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  1. Inside El Mencho’s arsenal: high-powered arms, 400 gunmen, land mines

    MEXICO CITY — “El Mencho,” the powerful drug lord the Mexican army killed in a daring raid, had created what…
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  2. Tra il 21 aprile e il 2 maggio 1945 si consumò, come sostiene Peli, l’ultimo atto della Resistenza

    Peli riporta un importante incontro che si ebbe tra il 10 e il 19 dicembre 1944, tra alcuni autorevoli inviati del Comitato di Liberazione Alta Italia (Clnai) e i responsabili della Number I Special Force inglese a Monopoli e successivamente a Roma con gli americani dell’Oss (Office of Strategic Services). Fu la prima volta che avvenne un incontro di questo genere, infatti Ferruccio Parri lo definirà “un momento culminante nella storia politica del movimento di liberazione”. Ma dovettero passare ancora altri giorni perché il governo Bonomi, senza troppo entusiasmo, firmasse un accordo col quale si delegava il Clnai a rappresentarlo nella lotta che i patrioti stavano impegnando contro tedeschi e fascisti nell’Italia non ancora liberata. In cambio però, il Clnai accettò di agire come delegato del governo italiano, sola autorità legittima in quella parte dell’Italia che sarebbe stata poi restituita al Governo italiano dal Governo militare alleato. Oltre a ciò, l’accordo prevedeva un appoggio finanziario pari a 160 milioni mensili. Inoltre, sarebbe stata la prima volta che venivano riconosciuti a livello ufficiale il valore e la funzione nazionale e unitaria dell’insurrezione partigiana. Un successo di grande importanza, che tuttavia si univa a una forte delusione, rispetto alla speranza di ottenere quella piena investitura dei poteri di governo mancata fino a quel momento: il riconoscimento del Cvl come parte integrante dell’esercito italiano <50.
    Nel frattempo, il terribile secondo inverno volgeva a termine e “la crisi invernale” sembrava essere superata.
    La terza fase della guerra partigiana: dalla “pianurizzazione” all’insurrezione
    Battaglia individua nella “pianurizzazione” la svolta per il superamento della seconda “crisi invernale”. Per lo storico romano la sua più alta espressione è rappresentata nella battaglia di Ravenna (4 dicembre 1944). I partigiani trovarono scampo ai rastrellamenti, giungendo sulle colline e poi spargendosi, come in tanti rivi, nella pianura padana, arrivando quasi alle porte della città. Battaglia sostiene che il fenomeno di discesa verso il basso sarebbe nato come movimento spontaneo di massa, non escludendo l’altro aspetto del problema, che tale manovra fosse stata già intuita o prevista nei suoi sviluppi da chi aveva il compito di guidare i partigiani su piano locale e nazionale. Dell’importanza di una espansione del movimento partigiano in pianura si sarebbe già trovata traccia negli atti del Cvl; seguono poi anche le direttive del Partito comunista annunciate nella “Conferenza dei Triumvirati insurrezionali” . A contestare Battaglia è Santo Peli <51 affermando che, nonostante non ci sia una linea interpretativa univoca circa i comportamenti di montanari e contadini, è sufficientemente provato che alla fine del ciclo di rastrellamenti dell’autunno ’44-’45 la ferocia dispiegata dai nazi-fascisti, pur non riuscendo a distruggere completamente le bande, riuscì però a minarne profondamente i legami di solidarietà e di fiducia, che in circostanze meno avverse, avevano caratterizzato l’atteggiamento dei civili verso i partigiani. Per questo Peli sostiene che in questa “stasi invernale”, la pianurizzazione, cioè il portare in pianura buona parte di ciò che restava dell’esercito partigiano, sarebbe stata una scelta obbligata <52. A questo punto, oltre ad affermare che sicuramente i tanti rastrellamenti avrebbero in qualche modo incrinato quel legame iniziale di solidarietà tra i montanari e i partigiani, si deve del resto riconoscere, accanto all’aspetto militare, la necessità politica di questa nuova strategia: l’inserimento dei partigiani in pianura per prevenire il rischio dell’isolamento in montagna. Questo è testimoniato da Secchia, il quale afferma che tale spostamento sarebbe stato dettato dalla necessità scaturita dall’andamento della guerra partigiana. Era necessario, dunque, trasferire i partigiani il più vicino ai centri urbani per prepararli all’ultima fase della guerra resistenziale: l’insurrezione finale <53. Ormai il problema all’ordine del giorno, come scrive Peli, era quello dei tempi e dei modi della ritirata tedesca e dell’imminente liberazione dell’intero territorio nazionale <54. Battaglia ricorda come in questa occasione fu messo a punto il piano della difesa degli stabilimenti industriali, considerati patrimoni nazionali. L’attuazione di questa manovra fu affidata alle mani degli operai, organizzati nelle squadre dei Sap (Squadre d’Azione Patriottica) che avrebbero dovuto occupare dall’interno le fabbriche al momento dell’insurrezione <55 e tutto ciò, sottolinea Peli, sarebbe dovuto avvenire prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Proprio gli Alleati, infatti, erano tra quelli che guardavano con un misto di preoccupazione e di insofferenza al progetto dell’insurrezione, restando infatti favorevoli a un intervento partigiano solo ove esso risultasse militarmente più utile e politicamente meno pericoloso. Tali preoccupazioni sarebbero emerse anche in un documento della “Number I Special Force”, in cui si evidenziavano i timori che i comunisti si stessero preparando a prendere il potere con la forza nel momento in cui i tedeschi sarebbero stati cacciati dagli Alleati. Le preoccupazioni di una possibile insurrezione toccavano anche le più alte cariche ecclesiastiche, che vedevano ancora nel comunismo il loro peggior nemico <56.
    A questo punto, il Partito comunista, come documenta Secchia, fu costretto a cautelarsi di fronte a queste manovre attesiste messe in atto dalle forze conservatrici: il giorno 10 aprile 1945 la Direzione del Pci diramò la “direttiva n. 16” per l’Alta Italia occupata: «L’ora dell’attacco finale è scoccata. Con le presenti direttive si richiamano tutte le nostre organizzazioni a estendere l’azione insurrezionale, a seconda delle possibilità ed opportunità locali, al più gran numero di categorie delle città e delle campagne. In questa fase risolutiva della lotta insurrezionale è da prevedersi una intensificazione inaudita e sfacciata di tutte le manovre tendenti a sabotare, a impedire l’insurrezione e soprattutto il movimento insurrezionale popolare. Ogni disposizione contraria all’orientamento insurrezionale del movimento patriottico dev’essere sempre e con la più grande energia respinta dai nostri compagni, da qualunque parte essa provenga. Ma se nonostante tutti i nostri sforzi non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo fare anche da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili ed agendo sempre però in nome del CLN e sul piano politico dell’unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività non ci proponiamo affatto degli scopi o degli obiettivi di parte. Queste sono le precise direttive che noi diamo a tutte le nostre organizzazioni, a tutti i nostri compagni in questo momento decisivo per l’insurrezione nazionale. Che tutti siano consci delle grandi responsabilità politiche e morali che pesano in questo momento sul nostro partito nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti; che tutti siano decisi a dare tutti se stessi per affrontare degnamente questa responsabilità, e per portare il nostro popolo all’insurrezione vittoriosa ed alla libertà» <57.
    Tra il 21 aprile e il 2 maggio 1945 si consumò, come sostiene Peli, l’ultimo atto della Resistenza. Il 25 aprile fu la data scelta per ricordare l’insurrezione finale <58: una data di gioia e di festa per gli italiani che avevano combattuto o comunque si erano schierati per la democrazia e la libertà. Emersero invece, come ribadisce Battaglia, le preoccupazioni dei fascisti e dei tedeschi, che avrebbero voluto ottenere le migliori condizioni possibili di resa, ma il Cln fu intransigente e confermò la resa incondizionata; Mussolini reagì minacciando di fare di Milano “una nuova Stalingrado” <59. Di fondamentale importanza appare la testimonianza di Secchia, che documenta la riunione tenuta all’arcivescovado di Milano, con la presenza del cardinale Schuster, a cui parteciparono da una parte Mussolini, Graziani, Zerbino e Barracu e dall’altra i rappresentanti del Clnai (Lombardi, Cadorna, Pertini, Sereni e Valiani). Mussolini avrebbe chiesto un’ora di tempo, ma poi avrebbe lasciato l’arcivescovado e non sarebbe più tornato: travestito da tedesco avrebbe cercato di fuggire da Milano. Venne catturato e giustiziato a Dongo dalla 52^ Brigata Garibaldi, comandata da Walter Audisio, su indicazione di Luigi Longo, che affermò: «È da tempo che il popolo italiano ha pronunciato la sentenza, non si tratta che eseguirla». <60
    [NOTE]
    50 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.130-134.
    51 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.540-542.
    52 Santo Peli, op. cit., pp.124-126.
    53 Pietro Secchia, Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943–1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Milano, 1973, pp.623-625.
    54 Santo Peli, op. cit., pp.150-152.
    55 Roberto Battaglia, op. cit., pp.606-610.
    56 Santo Peli, op. cit., pp.155-158.
    57 Pietro Secchia, op. cit., pp.1010-1011.
    58 Santo Peli, op. cit., pp.168-170.
    59 Roberto Battaglia, op. cit., pp.645-646.
    60 Pietro Secchia, op. cit., pp.1050-1052.
    Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017

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