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I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan
Il centro urbano di Pigna (IM) visto da un’altura di CastelvittorioLa collaborazione civili-partigiani, che si concretizzò tante volte nel corso della lotta di Liberazione, fu determinante nei primi giorni di luglio 1944 a Castelvittorio (IM). Il paese rientrava nell’ambito di una vasta operazione di rastrellamento dei tedeschi, che tentarono in questo caso con ingenti mezzi lo sfondamento delle linee partigiane nel tentativo di creare una grande sacca in cui chiudere tutte le formazioni garibaldine e privarle, in tal modo, d’ogni via di fuga verso i territori piemontesi. Il 2 luglio i nazisti requisirono la preziosa farina, suscitando una reazione d’orgoglio in numerosi abitanti, che, come ricordava il parroco don Caprile, imbracciarono le armi con la parola d’ordine di difendere il paese. Iniziata la sparatoria, per circa 5 ore borghesi, armati di fucili di ogni specie, resistettero ad un contingente tedesco ben armato. Il giorno dopo il nemico trovò gli abitanti intenzionati a dare di nuovo battaglia. Erano schierate fianco a fianco più generazioni del paese. Tra i più maturi vi erano Mario Tucin [Mario Alberti, nato a Castelvittorio, classe 1896], Giuan Grigiun [anche Tumelin, Giovanni Orengo, nato a Castelvittorio, classe 1890], l’Acidu [Giuseppe Verrando, nato a Castelvittorio, classe 1886] e U Sociu [Giuseppe Caviglia, nato a Castelvittorio, classe 1892, morto il 16 dicembre a Castelvittorio in seguito a malattia contratta in servizio], buoni montanari, per lo più sulla cinquantina o sulla sessantina e vecchi combattenti dell’altra guerra mondiale, tutti tiratori infallibili per la loro lunga esperienza di cacciatori. Infine, i tedeschi se ne andarono, anche se gli abitanti di Castelvittorio furono tristemente consapevoli che quelli avrebbero fatto ritorno, come in effetti accadde nel mese di ottobre dello stesso anno.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Vittò [n.d.r.: anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] assunse il comando della V Brigata.
“Il raduno a Cima Marta del mese di luglio [1944] aveva maturato molte situazioni. Vittò aveva potuto vagliare i suoi uomini e capì che era giunto il momento di una organizzazione efficace dettata dalla esperienza di tante battaglie. Si profilava indispensabile l’unità di comando e il coordinamento delle singole azioni per un risultato non solo migliore, ma veramente fruttuoso, meta di una preparazione e di una azione, che erano il risultato di un piano previsto e preparato. L’incontro di tutti i comandanti delle bande aveva portato ad un colloquio realista e sincero. Innegabilmente tutti gli uomini di Vittò riconoscevano in lui il Comandante, la guida, l’incitatore, il personaggio capace di incentrare il sogno comune e l’esecutore riconosciuto di progetti e di azioni. Si studiò la possibilità di una organizzazione con quadri precisi e con una circoscrizione territoriale ben definita, autonoma, sotto il suo comando. Tutti riconoscevano in lui il capo, l’organizzatore, la guida ed attendevano da lui ordini precisi con dichiarazione di obbedienza e di fidata collaborazione. […] Vittò in quella circostanza realizzava in pieno il suo sogno. Seppe stringere intorno a sé tutti i suoi uomini e soprattutto seppe dare fiducia a tutti i comandanti dei distaccamenti. Anche gli ufficiali di Triora, del gruppo di Zoli, che non volevano essere legati a nessuno, compresero le intenzioni serie di Vittò, che galvanizzavano tutti i suoi uomini, ed aderirono incondizionatamente al movimento partigiano”. <38
Tornando al 3 luglio [1944], in seguito agli scontri avvenuti a Rocchetta Nervina e a Castelvittorio, i tedeschi si diressero verso Langan. Il loro intento era quello di accerchiare tutte le forze garibaldine della val Nervia e della valle Argentina. La linea difensiva partigiana era praticamente costituita dalla IV e dalla V Brigata. A quel punto Vittò chiamò a raccolta tutti i comandanti dei vari distaccamenti e comunicò loro che era in corso un grande rastrellamento da parte delle forze nemiche. Fece presente l’ingente impiego di uomini e di armi <39 da parte dei nazifascisti, fermamente intenzionati a mettere la parola fine sul movimento partigiano della zona. Nel corso della riunione, il comandante Ivano chiese a tutti di esprimere il loro parere sulle misure da adottare. Quasi tutti concordarono sulla necessità di dar vita a uno sganciamento momentaneo dalle posizioni per fare in modo che il nemico non riuscisse a mettere in atto la sua tattica. A quel punto Vittò diede disposizione di ripiegare dietro Langan [n.d.r.: nel comune di Castelvittorio (IM)], verso colle Melosa e Cima Marta. I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan, Loreto-Triora, Drego-Andagna e Taggia-Badalucco-Molini di Triora. Vittò comandava il reparto formato da circa 150 uomini che si trovava sulla linea difensiva di Carmo Langan e si estendeva dal valico della rotabile Pigna-Molini fino a Carmo Binelli, per una lunghezza di circa un chilometro e mezzo.
[NOTE]
38 Ermando Micheletto (Dal diario di “Domino nero”), La V Brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, Edizioni Micheletto, Arma di Taggia, 1973, pagg. 152-153.
39 Oltre alle armi pesanti e ai mortai, furono impiegati anche i cannoni.
Romano Lupi, Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011, pp. 141,142Infatti il 4 e il 5 luglio 1944 l’avanzata tedesca riprese e si concluse.
Non avevano deciso per quel tempo un rastrellamento fino agli alti monti. Considerata la situazione, Leo [Vittorio Curlo], non conoscendo l’esatta posizione dei luoghi che portavano a Cima Marta, dove era stato stabilito il raduno, preferì ripiegare su Melosa, Belenda, Goletta, Gerbontina. Passò quindi in Valle Argentina, arrivò sino a Verdeggia e puntò deciso verso Piaggia [Frazione di Briga Alta, in provincia di Cuneo]. Aveva così potuto constatare la percorribilità delle zone. Gli giunse subito la notizia del ritiro dei tedeschi e ritornò. Con lui, tra gli altri, ricordo che c’erano Panatum, Seccatore, Ormea. don Ermando Micheletto, La V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975#1944 #CarmoLangan #CastelvittorioIM_ #fascisti #GiuseppeVittorioGuglielmo #luglio #partigiani #PignaIM_ #RomanoLupi #tedeschi #Vittò
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Nei giorni successivi la formazione partigiana passa al comando di Stefano Carabalona
Rocchetta Nervina (IM): uno scorcioArturo Borfiga portò 12 russi al Dst. di Leo e un’altra volta un mulo con 2 mitragliatrici, di cui aveva infilato le canne nei pantaloni. Leo sgozzò l’ufficiale repubblichino che dai pressi del cimitero di Camporosso faceva sparare su Rocchetta Nervina. Quando a Vallecrosia il giorno del suo ferimento aprì la porta agli uomini dell’UPI era riuscito a mettere la mano sulla pistola del nemico, deviando il colpo partito nella colluttazione. Stefano “Leo” Carabalona era nato a Rocchetta Nervina (IM) il 10 gennaio del 1918. Dopo aver conseguito la maturità classica a Mondovì (CN), nell’imminenza della guerra fu chiamato alle armi ed inviato a Pola presso l’allora esistente scuola allievi ufficiali di complemento dei bersaglieri. Quale sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Albania ed alla guerra in Grecia, dove venne decorato con una medaglia di bronzo al V.M. Promosso per merito straordinario tenente ed infine ferito più volte in combattimento, in seguito alle lesioni riportate nell’ultima delle ferite (schegge all’occhio sinistro) venne rimpatriato a Firenze presso l’ospedale militare. Congedato al termine della convalescenza, tornò a Rocchetta Nervina, ma nel 1941 in vista della campagna di Russia si arruolò volontario quale ufficiale di fanteria ed assegnato alla divisione celere “Legnano”. Rientrò in Italia a piedi con pochi superstiti della compagnia di cui era comandante. Nel 1943 si sottrasse alla chiamata della R.S.I.: per vendetta fu incendiata la casa di famiglia in Rocchetta Nervina, ma fortuite circostanze impedirono al fuoco di propagarsi e la casa si salvò. Sono rimaste sul pavimento di una stanza, visibili a tutt’oggi, le tracce di quelle fiamme. Massimo Carabalona, figlio di Stefano Carabalona, email del 23 dicembre 2021
Nella Valle Nervia alcuni ufficiali cercarono rifugio e sicurezza a Rocchetta Nervina, dove il tenente Stefano Carabalona [“Leo“], residente in loco, cercava di organizzare gli sbandati e di procurare il maggior numero di armi possibili. don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
L’8° distaccamento giunge a Rocchetta Nervina verso il 20 giugno [1944]. È comandato da Alfredo Blengino (Spartaco) che il giorno 23 dello stesso mese, lancia un proclama alla popolazione del paese ringraziandola per la solita buona accoglienza fatta ai partigiani ed invitandola ad appoggiare, nella maggior misura possibile, l’azione di chi combatte per la libertà […] Gli uomini della formazione ammontano ad una ventina, ma, in pochi giorni, il numero degli effettivi è pressocchè raddoppiato mentre viene notevolmente migliorata l’organizzazione del distaccamento. L’armamento consiste in fucili e moschetti. L’8° distaccamento opera nella Val Roja, procurando notevoli difficoltà al traffico delle truppe nazi-fasciste. Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona (Leo) che si trova subito impegnato in un durissimo combattimento.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) – Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, p. 154[…] il mese di luglio si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina (IM), Castelvittorio, Molini di Triora e Langan.
La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell’8° Distaccamento della IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, che da circa una settimana era attestato nel paese. […] Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazifascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini.
La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio 1944, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Ma il tedesco pagò ben caro il suo successo, perché non meno di 180 uomini furono messi fuori combattimento… Fra coloro che maggiomente si distinsero sono da ricordare il vecchio “Notu” che, benché fosse rimasto ferito due volte, continuò a lottare fino all’esaurimento delle sue munizioni, Longo [Antonio Rossi], Falce [G.B. Basso], Colombo, Filatri [Gennaro Luisito Filatro, nato il 24 giugno 1917 a Civita (CS), già sergente maggiore del Regio Esercito, ufficiale addetto alle operazioni di distaccamento, passò poi in Francia al seguito di Carabalona], il giovanissimo Arturo [Arturo Borfiga] ed il prode Lilli [Fulvio Vicàri], che doveva più tardi immolare la sua giovane esistenza per la causa della liberazione.
Stefano Carabalona (Leo) in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di ImperiaIl rastrellamento di luglio [1944] da parte dei nazifascisti non fu lungo. ll Comandante Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] aveva ordinato ed organizzato una ritirata di emergenza e dava ordini precisi ai vari comandanti dei distaccamenti di attendere i suoi ordini. Radunò lo Stato Maggiore e studiò nei minimi particolari un attacco alla caserma di Pigna (IM)
[…] Il distaccamento di Stefano Leo Carabalona [poco tempo dopo comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] dalla parte di Rocchetta Nervina (IM), con Lolli [Giuseppe Longo, poco tempo dopo vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato], doveva vegliare con i suoi uomini la strada Dolceacqua-Pigna.
don Ermando Micheletto, Op. cit.Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata Garibaldi, forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna, tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna… In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino (Gino Napolitano), di Leo (Stefano Carabalona), e di Moscone [Basilio Mosconi]. Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona – Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista. Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria e si provvide a munire la difesa della zona sia per poter riprendere gli attacchi verso la costa ed in direzione del fronte francese che si andava spostando verso est, sia per far fronte ad eventuali contrattacchi nemici. Infatti il I° distaccamento prese posizione su Passo Muratone alla destra dello schieramento per impedire puntate provenienti da Saorge (Francia); il V° distaccamento, al comando di Leo, occupò la stessa Pigna, posta al centro dello schieramento, distaccando una squadra di venti uomini a Gola di Gouta a guardia della strada. […] A Pigna, nel frattempo, era giunta una missionecomposta, di numerosi ufficiali “alleati”, accompagnati da un corrispondente di guerra canadese.
La missione studiata la zona, avrebbe dovuto proseguire per la Francia passando attraverso le maglie delle linee tedesche fra Gramondo e Sospel.
Mario Mascia, Op. cit.Durante il periodo di attesa a PIGNA il comandante dei Partigiani della zona noto come LEO ci parlò della possibilità di passare in FRANCIA in barca da VENTIMIGLIA e suggerì di inviare uno dei suoi uomini sulla costa per fare delle indagini… I pescatori ci portarono vogando, senza ulteriori incidenti, in 3 ore e mezza a Monte Carlo [Monaco Principato] dove sbarcammo [quindi, approssimativamente alle ore 4 del 9 ottobre 1944, data in ogni caso indicata da Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013] e ci arrendemmo alla guarnigione F.F.I. La mattina seguente guidammo fino a Nizza e facemmo rapporto al Maggiore H. GUNN delle Forze Speciali … A Nizza informammo il Colonnello BLYTHE del quartier generale della task force della settima armata americana…
capitano G. K. Long, artista di guerra, documento britannico Mission FlapAd ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto sbarcato in Francia in quel tempo… [parole del capitano Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] Mario Mascia, Op. cit.
Il maresciallo Reiter fece accompagnare da due agenti in borghese la staffetta Irene [in questa versione dei fatti la persona, costretta dai nazisti a fare da esca per attirare in trappola i due partigiani] verso la casa di Vallecrosia, dove “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], ignari, aspettavano il ritorno di chi li aveva traditi [in altre versioni della narrazione di questo tragico evento emerge, invece, una casuale scoperta di collegamenti clandestini da parte degli apparati nazisti di controllo] …
“Leo” [responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, dell’Ufficio Informazioni Militari della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”] restò gravemente ferito [era il giorno 8 febbraio 1945]. Ma anche i due agenti nemici versarono in fin di vita. “Leo” e “Rosina” fuggirono per vie diverse eludendo anche il successivo rastrellamento tedesco. “Leo” trovò rifugio nella clinica Moro sulla via Romana, dove venne medicato ma non ricoverato. Il partigiano Lotti, probabilmente avvisato da “Rosina”, o non so come, avvisò il nostro CLN di Bordighera che “un agente americano” era stato ferito e si trovava alla clinica Moro. Insieme a Renzo Biancheri “U Longu”, prelevammo “Leo” dalla Clinica Moro [n.d.r.: che era stata trasferita dal 2 gennaio 1944 a Villa Poggio Ponente di Vallecrosia] e lo portammo all’ospedale di Bordighera. Riuscimmo a ricoverarlo con un tragico stratagemma. Per i ricoveri con ferita i medici dovevano dichiarare se la ferita era stata causata da scheggia di bomba o da colpo d’arma da fuoco. All’ospedale “Leo” venne curato da due medici che conoscevo bene, il dr. Giribaldi e il dr. Gabetti, e assistito dalla caposala, infermiera Eva Pasini. Il dr. Gabetti mi disse che difficilmente “Leo” sarebbe sopravvissuto e che quindi conveniva ricoverarlo come “ferito da colpo d’arma da fuoco” e non rischiare la vita quando la polizia fascista avesse preso conoscenza del referto. Così fu fatto: “Leo” fu ricoverato e gli vennero prestate le prime cure. La Pasini mi prese da parte e mi disse che “Leo” si sarebbe potuto salvare; e che se non era morto fino ad allora sarebbe potuto sopravvivere e a quel piìunto avrebbe dovuto subire l’inevitabile interrogatorio dei nazifascisti. Il pericolo era grave e serio: “Leo” era a conoscenza di importanti particolari della struttura dei servizi di informazione. Io e Renzo Biancheri, “Rensu u Longu”, accompagnammo “Leo” giù per le scale dell’ospedale e sulla canna della mia bicicletta lo portai a casa di Renzo, dove lo nascondemmo in cantina.
Avvisammo il dr. De Paolis, che si prese cura di “Leo”: lo curai con delle flebo che gli iniettavo nelle cosce perché non ero capace di infilare l’ago nel braccio.
All’interno del CLN il fatto suscitò scalpore e innestò una approfondita discussione, che evidenziò la urgente necessità di cautelarsi con le forze alleate della vicina Francia per una maggior collaborazione e soprattutto coordinamento. Curammo “Leo” come era possibile, ma le sue condizioni permanevano critiche. Con il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia predisponemmo una barca per il trasporto in Francia. Il Gruppo Sbarchi era stato creato dal nostro CLN, che mi incaricò ufficialmente, con tanto di credenziali dell’Alto Comando, di rappresentare la Resistenza Italiana presso il comando alleato e di coordinare le loro azioni alle nostre esigenze. Alla sera convenuta imbarcammo “Leo” e Luciano “Rosina” Mannini; con Renzo “U Longu” [Biancheri] iniziammo a remare verso la costa francese. Il dr. De Paolis, viste le condizioni ormai gravi di “Leo”, mi aveva incaricato di iniettargli una fiala di adrenalina: con questa adrenalina in corpo “Leo” affrontò il viaggio. Giungemmo nel porto di Monaco, dove fummo subito presi in consegna dalle sentinelle algerine e portati all’Hotel de Paris, sede del comando francese. Riuscimmo a far ricoverare “Leo” a Nizza, ma per il resto insistetti non poco per contattare il comando inglese o quello americano, che erano gli autori della missione in Italia di “Leo”. Renzo ”Stienca” Rossi in Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)> di Giuseppe Mac Fiorucci]26 febbraio 1945 – Dal C.L.N. di Bordighera, prot. n° 2 al comandante Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] – Informava che il Comitato era entrato in contatto con il garibaldino Leo [Stefano Carabalona, già comandante di distaccamento partigiano e protagonista di eroici episodi, quali il suo contributo alla valorosa, ancorché vana difesa di Rocchetta Nervina (IM) e di Pigna (IM); artefice del ritorno da Ventimiglia (IM) via mare, con l’intervento finale di Giulio “Corsaro/Caronte” Pedretti e di Pasquale Pirata Corradi (detto anche Pascalin), ma con l’aiuto di molte altre persone, alle loro fila di alcuni ufficiali della missione alleata Flap; responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] del Secret Service [OSS statunitense] inviato a Vallecrosia dagli americani per avere notizie sulla 28^ linea; che Leo era poi stato ferito da agenti dell’U.P.I. [Ufficio Politico Investigativo della Repubblica di Salò] in seguito a una delazione del suo radiotelegrafista; che Leo era riuscito a fuggire dall’ospedale di Bordighera; che era stato prelevato da uomini del C.L.N. e ricoverato in luogo segreto in attesa di essere trasferito in Francia; che Leo aveva riferito di essere passato il 10 dicembre 1944 in Francia, che Leo aveva scritto una lettera, allegata al documento in parola, per il comandante Curto, lettera in cui Leo aveva scritto: “Era mia intenzione di recarmi presso di te per poterti dire qualche cosa che interessava sia te personalmente, sia il complesso di tutta la Divisione [II^ Divisione “Felice Cascione”]. Io sono partito per la Francia il 10 dicembre; giunto colà presi contatto con il Comando Americano di Nizza con il quale già ero in relazione da circa due mesi; presi pure contatto con il capitano inglese Bentley, il quale volle sapere da me vita e miracoli di tutti i capi: io dissi il più poco possibile e per quello che riguardava il colore politico andai coi piedi di piombo. In quei giorni prese contatto con il Comando Inglese il dott. Kanheman il quale si sbottonò facendo 53 profili per iscritto di tutti i capi dell’allora Divisione “F. Cascione”. Appena io sentii le sue bellicose intenzioni, da buon garibaldino, lo incontrai e misi in luce a lui e a quanti erano con lui (gli altri erano bravi figlioli e furono subito d’accordo con me) quanto di poco simpatico stessero facendo. D’allora stetti più in guardia. In ogni modo so con precisione che di parecchi capi ha dato giudizi un po’ avventati di Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale al Comando Operativo della I^ Zona Liguria], Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione], Orsini [Agostino Bramè, commissario della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione] ed altri. Insomma ho creduto bene che tu sappia che questo signore si è presentato agli inglesi come l’anima e il cervello della Divisione, critico di tutto e di tutti, tu stesso non escluso. Io e Lolly [Giuseppe Longo, vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] in compenso abbiamo scritto parecchio sulla 2a Divisione Garibaldina e sul suo comandante e sono convinto che chiunque leggerà quelle modeste righe di modesti eroismi non potrà che meravigliarsi. I francesi parlano sovente di occupare fino a S.Remo, e siccome hanno sul fronte qualche battaglione potrebbero anche farlo; ad evitare ciò basterebbe l’occupazione fatta Mezz’ora prima dai garibaldini. Noi avevamo a che fare con gli americani che comandano questo fronte. Per conto mio, sono molto migliori degli inglesi, con noi poi vanno molto d’accordo. Giorni fa è arrivato in Francia il fratello di Kanheman (il fratello maggiore è andato a Roma) il quale dev’essere andato in Francia per dire agli inglesi che qui il patriottismo è divenuto banditismo, ecc… Ti prego di dire a Vittò che mi tenga sempre presente come suo garibaldino perché tutto il lavoro che faccio, l’ho fatto e lo continuerò a fare come Garibaldino della 2a Divisione Garibaldi. Io tornerò in Francia fra una decina di giorni anche perché la mia ferita me lo impone (non sono riusciti a prendermi, però mi hanno ferito allo stomaco) e se sia tu o Simon o qualche altro vuol darmi qualche incarico sarò ben lieto di rendermi utile Ti saluto caramente tuo Leo” . 10 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 410, al CLN di Bordighera – Invitava ad “intrattenere maggiori rapporti tra i due Comitati, mediante staffette che portino notizie riguardanti movimenti di truppa e segnalino eventuali bombardamenti”. Segnalava che il Comando Operativo della I^ Zona Liguria desiderava inviare alcuni documenti in Francia tramite “Leo” [Stefano Carabalona, che, ferito, dal 5 marzo era già stato portato in salvo in Costa Azzurra] e di conseguenza chiedeva la data in cui fosse stato disponibile “Leo”. Comunicava che 6 uomini dovevano varcare il confine. 12 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 424, a “Capitano Roberta” [Robert Bentley, capitano del SOE britannico, ufficiale di collegamento alleato con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] – Comunicava che… quel giorno stesso il CLN di Bordighera aveva avvertito che “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], accompagnati da altri due partigiani [Renzo Biancheri e Renzo Rossi], erano, nella notte tra il 5 ed il 6 marzo partiti per la Francia; che “Leo” era sempre ferito; che il suo passaggio in Francia era stato affrettato. Da documenti IsrecIm in Rocco Fava,Op. cit.
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Ho conosciuto il maggiore Temple, che era sceso in paracadute nelle Langhe
Il maggiore Temple e Enrico Martini (Mauri). Fonte: Casa della Memoria di Vinchio cit. infraNell’estate del 1944 le Langhe sono, di fatto, controllate dai partigiani: Mauri forma due divisioni autonome, la prima comandata da Mario Bogliolo e la seconda da Poli, mentre Nanni organizza i suoi uomini nella VI divisione Garibaldi.
Attorno a Canelli agisce la 78° brigata Garibaldi di Primo Rocca e nell’acquese opera la 79° brigata garibaldina di Pietro Minetti Mancini.
È la grande stagione della Resistenza, quando l’avanzata alleata dal Sud e la crescente forza dei partigiani diffondo l’illusione che la guerra possa vittoriosamente finire prima dell’inverno.
Mentre i garibaldini danno vita a esperienze di autogoverno democratico locale in molti centri delle Langhe, Mauri progetta e realizza l’occupazione di Alba, che avviene il 10 ottobre. […] La prima missione alleata che giunge nelle Langhe è quella comandata dal Maggiore Neville Lawrence Darewski detto Temple.
Nato a Londra il 21 maggio 1914, figlio del compositore di origine polacca Herman Darewski e dell’attrice Madge Temple, ufficiale del Royal Army Ordnance Corps dal marzo 1940, il Maggiore è il responsabile del nucleo SOE destinato al Piemonte. Paracadutato ad Igliano, nell’Alta Langa il 7 agosto 1944, Temple incontra a Torino i vertici della Resistenza piemontese e compie ricognizioni operative nelle valli cuneesi.
Al suo ritorno nelle Langhe si attiva con Piero Balbo Poli per costruire un piccolo aeroporto partigiano a Vesime.
Nella tarda estate del 1944, il Maggiore Darewski [Temple] venne paracadutato tra i partigiani, in quel momento organizzati in due formazioni, una comandata da Mauri (Autonomi) e una comandata da Nanni (Garibaldini) […].
Tra i vari compiti svolti, […] il Maggiore organizzò i partigiani, pianificò aiuti aerei e lanci e costruì una pista di atterraggio per i Lysander a Vesime a Val Bormida di Millesio.
Casa della Memoria della Resistenza e della Deportazione di VinchioUna volta in Langa, Mauri non tardò a riavere in pugno la situazione. Già il 6 agosto accolse la Missione paracadutata del maggiore inglese “Temple” (che si spostò poi al Pino di Baracco e sulla Tura, dove avvennero numerosi aviolanci di materiali raccolti e smistati dal distaccamento di Beppe Milano, un tenente fariglianese esperto e volitivo, reduce di Russia e allora capo di un gruppo di bravi ragazzi di Mondovì e dintorni, fra i quali saliva spesso don Beppe Bruno).
Una pista d’atterraggio e decollo per altre missioni alleate e per l’invio di feriti in ospedali in zone dell’Italia già liberata fu realizzata nel cuore della Langa, a Vesime. Dalla val Ellero partirono [n.d.r.: con uno dei tre gruppi in cui si divise, per rientrare facendo un’ultima tappa a Pigna in provincia di Imperia nelle linee alleate, la Missione Flap] , a fine settembre, il professore villanovese Giovanni Bessone e l’avv. Augusto Astengo per riferire, dopo un viaggio molto avventuroso, al Governo legittimo la situazione del sud Piemonte.Trovarono parecchie diffidenze; ma Bessone riuscì a infilarci, di suo, un sollecito al principe Umberto perché si trasferisse al Nord.
Redazione, Mondovì e il Monregalese in lotta per la libertà, Unione Monregalese, 21 aprile 2015Nell’agosto ’44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore “Temple”, missione “Flap”. Cfr. M. BERRETTINI, op. cit., p. 38. “Temple” (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell’esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono.
Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in ValsesiaIl 20 ottobre 1944 il comandante Nino Siccardi “Curto” con la scorta di 5 partigiani tornò momentaneamente ad Upega per procedere alla messa in salvo anche dei patrioti feriti che là erano rimasti.
[…] Nei primi giorni di permanenza a Fontane avvenne l’incontro tra “Curto” ed il maggiore inglese Temple (Darewski): “Curto” chiese un consistente aiuto militare per le sue formazioni: la riunione si concluse, tuttavia, con un nulla di fatto.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Ho conosciuto il maggiore Temple, capo della missione delle Special Forces presso le formazioni autonome Mauri; era sceso il 7 agosto 1944 in paracadute sul campo di Igliano nelle Langhe. L’ho visto, per la prima volta, poco dopo il suo arrivo, nel castello di Ciglié dove si era sistemato con la sua missione e dove io avevo la mia base quando mi recavo presso le formazioni Mauri.
Già nel gennaio precedente avevo avuto modo di apprezzare l’efficenza della collaborazione tra gli Alleati e le formazioni partigiane italiane; è di quell’epoca il mio ansioso ascolto di radio Londra che doveva preannunciare, con la frase convenuta: «Arrivano i capitani», il lancio di materiale alla formazione autonoma del capitano Cosa nell’alta valle Pesio a quota 1800 metri; avevo visto i famosi Sten e l’esplosivo plastico che dalla valle portavo a Cuneo, distante una ventina di chilometri, con i relativi detonatori e micce, per essere destinato ai gruppi di sabotatori a Torino.
Ma l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti.
Il maggiore Temple sentì profondamente – e ce ne fece sentire partecipi – questa nostra legittimazione: tutta la sua, purtroppo breve, presenza tra di noi fu improntata dalla consapevolezza di trovarsi tra amici, di essere un soldato tra soldati e un uomo tra uomini.
Io lo ricordo così a Ciglié: robusto ma agile, bruno di capelli e abbronzato, sotto i grossi occhiali gli occhi brillanti ed espressivi, di temperamento cordiale e comunicativo, sempre allegro. Ha già conosciuto, nel corso di diverse sue missioni, i partigiani di altre nazioni e sa come farsi voler bene. Non parla perfettamente l’italiano ma si fa capire e capisce e intuisce tutto. A Ciglié, nel momenti liberi, simpatizza con tutti, inventa il “toto-Liberazione”, lanciando una moneta per aria e scommettendo al gioco di testa e croce. A me consegna metà biglietto da dieci lire (che conservo ancora) quale eventuale mezzo di riconoscimento nei messaggi. Amava guidare le automobili, anche l’autoblinda che il tenente Ippolito aveva catturato ai tedeschi. Con Mauri raggiunse, dopo una settimana dal suo arrivo, le formazioni della valle Pesio e da lì le formazioni Giustizia e libertà in valle Stura e nelle valli Grana e Gesso; a Demonte e a Valdieri conosce e si fa conoscere dai comandanti e dai rappresentanti politici.
Ha grande considerazione per il CLN piemontese; ciò lo induce ad affrontare un avventuroso viaggio a Torino, dove conosce, tra il 28 ottobre e il 4 novembre 1944, tutti gli esponenti dei partiti e delle formazioni militari della Resistenza, nonché importanti esponenti della industria torinese.
In breve tempo ha conquistato la stima, l’ammirazione, la simpatia di tutti, compresi gli esponenti delle formazioni Garibaldi.
Ma arrivano momenti tristi e dolorosi.
Alla sera del 12 novembre 1944 i nazifascisti iniziano un attacco – grande per vastità e territorio e per mezzi impiegati – nelle Langhe dove, in pieno giorno, era stato paracadutato ai partigiani molto materiale bellico, ma purtroppo non i cannoni che Temple aveva chiesto. Il giorno 15 Ciglié rischia l’accerchiamento e la missione inglese al completo sale su un camioncino, di quelli che hanno il cassone scoperto; in cabina l’autista e l’interprete; io, Temple e gli inglesi, tutti in divisa, seduti sul materiale nel cassone scoperto.
Ci dirigiamo a Marsaglia, sentiamo scoppiare le bombe da mortaio sempre più vicine: i nemici avevano sfondato le nostre linee di difesa in più punti. A Marsaglia Temple aveva alcune cose da sbrigare; salta giù dal camion e va al magazzino della prima divisione Langhe. Quando esce viene trattenuto a lungo da un comandante partigiano; noi sul camion l’aspettiamo, ansiosi di ripartire; attorno non c’era più nessuno.
Erano circa le dieci del mattino. Il nostro camion era fermo all’angolo di uno spiazzo, sulla nostra sinistra un muro a secco, poco più avanti iniziava una stretta stradina che, in discesa, curvava per uscire dal paese. Lo richiamiamo parecchie volte, siamo impazienti a causa delle esplosioni sempre più vicine. Il camion inizia a muoversi lentamente e Temple, che era atletico e agile pur nella sua robustezza, correndo raggiunge la fiancata sinistra del cassone. Si aggrappa con le mani al bordo e cerca di spiccare un salto verso l’interno.
Restò appeso a mezz’aria davanti alla ruota posteriore e non poté più muoversi.
L’autista era stato costretto a spostarsi a sinistra, verso il muro a secco, poiché dalla parte opposta stava sopraggiungendo dalla curva contromano un carro trainato da buoi con un carico di paglia.
Temple rimane schiacciato tra il muro e la fiancata del camion, fece due giri su se stesso e cadde a terra.
Nel mio ricordo, rivedo i suoi occhi sbarrati dal dolore.
Lo portammo a Murazzano; l’ospedale e l’intero paese erano nel caos, stavano evacuando i feriti. Temple chiede notizie sulla battaglia in corso a Mauri, il quale ci offre un’automobile per proseguire per l’ospedale di Cortemilia, località decentrata e più sicura.
Temple stava male, era grave; «Lussia – così mi chiamava – ho sete» erano le sue uniche parole; ogni tanto ci fermavamo a riempire la bottiglia di acqua.
All’ospedale di Cortemilia fecero di tutto per salvarlo, ma nonostante le cure, alle ore 14 dello stesso giorno 15 novembre 1944 cessò di vivere per emorragia interna.
La sua salma fu trasferita al Sud con lo stesso aereo, sceso al campo di Vesime (che lui aveva ideato e voluto). L’aereo aveva trasportato tra di noi la nuova missione inglese del colonnello Stevens e del maggiore Ballard, che parteciparono alla liberazione del Piemonte.
Lucia Boetto Testori, La missione Temple nelle Langhe in AA.VV., No. 1 Special Force nella Resistenza italiana. Vol. I, Atti del convegno di studio tenutosi a Bologna, 28-30 aprile 1987, sotto gli auspici dell’Università di Bologna, nell’ambito delle celebrazioni per il IX centenario, FIAP – Editrice Clueb Bologna, 1990#12 #1944 #agosto #alleati #autonomi #badogliani #EnricoMartini #fascisti #Flap #Graibaldi #Langhe #LuciaBoettoTestori #maggiore #MarilenaVittone #MarsagliaCN_ #Mauri #missione #NevilleLawrenceDarewski #novembre #ottobre #partigiani #Piemonte #PignaIM_ #Resistenza #RoccoFava #SOE #SpecialForces #tedeschi #Temple #VesimeAT_
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Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia
Buggio, Frazione del comune di Pigna (IM)Pagasempre [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”], che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
«Hai visto il gruppo di Carabalona? [n.d.r.: Stefano “Leo” Carabalona, già comandante di Distaccamenti, era di lì a diventare capo della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato a Nizza]».
«L’ho visto dirigersi verso il cimitero e scomparve alla mia vista».
«Continua nella tua narrazione».
«Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia e vidi Fragola-Doria, che ad una curva sul ciglio di un dirupo si era fermato, aveva fatto un passo indietro per caricare il mitra e mettersi in migliore posizione di tiro, ma aveva messo un piede in fallo, mentre una raffica mi parve l’avesse colpito, e precipitò nel burrone sottostante. Eravamo presso la Madonna di Passoscio. Quando lo andai a prelevare, alcuni giorni dopo, mi disse che era stato ferito e nel rotolare, ridotto all’inazione, non sapeva orientarsi anche perchè aveva rotto gli occhiali. Due ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi o cecoslovacchi, lo avevano raggiunto in fondo alla scarpata e lo avevano piantonato in attesa di ordini dal loro comandante, sulla sua sorte. Era stordito, dolorante, esausto, quasi semincosciente e gli pareva di udire i nazisti che gli chiedevano di portarli con lui perchè volevano farsi partigiani. Ma il loro comportamento dichiarò le loro intenzioni. Lo abbandonarono lasciandogli la pistola e la borsa con le carte topografiche».
Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
Era stato un pastore, un suo conoscente che lo aveva guidato là, ritenendo la posizione sufficientemente sicura. Fu quello stesso pastore che nei giorni successivi li avvertiva delle posizioni dei tedeschi, e di aver visto i partigiani camminare con passo normale e ben affardellati verso Langan, da diverse strade.
Rimanevano però nei dintorni di Pigna e di Castelvittorio molti uomini sbandati ed il rastrellamento nazista insisteva. Bisognava abbandonare la zona.
Zoroddu e Pagasempre decisero di raggiungere alcune campagne di Castelvittorio, dove il maggiore contava degli amici. Con prudenza il gruppo viaggiava di buon mattino e la sera, per non essere visti. Raggiunsero Gordale.
Qui li raggiunse il partigiano Ammiraglio (Rebaudo Stefano) ad annunciare che Fragola-Doria era stato raccolto da un pastore, in cattive condizioni di salute. Rivolgendosi in particolare a Pagasempre. lo pregava di organizzare un suo recupero. Fu un abitante di Castelvittorio, il paese degli uomini generosi, che si prestò, col suo mulo ad andare a prendere Fragola-Doria. Lo trovarono in vere condizioni pietose. Ciò che più lo affliggeva era il non aver più gli occhiali. Aveva una larga ferita alla coscia destra ed era in suppurazione.
Riprende Fragola-Doria:
«Le ragazze che mi assistevano, mi portarono dei libri, da leggere, di Nino Salvaneschi. La notizia che io fossi lì si sparse. Devo ancora narrare un episodio che denotava il mio stato febbrile. Le ragazze mi portavano delle fette di pane biscottato all’olio e me le mandava la madre di Ammiraglio, un nostro partigiano. Nel mio rifugio vi erano dei grossi topi ed una notte ebbi l’impressione che mi volessero aggredire. Per allontanarli presi un pane e lo scaraventai contro di loro. Ho visto che i topi si erano precipitati su quel pane. Allora ho capito che i topi sentivano l’odore del pane condito impastato con l’olio. In quella grotta sentivo dei dolori acuti in tutto il corpo. Pagasempre seppe del mio rifugio e venne con dei muli e mi portò dove lui si trovava, in Gordale, dove fui visitato e curato dal dottore Prof. Moro, che mi disse: “Tu fisicamente ora sei guarito, ma sei ridotto a sole ossa. Devi curarti”. Mi curarono Pagasempre ed il maggiore Zoroddu ed altri partigiani che non avevano seguito gli altri in Piemonte».
A conferma di questo continua Pagasempre.
«Fu il Prof. Moro di Castelvittorio che si prestò a medicare e a curare Fragola-Doria. Egli, da una narrazione del tempo, era stato, dopo l’abbandono dei due ausiliari tedeschi, per qualche giorno immobile. Solo la notte si trascinava attorno in cerca di castagne per cibarsi. Gli occorse un mese per guarire».
Rio Gordale
In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. Altro scopo della missione
era di procurare gli occhiali a Fragola-Doria.
Il viaggio fu lungo e non privo di avventure, degno di un racconto a parte. Ecco il suo racconto:
« Giunto a Poggio e fattomi riconoscere, mi portarono in una casa di campagna sopra il campo sportivo di Sanremo. Stetti tre giorni. Mi consegnarono gli occhiali per Fragola-Doria ed una forte somma di danaro da consegnare a Zoroddu. Giunto a Gordale, con quello che avevo portato, l’esistenza divenne più umana. Comperammo un vitello per sfamare il distaccamento e farina e pane. Curammo Fragola-Doria che con una alimentazione buona si rimise in forze. I tedeschi si erano accorti dell’esistenza del gruppo di Gordale. Lo aveva comunicato un tale di Castevittorio, che aveva osservato un ufficiale tedesco che teneva puntato un cannocchiale sul luogo. I tedeschi a Pigna e a Castelvittorio erano molti, ma anche i partigiani di Castevittorio erano rimasti sul luogo ed avevano rafforzato il distaccamento, tenendosi sbandati ma ben collegati. I tedeschi, per la sempre misteriosa voce di informatori prezzolati, sapevano che a Gordale viveva Zoroddu, che essi credevano il capo dei partigiani della zona ed erano anche a conoscenza che Fragola-Doria era ferito. Inoltre sapevano che il dott. prof. Moro curava i feriti partigiani e lo ricercavano. Partì da Castelvittorio una spedizione tedesca. I partigiani di Gordale fecero in tempo a rintanarsi. Lilli non aveva voluto seguirli e fu scoperto una mattina con la sua donna. Si salvò per aver lanciato alcune bombe a mano e fuggì con alcuni dei suoi uomini.
Per ritorsione i tedeschi catturarono tredici persone trovate nei campi a lavorare. Vi erano tra essi donne e bambini. Il parroco del luogo, Don Aldo Caprile, si offerse vittima per loro, ma i tedeschi fucilarono [3 dicembre 1944] i tredici, senza pietà, su un costone sopra il paese».
don Ermando Micheletto, La V ^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 199-202#10 #1944 #3 #alleati #ArmandoIzzo #Buggio #CastelvittorioIM_ #dicembre #donErmandoMicheletto #fascisti #FulvioVicàri #Lilli #ottobre #Pagasempre #partigiani #PignaIM_ #Resistenza #StefanoLeoCarabalona #tedeschi
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Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia
Buggio, Frazione del comune di Pigna (IM)Pagasempre [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”], che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
«Hai visto il gruppo di Carabalona? [n.d.r.: Stefano “Leo” Carabalona, già comandante di Distaccamenti, era di lì a diventare capo della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato a Nizza]».
«L’ho visto dirigersi verso il cimitero e scomparve alla mia vista».
«Continua nella tua narrazione».
«Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia e vidi Fragola-Doria, che ad una curva sul ciglio di un dirupo si era fermato, aveva fatto un passo indietro per caricare il mitra e mettersi in migliore posizione di tiro, ma aveva messo un piede in fallo, mentre una raffica mi parve l’avesse colpito, e precipitò nel burrone sottostante. Eravamo presso la Madonna di Passoscio. Quando lo andai a prelevare, alcuni giorni dopo, mi disse che era stato ferito e nel rotolare, ridotto all’inazione, non sapeva orientarsi anche perchè aveva rotto gli occhiali. Due ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi o cecoslovacchi, lo avevano raggiunto in fondo alla scarpata e lo avevano piantonato in attesa di ordini dal loro comandante, sulla sua sorte. Era stordito, dolorante, esausto, quasi semincosciente e gli pareva di udire i nazisti che gli chiedevano di portarli con lui perchè volevano farsi partigiani. Ma il loro comportamento dichiarò le loro intenzioni. Lo abbandonarono lasciandogli la pistola e la borsa con le carte topografiche».
Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
Era stato un pastore, un suo conoscente che lo aveva guidato là, ritenendo la posizione sufficientemente sicura. Fu quello stesso pastore che nei giorni successivi li avvertiva delle posizioni dei tedeschi, e di aver visto i partigiani camminare con passo normale e ben affardellati verso Langan, da diverse strade.
Rimanevano però nei dintorni di Pigna e di Castelvittorio molti uomini sbandati ed il rastrellamento nazista insisteva. Bisognava abbandonare la zona.
Zoroddu e Pagasempre decisero di raggiungere alcune campagne di Castelvittorio, dove il maggiore contava degli amici. Con prudenza il gruppo viaggiava di buon mattino e la sera, per non essere visti. Raggiunsero Gordale.
Qui li raggiunse il partigiano Ammiraglio (Rebaudo Stefano) ad annunciare che Fragola-Doria era stato raccolto da un pastore, in cattive condizioni di salute. Rivolgendosi in particolare a Pagasempre. lo pregava di organizzare un suo recupero. Fu un abitante di Castelvittorio, il paese degli uomini generosi, che si prestò, col suo mulo ad andare a prendere Fragola-Doria. Lo trovarono in vere condizioni pietose. Ciò che più lo affliggeva era il non aver più gli occhiali. Aveva una larga ferita alla coscia destra ed era in suppurazione.
Riprende Fragola-Doria:
«Le ragazze che mi assistevano, mi portarono dei libri, da leggere, di Nino Salvaneschi. La notizia che io fossi lì si sparse. Devo ancora narrare un episodio che denotava il mio stato febbrile. Le ragazze mi portavano delle fette di pane biscottato all’olio e me le mandava la madre di Ammiraglio, un nostro partigiano. Nel mio rifugio vi erano dei grossi topi ed una notte ebbi l’impressione che mi volessero aggredire. Per allontanarli presi un pane e lo scaraventai contro di loro. Ho visto che i topi si erano precipitati su quel pane. Allora ho capito che i topi sentivano l’odore del pane condito impastato con l’olio. In quella grotta sentivo dei dolori acuti in tutto il corpo. Pagasempre seppe del mio rifugio e venne con dei muli e mi portò dove lui si trovava, in Gordale, dove fui visitato e curato dal dottore Prof. Moro, che mi disse: “Tu fisicamente ora sei guarito, ma sei ridotto a sole ossa. Devi curarti”. Mi curarono Pagasempre ed il maggiore Zoroddu ed altri partigiani che non avevano seguito gli altri in Piemonte».
A conferma di questo continua Pagasempre.
«Fu il Prof. Moro di Castelvittorio che si prestò a medicare e a curare Fragola-Doria. Egli, da una narrazione del tempo, era stato, dopo l’abbandono dei due ausiliari tedeschi, per qualche giorno immobile. Solo la notte si trascinava attorno in cerca di castagne per cibarsi. Gli occorse un mese per guarire».
Rio Gordale
In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. Altro scopo della missione
era di procurare gli occhiali a Fragola-Doria.
Il viaggio fu lungo e non privo di avventure, degno di un racconto a parte. Ecco il suo racconto:
« Giunto a Poggio e fattomi riconoscere, mi portarono in una casa di campagna sopra il campo sportivo di Sanremo. Stetti tre giorni. Mi consegnarono gli occhiali per Fragola-Doria ed una forte somma di danaro da consegnare a Zoroddu. Giunto a Gordale, con quello che avevo portato, l’esistenza divenne più umana. Comperammo un vitello per sfamare il distaccamento e farina e pane. Curammo Fragola-Doria che con una alimentazione buona si rimise in forze. I tedeschi si erano accorti dell’esistenza del gruppo di Gordale. Lo aveva comunicato un tale di Castevittorio, che aveva osservato un ufficiale tedesco che teneva puntato un cannocchiale sul luogo. I tedeschi a Pigna e a Castelvittorio erano molti, ma anche i partigiani di Castevittorio erano rimasti sul luogo ed avevano rafforzato il distaccamento, tenendosi sbandati ma ben collegati. I tedeschi, per la sempre misteriosa voce di informatori prezzolati, sapevano che a Gordale viveva Zoroddu, che essi credevano il capo dei partigiani della zona ed erano anche a conoscenza che Fragola-Doria era ferito. Inoltre sapevano che il dott. prof. Moro curava i feriti partigiani e lo ricercavano. Partì da Castelvittorio una spedizione tedesca. I partigiani di Gordale fecero in tempo a rintanarsi. Lilli non aveva voluto seguirli e fu scoperto una mattina con la sua donna. Si salvò per aver lanciato alcune bombe a mano e fuggì con alcuni dei suoi uomini.
Per ritorsione i tedeschi catturarono tredici persone trovate nei campi a lavorare. Vi erano tra essi donne e bambini. Il parroco del luogo, Don Aldo Caprile, si offerse vittima per loro, ma i tedeschi fucilarono [3 dicembre 1944] i tredici, senza pietà, su un costone sopra il paese».
don Ermando Micheletto, La V ^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 199-202#10 #1944 #3 #alleati #ArmandoIzzo #Buggio #CastelvittorioIM_ #dicembre #donErmandoMicheletto #fascisti #FulvioVicàri #Lilli #ottobre #Pagasempre #partigiani #PignaIM_ #Resistenza #StefanoLeoCarabalona #tedeschi