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  1. Servizi di intelligence e lotta partigiana

    Quanto al ruolo svolto dalle truppe italiane cobelligeranti, è importante ricordare la Dichiarazione di Quebec, che sanciva che i termini armistiziali non precludevano «l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschi»; anzi, al contrario, il contributo offerto dalla nazione italiana alla comune causa alleata, nonché alla lotta contro i tedeschi dopo la firma dell’armistizio, avrebbe inciso, in seguito, sulle condizioni armistiziali imposte all’Italia: «il limite entro il quale i termini saranno modificati in favore dell’Italia dipenderà dalla misura in cui il governo e il popolo italiano aiuteranno nei fatti le Nazioni Unite contro la Germania nel resto della guerra. Le Nazioni Unite dichiarano comunque senza riserve che dovunque le forze italiane o gli italiani combatteranno i tedeschi, distruggeranno le proprietà tedesche o intralceranno il movimento dei tedeschi, a loro sarà dato l’appoggio possibile da parte delle forze delle Nazioni Unite» <457.
    Agli inizi di dicembre del 1943, si assistette al fattivo coinvolgimento delle truppe italiane del ricostituito Esercito Regio e al loro inquadramento nell’ambito della V Armata. Gli italiani del 1° Raggruppamento Motorizzato, sotto il comando del generale di brigata Vincenzo Cesare Dapino, combatterono al fianco della 36^ divisione di fanteria americana sul fronte di Montelungo (il 5 e 6 dicembre 1943), giocando un ruolo fondamentale per la conquista del punto cardine della linea difensiva tedesca «Bernhardt». Gli alleati espressero un vivo apprezzamento per il valore dimostrato in quella occasione dai reparti italiani; dopo tale «battesimo di fuoco», si moltiplicarono gli ambiti di collaborazione con le forze anglo-americane <458.
    Dunque, indipendentemente da quanto i soldati italiani familiarizzassero con quelli anglo-americani e viceversa, non si può negare che anche i loro sforzi contribuirono all’avanzata delle truppe alleate nella penisola.
    Servizi di intelligence e lotta partigiana
    Se l’aiuto italiano offerto agli alleati in campo militare si rivelò nel complesso limitato, ben più cospicua fu l’assistenza prestata ai servizi di intelligence sia inglesi (SOE) che americani (OSS), che si avvalevano di una preziosa rete di informatori e agenti reclutati in loco <459, oppure agli uffici preposti alla propaganda di guerra (Political Warfare Executive nel Regno Unito e Office of War Information negli USA); del resto, un buon sabotaggio delle comunicazioni nemiche avrebbe danneggiato le città italiane con minori danni dei bombardamenti <460.
    In un annesso alla bozza del piano di Avalanche datato 17 agosto 1943, illustrante le modalità di uso coordinato delle forze di terra, di aria e di mare sia britanniche che statunitensi nell’area di Salerno, era anticipato che per le comunicazioni tra le unità alleate sarebbe stato utilizzato il sistema telefonico civile esistente e sarebbero stati impiegati gli addetti locali considerati idonei per l’assistenza nella determinazione dell’ampiezza e delle direzioni dei cavi nonché nell’attivazione di ogni attrezzatura automatica disponibile: «It is anticipated that the existing civilian telephone system will be utilized. Suitable civilian employees of the system will be employed in order to assist in determining the size and routes of various cables and the operation of any automatic equipment that is available» <461.
    Non mancavano neppure collaborazioni tra gli alleati e i gruppi resistenziali italiani, oggetto di considerevole attenzione da parte della storiografia del dopoguerra, con il ritorno della sinistra socialista e comunista sulla scena politica dopo la dittatura fascista. Innanzitutto va precisato che non esisteva in quel frangente e in quella porzione del territorio nazionale un movimento partigiano politicamente orientato e organizzato né tanto meno un’ampia resistenza armata; a prevalere nei centri meridionali era invece una volontà pre-politica di resistenza alla guerra ovvero il rifiuto degli abitanti di accettare passivamente le richieste sempre più esorbitanti dei soldati tedeschi (ciò si manifestava, ad esempio, nella sottrazione di risorse, alimentari e non, o nel sabotaggio dietro le linee di fortificazione e difesa germaniche per i cui lavori di costruzione si attingeva alla popolazione locale come manodopera coatta per evitare di distogliere troppi militari dalla prima linea) <462.
    Nell’ambito della bibliografia più recente, approfondendo i rapporti degli anglo-americani con il movimento partigiano in Italia, Piffer ha messo in evidenza, da un lato, la scarsa importanza attribuita dagli alleati alla Resistenza italiana sotto il profilo militare mentre, dall’altro, il prevalere di considerazioni di natura politica e ideologica. Per quanto concerne la percezione delle unità partigiane operanti nell’Italia occupata, gli alleati avrebbero avuto una condotta intenzionalmente discriminatoria nei confronti delle formazioni di sinistra, cercando in tutti i modi di ostacolarne la crescita e impedirne il rafforzamento (queste ultime, più organizzate e politicamente pericolose, avrebbero ricevuto una quantità minore di rifornimenti rispetto alle altre) <463.
    In quest’ambito, i servizi di intelligence alleati ebbero un atteggiamento duplice. Alcuni sostenevano la linea di evitare accuratamente ogni collaborazione con la Resistenza di ispirazione comunista; altri invece (come il maggiore Peter Tompkins e il capitano Max Corvo) privilegiarono i rapporti con la Resistenza democratica, giungendo a creare un vero e proprio nuovo servizio segreto italiano che sostenesse il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale): nacque così nel novembre 1943, a Napoli, l’Organizzazione per la Resistenza Italiana (ORI), posta al comando di Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce <464.
    Quindi, malgrado una iniziale diffidenza, gli alleati si convinsero infine della necessità di collaborare con i movimenti antifascisti per una serie di vantaggi, quali la possibilità di reclutare spie e informatori o stabilire punti di appoggio territoriali <465. Di conseguenza, i servizi segreti anglo-americani sostennero, foraggiarono e fomentarono i gruppi di resistenza presenti nei territori ancora occupati, al fine di sfruttarli per favorire e coadiuvare le operazioni militari decise dall’alto comando interalleato <466. In ciò consistette prevalentemente il contributo della popolazione civile, stretta tra i due eserciti in combattimento, al processo di riscatto nazionale italiano nei territori investiti dalla guerra <467.
    [NOTE]
    457 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 26. Dopo la firma dell’armistizio «lungo» (il 29 settembre 1943) a Malta, l’Italia avrebbe dichiarato guerra alla Germania (il 13 ottobre 1943), assumendo lo status di cobelligerante che non equivaleva tuttavia a quello di alleato.
    458 Sul valido contributo del 1° Raggruppamento Motorizzato si veda: Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 121. Ricordiamo che nella 5^ Armata furono inglobati altri reparti di diversa nazionalità, come il Corpo di Spedizione Francese (CEF).
    459 Spie e agenti segreti erano preziosi in tempo di guerra per le loro funzioni di sabotatori e infiltrati nelle reti nemiche, e molti italiani lavorarono al servizio dell’intelligence alleata. Solo il SOE, che era alle dipendenze del Ministry of Economic Warfare, al suo picco aveva reclutato circa 10.000 uomini e 3.200 donne (anch’esse lavoravano per i servizi di intelligence), in appoggio alla lotta di liberazione contro il nazismo in Europa. In Italia, l’organizzazione specializzata nella raccolta di informazioni a supporto di attività di spionaggio (azioni offensive) e controspionaggio (azioni difensive, come la caccia alle spie) era il SIM (Servizio Informazioni Militare), fondato nel 1925 e attivo anche nel secondo conflitto mondiale e nella guerra di liberazione (1943-45). Il SIM collaborò, oltre che con il SOE, con il Secret Intelligence Service (SIS), agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna, nota più comunemente come MI6 (Military Intelligence – Section 6); tra le personalità più note che lavorarono nel SIS, ricordiamo Ian Fleming, futuro creatore di James Bond. Una sezione SIM faceva parte anche dell’OSS.
    460 NA, London, UK, Most Secret (from Admiralty to Prime Minister), 16 September 1943, «in Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314.
    461 NA, London, UK, Annex 6 to Outline Plan “Avalanche”, 17 August 1943, in «Operation Avalanche: Outline plan for 5th US Army», August 1943, WO 204/6805.
    462 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 79. Sollevazioni spontanee contro l’occupante tedesco si erano avute a Napoli e ad Acerra; tuttavia le rivolte popolari in funzione antitedesca in Campania e in generale nelle città meridionali erano dovute non tanto a una convinta adesione ideologica all’antifascismo quanto alla più concreta necessità di salvaguardare l’esistenza materiale dei cittadini. Dall’assenza di una matura coscienza politica in senso antinazista discende la difficoltà di inserire tale narrazione nell’epopea della lotta partigiana, sviluppatasi prevalentemente nell’Italia centro-settentrionale (cfr. ivi, p. 81).
    463 Cfr. T. Piffer, Gli Alleati e la resistenza italiana, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 135-140 e pp. 180-184.
    464 Si veda: F. Craveri, La Campagna d’Italia e i servizi segreti. La storia dell’ORI (1943-45), La Pietra, Milano, 1980.
    465 Cfr. R. Battaglia, I risultati della Resistenza nei suoi rapporti con gli alleati, «Il movimento di liberazione in Italia», 1958, nn. 52-53, pp. 159-172). Non si dimentichi che la partecipazione di cellule comuniste fu cruciale per il successo dell’offensiva finale lanciata dagli alleati nel Nord Italia nell’aprile 1945.
    466 Cfr. Glen Yeadon e John Hawkins, The Nazi Hydra in America: Suppressed History of a Century. Wall Street and the Rise of the Fourth Reich, Baker & Taylor, Canada, 2008, p. 237.
    467 Contemporaneamente, anche la Sardegna venne liberata dai tedeschi mentre la Corsica venne evacuata grazie all’arrivo di unità francesi aggiuntive a sostegno delle energiche azioni dei patrioti corsi. In confronto, agli occhi degli alleati il popolo italiano sembrava fare molto meno per contribuire a cacciare il nemico fuori dall’Italia (NA, London, UK, Most Secret (from Algiers to HQ Etousa), 21 September 1943, in «Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314).
    Maria Vittoria Albini, Lo sbarco di Salerno nella seconda guerra mondiale dalla prospettiva alleata, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, 2015

    #1943 #1944 #comunisti #fascisti #guerra #intelligence #MariaVittoriaAlbini #ORI #OSS #partigiani #Resistenza #SIM #SOE #spionaggio #tedeschi #TommasoPiffer

  2. La face cachée de la méthanisation

    Les pouvoirs publics se lancent dans un programme démesuré en faveur de la méthanisation, sans que le grand public n’en soit informé et sans que les inconvénients et dangers ne soient mis en avant. Comment riverains, scientifiques, écologistes et paysans s’y opposent. Billet de Yves Faucoup sur @mediapartblogs

    Extrait :

    Le discours officiel pousse les agriculteurs à investir massivement dans la méthanisation, en leur faisant miroiter des royalties, plutôt que de faire en sorte qu’ils soient rémunérés correctement pour leurs productions agricoles. Le rendement énergétique est faible, les subventions de l’État très élevées. Quant aux riverains, ils n’ont que leurs yeux pour pleurer : odeurs pestilentielles, passages répétés de camions, perte de valeur de leur maison devenue quasiment invendable, coût des dégradations des routes à la charge des communes et départements (soit des contribuables).

    C’est à cela que le Gers s’est trouvé confronté depuis quelques années : dans les vallées de l’Osse et du Lizet, en Astarac et en Fezensac, impactant les citoyens des villages Montesquiou, Saint-Arailles, Castelnau-d’Anglès, Lamazère et L’Isle-de-Noé. Une association s’est créée en 2020, ABIVIA (Association Bien Vivre en Astarac et en Fezensac) : elle ne conteste pas la micro-méthanisation à la ferme qui traite ses propres déchets pour son autoconsommation d’énergie mais elle s’oppose aux projets financiers et industriels, à l’opposé des valeurs écologiques raisonnées et de la préservation de la biodiversité.

    Lire l’article : https://blogs.mediapart.fr/yves-faucoup/blog/270224/la-face-cachee-de-la-methanisation

    #methanisation #agroindustrie #nuisances

  3. Für die Christen waren die Indigenen zunächst Heiden, damit Wilde, vogelfrei. Die Kolonialsoldaten, Siedler, Mönche und so weiter kamen aus rigorosen Standesgesellschaften, regiert von Befehl-Gehorsam-Strafe. Im Kontrast dazu die Freiheit und Gleichheit, auf die sie in Übersee oft stießen. Das verstörte zutiefst. Einerseits „Sünde!“ – doch andererseits auch süße Einladung, die eigenen Fesseln zu spüren.

    Die „Wilden“ erwiesen sich zunächst als wenig untertänig. „Wild“, das waren aus ihrer Sicht die Invasoren: „Gefräßige Ungeheuer“, titulierten Mexikos Indigene den „Conquistador“ Hernán Cortés und seine goldgeilen Spanier. Weiter oben an den Großen Seen schimpften die Irokesen die Franzosen „Teufel“, sahen das Geld als „Quell alles Bösen“. Überall „Schwindel, Lügen, Betrug“ im „Schlachthaus der Lebendigen“, empörte sich ihr Häuptling Kondiaronk. Die Ureinwohner kannten keinen Privatbesitz und wirtschafteten kollektiv.

    https://www.freitag.de/autoren/der-freitag/montesquieu-john-locke-rousseau-die-aufklaerung-stammt-von-den-indigenen

    #graeber #wengrow #anfaenge #aufklärung

  4. Rassismus auf bürgerlich – warum?

    7.500 demonstrierten gestern abend spontan vor dem Konrad-Adenauer-Haus in Berlin gegen den verbalen Schulterschluss des Bundeskanzlers mit den Denkkategorien und Parolen der AfD. Darunter Ricarda Lang, Luisa Neubauer, tausende Frauen und Männer ohne und mit Migrationshintergrund. “Wir sind die Töchter” ist viel mehr als der Titel der Proteste sagt. Er ist der gerechtfertigte Aufschrei gegen eine rassistische und auf Vorurteile fixierte Parole des Bundeskanzlers Friedrich Merz. Sie ist eines Bundeskanzlers, dessen Amtseid auf das Grundgesetz lautet,  “Gerechtigkeit gegen Jedermann” zu leisten, zutiefst unwürdig und der Bruch seines Eides auf die Verfassung.

    Warum tut er so etwas? Liegt es an Alter und Sozialisation von Merz? Ich komme wie er aus gutbürgerlichen Verhältnissen, bin geringfügig älter als der Eidbrecher, aber ich habe komischerweise schon als Kind gelernt, dass man Menschen nicht nach ihrem Äußeren oder ihrer Herkunft beurteilen darf, dass Pauschalurteile dumm und irreführend sind, dass es in jeder Gesellschaft, jedem Land mehrheitlich anständige Menschen und natürlich auch ein paar A…löcher oder Straftäter gibt. In meiner Schulzeit wurde das vertieft – ich verstand, dass Vorurteile gegenüber Menschen mit anderer Hautfarbe, Herkunft, anderem Glauben dazu führten, dass sie in meinem Heimatland von den Nazis systematisch diskriminiert, verfolgt und vernichtet wurden. Wir lernten viel über den Nationalsozialismus und seine Methoden, wir lernten, was im Grundgesetz steht, damit das alles nie, nie mehr passiert und dass man den Anfängen wehren muss. Ist das an Friedrich vorbeigegangen?

    Nicht nur in NRW

    Wir lernten das sogar im CDU-regierten Baden-Württemberg, wo lange ein Hans Filbinger (CDU) als Ministerpräsident regierte, der noch wenige Tage vor der Kapitulation Hitlerdeutschlands als Marinerichter Soldaten hinrichten ließ, die sich gegen Hitler gewehrt hatten. Zugang zu Bildung hatte Merz im Sauerland auch. Zwar nur ein “NRW-Abitur”, aber immerhin konnte er danach Jura studieren. Die Grundrechte scheint er aber nicht behandelt zu haben.

    Was hat des Friedrich Merz Menschenbild  so versaut?

    Ich bin wie gesagt ein knappes dreiviertel Jahr älter als Friedrich Merz, wir sind die gleiche Generation und ich habe die doppelte Staatsbürgerschaft – Kölsch und Schwäbisch. Ich war sechs, als meine Eltern einen italienischen Studenten in Köln zu Weihnachten zu uns nach Hause einluden, das Fest mit uns zu verbringen. Dann zogen meine Eltern nach Ba-Wü um.  Was passierte mit Merz, der in NRW in die Schule gegangen ist, wo es damals, anders als im Süden, eine sozialliberale Landesregierung gegeben hat, die an den Schulen sogar politische Jugendorganisationen zuließ – Jungsozialisten, Jungdemokraten, Junge Union – und ich als Jungdemokrat beneidete in den 70ern immer meine NRW-Freund*innen, die für die “Schülervertretung” (SV) kandidieren durften, während wir nur “undercover” – ohne jedes politische Mandat – für die “Schülermitverwaltung” im CDU-Land kandidieren durften. Was ist im Sauerland passiert, dass Friedrich Merz das in der bürgerlichen Kinderstube nicht gelernt hat, was bei mir selbstverständlich zur DNA des Elternhauses  gehörte, nämlich Anstand, Achtung vor anderen, und dass man keine Vorurteile pflegen soll?

    Ist am Ende die SPD-Bildungspolitik dran Schuld?

    Warum hat Friedrich im Sauerland nicht gelernt, dass man vom Äußeren nicht auf den Menschen schließen sollte, und dass Voreingenommenheit von Nachteil ist? Wie hat seine politische Bildung ausgesehen? Ist die SPD und ihre Reformpolitik mit Bildungsminister Girgensohn wirklich daran schuld, dass Merz so armselige Äußerlichkeiten heute für diskutabel hält? Sogar noch darauf besteht, seine intoleranten Verunglimpfungen zu bekräftigen?

    Waren wir Südstaatler die demokratische Kaderschmiede?

    Wir haben in Gemeinschaftskunde und Geschichte die Klassiker – Goethe, Schiller, die Dichter des deutschen revolutionären Vormärz – 1848 gelesen, Texte von Rousseau, Voltaire, Locke, Hobbes, Montesquieu, Max Weber, Karl Marx und Habermas, Horkheimer, Adorno. Was hat Friedrich gelesen? Man hat doch im Sauerland gelesen, merkt man an Franz Müntefering, und der ist noch älter als wir!

    Was hat ihn dann geritten, den Stadtbild-Spruch rauszuhauen? Das Grillfest mit Nachbarn? Die Vorstandssitzung bei Blackrock? In welch schlechte Gesellschaft kann er sonst noch geraten sein, nachdem ihn Angela aus Berlin entsorgt hat? Können Reden vor Unternehmern für Honorare um die 20.000 Euro pro Abend so von der Wirklichkeit entfremden? Was mag er da wohl erzählt haben? Was ist passiert, sodass er die ganz grundlegenden gesellschaftlichen Regeln und den Anstand unserer Generation weisser alter Männer mit bürgerlichem Hintergrund derartig verpasste?

    Hat Mopedfahren nicht gereicht – muss er Flegeljahre nachholen?

    An der CDU kann es eigentlich auch nicht liegen. Hat doch die Junge Union – wie etwa sein JU-Kollege Karl Klipper in Köln 1967 – wie wir in Esslingen – die Straßenbahnen mit der “Rote-Punkt”-Aktion sitzblockiert, ist dafür sogar verurteilt worden. Und zu den Demonstrationen für den Frieden und gegen Mittelstreckenraketen in Bonn 1981 bis 83 hatte auch die Junge Union Rhein-Sieg aufgerufen.  Wo mag Friedrich Merz da gewesen sein? Er will – nach eigenem Bekunden – irgendwann auch im Sauerland mal ein Moped frisiert haben … Will er nun mal so richtig alle zivilisatorischen Regeln in Frage stellen, endlich mal Volkes Stimme nachahmen? Da empfehle ich doch Franz-Josef Strauss (CSU): “Vox Populi – Vox Rindvieh!” der konnte sogar Latein.

    Warum ist seine Äußerung rassistisch?

    Niemand hätte sich aufgeregt, hätte Friedrich Merz angesprochen, dass die Sicherheit insbesondere von Frauen, aber auch von Lesben und Schwulen im öffentlichen Raum immer wieder Bedrohungen ausgesetzt ist, weil sexistische, gewaltbereite und in Teilen rechtsextreme oder islamistisch begründete oder einfach nur chauvinistische Männergewalt ein gesellschaftliches Problem ist, das bekämpft werden muss. Tatsache ist, dass in bestimmten Städten und Dörfern Ostdeutschlands Nazis zum Stadtbild gehören, Demokraten, Frauen, und erkennbare Nichtnazis, gar LGBTQ-Menschen, die sich nachts auf die Straße wagen, ein hohes Risiko eingehen, Gewalterfahrung zu machen. Dass Frauen überall und täglich sexistische Anmache und Gewalt in der einen oder anderen Form erleben. Dass Frauen und Töchter auf dem Oktoberfest in München besonders häufig sexuellen Übergriffen ausgesetzt sind. Dass es inzwischen “befreite Gebiete” in einigen ostdeutschen Provinzen gibt, wo Neonazis und Faschisten mit “88” “HKN-KRZ” T-Shirt offen getragen zum “Stadtbild” gehören, sie Gemeinden kapern, in denen die Rechte von Frauen und Mädchen im Namen einer rassistischen und sexistischen Ideologie mit Füßen getreten werden.

    Aber das alles hat unser Friedrich mit “Stadtbild” nicht gemeint. Er wollte Verständnis zeigen dafür, was AfD-Wähler meinen, wenn sie zu “man wird doch wohl noch sagen dürfen” ansetzen. So sorgt er dafür, dass die AfD wächst und gedeiht.

  5. Rassismus auf bürgerlich – warum?

    7.500 demonstrierten gestern abend spontan vor dem Konrad-Adenauer-Haus in Berlin gegen den verbalen Schulterschluss des Bundeskanzlers mit den Denkkategorien und Parolen der AfD. Darunter Ricarda Lang, Luisa Neubauer, tausende Frauen und Männer ohne und mit Migrationshintergrund. “Wir sind die Töchter” ist viel mehr als der Titel der Proteste sagt. Er ist der gerechtfertigte Aufschrei gegen eine rassistische und auf Vorurteile fixierte Parole des Bundeskanzlers Friedrich Merz. Sie ist eines Bundeskanzlers, dessen Amtseid auf das Grundgesetz lautet,  “Gerechtigkeit gegen Jedermann” zu leisten, zutiefst unwürdig und der Bruch seines Eides auf die Verfassung.

    Warum tut er so etwas? Liegt es an Alter und Sozialisation von Merz? Ich komme wie er aus gutbürgerlichen Verhältnissen, bin geringfügig älter als der Eidbrecher, aber ich habe komischerweise schon als Kind gelernt, dass man Menschen nicht nach ihrem Äußeren oder ihrer Herkunft beurteilen darf, dass Pauschalurteile dumm und irreführend sind, dass es in jeder Gesellschaft, jedem Land mehrheitlich anständige Menschen und natürlich auch ein paar A…löcher oder Straftäter gibt. In meiner Schulzeit wurde das vertieft – ich verstand, dass Vorurteile gegenüber Menschen mit anderer Hautfarbe, Herkunft, anderem Glauben dazu führten, dass sie in meinem Heimatland von den Nazis systematisch diskriminiert, verfolgt und vernichtet wurden. Wir lernten viel über den Nationalsozialismus und seine Methoden, wir lernten, was im Grundgesetz steht, damit das alles nie, nie mehr passiert und dass man den Anfängen wehren muss. Ist das an Friedrich vorbeigegangen?

    Nicht nur in NRW

    Wir lernten das sogar im CDU-regierten Baden-Württemberg, wo lange ein Hans Filbinger (CDU) als Ministerpräsident regierte, der noch wenige Tage vor der Kapitulation Hitlerdeutschlands als Marinerichter Soldaten hinrichten ließ, die sich gegen Hitler gewehrt hatten. Zugang zu Bildung hatte Merz im Sauerland auch. Zwar nur ein “NRW-Abitur”, aber immerhin konnte er danach Jura studieren. Die Grundrechte scheint er aber nicht behandelt zu haben.

    Was hat des Friedrich Merz Menschenbild  so versaut?

    Ich bin wie gesagt ein knappes dreiviertel Jahr älter als Friedrich Merz, wir sind die gleiche Generation und ich habe die doppelte Staatsbürgerschaft – Kölsch und Schwäbisch. Ich war sechs, als meine Eltern einen italienischen Studenten in Köln zu Weihnachten zu uns nach Hause einluden, das Fest mit uns zu verbringen. Dann zogen meine Eltern nach Ba-Wü um.  Was passierte mit Merz, der in NRW in die Schule gegangen ist, wo es damals, anders als im Süden, eine sozialliberale Landesregierung gegeben hat, die an den Schulen sogar politische Jugendorganisationen zuließ – Jungsozialisten, Jungdemokraten, Junge Union – und ich als Jungdemokrat beneidete in den 70ern immer meine NRW-Freund*innen, die für die “Schülervertretung” (SV) kandidieren durften, während wir nur “undercover” – ohne jedes politische Mandat – für die “Schülermitverwaltung” im CDU-Land kandidieren durften. Was ist im Sauerland passiert, dass Friedrich Merz das in der bürgerlichen Kinderstube nicht gelernt hat, was bei mir selbstverständlich zur DNA des Elternhauses  gehörte, nämlich Anstand, Achtung vor anderen, und dass man keine Vorurteile pflegen soll?

    Ist am Ende die SPD-Bildungspolitik dran Schuld?

    Warum hat Friedrich im Sauerland nicht gelernt, dass man vom Äußeren nicht auf den Menschen schließen sollte, und dass Voreingenommenheit von Nachteil ist? Wie hat seine politische Bildung ausgesehen? Ist die SPD und ihre Reformpolitik mit Bildungsminister Girgensohn wirklich daran schuld, dass Merz so armselige Äußerlichkeiten heute für diskutabel hält? Sogar noch darauf besteht, seine intoleranten Verunglimpfungen zu bekräftigen?

    Waren wir Südstaatler die demokratische Kaderschmiede?

    Wir haben in Gemeinschaftskunde und Geschichte die Klassiker – Goethe, Schiller, die Dichter des deutschen revolutionären Vormärz – 1848 gelesen, Texte von Rousseau, Voltaire, Locke, Hobbes, Montesquieu, Max Weber, Karl Marx und Habermas, Horkheimer, Adorno. Was hat Friedrich gelesen? Man hat doch im Sauerland gelesen, merkt man an Franz Müntefering, und der ist noch älter als wir!

    Was hat ihn dann geritten, den Stadtbild-Spruch rauszuhauen? Das Grillfest mit Nachbarn? Die Vorstandssitzung bei Blackrock? In welch schlechte Gesellschaft kann er sonst noch geraten sein, nachdem ihn Angela aus Berlin entsorgt hat? Können Reden vor Unternehmern für Honorare um die 20.000 Euro pro Abend so von der Wirklichkeit entfremden? Was mag er da wohl erzählt haben? Was ist passiert, sodass er die ganz grundlegenden gesellschaftlichen Regeln und den Anstand unserer Generation weisser alter Männer mit bürgerlichem Hintergrund derartig verpasste?

    Hat Mopedfahren nicht gereicht – muss er Flegeljahre nachholen?

    An der CDU kann es eigentlich auch nicht liegen. Hat doch die Junge Union – wie etwa sein JU-Kollege Karl Klipper in Köln 1967 – wie wir in Esslingen – die Straßenbahnen mit der “Rote-Punkt”-Aktion sitzblockiert, ist dafür sogar verurteilt worden. Und zu den Demonstrationen für den Frieden und gegen Mittelstreckenraketen in Bonn 1981 bis 83 hatte auch die Junge Union Rhein-Sieg aufgerufen.  Wo mag Friedrich Merz da gewesen sein? Er will – nach eigenem Bekunden – irgendwann auch im Sauerland mal ein Moped frisiert haben … Will er nun mal so richtig alle zivilisatorischen Regeln in Frage stellen, endlich mal Volkes Stimme nachahmen? Da empfehle ich doch Franz-Josef Strauss (CSU): “Vox Populi – Vox Rindvieh!” der konnte sogar Latein.

    Warum ist seine Äußerung rassistisch?

    Niemand hätte sich aufgeregt, hätte Friedrich Merz angesprochen, dass die Sicherheit insbesondere von Frauen, aber auch von Lesben und Schwulen im öffentlichen Raum immer wieder Bedrohungen ausgesetzt ist, weil sexistische, gewaltbereite und in Teilen rechtsextreme oder islamistisch begründete oder einfach nur chauvinistische Männergewalt ein gesellschaftliches Problem ist, das bekämpft werden muss. Tatsache ist, dass in bestimmten Städten und Dörfern Ostdeutschlands Nazis zum Stadtbild gehören, Demokraten, Frauen, und erkennbare Nichtnazis, gar LGBTQ-Menschen, die sich nachts auf die Straße wagen, ein hohes Risiko eingehen, Gewalterfahrung zu machen. Dass Frauen überall und täglich sexistische Anmache und Gewalt in der einen oder anderen Form erleben. Dass Frauen und Töchter auf dem Oktoberfest in München besonders häufig sexuellen Übergriffen ausgesetzt sind. Dass es inzwischen “befreite Gebiete” in einigen ostdeutschen Provinzen gibt, wo Neonazis und Faschisten mit “88” “HKN-KRZ” T-Shirt offen getragen zum “Stadtbild” gehören, sie Gemeinden kapern, in denen die Rechte von Frauen und Mädchen im Namen einer rassistischen und sexistischen Ideologie mit Füßen getreten werden.

    Aber das alles hat unser Friedrich mit “Stadtbild” nicht gemeint. Er wollte Verständnis zeigen dafür, was AfD-Wähler meinen, wenn sie zu “man wird doch wohl noch sagen dürfen” ansetzen. So sorgt er dafür, dass die AfD wächst und gedeiht.

  6. Rassismus auf bürgerlich – warum?

    7.500 demonstrierten gestern abend spontan vor dem Konrad-Adenauer-Haus in Berlin gegen den verbalen Schulterschluss des Bundeskanzlers mit den Denkkategorien und Parolen der AfD. Darunter Ricarda Lang, Luisa Neubauer, tausende Frauen und Männer ohne und mit Migrationshintergrund. “Wir sind die Töchter” ist viel mehr als der Titel der Proteste sagt. Er ist der gerechtfertigte Aufschrei gegen eine rassistische und auf Vorurteile fixierte Parole des Bundeskanzlers Friedrich Merz. Sie ist eines Bundeskanzlers, dessen Amtseid auf das Grundgesetz lautet,  “Gerechtigkeit gegen Jedermann” zu leisten, zutiefst unwürdig und der Bruch seines Eides auf die Verfassung.

    Warum tut er so etwas? Liegt es an Alter und Sozialisation von Merz? Ich komme wie er aus gutbürgerlichen Verhältnissen, bin geringfügig älter als der Eidbrecher, aber ich habe komischerweise schon als Kind gelernt, dass man Menschen nicht nach ihrem Äußeren oder ihrer Herkunft beurteilen darf, dass Pauschalurteile dumm und irreführend sind, dass es in jeder Gesellschaft, jedem Land mehrheitlich anständige Menschen und natürlich auch ein paar A…löcher oder Straftäter gibt. In meiner Schulzeit wurde das vertieft – ich verstand, dass Vorurteile gegenüber Menschen mit anderer Hautfarbe, Herkunft, anderem Glauben dazu führten, dass sie in meinem Heimatland von den Nazis systematisch diskriminiert, verfolgt und vernichtet wurden. Wir lernten viel über den Nationalsozialismus und seine Methoden, wir lernten, was im Grundgesetz steht, damit das alles nie, nie mehr passiert und dass man den Anfängen wehren muss. Ist das an Friedrich vorbeigegangen?

    Nicht nur in NRW

    Wir lernten das sogar im CDU-regierten Baden-Württemberg, wo lange ein Hans Filbinger (CDU) als Ministerpräsident regierte, der noch wenige Tage vor der Kapitulation Hitlerdeutschlands als Marinerichter Soldaten hinrichten ließ, die sich gegen Hitler gewehrt hatten. Zugang zu Bildung hatte Merz im Sauerland auch. Zwar nur ein “NRW-Abitur”, aber immerhin konnte er danach Jura studieren. Die Grundrechte scheint er aber nicht behandelt zu haben.

    Was hat des Friedrich Merz Menschenbild  so versaut?

    Ich bin wie gesagt ein knappes dreiviertel Jahr älter als Friedrich Merz, wir sind die gleiche Generation und ich habe die doppelte Staatsbürgerschaft – Kölsch und Schwäbisch. Ich war sechs, als meine Eltern einen italienischen Studenten in Köln zu Weihnachten zu uns nach Hause einluden, das Fest mit uns zu verbringen. Dann zogen meine Eltern nach Ba-Wü um.  Was passierte mit Merz, der in NRW in die Schule gegangen ist, wo es damals, anders als im Süden, eine sozialliberale Landesregierung gegeben hat, die an den Schulen sogar politische Jugendorganisationen zuließ – Jungsozialisten, Jungdemokraten, Junge Union – und ich als Jungdemokrat beneidete in den 70ern immer meine NRW-Freund*innen, die für die “Schülervertretung” (SV) kandidieren durften, während wir nur “undercover” – ohne jedes politische Mandat – für die “Schülermitverwaltung” im CDU-Land kandidieren durften. Was ist im Sauerland passiert, dass Friedrich Merz das in der bürgerlichen Kinderstube nicht gelernt hat, was bei mir selbstverständlich zur DNA des Elternhauses  gehörte, nämlich Anstand, Achtung vor anderen, und dass man keine Vorurteile pflegen soll?

    Ist am Ende die SPD-Bildungspolitik dran Schuld?

    Warum hat Friedrich im Sauerland nicht gelernt, dass man vom Äußeren nicht auf den Menschen schließen sollte, und dass Voreingenommenheit von Nachteil ist? Wie hat seine politische Bildung ausgesehen? Ist die SPD und ihre Reformpolitik mit Bildungsminister Girgensohn wirklich daran schuld, dass Merz so armselige Äußerlichkeiten heute für diskutabel hält? Sogar noch darauf besteht, seine intoleranten Verunglimpfungen zu bekräftigen?

    Waren wir Südstaatler die demokratische Kaderschmiede?

    Wir haben in Gemeinschaftskunde und Geschichte die Klassiker – Goethe, Schiller, die Dichter des deutschen revolutionären Vormärz – 1848 gelesen, Texte von Rousseau, Voltaire, Locke, Hobbes, Montesquieu, Max Weber, Karl Marx und Habermas, Horkheimer, Adorno. Was hat Friedrich gelesen? Man hat doch im Sauerland gelesen, merkt man an Franz Müntefering, und der ist noch älter als wir!

    Was hat ihn dann geritten, den Stadtbild-Spruch rauszuhauen? Das Grillfest mit Nachbarn? Die Vorstandssitzung bei Blackrock? In welch schlechte Gesellschaft kann er sonst noch geraten sein, nachdem ihn Angela aus Berlin entsorgt hat? Können Reden vor Unternehmern für Honorare um die 20.000 Euro pro Abend so von der Wirklichkeit entfremden? Was mag er da wohl erzählt haben? Was ist passiert, sodass er die ganz grundlegenden gesellschaftlichen Regeln und den Anstand unserer Generation weisser alter Männer mit bürgerlichem Hintergrund derartig verpasste?

    Hat Mopedfahren nicht gereicht – muss er Flegeljahre nachholen?

    An der CDU kann es eigentlich auch nicht liegen. Hat doch die Junge Union – wie etwa sein JU-Kollege Karl Klipper in Köln 1967 – wie wir in Esslingen – die Straßenbahnen mit der “Rote-Punkt”-Aktion sitzblockiert, ist dafür sogar verurteilt worden. Und zu den Demonstrationen für den Frieden und gegen Mittelstreckenraketen in Bonn 1981 bis 83 hatte auch die Junge Union Rhein-Sieg aufgerufen.  Wo mag Friedrich Merz da gewesen sein? Er will – nach eigenem Bekunden – irgendwann auch im Sauerland mal ein Moped frisiert haben … Will er nun mal so richtig alle zivilisatorischen Regeln in Frage stellen, endlich mal Volkes Stimme nachahmen? Da empfehle ich doch Franz-Josef Strauss (CSU): “Vox Populi – Vox Rindvieh!” der konnte sogar Latein.

    Warum ist seine Äußerung rassistisch?

    Niemand hätte sich aufgeregt, hätte Friedrich Merz angesprochen, dass die Sicherheit insbesondere von Frauen, aber auch von Lesben und Schwulen im öffentlichen Raum immer wieder Bedrohungen ausgesetzt ist, weil sexistische, gewaltbereite und in Teilen rechtsextreme oder islamistisch begründete oder einfach nur chauvinistische Männergewalt ein gesellschaftliches Problem ist, das bekämpft werden muss. Tatsache ist, dass in bestimmten Städten und Dörfern Ostdeutschlands Nazis zum Stadtbild gehören, Demokraten, Frauen, und erkennbare Nichtnazis, gar LGBTQ-Menschen, die sich nachts auf die Straße wagen, ein hohes Risiko eingehen, Gewalterfahrung zu machen. Dass Frauen überall und täglich sexistische Anmache und Gewalt in der einen oder anderen Form erleben. Dass Frauen und Töchter auf dem Oktoberfest in München besonders häufig sexuellen Übergriffen ausgesetzt sind. Dass es inzwischen “befreite Gebiete” in einigen ostdeutschen Provinzen gibt, wo Neonazis und Faschisten mit “88” “HKN-KRZ” T-Shirt offen getragen zum “Stadtbild” gehören, sie Gemeinden kapern, in denen die Rechte von Frauen und Mädchen im Namen einer rassistischen und sexistischen Ideologie mit Füßen getreten werden.

    Aber das alles hat unser Friedrich mit “Stadtbild” nicht gemeint. Er wollte Verständnis zeigen dafür, was AfD-Wähler meinen, wenn sie zu “man wird doch wohl noch sagen dürfen” ansetzen. So sorgt er dafür, dass die AfD wächst und gedeiht.

    Über Roland Appel:

    Roland Appel ist Publizist und Unternehmensberater, Datenschutzbeauftragter für mittelständische Unternehmen und tätig in Forschungsprojekten. Er war stv. Bundesvorsitzender der Jungdemokraten und Bundesvorsitzender des Liberalen Hochschulverbandes, Mitglied des Bundesvorstandes der FDP bis 1982. Ab 1983 innen- und rechtspolitscher Mitarbeiter der Grünen im Bundestag. Von 1990-2000 Landtagsabgeordneter der Grünen NRW, ab 1995 deren Fraktionsvorsitzender. Seit 2019 ist er Vorsitzender der Radikaldemokratischen Stiftung, dem Netzwerk ehemaliger Jungdemokrat*innen/Junge Linke. Er arbeitet und lebt im Rheinland. Mehr über den Autor.... Sie können dem Autor auch im #Fediverse folgen unter: @[email protected]

  7. Ach ja, de val van Rome

    Zo verliep de val van Rome in elk geval NIET.

    Ineens werd een batterij vragen op me afgevuurd. En ze zijn te interessant om niet te beantwoorden. Maar eerst het begin. Er was weer eens een politicus, Axel Ronse (N-VA), die de val van Rome van stal haalde. Knack citeert hem:

    Ik hoop dat deze geopolitieke crisis ons ook economisch wakker schudt. We hebben echt niet meer de luxe om het West-Romeinse Rijk in verval na te spelen. Het moet afgelopen zijn met de decadentie.

    Daarmee kun je het eens of oneens zijn, maar het tweede zinnetje is irritant. De Oudheid is er niet als voorbeeld voor het heden. Niet dat analogieën geheel onmogelijk zijn. Er bestaat iets dat vergelijkingstheorie heet en ik kan u verklappen dat je een voorindustriële samenleving niet zomaar kunt vergelijken met een postindustriële. Daar komt nog bij dat het zinloos is de politiek van een samenleving waarover we robuuste informatie hebben, de onze dus, te laten leiden door inzichten, gebaseerd op samenlevingen waarover we geen robuuste informatie hebben. Het slecht kenbare gebruiken als leidraad voor het kenbare, is geen kenniswinst.

    So far, so good. De Gentse oudhistoricus Jeroen Wijnendaele (die van dat mooie boek over Clovis) reageerde op Ronse, en ik vroeg me op de sociale media af waarom er toch zo weinig oudheidkundigen zijn die terugschrijven. Als ik op deze blog iets onverstandigs schrijf over DNA-onderzoek, dan is er een vriendelijke biologe die me corrigeert; als ik iets doms zeg over fysica, dan is er een voormalige natuurkundeleraar die me adviseert. Ik weet dat kranten en tijdschriften ook correcties toegezonden krijgen, die misschien niet altijd worden geplaatst, maar doorgaans wel op de redactie worden besproken. Je kunt als oudheidkundige dus gewoon je academisch gezag in de strijd werpen.

    ***

    Dat was de korte inhoud van het voorafgaande en ik kreeg dus een batterij vragen. Ik zal proberen ze te beantwoorden.

    Zijn vergelijkingen inherent pogingen tot manipulatie, of zijn ze dat omdat zij door politici gemaakt werden?

    Ik denk het eerste. Politici zijn ook maar mensen. Onze kennis bestaat uit generaliseringen van waarnemingen, gedaan in het verleden; en in nieuwe situaties vallen we daarop terug. We denken dus historisch. Als we problemen zien, benutten we voor de analyse onvermijdelijk het verleden. Als over een onderwerp dan weinig robuuste informatie bestaat, zoals de transformatie van de Romeinse wereld in de vijfde eeuw, dan kun je voor elk hedendaags probleem wel iets herkenbaars vinden. Zo komt het dat er inmiddels al zó lang is gesproken over “de val van Rome” dat het moeilijk is je los te maken van dat ondergangsframe.

    (Ik ben er zelf niet vrij van. Toen ik in de jaren negentig het internet opgezocht, zag ik mezelf als zo’n middeleeuwse kopiist die boeken overschreef. Zoals een Cassiodorus de mensheid, op weg van Oudheid naar Middeleeuwen, nog iets te lezen meegaf, zo wilde ik de mensen op weg van de twintigste naar de eenentwintigste eeuw nog iets meegeven. Die impliciete vergelijking met de val van Rome is zinledig, maar ik ben dus niet vrij van het ondergangsframe.)

    Het nut van de geschiedkunde heette ooit te zijn, dat we van onze geschiedenis kunnen leren. Hoe kunnen wij leren als we geen vergelijkingen mogen trekken?

    Ik betwijfel dat we van oude geschiedenis iets kunnen leren. Daarvoor zijn de data te weinig robuust. Kennis van de Oudheid is echter leuk en dat is voldoende: genot is haar eigen beloning.

    Onder welke condities zijn nog wel geldige vergelijkingen te maken?

    Van de twintigste eeuw zou wel iets te leren kunnen zijn. Vuistregel: vergelijk industriële samenlevingen liefst met industriële samenlevingen; vergelijk agrarische imperia (zoals het Romeinse Rijk) alleen met andere agrarische imperia (zoals Han-China). De bestudering van de Oudheid is een sociale wetenschap en dus is het sociaalwetenschappelijke instrumentarium relevant.

    Wanneer oudheidkundigen op foute vergelijkingen reageren, is dat dan uit de oprechte wens om misvattingen te corrigeren, of ook uit chagrijn omdat een leek het gewaagd heeft zich op Oudheidkundig Terrein te begeven?

    Mensen worden classicus, archeoloog, historicus vanuit liefde voor hun vak. Men wil dat er eerlijk over wordt gesproken. Ik heb niet de indruk dat oudheidkundigen leken van het eigen terrein willen weren. Sterker nog, ik denk dat dat weleens iets vaker mag gebeuren. Geen mens gaat naar een amateur-tandarts, maar iedereen kan zich historicus noemen en over het verleden een mening ten beste geven. Oudheidkundigen mogen wel iets meer op hun strepen staan. Dat is een van de redenen waarom ik methoden uitleg: dan weten mensen dat er methoden zijn en dat een opleiding nut heeft.

    En kan ook meespelen dat die politicus er een van de verkeerde kleur was?

    Enerzijds denk ik dat de meeste oudheidkundigen zich aan elke misrepresentatie ergeren, ongeacht de politieke opvattingen van de spreker. Anderzijds heb ik de indruk dat spreken over de val van Rome vooral een hobby is van Nieuw Rechts: Bart De Wever in België, Thierry Baudet en Mark Rutte in Nederland. De feitelijke vraag is mijns inziens niet of iemand links of rechts is; Renate Rubinstein toonde al in de jaren tachtig aan hoe onzinnig die etiketten zijn.noot Eerlijk is eerlijk: de woorden “links” en “rechts” zijn soms nuttig, want als je ziet dat iemand ze gebruikt, weet je dat verder lezen tijdverspilling is. Het gaat om waarheidsliefde.

    Waar komt die foute opvatting over decadentie als oorzaak van Romeins verval vandaan?

    Montesquieu.

    Als die foute opvatting zo alomtegenwoordig is, zou de oorzaak dan ook niet in het geschiedkundig onderwijs – de eigen boezem – gezocht moeten worden?

    Ja en nee. Nee: ik weiger kritiek te hebben op onderwijzers en leraren. Zij kunnen niet helpen dat er minder uren beschikbaar zijn voor geschiedenisles.

    Ja: er is weinig waarheidsliefde bij instellingen die beter moeten weten. Bijvoorbeeld bij de erfgoedsector met het mantra van de beleefbaarheid, zodat stukken verleden worden gebouwd waar nooit iets was (lees maar). Of aan de universiteiten, met veel te specialistische onderzoekers. Ik gebruik weleens de metafoor van de piano: classici spelen alleen op de witte toetsen en archeologen alleen op de zwarte, terwijl ze allemaal zeggen dezelfde antieke cultuur te bestuderen. Het voortbestaan van niet-objectadequate opleidingen bewijst dat de universiteiten hun prioriteiten niet weten te stellen. Daarom stellen accountants tegenwoordig de academische prioriteiten.

    Als u wil helpen dragen in de kosten van deze blog, kunt u een van mijn boeken kopen (en lezen), zoals Goden en halfgoden. Of ga mee op reis naar Tunesië! Of kom een cursus doen. Of doneer. U kunt deze blog ook volgen via het Whatsapp-kanaal.

    Deel dit:

    #AxelRonse #BartDeWever #CharlesDeMontesquieu #JeroenWijnendaele #MarkRutte #RenateRubinstein #ThierryBaudet #ValVanHetRomeinseRijk #vergelijkingstheorie

  8. Ach ja, de val van Rome

    Zo verliep de val van Rome in elk geval NIET.

    Ineens werd een batterij vragen op me afgevuurd. En ze zijn te interessant om niet te beantwoorden. Maar eerst het begin. Er was weer eens een politicus, Axel Ronse (N-VA), die de val van Rome van stal haalde. Knack citeert hem:

    Ik hoop dat deze geopolitieke crisis ons ook economisch wakker schudt. We hebben echt niet meer de luxe om het West-Romeinse Rijk in verval na te spelen. Het moet afgelopen zijn met de decadentie.

    Daarmee kun je het eens of oneens zijn, maar het tweede zinnetje is irritant. De Oudheid is er niet als voorbeeld voor het heden. Niet dat analogieën geheel onmogelijk zijn. Er bestaat iets dat vergelijkingstheorie heet en ik kan u verklappen dat je een voorindustriële samenleving niet zomaar kunt vergelijken met een postindustriële. Daar komt nog bij dat het zinloos is de politiek van een samenleving waarover we robuuste informatie hebben, de onze dus, te laten leiden door inzichten, gebaseerd op samenlevingen waarover we geen robuuste informatie hebben. Het slecht kenbare gebruiken als leidraad voor het kenbare, is geen kenniswinst.

    So far, so good. De Gentse oudhistoricus Jeroen Wijnendaele (die van dat mooie boek over Clovis) reageerde op Ronse, en ik vroeg me op de sociale media af waarom er toch zo weinig oudheidkundigen zijn die terugschrijven. Als ik op deze blog iets onverstandigs schrijf over DNA-onderzoek, dan is er een vriendelijke biologe die me corrigeert; als ik iets doms zeg over fysica, dan is er een voormalige natuurkundeleraar die me adviseert. Ik weet dat kranten en tijdschriften ook correcties toegezonden krijgen, die misschien niet altijd worden geplaatst, maar doorgaans wel op de redactie worden besproken. Je kunt als oudheidkundige dus gewoon je academisch gezag in de strijd werpen.

    ***

    Dat was de korte inhoud van het voorafgaande en ik kreeg dus een batterij vragen. Ik zal proberen ze te beantwoorden.

    Zijn vergelijkingen inherent pogingen tot manipulatie, of zijn ze dat omdat zij door politici gemaakt werden?

    Ik denk het eerste. Politici zijn ook maar mensen. Onze kennis bestaat uit generaliseringen van waarnemingen, gedaan in het verleden; en in nieuwe situaties vallen we daarop terug. We denken dus historisch. Als we problemen zien, benutten we voor de analyse onvermijdelijk het verleden. Als over een onderwerp dan weinig robuuste informatie bestaat, zoals de transformatie van de Romeinse wereld in de vijfde eeuw, dan kun je voor elk hedendaags probleem wel iets herkenbaars vinden. Zo komt het dat er inmiddels al zó lang is gesproken over “de val van Rome” dat het moeilijk is je los te maken van dat ondergangsframe.

    (Ik ben er zelf niet vrij van. Toen ik in de jaren negentig het internet opgezocht, zag ik mezelf als zo’n middeleeuwse kopiist die boeken overschreef. Zoals een Cassiodorus de mensheid, op weg van Oudheid naar Middeleeuwen, nog iets te lezen meegaf, zo wilde ik de mensen op weg van de twintigste naar de eenentwintigste eeuw nog iets meegeven. Die impliciete vergelijking met de val van Rome is zinledig, maar ik ben dus niet vrij van het ondergangsframe.)

    Het nut van de geschiedkunde heette ooit te zijn, dat we van onze geschiedenis kunnen leren. Hoe kunnen wij leren als we geen vergelijkingen mogen trekken?

    Ik betwijfel dat we van oude geschiedenis iets kunnen leren. Daarvoor zijn de data te weinig robuust. Kennis van de Oudheid is echter leuk en dat is voldoende: genot is haar eigen beloning.

    Onder welke condities zijn nog wel geldige vergelijkingen te maken?

    Van de twintigste eeuw zou wel iets te leren kunnen zijn. Vuistregel: vergelijk industriële samenlevingen liefst met industriële samenlevingen; vergelijk agrarische imperia (zoals het Romeinse Rijk) alleen met andere agrarische imperia (zoals Han-China). De bestudering van de Oudheid is een sociale wetenschap en dus is het sociaalwetenschappelijke instrumentarium relevant.

    Wanneer oudheidkundigen op foute vergelijkingen reageren, is dat dan uit de oprechte wens om misvattingen te corrigeren, of ook uit chagrijn omdat een leek het gewaagd heeft zich op Oudheidkundig Terrein te begeven?

    Mensen worden classicus, archeoloog, historicus vanuit liefde voor hun vak. Men wil dat er eerlijk over wordt gesproken. Ik heb niet de indruk dat oudheidkundigen leken van het eigen terrein willen weren. Sterker nog, ik denk dat dat weleens iets vaker mag gebeuren. Geen mens gaat naar een amateur-tandarts, maar iedereen kan zich historicus noemen en over het verleden een mening ten beste geven. Oudheidkundigen mogen wel iets meer op hun strepen staan. Dat is een van de redenen waarom ik methoden uitleg: dan weten mensen dat er methoden zijn en dat een opleiding nut heeft.

    En kan ook meespelen dat die politicus er een van de verkeerde kleur was?

    Enerzijds denk ik dat de meeste oudheidkundigen zich aan elke misrepresentatie ergeren, ongeacht de politieke opvattingen van de spreker. Anderzijds heb ik de indruk dat spreken over de val van Rome vooral een hobby is van Nieuw Rechts: Bart De Wever in België, Thierry Baudet en Mark Rutte in Nederland. De feitelijke vraag is mijns inziens niet of iemand links of rechts is; Renate Rubinstein toonde al in de jaren tachtig aan hoe onzinnig die etiketten zijn.noot Eerlijk is eerlijk: de woorden “links” en “rechts” zijn soms nuttig, want als je ziet dat iemand ze gebruikt, weet je dat verder lezen tijdverspilling is. Het gaat om waarheidsliefde.

    Waar komt die foute opvatting over decadentie als oorzaak van Romeins verval vandaan?

    Montesquieu.

    Als die foute opvatting zo alomtegenwoordig is, zou de oorzaak dan ook niet in het geschiedkundig onderwijs – de eigen boezem – gezocht moeten worden?

    Ja en nee. Nee: ik weiger kritiek te hebben op onderwijzers en leraren. Zij kunnen niet helpen dat er minder uren beschikbaar zijn voor geschiedenisles.

    Ja: er is weinig waarheidsliefde bij instellingen die beter moeten weten. Bijvoorbeeld bij de erfgoedsector met het mantra van de beleefbaarheid, zodat stukken verleden worden gebouwd waar nooit iets was (lees maar). Of aan de universiteiten, met veel te specialistische onderzoekers. Ik gebruik weleens de metafoor van de piano: classici spelen alleen op de witte toetsen en archeologen alleen op de zwarte, terwijl ze allemaal zeggen dezelfde antieke cultuur te bestuderen. Het voortbestaan van niet-objectadequate opleidingen bewijst dat de universiteiten hun prioriteiten niet weten te stellen. Daarom stellen accountants tegenwoordig de academische prioriteiten.

    Als u wil helpen dragen in de kosten van deze blog, kunt u een van mijn boeken kopen (en lezen), zoals Goden en halfgoden. Of ga mee op reis naar Tunesië! Of kom een cursus doen. Of doneer. U kunt deze blog ook volgen via het Whatsapp-kanaal.

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    #AxelRonse #BartDeWever #CharlesDeMontesquieu #JeroenWijnendaele #MarkRutte #RenateRubinstein #ThierryBaudet #ValVanHetRomeinseRijk #vergelijkingstheorie

  9. Ach ja, de val van Rome

    Zo verliep de val van Rome in elk geval NIET.

    Ineens werd een batterij vragen op me afgevuurd. En ze zijn te interessant om niet te beantwoorden. Maar eerst het begin. Er was weer eens een politicus, Axel Ronse (N-VA), die de val van Rome van stal haalde. Knack citeert hem:

    Ik hoop dat deze geopolitieke crisis ons ook economisch wakker schudt. We hebben echt niet meer de luxe om het West-Romeinse Rijk in verval na te spelen. Het moet afgelopen zijn met de decadentie.

    Daarmee kun je het eens of oneens zijn, maar het tweede zinnetje is irritant. De Oudheid is er niet als voorbeeld voor het heden. Niet dat analogieën geheel onmogelijk zijn. Er bestaat iets dat vergelijkingstheorie heet en ik kan u verklappen dat je een voorindustriële samenleving niet zomaar kunt vergelijken met een postindustriële. Daar komt nog bij dat het zinloos is de politiek van een samenleving waarover we robuuste informatie hebben, de onze dus, te laten leiden door inzichten, gebaseerd op samenlevingen waarover we geen robuuste informatie hebben. Het slecht kenbare gebruiken als leidraad voor het kenbare, is geen kenniswinst.

    So far, so good. De Gentse oudhistoricus Jeroen Wijnendaele (die van dat mooie boek over Clovis) reageerde op Ronse, en ik vroeg me op de sociale media af waarom er toch zo weinig oudheidkundigen zijn die terugschrijven. Als ik op deze blog iets onverstandigs schrijf over DNA-onderzoek, dan is er een vriendelijke biologe die me corrigeert; als ik iets doms zeg over fysica, dan is er een voormalige natuurkundeleraar die me adviseert. Ik weet dat kranten en tijdschriften ook correcties toegezonden krijgen, die misschien niet altijd worden geplaatst, maar doorgaans wel op de redactie worden besproken. Je kunt als oudheidkundige dus gewoon je academisch gezag in de strijd werpen.

    ***

    Dat was de korte inhoud van het voorafgaande en ik kreeg dus een batterij vragen. Ik zal proberen ze te beantwoorden.

    Zijn vergelijkingen inherent pogingen tot manipulatie, of zijn ze dat omdat zij door politici gemaakt werden?

    Ik denk het eerste. Politici zijn ook maar mensen. Onze kennis bestaat uit generaliseringen van waarnemingen, gedaan in het verleden; en in nieuwe situaties vallen we daarop terug. We denken dus historisch. Als we problemen zien, benutten we voor de analyse onvermijdelijk het verleden. Als over een onderwerp dan weinig robuuste informatie bestaat, zoals de transformatie van de Romeinse wereld in de vijfde eeuw, dan kun je voor elk hedendaags probleem wel iets herkenbaars vinden. Zo komt het dat er inmiddels al zó lang is gesproken over “de val van Rome” dat het moeilijk is je los te maken van dat ondergangsframe.

    (Ik ben er zelf niet vrij van. Toen ik in de jaren negentig het internet opgezocht, zag ik mezelf als zo’n middeleeuwse kopiist die boeken overschreef. Zoals een Cassiodorus de mensheid, op weg van Oudheid naar Middeleeuwen, nog iets te lezen meegaf, zo wilde ik de mensen op weg van de twintigste naar de eenentwintigste eeuw nog iets meegeven. Die impliciete vergelijking met de val van Rome is zinledig, maar ik ben dus niet vrij van het ondergangsframe.)

    Het nut van de geschiedkunde heette ooit te zijn, dat we van onze geschiedenis kunnen leren. Hoe kunnen wij leren als we geen vergelijkingen mogen trekken?

    Ik betwijfel dat we van oude geschiedenis iets kunnen leren. Daarvoor zijn de data te weinig robuust. Kennis van de Oudheid is echter leuk en dat is voldoende: genot is haar eigen beloning.

    Onder welke condities zijn nog wel geldige vergelijkingen te maken?

    Van de twintigste eeuw zou wel iets te leren kunnen zijn. Vuistregel: vergelijk industriële samenlevingen liefst met industriële samenlevingen; vergelijk agrarische imperia (zoals het Romeinse Rijk) alleen met andere agrarische imperia (zoals Han-China). De bestudering van de Oudheid is een sociale wetenschap en dus is het sociaalwetenschappelijke instrumentarium relevant.

    Wanneer oudheidkundigen op foute vergelijkingen reageren, is dat dan uit de oprechte wens om misvattingen te corrigeren, of ook uit chagrijn omdat een leek het gewaagd heeft zich op Oudheidkundig Terrein te begeven?

    Mensen worden classicus, archeoloog, historicus vanuit liefde voor hun vak. Men wil dat er eerlijk over wordt gesproken. Ik heb niet de indruk dat oudheidkundigen leken van het eigen terrein willen weren. Sterker nog, ik denk dat dat weleens iets vaker mag gebeuren. Geen mens gaat naar een amateur-tandarts, maar iedereen kan zich historicus noemen en over het verleden een mening ten beste geven. Oudheidkundigen mogen wel iets meer op hun strepen staan. Dat is een van de redenen waarom ik methoden uitleg: dan weten mensen dat er methoden zijn en dat een opleiding nut heeft.

    En kan ook meespelen dat die politicus er een van de verkeerde kleur was?

    Enerzijds denk ik dat de meeste oudheidkundigen zich aan elke misrepresentatie ergeren, ongeacht de politieke opvattingen van de spreker. Anderzijds heb ik de indruk dat spreken over de val van Rome vooral een hobby is van Nieuw Rechts: Bart De Wever in België, Thierry Baudet en Mark Rutte in Nederland. De feitelijke vraag is mijns inziens niet of iemand links of rechts is; Renate Rubinstein toonde al in de jaren tachtig aan hoe onzinnig die etiketten zijn.noot Eerlijk is eerlijk: de woorden “links” en “rechts” zijn soms nuttig, want als je ziet dat iemand ze gebruikt, weet je dat verder lezen tijdverspilling is. Het gaat om waarheidsliefde.

    Waar komt die foute opvatting over decadentie als oorzaak van Romeins verval vandaan?

    Montesquieu.

    Als die foute opvatting zo alomtegenwoordig is, zou de oorzaak dan ook niet in het geschiedkundig onderwijs – de eigen boezem – gezocht moeten worden?

    Ja en nee. Nee: ik weiger kritiek te hebben op onderwijzers en leraren. Zij kunnen niet helpen dat er minder uren beschikbaar zijn voor geschiedenisles.

    Ja: er is weinig waarheidsliefde bij instellingen die beter moeten weten. Bijvoorbeeld bij de erfgoedsector met het mantra van de beleefbaarheid, zodat stukken verleden worden gebouwd waar nooit iets was (lees maar). Of aan de universiteiten, met veel te specialistische onderzoekers. Ik gebruik weleens de metafoor van de piano: classici spelen alleen op de witte toetsen en archeologen alleen op de zwarte, terwijl ze allemaal zeggen dezelfde antieke cultuur te bestuderen. Het voortbestaan van niet-objectadequate opleidingen bewijst dat de universiteiten hun prioriteiten niet weten te stellen. Daarom stellen accountants tegenwoordig de academische prioriteiten.

    Als u wil helpen dragen in de kosten van deze blog, kunt u een van mijn boeken kopen (en lezen), zoals Goden en halfgoden. Of ga mee op reis naar Tunesië! Of kom een cursus doen. Of doneer. U kunt deze blog ook volgen via het Whatsapp-kanaal.

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    #AxelRonse #BartDeWever #CharlesDeMontesquieu #JeroenWijnendaele #MarkRutte #RenateRubinstein #ThierryBaudet #ValVanHetRomeinseRijk #vergelijkingstheorie

  10. Ach ja, de val van Rome

    Zo verliep de val van Rome in elk geval NIET.

    Ineens werd een batterij vragen op me afgevuurd. En ze zijn te interessant om niet te beantwoorden. Maar eerst het begin. Er was weer eens een politicus, Axel Ronse (N-VA), die de val van Rome van stal haalde. Knack citeert hem:

    Ik hoop dat deze geopolitieke crisis ons ook economisch wakker schudt. We hebben echt niet meer de luxe om het West-Romeinse Rijk in verval na te spelen. Het moet afgelopen zijn met de decadentie.

    Daarmee kun je het eens of oneens zijn, maar het tweede zinnetje is irritant. De Oudheid is er niet als voorbeeld voor het heden. Niet dat analogieën geheel onmogelijk zijn. Er bestaat iets dat vergelijkingstheorie heet en ik kan u verklappen dat je een voorindustriële samenleving niet zomaar kunt vergelijken met een postindustriële. Daar komt nog bij dat het zinloos is om in een samenleving waarover we robuuste informatie hebben, de onze dus, de politiek te laten leiden door inzichten, gebaseerd op samenlevingen waarover we geen robuuste informatie hebben. Het is geen kenniswinst het slecht kenbare te gebruiken bij het duiden van het beter kenbare.

    So far, so good. De Gentse oudhistoricus Jeroen Wijnendaele (die van dat mooie boek over Clovis) reageerde op Ronse, en ik vroeg me op de sociale media af waarom er toch zo weinig oudheidkundigen zijn die terugschrijven. Als ik op deze blog iets onverstandigs schrijf over DNA-onderzoek, dan is er een vriendelijke biologe die me corrigeert; als ik iets doms zeg over fysica, dan is er een voormalige natuurkundeleraar die me adviseert. Ik weet dat ook kranten en tijdschriften correcties toegezonden krijgen, die niet altijd worden geplaatst, maar doorgaans wel op de redactie worden besproken. Je kunt als oudheidkundige dus gewoon je academisch gezag in de strijd werpen.

    ***

    Dat was de korte inhoud van het voorafgaande en ik kreeg dus een batterij vragen. Ik zal proberen ze te beantwoorden.

    Zijn vergelijkingen inherent pogingen tot manipulatie, of zijn ze dat omdat zij door politici gemaakt werden?

    Ik denk het eerste. Politici zijn ook maar mensen. Onze kennis bestaat uit generaliseringen van waarnemingen, gedaan in het verleden; en in nieuwe situaties vallen we daarop terug. We denken dus historisch. Als we problemen zien, benutten we voor de analyse onvermijdelijk het verleden. Als over een onderwerp dan weinig robuuste informatie bestaat, zoals de transformatie van de Romeinse wereld in de vijfde eeuw, dan kun je die in elke gewenste richting buigen en altijd iets herkenbaars scheppen. Zo komt het dat er inmiddels al zó lang is gesproken over “de val van Rome” dat het moeilijk is je los te maken van dat ondergangsframe.

    (Ik ben er zelf niet vrij van. Toen ik in de jaren negentig het internet opzocht, zag ik mezelf als zo’n middeleeuwse kopiist die boeken overschreef. Zoals een Cassiodorus de mensheid, op weg van Oudheid naar Middeleeuwen, nog iets te lezen meegaf, zo wilde ik de mensen op weg van de twintigste naar de eenentwintigste eeuw nog iets meegeven. Die impliciete vergelijking met de val van Rome is zinledig, maar ik ben dus niet vrij van het ondergangsframe.)

    Het nut van de geschiedkunde heette ooit te zijn, dat we van onze geschiedenis kunnen leren. Hoe kunnen wij leren als we geen vergelijkingen mogen trekken?

    Ik betwijfel dat we van oude geschiedenis iets kunnen leren. Daarvoor zijn de data te weinig robuust. Kennis van de Oudheid is echter leuk en dat is voldoende. Genot is haar eigen beloning.

    Onder welke condities zijn nog wel geldige vergelijkingen te maken?

    Van de twintigste eeuw zou wel iets te leren kunnen zijn. Vuistregel: vergelijk industriële samenlevingen met industriële samenlevingen; vergelijk agrarische imperia (zoals het Romeinse Rijk) alleen met andere agrarische imperia (zoals Han-China). De bestudering van de Oudheid is een sociale wetenschap en dus is het sociaalwetenschappelijke instrumentarium relevant.

    Wanneer oudheidkundigen op foute vergelijkingen reageren, is dat dan uit de oprechte wens om misvattingen te corrigeren, of ook uit chagrijn omdat een leek het gewaagd heeft zich op Oudheidkundig Terrein te begeven?

    Mensen worden classicus, archeoloog, historicus vanuit liefde voor hun vak. Men wil dat er eerlijk over wordt gesproken. Ik heb niet de indruk dat oudheidkundigen leken van het eigen terrein willen weren. Sterker nog, ik denk dat ze dat zo nu en dan best eens mogen doen. Geen mens gaat naar een amateur-tandarts, maar iedereen kan zich historicus noemen en over het verleden een mening ten beste geven. Oudheidkundigen mogen wel iets meer op hun strepen staan. Dat is een van de redenen waarom ik methoden uitleg: dan weten mensen dat er methoden bestaan en dat een opleiding nut heeft.

    En kan ook meespelen dat die politicus er een van de verkeerde kleur was?

    Enerzijds denk ik dat de meeste oudheidkundigen zich aan elke misrepresentatie ergeren, ongeacht de politieke opvattingen van de spreker. Anderzijds heb ik de indruk dat spreken over de val van Rome vooral een hobby is van Nieuw Rechts: Bart De Wever in België, Thierry Baudet en Mark Rutte in Nederland. De feitelijke vraag is mijns inziens niet of iemand links of rechts is; Renate Rubinstein toonde al in de jaren tachtig aan hoe onzinnig die etiketten zijn.noot Eerlijk is eerlijk: de woorden “links” en “rechts” zijn soms nuttig, want als je ziet dat iemand ze gebruikt, weet je dat verder lezen tijdverspilling is. Het gaat om waarheidsliefde.

    Waar komt die foute opvatting over decadentie als oorzaak van Romeins verval vandaan?

    Montesquieu.

    Als die foute opvatting zo alomtegenwoordig is, zou de oorzaak dan ook niet in het geschiedkundig onderwijs – de eigen boezem – gezocht moeten worden?

    Ja en nee. Nee: ik weiger kritiek te hebben op onderwijzers en leraren. Zij kunnen niet helpen dat er minder uren beschikbaar zijn voor geschiedenisles. En als Mark Rutte zijn macht misbruikt om desinformatie over vluchtelingen en het Romeinse Rijk te propageren, dan kan geen leerkracht daar iets tegen doen.

    Ja: er is weinig waarheidsliefde bij instellingen die beter moeten weten. Bijvoorbeeld bij de erfgoedsector met het mantra van de beleefbaarheid, zodat stukken verleden worden gebouwd waar nooit iets was (lees maar). Of aan de universiteiten, met veel te specialistische onderzoekers. Ik gebruik weleens de metafoor van de piano: classici spelen alleen op de witte toetsen en archeologen alleen op de zwarte, terwijl ze allemaal zeggen dezelfde antieke cultuur te bestuderen. Het voortbestaan van niet-objectadequate opleidingen bewijst dat de universiteiten hun prioriteiten niet weten te stellen. Daarom stellen accountants tegenwoordig de academische prioriteiten.

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    #AxelRonse #BartDeWever #CharlesDeMontesquieu #JeroenWijnendaele #MarkRutte #RenateRubinstein #ThierryBaudet #ValVanHetRomeinseRijk #vergelijkingstheorie

  11. Gordon S. Wood on Republicanism and Monarchy in the Eighteenth-Century

    “Educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…) Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed.” (Gordon S. Wood)

    Gordon S. Wood argues, that Republicanism was not an underground ideology, or merely confined to European culture. It was an important current, that blended and mingled with the monarchical mainstream. The liberal of the eighteenth-century, while aiming for progress, loved and valued antiquity. To be liberal, also meant that the person was considered to be enlightened in the literary sense.

    Gordon S. Wood, Classical Republicanism and the American Revolution, 66 Chi.-Kent L. Rev. 13, 1990, pp. 17-19.

    “The English thought they lived in a republicanized monarchy, and they were right. (…) Republicanism did not belong only to the margins, to the extreme right or left, of English political life. Monarchical and republican values existed side-by-side in the culture, and many good monarchists and many good English tories adopted what were in substance, if not in name, republican ideals and principles without realizing the long-run political implications of what they were doing. Although they seldom mentioned the term, educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…)

    Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed†.

    In the eighteenth century to be enlightened was to be interested in antiquity, and to be interested in antiquity was to be interested in republicanism. Certainly classical antiquity could offer meaningful messages for monarchy too, but there is no doubt that the thrust of what the ancient world had to say to the eighteenth century was latently and at times manifestly republican.

    All the ancient republics—Athens, Sparta, Thebes-were familiar to educated people in the eighteenth century—their names had “grown trite by repetition,” said one American-but none was more familiar than Rome. People could not hear enough about it. “It is impossible,” said Montesquieu, “to be tired of so agreeable a subject as ancient Rome.” The eighteenth century was particularly fascinated by the writings of the golden age of Roman literature—“the First Enlightenment,” as Peter Gay has called it—the two centuries from the breakdown of the republic in the middle of the first century B.C. to the reign of Marcus Aurelius in the middle of the second century A.D.

    These Roman writers—Cicero, Virgil, Sallust, Tacitus, among others-set forth republican ideals and values about politics and society that have had a powerful and lasting effect on Western culture. These classical ideals and values were revived and refurbished by the Italian Renaissance-becoming what has been variously called “civic humanism” or “classical republicanism”—and were carried into early modern Europe and made available to wider and deeper strata of the population.”

    #classicalRepublicanism #EnlightenmentEra #GordonSWood #Monarchism #politicalPhilosophy #politics #Republicanism

  12. Gordon S. Wood on Republicanism and Monarchy in the Eighteenth-Century

    “Educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…) Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed.” (Gordon S. Wood)

    Gordon S. Wood argues, that Republicanism was not an underground ideology, or merely confined to European culture. It was an important current, that blended and mingled with the monarchical mainstream. The liberal of the eighteenth-century, while aiming for progress, loved and valued antiquity. To be liberal, also meant that the person was considered to be enlightened in the literary sense.

    Gordon S. Wood, Classical Republicanism and the American Revolution, 66 Chi.-Kent L. Rev. 13, 1990, pp. 17-19.

    “The English thought they lived in a republicanized monarchy, and they were right. (…) Republicanism did not belong only to the margins, to the extreme right or left, of English political life. Monarchical and republican values existed side-by-side in the culture, and many good monarchists and many good English tories adopted what were in substance, if not in name, republican ideals and principles without realizing the long-run political implications of what they were doing. Although they seldom mentioned the term, educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…)

    Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed†.

    In the eighteenth century to be enlightened was to be interested in antiquity, and to be interested in antiquity was to be interested in republicanism. Certainly classical antiquity could offer meaningful messages for monarchy too, but there is no doubt that the thrust of what the ancient world had to say to the eighteenth century was latently and at times manifestly republican.

    All the ancient republics—Athens, Sparta, Thebes-were familiar to educated people in the eighteenth century—their names had “grown trite by repetition,” said one American-but none was more familiar than Rome. People could not hear enough about it. “It is impossible,” said Montesquieu, “to be tired of so agreeable a subject as ancient Rome.” The eighteenth century was particularly fascinated by the writings of the golden age of Roman literature—“the First Enlightenment,” as Peter Gay has called it—the two centuries from the breakdown of the republic in the middle of the first century B.C. to the reign of Marcus Aurelius in the middle of the second century A.D.

    These Roman writers—Cicero, Virgil, Sallust, Tacitus, among others-set forth republican ideals and values about politics and society that have had a powerful and lasting effect on Western culture. These classical ideals and values were revived and refurbished by the Italian Renaissance-becoming what has been variously called “civic humanism” or “classical republicanism”—and were carried into early modern Europe and made available to wider and deeper strata of the population.”

    #classicalRepublicanism #EnlightenmentEra #GordonSWood #Monarchism #politicalPhilosophy #politics #Republicanism

  13. Gordon S. Wood on Republicanism and Monarchy in the Eighteenth-Century

    “Educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…) Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed.” (Gordon S. Wood)

    Gordon S. Wood argues, that Republicanism was not an underground ideology, or merely confined to European culture. It was an important current, that blended and mingled with the monarchical mainstream. The liberal of the eighteenth-century, while aiming for progress, loved and valued antiquity. To be liberal, also meant that the person was considered to be enlightened in the literary sense.

    Gordon S. Wood, Classical Republicanism and the American Revolution, 66 Chi.-Kent L. Rev. 13, 1990, pp. 17-19.

    “The English thought they lived in a republicanized monarchy, and they were right. (…) Republicanism did not belong only to the margins, to the extreme right or left, of English political life. Monarchical and republican values existed side-by-side in the culture, and many good monarchists and many good English tories adopted what were in substance, if not in name, republican ideals and principles without realizing the long-run political implications of what they were doing. Although they seldom mentioned the term, educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…)

    Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed†.

    In the eighteenth century to be enlightened was to be interested in antiquity, and to be interested in antiquity was to be interested in republicanism. Certainly classical antiquity could offer meaningful messages for monarchy too, but there is no doubt that the thrust of what the ancient world had to say to the eighteenth century was latently and at times manifestly republican.

    All the ancient republics—Athens, Sparta, Thebes-were familiar to educated people in the eighteenth century—their names had “grown trite by repetition,” said one American-but none was more familiar than Rome. People could not hear enough about it. “It is impossible,” said Montesquieu, “to be tired of so agreeable a subject as ancient Rome.” The eighteenth century was particularly fascinated by the writings of the golden age of Roman literature—“the First Enlightenment,” as Peter Gay has called it—the two centuries from the breakdown of the republic in the middle of the first century B.C. to the reign of Marcus Aurelius in the middle of the second century A.D.

    These Roman writers—Cicero, Virgil, Sallust, Tacitus, among others-set forth republican ideals and values about politics and society that have had a powerful and lasting effect on Western culture. These classical ideals and values were revived and refurbished by the Italian Renaissance-becoming what has been variously called “civic humanism” or “classical republicanism”—and were carried into early modern Europe and made available to wider and deeper strata of the population.”

    #classicalRepublicanism #EnlightenmentEra #GordonSWood #Monarchism #politicalPhilosophy #politics #Republicanism

  14. Gordon S. Wood on Republicanism and Monarchy in the Eighteenth-Century

    “Educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…) Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed.” (Gordon S. Wood)

    Gordon S. Wood argues, that Republicanism was not an underground ideology, or merely confined to European culture. It was an important current, that blended and mingled with the monarchical mainstream. The liberal of the eighteenth-century, while aiming for progress, loved and valued antiquity. To be liberal, also meant that the person was considered to be enlightened in the literary sense.

    Gordon S. Wood, Classical Republicanism and the American Revolution, 66 Chi.-Kent L. Rev. 13, 1990, pp. 17-19.

    “The English thought they lived in a republicanized monarchy, and they were right. (…) Republicanism did not belong only to the margins, to the extreme right or left, of English political life. Monarchical and republican values existed side-by-side in the culture, and many good monarchists and many good English tories adopted what were in substance, if not in name, republican ideals and principles without realizing the long-run political implications of what they were doing. Although they seldom mentioned the term, educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…)

    Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed†.

    In the eighteenth century to be enlightened was to be interested in antiquity, and to be interested in antiquity was to be interested in republicanism. Certainly classical antiquity could offer meaningful messages for monarchy too, but there is no doubt that the thrust of what the ancient world had to say to the eighteenth century was latently and at times manifestly republican.

    All the ancient republics—Athens, Sparta, Thebes-were familiar to educated people in the eighteenth century—their names had “grown trite by repetition,” said one American-but none was more familiar than Rome. People could not hear enough about it. “It is impossible,” said Montesquieu, “to be tired of so agreeable a subject as ancient Rome.” The eighteenth century was particularly fascinated by the writings of the golden age of Roman literature—“the First Enlightenment,” as Peter Gay has called it—the two centuries from the breakdown of the republic in the middle of the first century B.C. to the reign of Marcus Aurelius in the middle of the second century A.D.

    These Roman writers—Cicero, Virgil, Sallust, Tacitus, among others-set forth republican ideals and values about politics and society that have had a powerful and lasting effect on Western culture. These classical ideals and values were revived and refurbished by the Italian Renaissance-becoming what has been variously called “civic humanism” or “classical republicanism”—and were carried into early modern Europe and made available to wider and deeper strata of the population.”

    #classicalRepublicanism #EnlightenmentEra #GordonSWood #Monarchism #politicalPhilosophy #politics #Republicanism

  15. Gordon S. Wood on Republicanism and Monarchy in the Eighteenth-Century

    “Educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…) Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed.” (Gordon S. Wood)

    Gordon S. Wood argues, that Republicanism was not an underground ideology, or merely confined to European culture. It was an important current, that blended and mingled with the monarchical mainstream. The liberal of the eighteenth-century, while aiming for progress, loved and valued antiquity. To be liberal, also meant that the person was considered to be enlightened in the literary sense.

    Gordon S. Wood, Classical Republicanism and the American Revolution, 66 Chi.-Kent L. Rev. 13, 1990, pp. 17-19.

    “The English thought they lived in a republicanized monarchy, and they were right. (…) Republicanism did not belong only to the margins, to the extreme right or left, of English political life. Monarchical and republican values existed side-by-side in the culture, and many good monarchists and many good English tories adopted what were in substance, if not in name, republican ideals and principles without realizing the long-run political implications of what they were doing. Although they seldom mentioned the term, educated people of varying political persuasions celebrated republicanism for its spirit, its morality, its freedom, its sense of friendship and duty, and its vision of society. Republicanism as a set of values and a form of life was much too pervasive, comprehensive, and involved with being liberal and enlightened to be seen as subversive or as antimonarchical. (…)

    Republicanism was never a besieged underground ideology, confined to cellar meetings and marginal intellectuals. On the contrary: there were no more enthusiastic promoters of republicanism than many members of the English and French nobility. (…) In essence, republicanism was the ideology of the Enlightenment. If the Enlightenment was, as Peter Gay has called it, “the rise of modern paganism,” then classical republicanism was its creed†.

    In the eighteenth century to be enlightened was to be interested in antiquity, and to be interested in antiquity was to be interested in republicanism. Certainly classical antiquity could offer meaningful messages for monarchy too, but there is no doubt that the thrust of what the ancient world had to say to the eighteenth century was latently and at times manifestly republican.

    All the ancient republics—Athens, Sparta, Thebes-were familiar to educated people in the eighteenth century—their names had “grown trite by repetition,” said one American-but none was more familiar than Rome. People could not hear enough about it. “It is impossible,” said Montesquieu, “to be tired of so agreeable a subject as ancient Rome.” The eighteenth century was particularly fascinated by the writings of the golden age of Roman literature—“the First Enlightenment,” as Peter Gay has called it—the two centuries from the breakdown of the republic in the middle of the first century B.C. to the reign of Marcus Aurelius in the middle of the second century A.D.

    These Roman writers—Cicero, Virgil, Sallust, Tacitus, among others-set forth republican ideals and values about politics and society that have had a powerful and lasting effect on Western culture. These classical ideals and values were revived and refurbished by the Italian Renaissance-becoming what has been variously called “civic humanism” or “classical republicanism”—and were carried into early modern Europe and made available to wider and deeper strata of the population.”

    #classicalRepublicanism #EnlightenmentEra #GordonSWood #Monarchism #politicalPhilosophy #politics #Republicanism