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  1. Chanel N°5: l’errore che profuma di genio

    Immaginate un profumo nato per sbaglio, scelto perché “quello sbagliato”, e diventato il più venduto della storia: benvenuti nel mondo di Chanel N°5, dove l’errore di laboratorio è genio, il numero 5 è un talismano e Coco Chanel è la regista di un colpo di stato olfattivo.

    Era il 5 maggio 1921 — quinto giorno, quinto mese, perché il 5 era il suo numero fortunato e la “quintessenza” degli alchimisti — quando Gabrielle “Coco” Chanel, orfana diventata regina della moda, lanciò un profumo che non profumava di mughetto romantico, ma di donna, di pulito, di scandalo. Ernest Beaux, il profumiere, le presentò dieci campioni: lei scelse il N°5, quello “sbagliato”, dove l’assistente aveva esagerato con le aldeidi, quei composti organici dal sentore saponeoso che trasformarono un errore in rivoluzione. Si racconta che, subito dopo, Coco portò Beaux a pranzo, si spruzzò il profumo e le donne in sala fecero la fila per chiedere: “Ma cos’è?” Il resto è storia, ma una storia con il turbo.

    Perché Chanel N°5 non era solo un profumo: era un manifesto. Mentre le altre donne si avvolgevano nel mughetto, Coco optò per un bouquet “provocante” di gelsomino e muschio — il profumo delle prostitute dell’epoca, per intenderci — unito a 80 ingredienti tra centifoglia, fiore d’arancio, neroli, vetiver di Haiti, fava tonka, ylang-ylang, iris, vaniglia, limone e… fragola. Sì, fragola. E le aldeidi, quelle sì che erano l’arma segreta: garantivano una persistenza che gli altri profumi si sognavano, e facevano di N°5 il quarto in assoluto a contenerle, dopo Reve d’Or, Floramye e Quelques Fleurs. Ma Coco non voleva essere la quarta: voleva essere la prima. E ci riuscì.

    La bottiglia? Un’altra rivoluzione. Semplice, trasparente, da farmacia, come a dire: “Il lusso vero non ha bisogno di fronzoli”. Etichetta bianca e nera, minimalista, quasi a sfidare lo sfarzo dell’epoca. La prima, del 1919, era più piccola, arrotondata, e si dice ricordasse la fiaschetta di whisky del suo amante, il granduca Dmitrij Pavlovic Romanov — cugino dello zar Nicola II, fratello della Granduchessa Maria Pavlovna e, si mormora, uno di quelli che hanno spedito Rasputin all’altro mondo. Il tappo? In vetro all’inizio, poi modificato svariate volte fino al 1986, quando finalmente trovò l’armonia con la bottiglia. Tagliato come una pietra preziosa, ottagonale, si è ingrandito nei decenni, diventando un’icona a sé. Nel 1959, il flacone entrò nel MoMA di New York: non più solo profumo, ma opera d’arte. Andy Warhol lo immortalò nella sua pop art “Ads: Chanel”. Marilyn Monroe, invece, lo consacrò con una frase: “Per dormire indosso qualche goccia di Chanel N°5”. E chi siamo noi per darle torto?

    Nel 1924, Coco firmò un contratto con Pierre Wertheimer per creare Les Parfums Chanel: nasceva la profumeria industriale del brand, e con essa un mito che avrebbe venduto oltre 80 milioni di flaconi. Nel 2021, per il centenario, Chanel ha lanciato una collezione di alta gioielleria ispirata al profumo, con una collana ornata da un diamante di 55,55 carati. Perché se devi festeggiare 100 anni, lo fai in grande.

    E così, Chanel N°5 resta lì, a oltre un secolo di distanza, come un monito: a volte l’errore è genio, a volte il numero 5 porta fortuna, e a volte una donna con un’idea e un po’ di audacia può cambiare il mondo — o almeno, il modo in cui il mondo profuma.

    Fashion Blogger: Paola Moretti
    Fonte: Chanel, Delacoute Paris, Web
    Immagine: AI
    #5Maggio #5Maggio1921 #AdsChanel #alchimisti #aldeidi #AndyWarhol #brand #campioneSbagliato #centifoglia #Chanel #ChanelN5 #CocoChanel #CuriositàDiModa #curiositàDiStile #DmitrijPavlovicRomnov #Donna #ErnestBeaux #erroreDiLaboratorio #favaTonka #fiaschettaDiWhisky #fioreDArancio #Floramaye #fragola #GabrielleChanel #GabrielleCocoChanel #Gelsomino #Haiti #Iho #Iris #LesParfumsChanel #Limone #MariaPavlovna #MarilynMonroe #minimalismo #MoMA #muschio #natoPerSbaglio #N5ByChanel #N5Chanel #neroli #NewYork #PaolaMoretti #Parfum #PerfettamenteChic #PierreWertheimer #pietraPreziosa #Profumiere #Profumo #QuelquesFleurs #Rasputin #reginaDellaModa #ReveDOr #Romanov #Romantico #SapevateChe #scandalo #StoriaDellaModa #talismano #vaniglia #vetiverDiHaiti #whisky #ylangYlang #ZarNicolaII
  2. Chanel N°5: l’errore che profuma di genio

    Immaginate un profumo nato per sbaglio, scelto perché “quello sbagliato”, e diventato il più venduto della storia: benvenuti nel mondo di Chanel N°5, dove l’errore di laboratorio è genio, il numero 5 è un talismano e Coco Chanel è la regista di un colpo di stato olfattivo.

    Era il 5 maggio 1921 — quinto giorno, quinto mese, perché il 5 era il suo numero fortunato e la “quintessenza” degli alchimisti — quando Gabrielle “Coco” Chanel, orfana diventata regina della moda, lanciò un profumo che non profumava di mughetto romantico, ma di donna, di pulito, di scandalo. Ernest Beaux, il profumiere, le presentò dieci campioni: lei scelse il N°5, quello “sbagliato”, dove l’assistente aveva esagerato con le aldeidi, quei composti organici dal sentore saponeoso che trasformarono un errore in rivoluzione. Si racconta che, subito dopo, Coco portò Beaux a pranzo, si spruzzò il profumo e le donne in sala fecero la fila per chiedere: “Ma cos’è?” Il resto è storia, ma una storia con il turbo.

    Perché Chanel N°5 non era solo un profumo: era un manifesto. Mentre le altre donne si avvolgevano nel mughetto, Coco optò per un bouquet “provocante” di gelsomino e muschio — il profumo delle prostitute dell’epoca, per intenderci — unito a 80 ingredienti tra centifoglia, fiore d’arancio, neroli, vetiver di Haiti, fava tonka, ylang-ylang, iris, vaniglia, limone e… fragola. Sì, fragola. E le aldeidi, quelle sì che erano l’arma segreta: garantivano una persistenza che gli altri profumi si sognavano, e facevano di N°5 il quarto in assoluto a contenerle, dopo Reve d’Or, Floramye e Quelques Fleurs. Ma Coco non voleva essere la quarta: voleva essere la prima. E ci riuscì.

    La bottiglia? Un’altra rivoluzione. Semplice, trasparente, da farmacia, come a dire: “Il lusso vero non ha bisogno di fronzoli”. Etichetta bianca e nera, minimalista, quasi a sfidare lo sfarzo dell’epoca. La prima, del 1919, era più piccola, arrotondata, e si dice ricordasse la fiaschetta di whisky del suo amante, il granduca Dmitrij Pavlovic Romanov — cugino dello zar Nicola II, fratello della Granduchessa Maria Pavlovna e, si mormora, uno di quelli che hanno spedito Rasputin all’altro mondo. Il tappo? In vetro all’inizio, poi modificato svariate volte fino al 1986, quando finalmente trovò l’armonia con la bottiglia. Tagliato come una pietra preziosa, ottagonale, si è ingrandito nei decenni, diventando un’icona a sé. Nel 1959, il flacone entrò nel MoMA di New York: non più solo profumo, ma opera d’arte. Andy Warhol lo immortalò nella sua pop art “Ads: Chanel”. Marilyn Monroe, invece, lo consacrò con una frase: “Per dormire indosso qualche goccia di Chanel N°5”. E chi siamo noi per darle torto?

    Nel 1924, Coco firmò un contratto con Pierre Wertheimer per creare Les Parfums Chanel: nasceva la profumeria industriale del brand, e con essa un mito che avrebbe venduto oltre 80 milioni di flaconi. Nel 2021, per il centenario, Chanel ha lanciato una collezione di alta gioielleria ispirata al profumo, con una collana ornata da un diamante di 55,55 carati. Perché se devi festeggiare 100 anni, lo fai in grande.

    E così, Chanel N°5 resta lì, a oltre un secolo di distanza, come un monito: a volte l’errore è genio, a volte il numero 5 porta fortuna, e a volte una donna con un’idea e un po’ di audacia può cambiare il mondo — o almeno, il modo in cui il mondo profuma.

    Fashion Blogger: Paola Moretti
    Fonte: Chanel, Delacoute Paris, Web
    Immagine: AI
    #5Maggio #5Maggio1921 #AdsChanel #alchimisti #aldeidi #AndyWarhol #brand #campioneSbagliato #centifoglia #Chanel #ChanelN5 #CocoChanel #CuriositàDiModa #curiositàDiStile #DmitrijPavlovicRomnov #Donna #ErnestBeaux #erroreDiLaboratorio #favaTonka #fiaschettaDiWhisky #fioreDArancio #Floramaye #fragola #GabrielleChanel #GabrielleCocoChanel #Gelsomino #Haiti #Iho #Iris #LesParfumsChanel #Limone #MariaPavlovna #MarilynMonroe #minimalismo #MoMA #muschio #natoPerSbaglio #N5ByChanel #N5Chanel #neroli #NewYork #PaolaMoretti #Parfum #PerfettamenteChic #PierreWertheimer #pietraPreziosa #Profumiere #Profumo #QuelquesFleurs #Rasputin #reginaDellaModa #ReveDOr #Romanov #Romantico #SapevateChe #scandalo #StoriaDellaModa #talismano #vaniglia #vetiverDiHaiti #whisky #ylangYlang #ZarNicolaII
  3. Chanel N°5: l’errore che profuma di genio

    Immaginate un profumo nato per sbaglio, scelto perché “quello sbagliato”, e diventato il più venduto della storia: benvenuti nel mondo di Chanel N°5, dove l’errore di laboratorio è genio, il numero 5 è un talismano e Coco Chanel è la regista di un colpo di stato olfattivo.

    Era il 5 maggio 1921 — quinto giorno, quinto mese, perché il 5 era il suo numero fortunato e la “quintessenza” degli alchimisti — quando Gabrielle “Coco” Chanel, orfana diventata regina della moda, lanciò un profumo che non profumava di mughetto romantico, ma di donna, di pulito, di scandalo. Ernest Beaux, il profumiere, le presentò dieci campioni: lei scelse il N°5, quello “sbagliato”, dove l’assistente aveva esagerato con le aldeidi, quei composti organici dal sentore saponeoso che trasformarono un errore in rivoluzione. Si racconta che, subito dopo, Coco portò Beaux a pranzo, si spruzzò il profumo e le donne in sala fecero la fila per chiedere: “Ma cos’è?” Il resto è storia, ma una storia con il turbo.

    Perché Chanel N°5 non era solo un profumo: era un manifesto. Mentre le altre donne si avvolgevano nel mughetto, Coco optò per un bouquet “provocante” di gelsomino e muschio — il profumo delle prostitute dell’epoca, per intenderci — unito a 80 ingredienti tra centifoglia, fiore d’arancio, neroli, vetiver di Haiti, fava tonka, ylang-ylang, iris, vaniglia, limone e… fragola. Sì, fragola. E le aldeidi, quelle sì che erano l’arma segreta: garantivano una persistenza che gli altri profumi si sognavano, e facevano di N°5 il quarto in assoluto a contenerle, dopo Reve d’Or, Floramye e Quelques Fleurs. Ma Coco non voleva essere la quarta: voleva essere la prima. E ci riuscì.

    La bottiglia? Un’altra rivoluzione. Semplice, trasparente, da farmacia, come a dire: “Il lusso vero non ha bisogno di fronzoli”. Etichetta bianca e nera, minimalista, quasi a sfidare lo sfarzo dell’epoca. La prima, del 1919, era più piccola, arrotondata, e si dice ricordasse la fiaschetta di whisky del suo amante, il granduca Dmitrij Pavlovic Romanov — cugino dello zar Nicola II, fratello della Granduchessa Maria Pavlovna e, si mormora, uno di quelli che hanno spedito Rasputin all’altro mondo. Il tappo? In vetro all’inizio, poi modificato svariate volte fino al 1986, quando finalmente trovò l’armonia con la bottiglia. Tagliato come una pietra preziosa, ottagonale, si è ingrandito nei decenni, diventando un’icona a sé. Nel 1959, il flacone entrò nel MoMA di New York: non più solo profumo, ma opera d’arte. Andy Warhol lo immortalò nella sua pop art “Ads: Chanel”. Marilyn Monroe, invece, lo consacrò con una frase: “Per dormire indosso qualche goccia di Chanel N°5”. E chi siamo noi per darle torto?

    Nel 1924, Coco firmò un contratto con Pierre Wertheimer per creare Les Parfums Chanel: nasceva la profumeria industriale del brand, e con essa un mito che avrebbe venduto oltre 80 milioni di flaconi. Nel 2021, per il centenario, Chanel ha lanciato una collezione di alta gioielleria ispirata al profumo, con una collana ornata da un diamante di 55,55 carati. Perché se devi festeggiare 100 anni, lo fai in grande.

    E così, Chanel N°5 resta lì, a oltre un secolo di distanza, come un monito: a volte l’errore è genio, a volte il numero 5 porta fortuna, e a volte una donna con un’idea e un po’ di audacia può cambiare il mondo — o almeno, il modo in cui il mondo profuma.

    Fashion Blogger: Paola Moretti
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  4. Blogue qui présente des gestes écocitoyens et des technologies vertes, dans le domaine du logement, du jardinage, du transport et de l'énergie, du textile et de la mode, l'agriculture et l'alimentation, la santé et du bien-être, la finance responsable, ainsi que des références de livres

    Plus : revolutionverte.fr

    #Utah #Paris #France #Avignon #Charleroi #Namur #Belgique #Haïti #Comores #Madagascar #Mascareignes #Maurice #Mauritius #Mayotte #LaRéunion #Tournai #Nîmes #Royan #Larochelle #bio

  5. Blogue qui présente des gestes écocitoyens et des technologies vertes, dans le domaine du logement, du jardinage, du transport et de l'énergie, du textile et de la mode, l'agriculture et l'alimentation, la santé et du bien-être, la finance responsable, ainsi que des références de livres

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  6. Blogue qui présente des gestes écocitoyens et des technologies vertes, dans le domaine du logement, du jardinage, du transport et de l'énergie, du textile et de la mode, l'agriculture et l'alimentation, la santé et du bien-être, la finance responsable, ainsi que des références de livres

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  7. La ONU alerta de que más de 250.000 niños están en riesgo de desnutrición aguda en medio de la violencia en Haití

    La ONU alerta de que más de 250.000 niños están en riesgo... #tardigram #onu #haití #niños #desnutrición #Medicina

    tardigram.com/m/Medicina/t/731

  8. 3 – #Haïti, colonisé d’abord par #l’Espagne après l’arrivée de #Christophe_Colomb en 1492, puis surtout par la #France. La colonie #Française de #Saint-Domingue était l’une des plus riches du monde, basée sur l’esclavage massif."

  9. 3 – #Haïti, colonisé d’abord par #l’Espagne après l’arrivée de #Christophe_Colomb en 1492, puis surtout par la #France. La colonie #Française de #Saint-Domingue était l’une des plus riches du monde, basée sur l’esclavage massif."

  10. 3 – #Haïti, colonisé d’abord par #l’Espagne après l’arrivée de #Christophe_Colomb en 1492, puis surtout par la #France. La colonie #Française de #Saint-Domingue était l’une des plus riches du monde, basée sur l’esclavage massif."

  11. CW: Histoire de la consommation de sucre 🧶

    La consommation de sucre remonte à environ 8 000 avant J.-C. en Nouvelle-Guinée, où les populations autochtones ont domestiqué pour la première fois la canne à sucre en sélectionnant la variété Saccharum robustum. Depuis la Nouvelle-Guinée, la culture de la canne à sucre s'est répandue dans toute l'Asie du Sud-Est, en Chine et en Inde grâce aux commerçants maritimes. La technique de raffinage chimique du sucre est apparue pour la première fois en Inde il y a environ 2 500 ans, et ce savoir s'est répandu vers la Chine, l'Iran et les premiers mondes islamiques.

    « Au XIVe siècle, Chypre et la Sicile étaient devenues d'importantes productrices de sucre pour les Européens. Ce succès a encouragé certains riches à étendre l'industrie sucrière aux îles de l'Atlantique et aux Amériques. À [la fin du XVIe siècle], des quantités croissantes de sucre étaient importées des plantations sucrières ("engenhos") du Brésil. Ces engenhos exigeaient le travail forcé des peuples autochtones et, de plus en plus, des esclaves africain·es, qui travaillaient dans des conditions épouvantables pour broyer la canne à sucre, en extraire le jus et le faire bouillir à haute température afin de produire de la mélasse, qui était ensuite expédiée vers l'Europe dans de grands tonneaux appelés "hogsheads". Les débuts de l'industrie sucrière mondiale constituent une partie importante de l'histoire des débuts de la traite transatlantique des esclaves. »

    Source en anglais : nationalarchives.gov.uk/educat

    La suite de l'histoire est ailleurs dans la même pelote : kolektiva.social/@estelle/1119

    La pelote en anglais : techhub.social/@estelle/114495

    #technique #technoCritique #sucre #accaparementDesTerres #racialisation #cultureDuViol #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #WestIndies #Caraïbes #carribbean #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Barbade #Amérique #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts #consommation

  12. CW: Histoire de la consommation de sucre 🧶

    La consommation de sucre remonte à environ 8 000 avant J.-C. en Nouvelle-Guinée, où les populations autochtones ont domestiqué pour la première fois la canne à sucre en sélectionnant la variété Saccharum robustum. Depuis la Nouvelle-Guinée, la culture de la canne à sucre s'est répandue dans toute l'Asie du Sud-Est, en Chine et en Inde grâce aux commerçants maritimes. La technique de raffinage chimique du sucre est apparue pour la première fois en Inde il y a environ 2 500 ans, et ce savoir s'est répandu vers la Chine, l'Iran et les premiers mondes islamiques.

    « Au XIVe siècle, Chypre et la Sicile étaient devenues d'importantes productrices de sucre pour les Européens. Ce succès a encouragé certains riches à étendre l'industrie sucrière aux îles de l'Atlantique et aux Amériques. À [la fin du XVIe siècle], des quantités croissantes de sucre étaient importées des plantations sucrières ("engenhos") du Brésil. Ces engenhos exigeaient le travail forcé des peuples autochtones et, de plus en plus, des esclaves africain·es, qui travaillaient dans des conditions épouvantables pour broyer la canne à sucre, en extraire le jus et le faire bouillir à haute température afin de produire de la mélasse, qui était ensuite expédiée vers l'Europe dans de grands tonneaux appelés "hogsheads". Les débuts de l'industrie sucrière mondiale constituent une partie importante de l'histoire des débuts de la traite transatlantique des esclaves. »

    Source en anglais : nationalarchives.gov.uk/educat

    La suite de l'histoire est ailleurs dans la même pelote : kolektiva.social/@estelle/1119

    La pelote en anglais : techhub.social/@estelle/114495

    #technique #technoCritique #sucre #accaparementDesTerres #racialisation #cultureDuViol #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #WestIndies #Caraïbes #carribbean #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Barbade #Amérique #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts #consommation

  13. CW: Histoire de la consommation de sucre 🧶

    La consommation de sucre remonte à environ 8 000 avant J.-C. en Nouvelle-Guinée, où les populations autochtones ont domestiqué pour la première fois la canne à sucre en sélectionnant la variété Saccharum robustum. Depuis la Nouvelle-Guinée, la culture de la canne à sucre s'est répandue dans toute l'Asie du Sud-Est, en Chine et en Inde grâce aux commerçants maritimes. La technique de raffinage chimique du sucre est apparue pour la première fois en Inde il y a environ 2 500 ans, et ce savoir s'est répandu vers la Chine, l'Iran et les premiers mondes islamiques.

    « Au XIVe siècle, Chypre et la Sicile étaient devenues d'importantes productrices de sucre pour les Européens. Ce succès a encouragé certains riches à étendre l'industrie sucrière aux îles de l'Atlantique et aux Amériques. À [la fin du XVIe siècle], des quantités croissantes de sucre étaient importées des plantations sucrières ("engenhos") du Brésil. Ces engenhos exigeaient le travail forcé des peuples autochtones et, de plus en plus, des esclaves africain·es, qui travaillaient dans des conditions épouvantables pour broyer la canne à sucre, en extraire le jus et le faire bouillir à haute température afin de produire de la mélasse, qui était ensuite expédiée vers l'Europe dans de grands tonneaux appelés "hogsheads". Les débuts de l'industrie sucrière mondiale constituent une partie importante de l'histoire des débuts de la traite transatlantique des esclaves. »

    Source en anglais : nationalarchives.gov.uk/educat

    La suite de l'histoire est ailleurs dans la même pelote : kolektiva.social/@estelle/1119

    La pelote en anglais : techhub.social/@estelle/114495

    #technique #technoCritique #sucre #accaparementDesTerres #racialisation #cultureDuViol #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #WestIndies #Caraïbes #carribbean #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Barbade #Amérique #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts #consommation

  14. CW: Histoire de la consommation de sucre 🧶

    La consommation de sucre remonte à environ 8 000 avant J.-C. en Nouvelle-Guinée, où les populations autochtones ont domestiqué pour la première fois la canne à sucre en sélectionnant la variété Saccharum robustum. Depuis la Nouvelle-Guinée, la culture de la canne à sucre s'est répandue dans toute l'Asie du Sud-Est, en Chine et en Inde grâce aux commerçants maritimes. La technique de raffinage chimique du sucre est apparue pour la première fois en Inde il y a environ 2 500 ans, et ce savoir s'est répandu vers la Chine, l'Iran et les premiers mondes islamiques.

    « Au XIVe siècle, Chypre et la Sicile étaient devenues d'importantes productrices de sucre pour les Européens. Ce succès a encouragé certains riches à étendre l'industrie sucrière aux îles de l'Atlantique et aux Amériques. À [la fin du XVIe siècle], des quantités croissantes de sucre étaient importées des plantations sucrières ("engenhos") du Brésil. Ces engenhos exigeaient le travail forcé des peuples autochtones et, de plus en plus, des esclaves africain·es, qui travaillaient dans des conditions épouvantables pour broyer la canne à sucre, en extraire le jus et le faire bouillir à haute température afin de produire de la mélasse, qui était ensuite expédiée vers l'Europe dans de grands tonneaux appelés "hogsheads". Les débuts de l'industrie sucrière mondiale constituent une partie importante de l'histoire des débuts de la traite transatlantique des esclaves. »

    Source en anglais : nationalarchives.gov.uk/educat

    La suite de l'histoire est ailleurs dans la même pelote : kolektiva.social/@estelle/1119

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    #technique #technoCritique #sucre #accaparementDesTerres #racialisation #cultureDuViol #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #WestIndies #Caraïbes #carribbean #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Barbade #Amérique #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts #consommation

  15. CW: Histoire de la consommation de sucre 🧶

    La consommation de sucre remonte à environ 8 000 avant J.-C. en Nouvelle-Guinée, où les populations autochtones ont domestiqué pour la première fois la canne à sucre en sélectionnant la variété Saccharum robustum. Depuis la Nouvelle-Guinée, la culture de la canne à sucre s'est répandue dans toute l'Asie du Sud-Est, en Chine et en Inde grâce aux commerçants maritimes. La technique de raffinage chimique du sucre est apparue pour la première fois en Inde il y a environ 2 500 ans, et ce savoir s'est répandu vers la Chine, l'Iran et les premiers mondes islamiques.

    « Au XIVe siècle, Chypre et la Sicile étaient devenues d'importantes productrices de sucre pour les Européens. Ce succès a encouragé certains riches à étendre l'industrie sucrière aux îles de l'Atlantique et aux Amériques. À [la fin du XVIe siècle], des quantités croissantes de sucre étaient importées des plantations sucrières ("engenhos") du Brésil. Ces engenhos exigeaient le travail forcé des peuples autochtones et, de plus en plus, des esclaves africain·es, qui travaillaient dans des conditions épouvantables pour broyer la canne à sucre, en extraire le jus et le faire bouillir à haute température afin de produire de la mélasse, qui était ensuite expédiée vers l'Europe dans de grands tonneaux appelés "hogsheads". Les débuts de l'industrie sucrière mondiale constituent une partie importante de l'histoire des débuts de la traite transatlantique des esclaves. »

    Source en anglais : nationalarchives.gov.uk/educat

    La suite de l'histoire est ailleurs dans la même pelote : kolektiva.social/@estelle/1119

    La pelote en anglais : techhub.social/@estelle/114495

    #technique #technoCritique #sucre #accaparementDesTerres #racialisation #cultureDuViol #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #WestIndies #Caraïbes #carribbean #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Barbade #Amérique #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts #consommation

  16. #HistoiresCrépues | Les coulisses des abolitions de l’#esclavage en #France

    « La France a aboli l’esclavage une première fois… puis elle l’a rétabli. Avant d’être forcée de l’abolir à nouveau. Dans cette vidéo, on retrace toute l’histoire des abolitions de l’esclavage en France, de #SaintDomingue à la #Martinique, en passant par #Haïti et les grandes révoltes. »

    youtube.com/watch?v=NulXA_HCw-

    #abolitionDeLEsclavage #révoltesDEsclaves #révolutionHaïtienne #violencesColoniales #histFr @histodons

  17. #HistoiresCrépues | Les coulisses des abolitions de l’#esclavage en #France

    « La France a aboli l’esclavage une première fois… puis elle l’a rétabli. Avant d’être forcée de l’abolir à nouveau. Dans cette vidéo, on retrace toute l’histoire des abolitions de l’esclavage en France, de #SaintDomingue à la #Martinique, en passant par #Haïti et les grandes révoltes. »

    youtube.com/watch?v=NulXA_HCw-

    #abolitionDeLEsclavage #révoltesDEsclaves #révolutionHaïtienne #violencesColoniales #histFr @histodons

  18. #HistoiresCrépues | Les coulisses des abolitions de l’#esclavage en #France

    « La France a aboli l’esclavage une première fois… puis elle l’a rétabli. Avant d’être forcée de l’abolir à nouveau. Dans cette vidéo, on retrace toute l’histoire des abolitions de l’esclavage en France, de #SaintDomingue à la #Martinique, en passant par #Haïti et les grandes révoltes. »

    youtube.com/watch?v=NulXA_HCw-

    #abolitionDeLEsclavage #révoltesDEsclaves #révolutionHaïtienne #violencesColoniales #histFr @histodons

  19. #HistoiresCrépues | Les coulisses des abolitions de l’#esclavage en #France

    « La France a aboli l’esclavage une première fois… puis elle l’a rétabli. Avant d’être forcée de l’abolir à nouveau. Dans cette vidéo, on retrace toute l’histoire des abolitions de l’esclavage en France, de #SaintDomingue à la #Martinique, en passant par #Haïti et les grandes révoltes. »

    youtube.com/watch?v=NulXA_HCw-

    #abolitionDeLEsclavage #révoltesDEsclaves #révolutionHaïtienne #violencesColoniales #histFr @histodons

  20. La Fondation pour la mémoire de l’esclavage #FME a publié le 25 mars 2025 une Note importante consacrée à « La double dette d’Haïti (1825-2025) – Une question actuelle ».
    • elle revient sur les circonstances de cet événement et les conséquences qu’il a eues,
    • elle invite les autorités françaises à reconnaître l’injustice historique majeure que l’ordonnance a fait subir au peuple haïtien,
    • elle formule des propositions pour engager entre la France et Haïti une démarche de réparation sincère, concrète et juste.
    memoire-esclavage.org/sites/de

    événement jeudi à Pierrefitte-sur-Seine :
    "La double dette, et après ? Bicentenaire de l'indemnité d'Haïti"
    inscription obligatoire : yp.events/d0ed6110-2b18-4e6a-a

    #histoire #esclavage #extractivisme #accaparement #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucre #bonbons #gastronomie #desserts #dette #financesPubliques #déficit

  21. La Fondation pour la mémoire de l’esclavage #FME a publié le 25 mars 2025 une Note importante consacrée à « La double dette d’Haïti (1825-2025) – Une question actuelle ».
    • elle revient sur les circonstances de cet événement et les conséquences qu’il a eues,
    • elle invite les autorités françaises à reconnaître l’injustice historique majeure que l’ordonnance a fait subir au peuple haïtien,
    • elle formule des propositions pour engager entre la France et Haïti une démarche de réparation sincère, concrète et juste.
    memoire-esclavage.org/sites/de

    événement jeudi à Pierrefitte-sur-Seine :
    "La double dette, et après ? Bicentenaire de l'indemnité d'Haïti"
    inscription obligatoire : yp.events/d0ed6110-2b18-4e6a-a

    #histoire #esclavage #extractivisme #accaparement #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucre #bonbons #gastronomie #desserts #dette #financesPubliques #déficit

  22. La Fondation pour la mémoire de l’esclavage #FME a publié le 25 mars 2025 une Note importante consacrée à « La double dette d’Haïti (1825-2025) – Une question actuelle ».
    • elle revient sur les circonstances de cet événement et les conséquences qu’il a eues,
    • elle invite les autorités françaises à reconnaître l’injustice historique majeure que l’ordonnance a fait subir au peuple haïtien,
    • elle formule des propositions pour engager entre la France et Haïti une démarche de réparation sincère, concrète et juste.
    memoire-esclavage.org/sites/de

    événement jeudi à Pierrefitte-sur-Seine :
    "La double dette, et après ? Bicentenaire de l'indemnité d'Haïti"
    inscription obligatoire : yp.events/d0ed6110-2b18-4e6a-a

    #histoire #esclavage #extractivisme #accaparement #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucre #bonbons #gastronomie #desserts #dette #financesPubliques #déficit

  23. La Fondation pour la mémoire de l’esclavage #FME a publié le 25 mars 2025 une Note importante consacrée à « La double dette d’Haïti (1825-2025) – Une question actuelle ».
    • elle revient sur les circonstances de cet événement et les conséquences qu’il a eues,
    • elle invite les autorités françaises à reconnaître l’injustice historique majeure que l’ordonnance a fait subir au peuple haïtien,
    • elle formule des propositions pour engager entre la France et Haïti une démarche de réparation sincère, concrète et juste.
    memoire-esclavage.org/sites/de

    événement jeudi à Pierrefitte-sur-Seine :
    "La double dette, et après ? Bicentenaire de l'indemnité d'Haïti"
    inscription obligatoire : yp.events/d0ed6110-2b18-4e6a-a

    #histoire #esclavage #extractivisme #accaparement #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucre #bonbons #gastronomie #desserts #dette #financesPubliques #déficit

  24. La Fondation pour la mémoire de l’esclavage #FME a publié le 25 mars 2025 une Note importante consacrée à « La double dette d’Haïti (1825-2025) – Une question actuelle ».
    • elle revient sur les circonstances de cet événement et les conséquences qu’il a eues,
    • elle invite les autorités françaises à reconnaître l’injustice historique majeure que l’ordonnance a fait subir au peuple haïtien,
    • elle formule des propositions pour engager entre la France et Haïti une démarche de réparation sincère, concrète et juste.
    memoire-esclavage.org/sites/de

    événement jeudi à Pierrefitte-sur-Seine :
    "La double dette, et après ? Bicentenaire de l'indemnité d'Haïti"
    inscription obligatoire : yp.events/d0ed6110-2b18-4e6a-a

    #histoire #esclavage #extractivisme #accaparement #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucre #bonbons #gastronomie #desserts #dette #financesPubliques #déficit

  25. C.L.R. James s’attache avec une très grande minutie à restituer l’enchaînement des événement de la révolution de Saint-Domingue. Il essaie d’en dégager des enseignements susceptibles de nourrir toutes les luttes pour la liberté.

    bibliothequefahrenheit.blogspo

    #haiti #histoire #saintdomingue #toussaintlouverture #editionsamsterdam #revolution #esclavage

  26. C.L.R. James s’attache avec une très grande minutie à restituer l’enchaînement des événement de la révolution de Saint-Domingue. Il essaie d’en dégager des enseignements susceptibles de nourrir toutes les luttes pour la liberté.

    bibliothequefahrenheit.blogspo

    #haiti #revolutionfrancaise #histoire #esclavage #decolonisation #Luttesdecoloniales #saintdomingue

  27. Le sucre ; une innovation qui donne envie :

    "Dans « Slavery, Capitalism and the Industrial Revolution », deux chercheuses, Maxine Berg et Pat Hudson, replacent l’esclavagisme et le système des plantations qui en est issu, au cœur du développement de l’économie britannique du XVIIIe siècle. Et elles en font un élément déterminant de la révolution industrielle et des formes particulières que prendra le capitalisme britannique jusqu’à nos jours.
    […]
    Encore dépassés de peu dans la déportation des Africains par les Portugais à la fin du XVIIe siècle, les Britanniques vont représenter, entre 1751 et 1775, près de 43 % du trafic d’esclaves contre 27 % pour les Portugais et 17 % pour les Français. À la fin du siècle, ils contrôlent encore 37 % de cet hideux marché.

    Ces déportations ont pour vocation de venir alimenter les immenses plantations des nombreuses îles des Antilles contrôlées par les Britanniques, comme la Jamaïque ou la Barbade, où l’on produit du café, du tabac et, surtout, du sucre. Ce dernier produit est le cœur de la machine capitaliste primitive amorcée par l’esclavage.

    Le goût pour le sucre change tout

    Les deux autrices expliquent ainsi comment ont été changés la consommation et les goûts des Européens pour que la production des plantations puisse bénéficier d’un immense marché toujours croissant. « À mesure que l’offre de sucre grossissait, il en allait de même de sa popularité », résument les autrices. Entre 1700 et 1783, la production de sucre dans les Antilles britanniques a quadruplé.

    Ce phénomène s’est réalisé par deux canaux qui ne sont pas étrangers aux mécanismes actuels du capitalisme : l’attrait d’une consommation de luxe devenue abordable et l’addiction même du produit qui devient une « nécessité ».

    L’imposition du sucre dans la consommation des Européens, y compris des plus pauvres au cours du XVIIIe siècle, est, en quelque sorte, la première victoire du marketing venant soutenir une production de masse. Elle rappelle que la demande et la consommation sous souvent les conséquences plus que les causes des choix productifs.

    Mais ce que montre l’ouvrage, c’est que cette révolution culinaire destinée à assurer la profitabilité des plantations de canne fondée sur l’esclavage a eu un effet d’entraînement général sur l’économie. Elle a d’abord alimenté la demande de boissons destinées à être sucrées issues d’autres plantations esclavagistes (café, chocolat) ou du commerce asiatique comme le thé.

    La folie du sucre a aussi favorisé d’autres secteurs, au Royaume-Uni même, comme la céramique, le commerce de détail, les intermédiaires financiers, les infrastructures portuaires. Tous ces secteurs ont, à leur tour, alimenté le reste de l’économie, notamment la production de métal et de minerais.

    Ce que montre Maxine Berg et Pat Hudson, c’est l’effet d’entraînement de cette industrie à base esclavagiste sur la dynamique capitaliste et industrielle d’ensemble au Royaume-Uni. Cette dynamique n’est pas toujours immédiatement visible. Mais les autrices soulignent par exemple combien cette révolution dans la consommation a été un élément clé de la « révolution industrieuse », un changement notable de rapport au travail qui a permis la révolution industrielle.

    Ainsi, notent-elles, « le désir pour une nouvelle variété de marchandises a amené des changements graduels dans les comportements des ménages ordinaires d’Europe occidentale ». Progressivement, pour s’offrir le luxe devenu atteignable du sucre, l’économie de subsistance va être abandonnée pour recourir au travail salarié. On va accepter de travailler davantage et plus dur pour acquérir ces biens devenus, selon les témoignages mêmes de la fin du XVIIIe siècle, des besoins essentiels.

    En parallèle, le système de la plantation jette les bases de la future organisation capitaliste du travail et de la production. Le secteur sucrier à l’époque est une « synthèse du champ et de l’usine », un véritable « agro-business » qui ne ressemble « à rien de connu à l’époque en Europe ». Le jus de canne à sucre doit en effet être traité rapidement après la moisson pour produire des cristaux de sucre et de la mélasse qui, distillés, produit le rhum, un produit qui va vite devenir en vogue également sur les marchés européens.

    Productivité, innovation, discipline
    La plantation est donc un système intégré qui nécessite des innovations majeures pour l’époque afin de pouvoir organiser et améliorer la production. Le système de comptabilité mis en place va ainsi permettre de mieux calculer les rendements et, partant, de rogner sur les « besoins » des esclaves en termes de nourriture, de logements ou de vêtements pour en tirer le plus de valeur possible.

    Ces pratiques comptables vont jouer un rôle déterminant dans la naissance du capitalisme et dans son évolution. « La comptabilité standardisée a rendu possible la séparation de la propriété et de la gestion, une séparation qui est encore rare dans les entreprises britanniques et européennes plus d’un siècle plus tard », soulignent les autrices.

    La comptabilité permet aussi de renforcer le contrôle de la force de travail et son intensification. Le système de la plantation confirme le constat que Marx fera un siècle plus tard : l’augmentation de la productivité va de pair avec la dégradation des conditions de travail. « Les régimes de travail vont empirer à mesure que s’améliorent le management et les technologies », constate l’ouvrage. Progressivement, les plantations des Antilles britanniques du XVIIIe siècle ressemblent aux grandes usines du siècle suivant, avec, en plus, la violence du régime esclavagiste où on fouette, on bat et on pend les réfractaires.
    […]
    Les ports du commerce atlantique, principalement Liverpool et Glasgow, développent alors un hinterland qui fournit les biens manufacturés dont le commerce triangulaire fondé sur l’esclavage a besoin, notamment les textiles et les produits métalliques. La géographie économique du Royaume-Uni en est alors profondément modifiée.
    […]
    L’argent de la métropole est dirigé vers les besoins des plantations, puis revient vers l’Angleterre et l’Écosse pour financer les secteurs dynamisés par le commerce triangulaire, mais aussi pour financer l’État. Les autrices insistent particulièrement sur le fait que la demande de dette publique de la part des planteurs a permis de structurer de nouveaux instruments qui fondent encore la finance d’aujourd’hui et qui ont permis non seulement l’indispensable soutien étatique au développement capitaliste britannique, mais aussi le financement des guerres coloniales qui ont renforcé le système des plantations."

    Romaric Godin : mediapart.fr/journal/economie-

    @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] (à suivre) 🧶

    #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Mediapart #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #citation #citations #plantations #Antilles #WestIndies #Caraïbes #carribbean #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #Découverte #Rencontre #ChristopheColomb #Colomb #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts

  28. Le sucre ; une innovation qui donne envie :

    "Dans « Slavery, Capitalism and the Industrial Revolution », deux chercheuses, Maxine Berg et Pat Hudson, replacent l’esclavagisme et le système des plantations qui en est issu, au cœur du développement de l’économie britannique du XVIIIe siècle. Et elles en font un élément déterminant de la révolution industrielle et des formes particulières que prendra le capitalisme britannique jusqu’à nos jours.
    […]
    Encore dépassés de peu dans la déportation des Africains par les Portugais à la fin du XVIIe siècle, les Britanniques vont représenter, entre 1751 et 1775, près de 43 % du trafic d’esclaves contre 27 % pour les Portugais et 17 % pour les Français. À la fin du siècle, ils contrôlent encore 37 % de cet hideux marché.

    Ces déportations ont pour vocation de venir alimenter les immenses plantations des nombreuses îles des Antilles contrôlées par les Britanniques, comme la Jamaïque ou la Barbade, où l’on produit du café, du tabac et, surtout, du sucre. Ce dernier produit est le cœur de la machine capitaliste primitive amorcée par l’esclavage.

    Le goût pour le sucre change tout

    Les deux autrices expliquent ainsi comment ont été changés la consommation et les goûts des Européens pour que la production des plantations puisse bénéficier d’un immense marché toujours croissant. « À mesure que l’offre de sucre grossissait, il en allait de même de sa popularité », résument les autrices. Entre 1700 et 1783, la production de sucre dans les Antilles britanniques a quadruplé.

    Ce phénomène s’est réalisé par deux canaux qui ne sont pas étrangers aux mécanismes actuels du capitalisme : l’attrait d’une consommation de luxe devenue abordable et l’addiction même du produit qui devient une « nécessité ».

    L’imposition du sucre dans la consommation des Européens, y compris des plus pauvres au cours du XVIIIe siècle, est, en quelque sorte, la première victoire du marketing venant soutenir une production de masse. Elle rappelle que la demande et la consommation sous souvent les conséquences plus que les causes des choix productifs.

    Mais ce que montre l’ouvrage, c’est que cette révolution culinaire destinée à assurer la profitabilité des plantations de canne fondée sur l’esclavage a eu un effet d’entraînement général sur l’économie. Elle a d’abord alimenté la demande de boissons destinées à être sucrées issues d’autres plantations esclavagistes (café, chocolat) ou du commerce asiatique comme le thé.

    La folie du sucre a aussi favorisé d’autres secteurs, au Royaume-Uni même, comme la céramique, le commerce de détail, les intermédiaires financiers, les infrastructures portuaires. Tous ces secteurs ont, à leur tour, alimenté le reste de l’économie, notamment la production de métal et de minerais.

    Ce que montre Maxine Berg et Pat Hudson, c’est l’effet d’entraînement de cette industrie à base esclavagiste sur la dynamique capitaliste et industrielle d’ensemble au Royaume-Uni. Cette dynamique n’est pas toujours immédiatement visible. Mais les autrices soulignent par exemple combien cette révolution dans la consommation a été un élément clé de la « révolution industrieuse », un changement notable de rapport au travail qui a permis la révolution industrielle.

    Ainsi, notent-elles, « le désir pour une nouvelle variété de marchandises a amené des changements graduels dans les comportements des ménages ordinaires d’Europe occidentale ». Progressivement, pour s’offrir le luxe devenu atteignable du sucre, l’économie de subsistance va être abandonnée pour recourir au travail salarié. On va accepter de travailler davantage et plus dur pour acquérir ces biens devenus, selon les témoignages mêmes de la fin du XVIIIe siècle, des besoins essentiels.

    En parallèle, le système de la plantation jette les bases de la future organisation capitaliste du travail et de la production. Le secteur sucrier à l’époque est une « synthèse du champ et de l’usine », un véritable « agro-business » qui ne ressemble « à rien de connu à l’époque en Europe ». Le jus de canne à sucre doit en effet être traité rapidement après la moisson pour produire des cristaux de sucre et de la mélasse qui, distillés, produit le rhum, un produit qui va vite devenir en vogue également sur les marchés européens.

    Productivité, innovation, discipline
    La plantation est donc un système intégré qui nécessite des innovations majeures pour l’époque afin de pouvoir organiser et améliorer la production. Le système de comptabilité mis en place va ainsi permettre de mieux calculer les rendements et, partant, de rogner sur les « besoins » des esclaves en termes de nourriture, de logements ou de vêtements pour en tirer le plus de valeur possible.

    Ces pratiques comptables vont jouer un rôle déterminant dans la naissance du capitalisme et dans son évolution. « La comptabilité standardisée a rendu possible la séparation de la propriété et de la gestion, une séparation qui est encore rare dans les entreprises britanniques et européennes plus d’un siècle plus tard », soulignent les autrices.

    La comptabilité permet aussi de renforcer le contrôle de la force de travail et son intensification. Le système de la plantation confirme le constat que Marx fera un siècle plus tard : l’augmentation de la productivité va de pair avec la dégradation des conditions de travail. « Les régimes de travail vont empirer à mesure que s’améliorent le management et les technologies », constate l’ouvrage. Progressivement, les plantations des Antilles britanniques du XVIIIe siècle ressemblent aux grandes usines du siècle suivant, avec, en plus, la violence du régime esclavagiste où on fouette, on bat et on pend les réfractaires.
    […]
    Les ports du commerce atlantique, principalement Liverpool et Glasgow, développent alors un hinterland qui fournit les biens manufacturés dont le commerce triangulaire fondé sur l’esclavage a besoin, notamment les textiles et les produits métalliques. La géographie économique du Royaume-Uni en est alors profondément modifiée.
    […]
    L’argent de la métropole est dirigé vers les besoins des plantations, puis revient vers l’Angleterre et l’Écosse pour financer les secteurs dynamisés par le commerce triangulaire, mais aussi pour financer l’État. Les autrices insistent particulièrement sur le fait que la demande de dette publique de la part des planteurs a permis de structurer de nouveaux instruments qui fondent encore la finance d’aujourd’hui et qui ont permis non seulement l’indispensable soutien étatique au développement capitaliste britannique, mais aussi le financement des guerres coloniales qui ont renforcé le système des plantations."

    Romaric Godin : mediapart.fr/journal/economie-

    @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] (à suivre) 🧶

    #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Mediapart #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #citation #citations #plantations #Antilles #WestIndies #Caraïbes #carribbean #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #Découverte #Rencontre #ChristopheColomb #Colomb #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts

  29. Le sucre ; une innovation qui donne envie :

    "Dans « Slavery, Capitalism and the Industrial Revolution », deux chercheuses, Maxine Berg et Pat Hudson, replacent l’esclavagisme et le système des plantations qui en est issu, au cœur du développement de l’économie britannique du XVIIIe siècle. Et elles en font un élément déterminant de la révolution industrielle et des formes particulières que prendra le capitalisme britannique jusqu’à nos jours.
    […]
    Encore dépassés de peu dans la déportation des Africains par les Portugais à la fin du XVIIe siècle, les Britanniques vont représenter, entre 1751 et 1775, près de 43 % du trafic d’esclaves contre 27 % pour les Portugais et 17 % pour les Français. À la fin du siècle, ils contrôlent encore 37 % de cet hideux marché.

    Ces déportations ont pour vocation de venir alimenter les immenses plantations des nombreuses îles des Antilles contrôlées par les Britanniques, comme la Jamaïque ou la Barbade, où l’on produit du café, du tabac et, surtout, du sucre. Ce dernier produit est le cœur de la machine capitaliste primitive amorcée par l’esclavage.

    Le goût pour le sucre change tout

    Les deux autrices expliquent ainsi comment ont été changés la consommation et les goûts des Européens pour que la production des plantations puisse bénéficier d’un immense marché toujours croissant. « À mesure que l’offre de sucre grossissait, il en allait de même de sa popularité », résument les autrices. Entre 1700 et 1783, la production de sucre dans les Antilles britanniques a quadruplé.

    Ce phénomène s’est réalisé par deux canaux qui ne sont pas étrangers aux mécanismes actuels du capitalisme : l’attrait d’une consommation de luxe devenue abordable et l’addiction même du produit qui devient une « nécessité ».

    L’imposition du sucre dans la consommation des Européens, y compris des plus pauvres au cours du XVIIIe siècle, est, en quelque sorte, la première victoire du marketing venant soutenir une production de masse. Elle rappelle que la demande et la consommation sous souvent les conséquences plus que les causes des choix productifs.

    Mais ce que montre l’ouvrage, c’est que cette révolution culinaire destinée à assurer la profitabilité des plantations de canne fondée sur l’esclavage a eu un effet d’entraînement général sur l’économie. Elle a d’abord alimenté la demande de boissons destinées à être sucrées issues d’autres plantations esclavagistes (café, chocolat) ou du commerce asiatique comme le thé.

    La folie du sucre a aussi favorisé d’autres secteurs, au Royaume-Uni même, comme la céramique, le commerce de détail, les intermédiaires financiers, les infrastructures portuaires. Tous ces secteurs ont, à leur tour, alimenté le reste de l’économie, notamment la production de métal et de minerais.

    Ce que montre Maxine Berg et Pat Hudson, c’est l’effet d’entraînement de cette industrie à base esclavagiste sur la dynamique capitaliste et industrielle d’ensemble au Royaume-Uni. Cette dynamique n’est pas toujours immédiatement visible. Mais les autrices soulignent par exemple combien cette révolution dans la consommation a été un élément clé de la « révolution industrieuse », un changement notable de rapport au travail qui a permis la révolution industrielle.

    Ainsi, notent-elles, « le désir pour une nouvelle variété de marchandises a amené des changements graduels dans les comportements des ménages ordinaires d’Europe occidentale ». Progressivement, pour s’offrir le luxe devenu atteignable du sucre, l’économie de subsistance va être abandonnée pour recourir au travail salarié. On va accepter de travailler davantage et plus dur pour acquérir ces biens devenus, selon les témoignages mêmes de la fin du XVIIIe siècle, des besoins essentiels.

    En parallèle, le système de la plantation jette les bases de la future organisation capitaliste du travail et de la production. Le secteur sucrier à l’époque est une « synthèse du champ et de l’usine », un véritable « agro-business » qui ne ressemble « à rien de connu à l’époque en Europe ». Le jus de canne à sucre doit en effet être traité rapidement après la moisson pour produire des cristaux de sucre et de la mélasse qui, distillés, produit le rhum, un produit qui va vite devenir en vogue également sur les marchés européens.

    Productivité, innovation, discipline
    La plantation est donc un système intégré qui nécessite des innovations majeures pour l’époque afin de pouvoir organiser et améliorer la production. Le système de comptabilité mis en place va ainsi permettre de mieux calculer les rendements et, partant, de rogner sur les « besoins » des esclaves en termes de nourriture, de logements ou de vêtements pour en tirer le plus de valeur possible.

    Ces pratiques comptables vont jouer un rôle déterminant dans la naissance du capitalisme et dans son évolution. « La comptabilité standardisée a rendu possible la séparation de la propriété et de la gestion, une séparation qui est encore rare dans les entreprises britanniques et européennes plus d’un siècle plus tard », soulignent les autrices.

    La comptabilité permet aussi de renforcer le contrôle de la force de travail et son intensification. Le système de la plantation confirme le constat que Marx fera un siècle plus tard : l’augmentation de la productivité va de pair avec la dégradation des conditions de travail. « Les régimes de travail vont empirer à mesure que s’améliorent le management et les technologies », constate l’ouvrage. Progressivement, les plantations des Antilles britanniques du XVIIIe siècle ressemblent aux grandes usines du siècle suivant, avec, en plus, la violence du régime esclavagiste où on fouette, on bat et on pend les réfractaires.
    […]
    Les ports du commerce atlantique, principalement Liverpool et Glasgow, développent alors un hinterland qui fournit les biens manufacturés dont le commerce triangulaire fondé sur l’esclavage a besoin, notamment les textiles et les produits métalliques. La géographie économique du Royaume-Uni en est alors profondément modifiée.
    […]
    L’argent de la métropole est dirigé vers les besoins des plantations, puis revient vers l’Angleterre et l’Écosse pour financer les secteurs dynamisés par le commerce triangulaire, mais aussi pour financer l’État. Les autrices insistent particulièrement sur le fait que la demande de dette publique de la part des planteurs a permis de structurer de nouveaux instruments qui fondent encore la finance d’aujourd’hui et qui ont permis non seulement l’indispensable soutien étatique au développement capitaliste britannique, mais aussi le financement des guerres coloniales qui ont renforcé le système des plantations."

    Romaric Godin : mediapart.fr/journal/economie-

    @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] (à suivre) 🧶

    #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Mediapart #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #citation #citations #plantations #Antilles #WestIndies #Caraïbes #carribbean #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #Découverte #Rencontre #ChristopheColomb #Colomb #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts

  30. Le sucre ; une innovation qui donne envie :

    "Dans « Slavery, Capitalism and the Industrial Revolution », deux chercheuses, Maxine Berg et Pat Hudson, replacent l’esclavagisme et le système des plantations qui en est issu, au cœur du développement de l’économie britannique du XVIIIe siècle. Et elles en font un élément déterminant de la révolution industrielle et des formes particulières que prendra le capitalisme britannique jusqu’à nos jours.
    […]
    Encore dépassés de peu dans la déportation des Africains par les Portugais à la fin du XVIIe siècle, les Britanniques vont représenter, entre 1751 et 1775, près de 43 % du trafic d’esclaves contre 27 % pour les Portugais et 17 % pour les Français. À la fin du siècle, ils contrôlent encore 37 % de cet hideux marché.

    Ces déportations ont pour vocation de venir alimenter les immenses plantations des nombreuses îles des Antilles contrôlées par les Britanniques, comme la Jamaïque ou la Barbade, où l’on produit du café, du tabac et, surtout, du sucre. Ce dernier produit est le cœur de la machine capitaliste primitive amorcée par l’esclavage.

    Le goût pour le sucre change tout

    Les deux autrices expliquent ainsi comment ont été changés la consommation et les goûts des Européens pour que la production des plantations puisse bénéficier d’un immense marché toujours croissant. « À mesure que l’offre de sucre grossissait, il en allait de même de sa popularité », résument les autrices. Entre 1700 et 1783, la production de sucre dans les Antilles britanniques a quadruplé.

    Ce phénomène s’est réalisé par deux canaux qui ne sont pas étrangers aux mécanismes actuels du capitalisme : l’attrait d’une consommation de luxe devenue abordable et l’addiction même du produit qui devient une « nécessité ».

    L’imposition du sucre dans la consommation des Européens, y compris des plus pauvres au cours du XVIIIe siècle, est, en quelque sorte, la première victoire du marketing venant soutenir une production de masse. Elle rappelle que la demande et la consommation sous souvent les conséquences plus que les causes des choix productifs.

    Mais ce que montre l’ouvrage, c’est que cette révolution culinaire destinée à assurer la profitabilité des plantations de canne fondée sur l’esclavage a eu un effet d’entraînement général sur l’économie. Elle a d’abord alimenté la demande de boissons destinées à être sucrées issues d’autres plantations esclavagistes (café, chocolat) ou du commerce asiatique comme le thé.

    La folie du sucre a aussi favorisé d’autres secteurs, au Royaume-Uni même, comme la céramique, le commerce de détail, les intermédiaires financiers, les infrastructures portuaires. Tous ces secteurs ont, à leur tour, alimenté le reste de l’économie, notamment la production de métal et de minerais.

    Ce que montre Maxine Berg et Pat Hudson, c’est l’effet d’entraînement de cette industrie à base esclavagiste sur la dynamique capitaliste et industrielle d’ensemble au Royaume-Uni. Cette dynamique n’est pas toujours immédiatement visible. Mais les autrices soulignent par exemple combien cette révolution dans la consommation a été un élément clé de la « révolution industrieuse », un changement notable de rapport au travail qui a permis la révolution industrielle.

    Ainsi, notent-elles, « le désir pour une nouvelle variété de marchandises a amené des changements graduels dans les comportements des ménages ordinaires d’Europe occidentale ». Progressivement, pour s’offrir le luxe devenu atteignable du sucre, l’économie de subsistance va être abandonnée pour recourir au travail salarié. On va accepter de travailler davantage et plus dur pour acquérir ces biens devenus, selon les témoignages mêmes de la fin du XVIIIe siècle, des besoins essentiels.

    En parallèle, le système de la plantation jette les bases de la future organisation capitaliste du travail et de la production. Le secteur sucrier à l’époque est une « synthèse du champ et de l’usine », un véritable « agro-business » qui ne ressemble « à rien de connu à l’époque en Europe ». Le jus de canne à sucre doit en effet être traité rapidement après la moisson pour produire des cristaux de sucre et de la mélasse qui, distillés, produit le rhum, un produit qui va vite devenir en vogue également sur les marchés européens.

    Productivité, innovation, discipline
    La plantation est donc un système intégré qui nécessite des innovations majeures pour l’époque afin de pouvoir organiser et améliorer la production. Le système de comptabilité mis en place va ainsi permettre de mieux calculer les rendements et, partant, de rogner sur les « besoins » des esclaves en termes de nourriture, de logements ou de vêtements pour en tirer le plus de valeur possible.

    Ces pratiques comptables vont jouer un rôle déterminant dans la naissance du capitalisme et dans son évolution. « La comptabilité standardisée a rendu possible la séparation de la propriété et de la gestion, une séparation qui est encore rare dans les entreprises britanniques et européennes plus d’un siècle plus tard », soulignent les autrices.

    La comptabilité permet aussi de renforcer le contrôle de la force de travail et son intensification. Le système de la plantation confirme le constat que Marx fera un siècle plus tard : l’augmentation de la productivité va de pair avec la dégradation des conditions de travail. « Les régimes de travail vont empirer à mesure que s’améliorent le management et les technologies », constate l’ouvrage. Progressivement, les plantations des Antilles britanniques du XVIIIe siècle ressemblent aux grandes usines du siècle suivant, avec, en plus, la violence du régime esclavagiste où on fouette, on bat et on pend les réfractaires.
    […]
    Les ports du commerce atlantique, principalement Liverpool et Glasgow, développent alors un hinterland qui fournit les biens manufacturés dont le commerce triangulaire fondé sur l’esclavage a besoin, notamment les textiles et les produits métalliques. La géographie économique du Royaume-Uni en est alors profondément modifiée.
    […]
    L’argent de la métropole est dirigé vers les besoins des plantations, puis revient vers l’Angleterre et l’Écosse pour financer les secteurs dynamisés par le commerce triangulaire, mais aussi pour financer l’État. Les autrices insistent particulièrement sur le fait que la demande de dette publique de la part des planteurs a permis de structurer de nouveaux instruments qui fondent encore la finance d’aujourd’hui et qui ont permis non seulement l’indispensable soutien étatique au développement capitaliste britannique, mais aussi le financement des guerres coloniales qui ont renforcé le système des plantations."

    Romaric Godin : mediapart.fr/journal/economie-

    @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] (à suivre) 🧶

    #histoire #esclavage #agrobusiness #Angleterre #RoyaumeUni #GrandeBretagne #Mediapart #Bristol #Liverpool #Londres #extractivisme #accaparement #citation #citations #plantations #Antilles #WestIndies #Caraïbes #carribbean #racialisation #racismeSystémique #capitalisme #suprémacismeBlanc #Découverte #Rencontre #ChristopheColomb #Colomb #plantations #Antilles #Caraïbes #Caraïbe #NouveauMonde #Jamaïque #Cuba #Guadeloupe #Martinique #Hispaniola #Haïti #SaintDomingue #PortoRico #Amérique #histoire #esclavage #agrobusiness #agriculture #Nantes #Bordeaux #lectureDécoloniale #définitionDécoloniale #sucré #bonbons #gastronomie #desserts

  31. Le sucre ; une innovation qui donne envie :

    "Dans « Slavery, Capitalism and the Industrial Revolution », deux chercheuses, Maxine Berg et Pat Hudson, replacent l’esclavagisme et le système des plantations qui en est issu, au cœur du développement de l’économie britannique du XVIIIe siècle. Et elles en font un élément déterminant de la révolution industrielle et des formes particulières que prendra le capitalisme britannique jusqu’à nos jours.
    […]
    Encore dépassés de peu dans la déportation des Africains par les Portugais à la fin du XVIIe siècle, les Britanniques vont représenter, entre 1751 et 1775, près de 43 % du trafic d’esclaves contre 27 % pour les Portugais et 17 % pour les Français. À la fin du siècle, ils contrôlent encore 37 % de cet hideux marché.

    Ces déportations ont pour vocation de venir alimenter les immenses plantations des nombreuses îles des Antilles contrôlées par les Britanniques, comme la Jamaïque ou la Barbade, où l’on produit du café, du tabac et, surtout, du sucre. Ce dernier produit est le cœur de la machine capitaliste primitive amorcée par l’esclavage.

    Le goût pour le sucre change tout

    Les deux autrices expliquent ainsi comment ont été changés la consommation et les goûts des Européens pour que la production des plantations puisse bénéficier d’un immense marché toujours croissant. « À mesure que l’offre de sucre grossissait, il en allait de même de sa popularité », résument les autrices. Entre 1700 et 1783, la production de sucre dans les Antilles britanniques a quadruplé.

    Ce phénomène s’est réalisé par deux canaux qui ne sont pas étrangers aux mécanismes actuels du capitalisme : l’attrait d’une consommation de luxe devenue abordable et l’addiction même du produit qui devient une « nécessité ».

    L’imposition du sucre dans la consommation des Européens, y compris des plus pauvres au cours du XVIIIe siècle, est, en quelque sorte, la première victoire du marketing venant soutenir une production de masse. Elle rappelle que la demande et la consommation sous souvent les conséquences plus que les causes des choix productifs.

    Mais ce que montre l’ouvrage, c’est que cette révolution culinaire destinée à assurer la profitabilité des plantations de canne fondée sur l’esclavage a eu un effet d’entraînement général sur l’économie. Elle a d’abord alimenté la demande de boissons destinées à être sucrées issues d’autres plantations esclavagistes (café, chocolat) ou du commerce asiatique comme le thé.

    La folie du sucre a aussi favorisé d’autres secteurs, au Royaume-Uni même, comme la céramique, le commerce de détail, les intermédiaires financiers, les infrastructures portuaires. Tous ces secteurs ont, à leur tour, alimenté le reste de l’économie, notamment la production de métal et de minerais.

    Ce que montre Maxine Berg et Pat Hudson, c’est l’effet d’entraînement de cette industrie à base esclavagiste sur la dynamique capitaliste et industrielle d’ensemble au Royaume-Uni. Cette dynamique n’est pas toujours immédiatement visible. Mais les autrices soulignent par exemple combien cette révolution dans la consommation a été un élément clé de la « révolution industrieuse », un changement notable de rapport au travail qui a permis la révolution industrielle.

    Ainsi, notent-elles, « le désir pour une nouvelle variété de marchandises a amené des changements graduels dans les comportements des ménages ordinaires d’Europe occidentale ». Progressivement, pour s’offrir le luxe devenu atteignable du sucre, l’économie de subsistance va être abandonnée pour recourir au travail salarié. On va accepter de travailler davantage et plus dur pour acquérir ces biens devenus, selon les témoignages mêmes de la fin du XVIIIe siècle, des besoins essentiels.

    En parallèle, le système de la plantation jette les bases de la future organisation capitaliste du travail et de la production. Le secteur sucrier à l’époque est une « synthèse du champ et de l’usine », un véritable « agro-business » qui ne ressemble « à rien de connu à l’époque en Europe ». Le jus de canne à sucre doit en effet être traité rapidement après la moisson pour produire des cristaux de sucre et de la mélasse qui, distillés, produit le rhum, un produit qui va vite devenir en vogue également sur les marchés européens.

    Productivité, innovation, discipline
    La plantation est donc un système intégré qui nécessite des innovations majeures pour l’époque afin de pouvoir organiser et améliorer la production. Le système de comptabilité mis en place va ainsi permettre de mieux calculer les rendements et, partant, de rogner sur les « besoins » des esclaves en termes de nourriture, de logements ou de vêtements pour en tirer le plus de valeur possible.

    Ces pratiques comptables vont jouer un rôle déterminant dans la naissance du capitalisme et dans son évolution. « La comptabilité standardisée a rendu possible la séparation de la propriété et de la gestion, une séparation qui est encore rare dans les entreprises britanniques et européennes plus d’un siècle plus tard », soulignent les autrices.

    La comptabilité permet aussi de renforcer le contrôle de la force de travail et son intensification. Le système de la plantation confirme le constat que Marx fera un siècle plus tard : l’augmentation de la productivité va de pair avec la dégradation des conditions de travail. « Les régimes de travail vont empirer à mesure que s’améliorent le management et les technologies », constate l’ouvrage. Progressivement, les plantations des Antilles britanniques du XVIIIe siècle ressemblent aux grandes usines du siècle suivant, avec, en plus, la violence du régime esclavagiste où on fouette, on bat et on pend les réfractaires.
    […]
    Les ports du commerce atlantique, principalement Liverpool et Glasgow, développent alors un hinterland qui fournit les biens manufacturés dont le commerce triangulaire fondé sur l’esclavage a besoin, notamment les textiles et les produits métalliques. La géographie économique du Royaume-Uni en est alors profondément modifiée.
    […]
    L’argent de la métropole est dirigé vers les besoins des plantations, puis revient vers l’Angleterre et l’Écosse pour financer les secteurs dynamisés par le commerce triangulaire, mais aussi pour financer l’État. Les autrices insistent particulièrement sur le fait que la demande de dette publique de la part des planteurs a permis de structurer de nouveaux instruments qui fondent encore la finance d’aujourd’hui et qui ont permis non seulement l’indispensable soutien étatique au développement capitaliste britannique, mais aussi le financement des guerres coloniales qui ont renforcé le système des plantations."

    Romaric Godin : mediapart.fr/journal/economie-

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  32. archive.org/details/la-recontr

    La Recontre des Trois Mondes by Rose-Marie Desruisseau; Didier Blancpain; Jean-Marie Drot; Michel-Philippe Lerebours; Jean Fouchard; Gérald Bloncourt; Georges Corvington; Mireille Pérodin Jérôme; Lionel Lerebours; Rassoul Labuchin; Henri R. Deschamps; Patrice Armand; Gérald Alexis

    Topics
    #RoseMarieDesruisseau, #peinturedhistoire, #peinturehistorique, #peinture, #Haïti, #peinturehaïtienne, #histoiredHaïti, #saintdomingue, #Voudo, #Voodoo, #Vodun, #Voudoo, #Vodou, #Vodún, #esclavage, #histoire, #sexualité

    Port-au-Prince: Éditions Henri Deschamps

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