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#alfredofacchini — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #alfredofacchini, aggregated by home.social.

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  1. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  2. ANNIENTATO

    Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

    Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

    Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

    Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

    In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

    Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

    La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

    Tutti zitti.

    Alfredo Facchini
    #AlfredoFacchini

    #Hussamabusafiya #israeleterrorista

    @politica

  3. UNA FOTOGRAFIA
    #AlfredoFacchini

    Stamattina volevo scrivere quattro righe sull’ultimo editoriale del prode Travaglio, che se la prende con chi avrebbe bullizzato Erri De Luca e Francesco De Gregori. Volevo entrare nell’ennesima disputa della repubblica delle opinioni, dove ogni parola pesa una tonnellata e ogni tragedia dura il tempo di un ciclo di notizie.

    Poi, scrollando, è comparsa questa bambina. E mi sono vergognato. Tutto si è ristretto.

    Non conosco il suo nome. Non so quanti anni avesse. So soltanto che era viva. E che quattro giorni fa è stata uccisa dagli israeliani a Gaza. Tutto qui.

    A quel punto tutto il resto diventa piccolo. Terribilmente piccolo. Non irrilevante. Piccolo. Perché esiste una sproporzione morale. Da una parte il dibattito infinito dell’opinione pubblica occidentale. Dall’altra una bambina stesa a terra e un padre che urla.

    Ogni tanto una fotografia arriva per ricordarcelo. Una bambina che guarda. Con le mollette tra i capelli, il viso ancora pieno dell’infanzia. E accanto, in basso, un padre distrutto che piange sul suo corpo.

    Vi risparmio una tirata sul diverso valore attribuito alle vite a seconda delle latitudini. Vi chiedo soltanto una cosa. Guardate questa fotografia.

    Guardatela davvero.

    Alfredo Facchini

    #gazagenocide
    @politica

  4. da Alfredo Facchini

    ERRO DE LUCA

    Erri De Luca: <<Sono sionista, molti non sanno di esserlo. A Gaza nessun genocidio, IDF spostava i civili>>.

    Dov’è lo scandalo? Niente di nuovo sotto il sole. Erri De Luca la pensa così da una vita. Nessuna conversione improvvisa. Il punto è un altro: fa rumore perché viene da Lotta Continua? Fa effetto vedere certe posizioni se nello sfondo ci appiccichi le diapositive di un'altra epoca: i cortei che riempivano le strade, i caschi allacciati sotto il mento, i pugni chiusi levati contro il cielo. E poi la geopolitica di allora, romantica e feroce: l’Olp, Yasser Arafat con la sua kefiah, i fedayn.

    Ma il punto vero è un altro: dirsi ancora oggi sionisti, dopo Gaza ridotta a un cimitero di cemento, dopo un’occupazione lunga una vita, vuol dire stare dentro un’idea sfacciatamente precisa del mondo: quella in cui la sicurezza di un popolo viene costruita sulla prigionia di un altro.

    Il sionismo nasceva nei caffè freddi dell’Europa di fine Ottocento, fra uomini abituati a vivere con la valigia pronta e l’umiliazione cucita addosso. Volevano smettere di essere stranieri ovunque.

    Poi entra in scena la Storia. O meglio: l’Impero britannico. La Dichiarazione Balfour. Il mandato sulla Palestina. La geometria sporca del colonialismo europeo. E lì il sogno cambia pelle.

    Perché quella terra non era vuota. Respirava già. Aveva mercati, ulivi, bambini che correvano nella polvere e vecchi seduti davanti alle porte. Un altro popolo ci viveva da secoli.

    Così il sionismo, finì per assomigliare a tutte le imprese coloniali del Novecento. Gente arrivata da fuori che costruisce uno Stato pezzo dopo pezzo, muro dopo muro, mentre chi stava lì viene cacciato, cancellato dalle mappe. Uno Stato tirato su come un cantiere infinito. Case nuove, strade nuove, posti di blocco, soldati, morti, carceri, torture.

    Non ci sono sfumature o terze vie nel grande romanzo nero della realtà. Alla fine restano sempre due figure: chi tiene il fucile e chi vive con il mirino puntato addosso. Si direbbe, <<Un aggredito e un aggressore>>.

    Erri la Storia la conosce, eccome se la conosce. Non può fare finta di niente. E vederli adesso, tutti questi 'ex qualcosa' con la memoria corta non ti fa nemmeno incazzare. Questa mancanza di fosforo morale, più che altro immalinconisce.

    #AlfredoFacchini
    #errideluca #sionismo #gazagenocide

    @politica

  5. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  6. 25 aprile 1945: l’Italia è libera. Giorgio Almirante è latitante, ricercato, nascosto a Milano sotto falso nome: Giorgio Alloni. Lo userà fino all’amnistia del ’46. A dicembre, a Roma, con un manipolo di reduci di Salò, fonda il “Movimento Sociale Italiano”.
    Almirante, 32 anni, ex capo di gabinetto del ministro Mezzasoma, ex redattore al “Tevere” e alla “Difesa della Razza”, ex brigatista nero in Val d’Ossola, ne diventa segretario. L’anno dopo arriva la “fiamma tricolore”, simbolo sulla tomba di Mussolini, oggi nel logo di Fratelli d’Italia.
    Il primo comizio? Roma, 10 settembre 1947: finisce a calci. Alle elezioni del ’48 il MSI prende il 2,1%. Almirante entra in Parlamento e ci resterà per nove legislature.
    Nel frattempo, flirta con la Democrazia Cristiana, contribuendo nel ’47 all’elezione del sindaco DC Salvatore Rebecchini. Nel 1950 lascia la segreteria, ma si mette a capo dell’ala più estrema: «L’equivoco, camerati, è uno: essere fascisti in democrazia».
    Il MSI appoggia il governo Tambroni nel 1960. Genova, Roma, Reggio Emilia insorgono. A Reggio, 5 operai vengono uccisi. Il governo cade, il MSI torna nell’angolo. Sprofonda al 4-5%.
    Nel 1969 muore Michelini e Almirante riprende il comando. Sono gli anni della “strategia della tensione”. Aizza le piazze, sostiene i “boia chi molla” a Reggio Calabria, predica autodifesa armata.
    Nel 1971 la Procura di Milano lo indaga per ricostituzione del partito fascista. Nel 1973 la Camera autorizza a procedere. Finisce nel nulla.
    Si mostra in doppiopetto, ma dietro restano manganelli e nostalgie. Il MSI sfonda il 9% nel ’72, diventa “MSI–Destra Nazionale”. Il suo stile è chiaro: ordine, repressione, revisionismo.
    Almirante è ovunque: alla Sapienza scortato da squadristi, implicato nella strage di Peteano (amnistiato). Il suo partito è un mix torbido: notabili, reduci, apparati, golpisti, servizi segreti. Rauti, Borghese, Maggi, Freda, Fachini, Zorzi. Una rete mai trasparente, ma reale.
    Nel 1970, in TV, invoca un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci. Questo era il partito di Meloni, La Russa, Rampelli.
    Almirante fu sempre chiaro: «Che sono fascista ce l’ho scritto in fronte». Razzista, rastrellatore, repubblichino, firmatario di ordini di fucilazione. Nel ’44, in Toscana, un suo bando impone la pena di morte per chi non si consegna a fascisti e tedeschi. Poi si arruola nelle Brigate Nere.
    Nel 1938 scrive su Difesa della Razza: «Il razzismo dev’essere cibo di tutti». Sostiene che «i meticci e gli ebrei hanno potuto cambiare nome e confondersi con noi». Pochi mesi dopo, arrivano le leggi razziali. Lui è tra i teorici dell’odio.
    Parte volontario in Nordafrica, a dare corpo alle sue idee: sterminare. Alla fine della guerra, scappa. Poi fonda un partito che diventa trampolino per una nuova destra neofascista.
    Muore nel 1988. Ma prima benedice Gianfranco Fini, nuovo segretario.
    E Giorgia Meloni scriverà: «Onestà, coerenza, coraggio: valori che ha trasmesso alla destra italiana. Un grande uomo che non dimenticheremo mai»."E qui mi parte il besttemmione"
    Essere antifascisti oggi non è semplicemente una presa di posizione contro la malvagità del fascismo.
    Essere antifascisti è un metodo di interpretazione della Storia. Uno strumento di valutazione del passato, affinché quel passato non si ripresenti più.
    Non si arretra di un millimetro.
    Perché puoi anche non occuparti del problema, ma sarà il problema a occuparsi di te.
    #AlfredoFacchini
    #Antifa
    #antifascismo #25aprile #resistenza

    @politica

  7. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  8. RACHEL SCHIACCIATA DA UNA RUSPA ISRAELIANA
    di Alfredo Facchini

    16 marzo 2003. Rafah. Sono giornate terribili: l’esercito terrorista con la stella di David è impegnato a demolire centinaia di abitazioni lungo il confine tra Gaza e l’Egitto. È in corso l'Intifada di Al Aqsa.

    Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, vola a Rafah per svolgere azioni di interposizione con il suo movimento: l'International Solidarity Movement. L’unica arma a disposizione è il loro corpo.

    <<Sono a Rafah. Una città di 140mila persone, il 60% delle quali sono profughi. Al momento, l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto dodici metri tra Rafah e il confine. 602 case sono state completamente rase al suolo dai bulldozer e il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più alto>>.

    Il viaggio di Rachel finirà nel peggiore dei modi. Perderà la vita proprio nel tentativo di impedire che una ruspa militare demolisse l'abitazione di un medico palestinese. Viene travolta. Schiacciata.

    Il tribunale di Haifa sentenziò che il conducente del bulldozer non vide Rachel e che la sua morte fu <<il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé>>. Una versione vile, smentita da decine di testimonianze.

    <<Quel giorno di marzo, durante le operazioni di demolizione, Rachel Corrie e gli altri attivisti internazionali indossavano come di solito un giubbotto arancione fluorescente per essere riconoscibili e si rivolgevano ai soldati con megafoni, restando di fronte ai bulldozer diverse ore per impedire loro di distruggere le abitazioni>>.

    Prima di finire sotto i cingoli di una ruspa dell’esercito israeliano Rachel scrive una lettera appassionata a sua madre. Ecco alcuni stralci.

    <<Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
    Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.

    Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

    Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te.

    Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma. Vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel>>

    #AlfredoFacchini

    #RachelCorrie #16marzo2003 #Israele #israelegenocida

    @politica @storia

  9. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  10. #AlfredoFacchini

    LO STUPRO DI FRANCA

    9 marzo 1973. Milano. Nel capoluogo lombardo si consuma una delle pagine più schifose: Franca Rame viene rapita e stuprata.

    Attrice militante, femminista, sempre in prima linea insieme al marito, Dario Fo, per i fascisti Franca è una donna troppo scomoda: merita una punizione.

    Via Nirone. 18.30. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque infami con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone.

    Viene picchiata, seviziata e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone. Alla fine viene “scaricata” nei pressi del Castello Sforzesco.

    Per anni le indagini contro ignoti ristagnano nelle sabbie mobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando nel corso del processo per la Strage di Bologna, Angelo Izzo - uno degli autori del Massacro del Circeo - dichiara di aver saputo da alcuni camerati di cella - Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli - che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi. Ma c’è di più: la spedizione punitiva è stata ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo.

    Le sue dichiarazioni, non vengono prese troppo sul serio, ma aprono uno squarcio nell'istruttoria. I sospetti riprendono vigore quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che racconta di uno scontro tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. I due si sarebbero rinfacciati, l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi degli esecutori dello stupro: Angelo Angeli, e poi un certo Muller e un certo Patrizio.

    Effettivamente a Milano gira negli ambienti neofascisti un Robert Muller, mercenario, prima nel Congo belga, poi, nello Yemen, ma nessuno si prende la briga di ascoltarlo.

    Il giudice Guido Salvini che indaga sull’eversione nera, durante un interrogatorio apprende da Biagio Pitarresi, esponente di spicco della destra milanese, che l’azione in un primo momento fu proposta a lui, da un ufficiale dell’Arma, ma che egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli.

    Questa ricostruzione sulle responsabilità dei carabinieri fu confermata dal generale Bozzo, all’epoca dei fatti tenente di stanza alla caserma Lamarmora, che testimoniò il fatto che in caserma si era brindato e che il generale Palumbo, il comandante dell’Italia del Nord dei carabinieri, parlando in ufficio con il suo segretario personale, all’arrivo della notizia, esclamò «Finalmente!».

    Chi è Giovanbattista Palumbo? Un ex repubblichino, piduista e sodale del colonnello Dino Mingarelli, uno degli estensori nell’estate del 1964 del fallito golpe ispirato dal generale De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo”. Il peggio del peggio. Il reato intanto finisce in prescrizione. Di quei cinque fascisti nessuna traccia. Angelo Angeli che fine ha fatto?

    Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale. Un paese indecente.

    Nel 1975 Franca racconterà l’allucinante vicenda che l’ha vista protagonista nel monologo “Lo stupro”.

    <<Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti - diceva Franca Rame - È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa.

    Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani>>.

    Franca ci ha lasciati, dopo una lunga malattia, il 29 maggio 2013.

    Alfredo Facchini

    #francarame #stupro
    #connivenzefascisticarabinieriservizisegreti
    #9marzo1973

  11. - 2
    RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    Nonostante alcune rivalità, i gruppi armati di Gaza operano da anni in un quadro unitario chiamato:
    “Joint Operations Room of Palestinian Resistance Factions in Gaza”. Fondata nel 2018, questa struttura:
    • Coordina le strategie difensive e offensive tra Hamas, PIJ, FPLP, PRC, DFLP e altri.
    • Non esiste un “capo unico”, ma una cabina di regia collettiva con delegati militari
    • È stata attivata ufficialmente anche per il 7 ottobre, secondo dichiarazioni rilasciate due giorni dopo l’attacco.

    Di seguito una breve ricognizione sui quattro principali gruppi della Resistenza palestinese, i più influenti sul piano militare, politico e simbolico:
    • Fatah (e le Brigate dei Martiri di al-Aqsa)
    • Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)
    • Movimento di Resistenza Islamica (Hamas)
    • Jihad Islamica Palestinese (PIJ)

    Fatah (Harakat al-Tahrir al-Watani al-Filastini)
    Fondazione: 1959 (ufficialmente nel 1965 con il primo attacco armato)
    Ideologia: nazionalismo laico, pragmatismo politico
    Leader storico: Yasser Arafat
    Braccio armato (dal 2000): Brigate dei Martiri di al-Aqsa
    Origine e ideologia
    • Fondato da un gruppo di intellettuali arabi in diaspora, tra cui Arafat, con l’idea di autonomia del movimento palestinese rispetto ai regimi arabi.
    • Ideologia: nazionalismo laico, pluralista, centrato sulla liberazione della Palestina, senza connotazioni religiose o classiste.
    • Dopo la morte di Arafat (2004), inizia una crisi interna profonda.
    • Oggi controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania.
    • È parte della resistenza armata, ma con ruolo ambivalente: collabora in Cisgiordania con Israele in materia di “sicurezza”, ma è sotto pressione da giovani combattenti non controllabili.
    • Ha perso centralità come motore della Resistenza. È considerato da molti come corrotto, compromesso, e troppo legato all’Occidente.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    Fondazione: 1967
    Ideologia: marxismo-leninismo, antisionismo, secolarismo, anticapitalismo
    Leader storico: George Habash
    Braccio armato: Brigate Abu Ali Mustafa
    Origine e ideologia
    • Nato dalla fusione di vari gruppi panarabisti e marxisti dopo la guerra del 1967.
    • L’unico gruppo storico palestinese a coniugare questione nazionale e lotta di classe.
    • Si ispira a Guevara, Mao, Frantz Fanon, e alla rivoluzione algerina.
    • Ha spesso criticato l’OLP da sinistra, senza mai uscirne del tutto.
    • Attivo soprattutto in Cisgiordania (Nablus, Jenin) e a Gaza.
    • È l’unico gruppo ad avere ancora legami con la sinistra rivoluzionaria internazionale (Cuba, Venezuela, partiti comunisti).
    • Tra i giovani militanti radicali è in crescita, specie tra chi rigetta il compromesso dell’ANP e cerca un’alternativa laica a Hamas.

    Hamas - Movimento di Resistenza Islamica
    Fondazione: 1987 (durante la Prima Intifada)
    Ideologia: islamismo sunnita, resistenza nazionale, antisionismo
    Braccio armato: Brigate Izz ad-Din al-Qassam
    Origine e ideologia
    • Fondato come emanazione palestinese dei Fratelli Musulmani, inizialmente con l’obiettivo di creare uno Stato islamico in Palestina.
    • Inizialmente non parte dell’OLP, ma guadagna popolarità come alternativa all’“élite secolarizzata e corrotta”.
    • 2006: vince le elezioni legislative, ma viene boicottato a livello internazionale.
    • 2007: prende il controllo di Gaza, cacciando Fatah.
    • Hamas è il governo de facto di Gaza. Gestisce servizi, sicurezza, sanità, istruzione.
    • Le Brigate al-Qassam sono oggi una delle forze paramilitari più organizzate del Medio Oriente.
    • È percepito come forza autentica e radicata, ma anche come autoritaria e chiusa.

    Jihad Islamica Palestinese (PIJ)
    Fondazione: primi anni ’80
    Ideologia: islamismo rivoluzionario, lotta armata permanente
    Braccio armato: Brigate al-Quds (Gerusalemme)
    Origine e ideologia
    • Nata da una scissione di intellettuali islamisti più radicali rispetto a Hamas.
    • Non partecipa alle elezioni, rifiuta ogni compromesso politico con Israele.
    • Ideologia: jihad contro l’occupazione fino alla liberazione completa della Palestina.
    • Sempre impegnata nella lotta armata, spesso in coordinamento con Hamas, ma senza le sue ambizioni di governo.
    • Base principale: Gaza, ma presente anche in Cisgiordania (Jenin, Tulkarem).
    • Ha legami forti con l’Iran e Hezbollah.
    • Molto attiva nella “nuova resistenza armata” della Cisgiordania.

    A Gaza, operano una decina di gruppi armati palestinesi, con diversi gradi di organizzazione, arsenale, radicamento e affiliazione politica o religiosa. Alcuni sono vere e proprie brigate paramilitari strutturate, altri sono piccoli gruppi locali o emanazioni di partiti politici.

    Oltre le già citate Brigate Izz ad-Din al-Qassam (Hamas), Brigate al-Quds (Jihad Islamica Palestinese), Brigate Abu Ali Mustafa (FPLP), Brigate dei Martiri di al-Aqsa (Fatah)
    a Gaza operano gruppi medi o emergenti:
    Resistenza Nazionale (DFLP – Fronte Democratico)
    • Braccio armato del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, marxista

    Movimento al-Sa’iqa (Fulmine)
    • Legato storicamente al partito baathista siriano

    Fronte di Lotta Popolare Palestinese (PFLF-GC)

    Brigate della Resistenza Popolare (PRC – Popular Resistance Committees)
    • Nato da ex-membri di Fatah, Hamas, PIJ

    Infine si contano una mezza dozzina di micro-gruppi jihadisti salafiti (con simpatie ISIS o al-Qaeda).
    Questi gruppi non sono parte della resistenza nazionale unitaria e spesso sono in contrasto con Hamas.

    In conclusione da segnalare un passaggio storico per la Resistenza palestinese. Pechino, 21–23 luglio 2024: le fazioni palestinesi dopo anni di schermaglie e divisioni trovano un’intesa. Per la prima volta, 14 gruppi politici e armati - tra cui Hamas, Fatah, Jihad Islamica, FPLP e DFLP - si sono riuniti in un unico tavolo.
    Il vertice si è concluso con la firma della Dichiarazione di Pechino, alla presenza del ministro degli Esteri cinese Wang Yi.
    L’accordo punta a ricostruire l’unità nazionale sotto l’ombrello dell’OLP, con la formazione di un governo ad interim, la ricostruzione di Gaza e l’organizzazione di elezioni generali.

    Alfredo Facchini

    - fine

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  12. RADIOGRAFIA DELLA RESISTENZA

    di Alfredo Facchini

    La Resistenza palestinese affonda le radici un secolo fa. Negli anni ’20 si registrano le prime rivolte contro l’immigrazione ebraica favorita dagli inglesi. Poi la Grande Rivolta Araba del 1936-39: scioperi, lotta armata, sabotaggi. Repressa nel sangue, con la complicità delle milizie sioniste.

    Nel 1948 la Nakba: 750 mila palestinesi cacciati, villaggi rasi al suolo. Da allora la lotta cambia bersaglio: non più Londra, ma Tel Aviv. I profughi diventano l’esercito silenzioso di un popolo in esilio.

    Negli anni ’50 e ’60 nascono i fedayn, combattenti senza patria, e l’OLP, che porta la causa palestinese sulla scena internazionale. Nel 1967, dopo la disfatta araba e l’occupazione totale, la Resistenza prende la forma di lotta armata organizzata.

    Nel 1987 scoppia la Prima Intifada: pietre contro i carri armati, barricate improvvisate, comitati popolari. È qui che nasce Hamas, figlio della disperazione e dei Fratelli Musulmani. Nel 2000 la Seconda Intifada segna il ritorno delle armi, l’ascesa di Hamas e la fine delle illusioni di Oslo.

    Parlare ossessivamente solo di Hamas occulta che la Resistenza palestinese in realtà è ampia, articolata, e interclassista:
    • Fazioni marxiste (FPLP, DFLP),
    • Islamisti non legati ad Hamas (PIJ).
    • Nazionalisti laici (Fatah in Cisgiordania).
    • Giovani delle nuove intifade, spesso non affiliati a partiti.

    Questa diversità smentisce l’idea che la Resistenza sia solo “fondamentalismo islamico”. Quindi si preferisce ignorare tutto il resto per ridurre il conflitto a un presunto scontro religioso.

    Parlare di “Israele contro Hamas” consente di rimuovere dalla scena la storia del 1948, la Nakba, i profughi, le colonie in Cisgiordania, il blocco di Gaza, le migliaia di detenuti senza processo. È una depoliticizzazione voluta: non si parla di un popolo colonizzato e privato della libertà, ma di terroristi che “odiano Israele”.

    Israele ha sempre preferito Hamas come nemico pubblico, perché:
    • Legittima le proprie operazioni militari (“stiamo combattendo il terrorismo islamico”).
    • Divide il fronte palestinese (Hamas vs Fatah).
    • Consente di evitare ogni prospettiva negoziale seria.

    Israele stesso ha tollerato indirettamente (non finanziato) l’ascesa di Hamas negli anni ’80 per indebolire Fatah e la sinistra (questione già approfondita nella prima parte)

    Prendiamo il 7 ottobre 2023: non hanno operato solo i miliziani di Hamas. L’attacco in territorio israeliano è stato pianificato e condotto da più gruppi armati palestinesi, anche se Hamas ha avuto un ruolo centrale. Il comando generale era sotto le Brigate al-Qassam, ma l’azione è stata congiunta, frutto di un coordinamento tra diverse fazioni della Resistenza attive a Gaza.

    Ecco i gruppi coinvolti:
    Brigate al-Qassam (ala militare di Hamas)
    • Hanno gestito le incursioni a Zikim, Sderot, Re’im, Be’eri, Netiv HaAsara, ecc.
    • Uso massiccio di droni, bulldozer, paramotori, motociclette, razzi.

    Brigate Al-Quds (ala militare della Jihad Islamica Palestinese - PIJ).
    • Hanno partecipato ad attacchi nei kibbutz e nelle basi militari israeliane.
    • Molti video diffusi mostrano unità al-Quds con le proprie insegne e armamenti operare congiuntamente a quelle di Hamas.

    FPLP - Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
    • I loro uomini sono entrati in alcune comunità nel sud di Israele.
    • Presenti soprattutto in ruoli di supporto e azione secondaria.
    • In un comunicato ufficiale scrivono: “Partecipiamo all’operazione e la rivendichiamo come risposta storica all’occupazione e all’assedio”.

    Comitati di Resistenza Popolare (PRC) – Brigate Salah al-Din
    • Piccolo ma ben armato gruppo con radici salafite e nazionaliste.

    Agenzie come Al Jazeera, Middle East Eye, The Intercept e Mondoweiss hanno confermato la presenza simultanea di almeno 4 formazioni palestinesi nei combattimenti del 7 ottobre.

    Report israeliani interni all’IDF (trapelati da Haaretz e Yedioth Ahronoth) riconoscono la “sorprendente coordinazione tra milizie distinte”, con alcune che non avevano mai combattuto prima oltre il confine.

    - segue

    di #AlfredoFacchini
    #israele #palestina #resistenz apalestinese #Hamas

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  13. BASTA DIRE MOSSAD
    Alfredo Facchini

    C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

    L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

    L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

    Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
    La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

    L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

    Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

    E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

    Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

    E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

    L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

    Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
    E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

    Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

    #AlfredoFacchini
    #Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
    #PalestinaOccupata
    #30dicembre2025

    @attualita

  14. BASTA DIRE MOSSAD
    Alfredo Facchini

    C’è un particolare che non sta mai nei titoli. Non sta nei sommari. Non apre i notiziari. Eppure è l’unico particolare che conta.

    L’inchiesta “Hannoun”, quella che riempie le prime pagine, gonfia i talk show e scatena l’indignazione bipartisan della classe politica italiana, nasce nei dossier del Mossad. Non è una segnalazione laterale. È la sorgente. Quel Mossad che considera ostile Save the Children e collusi organismi delle Nazioni Unite, come l’UNRWA.

    L’intera impalcatura accusatoria è costruita, orientata, selezionata da un servizio segreto appartenente a uno Stato terrorista. Uno Stato che pratica l’eliminazione mirata, la punizione collettiva, la repressione sistematica.

    Il paradosso è tutto qui, ed è monumentale. In Italia un’inchiesta giudiziaria viene trattata come oro colato proprio perché nasce dal Mossad. Non nonostante il Mossad. Grazie al Mossad. Nessun giornale si chiede se la fonte abbia un interesse diretto. Nessun talk pone la questione più semplice e più scomoda: può uno Stato parte in causa dettare l’agenda giudiziaria di un altro Paese?
    La risposta, nei fatti, è già arrivata. Sì, può. E qui accade il secondo atto, quello più rivelatore.

    L’informazione italiana gode. Gode nel criminalizzare. Gode nel mostrare il movimento pro-palestinese sotto una luce penale, torbida, sospetta. Gode nel confondere solidarietà, piazza e lotta armata. ONG, associazioni, attivisti, cittadini: tutto nello stesso sacco.

    Il lessico è pronto da anni: importato, rodato, testato altrove. Chi aiuta Gaza finanzia Hamas. Chi parla di Palestina legittima il terrorismo. Chi contesta Israele minaccia l’ordine. Il movimento pro-Pal diventa così una macchia. Una zona grigia da sorvegliare. Un corpo estraneo da normalizzare con il codice penale.

    E intanto i morti restano sullo sfondo. Quattrocentoundici palestinesi uccisi durante la farsa della tregua. Un dato che passa. Scivola. Non scalda i titoli. Non eccita. Meglio l’arresto. Meglio il sospetto. Meglio il volto da sbattere in prima pagina.

    Il giornalismo italiano, in questa storia, ancora una volta è osceno. C’è una parte del Paese, del resto, che attendeva con ansia questo momento. Il momento in cui il movimento pro-Pal smette di essere politico e diventa giudiziario.

    E poco importa da dove arrivi. Che la fonte sia un servizio segreto straniero, impegnato in una guerra di annientamento, non disturba. Anzi: rassicura. Perché offre una scorciatoia: non discutere la Palestina, non guardare Gaza, non nominare l’assedio. Basta dire: Mossad. E tutto diventa credibile.

    L’Italia, dal dopoguerra, è un Paese a sovranità limitata. Una condizione strutturale, mai davvero rimossa. Prima sotto l’ombrello degli Stati Uniti, tra basi militari, alleanze obbligate e obbedienza atlantica. Oggi dentro un perimetro nuovo, meno dichiarato ma altrettanto vincolante, nel quale l’agenda politica, mediatica e giudiziaria viene orientata da interessi esterni legati al sionismo internazionale.

    Non è una teoria. È una pratica quotidiana. Si manifesta nel silenzio imposto su Gaza, nella criminalizzazione della solidarietà, nell’accettazione acritica di dossier prodotti da apparati stranieri come se fossero verità rivelate. In questo quadro, l’inchiesta “Hannoun” non è un’anomalia: è un sintomo. La prova che la subordinazione non è più solo militare o diplomatica, ma culturale, informativa, giudiziaria.
    E quando un Paese rinuncia a pensare con la propria testa, rinuncia definitivamente anche alla propria sovranità. Anche senza che nessuno debba più ricordarglielo apertamente.

    Non ha più bisogno di ordini espliciti: l’obbedienza è ormai automatica.

    #AlfredoFacchini
    #Mossad #Hannoun #inchiestahannoun
    #PalestinaOccupata
    #30dicembre2025

    @attualita

  15. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

    @attualita

  16. SULL’ARRESTO DI GRETA
    Dallo Stato di diritto allo Stato di paura

    L’arresto di Greta Thunberg, avvenuto oggi [23 dicembre 2025] sotto le maglie del Terrorism Act 2000, segna l’inizio di una nuova e pericolosa era: quella in cui la solidarietà viene ufficialmente trattata come terrorismo.

    Greta è stata trascinata via dalla polizia della City per aver alzato un cartello. Dieci parole - «Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio» - sono bastate a far scattare una legge nata per combattere le stragi, oggi ridotta a manganello legislativo contro chiunque osi sfidare l’agenda bellica del governo.

    Attraverso l’applicazione della Sezione 13 del Terrorism Act, il Ministero dell’Interno guidato da Yvette Cooper tenta di decapitare i movimenti di protesta sociale.

    L’inserimento di Palestine Action nella lista delle organizzazioni proscritte è un’operazione di censura politica mirata a proteggere interessi industriali, blindare forniture militari, mettere a tacere chi indica i responsabili.

    Criminalizzare il sostegno ai prigionieri politici è il primo passo verso la messa al bando del pensiero critico. Se un simbolo, una bandiera o un cartello in una piazza pubblica possono portarti in una cella di isolamento, la libertà di espressione nel Regno Unito è, di fatto, un pallido ricordo del passato.

    L’arresto di oggi è un avvertimento diretto a tutti noi: vogliono che abbiamo paura di parlare, paura di manifestare, paura persino di mostrare empatia per chi soffre.

    Oggi Greta è uscita su cauzione. A marzo dovrà comparire davanti a un giudice. La battaglia legale che inizierà nel marzo 2026 non riguarderà solo una ragazza svedese e il suo cartello. Sarà uno spartiacque. Sarà il processo alla legge stessa.

    La nostra solidarietà non è negoziabile perché nasce prima della legge e sopravvive ad essa. Non chiede permesso, non si piega ai decreti, non arretra davanti ai codici penali. Esiste ogni volta che un essere umano rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

    Chiamare terrorismo un gesto di solidarietà significa riscrivere il vocabolario per rendere accettabile la repressione. Significa svuotare le parole del loro senso e riempirle di paura. Oggi un cartello, domani una voce, dopodomani un silenzio imposto. La linea è tracciata.

    La nostra solidarietà non è negoziabile. Il nostro dissenso non è terrorismo.

    #AlfredoFacchini #palestinaction #Londra #terrorismactsection13
    #23dicembre2025

    @attualita

  17. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  18. STRAGE DOPO STRAGE
    Alfredo Facchini

    Gaza non è Bondi Beach.
    La cronaca arriva ogni giorno come un referto stropicciato, senza titoli né rumore.

    L’ultimo: un attacco israeliano colpisce una scuola per sfollati, accanto all’ospedale Al-Durra, nel quartiere Al-Tuffah di Gaza City.

    Corpi a pezzi: sette. Numeri provvisori, come sempre. I vivi che chiamano aiuto. Israele che blocca i soccorsi. Poi il tempo fa il resto.

    Ogni giorno Gaza muore in silenzio.

    E in chi guarda cresce una stanchezza opaca. Il sospetto che l’orrore, ripetuto, al rallentatore, diventi normalità definitiva.

    È uno stato d’animo quasi indecente: sentirsi irrilevanti. Non complici, non colpevoli in modo diretto, ma laterali. Come se ciò che accade non avesse più bisogno di noi nemmeno come spettatori. Le immagini scorrono, i numeri si sommano, e dentro resta una sensazione di vuoto che non urla. Si deposita.

    È qui che il danno diventa politico. Quando anche noi cominciamo a dubitare che dire, scrivere, raccontare serva ancora a qualcosa.

    Eppure è proprio lì che non si può smettere di tessere. Non per illusione di efficacia immediata, ma per non consegnare tutto al silenzio. Continuare a tessere non salva il mondo. Serve a non perderlo del tutto.

    #AlfredoFacchini #GAZAgenocide

    @attualita

  19. TRE MINISTRI UN SOLO CIRCO
    Cronache dal teatrino di Palazzo

    di Alfredo Facchini

    C’è un teatrino, a Roma, dove ogni giorno si alza il sipario e la compagnia di giro del governo dà il peggio di sé. Basta un microfono, un palco improvvisato e la voglia incontenibile di dire qualcosa che superi, per volume e assurdità, ciò che ha detto un collega il giorno prima.

    Nordio: «Il maschio non accetta la parità, il suo codice genetico fa resistenza».

    Dopo aver strizzato l’occhiolino alla P2 di Licio Gelli, il Guardasigilli s’improvvisa genetista. Per lui l’uguaglianza fra donne e uomini non è questione di cultura, educazione, responsabilità, ma una faccenda di geni ribelli. E così la violenza maschile assume i toni della fatalità.

    Attribuire la violenza maschile - come fa Nordio - al “codice genetico” significa togliere responsabilità umane, sociali, culturali. Rendere inevitabile ciò che andrebbe affrontato.

    Poi arriva lei. Roccella: «Non c’è correlazione tra educazione sessuale a scuola e diminuzione della violenza contro le donne».

    Per l’ex pasionaria pannelliana l’idea che l’educazione possa ridurre il danno sociale più antico del mondo diventa improvvisamente un’illusione. Non servono conoscenze, non servono strumenti, non servono parole: bisogna brancolare nel buio, e soprattutto restarci. Chi spera in giovani capaci di relazioni sane dovrà farsene una ragione: la scuola deve restare un luogo per coltivare tabù.

    Ed eccoci all’apice. Cambio di scena. Il colpo di teatro. Tajani: «Se ci attaccano da Sud, il Ponte sullo Stretto sarà importante per l’evacuazione».

    Un’invasione immaginaria proveniente da Sud, un ponte gigantesco trasformato non in infrastruttura ma in via di fuga. Il prossimo passo? Armare i caselli.

    Se guardiamo insieme le tre “sciocchezze” pronunciate dai ministri meloniani, emerge con chiarezza un modello ricorrente, utilizzato da governi inetti in affanno narrativo.

    Si lancia nel vuoto una frase vistosa, sproporzionata, che crea un piccolo incendio mediatico. Risultato: riempire l’aria di scintille per non parlare del fuoco vero.

    C’è un principio non scritto: se ripeti molte frasi esagerate, scollegate dai fatti, la soglia di accettazione pubblica si abbassa. Si rende il grottesco parte della normalità.

    Ormai tutte le destre - con dosaggi diversi - hanno adottato queste tecniche. La logica è dire qualunque cosa pur di occupare la scena. È un tratto comune ai governi che vivono nel ciclo perenne di talk show, social e dichiarazioni lampo.

    È un populismo di governo: chi ha il potere parla come se fosse sempre all’opposizione. È sempre colpa degli Altri o di chi li ostacola. Il caso Albania, su tutti. Serve a parlare non al paese intero, ma a un blocco preciso di sostenitori. «Chi non salta comunista è». (Magari.)

    Questo linguaggio discende da una corrente comunicativa che privilegia l’emozione sopra l’analisi. Se la frase crea una reazione forte, ha già vinto. L’origine sta nelle tecniche di marketing politico importate dagli USA dagli anni ’90, oggi moltiplicate dai social e da un gangster alla Casa Bianca.

    Una pratica che mira a ridefinire i confini del dicibile. Si lanciano frasi iperboliche per abituare il pubblico a un tono sempre più spinto, fino a far sembrare moderate posizioni che non lo sono affatto.

    Intanto Meloni Nordio, Roccella, Tajani: la vita vera resta offesa da questo circo di parole. Chi subisce la violenza non vuole sentire parlare di geni impazziti. Chi educa non vuole farsi dire che il suo lavoro è inutile. Chi vive nel Sud non merita di essere usato come scenario di fantasie distopiche.

    Quando si banalizza la violenza sulle donne, quando si nega l’importanza della cultura, quando si trasforma un progetto infrastrutturale in un racconto da guerra fredda, si costruisce un paese che deve abituarsi al ridicolo. Ed è lì che il potere smette di essere solo inadeguato e diventa pericolosissimo: perché governa come parla, senza misura e senza vergogna.

    #AlfredoFacchini

    #meloni #nordio #roccella #tajani # violenzaDonne

    @attualita

  20. Alfredo Facchini

    SPUDORATAMENTE NORDIO

    L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.

    Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.

    Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.

    Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.

    Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.

    Il caso Moro.

    Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro.

    La strage di Bologna.

    Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.

    Il Banco Ambrosiano.

    Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.

    Tangentopoli.

    Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al Psi. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.

    E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.

    La fuga.

    Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.

    La dittatura argentina.

    E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trenta mila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico. Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.

    E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di opinioni. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.

    Succede perché l’Italia non ricorda.
    Succede perché il passato dura 24 ore.
    Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.

    #AlfredoFacchini
    #nordio #licioGelli

  21. SUMUD

    È iniziato il conto alla rovescia. Per una missione che porterà nel ventre del Mediterraneo un’urgenza che nessun governo ha avuto il coraggio di assumersi.

    Il 31 agosto, da Barcellona e da Genova, salperanno le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla: il più grande tentativo mai organizzato di spezzare l’assedio di Gaza. Decine di navi, centinaia di attivisti, tonnellate di aiuti. E non è che l’inizio: il 4 settembre, altre decine di imbarcazioni partiranno dalla Tunisia e dai porti del Sud Italia. Ancora sconosciuti gli scali.

    È rottura, è azione, è Sumud: la fermezza, che resiste anche quando la storia sembra franare.

    44 paesi coinvolti, centinaia di città che dal 31 agosto in poi ospiteranno manifestazioni, azioni dirette. Un oceano di popoli che si rifiutano di stare a guardare.

    Il cuore italiano di questa missione batte forte a Genova. Qui, nel cuore del porto, si corre contro il tempo per caricare 40–45 tonnellate di aiuti umanitari: generi alimentari, medicine, beni di prima necessità. Qui associazioni come Music for Peace e CALP hanno fatto della solidarietà una pratica concreta, non una parola da comunicati.

    La Flotilla è un atto di insubordinazione globale. È la pratica di un corridoio umanitario laddove le cancellerie sono immobili, per codardia o per complicità. È la testimonianza che la solidarietà non chiede permesso.

    Il rischio è enorme: chi parte lo sa. Ma o si è complici del blocco, o si è parte di chi lo sfida.

    Alfredo Facchini
    #alfredoFacchini
    #sumud
    #globalsumudflotilla
    @attualita