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#psicologiacognitiva — Public Fediverse posts

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  1. #datocurioso

    ¿Por qué el cerebro se empeña en conectar cosas que no tienen relación ni sentido?

    Seguro has escuchado a alguien decir que los números repetidos en el reloj son una señal del universo, o que una serie de malas rachas seguidas son obra del destino o la mala suerte. Encontrar conexiones sobrenaturales o significados ocultos en eventos que ocurren completamente al azar es algo sumamente común. Este fenómeno psicológico se llama apofenia, y es la tendencia natural de nuestra mente a percibir patrones con significado en información que es totalmente aleatoria.

    El cerebro humano odia la incertidumbre y el caos. Desde el punto de vista evolutivo, estamos programados para buscar orden en el mundo porque predecir eventos nos ayudaba a sobrevivir. Por ejemplo, aprender que después de cierta nube venía una tormenta nos permitía buscar refugio a tiempo. El problema es que este sistema de detección de patrones es tan sensible que a menudo se descalibra y encuentra conexiones donde no existe ninguna lógica real. El cerebro prefiere inventarse una explicación o una teoría de conspiración antes que aceptar el hecho de que el universo está lleno de puras coincidencias.

    La apofenia es la madre de las supersticiones, de las teorías de conspiración y de muchas creencias pseudocientíficas. Es el mecanismo que nos hace creer que una playera vieja nos da buena suerte en los partidos de fútbol o que ciertos eventos históricos separados por siglos están conectados por una logia secreta. Es solo nuestra mente intentando ponerle un marco y un orden a un mundo caótico que simplemente se mueve por el azar.

    M. P., MSc. en Psicología Clínica

    #Apofenia #PsicologiaCognitiva #SesgosMentales #CerebroHumano #Supersticiones

  2. #datocurioso

    ¿Por qué vemos caras ocultas en todos lados?

    Seguro te ha pasado que vas caminando y de pronto ves un rostro sonriente en el enchufe de la pared, una cara de sorpresa en la parte trasera de un coche o una silueta extraña en las nubes. Este fenómeno no significa que estés perdiendo la cabeza, sino que tu cerebro está experimentando una respuesta evolutiva muy profunda llamada pareidolia. Es un error de diseño biológico sumamente curioso que compartimos todos los seres humanos.

    Nuestro cerebro es una máquina experta en buscar patrones para ayudarnos a sobrevivir. Hace miles de años, cuando vivíamos en la naturaleza rodeados de peligros, detectar una amenaza en una fracción de segundo marcaba la diferencia entre la vida y la muerte. Si un antepasado nuestro veía una sombra entre los arbustos y pensaba que era el rostro de un depredador, se ponía a salvo de inmediato. Si resultaba ser solo una roca, no pasaba nada; pero si ignoraba la sombra y sí era un felino, moría. Por eso, la evolución prefirió que nuestro cerebro fuera exagerado y viera caras donde no las hay antes de que pasara por alto un peligro real.

    Esta respuesta es tan automática que involucra una zona muy específica de nuestra mente llamada área fusiforme facial, la cual se activa en milisegundos cuando detectamos rasgos básicos como dos ojos y una boca. Las redes sociales están inundadas de fotos con objetos cotidianos que parecen tener expresiones humanas porque nuestro sistema visual procesa esas formas antes de que la parte racional del cerebro pueda analizar qué objeto estamos viendo en realidad. La pareidolia es el recordatorio constante de que seguimos cargando con el instinto de supervivencia de los primeros humanos en un mundo lleno de tecnología.

    M. P., MSc. en Psicología Clínica

    #Pareidolia #EvoluciónHumana #PsicologíaCognitiva #CerebroHumano #Curiosidades

  3. Complottismo: non è (solo) una questione di cultura, ma di psicologia

    Perché persone istruite, informate e apparentemente razionali finiscono per credere che il mondo sia governato da poteri occulti? Un nuovo studio pubblicato su Applied Cognitive Psychology prova a rispondere spostando l’attenzione dai contenuti delle teorie del complotto ai tratti psicologici che le rendono attraenti, indipendentemente da istruzione, censo o credo religioso (Furnham et al., 2026).

    Un fenomeno che non risparmia nessuno

    Nella mia pratica clinica quotidiana mi capita sempre più spesso di confrontarmi con pazienti, e talvolta con colleghi, che mettono in discussione l’origine di una malattia, l’utilità di una vaccinazione o l’indipendenza della ricerca scientifica, attribuendo questi ambiti a presunti interessi occulti di governi, agenzie regolatorie o industria farmaceutica. Non si tratta più di un fenomeno marginale confinato a nicchie isolate: il pensiero cospirazionista attraversa oggi classi sociali, livelli di istruzione e orientamenti politici in modo trasversale, come confermano diverse rassegne sul tema (Douglas, Sutton & Cichocka, 2017). Se internet e i social network hanno indubbiamente amplificato la diffusione di narrazioni non verificate, il nuovo studio guidato da Adrian Furnham, docente alla Norwegian Business School, suggerisce che il carburante di questo fenomeno vada cercato altrove: in due predisposizioni psicologiche stabili, presenti ben prima che una persona incontri una specifica teoria del complotto.

    Come è stato condotto lo studio

    Il gruppo di ricerca, composto da Furnham, Cuppello e Semmelink, ha coinvolto 253 adulti di lingua inglese provenienti da diversi Paesi (in particolare Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Sudafrica), con un’età media di circa 49 anni e un livello di istruzione mediamente elevato. Ai partecipanti è stata somministrata una scala di dieci item per misurare la mentalità cospirazionista, comprensiva di affermazioni relative all’idea di “insabbiamento” (cover-up) da parte di governi e istituzioni, un aspetto che secondo gli autori era stato finora poco indagato dalla letteratura scientifica in modo sistematico. Parallelamente sono stati raccolti dati su variabili demografiche, orientamento politico e religioso, ottimismo, autostima e su un test di personalità (High Potential Trait Indicator) che misura tra l’altro la Tolerance of Ambiguity, ovvero la tolleranza all’incertezza.

    I due tratti psicologici che emergono dai dati

    Su 14 variabili complessivamente analizzate, l’analisi di regressione ne ha isolate tre come predittori statisticamente significativi, capaci di spiegare circa un quinto della varianza nei punteggi di adesione al pensiero cospirazionista:

    • Bassa tolleranza dell’ambiguità — la difficoltà a convivere con informazioni vaghe, contraddittorie o incomplete, che genera disagio di fronte a eventi complessi o multifattoriali e spinge verso spiegazioni nette, lineari, con cause chiare e responsabili identificabili.
    • Convinzione di vivere in un mondo ingiusto — la percezione che la realtà sia strutturalmente iniqua, che genera cinismo verso le istituzioni e un bisogno di attribuire eventi negativi ad attori potenti piuttosto che al caso o alla complessità dei sistemi.
    • Religiosità — un terzo predittore minore, coerente con la letteratura precedente sul rapporto fra credo religioso e adesione a narrazioni cospirazioniste.

    Un dato interessante emerge anche dal confronto con la ricerca precedente dello stesso Furnham sul rapporto fra convinzione di un mondo ingiusto e complottismo, che aveva già suggerito come le credenze sull’ingiustizia del mondo (Unjust World Beliefs) fossero un predittore più solido di quanto non lo fossero le semplici variabili demografiche (Furnham, 2021).

    Perché funziona così: la funzione psicologica delle teorie del complotto

    Come clinico, trovo particolarmente utile la chiave di lettura funzionale proposta dagli autori: la teoria del complotto non va letta solo come un errore cognitivo, ma come una strategia, per quanto disadattiva, di regolazione dell’ansia. Di fronte a un evento complesso — una crisi sanitaria, una decisione politica opaca, un cambiamento improvviso e non pienamente spiegabile — la narrazione cospirativa offre ordine, coerenza e confini netti tra vittime e colpevoli, riducendo il disagio prodotto dall’incertezza e dal senso di ingiustizia. Non stupisce che studi precedenti abbiano trovato risultati analoghi anche in relazione a specifiche teorie, come quelle sull’11 settembre, dove i tratti di personalità individuali risultavano associati alla propensione cospirazionista indipendentemente dal contenuto specifico della teoria (Swami, Chamorro-Premuzic & Furnham, 2010).

    Istruzione, età e ideologia: le sorprese dei dati

    Un elemento che trovo clinicamente rilevante è che, in questo studio, il livello di istruzione non è risultato un fattore protettivo significativo. Anzi, gli autori osservano che in alcuni casi sono proprio le persone con un maggiore bagaglio culturale e una spiccata curiosità intellettuale a spingersi più a fondo nell’esplorazione di narrazioni cospirazioniste, un dato che smonta lo stereotipo del “complottista disinformato“. Anche l’età incide meno di quanto si potrebbe pensare: nel campione i più giovani risultavano leggermente più inclini a queste credenze rispetto ai partecipanti più anziani. Coerentemente con la letteratura, orientamento religioso e politico conservatore restano invece associati a punteggi più elevati di mentalità cospirazionista. Un quadro non troppo distante da quello osservato anche nel contesto italiano, dove un’indagine longitudinale ha mostrato come le teorie del complotto tendano comunque, nel tempo, a indebolirsi più che a consolidarsi in modo permanente (Mancosu & Vassallo, 2022).

    I limiti dello studio

    Gli stessi autori invitano alla cautela nell’interpretazione dei risultati: il campione, per quanto internazionale, è relativamente piccolo (253 partecipanti), non rappresentativo della popolazione generale e composto in prevalenza da adulti di mezza età con un elevato livello di istruzione. I tre predittori individuati, inoltre, spiegano solo una parte della varianza complessiva: restano quindi ampi margini legati a fattori sociali, cognitivi e situazionali non colti da questo disegno di ricerca, che meriterebbero approfondimenti su campioni più ampi ed eterogenei.

    Commento editoriale

    Da internista, questo studio mi offre una chiave di lettura preziosa per il lavoro quotidiano con i pazienti che esprimono dubbi su vaccinazioni, terapie o indicazioni delle società scientifiche. Se il nodo centrale non è la carenza di informazioni corrette ma l’intolleranza all’incertezza e il senso di ingiustizia percepita, allora la sola correzione fattuale — per quanto necessaria — rischia di essere uno strumento spuntato. Comunicare la medicina significa anche, e forse soprattutto, aiutare le persone a convivere con il margine di incertezza che la scienza porta fisiologicamente con sé, senza sentirsi per questo defraudate di un ordine che in realtà nessuna disciplina può garantire in modo assoluto. Ascoltare la funzione che una convinzione cospirazionista svolge per chi la sostiene, prima ancora di correggerne il contenuto, mi sembra la lezione più operativa che possiamo trarre da questi dati per la pratica clinica e per la relazione di cura.

    Douglas, K. M., Sutton, R. M., & Cichocka, A. (2017). The psychology of conspiracy theories. Current Directions in Psychological Science, 26(6), 538–542. https://doi.org/10.1177/0963721417718261

    Furnham, A. (2021). Just world beliefs, personal success and beliefs in conspiracy theories. Current Psychology, 42, 2636–2642. https://doi.org/10.1007/s12144-021-01576-z

    Furnham, A., Cuppello, S., & Semmelink, D. S. (2026). Conspiracy theory mentality, injustice and tolerance of ambiguity. Applied Cognitive Psychology. Advance online publication. https://doi.org/10.1002/acp.70151

    Mancosu, M., & Vassallo, S. (2022). The life cycle of conspiracy theories: Evidence from a long-term panel survey on conspiracy beliefs in Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica, 52(1), 1–17. https://doi.org/10.1017/ipo.2021.57

    Swami, V., Chamorro-Premuzic, T., & Furnham, A. (2010). Unanswered questions: A preliminary investigation of personality and individual difference predictors of 9/11 conspiracist beliefs. Applied Cognitive Psychology, 24(6), 749–761. https://doi.org/10.1002/acp.1583

    De Rosa, N. (2026, 7 gennaio). Ci sono due tratti psicologici che ci rendono vulnerabili al complottismo: cosa dice la scienza. Fanpage.it. https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/ci-sono-due-tratti-psicologici-che-ci-rendono-vulnerabili-al-complottismo-cosa-dice-la-scienza/

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  4. Sobreestimulación, saturación digital y el arte perdido del silencio 🤯
    Hay una imagen que se repite con inquietante frecuencia en la iconografía de nuestra época, la de un ser humano con los ojos encendidos, ardiendo, rodeado de fórmulas, datos y destellos de luz artificial. Lo que parece una metáfora del genio es en realidad el retrato más fiel de una civilización que confundió la velocidad con la sabiduría y la cantidad de información con la profundidad del pensamiento.
    Vivimos en la era de la sobreestimulación cerebral. El cerebro humano, ese órgano prodigioso que tardó millones de años en desarrollarse, fue diseñado para procesar información a una velocidad que la naturaleza consideró suficiente. Pero en pocas décadas se ve obligado a absorber en un solo día más datos de los que una persona del siglo XVIII procesaba en toda su vida.
    Alvin Toffler lo dijo con lucidez profética en su libro El shock del futuro, el exceso de cambio en un tiempo demasiado breve no libera al ser humano, lo paraliza.
    La fatiga cognitiva no es cansancio ordinario. Cuando el sistema nervioso recibe estímulos de manera continua y sin pausas, queda atrapado en modo emergencia aunque no haya ninguna emergencia real. Es decir, cuanto más consumimos información, menos somos capaces de comprenderla. La mente saturada no piensa con más claridad, reacciona en lugar de reflexionar, consume en lugar de crear.
    Las plataformas digitales conocen este mecanismo mejor que nadie. El scroll infinito, las notificaciones programadas y la lógica del like no son accidentes de diseño, son ingeniería aplicada sobre los circuitos dopaminérgicos del cerebro.
    Un sistema que optimiza la atención humana como si fuera un recurso extractivo, sin mayor consideración por la salud mental de quienes lo habitan.
    Hay algo profundamente inquietante en una cultura que le teme al silencio. El silencio no es el vacío, es el espacio donde la mente ordena lo vivido, donde la conciencia puede finalmente escucharse.
    El Salmo 46 lo dice con una brevedad que parece escrita para este tiempo: "Estad quietos y conoced que yo soy Dios." En esa quietud no hay pasividad; hay una forma de conocimiento que ningún algoritmo puede reemplazar.
    Apagar las notificaciones no es un gesto ludita; es un acto de soberanía cognitiva.
    La mente en llamas de nuestra imagen no es un símbolo de poder, es una advertencia. El fuego que arde en esos ojos no ilumina, consume. Y entre tanta luz artificial, lo que más falta hace es aprender a habitar el silencio fértil donde el pensamiento verdadero todavía es posible.
    Julio César Cháves
    #Sobreestimulacióncerebral #Saludmental #Tecnologíaycerebro #Psicologíacognitiva #Silenciointerior #Digitalizaciónysociedad #Neurociencia #Fecristiana #Chacabuco

  5. RE: psicospace.it/effetto-dunning-

    Questo è un articolo scritto tempo fa, ma sempre molto attuale.

    Effetto Dunning-Kruger

    Perché spesso chi sa meno è più sicuro di sé, mentre chi è competente tende a dubitare?

    L’effetto Dunning-Kruger ci aiuta a capire come funziona la nostra autovalutazione e perché, in certi casi, possiamo diventare più facilmente manipolabili.

    #DunningKruger #BiasCognitivi #Psicologia #Conoscenza #Consapevolezza #PsicologiaCognitiva #Metacognizione #PensieroCritico #ErroriCognitivi #Psicospace

  6. L’effetto Dunning-Kruger e l’illusione della competenza

    C’è qualcosa di curioso – e spesso inquietante – nel modo in cui valutiamo noi stessi.In molti ambiti della vita sembra accadere questo, chi sa poco parla con grande sicurezza, mentre chi ha studiato, letto e approfondito tende a dubitare, a pesare le parole, a riconoscere i propri limiti. È un fenomeno che osserviamo ogni giorno: nei social, nel dibattito pubblico, sul lavoro, perfino nelle conversazioni quotidiane. Ma non è solo una sensazione. È un meccanismo psicologico […]

    psicospace.it/effetto-dunning-

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