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#alfredofacchini — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #alfredofacchini, aggregated by home.social.

  1. Alfredo Facchini

    L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

    Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.

    Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.

    Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.

    Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
    Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.

    Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.

    Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
    Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.

    A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.

    È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.

    Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.

    Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.

    Mariella, sorella di Luigi, dice:
    «La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»

    Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.

    Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
    Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)

    Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?

    Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.

    Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.

    Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.

    #AlfredoFacchini #Sezzeromano #LuigiDiRosa #SandroSaccucci #PietroAllatta
    #AquilaRomana #anni70 #squadrismofascista

    #28maggio1976 #MSI #JunioValerioBorghese
    @politica
    @zapruder

  2. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  3. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

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  4. #Alfredofacchini

    UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO

    10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.

    Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.

    Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.

    “Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)

    Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.

    Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.

    Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.

    Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.

    Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.

    Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.

    Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .

    “Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.

    La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.

    Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.

    “C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.

    Alfredo Facchini

    #PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948

    @mafiahistory
    @storiedistoria
    @zapruder

  5. #Alfredofacchini

    UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO

    10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.

    Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.

    Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.

    “Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)

    Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.

    Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.

    Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.

    Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.

    Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.

    Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.

    Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .

    “Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.

    La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.

    Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.

    “C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.

    Alfredo Facchini

    #PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948

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  6. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  7. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  8. Alfredo Facchini

    NO

    La disputa sulla giustizia, quella che i salotti televisivi riducono a duello tra paladini dello Stato di diritto e chi lo vorrebbe manomettere, nasconde una Storia più profonda, volutamente rimossa dalla narrazione dominante.

    Esiste una terza voce, che rifiuta di inginocchiarsi davanti al mito della toga neutrale: la voce di chi ha visto, generazione dopo generazione, la magistratura italiana non come baluardo imparziale, ma come uno degli ingranaggi più solidi dell’ordine costituito.

    Non è nato dal nulla, il potere giudiziario della Repubblica. Molti togati del dopoguerra portavano ancora sulle spalle i soprusi delle aule fasciste. Quella macchina non fu smontata, fu solo riavviata con lo stesso olio. E la cronaca lo dimostrò presto: nelle campagne dove i braccianti venivano falciati dal piombo delle forze dell’ordine, nelle piazze dove gli operai pagavano con il sangue le lotte per il pane e il lavoro. Nessuno pagò: processi eterni, accuse sgonfiate, assoluzioni in serie, inchieste archiviate senza un nome responsabile.

    Poi esplosero le bombe: Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus. La strategia della tensione insanguinò il Paese e una parte della magistratura inseguì con ostinazione le piste di sinistra, mentre le trame nere si dissolvevano nella nebbia. Giuseppe Pinelli volò giù da una finestra in questura; Pietro Valpreda divenne il mostro mediatico prima ancora di essere imputato. Anni dopo le sentenze avrebbero fatto giustizia delle accuse, ma le vite erano già state spezzate.

    Negli anni Settanta l’ondata repressiva travolse il dissenso. Il 1977 fu l’anno degli arresti di massa, delle carcerazioni preventive infinite. A Roma si parlava del “porto delle nebbie”, tribunale dove le inchieste scomode evaporavano. Giudici dichiaratamente fascisti garantivano impunità oscena. Chi invece indagava sul neofascismo, Occorsio, Amato, restava isolato, vulnerabile.

    Il 7 aprile 1979 Pietro Calogero lanciò il teorema della regia unica: Autonomia operaia e Brigate Rosse ridotte a un unico fronte armato. Le aule divennero tribunali politici, strumenti di resa dei conti.

    Questo è il curriculum che non si cancella con un colpo di spugna. Non deviazioni episodiche, ma una traiettoria costante perseguita da pezzi di magistratura al servizio dei soliti noti.

    Oggi la destra urla contro le toghe rosse, invocando il primato della politica. Una parte dell’opposizione le difende come ultimo baluardo della legalità. Ma chi porta impresse nella memoria quelle stagioni sa che lo Stato di diritto non è mai stato neutro. Ha colpito in basso con durezza sistematica e ha protetto in alto con discrezione chirurgica. È stato campo di battaglia, attraversato da rapporti di forza, continuità opache, reti massoniche, eredità nere mai estirpate.

    Si tratta di ricordare. Di restituire spessore storico a un dibattito che altrimenti si consuma nel chiasso dell’attualità, nelle parole d’ordine gridate a reti unificate.

    Io voterò No.

    Non per santificare l’ordine giudiziario esistente. Meno che mai per arruolarmi sotto la bandiera della magistratura. Scarcerate Hannoun!!!

    Voterò No come schiaffo a questo governo insopportabile di estrema destra. Non mi riconosco in nessun apparato giudiziario di questo Stato, segnato da continuità storiche mai recise con il ventennio fascista, da influenze massoniche, da parzialità strutturali. Fingere che la toga sia stata sempre impermeabile a tutto questo significa tradire la storia, riscriverla con la penna del vincitore.

    Il mio No è rifiuto politico di chi oggi comanda. È risposta di classe a un’offensiva di classe.

    #AlfredoFacchini
    #votoNO #referendumGiustizia

    @politica
    @attualita

  9. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita