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UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO
10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.
Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.
Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.
“Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)
Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.
Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.
Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.
Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.
Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.
Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.
Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .
“Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.
La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.
Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.
“C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.
Alfredo Facchini
#PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948
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UCCIDETE PLACIDO RIZZOTTO
10 marzo 1948. È sera. Placido Rizzotto, segretario generale della “Camera del lavoro” cittadina, cammina per le vie della sua Corleone, insieme a Ludovico Benigno. Hanno appena lasciato una riunione del partito socialista. I due incontrano, Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, vecchia conoscenza di Placido.
Benigno, strada facendo, li lascia per rientrare a casa. A Via Bentivegna, completamente deserta, scatta l’agguato. All’improvviso, Placido, si ritrova circondato da un gruppo di uomini agli ordini del capomafia, Luciano Liggio. Criscione si unisce alla banda. Con la forza lo caricano sulla “Fiat millecento” di Liggio, lo “sciancato”. Destinazione: contrada Malvello. Arrivati, lo trascinano in una fattoria abbandonata. Iniziano le sevizie, fino a fracassargli il cranio. Mezzo morto, i picciotti lo finiscono con tre colpi di pistola. Poi fanno sparire il corpo nella foiba, una ciacca come si dice in dialetto, di Rocca Busambra. E’ il primo caso di “lupara bianca”.
Un bambino, Giuseppe Letizia, sconvolto per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore tre giorni dopo il ricovero nell’ospedale diretto dal medico Michele Navarra, boss di Corleone, eminente esponente della Dc locale, riverito dai dirigenti regionali e nazionali del partito. Ha visto quello che non doveva vedere.
“Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell’11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell’epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d’aria che probabilmente provocò un’embolia”. (L’Unità del 25 maggio 2012)
Di fronte all’immobilismo di polizia e carabinieri nel condurre le indagini, Giuseppe Di Vittorio, segretario della “Cgil”, decide di dare un premio di mezzo milione di lire - venti volte lo stipendio medio di un operaio - a chiunque fornisca notizie utili a ritrovare Rizzotto e a scoprire i colpevoli.
Tocca al giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, indagare sul delitto Rizzotto. Un anno dopo vengono arrestati, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione. I due mafiosi ammettono le loro responsabilità nel rapimento di Placido e chiamano in causa Luciano Liggio, indicandolo come l’autore dell’assassino del sindacalista.
Ma la mafia è ovunque. Collura e Criscione, davanti ai giudici ritrattano tutto. Affermano che le loro confessioni sono state estorte dai Carabinieri. Il processo si chiude nell’ignominia.
Il 30 dicembre del 1952, la Corte d’Assise di Palermo, assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Sentenza poi confermata nel processo di appello e in Cassazione nel 1961. E’ Sandro Pertini l’avvocato di parte civile al processo.
Il sindacato manda a Corleone un nuovo dirigente da fuori, si chiama Pio La Torre. Farà una brutta fine anche lui, ucciso, negli anni ’80, per ordine, ancora una volta, dello “sciancato”.
Placido nasce il 2 gennaio del 1914, primo di sette figli. La madre, muore quando lui è ancora un ragazzino. Il padre Carmelo, invece, finisce in manette con l’accusa di essere in odore di mafia. Placido, abbandona gli studi per occuparsi delle cinque sorelle. Scoppia la seconda guerra mondiale. Il servizio militare lo porta nella Carnia, in provincia di Udine. Con l’armistizio dell’otto settembre diserta e si unisce alla Resistenza partigiana, nella banda clandestina del “Gruppo Napoli”.
Nel 1945, torna a Corleone. Due anni dopo viene eletto segretario della “Camera del Lavoro” di Corleone. Si batte per difendere le ragioni dei braccianti vessati dai grandi latifondisti .
“Nel ‘48, a Corleone, c’erano 64 famiglie mafiose con un esercito di 256 picciotti; ma è anche vero che in un paese di 10.000 abitanti, c’erano 2.500 iscritti al sindacato”.
La mafia corleonese, braccio armato dei proprietari terrieri, tenta di intimidire Rizzotto con le buone. Ma Placido non arretra di un centimetro. I latifondisti allora ordinano a Michele Navarra, di passare alle vie di fatto, alla condanna a morte.
Familiari e compagni non hanno mai smesso di invocare giustizia, assieme all’appello a recuperare il corpo di Placido. Solo nel 2008 vengono ritrovati i resti umani del sindacalista in uno strapiombo di Rocca Busambra, certificati dalla prova del “Dna”. Sarà tumulato accanto a Bernardino Verra, eroe del movimento contadino, assassinato dalla mafia nel 1915.
“C'era 'na vota c'era e c'è ancora un contadino ca di Corleone si chiamava Placido Rizzotto e Placido Rizzotto si chiama ancora”.
Alfredo Facchini
#PlacidoRizzotto #Corleone #LucianoLiggio #GiuseppeLetizia #MicheleNavarra #GiuseppeDiVittorio #CarloAlbertoDallaChiesa #PioLaTorre #SandroPertini #10marzo1948
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LO STUPRO DI FRANCA
9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.
Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.
Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.
Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.
Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.
Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.
Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.
Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.
Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».
Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?
Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.
Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.
<<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.
Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.
Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.
Alfredo Facchini
#francarame #stupro
#connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
#9marzo1973 -
BASTA DIRE MOSSAD
Alfredo FacchiniC’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.
L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.
L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.
Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.
Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.
E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.
Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.
E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.
L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.
Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.
#AlfredoFacchini
#Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
#PalestinaOccupata
#30dicembre2025 -
TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
Cronache dal teatrino di Palazzodi Alfredo Facchini
C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.
Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».
Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.
Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.
Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».
Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.
Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».
Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.
Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.
Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.
C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.
Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.
È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)
Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.
Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.
Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.
Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.
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Alfredo Facchini
SPUDORATAMENTE NORDIO
L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.
Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.
Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.
Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.
Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.
Il caso Moro.
Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro.
La strage di Bologna.
Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.
Il Banco Ambrosiano.
Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.
Tangentopoli.
Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al Psi. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.
La fuga.
Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.
La dittatura argentina.
E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trenta mila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico. Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.
E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di opinioni. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Succede perché l’Italia non ricorda.
Succede perché il passato dura 24 ore.
Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.