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168 results for “SAPIENTech”
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#Harper di #JackSmight Il 1966 ha regalato agli amanti del cinema noir un piccolo gioiello intitolato Harper, un film diretto con mano sapiente da Jack Smight e reso indimenticabile dalla straordinaria interpretazione di #PaulNewman ... #unocinema #unofilm #cinema #film #recensioni #unorecensioni #unorecensione
https://www.valeriotagliaferri.it/harper-di-jack-smight/
ascolta gratis il #podcast della #recensione su #Spotify #AmazonMusic e #YouTube
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Sainte-Chapelle is a stunning Gothic royal chapel located in the heart of Paris.
The chapel is renowned for its stunning stained-glass windows, which depict scenes from both the Old and New Testaments.
C: Raphael Metivet 📹
#Architecture #GothicArchitecture #StainedGlass #SainteChapelle #Paris
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https://unescowhstamps.blogspot.com
Paris, France - UNESCO World Heritage Site
#UNESCO #PatrimonioMundial #WorldHeritage #Welterbe #Philately #Filatelia #Sellos #Stamps #Timbres #Philatelie #Briefmarken #UNESCOWorldHeritage #Paris #Seine #TourEiffel #Louvre #NotreDameDeParis #SainteChapelle -
Grazie ad Andrea, possiamo provare in anteprima la demo della sua avventura testuale dal titolo "Urlo nella Notte". Realizzata con Inform 7, dimostra un uso sapiente dei testi e della multimedialità con immagini e suoni che accompagnano le descrizioni. #intfiction #inform7 #avventuretestuali #gameplay https://www.youtube.com/watch?v=QwiHs7y-BIo
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Musiques pour la Sainte Chapelle - Charpentier, Les Arts Florissants, William Christie
(1h, plein les oreilles, plein les mirettes)https://www.youtube.com/watch?v=WLN42KI5ErU
#LesArtsFlorissants #Charpentier #WilliamChristie #SainteChapelle #Paris
#Baroque
#PouetRadio #np #Mastoradio #Fediradio -
Cliccare è una modalità di caccia in cui l'attenzione è catturata dall'icona. Non c'è spazio per mediazioni del pensiero né visioni panoramiche: inseguendo la preda sullo schermo cadiamo immancabilmente in trappola. Ma come possiamo uscire dal labirinto schiavizzante delle immagini sapientemente disposte dal Grande Fratello? Ricominciando dalla scrittura, la più antica attività intellettuale umana.
[continua] https://lemma.link/tastiera
#qutebrowser #grandefratello -
Los vitrales del segundo piso de Sainte-Chapelle contienen ilustraciones de pasajes bíblicos, por lo que podríamos decir que es el manga de la biblia 😜
#saintechapelle #paris #stainedglass #photography :darktable:
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#X_Song_Raetsel Runde 93 #Musikrätsel #schenklradio
Heute geht es mal wieder in Richtung des Blues. Der gesuchte Musiker wurde in den 30ern in Texas geboren und gilt als einer der ganz Großen des Blues. Sein erstes Soloalbum nahm er im Jahr 1964 auf,
auf dem auch gleich einer seiner bekanntesten Titel erschien.
1965 ging er nach Kansas und dann 1967 nach San Francisco, wo er unter anderem mit Canned Heat auftrat und grandiose Konzerte im Fillmore und im Winterland gab. 1973 zurück in Texas ging es auf ausgedehnte Tourneen bis in die 90er.
Bekannt wurde er für seine ungewöhnliche Art die Gitarre zu halten: er trug den Gitarrengurt nicht auf die herkömmliche Weise, bei der der Gurt über Schulter und Rücken verläuft, sondern er schlüpfte lediglich mit seinem rechten Arm durch den Gurt. Dadurch hing die Gitarre nur an seiner Schulter, während der Gurt den Rest seines Körpers nicht umfasste. Diese ungewöhnliche Trageweise verlieh ihm eine besondere Haltung und Spieltechnik, die sich von der typischen Art, eine Gitarre zu tragen, deutlich unterschied.
Viele Bluesmusiker wurden von ihm beeinflusst und es ergaben sich vielerlei Zusammenarbeiten, unter anderem bei Gary Moores Album "Still got the Blues" aus dem Jahr 1990.
Der in den 90ern verstorbene Musiker wird übrigens auch auf der Liste der "Größten Gitarristen aller Zeiten" des Magazins "The Rolling Stone" geführt.
Wen suche ich heute? Hast du eine Idee? DM an mich!
Bei richtiger Lösung gibt's +1 Stimme für alle für die nächste #Samstagsshow auf https://www.schenklradio.de/ :schenklradio:
Gerne #Boost! #X_Song_Raetsel #Samstagsshow #SchenklRadio -
Cosa bolle in pentola?
Come potrete facilmente vedere dall'immagine allegata, stiamo scegliendo gli ingredienti per la nostra prossima pietanza.
Gli ingredienti saranno basilari, le materie prime delicate al palato e la portata sarà completata con la sapiente unione di più servizi complementari (alcuni gratuiti ed altri a pagamento).#scuola #school #uzl #ufficiozero #ufficiozerolinuxos #linux #UnoLinux #devol #infomaniak #ksuite #educational #edu #opensource #linuxforschool #linuxperlascuola
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Cosa bolle in pentola?
Come potrete facilmente vedere dall'immagine allegata, stiamo scegliendo gli ingredienti per la nostra prossima pietanza.
Gli ingredienti saranno basilari, le materie prime delicate al palato e la portata sarà completata con la sapiente unione di più servizi complementari (alcuni gratuiti ed altri a pagamento).
#scuola #school #uzl #ufficiozero #ufficiozerolinuxos #linux #UnoLinux #devol #infomaniak #ksuite #educational #edu #opensource #linuxforschool #linuxperlascuola -
ho iniziato a leggere il libro di Shoshana Zuboff : "The age of surveillance capitalism".
1) Lo consiglio vivamente anche se è in inglese ; Shoshana spiega molto bene.
2) A leggere fa venire il nervoso. Non solo per quel che fanno...ma perchè ti rendi conto che ai più va bene così; o infilano la testa nella sabbia. E, spiega l'autrice, è una reazione subdolamente e sapientemente indotta con tecniche perfezionate in anni di ricerca da fior di studiosi.
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ZEBRA FINK + SOTHIAC + IN HER EYE
Sabato 7 marzo, dalle 21:00 alle 12:00, presso C.I.Q - Centro Internazionale di Quartiere, Via Fabio Massimo, 19 - Milano
ZEBRA FINK + SOTHIAC + IN HER EYE
Sabato 07 marzo, h 21:00In Her Eye: Showgaze/New Wave + Zebra Fink: Altrock/Post Grunge + Sothiac: Psych/Stoner/Kraut
Sothiac è il trio psych-post-stoner/ krautrock con base a Milano e cresciuto tra Berlino e Londra. Pat Moonchy (aka Moon) • voce e synths. Lucio Liguori (aka Shine) • chitarra. borda • batteria. Il progetto unisce drone monolitici, riff granitici e ritmiche ipnotiche, con un forte impatto live: i concerti diventano esperienze audiovisive immersive grazie ai visual originali di Michele Bernardi. Nel tempo la band ha condiviso percorsi e collaborazioni con Faust, Chris Hackett (Rollins Band), Todd Tobias e Amaury Cambuzat. I Sothiac nascono nel 2015 tra Berlino e Londra suonando in Europa, Cina e Giappone. Hanno suonato e aperto ai Faust, Josepf Van Wissem, I feel like a bombed Cathedral. La loro musica è un viaggio nelle profondità del suono.
Zebra Fink: Siamo una band di quattro amici che portano in giro il loro rock alternativo, nato tra bar di provincia e cantine sulle sponde del fiume Trebbia, in Emilia. Il nostro sound è intenso e diretto, che con riverberi e distorsioni riporta agli anni 90 e primi 2000: un rock a cuore aperto per cuori che amano farsi spaccare.
In Her Eye: nel marasma delle etichette, generi e sottogeneri contemporanei (catalogazioni inutili ma forse necessarie, se vogliamo), gli In Her Eye se proprio devono scegliere, si definiscono “Supersonic New Wave”. Perchè la loro musica nasce dalla New Wave anni ’80, e passa attraverso infusioni sheogazee e soniche degli anni ’90. E perchè, volenti o nolenti, fanno musica nel 2018. In Her Eye nascono ufficialmente nell’inverno del 2007 quando Aldo Bernuzzi, Giuseppe Galotti e Stefano Schiavella, dopo diverse esperienze maturate durante dieci lunghi anni di musica in vari ambiti, decidono finalmente di dare forma ad un progetto che racchiuda in sé le radici del sound che li ha sempre affascinati: un caleidoscopio di suggestioni ed echi della New Wave Anni ’80, unite ad un grande amore per la scena Indie/Noise/Shoegaze degli anni ’90 e ad una genuina attitudine rock. E ad una passione per la musica basata sui sentimenti e sulle emozioni. Nel 2011 esce il primo disco “Anywhere Out Of The World”, e nel 2014 l’ep “Borderline”. Dal 2015 in poi, la band partecipa a diverse compilation tributo (Ride, Cure, Wire) e prepara il materiale per il nuovo album. Ma c’è anche una grossa novità: Raffaele Bocchetti, già sapiente chitarra degli Stella Diana, si unisce alla band e partecipa attivamente alla composizione e all’arrangiamento delle nuove song. Il nuovo disco si intitolerà “Change” ed uscirà il 1 giugno 2018. La band si è messa subito dopo già a lavorare sul nuovo disco. Dopo la pausa forzata del Covid la band ha partecipato a due live, a Parma e a Milano. Subito dopo ha avuto un momento di assestamento dovendo affrontare anche problematiche personali e nel 2022 si riassesta tornando alla formazione d’origine con i 3 elementi fondatori. Ad oggi hanno appena terminato le sessioni di registrazione per il quarto disco in uscita nella prima metà del 2026.
Contributo: 5€
CIQ - Centro Internazionale di Quartiere, via Fabio Massimo 19, Corvetto, Milano: l'ingresso al CIQ è gratuito e senza tesseramento!
𝐀𝐩𝐞𝐫𝐢𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐡 𝟏𝟖:𝟎𝟎
𝐂𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐡 𝟐𝟎:𝟎𝟎𝐈𝐍𝐅𝐎 / 𝐏𝐑𝐄𝐍𝐎𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈
Mail: [email protected]
Tel: (SOLO messaggi WhatsApp) +39 349 643 2404#altrock #ZebraFink #InHerEye #poststoner #CIQ #sothiac #shoegaze #heavypsych
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DeVivaVeu
Laboratorio Giù dall'Arca, venerdì 13 febbraio alle ore 19:30 CET
Venerdì 13 Febbraio
con Enza Alessandra Prestia e Teresa Corrado
DeVivaVeu è l’incontro artistico tra Teresa Corrado ed Enza A. Prestia. Il nome DeVivaVeu, scelto dalla lingua catalana, significa “a voce viva” ed è il motore di un progetto che affonda le radici nella Musica Popolare del Sud Italia, esplorando la vera natura della cultura popolare, che vive nella propria terra nutrendosi costantemente delle culture che attraversano il Sud, arricchendone il bagaglio linguistico, sonoro e musicale.
L’obiettivo del duo è far risuonare questa “voce viva” per mantenere un contatto continuo e trasformativo con la propria storia. DeVivaVeu ci ricorda che ogni tradizione popolare cela un contatto profondo e comune con il mito e il rito. Solo la musica è lo strumento che riesce a farci vivere e riconoscere l’universalità di ogni cultura e storia, dimostrando che portare la propria radice in viaggio significa rivelare un’unica, grande eco in ogni espressione. L’incontro tra Teresa Corrado ed Enza Alessandra Prestia dà vita a un dialogo sonoro che attraversa geografie e memorie: dal Sud Italia all’Argentina, fino al Portogallo. Due percorsi artistici differenti ma profondamente affini si riconoscono in una visione comune della musica popolare come linguaggio universale, in cui voce, corpo e ritmo diventano strumenti di trasmissione culturale. La musica popolare si manifesta così come materia viva, in continuo movimento, capace di trasformarsi senza perdere il legame con le proprie radici. Il repertorio, intimo e potente, bilancia sapientemente brani autoriali e tradizionali.
Accanto a pizziche, tarantelle e tammurriate, trovano spazio villanelle, canti narrativi e composizioni originali, frutto dell’esperienza diretta delle due musiciste nelle feste popolari e di una lunga esperienza sul campo. Non si tratta di una riproposta filologica, ma di una rielaborazione consapevole, in cui le strutture musicali tradizionali diventano terreno fertile per l’ascolto reciproco e per una scrittura sonora aperta e contemporanea. L’armonia tra organetto, chitarra e tamburo a cornice crea una trama sonora avvolgente per due voci che si fondono e si alternano. Insieme, narrano storie di terra, fuoco e viaggio, risvegliando le memorie celate dietro ogni tradizione. Il canto diventa racconto, invocazione e rito condiviso, capace di creare un’esperienza d’ascolto intensa e partecipata. DeVivaVeu è un invito a riconoscere, nella propria memoria sonora, la libera espressione di tutte le culture del mondo: un’esperienza musicale che è al contempo radicata e universale, in cui ogni brano diventa una soglia tra memoria e presente, tra individuale e collettivo...
Continua su https://teatrinindipendenti.it/giu-dallarca/devivaveu
ingresso con tessera ARCI - ARCIGAY E UISP
Apertura tesseramento e convivialità ore 19,30
Inizio live dopo
Contributo artistico libero
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#afterTheHunt #cinema #commenti #daVedere #eyesWideShut #film #lamoreNonVaInVacanza #pulse #recensione #significato #spiegazione #theStringer #trama
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#afterTheHunt #cinema #commenti #daVedere #eyesWideShut #film #lamoreNonVaInVacanza #pulse #recensione #significato #spiegazione #theStringer #trama
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#afterTheHunt #cinema #commenti #daVedere #eyesWideShut #film #lamoreNonVaInVacanza #pulse #recensione #significato #spiegazione #theStringer #trama
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#afterTheHunt #cinema #commenti #daVedere #eyesWideShut #film #lamoreNonVaInVacanza #pulse #recensione #significato #spiegazione #theStringer #trama
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
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