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  1. Complottismo: non è (solo) una questione di cultura, ma di psicologia

    Perché persone istruite, informate e apparentemente razionali finiscono per credere che il mondo sia governato da poteri occulti? Un nuovo studio pubblicato su Applied Cognitive Psychology prova a rispondere spostando l’attenzione dai contenuti delle teorie del complotto ai tratti psicologici che le rendono attraenti, indipendentemente da istruzione, censo o credo religioso (Furnham et al., 2026).

    Un fenomeno che non risparmia nessuno

    Nella mia pratica clinica quotidiana mi capita sempre più spesso di confrontarmi con pazienti, e talvolta con colleghi, che mettono in discussione l’origine di una malattia, l’utilità di una vaccinazione o l’indipendenza della ricerca scientifica, attribuendo questi ambiti a presunti interessi occulti di governi, agenzie regolatorie o industria farmaceutica. Non si tratta più di un fenomeno marginale confinato a nicchie isolate: il pensiero cospirazionista attraversa oggi classi sociali, livelli di istruzione e orientamenti politici in modo trasversale, come confermano diverse rassegne sul tema (Douglas, Sutton & Cichocka, 2017). Se internet e i social network hanno indubbiamente amplificato la diffusione di narrazioni non verificate, il nuovo studio guidato da Adrian Furnham, docente alla Norwegian Business School, suggerisce che il carburante di questo fenomeno vada cercato altrove: in due predisposizioni psicologiche stabili, presenti ben prima che una persona incontri una specifica teoria del complotto.

    Come è stato condotto lo studio

    Il gruppo di ricerca, composto da Furnham, Cuppello e Semmelink, ha coinvolto 253 adulti di lingua inglese provenienti da diversi Paesi (in particolare Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Sudafrica), con un’età media di circa 49 anni e un livello di istruzione mediamente elevato. Ai partecipanti è stata somministrata una scala di dieci item per misurare la mentalità cospirazionista, comprensiva di affermazioni relative all’idea di “insabbiamento” (cover-up) da parte di governi e istituzioni, un aspetto che secondo gli autori era stato finora poco indagato dalla letteratura scientifica in modo sistematico. Parallelamente sono stati raccolti dati su variabili demografiche, orientamento politico e religioso, ottimismo, autostima e su un test di personalità (High Potential Trait Indicator) che misura tra l’altro la Tolerance of Ambiguity, ovvero la tolleranza all’incertezza.

    I due tratti psicologici che emergono dai dati

    Su 14 variabili complessivamente analizzate, l’analisi di regressione ne ha isolate tre come predittori statisticamente significativi, capaci di spiegare circa un quinto della varianza nei punteggi di adesione al pensiero cospirazionista:

    • Bassa tolleranza dell’ambiguità — la difficoltà a convivere con informazioni vaghe, contraddittorie o incomplete, che genera disagio di fronte a eventi complessi o multifattoriali e spinge verso spiegazioni nette, lineari, con cause chiare e responsabili identificabili.
    • Convinzione di vivere in un mondo ingiusto — la percezione che la realtà sia strutturalmente iniqua, che genera cinismo verso le istituzioni e un bisogno di attribuire eventi negativi ad attori potenti piuttosto che al caso o alla complessità dei sistemi.
    • Religiosità — un terzo predittore minore, coerente con la letteratura precedente sul rapporto fra credo religioso e adesione a narrazioni cospirazioniste.

    Un dato interessante emerge anche dal confronto con la ricerca precedente dello stesso Furnham sul rapporto fra convinzione di un mondo ingiusto e complottismo, che aveva già suggerito come le credenze sull’ingiustizia del mondo (Unjust World Beliefs) fossero un predittore più solido di quanto non lo fossero le semplici variabili demografiche (Furnham, 2021).

    Perché funziona così: la funzione psicologica delle teorie del complotto

    Come clinico, trovo particolarmente utile la chiave di lettura funzionale proposta dagli autori: la teoria del complotto non va letta solo come un errore cognitivo, ma come una strategia, per quanto disadattiva, di regolazione dell’ansia. Di fronte a un evento complesso — una crisi sanitaria, una decisione politica opaca, un cambiamento improvviso e non pienamente spiegabile — la narrazione cospirativa offre ordine, coerenza e confini netti tra vittime e colpevoli, riducendo il disagio prodotto dall’incertezza e dal senso di ingiustizia. Non stupisce che studi precedenti abbiano trovato risultati analoghi anche in relazione a specifiche teorie, come quelle sull’11 settembre, dove i tratti di personalità individuali risultavano associati alla propensione cospirazionista indipendentemente dal contenuto specifico della teoria (Swami, Chamorro-Premuzic & Furnham, 2010).

    Istruzione, età e ideologia: le sorprese dei dati

    Un elemento che trovo clinicamente rilevante è che, in questo studio, il livello di istruzione non è risultato un fattore protettivo significativo. Anzi, gli autori osservano che in alcuni casi sono proprio le persone con un maggiore bagaglio culturale e una spiccata curiosità intellettuale a spingersi più a fondo nell’esplorazione di narrazioni cospirazioniste, un dato che smonta lo stereotipo del “complottista disinformato“. Anche l’età incide meno di quanto si potrebbe pensare: nel campione i più giovani risultavano leggermente più inclini a queste credenze rispetto ai partecipanti più anziani. Coerentemente con la letteratura, orientamento religioso e politico conservatore restano invece associati a punteggi più elevati di mentalità cospirazionista. Un quadro non troppo distante da quello osservato anche nel contesto italiano, dove un’indagine longitudinale ha mostrato come le teorie del complotto tendano comunque, nel tempo, a indebolirsi più che a consolidarsi in modo permanente (Mancosu & Vassallo, 2022).

    I limiti dello studio

    Gli stessi autori invitano alla cautela nell’interpretazione dei risultati: il campione, per quanto internazionale, è relativamente piccolo (253 partecipanti), non rappresentativo della popolazione generale e composto in prevalenza da adulti di mezza età con un elevato livello di istruzione. I tre predittori individuati, inoltre, spiegano solo una parte della varianza complessiva: restano quindi ampi margini legati a fattori sociali, cognitivi e situazionali non colti da questo disegno di ricerca, che meriterebbero approfondimenti su campioni più ampi ed eterogenei.

    Commento editoriale

    Da internista, questo studio mi offre una chiave di lettura preziosa per il lavoro quotidiano con i pazienti che esprimono dubbi su vaccinazioni, terapie o indicazioni delle società scientifiche. Se il nodo centrale non è la carenza di informazioni corrette ma l’intolleranza all’incertezza e il senso di ingiustizia percepita, allora la sola correzione fattuale — per quanto necessaria — rischia di essere uno strumento spuntato. Comunicare la medicina significa anche, e forse soprattutto, aiutare le persone a convivere con il margine di incertezza che la scienza porta fisiologicamente con sé, senza sentirsi per questo defraudate di un ordine che in realtà nessuna disciplina può garantire in modo assoluto. Ascoltare la funzione che una convinzione cospirazionista svolge per chi la sostiene, prima ancora di correggerne il contenuto, mi sembra la lezione più operativa che possiamo trarre da questi dati per la pratica clinica e per la relazione di cura.

    Douglas, K. M., Sutton, R. M., & Cichocka, A. (2017). The psychology of conspiracy theories. Current Directions in Psychological Science, 26(6), 538–542. https://doi.org/10.1177/0963721417718261

    Furnham, A. (2021). Just world beliefs, personal success and beliefs in conspiracy theories. Current Psychology, 42, 2636–2642. https://doi.org/10.1007/s12144-021-01576-z

    Furnham, A., Cuppello, S., & Semmelink, D. S. (2026). Conspiracy theory mentality, injustice and tolerance of ambiguity. Applied Cognitive Psychology. Advance online publication. https://doi.org/10.1002/acp.70151

    Mancosu, M., & Vassallo, S. (2022). The life cycle of conspiracy theories: Evidence from a long-term panel survey on conspiracy beliefs in Italy. Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica, 52(1), 1–17. https://doi.org/10.1017/ipo.2021.57

    Swami, V., Chamorro-Premuzic, T., & Furnham, A. (2010). Unanswered questions: A preliminary investigation of personality and individual difference predictors of 9/11 conspiracist beliefs. Applied Cognitive Psychology, 24(6), 749–761. https://doi.org/10.1002/acp.1583

    De Rosa, N. (2026, 7 gennaio). Ci sono due tratti psicologici che ci rendono vulnerabili al complottismo: cosa dice la scienza. Fanpage.it. https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/ci-sono-due-tratti-psicologici-che-ci-rendono-vulnerabili-al-complottismo-cosa-dice-la-scienza/

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  2. Giornata Mondiale della Meditazione

    Respirare profondamente, chiudere gli occhi, spegnere il caos del mondo e ritrovare un po’ di pace interiore. Sembra il programma ideale dopo una giornata piena di notifiche, traffico, riunioni e gruppi WhatsApp che non smettono mai di lampeggiare! Ecco perché negli ultimi anni si parla sempre più spesso di World Meditation Day, cioè la Giornata Mondiale della Meditazione.

    Ma qui arriva la curiosità che manda in confusione moltissime persone: esistono due ricorrenze diverse legate alla meditazione! Una celebrata informalmente il 21 maggio e una ufficiale riconosciuta dalle Nazioni Unite il 21 dicembre.

    E no, non sono la stessa cosa.

    World Meditation Day del 21 maggio: cos’è esattamente?

    Il World Meditation Day del 21 maggio è una ricorrenza nata soprattutto online, diffusa da associazioni olistiche, gruppi spirituali, insegnanti di mindfulness e community dedicate al benessere mentale. Non esiste un unico ente mondiale che l’abbia istituita ufficialmente e, proprio per questo, nel corso degli anni la data è stata celebrata in modi diversi in vari Paesi.

    Il 21 maggio è diventato una sorta di appuntamento simbolico dedicato a:

    • meditazione,
    • rilassamento mentale,
    • consapevolezza,
    • mindfulness,
    • equilibrio emotivo,
    • pace interiore.

    In pratica? Una giornata che invita a rallentare. E diciamolo: nel 2026 sembra quasi un superpotere.

    La differenza con il World Meditation Day del 21 dicembre

    Qui entra in scena la versione “ufficiale”.

    Il 21 dicembre è infatti la vera Giornata Mondiale della Meditazione riconosciuta dalle Nazioni Unite. L’Assemblea Generale ONU ha proclamato ufficialmente questa ricorrenza il 6 dicembre 2024. La prima celebrazione ufficiale mondiale è avvenuta quindi: nel 2024. Il 21 dicembre coincide con il solstizio d’inverno nell’emisfero nord, simbolo di introspezione, silenzio e rinascita spirituale. La proposta è stata sostenuta dall’India insieme ad altri Paesi membri delle Nazioni Unite.

    Quindi, ricapitolando:

    DataTipo di ricorrenzaUfficialità21 maggioGiornata diffusa online e da community olisticheNon ufficiale ONU21 dicembreWorld Meditation Day ufficialeProclamata dalle Nazioni Unite

    Insomma, il 21 maggio è più una celebrazione “dal basso”, mentre quella di dicembre è entrata direttamente nel calendario internazionale ONU.

    Perché il mondo ha bisogno della meditazione?

    La risposta è semplicissima: perché siamo tutti stressati. E anche parecchio.

    Secondo le organizzazioni internazionali dedicate alla salute mentale, la meditazione aiuta a:

    • ridurre ansia e stress,
    • migliorare concentrazione e sonno,
    • aumentare calma e lucidità,
    • favorire equilibrio emotivo,
    • rallentare il bombardamento continuo di pensieri.

    Le Nazioni Unite hanno parlato della meditazione come strumento di benessere mentale e armonia collettiva.

    E in effetti, nel 2026, trovare cinque minuti senza notifiche potrebbe essere considerato un’esperienza mistica.

    Le celebrazioni globali: milioni di persone in meditazione contemporaneamente

    Tra le cose più incredibili legate al World Meditation Day del 21 dicembre ci sono le gigantesche meditazioni collettive mondiali.

    Nel 2025 milioni di persone hanno partecipato a eventi sincronizzati in ogni fuso orario del pianeta. L’idea era semplice e poetica:

    creare “un’onda di pace” che attraversasse il mondo.

    Dalla Nuova Zelanda fino alle Hawaii, gruppi di persone hanno meditato negli stessi orari locali, creando una sorta di staffetta silenziosa globale. E diciamolo: è probabilmente l’unico evento mondiale dove il silenzio vale più degli applausi.

    Curiosità divertenti dal mondo della meditazione

    In Giappone esiste la “meditazione del tè”. La tradizionale cerimonia del tè giapponese viene considerata una forma meditativa. Ogni gesto è lentissimo, preciso e simbolico.

    Praticamente l’opposto di bere il caffè al volo mentre si cercano le chiavi di casa.

    In India ci sono meditazioni collettive gigantesche. Alcuni eventi spirituali riuniscono decine di migliaia di persone sedute in silenzio contemporaneamente.

    Un’impresa titanica se pensiamo a quanto sia difficile far stare zitti anche solo tre amici in pizzeria.

    Esiste la “laughing meditation”. Sì, la meditazione della risata. Si ride intenzionalmente per alcuni minuti fino a rilassare mente e corpo. All’inizio sembra assurdo… poi dopo poco si ride davvero.

    In Finlandia si medita nella natura. Molti praticano meditazione nei boschi o vicino ai laghi ghiacciati. Pare che il silenzio nordico aiuti la concentrazione. Anche se probabilmente il freddo contribuisce parecchio a non distrarsi.

    Negli aeroporti spuntano sale meditazione. Sempre più aeroporti internazionali hanno aree dedicate al silenzio e alla meditazione. Una scelta intelligente, soprattutto dopo aver scoperto che il gate è cambiato per la quarta volta.

    Le novità del 2026

    Nel 2026 la meditazione continua a vivere un momento di enorme popolarità globale. Tra le tendenze più curiose ci sono:

    • meditazioni guidate con intelligenza artificiale,
    • app che monitorano respirazione e stress,
    • sessioni immersive in realtà virtuale,
    • meditazione sonora con frequenze rilassanti,
    • eventi “silent party” dove si balla e poi si medita.

    Sempre più aziende stanno inoltre inserendo mini-sessioni mindfulness durante il lavoro per aiutare i dipendenti a ridurre stress e burnout.

    E no, purtroppo cinque minuti di meditazione non bastano ancora per sopravvivere a certe riunioni infinite.

    La meditazione è davvero per tutti?

    La cosa bella della meditazione è che non esiste un modo “perfetto” per farla. C’è chi medita:

    • seduto a gambe incrociate,
    • ascoltando musica rilassante,
    • respirando lentamente,
    • camminando,
    • facendo yoga,
    • osservando il mare,
    • oppure semplicemente spegnendo il telefono per qualche minuto.

    Che già quello, nel 2026, è un atto rivoluzionario.

    Un piccolo momento di pace in un mondo rumoroso

    Che si celebri il 21 maggio o il 21 dicembre, la Giornata Mondiale della Meditazione ricorda una cosa importantissima: ogni tanto fermarsi fa bene.

    In un pianeta che corre sempre più veloce, forse il lusso più raro non è il tempo… ma il silenzio. ✨

    Autore: Lynda Di Natale
    Fonte: web
    Immagine: AI
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  3. In Italia, quasi 1 persona su 5 ricorre agli psicofarmaci senza mai accedere a un supporto psicologico integrato.
    Non per scelta: perché il sistema pubblico non arriva in tempo, e il privato costa troppo.
    La domanda di aiuto psicologico è cresciuta del 10% dal 2020 ad oggi. L'offerta pubblica no.
    Per questo Volt sostiene la PdL 1740 di Diritto a stare bene: una rete psicologica nazionale, nei luoghi dove le persone vivono davvero. Non un bonus una tantum, ma una struttura permanente, accessibile, universale.
    Non è una novità per noi: il benessere psicologico come diritto pubblico è già nel programma di Volt, da sempre.
    Oggi uniamo la voce a chi sta spingendo perché diventi legge.
    Il testo è già in Senato: ora serve solo la volontà politica di farlo davvero.
    👉🏻 Scorri per capire cosa chiede la proposta, e perché non si può più aspettare.

    #SaluteMentale #DirittoAStareBene #SanitàPubblica #BenesserePsicologico #Psicologia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

  4. RE: psicospace.it/differenza-tra-p

    #Psicologo, #Psicoterapeuta e #Psichiatra non sono la stessa cosa.
    Spesso li confondiamo, ma hanno competenze e ruoli diversi.

    Capire chi fa cosa non è solo una questione teorica, può davvero fare la differenza quando stiamo cercando aiuto e non sappiamo da dove iniziare.

    In questo articolo trovi una guida chiara e pratica per orientarti meglio.

    @scienze @salute

    #Psicologia #Psichiatria #BenesserePsicologico #SaluteMentale
    #Psicospace

  5. Differenza tra Psicologo, Psicoterapeuta e Psichiatra: Chi fa cosa e quando rivolgersi a chi

    Capita spesso di confondere queste tre figure professionali, o di usare i termini in modo intercambiabile, magari pensando che facciano più o meno lo stesso lavoro. In realtà, psicologo, psicoterapeuta e psichiatra hanno percorsi formativi diversi, competenze specifiche e modalità di intervento distinte. Capire chi fa cosa aiuta a orientarsi meglio quando si ha bisogno di aiuto per un disagio psicologico o un problema di salute mentale. Chi è lo Psicologo Lo psicologo è un […]

    psicospace.it/differenza-tra-p

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