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12 results for “ilgrosso”
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Honored and motivated to see Apache Syncope included in the EU Open Source Solutions Catalogue
https://interoperable-europe.ec.europa.eu/eu-oss-catalogue/solutions/apache-syncope
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#ConnId base and bundles releases #OpenSource #provisioning #LDAP #ActiveDirectory #SCIM #Database #REST #SOAP #Azure https://groups.google.com/g/connid-users/c/I84ELgz5i0o
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#ConnId bundle releases: #LDAP 1.5.9 / #Okta 3.0.3 / #SCIM 1.0.4 https://groups.google.com/g/connid-users/c/LJ1t64dd6r8/m/XbJ9J8K1AAAJ #OpenSource #provisioning
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Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia
Alla luce delle posizioni assunte sia da Tambroni – incline a formare un monocolore “socchiuso” a destra e a sinistra – che dai suoi ipotetici sostenitori, sempre più perplessi, iniziava a perdere colpi il progetto di transizione al centro-sinistra. Da segnalare poi la posizione assolutamente contraria all’apertura delle gerarchie ecclesiastiche <79. Unico possibile rimedio sembrava essere la presentazione di un programma in parte favorevole ai socialisti, o comunque in grado di ottenerne l’astensione. Andava in questa direzione lo schema per il discorso del neopresidente intitolato “Spunti per un programma”. Redatto da Francesco Cosentino, consigliere giuridico del presidente della Repubblica, lo schema non venne seguito in maniera pedissequa. Anzi, proprio sui punti nevralgici che avrebbero potuto edulcorare la posizione socialista, come la nazionalizzazione delle industrie elettriche e il problema della scuola,
Tambroni non tenne conto dei consigli della coppia Gronchi-Cosentino <80. Così, il politico marchigiano incassò la fiducia della Dc e del Msi, che riuscì a portare a compimento la propria strategia legalitaria.
La storiografia sul tema è ancora piuttosto scarsa, ed è stata spesso ostaggio di letture politico-partitiche, peraltro suffragate da una non soddisfacente base documentaria. I primi studi <81 – dal 1960 al 1968 – hanno insistito sulla mobilitazione antifascista di massa e sullo scontro frontale contro il “clerico-fascismo”. Tali lavori, in larga misura, hanno mitizzato la spontaneità dei giovani, riducendo la loro irrequietezza ad una battaglia squisitamente politica. Questa prima tornata di ricerche influenzò la produzione storiografica degli anni ’70 e ’80. Con una certa continuità è emerso il sospetto delle tentazioni golpiste di Tambroni <82. Tra gli studi di questo periodo, Baget Bozzo si è distinto per una posizione critica verso la guida comunista delle manifestazioni <83. A trent’anni dai fatti, ha cominciato a farsi largo una lettura non più solamente politica, ma in grado di allargare l’orizzonte ai cambiamenti sociali e ad altri aspetti a lungo trascurati, come la violenza dei dimostranti e le testimonianze di diversa origine <84.
Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia <85, tuttavia il comportamento di Tambroni, che tentò di rilanciare il condizionamento del conflitto bipolare sulla politica italiana, <86 impone un’attenzione ben maggiore. L’incarico, come ha ricordato Nuti, non fu accolto dall’ambasciata con particolare soddisfazione, soprattutto per la vicinanza di Tambroni a Gronchi <87. «Nel breve periodo – ha scritto Zellerbach – non c’era motivo di preoccuparsi, visto che la cooperazione con gli Usa e con la Nato non sarà molto diversa da quella di Segni». Addirittura le prospettive sulla politica estera italiana venivano definite «eccellenti». Tuttavia la scelta non era giudicata «una soluzione felice». Tra i maggiori pericoli legati al nuovo esecutivo c’erano la possibilità di altre «scorribande» neutraliste in politica estera e l’opportunismo del nuovo capo del Governo. Nello stesso tempo la solidarietà di Gronchi, a cui erano legati il futuro e la stabilità del governo, era tutt’altro che assicurata. <88
A fronte della nuova maggioranza, furono immediate le dimissioni dei ministri della sinistra democristiana Bo, Sullo e Pastore. Poi seguì un tentativo – fallito – di Fanfani, che rispecchiava lo stato di confusione in cui versava la Dc, più volte rilevata dagli osservatori statunitensi. Alla fine di aprile Gronchi invitò Tambroni a completare la procedura e presentarsi al Senato. La direzione Dc approvava e l’ampia maggioranza democristiana confermava il nuovo, tormentato governo. Commentando l’investitura, i funzionari di via Veneto [ambasciata americana] non erano in grado di stimare le probabilità che l’esecutivo arrivasse all’estate. Il presidente del Consiglio, in una formula efficace e sintetica, veniva descritto come un uomo «temuto da molti, ma di cui nessuno si fidava» <89.
Tambroni, da par suo, considerava il plauso americano un fattore non secondario per la durata del suo governo. Fu Francesco Cosentino – segretario generale della Camera e consigliere legale di Gronchi – a “sponsorizzare” il governo, ma dall’ambasciata capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni». Pur giudicando Cosentino un contatto utile, rimanevano perplessità sui suoi commenti che talvolta «sapevano di autoritarismo» <90.
Ad accrescere le perplessità americane contribuiva la posizione, assai più allarmista, del ramo analitico della Central Intelligence Agency. Un rapporto parla di un «ritorno dei fascisti praticamente in tutti i campi». Lo stato «anarchico» della politica italiana offriva ai neofascisti due possibilità di intervento: un colpo di stato per prevenire l’apertura ai socialisti, o il tentativo di influenzare la Dc da posizioni democratiche. «Sebbene la ricerca della rispettabilità – si legge – li renda all’inizio alleati poco costosi, potrebbero poi domandare un quid pro quo, per esempio il coinvolgimento nell’occupazione di certe posizioni-chiave del governo e una politica estera più nazionalistica». In questo caso, ammonivano gli analisti dell’Intelligence, era probabile uno spostamento dell’opinione pubblica italiana verso l’estrema sinistra <91.
Tra le preoccupazioni dei servizi segreti, a differenza di quanto scrivevano da Roma, prevaleva il timore di derive autoritarie. Un governo orientato a destra, con ogni probabilità, non sarebbe riuscito a rimanere in carica se non ricorrendo a mezzi illegali. Nonostante mancassero prove di attività golpiste, Tambroni veniva etichettato «il più grande e abile opportunista d’Italia». E l’estrema destra preoccupava per «l’irrequietezza e la crescente capacità di farsi valere». Comunque, qualsiasi presa del potere a destra richiedeva «l’eliminazione o la neutralizzazione del presidente Gronchi» <92. Inoltre il grosso della Dc e altri elementi di centro si sarebbero spostati all’opposizione con la sinistra. Non era escluso, infine, il coinvolgimento di un presunto “Gruppo per la difesa della Repubblica”, che includeva Pacciardi, Giannini, Pella, Romualdi e Gedda, a sostegno di Tambroni <93. Il rapporto si riferiva al convegno organizzato il 26 maggio dal Centro Luigi Sturzo sul tema “La liberazione dal socialcomunismo”.
In questo senso, la preoccupazione nei confronti di Tambroni – a nostro avviso eccessiva – induceva a pensare ad un’attiva rete di contatti per salvaguardare il governo, al punto da considerare un convegno come il punto di partenza per una prova di forza autoritaria. Peraltro, all’incontro promosso dal Centro Sturzo, partecipò anche una figura di sicura fede democratica e antifascista come Enzo Giacchero, già vice-comandante partigiano in Piemonte e prefetto della Liberazione <94. Forze conservatrici di varia estrazione, pur schierandosi contro l’apertura a sinistra, erano ben lontane dall’elaborare un piano organico in difesa del governo. L’Italia del 1960, in altri termini, era ben più complessa e articolata di come poteva apparire.
In aprile ci furono alcuni scontri a Livorno. Secondo le ricostruzioni desumibili dagli atti parlamentari, alla base dei disordini ci sarebbero state provocazioni reciproche da parte di paracadutisti delle forze armate e civili. Il missino Romualdi parlava di «squadre di teppisti aiutati da gente facinorosa, da tempo sobillata dal partito comunista e socialista» che avrebbero assalito una decina di paracadutisti <95. A sinistra, invece, gli incidenti venivano imputati alle forze armate. Cantando inni di guerra, i paracadutisti «provocavano ed assalivano gruppi di civili» <96. Sia l’ambasciata romana che il consolato di Firenze seguirono attentamente gli scontri.
Diversi elementi sarebbero tornati su più vasta scala in agitazioni successive, tra cui quella di Genova. Secondo Francesco Di Lorenzo – prefetto di Livorno ed emblema della permanenza di funzionari fascisti a quindici anni dalla Liberazione <97 – il dato più evidente era l’età estremamente bassa dei manifestanti e l’unico rimedio contro i comunisti era «l’impiego della nuda forza». Molti ufficiali e carabinieri, inoltre, rimasero «sbalorditi dall’organizzazione e dalla disciplina dei rivoltosi». Tuttavia, l’impressione destata dalla forza comunista non aveva avuto un impatto positivo su gran parte della popolazione, preoccupata più che altro delle devastazioni ai negozi e alle automobili. Azioni di questo genere creavano una forbice tra i frequenti discorsi sulla distensione e i comportamenti – in direzione opposta – degli attivisti <98. Emergeva una certa ambiguità all’interno del Pci. Era una frattura importante tra il partito legalitario e la massa di giovani rivoluzionari che volevano portare fino in fondo la lotta proletaria <99.
[NOTE]
79 P. Di Loreto, La stagione del centrismo, cit., pp. 355-360; P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 360. Si veda anche Italian political scene (Memorandum of conversation with Cardinal Siri, Archbishop of Genoa), R. Joyce (Consul General, Genoa) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-2360.
80 La vicenda è stata ricostruita da G. Cavera, Il Ministero Tambroni, primo «governo del Presidente», cit. In appendice l’autore riporta lo schema di Cosentino. Si vedano i discorsi alla Camera del 4 e dell’8 aprile 1960, AP, CdD, III legislatura, Discussioni, Seduta del 4 aprile 1960, pp. 13423-13431 e Seduta dell’8 aprile 1960, pp. 13648-13651. Si veda P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 364.
81 A. Parodi, Le giornate di Genova, Editori Riuniti, Roma, 1960; F. Gandolfi, A Genova non si passa, Avanti!, Milano, 1960; R. Nicolai, Reggio Emilia 7 luglio 1960, Editori Riuniti, Roma, 1960; G. Bigi, I fatti del 7 luglio, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1960; P.G. Murgia, Il luglio 1960, Sugar, Milano, 1968.
82 G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo, 1943-1968, Il Mulino, Bologna, 1970; N. Kogan, L’Italia del dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966, Laterza, Roma-Bari, 1974; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989.
83 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit.
84 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Il Mulino, Bologna, 1990; E. Santarelli, Il governo Tambroni e il luglio 1960, «Italia contemporanea», marzo 1991, n. 182; G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Donzelli, Roma, 1996. C. Bermani, L’antifascismo del luglio ’60, in Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Odradek, Roma, 1997, pp. 141-263; P. Cooke, Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, Teti, Milano, 2000; G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit.; A. Baldoni, Due volte Genova. Luglio 1960 – luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste, Vallecchi, Firenze, 2004. Si veda anche A. Carioti, De Lorenzo e Moro, la strana coppia contro Tambroni, «Corriere della Sera», 26 marzo 2004.
85 Se ne sono in parte occupati solo Nuti e Gentiloni Silveri, si vedano L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 285-299; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 49-58.
86 Si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 368. Significativo è il fatto che Murgia, citando un editoriale del «New York Times», scrive che «sembra uscito dall’ufficio stampa di Tambroni», si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 139. Sfogliando «L’Unità» e «Il Secolo d’Italia» del luglio 1960 si trova una selezione degli editoriali di molti quotidiani stranieri. Naturalmente la stampa internazionale veniva usata per avvalorare la tesi dell’aggressione da parte delle forze dell’ordine o della provocazione di piazza. Era comunque indicativo dell’attenzione rivolta a quanto scrivevano all’estero per comprovare le proprie idee.
87 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
88 Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 288-289.
89 Telegram 3999, J. Zellerbach to the Secretary of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
90 Memo of conversation with Francesco Cosentino, Secretary General of the Chamber and Gronchi’s legal adviser, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-1660. Si veda U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit., pp. 53-54; L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 292. Documento parzialmente pubblicato in Così parlò Cosentino, «L’Espresso», 28 luglio 1995, pp. 68-69.
91 Neo-fascists in postwar Italy, CIA, Current Intelligence Weekly Summary, May 12, 1960, http://www.foia.cia.gov
92 The Italian Political Crisis, A. Smith (Acting Chairman, Office of National Estimates) to the Director of Central Intelligence, May 17, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60. Il riassunto è pubblicato in FRUS, 1958-1960, vol. VII, pt. 2, p. 598.
93 Il leader Gedda avrebbe annunciato «oggi siamo uniti nel pensiero, domani lo saremo nell’azione», Erosion of italian democracy, CIA, Current Intelligence Weekly Review, June 23, 1960, http://www.foia.cia.gov
94 Si veda D. D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, «Asti contemporanea», n. 11, p. 239, http://www.israt.it/asticontemporanea/asticontemporanea11/urso.pdf
95 Dopo l’aggressione contro i paracadutisti i sobillatori bolscevichi cercano un alibi, «Il Secolo d’Italia», 23 aprile 1960; Dalli al parà, ivi.
96 Per gli interventi in Aula si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 5 maggio 1960, pp. 13701-13796.
97 Di Lorenzo rimpiangeva i tempi di Mussolini, «quando i poteri del Prefetto non erano limitati da tante assurdità democratiche [democratic nonsense]», si veda Communist involvments in Livorno riots confirmed, M. Cootes (American Consul General) to the Department of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
98 Communist involvments in Livorno riots confirmed, cit. Per una posizione critica nei confronti dei paracadutisti, del Prefetto e del Ministero degli Interni si veda F. Dentice, Livorno: non cercate la donna, «L’Espresso», 1 maggio 1960, pp. 6-7; G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 171.
99 Utili suggestioni in R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, vol. V (1950-1975), Savelli, Roma, 1979, pp. 23-28, citato in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 54-55.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010#1960 #ambasciata #Aprile #CIA #crisi #DC #EnzoGiacchero #FedericoRobbe #FernandoTambroni #GiovanniGronchi #governo #Italia #Livorno #maggio #MSI #neofascisti #paracadutisti #Piazza #PSI #scontri #StatiUniti
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Per Panthalassa, il futuro dell’A.I. è una sfera galleggiante. Ma il grosso del suo iceberg resta sotto il mare
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3 Ragioni per Amare GLOW
Con immenso piacere sto guardando GLOW, arguta serie televisiva del 2017 prodotta e proposta da Netflix. Come molti di voi sapranno, non sono un grande amante dell’audiovisivo contemporaneo, ma caspita, quando ci vuole ci vuole, e nel caso di questa simpatica e irriverente perla i complimenti ci stanno tutti.
Senza fare tanti spoiler, basti dire che l’impianto dell’opera è molto semplice: una commedia surreale ambientata nei pieni anni Ottanta, interamente incentrata sulle avventure di un gruppo di donne che tentato di rilanciare la propria vita nel mondo del wrestling, sotto la guida di un problematico regista di B-movie.
Ora, siccome la serie mi piace, ho pensato di elencare le cinque ragioni per cui vale la pena di sedersi a guardarla, magari davanti a una bella birra con popcorn.
#1 – Gli Anni Ottanta, of course
Ok, siamo d’accordo. Dopo l’ormai decennale saga di Stranger Things, il revival eighties non è certamente una novità, specie sugli schermi di Netflix. Ma in questo caso abbiamo veramente una serie che parla il linguaggio di quell’epoca, senza però appartenere al genere fantastico; e la cosa non è assolutamente così banale. Tuffarsi nelle vicende di queste scalmanate ci fa veramente rivivere, e c le atmosfere dei film statunitensi rigorosamente non mainstream che arrivavano da noi magari tramite l’intermediazione di un’emittente privata, e che cadenzavano la vita di noi nati nel decennio precedente.
#2 – La Musica e Che Musica
Certo, anche in questo caso non assistiamo a nulla di nuovo, e il confronto con Stranger Things diventa per ovvie ragioni obbligatorio. Ma con una differenza sostanziale: che nel caso di GLOW le hit sono scelte in maniera molto meno “epica”, e fanno effettivamente riferimento alla quotidianità di quei tempi. Capita quindi di ascoltare non solo successi piuttosto conclamati, ma anche prodotti di band meno conosciute, gli stessi che magari vengono oggi riproposti in circuiti radiofonici di nicchia alla voce meteore. Della serie, e tanto per fare un esempio, tutti voi conoscete o riconoscerete probabilmente Don’t You Want Me Baby, degli Human League, ma in molti meno ricorderete Destination Unknown dei dimenticati Missing Persons (mai nome fu più azzeccato).
https://www.youtube.com/watch?v=-RqHBfUTIKY&list=RD-RqHBfUTIKY&start_radio=1
#3 – Analogico e Sconnesso
Dirò una cosa forse strana, ma la devo dire. Io odio la necessità di parlare cinematograficamente a tutti i costi di un mondo dove esistono telefonini (parlando di produzioni che ormai possono avere anche una ventina d’anni) e smartphone, con tutte quelle chat improbabili che si aprono a schermo e quella connessione onnipresente che addirittura sconfina nella scienza di Star Trek più che della realtà attuale.
Certo, direte voi. E allora i normalissimi telefoni a filo in film che hanno ormai sessanta o settant’anni alle spalle?
Cosa volete che vi dica. Lo so, la tecnologia prima o poi arriva nella narrazione. Ma il grosso problema è che oggi questa tecnologia sembra cacciata a forza, senza una reale necessità. Insomma, passando per un attimo alla letteratura, la cabina telefonica che troviamo nel romanzo Il Pendolo di Foucault, di Umberto Eco, che guarda caso è un capolavoro, non suona allo stesso modo delle e-mail nel romanzo Il Codice Da Vinci, di Dan Brown, che guarda caso, oltre a non essere un capolavoro, è stato pure spacciato (mi viene da dire, da intelletti già contaminati) per una roba “alla Eco”, affermazione che non potrebbe essere più campata in aria.
Tutto questo per dire che sì, ogni tanto mi piace assistere a qualcosa che riporti in auge il mondo della comunicazione vigente durante la mia infanzia e prima adolescenza. Un mondo che, peraltro, ci vedeva tutti ben più comunicanti di adesso.
#glow #Netflix #tvSeries -
STUPEFACENTI DALL'ALBANIA ALL'ITALIA. Tra le fonti di prova le chat criptate della piattaforma SKYECC
Le autorità in Italia e in Albania hanno inferto un duro colpo a tre gruppi di criminalità organizzata legati nel traffico di droga su larga scala e nel riciclaggio di denaro. Durante una giornata di azione congiunta, i mandati di arresto sono stati emessi contro 52 sospetti, compresi gli individui che si ritiene siano ai massimi livelli nelle gerarchie dei gruppi. Eurojust ha sostenuto la cooperazione tra le autorità italiane e albanesi creando un team di indagine congiunto (JIT/SIC Squadra Investigativa Comune). Durante il giorno dell'azione, le autorità di entrambi i paesi hanno sequestrato attività per un valore di almeno diversi milioni di euro, Compresi appartamenti e aziende, nonché vari veicoli di lusso. Sono state anche sequestrate grandi quantità di denaro e quantità di cocaina.
Le reti criminali erano coinvolte nei pagamenti, spesso in contanti, di quasi 5 milioni di euro e il traffico di almeno 1 800 chili di cocaina ed eroina.
La Direzione Investigativa Antimafia di Bari e le Autorità Albanesi, con l’ausilio di Interpol, dell’Ufficio dell’Esperto per la Sicurezza di Tirana e della Polizia Albanese, nell’ambito di una Squadra Investigativa Comune, hanno eseguito, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura Speciale Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana, con il Coordinamento di Eurojust (L’Aja) e della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo di Roma, due ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Giudice per le Indagini Preliminari di Bari e dal Giudice presso il Tribunale Speciale di Primo Grado Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana nei confronti, complessivamente, di 52 persone responsabili a vario titolo, di traffico internazionale di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, riciclaggio e abuso d’ufficio.I provvedimenti cautelari, emessi nell’ambito dell’Operazione URA a fronte delle indagini effettuate dalla DIA di Bari tra settembre 2021 e giugno 2022, hanno consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, albanesi ed italiani, appartenenti in Italia a due associazioni criminali – riconosciute tali dal G.I.P. di Bari – stanziate nello stesso capoluogo pugliese (accertamento compiuto nella fase delle indagini preliminari che necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa) nonché, in Albania, facenti parte di un potente gruppo criminale organizzato – riconosciuto tale dal Giudice di Tirana – stanziato a Durazzo.
La DIA, relativamente agli ingenti quantitativi di eroina e cocaina movimentati, a decorrere dal 2016, tra i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia, ha documentato l’esistenza di una comunanza d’interessi tra il gruppo criminale in Albania, deputato – a livello transnazionale – alla commercializzazione ed al trasferimento dello stupefacente, e le due associazioni criminali operanti a Bari le quali, a loro volta, effettuate le operazioni di “taglio” e confezionamento in panetti, rifornivano all’ingrosso le organizzazioni baresi, brindisine e leccesi interessate a ricevere l’eroina e la cocaina – di qualità – proveniente rispettivamente dalla Turchia e dall’America Latina.Le complesse indagini, effettuate con intercettazioni telefoniche, ambientali, video-riprese e servizi di osservazione, pedinamento e controllo, avvalorate dall’estrapolazione e dall’analisi delle chat criptate acquisite dalla piattaforma SKYECC, nonché dalle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia (di cui ne è stata accertata la credibilità e l’attendibilità), hanno permesso, tra l’altro, di documentare, in relazione alla sostanza stupefacente inviata a Bari principalmente dall’Albania e dal Nord Europa, innumerevoli rifornimenti (255 chili di eroina “pura” e cocaina “pura”) effettuati tramite corrieri internazionali. Nel medesimo contesto è stato ricostruito un “flusso” ininterrotto di denaro contante dalla Puglia all’Albania, a pagamento dello stupefacente commercializzato all’“ingrosso”, avvenuto tramite autisti di autobus di linea internazionali, le cui illegali transazioni, per un importo complessivo di 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle Autorità Albanesi di contestare il reato di riciclaggio.
In tale ambito sono stati inoltre ricostruite: diverse consegne di denaro contante a pagamento della droga, avvenute a Bari, per importi superiori anche a mezzo milione di euro; il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina, versati quale anticipo per l’acquisto di una partita di 500 chili di cocaina spedita da Guayaquil (Ecuador); episodi di abuso d’ufficio verificatisi in territorio albanese.
I riscontri utilizzati per dimostrare l’operatività delle tre associazioni criminali transnazionali hanno riguardato un precedente sequestro di 3 milioni di euro in denaro contante a Durazzo (Albania) nonché i sequestri di stupefacente effettuati, in circostanze diverse: di oltre 30 chili di eroina ed alcuni “laboratori artigianali” adibiti, a Bari e provincia, al taglio e confezionamento della droga in panetti; di 2 tonnellate di cocaina al porto di Rotterdam (Olanda); di 932 chili di cocaina al porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria); di 400 chili di Hashish a Noicattaro (Bari).
Novità di questa indagine è rappresentata dall’utilizzo, tra le fonti di prova, delle chat criptate della piattaforma SKYECC, acquisite con Ordini Europei d’Indagine presso il Tribunale di Parigi. I messaggi, una volta decodificati dagli investigatori della Dia di Bari e condivisi con gli Ufficiali della S.P.A.K. di Tirana, sono stati minuziosamente analizzati e incrociati con le altre risultanze d’indagine, consentendo le contestazioni di reato sia alla D.D.A. di Bari che all’Autorità Giudiziaria albanese.
Il G.I.P. del Tribunale di Bari, dott. Francesco Vittorio Rinaldi, accogliendo le risultanze investigative della locale DDA, (allo stato, fatta salva la valutazione nelle fasi successive con il contributo della difesa) ha riconosciuto il “salto di qualità”, soprattutto dal punto di vista dell’utilizzo di strumenti tecnologici all’avanguardia, il “know-how” e la “capacità imprenditoriale” dei narcotrafficanti albanesi, capaci di gestire vere e proprie “holding criminali” ed in grado di rifornire gruppi mafiosi egemoni nella città di Bari.
I provvedimenti restrittivi emessi dal Giudice presso il Tribunale di Tirana hanno riguardato, tra gli altri, i vertici di una potente famiglia egemone nella città di Durazzo, un Comandante e un Agente della Polizia albanese, un Avvocato e 6 autisti di autobus di linea internazionale.
Le misure cautelari patrimoniali, (allo stato, salvo ulteriore verifica successiva nella fase decisoria con il contraddittorio con la difesa), hanno riguardato in Italia il sequestro preventivo funzionale alla confisca di beni mobili ed immobili tra i quali 9 appartamenti, 4 Società, 7 conti correnti e 3 autovetture e, in Albania, il sequestro di diversi immobili, 2 Società di costruzioni, 4 ristoranti di lusso, 1 Agenzia Immobiliare, 1 rete Televisiva, il cui valore complessivo è stimato in diversi milioni di euro.L’esecuzione dell’operazione internazionale è stata resa possibile grazie alla Squadra Investigativa Comune, strumento di cooperazione giudiziaria istituito tra la D.D.A. di Bari, la S.P.A.K. di Tirana ed Eurojust (Organismo che sostiene la cooperazione giudiziaria nella lotta contro le forme gravi di criminalità transnazionale), che ha consentito al personale della DIA di Bari ed alle Autorità Albanesi di effettuare approfondimenti investigativi congiunti, avvalendosi del fondamentale ruolo di coordinamento assicurato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
L’operazione si incardina nel più ampio progetto investigativo della DDA di Bari e della SPAK di Tirana volto a contrastare l’incessante traffico internazionale di cocaina ed eroina, gestito dalle organizzazioni criminali albanesi. In tale contesto, in esito alle precedenti operazioni “Shefi”, “Kulmi” e “Shpirti”, tra il 2018 e il 2021 la DIA di Bari ha già dato esecuzione complessivamente a 118 misure cautelari, al sequestro di beni mobili ed immobili per diversi milioni di euro e al rinvenimento di oltre sei tonnellate di droga tra marijuana, cocaina e hashish, permettendo, nei vari gradi di giudizio, di comminare pene, per ciascun imputato, fino a 20 anni di reclusione.
L'operazione è stata eseguita su richiesta e da:
Italia: Ufficio della pubblica procuratore Bari - Direzione anti-Mafia distrettuale; Direzione Investigativa Antimafia di Bari, con il sostegno dell'ufficio dell'esperto di sicurezza presso l'ambasciata italiana di Tirana Albania: speciale procuratore anticorruzione e procura del crimine organizzato (SPAK) di Tirana; Polizia albanese
#eurojust #jit #sic #SKYECC #ura #DIA #SPAK -
CW: Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania
Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.
Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.
L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.
Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.
I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.
Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una “Squadra Investigativa Comune” (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.
La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.
Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.
Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.
L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.
#ndrangheta #progettoICAN #cooperazioneinternazionaledipolizia
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CW: Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania
Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.
Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.
L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.
Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.
I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.
Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una “Squadra Investigativa Comune” (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.
La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.
Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.
Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.
L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.
#ndrangheta #progettoICAN #cooperazioneinternazionaledipolizia
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Asse Calabria-Stoccarda. L'abbraccio della 'Ndrangheta alla Germania
Il 1° aprile forze dell'ordine italiane e tedesche hanno eseguito 29 arresti in un'indagine sulla 'Ndrangheta.
Coinvolti 20 indagati in Italia accusati di associazione a delinquere ed estorsione. Misure cautelari (arresti domiciliari e custodia cautelare) anche per avvocati e commercialisti, tutti con l'aggravante mafiosa.
L'operazione ha colpito le cosche Greco di Cariati e Farao-Marincola di Cirò Marina. Giorgio Greco è stato identificato come il 'vertice e reggente' del clan di Cariati. Era presumibilmente responsabile di impartire ordini e controllare attività illecite come estorsioni e appalti pubblici.
Le indagini hanno rivelato attività criminali come traffico di droga e frodi alimentari.
I membri dell'organizzazione criminale sono sospettati di aver commesso vari crimini, tra cui formazione e supporto a un'organizzazione criminale straniera, incendio doloso, divulgazione di informazioni riservate, traffico di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Inoltre, sono coinvolti in frodi elaborate riguardanti prodotti alimentari di alta qualità e attrezzature per la produzione di pizza.
Il coordinamento è stato effettuato da Eurojust, con oltre 350 agenti coinvolti. Allo scopo era stata costituita una "Squadra Investigativa Comune" (JIT/SIC) tra Forze di Polizia italiane e tedesche (Polizia di Stato italiana e la Kriminalpolizeidirektion di Waiblingen). Fondamentale è stato il ruolo del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, che ha supportato l’operazione nell’ambito del progetto “I CAN”, volto a contrastare la presenza della criminalità organizzata italiana all’estero.
La 'ndrangheta ha esteso la sua influenza anche in Germania negli ultimi decenni, investendo pesantemente in attività economiche legali, riciclando i proventi delle attività criminali. Settori chiave sono l'edilizia, il commercio all'ingrosso, la ristorazione e il settore immobiliare. La Germania è infatti considerata un hub importante per il riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite della 'ndrangheta in Italia. Vengono utilizzati complessi schemi finanziari per nascondere l'origine criminale dei fondi. Inoltre l'organizzazione criminale di origine calabrese controlla gran parte del traffico di cocaina in Europa, con la Germania come uno dei mercati principali. Le cosche calabresi hanno stabilito solidi legami con gruppi criminali locali per la distribuzione della droga.
Ci sono state indagini su tentativi di infiltrazione della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni tedesche, anche se su scala minore rispetto all'Italia. Le autorità tedesche hanno intensificato gli sforzi negli ultimi anni per contrastare l'espansione, attraverso indagini, sequestri di beni e collaborazione internazionale. Tuttavia, la penetrazione della criminalità organizzata calabrese rimane una sfida significativa per la sicurezza in Germania.
Vi fu un tragico episodio, avvenuto il 15 agosto 2007, che evidenziò in modo drammatico l'escalation della presenza della 'ndrangheta in Germania e la necessità di una risposta coordinata a livello internazionale per contrastarla: la strage di Duisburg verificatasi in un ristorante etnico della città della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sei uomini di origine italiana, tutti affiliati alla 'ndrangheta, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno del ristorante. Si trattava di un regolamento di conti tra cosche rivali, il clan Pelle-Vottari e il clan Nirta-Strangio, entrambi originari di San Luca in Calabria.
L'omicidio multiplo è stato considerato uno degli episodi più cruenti dell'espansione della 'ndrangheta in Germania e del suo scontro interno per il controllo del territorio e del traffico di droga. Fu allora che le indagini rivelarono che la 'ndrangheta aveva stabilito una solida presenza in Germania, infiltrandosi in attività economiche legali e riciclando i proventi delle attività criminali.
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@attualita -
Nel 1956 il numero di emigrati italiani verso paesi esteri superò le 200.000 unità
Con il passare del tempo però, si ripresentarono negli ambienti di governo preoccupazioni e perplessità riguardo il futuro del paese. Si cominciarono a ripresentare motivi di forte instabilità; nel giugno del 1953 fallì la legge elettorale maggioritaria, intesa a premiare i partiti della coalizione governativa, e contemporaneamente la figura di De Gasperi venne a mancare, colui che aveva fermamente guidato il paese sulla via della democrazia. Ci si domandò fino a quando avrebbero continuato ad agire alcuni fattori che resero possibile la ricostruzione economica e la restaurazione delle finanze pubbliche; se non si fosse ormai esaurita la spinta nei confronti dell’economia italiana dal recupero nell’epoca post conflitto degli impianti non totalmente utilizzati, dalla ripresa dell’agricoltura e dall’aiuto straordinario apportato dai prestiti americani. A contribuire fortemente a destare perplessità e preoccupazioni era il disavanzo della bilancia commerciale, che registrava saldi positivi solo nei confronti della Germania occidentale e la Svizzera.
Frutto di queste perplessità fu lo “Schema Vanoni”, una politica di piano condivisa alla fine del 1954. Lo Schema varato mirava al raggiungimento di alcuni fondamentali obiettivi nel corso di un decennio e sulla base di una crescita media annua del prodotto interno lordo del 5 per cento. <33 Gli obiettivi fondamentali si possono riassumere nella creazione di quattro milioni di nuovi posti di lavoro nei settori extragricoli, la riduzione del divario fra Nord e Sud del paese e il raggiungimento dell’equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Per raggiungere tali obiettivi si rendeva necessario un ingente volume di capitali per favorire l’aumento degli investimenti industriali tramite la formazione di importanti risparmi. Il tutto era particolarmente improbabile, per questo si fece leva sull’espansione dell’edilizia e dei lavori pubblici come principale elemento propulsivo al fine di aumentare l’occupazione, nonché su un massiccio intervento dello Stato al fine di diversificare l’allocazione territoriale delle risorse e di imprimere un impulso agli investimenti. Nel contempo, si sottovalutarono l’incidenza che avrebbero avuto gli aumenti della produttività del lavoro, gli effetti del progresso tecnologico e organizzativo e le economie di scala che si sarebbero generate dallo sviluppo della domanda. <34 Lo Schema Vanoni promuoveva perciò un processo di graduale evoluzione.
In quegli anni l’economia italiana giovò del cambiamento politico-economico, a ragione di chi riteneva che il Paese sarebbe cresciuto vertiginosamente con l’intensificazione degli sforzi a favore di un maggiore accesso a una più vasta area di scambi. La transizione dall’economia autarchica ereditata dal periodo fascista, ad un tipo di economia liberista improntata agli scambi commerciali con gli altri paesi, si stava gradualmente compiendo.
I benefici della liberalizzazione degli scambi
Analizzando la decisione italiana di procedere verso un tipo di economia aperta da un punto di vista puramente teorico, i benefici ricercati, come dimostrato nel corso degli anni, erano sostanzialmente quattro: libero scambio ed efficienza, economie di scala nella produzione, incentivi all’innovazione e all’apprendimento, e intensificazione della concorrenza. Come visto, i dati di crescita dell’economia italiana furono più che positivi, questo perché analizzando il primo beneficio, lo spostamento da un equilibrio con dazi, ad uno con liberi scambi, elimina la perdita di efficienza e accresce il benessere nazionale. Vedendo nello specifico il secondo punto, l’Italia beneficiando di economie di scala, oltre ad aver aumentato la quantità di scambi internazionali, poté giovare di una maggiore disponibilità di varietà a prezzi inferiori. Aumentando gli scambi esteri, l’industria italiana, ebbe la possibilità di misurarsi con le migliori economie occidentali, e ciò ovviamente portò indubbi incentivi all’innovazione e all’apprendimento. Inoltre, gli imprenditori locali sono stimolati a ricercare nuovi mercati per le proprie esportazioni e a difendersi dalla concorrenza delle esportazioni. Questi vantaggi del libero scambio sono spesso chiamati “dinamici”, dato che un’intensificazione della concorrenza e del ritmo di innovazione può richiedere più tempo per manifestare i propri effetti, rispetto all’eliminazione delle distorsioni nella produzione e nel consumo. <35
Vedendo nello specifico il caso italiano, l’età degasperiana, nel 1953, finì insieme al modificarsi dello schema di politica economica temperata che l’aveva contraddistinta. Subentrò a De Gasperi come presidente del Consiglio, in seguito alla sconfitta elettorale della Democrazia cristiana nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, Giuseppe Pella. Pella, molto vicino a Luigi Einaudi, era un forte sostenitore del principio di libertà economica e, perciò, contrario all’interventismo statale, senza però disprezzare qualche lavoro pubblico dovuto ai sovrappiù prodotti dalle aziende. Da un certo punto di vista si potrebbe definire Pella un “monetarista”, in quanto assertore della teoria secondo cui con il controllo dell’offerta di moneta si sarebbe potuto controllare l’aumento del livello generale dei prezzi; i medesimi orientamenti erano condivisi anche da Donato Menichella, divenuto governatore della Banca d’Italia, in seguito all’elezione di Einaudi come presidente della Repubblica nel 1948.
Questo il quadro politico italiano. Italia che tra il 1955 e il 1963 conobbe una fase espansiva senza precedenti, anche se si ritiene che lo sviluppo industriale cominciò già dal 1953. Gli investimenti nell’industria manifatturiera fermi in media al 4,5 per cento del reddito nazionale lordo, salirono nel 1956 al 5,2 per cento, per poi culminare al 6,3 per cento tra il 1962 e il 1963. Il valore aggiunto passò invece nel decennio successivo al 1953, dal 20,6 per cento al 27,6 per cento. <36 Il prodotto dell’industria complessivamente si avvicinò a un indice pari al 47 per cento nella formazione del prodotto lordo privato, mentre il reddito nazionale crebbe con un saggio di aumento annuo del 5,8 per cento.
La bilancia dei pagamenti precedentemente in notevole disavanzo, registrò notevoli miglioramenti; da un disavanzo di 343 milioni di dollari nel 1952 si passò a un avanzo di 745 milioni nel 1959.
Attraverso questi miglioramenti ed altri fattori chiave nel processo di sviluppo industriale, l’Italia si inserì nel movimento ascendente dell’economia europea. Sul finire dell’anno 1962 il saggio di sviluppo italiano era inferiore solo a quello tedesco ed ampiamente superiore ai tassi di crescita di ogni altro paese dell’Europa occidentale. Già negli anni precedenti l’Italia aveva dato segnali di superbi miglioramenti, tant’è che nel decennio fra il 1950 e il 1961 il prodotto lordo nazionale registrò un aumento medio del 6,7 per cento. L’Italia grazie a questa miracolosa fase espansiva riuscì a ridurre sensibilmente il divario rispetto alle maggiori economie occidentali; ridusse il distacco di partenza che perdurava da fine Ottocento con l’Inghilterra, la Germania e la Francia, e superò economie migliori come quelle belga, olandese e svedese. Nel 1962, siderurgia, meccanica, chimica ed elettricità, i quattro settori principali del paese, rappresentavano in Italia il 16,1 per cento dell’offerta finale complessiva rispetto al 23,3 per cento in Germania e al 19,3 per cento in Francia.
Furono molti i fattori ad incidere in questa straordinaria espansione, avvenuta in una situazione di profitti crescenti, senza sensibili movimenti inflazionistici, e con un costante aumento del saldo dei conti con l’estero. Probabilmente il fattore dominante, al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni Cinquanta, nonostante opinioni contrastanti, fu l’espansione veloce delle esportazioni, agevolata dalla progressiva liberalizzazione degli scambi. L’effetto trainante delle esportazioni, secondo alcuni invece, si vide in misura massiccia solo dopo il 1955. Tali esperti, come Silva, Targetti e Rey, osservarono che tale effetto appunto, agì solo su un numero limitato di settori produttivi (l’industria automobilistica, i prodotti petroliferi, alcuni prodotti tessili, le calzature, la gomma). Secondo questa teoria, a trascinare l’Italia sarebbe stata la spesa pubblica, soprattutto in agricoltura, nell’edilizia e nei trasporti. Negli anni più recenti, invece, esperti come Kregel e Grilli hanno osservato come l’andamento favorevole della bilancia dei pagamenti italiana, che rese possibile un veloce aumento degli investimenti senza creare un disavanzo nei conti con l’estero, fosse connesso all’andamento più che positivo delle ragioni di scambio internazionali, che dava all’economia italiana la possibilità di acquisire materie prime e semilavorati a costi reali decrescenti. Secondo Castronovo invece, il fattore trainante fu la presenza simultanea di condizioni favorevoli quali salari bassi, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia e un forte arretramento tecnologico, che consentì rapidi aumenti di produttività. Rimanendo su questa teoria, è facile notare come l’industria italiana fece leva su una rilevante ed elastica offerta di braccia per contenere, o calmierare di volta in volta, la domanda salariale e per tenere comunque sotto controllo le vertenze sindacali. <37 Non mancarono, ovviamente, in quegli anni alcuni miglioramenti nell’assetto delle retribuzioni; ma in termini reali gli indici dei salari rimasero pressoché stazionari fra il 1950 e il 1954 e fra il 1956 e il 1961, e a livelli in ogni caso inferiori agli aumenti di produttività. <38 Secondo i calcoli della Banca d’Italia, a un incremento dei salari pari fra il 1953 e il 1961 al 46,9 per cento corrispose una crescita media della produttività dell’84 per cento. Stando alle stime dell’economista americano Stern, l’incremento delle esportazioni italiane fra il 1955 e il 1963 fu dovuto, per quasi il 60 per cento, alla maggiore competitività resa possibile soprattutto dallo scarto fra aumento della produttività e aumento dei costi di lavoro. <39
Nonostante idee e teorie differenti il tema delle esportazioni rimane centrale. La struttura della produzione italiana si ritrovò forzata a seguire l’orientamento che le imprimeva la domanda proveniente dai paesi europei in fase di avanzata industrializzazione. La domanda proveniente dai paesi con un’elevata industrializzazione era un tipo di domanda caratterizzata da beni di consumo di massa e da beni di lusso. Questo tipo di domanda, propria di società caratterizzate da livelli di reddito elevati, forzò l’Italia a fare largo spazio alla produzione di beni di consumo di massa e beni di lusso.
Contemporaneamente mentre l’industria italiana entrò a far parte di quel sistema di economie caratterizzate dalla produzione di massa di beni di consumo durevoli, le altre economie europee e i loro sistemi industriali passarono a produzioni ancora più avanzate. La modernizzazione servì sostanzialmente a mantenere inalterato il distacco dalle altre economie avanzate; nel frattempo nel quadro dell’industria mondiale, le produzioni italiane continuarono a ruotare attorno ai settori con una tecnologia relativamente semplice.
L’apertura degli scambi con l’estero connessa alla necessità di sviluppare una corrente di esportazioni orientata verso i mercati dei paesi industrializzati, diede luogo alla formazione di una struttura produttiva suddivisa in due settori ben distinti; si trattava di due settori caratterizzati ognuno da tecnologie proprie, il primo settore era rappresentato dalle industrie esportatrice, mentre il secondo da attività produttive orientate prevalentemente verso il mercato interno.
Il reddito nazionale subì una vertiginosa crescita, come detto; l’espansione degli investimenti ne fu la componente più dinamica, crescendo a tassi elevati in tutti i settori. <40 Fra il 1951 e il 1962 il tasso di aumento degli investimenti globali a prezzi correnti sfiorò il 10 per cento annuo. La distribuzione dei redditi cambiò a favore dei redditi d’impresa rispetto a quelli da lavoro, con la conseguenza che l’incremento degli investimenti non diede luogo a un uguale aumento della domanda globale. Perciò la propensione media ai consumi da parte della società si ridusse, essendo i percettori di redditi da lavoro i più inclini al consumo, a differenza dei percettori di redditi d’impresa. La diretta conseguenza di tale situazione fu la contrazione dei consumi collettivi, avendo meno frazioni di reddito coloro che erano portati a consumare di più rispetto a coloro che erano portati a consumare meno. In sostanza la pressione della domanda globale diventò minore di quella che l’aumento degli investimenti avrebbe potuto sostenere. Il risultato fu che si evitò il pericolo d’inflazione per eccesso di domanda e che il sistema mantenne un’ottima stabilità monetaria. La lira, oltre a non svalutarsi rispetto alle merci più di quanto non si svalutassero le altre monete, si deprezzò meno, tanto che nel 1958 le fu attribuito l’”Oscar” delle valute, risultando la moneta più stabile fra i paesi occidentali. Invero, i prezzi al consumo crescevano mediamente del 3-4 per cento, fenomeno comune anche ad altri paesi, ma i prezzi all’ingrosso tendevano a rimanere su valori stazionari, salvo oscillazioni ampiamente compensate. Tale stazionarietà dei prezzi contribuì positivamente, favorendo le esportazioni italiane. Contemporaneamente la competitività fece crescere la produzione nei comparti dinamici, mentre in quelli non dinamici, in quanto non orientati all’esportazione ma al mercato interno, la produttività subì un andamento inversamente proporzionale rispetto ai salari.
La necessità di aumentare la produzione e l’efficienza nei comparti esportatori portò al formarsi di numerosi nuovi posti di lavoro e al polarizzarsi della crescita industriale soprattutto in tre regioni: Lombardia, Piemonte e Liguria. Questa concentrazione diede vita a un notevole flusso migratorio dalle regioni del Mezzogiorno e del centro-nord meno sviluppate (il Friuli ad esempio), verso quel polo conosciuto come “triangolo industriale”. La forza lavoro non assorbita a livello nazionale, si spostò verso l’estero; il fenomeno della migrazione esterna non riguardò più le Americhe come ad inizio secolo, bensì gli altri paesi europei. Nel 1956 il numero di emigrati verso paesi esteri superò le 200.000 unità.
Complessivamente quasi due milioni di persone abbandonarono il sud-Italia, pari al 12 per cento, per spostarsi verso il nord del paese o verso altri stati. Non tutti gli emigrati meridionali trovarono impiego presso le industrie, infatti una parte considerevole di essi fu assorbita dal settore terziario come i servizi, la distribuzione commerciale o il pubblico impiego.
Il progresso che l’economia italiana compì tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, fu di tale portata che la crescita del prodotto interno lordo, la produttività totale dei fattori e il prodotto per addetto risultarono i più alti e stabili nella storia del Paese. Nel 1963 gli investimenti fissi lordi raggiunsero in media il 25 per cento del reddito nazionale lordo, mentre il tasso di crescita del Pil superò il 7 per cento. L’Italia fu così paragonata per impatto alla Germania in Europa al Giappone nel mondo. Di pari passo il commercio internazionale subì una brusca impennata, registrando le esportazioni, tra il 1958 e il 1962, un tasso annuo di crescita prossimo al 16 per cento.
Non meno importante fu il cambiamento nella struttura economica nazionale; l’agricoltura cessò di essere il settore dominante e nonostante nel 1950 impiegasse ancora il 40 per cento della forza lavoro e fornisse il 25 per cento dell’intero valore aggiunto, nel 1963 fu superato dal settore industriale e da quello dei servizi.
Tutto ciò influì sulla dilatazione dei consumi e sul progressivo affermarsi di un nuovo stile di vita; un ibrido a metà tra la nuova cultura americana e la cultura italiana. Le città assunsero una nuova fisionomia, in particolare le grandi “capitali” del Nord industriale, con la nascita di interi quartieri popolari, ma anche con la costruzione dei primi grattacieli. La stagione espansiva volgeva così al termine portando con sé cambiamenti strutturali profondi.
[NOTE]
33 Si vedano V. Valli, L’economia e la politica economica italiana (1945-1975), Etas libri, Milano, 1977, pp. 109-110; B. Bottiglieri, La politica economica dell’Italia centrista (1948-1958), Ediz. Comunità, Milano, 1984, pp. 254-255.
34 Si veda al riguardo N. Andreatta, Fattori strategici dello sviluppo tecnico dell’industria italiana, in N. Andreatta et al., Il progresso tecnologico e la società italiana. Effetti economici del progresso tecnologico sull’economia italiana, Giuffrè, Milano, 1962. Invece sui vantaggi assicurati dall’ammodernamento degli impianti, si veda anche S. Leonardi, Schema di interpretazione dello sviluppo italiano in questo dopoguerra, in Critica marxista, luglio-ottobre 1968.
35 Per approfondire le ragioni a favore del libero scambio, e quelle a favore di un tipo di economia chiusa, consultare P. Krugman, M. Obstfeld, a cura di R. Helg, Pearson, 2007.
36 Si veda al riguardo A. Campolongo, Dinamica dell’investimento in Italia 1951-1967, in Moneta e credito, secondo trimestre 1968.
37 Si vedano al riguardo A. Triola, Contributo allo studio dei conflitti di lavoro in Italia, in Economia e lavoro, 1971; A. Cova, Movimento economico, occupazione, retribuzioni in Italia dal 1943 al 1955, in A. Cova et al., Il sindacato nuovo. Politica e organizzazione del movimento sindacale in Italia negli anni 1943-1945, Franco Angeli, Milano, 1981
38 Confrontare con A. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in A. Fanfani, L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano, Giuffrè, 1961.
39 Si veda R. M. Stern, Composizione merceologica, distribuzione geografica e competitività nel commercio estero italiano nel periodo 1955-1963, in Moneta e credito, 1965.
40 Al riguardo non va trascurato il ruolo del credito a medio e lungo termine praticato da alcune banche specializzate, come la Banca di credito finanziario (Mediobanca), fondata nel 1946 dalle tre banche d’interesse nazionale ( Commerciale, Credito italiano, Banco di Roma), per l’esercizio appunto del credito a medio termine, poi esteso al lungo termine, da effettuarsi per il tramite dei loro sportelli; la Banca centrale di credito popolare (Centrobanca), istituita, essa pure nel 1946, dalle banche popolari per il finanziamento a medio e a lungo termine di imprese commerciali e industriali; l’Istituto centrale per il credito a medio termine a favore delle medie e piccole industrie (Mediocredito centrale), sorto nel 1952 con capitali forniti in prevalenza dallo Stato e con il compito di finanziare i Mediocrediti regionali.
Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018#1951 #1953 #1954 #1956 #1962 #dopoguerra #economia #EmanueleZema #emigrati #emigrazione #EzioVanoni #GiuseppePella #governi #industria #Italia #liberalizzazione #ministro #scambi #secondo