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  1. L’XI congresso del PCI si svolse a Roma dal 25 al 31 gennaio del 1966

    È illuminante il dibattito che si svolge nella direzione del PCI su come preparare l’XI congresso. Ingrao chiede di poter esprimere liberamente le sue opinioni in fase congressuale, ma le reazioni sono immediate, tutta la direzione del partito è in subbuglio: “una parte di questo gruppo organizza una lotta contro le posizioni del partito e con preoccupazioni di potere […] un attacco cioè alla linea del compagno Togliatti, che investe la linea del partito da basi frazionistiche” tuona Emilio Sereni <38. Secondo Pajetta “la democrazia effettiva […] non si ottiene con uno sviluppo nel partito di dissensi che lo frenerebbero e bloccherebbero l’azione e la lotta di massa” <39. E Amendola afferma: “la pubblicità del dibattito non è sempre garanzia di democrazia […] può a volte esser dannosa perché finisce per personalizzare le posizioni e inevitabilmente quindi per cristallizzarle” <40. Il più conciliante, pur condividendo le critiche mosse ad Ingrao, fu Enrico Berlinguer, che chiedeva “una base unitaria comune, su cui possano esprimersi sino al congresso, e con certe cautele, certe divergenze”, affermando inoltre che non si doveva confondere la passione politica con l’esasperazione <41. Sempre Amendola, avanza al comitato centrale una richiesta di abiura: Ingrao rifiuta e la rottura è definitiva.
    Questo è il clima che precede l’XI congresso del PCI, che si svolse a Roma dal 25 al 31 gennaio del 1966. “L’XI congresso del PCI per la pace e la libertà dei popoli per il rinnovamento dell’Italia e del socialismo. Longo propone una concreta linea di lotta unitaria a tutte le forze operaie e democratiche”, scrive “l’Unità” in prima pagina il 26 gennaio 1966, aggiungendo poi: “Il partito uscirà dal Congresso temperato dal dibattito democratico, ancora più forte, ancora più unito, più capace di guidare i lavoratori alla lotta” <42. Durante i primi giorni tutto procede serenamente e nulla dei precedenti dibattiti traspare. Anche i cosiddetti ingraiani più autorevoli (Reichlin, Rossanda, Pintor, Natoli, Trentin) tennero dei discorsi molto misurati, riferiti principalmente ai loro settori di competenza, o tacquero. Il terzo giorno salì alla tribuna Ingrao. Il suo intervento ribadiva, senza demagogia e con toni pacati, le sue posizioni sui punti che erano già stati discussi. “Ma alla fine del suo intervento pronunciò una frase che occorre citare precisamente: ‘Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi ha persuaso rifiutando di introdurre nel nostro partito il nuovo costume della pubblicità del dibattito, cosicché siano chiari a tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni che prevalgono e impegnano, ma anche il processo dialettico di cui sono il risultato’.
    Nella quasi totalità l’assemblea reagì con un grande e insistito applauso e quando Ingrao, nell’emozione, alzò alto il pugno, l’applauso divenne quasi un’ovazione. Al tavolo folto della presidenza al contrario pressoché tutti rimasero irrigiditi e a braccia conserte. Da quel momento il clima del congresso cambiò totalmente” <43. Tutto il gruppo dirigente del partito reagì con pesanti interventi, attacchi durissimi, quasi tutti rivolti a denunciare un frazionismo in atto, o a segnalare il pericolo di una divisione del partito. Il congresso fu organizzato esplicitamente per sconfiggere e togliere ogni spazio a chi avanza dei dubbi sulla riforma del partito e delle sue regole e la richiesta della “pubblicità del dibattito” divenne il nemico principale <44.
    Ingrao non metteva in discussione il centralismo democratico, cioè il dovere di accettare, di sostenere e di applicare la linea dominante con la disciplina, ma chiedeva che la linea dominante fosse “il risultato misurabile di un’esplicita dialettica da tutti comprensibile, fosse quindi successivamente sottoposta a una verifica dei fatti e, di fronte a nuovi sviluppi della situazione, potesse essere precisata o corretta con il concorso di tutti”. Ma il gruppo dirigente del partito non si fidava di Ingrao, vedeva nella sua figura, nel suo carisma, un pericolo alla tradizionale coesione del partito. Seguì quindi dopo il Congresso un’epurazione accurata e selettiva, che colpiva le punte estreme e più esposte (Rossada, Pintor ecc.). Ingrao venne degradato e isolato in sedi istituzionali; Berlinguer, che allora era a capo della segreteria nazionale, venne accusato di eccessiva tolleranza e sostituito da Napolitano nel suo ruolo chiave; illuminante è il caso di Luciano Magri: “Io non fui rimosso perché non c’era niente da cui rimuovermi, […] fui semplicemente confinato nel mio ufficio, senza avere assolutamente niente da fare. Dopo pochi mesi, quando andai da Amendola per dirgli che non potevo andare in pensione a trentadue anni, e gli chiesi di mandarmi a lavorare in qualsiasi piccola federazione, mi rispose senza sorridere: ‘devi fare una quarantena perché sei un giovane intelligente, abbiamo lavorato bene insieme, ma devi ancora imparare la disciplina bolscevica’ ” <45. A confermare che l’ingraismo non era una frazione resta il fatto che nessuno dei puniti protestò, e nessuno difese nessuno, tutti accettarono la linea dettata dalla maggioranza senza discutere.
    Con l’XI congresso il partito ribadì la priorità delle gerarchie interne rispetto alla riflessione e al rapporto con la società, accrescendo così processi già avviati, in relazione alla formazione dei gruppi dirigenti, ma disincentivando allo stesso tempo la militanza di larghi settori di attivisti. Da quello scontro prende le mosse anche una graduale marginalizzazione (e talvolta una volontaria presa di distanze) non tanto dell’ala ingraiana, quanto della sua propaggine sinistra, che in parte, di lì a poco, darà vita al “Manifesto” <46.
    Nella stessa politica delle alleanze il PCI seguirà una strada intermedia tra quelle proposte da Amendola e Ingrao, con una grande attenzione – tipica di Longo – all’unità del movimento operaio ma anche ai nuovi movimenti di massa, e con l’attacco frontale alla DC all’indomani del crollo di Agrigento e delle alluvioni del ’66, che mettono in luce l’esistenza di un “sistema di potere” il cui impatto si rivela devastante per lo stesso territorio <47. L’emergere dello scandalo dei fascicoli del SIFAR e del “piano Solo” rinnoverà i dubbi sulla natura pienamente democratica della DC, e il golpe dei colonnelli in Grecia tornerà a porre all’attenzione dei comunisti il problema della difesa della democrazia <48.
    [NOTE]
    38 G. Crainz, Il paese mancato, Isola del Liri, 2007, p. 166.
    39 Ibid.
    40 Ibid.
    41 Cfr. ibid; Cfr. inoltre A. Lepre, op. cit., p. 218.
    42 Cfr. “l’Unità”, 26 gennaio 1966.
    43 L. Magri, op. cit., pp. 195-196.
    44 Cfr. G. Crainz, op. cit., p. 167; Cfr. inoltre L. Magri, op. cit., pp. 196.
    45 L. Magri, op. cit., p. 201
    6 Cfr. G. Crainz, op. cit., pp. 168-175.
    47 I ritmi furibondi e insensati assunti dalla speculazione edilizia in tutta Italia sembrano trovare improvvisa sintesi emblematica ad Agrigento. Nella bella città siciliana si sono costruiti palazzi perfino su zone franose. Interi quartieri sono inevitabilmente travolti dai crolli, mettendo drammaticamente sotto accusa le scelte sbagliate compiute dai gruppi dominanti e dalla DC in termini di assetto del territorio. La battaglia di denuncia viene vigorosamente
    sostenuta in parlamento, nel paese, su “l’Unità” da tutto il partito con il contributo determinante di Mario Alicata, membro della direzione e direttore del giornale (cfr. Il sacco di Agrigento: DC e governo devono trarre le conseguenze politiche, su “l’Unità”, 6 dicembre 1966; G. Crainz, op. cit., pp. 69-77).
    48 Cfr. G. Crainz, op. cit., pp. 95-110.
    Vincenzo Aristotele Sei, Il partito comunista nella società italiana da Togliatti a Berlinguer, Tesi di laurea, Università degli Studi della Calabria, 2011

    Difficile scovare qualcosa nel sorvegliatissimo dibattito sviluppato all’XI Congresso del gennaio ’66. Nella relazione introduttiva di Longo le questioni culturali sono platealmente schivate, limitandosi ad accenni polemici come nel passaggio che segue: “Sono comparsi fenomeni di logoramento del costume del partito, propensioni a un tipo di critica generica, astratta, e perciò non produttiva, a discussioni condotte in modo ermetico, allusivo, tale da rendere difficile, a tutti i compagni, la comprensione dei termini reali del contendere” <564. Il bersaglio è costituito dai continui cedimenti all’«estremismo», al «massimalismo», o alternativamente all’«operaismo» – intendendo con tale termine non la corrente politico-ideologica di Panzieri e Tronti ma la tensione “fabbrichista” di un pezzo del partito eccessivamente schiacciata sulle posizioni sindacali della Cgil, in quel torno di tempo più radicali della tattica politica stabilita dal partito (vedi ad esempio tutta la vicenda legata alla III Conferenza operaia di Genova del maggio ’65, altro momento simbolico dello scontro tra Amendola e la sinistra – in quel caso rappresentata dalla relazione di Luciano Barca). Anche nell’intervento di Rossanda i temi culturali-ideologici sono ampiamente elusi, limitando il discorso alla questione scolastica e all’accesso allo studio. Solo un passaggio sembra intervenire sul rapporto tra politica e cultura: “Il collegamento e il dialogo con altre forze culturali non è mai per noi un’esercitazione di liberalismo o di buone maniere. Non sarebbe allora se non una nuova forma di strumentalismo. È invece la necessità di intendere i processi sociali reali che affiorano nella crisi della cultura contemporanea, nella sua protesta e nei suoi positivi fermenti, e di intessere un dialogo che sposti tutto il fronte di questa cultura attorno ad obiettivi di trasformazione sociale, intendendo, nello stesso momento, e sottolineando i momenti di originalità e di autonomia con i quali altre forze culturali appaiono interessate a questa trasformazione. Non possiamo commettere l’errore di ignorarle perché il loro metodo, le loro condizioni, il loro linguaggio si differenziano dal nostro. Siamo marxisti e siamo gramsciani perché le giudichiamo dal loro modo di porsi davanti alla società, prima che davanti alla nostra tradizione culturale <565.
    La flebile richiesta di considerazione di un dibattito lungamente affrontato in sede di Sezione culturale troverà chiuso il partito ad ogni possibile accoglimento. Nelle Tesi finali scompare ogni riferimento ai problemi culturali, men che meno ideologici, considerati – prima ancora che “discutibili” – di fatto marginali (ed è forse questo il limite decisivo dell’azione di Rossanda: il confronto non avviene nel “caldo” degli anni Cinquanta, ma nel freddo disinteresse della metà dei Sessanta, dove i problemi, per il Pci, iniziavano ad essere di tutt’altra natura). La battaglia culturale sembrava uscire così di scena, relegata in poche e dure battute nella parte conclusiva delle Tesi: “Questa continua verifica [della linea politico-ideale, nda] deve garantire la più salda unità politica e impedire che la permanenza di linee politiche diverse o di elementi di orientamento eterogenei e contrastanti rispetto alla linea politica che il partito si è data, ne ostacoli l’azione. La sicurezza della linea politica, la convinzione della sua giustezza, l’impegno per dimostrarne nella pratica la validità, sono decisivi per l’azione di massa del partito, per la conquista delle masse al partito, per lo sviluppo dell’attivismo. […] È però necessario che oggi il partito accresca il suo impegno contro atteggiamenti di superficialità e di provinciale sufficienza che si sono manifestati negli ultimi anni nei confronti della realtà dei paesi socialisti” <566.
    [NOTE]
    564 Relazione di Luigi Longo, in XI Congresso del Partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 82.
    565 Ivi, p. 387.
    566 Ivi, p. 748.
    Alessandro Barile, Apogeo e crisi della politica culturale comunista. Rossana Rossanda e la Sezione culturale del Pci (1962-1965), Tesi di dottorato, Università di Roma La Sapienza, 2022

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  2. Gli alleati si accingevano ad amministrare l’Italia occupata

    Nell’estate del ’43, occupata la Sicilia, gli Alleati si trovano ad affrontare la questione che li aveva maggiormente impegnati nei mesi precedenti: l’amministrazione dell’isola, che costituiva in definitiva la sperimentazione del sistema di occupazione pianificato nella primavera del ’43 e da applicare poi al resto della penisola. Il piano che stabiliva come il governo militare avrebbe dovuto gestire il territorio, di cui diremo più avanti, era il frutto di un lavoro congiunto di americani e britannici, con una predominanza però dell’apporto britannico, considerato che gli Stati Uniti non potevano vantare un’esperienza pari a quella del Regno Unito nell’amministrazione di territori nemici. Subito dopo la Conferenza di Casablanca <68, mentre Roosevelt e Churchill sono impegnati nella ricerca di una linea politica alleata da adottare nei confronti dell’Italia, i vertici militari, già impegnati in Nord Africa nell’operazione Torch <69, iniziano a studiare un programma per l’amministrazione della Sicilia; sistema cui fra l’altro si attribuisce un grande valore simbolico. É infatti sin dalle prime bozze della pianificazione dell’invasione della Sicilia che gli Stati Uniti individuano nell’occupazione della penisola un momento fondamentale della loro politica, sia per il ruolo che questa acquista come prima esperienza di occupazione militare di un territorio nemico sia come modello per le successive operazioni in Europa <70. Tuttavia, non vi è una immediata consonanza fra le proposte dei vertici militari e la linea politica che Roosevelt tenta di affermare. Per il Presidente dovrebbe essere costituito un sistema a preponderanza Usa, lo storico distacco americano dalle questioni che coinvolgono le relazioni degli stati europei con ogni altro viene così contrapposto da Roosevelt all’imperialismo britannico, e l’assenza degli Stati Uniti dal Mediterraneo viene ribaltata in un vantaggio, rappresentando una sorta di verginità politica che collocherebbe gli Usa in un ideale interventismo super partes, che è poi un po’ l’anima dell’interventismo democratico americano nella seconda guerra mondiale <71. In realtà, i militari statunitensi sanno bene che l’esperienza britannica nelle politiche di amministrazione di territori occupati è un elemento imprescindibile per assicurare la riuscita della missione in Europa, tanto che pochi giorni dopo la Casablanca, l’8 febbraio, il generale Eisenhower scrive al Dipartimento di Guerra raccomandando la necessità di adottare un sistema concordato. Intanto, il generale aveva designato due ufficiali americani qualificati, i colonnelli Spofford e Holmes, già membri della sezione affari civili in Nord Africa, per elaborare un piano in seno al quartier generale delle Forze Alleate (AFHQ), piano da presentare poi al Dipartimento di Guerra e al Presidente <72: si trattò di un adattamento dei principi del governo militare a quelli del sistema amministrativo britannico, già ben sperimentato in Medio Oriente, ora adattato alla joint responsibility di Stati Uniti e Gran Bretagna e inserito nella cornice del quartier generale alleato <73. La proposta di un governo congiunto si scontra però con il tentativo di entrambi gli alleati di assicurarsi il ruolo di senior partner <74. Sebbene il JCS (Joint Chief of Staff) approvi il progetto di Eisenhower che prevede una responsabilità congiunta dei due governi <75, ancora Roosevelt, pur favorevole ad una amministrazione a tutti gli effetti alleata e pur approvando la nomina del britannico generale Alexander a governatore militare alleato, continua a ribadire la preferenza per un marcato carattere americano dell’impegno in Sicilia. Va osservato, comunque, che la linea politica di Roosevelt nei confronti dell’Italia, come ha scritto Miller, “fu presentata un pezzo per volta, aggiungendo nuove idee quando divenivano politicamente potenti in patria” <76, e in questo senso la programmazione dell’amministrazione alleata non fa eccezione <77.
    Ad aprile, però, né britannici – che in un primo tempo avevano fatto pressioni per avere la leadership della missione <78 – né americani, a parte il Presidente, sono ancora favorevoli all’idea di un senior partner. All’interno del governo americano la preferenza va a un sistema che esclude un senior partner, come fa presente a Roosevelt, ad aprile, il segretario del Dipartimento di Guerra Cordell Hull, esponendo il programma di un governo militare alleato composto da uno staff misto e suddiviso in divisioni amministrative <79. Questo governo militare dovrà dipendere dal Comandante in Capo Alleato, che riceverà attraverso il CCS (Capi di Stato Maggiore Combinati) le direttive coordinate dei due governi: in questo modo sin dall’inizio il luogo della decisione politica nel territorio occupato viene di fatto individuato nei vertici militari. Questa competenza tutta militare viene ulteriormente sancita dal netto rifiuto della presenza di civili in qualità di consiglieri politici o di rappresentanti di agenzie governative, espresso da ambo le parti. Nel dibattito tra governi ed esercito per la pianificazione dell’invasione, infatti, il problema della “civilizzazione” o meno dell’amministrazione militare emerge sin dall’inizio, e diventa lo spazio in cui, nelle diverse fasi dell’occupazione italiana, si gioca la capacità di esercitare un ruolo predominante. In questo senso, una delle preoccupazioni principali degli americani è costituita dalla presenza di consiglieri politici a fianco dei britannici. Ma sia il Dipartimento di Stato che il Dipartimento di Guerra si oppongono ad ogni tipo di rappresentanza politica nella catena delle comunicazioni, soprattutto nella prima fase dell’occupazione <80. A maggio del ’43 la posizione del Dipartimento di Guerra è definitivamente quella di un governo che deve essere militare.
    Dunque, oltre all’opposizione in linea di massima a una ingerenza politica in affari ritenuti in quel momento strettamente militari, quello che disturba maggiormente gli Usa è la “politicizzazione” della partecipazione militare britannica, attraverso la nomina di personaggi politici in ruoli chiave dell’amministrazione militare. E un’egemonia britannica sul campo agli americani proprio non va giù.
    Il problema di una maggiore presenza britannica al vertice sarà una delle questioni maggiormente dibattute lungo tutto il periodo in cui i due alleati coopereranno in Italia. Soprattutto nel ’44, quando a capo del teatro del Mediterraneo e della Commissione di Controllo ci saranno dei britannici: il generale Sir Henry Maitland Wilson, nuovo comandante in capo del Mediterraneo dopo Eisenhower, Sir Frank Noel Mason MacFarlane, presidente aggiunto e commissario capo della Commissione di Controllo Alleata, oltre che capo dell’amministrazione militare alleata in Italia, e il generale Harold Alexander, comandante per il teatro italiano <81.
    L’ostilità americana per l’atteggiamento britannico, se da un lato certamente tende a ridimensionare il ruolo dell’alleato inglese nel Mediterraneo, è però anche figlia di un limitato realismo politico, palesato dall’idea che l’introduzione di rappresentanti politici introdurrà prematuramente questioni politiche <82. In questo sta tutto il limite della politica Usa prima e durante l’occupazione: le questioni politiche saranno infatti all’ordine del giorno all’indomani stesso dello sbarco, e in Sicilia le forze politiche si riaggregheranno immediatamente, già prima della libertà concessa dal governo militare alleato <83. Affidare interamente a uomini dell’esercito la macchina amministrativa, significherà in concreto lasciare nelle mani dell’esercito stesso la politica estera americana, perlomeno per quanto riguarda l’impatto che le decisioni prese sul campo hanno sulla vita di milioni di persone, e certamente anche per l’immagine che questi cittadini si costruiscono dei “conquistatori-liberatori”. Ma gli effetti sono anche a lungo termine, quando le scelte dei militari influiscono anche sulla riorganizzazione dello Stato <84, e quando ai militari viene affidato il compito di condurre verso la democrazia una popolazione che si lascia alle spalle vent’anni di dittatura.
    Il piano politico che interesserà gli ufficiali degli affari civili sarà ovviamente, nella fase iniziale, maggiormente legato a una dimensione locale; e in ogni caso l’apertura degli ufficiali alleati alle istanze locali, è inizialmente volta soprattutto a favorire il buon funzionamento della macchina amministrativa e quindi a garantire alla popolazione condizioni di vita accettabili. Il tentativo, in particolare da parte americana, è infatti quello di costituire relazioni politicamente “neutre”, ma espressione della rinascita della democrazia <85, pur mantenendo un controllo militare sulla popolazione. Sarà questo – e, come si vede, già dall’estate del ’43 – uno dei paradossi dell’amministrazione alleata: l’oscillazione continua fra la dichiarata volontà di restaurare le libertà democratiche e il tangibile controllo della vita civile e politica italiana, mantenuto anche dopo l’armistizio e dopo il passaggio dal governo militare alla Commissione di Controllo. Già a pochi giorni dall’invasione, nei paesi alleati inizia un dibattito sulla volontà di ricostituire le istituzioni democratiche nei territori liberati dal fascismo, ma di fatto occupati dalle potenze alleate.
    Mentre la politica promette una rapida conversione democratica, sul campo gli ufficiali alleati elevano notabili prefasciti e aristocratici siciliani al rango di prefetti e sindaci, secondo lo schema coloniale britannico di una cooptazione delle élites locali a capo dell’amministrazione <86. Ma in breve il tentativo si rivela fallace, per l’irriducibilità a mere questioni di amministrazione locale di problematiche più ampie e molto presto eminentemente politiche. Come già detto, la pratica amministrativa era intesa dagli angloamericani come una scuola di democrazia, che avrebbe educato gli italiani e avrebbe preparato il terreno per la riorganizzazione politica. Di fatto, però, la situazione si era andata rivelando sin dall’inizio molto più complessa, e se da un lato prevaleva appunto la dimensione locale-comunitaria, ben testimoniata dalle prime nomine di sindaci e podestà nei paesi occupati, espressione del notabilato e delle gerarchie locali, dall’altro queste gerarchie stesse non erano altro che il riflesso dell’ultima struttura politica della comunità prima del fascismo, quella del notabilato liberale. E se ciò in Sicilia vale anche per i grandi centri come Palermo e Catania, varrà anche nei centri occupati nel corso dell’avanzata fuori dalla Sicilia, come Cosenza, dove viene nominato sindaco il socialista Giacomo Mancini <87.
    [NOTE]
    68 La conferenza di Casablanca fu tenuta all’Hotel Anfa a Casablanca, Marocco, dal 14 al 24 gennaio 1943, per pianificare la strategia europea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Cfr., D. W. Ellwood, op. cit., pp. 33 – 35.
    69 L’operazione Torch (Torcia) era il nome assegnato dagli Alleati anglo-americani alla grande operazione di sbarco in Marocco e Algeria effettuata a partire dall’8 novembre 1942 durante la seconda guerra mondiale.
    70 Sull’argomento soprattutto i giudizi di E. Miller, op. cit., pp. 3 – 7.
    71 Ibidem. Cfr. inoltre E. Foner, op. cit., p. 33
    72 Cfr., D. W. Ellwood, op. cit., pp. 228 – 234.
    73 Ibidem.
    74 Ibidem.
    75 Ivi, pp.217 – 224.
    76 Cfr., E. Miller, op. cit., p. 42.
    77 La posizione di Roosevelt varia notevolmente nel corso degli eventi anche in relazione al governo militare e alla presenza di civili nell’amministrazione militare. Nelle sue memorie il segretario di guerra Stimson riferisce che per il
    presidente “il concetto stesso di governo militare era curioso e per così dire spregevole” (Stimson cit. da D. W. Ellwood, op. cit., p. 214). In seguito, invece, sarà Roosevelt a caldeggiare un governo militare in uno schema di
    controllo diretto, attribuendo proprio al governo militare enormi competenze.
    78 Cfr., D. W. Ellwood, op. cit., p. 36.
    79 Ibidem.
    80 Ivi, pp. 214 – 217.
    81 Cfr., E. Di Nolfo, M. Serra, op. cit., p. 61.
    82 Sull’argomento cfr. soprattutto i giudizi di D. W. Ellwood, op. cit., pp. 207 – 239.
    83 Cfr., Mangiameli, op. cit., p. 496.
    84 Alla fine, la programmata epurazione dei quadri fascisti – voluta soprattutto dagli americani – fu di molto ridotta per evitare il collasso delle amministrazioni locali. Cfr. per esempio Rennell, che già a pochi giorni dallo sbarco sosteneva la necessità di un’azione graduale contro “ostruzionismo, ostilità o forti sentimenti fascisti”, per evitare la “rovina” e il collasso dell’intero sistema. (Rapporto Rennell, 2 agosto 1943, in Coles – Weinberg, Civil Affairs, op. cit., p. 195).
    85 Cfr. R. Mangiameli, op. cit., pp. 507-8; cfr. inoltre E. Miller, op. cit., pp. 42 – 44.
    Vincenzo Aristotele Sei, Italia e Stati Uniti, l’alleato ingombrante, Tesi di laurea, Università degli Studi della Calabria, 2014

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