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Alfredo Facchini
L’8 SETTEMBRE
Inizia la Resistenza, ma l’Italia diventa una colonia americanaL'8 settembre del 1943 è una data spartiacque per la Storia contemporanea italiana. Da un lato, segna la resa dell'Italia e l’Armistizio con gli anglo-americani, dall’altro, segna l’inizio della guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo. Ma quello che in pochi rivelano e ricordano è che l’8 settembre del 1943 con l’armistizio di Cassibile, l’Italia diventa una colonia americana.
Estate del ‘43. L’Italia nazifascista è sotto attacco. Gli Alleati angloamericani avanzano. Il 10 luglio scatta lo sbarco in Sicilia, sotto il comando del generale statunitense Eisenhower. Il 19 luglio, bombardieri alleati colpiscono al cuore Roma. Nelle stesse ore Mussolini nel panico incontra Hitler a Feltre. Quello che resta del consenso popolare inizia a franare.
Il 22 luglio il duce promette a Vittorio Emanuele III di disimpegnare l'Italia dalla guerra, ma da settembre. Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio del 24 luglio, nella Sala del pappagallo di Palazzo Venezia si riunisce il Gran consiglio del fascismo, l'organo supremo del regime. 25 luglio 1943, dopo 10 interminabili ore, Mussolini viene destituito dal “Gran Consiglio”. Subito dopo il re lo fa arrestare. “Oggi voi siete l'uomo più odiato d'Italia”.
La notizia deflagra nel paese. Manifestazioni e cortei spontanei attraversano la penisola. Per molti è la fine di un incubo, per altri la fine della guerra. Gli antifascisti assaltano le “case del fascio”, i covi dove le camicie nere hanno consumato le peggiori sopraffazioni.
Ma è un fuoco di paglia, solo una “vacanza di libertà”, come l’ha definita lo storico Paolo Spriano. Il proclama letto da Badoglio, che succede a Mussolini, annuncia che “la guerra continua”.
“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni”.
La circolare emanata dal generale Roatta prende alla lettera le intenzioni del nuovo governo militare e ordina la repressione di ogni atto capace di turbare l’ordine pubblico. Polizia e carabinieri sono autorizzati ad aprire il fuoco. Vengono vietate tutte le manifestazioni e si fa assoluto divieto ai cittadini di portare distintivi, di esporre bandiere e di riunirsi in pubblico in più di tre persone.
28 luglio. A Reggio Emilia si verifica un episodio di sangue gravissimo. Gli operai delle “Officine Reggiane” in sciopero si trovano le uscite sbarrate da un reparto militare dell’esercito che spara uccidendo 9 persone e ferendone altre 50. Il clima è di terrore. “Chiunque anche isolatamente compia atti di violenza o ribellione contro le FFAA o la Polizia o insulti le stesse istituzioni venga immediatamente passato per le armi”.
8 settembre 1943. Alle 19:45 Badoglio comunica dai microfoni dell’Eiar la firma dell’armistizio con gli Alleati angloamericani. L’Italia cambia schieramento. L’Esercito - 1.750.000 uomini - è allo sbando. Oltre 600.000 finiscono per diventare prigionieri tedeschi. Mezz’ora prima il generale americano Dwight D. Eisenhower, che poi sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, aveva annunciato l’armistizio attraverso Radio Algeri.
Beppe Fenoglio in Primavera di bellezza (1959) racconta l'8 settembre con gli occhi di un soldato: "E poi nemmeno l'ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall'altro, o contrario. Resistere ai tedeschi - non sparare sui tedeschi - non lasciarsi disarmare dai tedeschi - uccidere i tedeschi - autodisarmarsi - non cedere le armi".
L’Italia ora si trova spaccata in due: il Sud occupato dall’esercito anglo-americano, il nord dall’esercito tedesco. All'estero, migliaia di militari italiani scelgono di resistere ai tedeschi e, nelle varie zone dove fino a qualche giorno prima si trovavano ad operare fianco a fianco, vengono passati per le armi.
In Italia un pezzo del Paese, quello migliore, si ribella. 9 settembre 1943: nasce il “Comitato di Liberazione nazionale” (Cln). Prende avvio la resistenza armata al nazifascismo.
12 settembre 1943, un commando tedesco atterra sul Gran Sasso, a Campo Imperatore, per liberare Mussolini. Quaranta giorni dopo nasce la “Repubblica Sociale Italiana”, con capitale Salò sul lago di Garda, uno statarello fantoccio sottoposto al controllo delle truppe tedesche.
Ci vollero 20 mesi per liberarsi dal cancro del nazifascismo. Insomma, l’8 settembre del 1943 segna senza dubbio una svolta drammaticamente epocale per i destini dell’Italia, ma che la storiografia ufficiale continua a mascherare semplicemente come un cambio di casacca. L’atto dell’armistizio - che fu siglato segretamente il 3 settembre 1943 a Cassibile, (Siracusa) e reso poi pubblico 5 giorni dopo - non prevedeva infatti solo la resa incondizionata del Regno d'Italia agli Alleati.
Al dodicesimo punto, l’ultimo, si legge infatti che “altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia dovrà impegnarsi a seguire saranno comunicate in seguito”. Della serie: presto ve ne accorgerete. E così fu. Gli Stati Uniti, gli unici ad uscire dalla Guerra ricchi e famosi, ricatteranno con i dollari mezza Europa: o noi o i sovietici. E senza di noi niente soldi per la Ricostruzione.
L’Italia, prima con il trattato di Parigi del ‘47 e poi con il piano Marshall l’anno successivo, decide di vendersi scandalosamente l’anima. De Gasperi caccia dal governo comunisti e socialisti e si prende il malloppo promesso da Washington. L’Italia così da liberata diventa una nazione comprata e occupata militarmente. Una colonia americana al servizio della Guerra Fredda. Scelta suggellata nel 1949 con l’adesione all’Alleanza Atlantica.
Alla faccia della Resistenza.
Alfredo Facchini
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Alfredo Facchini
L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE
Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.
Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.
Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.
Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.
Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.
È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.
Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.
Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.
Mariella, sorella di Luigi, dice:
«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.
Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?
Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.
Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.
Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.
#AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
#AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista#28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
@politica
@zapruder -
Alfredo Facchini
L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE
Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.
Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.
Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.
Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.
Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.
È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.
Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.
Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.
Mariella, sorella di Luigi, dice:
«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.
Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?
Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.
Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.
Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.
#AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
#AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista#28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
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Alfredo Facchini
L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE
Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.
Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.
Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.
Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.
Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.
È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.
Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.
Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.
Mariella, sorella di Luigi, dice:
«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.
Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?
Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.
Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.
Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.
#AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
#AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista#28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
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@zapruder -
BASTA DIRE MOSSAD
Alfredo FacchiniC’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.
L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.
L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.
Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.
Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.
E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.
Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.
E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.
L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.
Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.
#AlfredoFacchini
#Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
#PalestinaOccupata
#30dicembre2025 -
BASTA DIRE MOSSAD
Alfredo FacchiniC’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.
L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.
L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.
Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.
Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.
E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.
Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.
E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.
L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.
Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.
#AlfredoFacchini
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BASTA DIRE MOSSAD
Alfredo FacchiniC’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.
L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.
L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.
Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.
Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.
E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.
Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.
E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.
L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.
Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.
#AlfredoFacchini
#Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
#PalestinaOccupata
#30dicembre2025 -
SULL’ARRESTO DI GRETA
Dallo Stato di diritto allo Stato di pauraL’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.
Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.
Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.
L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.
Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.
L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.
Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.
La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.
Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.
La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.
#AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
#23dicembre2025