araba e l’occupazione totale, la Resistenza prende la forma di lotta armata organizzata.

    Nel 1987 scoppia la Prima Intifada: pietre contro i carri armati, barricate improvvisate, comitati popolari. È qui che nasce Hamas, figlio della disperazione e dei Fratelli Musulmani. Nel 2000 la Seconda Intifada segna il ritorno delle armi, l’ascesa di Hamas e la fine delle illusioni di Oslo.

    Parlare ossessivamente solo di Hamas occulta che la Resistenza palestinese in realtà è ampia, articolata, e interclassista:
    • Fazioni marxiste (FPLP, DFLP),
    • Islamisti non legati ad Hamas (PIJ).
    • Nazionalisti laici (Fatah in Cisgiordania).
    • Giovani delle nuove intifade, spesso non affiliati a partiti.

    Questa diversità smentisce l’idea che la Resistenza sia solo “fondamentalismo islamico”. Quindi si preferisce ignorare tutto il resto per ridurre il conflitto a un presunto scontro religioso.

    Parlare di “Israele contro Hamas” consente di rimuovere dalla scena la storia del 1948, la Nakba, i profughi, le colonie in Cisgiordania, il blocco di Gaza, le migliaia di detenuti senza processo. È una depoliticizzazione voluta: non si parla di un popolo colonizzato e privato della libertà, ma di terroristi che “odiano Israele”.

    Israele ha sempre preferito Hamas come nemico pubblico, perché:
    • Legittima le proprie operazioni militari (“stiamo combattendo il terrorismo islamico”).
    • Divide il fronte palestinese (Hamas vs Fatah).
    • Consente di evitare ogni prospettiva negoziale seria.

    Israele stesso ha tollerato indirettamente (non finanziato) l’ascesa di Hamas negli anni ’80 per indebolire Fatah e la sinistra (questione già approfondita nella prima parte)

    Prendiamo il 7 ottobre 2023: non hanno operato solo i miliziani di Hamas. L’attacco in territorio israeliano è stato pianificato e condotto da più gruppi armati palestinesi, anche se Hamas ha avuto un ruolo centrale. Il comando generale era sotto le Brigate al-Qassam, ma l’azione è stata congiunta, frutto di un coordinamento tra diverse fazioni della Resistenza attive a Gaza.

    Ecco i gruppi coinvolti:
    Brigate al-Qassam (ala militare di Hamas)
    • Hanno gestito le incursioni a Zikim, Sderot, Re’im, Be’eri, Netiv HaAsara, ecc.
    • Uso massiccio di droni, bulldozer, paramotori, motociclette, razzi.

    Brigate Al-Quds (ala militare della Jihad Islamica Palestinese - PIJ).
    • Hanno partecipato ad attacchi nei kibbutz e nelle basi militari israeliane.
    • Molti video diffusi mostrano unità al-Quds con le proprie insegne e armamenti operare congiuntamente a quelle di Hamas.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    • I loro uomini sono entrati in alcune comunità nel sud di Israele.
    • Presenti soprattutto in ruoli di supporto e azione secondaria.
    • In un comunicato ufficiale scrivono: “Partecipiamo all’operazione e la rivendichiamo come risposta storica all’occupazione e all’assedio”.

    Comitati di Resistenza Popolare (PRC) – Brigate Salah al-Din
    • Piccolo ma ben armato gruppo con radici salafite e nazionaliste.

    Agenzie come Al Jazeera, Middle East Eye, The Intercept e Mondoweiss hanno confermato la presenza simultanea di almeno 4 formazioni palestinesi nei combattimenti del 7 ottobre.

    Report israeliani interni all’IDF (trapelati da Haaretz e Yedioth Ahronoth) riconoscono la “sorprendente coordinazione tra milizie distinte”, con alcune che non avevano mai combattuto prima oltre il confine.

    - segue

    di #AlfredoFacchini
    #israele #palestina #resistenz apalestinese #Hamas

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  44. RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    La Resistenza palestinese affonda le radici un secolo fa. Negli anni ’20 si registrano le prime rivolte contro l’immigrazione ebraica favorita dagli inglesi. Poi la Grande Rivolta Araba del 1936-39: scioperi, lotta armata, sabotaggi. Repressa nel sangue, con la complicità delle milizie sioniste.

    Nel 1948 la Nakba: 750 mila palestinesi cacciati, villaggi rasi al suolo. Da allora la lotta cambia bersaglio: non più Londra, ma Tel Aviv. I profughi diventano l’esercito silenzioso di un popolo in esilio.

    Negli anni ’50 e ’60 nascono i fedayn, combattenti senza patria, e l’OLP, che porta la causa palestinese sulla scena internazionale. Nel 1967, dopo la disfatta araba e l’occupazione totale, la Resistenza prende la forma di lotta armata organizzata.

    Nel 1987 scoppia la Prima Intifada: pietre contro i carri armati, barricate improvvisate, comitati popolari. È qui che nasce Hamas, figlio della disperazione e dei Fratelli Musulmani. Nel 2000 la Seconda Intifada segna il ritorno delle armi, l’ascesa di Hamas e la fine delle illusioni di Oslo.

    Parlare ossessivamente solo di Hamas occulta che la Resistenza palestinese in realtà è ampia, articolata, e interclassista:
    • Fazioni marxiste (FPLP, DFLP),
    • Islamisti non legati ad Hamas (PIJ).
    • Nazionalisti laici (Fatah in Cisgiordania).
    • Giovani delle nuove intifade, spesso non affiliati a partiti.

    Questa diversità smentisce l’idea che la Resistenza sia solo “fondamentalismo islamico”. Quindi si preferisce ignorare tutto il resto per ridurre il conflitto a un presunto scontro religioso.

    Parlare di “Israele contro Hamas” consente di rimuovere dalla scena la storia del 1948, la Nakba, i profughi, le colonie in Cisgiordania, il blocco di Gaza, le migliaia di detenuti senza processo. È una depoliticizzazione voluta: non si parla di un popolo colonizzato e privato della libertà, ma di terroristi che “odiano Israele”.

    Israele ha sempre preferito Hamas come nemico pubblico, perché:
    • Legittima le proprie operazioni militari (“stiamo combattendo il terrorismo islamico”).
    • Divide il fronte palestinese (Hamas vs Fatah).
    • Consente di evitare ogni prospettiva negoziale seria.

    Israele stesso ha tollerato indirettamente (non finanziato) l’ascesa di Hamas negli anni ’80 per indebolire Fatah e la sinistra (questione già approfondita nella prima parte)

    Prendiamo il 7 ottobre 2023: non hanno operato solo i miliziani di Hamas. L’attacco in territorio israeliano è stato pianificato e condotto da più gruppi armati palestinesi, anche se Hamas ha avuto un ruolo centrale. Il comando generale era sotto le Brigate al-Qassam, ma l’azione è stata congiunta, frutto di un coordinamento tra diverse fazioni della Resistenza attive a Gaza.

    Ecco i gruppi coinvolti:
    Brigate al-Qassam (ala militare di Hamas)
    • Hanno gestito le incursioni a Zikim, Sderot, Re’im, Be’eri, Netiv HaAsara, ecc.
    • Uso massiccio di droni, bulldozer, paramotori, motociclette, razzi.

    Brigate Al-Quds (ala militare della Jihad Islamica Palestinese - PIJ).
    • Hanno partecipato ad attacchi nei kibbutz e nelle basi militari israeliane.
    • Molti video diffusi mostrano unità al-Quds con le proprie insegne e armamenti operare congiuntamente a quelle di Hamas.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    • I loro uomini sono entrati in alcune comunità nel sud di Israele.
    • Presenti soprattutto in ruoli di supporto e azione secondaria.
    • In un comunicato ufficiale scrivono: “Partecipiamo all’operazione e la rivendichiamo come risposta storica all’occupazione e all’assedio”.

    Comitati di Resistenza Popolare (PRC) – Brigate Salah al-Din
    • Piccolo ma ben armato gruppo con radici salafite e nazionaliste.

    Agenzie come Al Jazeera, Middle East Eye, The Intercept e Mondoweiss hanno confermato la presenza simultanea di almeno 4 formazioni palestinesi nei combattimenti del 7 ottobre.

    Report israeliani interni all’IDF (trapelati da Haaretz e Yedioth Ahronoth) riconoscono la “sorprendente coordinazione tra milizie distinte”, con alcune che non avevano mai combattuto prima oltre il confine.

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    di #AlfredoFacchini
    #israele #palestina #resistenz apalestinese #Hamas

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  45. BASTA DIRE MOSSAD
    Alfredo Facchini

    C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

    L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

    L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

    Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
    La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

    L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

    Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

    E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

    Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

    E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

    L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

    Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
    E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

    Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

    #AlfredoFacchini
    #Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
    #PalestinaOccupata
    #30dicembre2025

    @attualita

  46. BASTA DIRE MOSSAD
    Alfredo Facchini

    C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

    L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

    L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

    Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
    La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

    L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

    Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

    E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

    Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

    E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

    L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

    Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
    E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

    Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

    #AlfredoFacchini
    #Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
    #PalestinaOccupata
    #30dicembre2025

    @attualita

  47. BASTA DIRE MOSSAD
    Alfredo Facchini

    C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

    L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

    L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

    Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
    La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

    L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

    Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

    E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

    Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

    E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

    L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

    Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
    E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

    Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

    #AlfredoFacchini
    #Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
    #PalestinaOccupata
    #30dicembre2025

    @attualita

  48. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

    @attualita

  49. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

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  50. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

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  51. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

    @attualita

  52. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  53. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  54. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  55. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  56. LESSICO COLONIALE DEL DOLORE
    di Alfredo Facchini

    Ogni giorno, dalla Palestina occupata arrivano numeri che scorrono rapidi, lisci, senza attrito. “Dozzine di morti”. Una formula mobile, impersonale, che non trattiene nulla.

    Poi accade un fatto altrove. A Bondi Beach. Australia. Quindici morti. Il numero viene inciso, pronunciato con lentezza, ripetuto. Quindici volti, quindici storie. Quindici è un numero che si può contare con le dita. Dozzine no. Dozzine è già oblio. Normalità.

    Non è una sfumatura linguistica. È una bilancia truccata che pesa il dolore a seconda del passaporto, del colore della pelle, della latitudine. Quando i morti palestinesi diventano “dozzine”, smettono di essere persone. Non interrompono i palinsesti. Non pretendono lutto.

    Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la disciplina. Decide chi merita un nome e chi può restare cifra indistinta. Decide quali vite sono raccontabili e quali sono scarti statistici. Non serve mentire. Basta arrotondare. Basta spingere i corpi dentro parole molli.

    Quindici morti a Bondi Beach sono una ferita. Dozzine di morti a Gaza sono una routine. E la routine, si sa, non indigna. Si registra. Si archivia. Si passa oltre.

    Questo doppio livello del racconto è il cuore della complicità. È la forma lucida della disumanizzazione. Nessuno dice che quei morti valgono meno. Lo si fa capire. Lo si insegna ogni giorno, titolo dopo titolo, lancio dopo lancio.

    Chi controlla le parole controlla il perimetro dell’empatia. E quando l’empatia viene dosata, il massacro diventa sostenibile.

    Finché accetteremo che “dozzine” basti a raccontare una strage, continueremo a vivere dentro una grammatica coloniale del dolore. E quella grammatica uccide due volte: la prima con le armi, la seconda con il silenzio ordinato delle redazioni.

    #AlfredoFacchini
    #lessicoColoniale
    #PalestinaOccupata
    #palestina
    #duepesiduemisure

    @attualita

  57. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  58. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  59. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

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  60. Alfredo Facchini

    SPUDORATAMENTE NORDIO

    L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.

    Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.

    Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.

    Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.

    Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.

    Il caso Moro.

    Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro.

    La strage di Bologna.

    Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.

    Il Banco Ambrosiano.

    Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.

    Tangentopoli.

    Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al Psi. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.

    E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.

    La fuga.

    Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.

    La dittatura argentina.

    E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trenta mila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico. Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.

    E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di opinioni. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.

    Succede perché l’Italia non ricorda.
    Succede perché il passato dura 24 ore.
    Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.

    #AlfredoFacchini
    #nordio #licioGelli

    @attualita