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Uno degli esiti del boom della scolarizzazione è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni
L’utilizzo del termine “giovani” non ha un carattere neutrale né universalmente stabilito o definito a priori. Esso – così come la categoria di classe sociale, del resto – rientra nell’ambito di quella nomenclatura di cui gli storici si avvalgono in relazione allo studio del passato, che segmentano ed etichettano per meglio dotarlo di senso e, quindi, per conferirgli la capacità di essere oggetto di narrazione. In tale orizzonte rientra anche il concetto di “generazione”, sulla cui utilità ha insistito fra gli altri lo storico Marc Bloch18, e che ha avuto notevole fortuna storiografica in anni più recenti <19.
Una ricognizione storica che voglia avvalersi della categoria di gioventù non può prescindere dal provare a darne una sia pur succinta chiarificazione, essendo la classificazione per fasce d’età suscettibile di declinazioni le più varie: non in tutte le società né in tutte le culture, in termini tanto sincronici quanto diacronici, si diventa giovani – ammesso che lo stesso concetto esista – nel medesimo istante, così come varia il raggiungimento della “maturità” e l’inizio dell’età adulta. C’è chi ha parlato di invenzione della gioventù <20, in riferimento alle trasformazioni avvenute nei paesi occidentali nel secondo dopoguerra, consistenti nell’affermazione di società affluenti, caratterizzate da un sistema di mercato improntato alla massificazione dei consumi, improntate a un sistema politico democratico basato sulla larga partecipazione della popolazione ai meccanismi di decisione politica per mezzo degli strumenti della delega e della rappresentanza. In questo contesto la dimensione giovanile acquista una specificità propria, che si esprime in termini socioculturali, nell’adozione di mode, costumi e modelli di consumo specifici, in forme particolari dell’agire politico <21.
Per convenzione le statistiche ufficiali sono solite operare le proprie ricognizioni mediante l’uso di varie disaggregazioni per classi di età, la più comune delle quali raggruppa le fasce 15-19 anni, 20-24 e 25-29, in ciò allineandosi con i principali orientamenti sociologici in termini di aggregato giovanile. Una prima definizione di gioventù può quindi darsi a partire dalla sua collocazione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni <22, che è poi quella in cui rientrano, con qualche approssimazione, gli studenti delle scuole medie superiori e dell’università, fino ai primi anni di ingresso nel mercato del lavoro. Nel caso che qui interessa sarà inoltre opportuno coniugare alla riflessione sul soggetto giovanile la categoria di generazione, in particolare in riferimento al confronto fra i “giovani del ’68” e quelli del ’77, laddove con generazione non si indica la dimensione puramente anagrafica, ma si rimanda alla partecipazione di un gruppo di persone di età diverse (grosso modo comprese nel range individuato per la categoria di giovani, ma comprendente anche i trentenni) a un dato evento storico <23.
Nel corso degli anni settanta il riferimento ai soggetti giovanili assume toni più cupi di quelli, principalmente moralistici e denigratori, utilizzati nei confronti dei “capelloni” che acquistano visibilità pubblica nel corso del decennio precedente. Due fattori, legati fra loro, hanno nel frattempo modificato il quadro: l’aumento dei tassi di scolarizzazione e la crisi economica con il suo portato di disoccupazione, in special modo per le fasce più giovani della società. Nel periodo compreso tra l’inizio degli anni cinquanta e la metà dei settanta, per effetto dei più complessivi processi di modernizzazione che hanno investito il paese, si è difatti avuto un aumento consistente e costante delle iscrizioni agli istituti di formazione secondaria superiore (a partire da dati iniziali estremamente bassi, pari nel 1951 al 10% sul totale della popolazione con età scolastica corrispondente), anche in virtù della riforma che nel 1962 introduce la scuola media unica e eleva l’obbligo scolastico a 14 anni. Nell’arco di un ventennio il numero di iscritti praticamente quadruplica, raggiungendo il tasso del 50% sul totale della leva demografica corrispondente (vedi tabella 2).Un tale incremento incide necessariamente anche sul tasso di immatricolazioni all’università, che cresce anch’esso in maniera cospicua dando all’istituzione caratteristiche compiutamente di massa, senza che una riforma organica ne abbia peraltro rivisto i meccanismi di funzionamento – e un discorso simile può essere fatto per il mondo della scuola -, malgrado nel corso di tutti gli anni sessanta una serie di provvedimenti legislativi intervenga sulle barriere all’accesso, liberalizzando di fatto le iscrizioni, fino a quel momento riservate nella quasi totalità dei casi a coloro che provengono dal liceo classico <25. Al giro di boa del decennio settanta le matricole sono di quattro volte superiori quelle registrate all’inizio degli anni cinquanta (vedi tabella 3).
Come si vede, il tasso di laureati rimane molto basso sul totale degli iscritti per tutto il periodo considerato (registrando anzi una flessione percentuale nell’anno accademico 1976-77): ciò dipende da una struttura accademica ancora arretrata, che non consente che al boom delle immatricolazioni corrisponda un’effettiva possibilità anche per i meno abbienti di proseguire con profitto gli studi. Inoltre, la massificazione dell’istituzione universitaria raggiunge il suo apice proprio nel momento in cui la crisi economica restringe notevolmente le possibilità di lavoro per una manodopera peraltro sempre più scolarizzata e qualificata. Notano Cavalli e Leccardi che “uno degli esiti del boom della scolarizzazione, accanto alle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro per un numero crescente di giovani in possesso di un titolo di studio medio/superiore, è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni. De Mauro, definendo «drammatico» questo divario, sottolinea come le generazioni più giovani, nel corso degli anni settanta, risultino per la prima volta nel nostro paese, «quattro, cinque volte più istruite, più colte nel senso tradizionale scolastico del termine, delle generazioni più anziane». Questi elevati livelli di istruzione, mentre tendono a creare difficoltà di comunicazione e conflitti con le figure familiari adulte, funzionano anche, in parallelo, come potente fattore di omogeneizzazione culturale del mondo giovanile” <27.
Il quadro che risulta tratteggiato dal sommarsi di disoccupazione intellettuale e non, ampio ricorso al lavoro nero e sottopagato <28 ed elevati livelli di conflittualità sociale rende la “questione giovanile” uno dei temi centrali di questi anni. Essa, nell’assumere risvolti di critica antisistema e di rivolta violenta all’ordine delle cose, accresce nei commentatori, negli analisti, nelle classi dirigenti e nelle letture politiche dei partiti di massa la percezione dell’avvento di una nuova “classe pericolosa”, da esorcizzare e convertire in “classe laboriosa” <29.
[NOTE]
19 Per un’utile rassegna storiografica cfr. Francesco Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Viella, Roma 2013, pp. 57-77 (voce «Generazioni»).
20 Vi è chi, d’altronde, retrodata le origini del fenomeno alla fine dell’Ottocento (Jon Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2009) o, addirittura, ai riti d’iniziazione del Cinquecento (Patrizia Dogliani, Storia dei giovani, Bruno Mondadori, Milano 2003). In questa sede, sebbene l’affacciarsi di ragazzi e ragazze sulla scena pubblica si sia realizzato in fasi diverse e anche molto più remote, si privilegia la considerazione del carattere eccezionale che riveste l’individuazione della gioventù nella seconda metà del ’900: obiettivi privilegiati del mercato di consumo, oggetto di studi e, soprattutto, di opere d’ingegno ad essi dedicate (dalla narrativa al cinema, alla musica ecc.), si può approssimativamente sostenere che i giovani inizino a riconoscersi in quanto tali in questo periodo, rivendicando – con pose, culture, stili, idiomi propri – l’appartenenza a una generazione più definita nei suoi contorni rispetto al passato.
21 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato, cit., pp. 190-200. Cfr. inoltre S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, cit., p. 272 («Quando esibiscono la maglietta, i blue-jeans [corsivo nell’originale] e il giaccone di cuoio, i giovani diventano un gruppo, una classe, una categoria […]») e pp. 322-25 per l’aspetto culturale del fenomeno.
22 Si veda Alessandro Cavalli e Carmen Leccardi, Le culture giovanili, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, pp. 707-800, in particolare pp. 710-11.
23 Per un confronto fra le due generazioni cfr. A. De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione, cit.
24 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 714.
25 Cfr. A. Lepre, Storia della prima Repubblica, cit., p. 223. Si veda anche, per una panoramica più complessiva, Giuseppe Tognon, La politica scolastica italiana negli anni Settanta. Soltanto riforme mancate o crisi di governabilità?, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 2, Fiamma Lussana e Giacomo Marramao (a cura di), Culture, nuovi soggetti, identità, pp. 61-87.
26 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 719.
27 Ivi, p. 777.
28 L’occupazione illegale e occasionale è stimata al 13-14% della forza lavoro complessiva nel periodo considerato: i giovani costituiscono il 70% di tale fenomeno, e un terzo di essi vanta alti livelli di scolarità. Cfr. Paolo Bassi e Antonio Pilati, I giovani e la crisi degli anni Settanta, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 33.
29 Cfr. P. Dogliani, Storia dei giovani, cit., p. 4.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018#1968 #1977 #anni #Cinquanta #generazioni #giovani #Italia #SalvatoreCorasaniti #scuola #Sessanta #Università
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Altri due elementi contribuiscono a mettere in crisi l’egemonia democristiana e la sua capacità di governo negli anni settanta
Consapevole della necessità di rompere l’impasse – considerato anche il peggioramento della situazione economica -, è Aldo Moro a prendere l’iniziativa e, a poco più di un mese da un Congresso democristiano (il XII, svoltosi tra il 6 e il 10 luglio 1973) che prevede difficile, con un’iniziativa personale giunge a un accordo – il “patto di Palazzo Giustiniani” – con l’allora presidente del Senato ed esponente di spicco del suo partito, Amintore Fanfani, che prevede per quest’ultimo la segreteria della Dc, per Rumor la designazione a presidente del Consiglio, per Moro stesso un ruolo di garante dell’operazione <97.
Altri due elementi contribuiscono a mettere in crisi l’egemonia democristiana e la sua capacità di governo negli anni settanta: la sconfitta, determinata dalla decisione di Fanfani di schierare il proprio partito compattamente sul fronte del Sì, al referendum sul divorzio del 1974 e l’esito dirompente delle elezioni amministrative del 1975 e delle politiche del 1976 <98. In entrambe le consultazioni il dato più significativo è costituito dall’avanzata del Pci, che in prima battuta giunge al governo di un buon numero di amministrazioni regionali (Emilia, Toscana, Umbria, Piemonte, Liguria) e delle principali città italiane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Firenze, Roma, Napoli, oltre alla storicamente rossa Bologna) e sfiora, nel secondo appuntamento elettorale, il temuto sorpasso sulla Democrazia cristiana – la quale, comunque, mostra un recupero rispetto alle consultazioni amministrative, attestandosi al 38,7% a fronte del 34,4% di consensi attribuiti ai comunisti. Si delinea un inedito scenario bipolare, che necessita di una risposta politica.
Tra il 1976 e il 1979 si consuma l’esperienza dei governi di solidarietà nazionale <99, in cui allo sforzo di avvicinamento del Pci all’area di governo (l’esecutivo Andreotti III è quello “delle astensioni”, un monocolore democristiano che ottiene la fiducia alla Camera con il solo voto di parlamentari Dc; l’Andreotti IV vede l’ingresso del Pci e degli altri partiti nella maggioranza) corrisponde un’opera di dilazione posta in essere dalla Democrazia cristiana, che logora le attese di quanti avevano sperato che un cambiamento potesse derivare dalla nuova situazione politica <100. In mezzo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, punto apicale e simbolico insieme della parabola critica della democrazia italiana <101.
All’approdo della solidarietà nazionale si è giunti attraverso una lunga stagione di elaborazione politica da parte dei due principali partiti, e in particolar modo del Pci che, nel 1973, inaugura la strategia del compromesso storico. Note sono le vicende (il golpe cileno principalmente e il timore della radicalizzazione conservatrice dei ceti medi italiani) che ispirano il neosegretario Berlinguer a bocciare l’ipotesi di un governo delle sinistre in Italia. Ne nasce la proposta di convergenza tra le due principali forze popolari, quella cattolica e quella comunista, che ha il fine di permettere al partito che tende a rappresentare un terzo dell’elettorato di uscire dalla condizione di perenne opposizione radicata nello scenario internazionale della guerra fredda.
“It [il compromesso storico] provided the party with a seemingly realistic way to achieve power, avoiding a definite rupture with the Soviet Union and communist ideology that, it was feared, would produce a crisi of identity among the militants […]. But the higher realism of the “historical compromise was also its main limitation. It was in fact based on the awareness (and the acceptance) of that very bipolar framework which structurally prevented the communist party from fully entering the government. The strategy of the “historical compromise” therefore became a function of (and subordinated to) Moro’s strategy of “national solidariety”, giving a new shape to the historical subordination of the Pci to the Dc’s hegemony and political centrality” <102.
La circostanza della sostanziale, riconfermata dipendenza della politica comunista da quella democristiana contribuisce in certa misura a spiegare le secche in cui si dibatte – al netto dell’approvazione di alcune riforme, peraltro contestate – l’esperienza del Pci a latere del governo. Collegato a essa è l’altro aspetto, non meno centrale, dell’utilizzo da parte della Dc dell’avvicinamento comunista per stemperare le tensioni prodotte nel paese dall’incedere della crisi economica, dalla ristrutturazione industriale, dall’inesausta conflittualità politico-sociale, che produce il progressivo scollamento del partito della classe operaia dal suo referente sociale.
Nella Democrazia cristiana l’uomo deputato a instaurare il dialogo con i comunisti è Aldo Moro. Nella sua elaborazione, nelle sue formule, nella sua idea di evoluzione del sistema politico italiano si può intravedere un significativo discostamento dalla proposta del Pci. La risposta alla linea del compromesso storico – che prende le mosse dalla strategia dell’attenzione, fino a configurare l’apertura di una “terza fase” – non si discosta mai dalla concezione della diversità e alternatività dei due partiti <103, ma anzi la ribadisce fino a prefigurare, in termini forse più ideali che concretamente futuribili, l’avvento di un regime democratico di alternanza <104.
Le tappe della costruzione dell’orizzonte politico delle convergenze parallele con i comunisti sono quelle della consunzione della segreteria di Fanfani all’indomani del referendum sul divorzio, dell’elezione come suo successore di Benigno Zaccagnini (fidato moroteo) e, infine, dell’individuazione in Giulio Andreotti del traghettatore dei governi in condominio con il Pci <105. È proprio Moro a investirlo del compito durante una visita ufficiosa nel luglio 1976, adducendo la motivazione che «tutto ciò [l’uscita dall’impasse politica attraverso la non belligeranza comunista] era possibile solo se il governo fosse stato presieduto da un uomo non della sinistra democristiana che fosse conosciuto e visto positivamente sia dagli alleati che dalle autorità religiose» <106.
[NOTE]
97 Cfr. P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, cit., pp. 520-22.
98 Si veda su questo punto Mario Caciaglia, Terremoti elettorali e transizioni fra i partiti, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 3, F. Malgeri e L. Paggi (a cura di), Partiti e organizzazioni di massa, pp. 143-67, in particolare pp. 151-61. L’autore rileva un aumento della volatilità elettorale nel corso degli anni settanta, in controtendenza con i flussi tutto sommato prevedibili e contenuti registrabili nei decenni precedenti.
99 Malgrado l’unico governo di solidarietà nazionale strictu sensu sia l’Andreotti IV, si ingloba qui nella formula latamente intesa anche l’esecutivo Andreotti III per marcare la novità costituita dall’astensione comunista: cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 507.
100 Cfr. su questo punto Alessandro Pizzorno, Le trasformazioni de sistema politico italiano, 1976-92, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, pp. 301-44, in particolare pp. 303-04.
101 Fra la sterminata letteratura sull’episodio cfr. A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, il Mulino, Bologna 2005 e Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli, Milano 2006.
102 R. Gualtieri, The Italian political system and détente, cit., p. 441.
103 Cfr. F. De Felice, Nazione e crisi: le linee di frattura, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 1. Economia e società, pp. 5-127, in particolare p. 47.
104 Si veda la conversazione di Moro con Scalfari, sistemata in intervista e pubblicata postuma da quest’ultimo: E. Scalfari, “Quel che Moro mi disse il 18 febbraio”. L’ultima intervista del leader Dc, «La Repubblica», 14 ottobre 1978.
105 Cfr., sull’evoluzione della politica democristiana in questi anni e sul ruolo svolto da Moro, A. Giovagnoli, Aldo Moro e la democrazia italiana, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 4, G. De Rosa e G. Monina, Sistema politico e istituzioni, pp.53-77, in particolare pp. 53-57 e F. Malgeri, La democrazia cristiana, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 3, F. Malgeri e L. Paggi (a cura di), Partiti e organizzazioni di massa, pp. 37-58, in particolare pp. 51-58.
106 Giulio Andreotti, Governare con la crisi, Rizzoli, Milano 1991, p. 228.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018#1973 #1974 #AldoMoro #AmintoreFanfani #BenignoZaccagnini #DC #divorzio #legge #PCI #referendum #SalvatoreCorasaniti
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Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private
In seguito all’approvazione della legge 14 aprile 1975, n. 103, dal ministero delle Poste e telecomunicazioni parte il seguente telegramma:
“Disponesi virgola a sensi articoli 1 et 2 legge 14 aprile 1975 n 103 virgola che responsabili aut esercenti impianti diffusione via etere programmi radiofonici e televisivi privati vengono denunciati at autorita giudiziaria competente con contestuale richiesta sequestro impianto medesimo soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita punto necessari accertamento [sic] dovranno essere effettuati da ispettori compartimentali collaborazione con circo tel [sic] et organi rai virgola che dovranno fornire mezzi tecnici per acquisizione materiale probatorio punto” <1.
La legge in questione ribadisce infatti, come si è detto, la riserva statale delle trasmissioni via etere, sancendo l’illegalità delle prime emittenti “libere”, che in quegli anni iniziano a infrangere il monopolio. Tale previsione farà scattare la lunga teoria di denunce e le successive pronunce di incostituzionalità. Ciò che ora preme rilevare è la sottolineatura che viene fatta della necessità di riferire all’autorità giudiziaria «soprattutto se trasmissioni interferiscano con servizio pubblico radiodiffusione et con altri servizi pubblica utilita».
La liberalizzazione di fatto dell’etere che, sulla spinta delle innovazioni tecnologiche e delle pressioni all’accesso, investe il panorama radiotelevisivo italiano conduce infatti a una corsa all’accaparramento selvaggio delle frequenze che fa coniare ai commentatori espressioni quali «giungla», «fungaia», «far west» in riferimento alla situazione venutasi a determinare <2. In effetti, in molti casi si registrano sconfinamenti, sovrapposizioni, interferenze, una congerie di segnali che induce Eco a parlare di «ascolto patchwork», una «marmellata» all’interno della quale l’identità delle singole stazioni è irriconoscibile per l’utente che muove la manopola della radio e si imbatte in un profluvio di musica e parole senza soluzione di continuità <3.
Al ministero delle Poste e telecomunicazioni giungono numerose lamentele a proposito delle difficoltà di ricezione del segnale in alcuni contesti locali – in particolar modo per quel che riguarda il terzo canale, varato in quegli anni in attuazione della legge di riforma del 1975 -, dovute principalmente all’insufficienza dei ripetitori installati ma anche all’affollamento delle frequenze verificatosi a partire dalla liberalizzazione dell’etere <4. Sulla questione prendono parola anche i comitati di redazione Rai-tv, riuniti in assemblea a St. Vincent tra il 13 e il 15 giugno 1977, che nel comunicato conclusivo denunciano ““con preoccupazione” che il vuoto di intervento parlamentare sta determinando una situazione al limite dell’ingovernabilità, con sovrapposizione delle frequenze, con una caccia sfrenata ai messaggi pubblicitari, con violazione delle normative di legge sulla produzione giornalistica, con gravi fenomeni di sfruttamento ai danni dei dipendenti di una parte di tali emittenti” <5.
Un caso particolare è costituito dalle denunce provenienti dagli aeroporti civili e dalle forze dell’ordine, cui pure fa riferimento il telegramma riportato. In diversi casi, come a Torino e a Fiumicino <6, vengono segnalate interferenze del segnale fra la torre di controllo e velivoli in fase di atterraggio; malgrado tale evenienza sia teoricamente possibile e non è da escludere che nella situazione caotica prodotta dalla deregolamentazione siano accaduti episodi di sovrapposizione delle frequenze, c’è da dire che i controlli effettuati non forniscono riscontri alle denunce <7. Anche per quel che riguarda il rischio di interferenze a danno delle radiovolanti della polizia non vi sono dati certi e inoppugnabili; in alcuni scambi epistolari fra organi centrali e periferici dello stato si rimarca che «vengono […] continuamente rappresentate at questo ministero da organi operativi difficoltà nell’espletamento servizi istituzionali at causa continue et reiterate interferenze emittenti private nelle frequenze radio utilizzate da forze di polizia» <8, ma le preoccupazioni sembrano fortemente condizionate dai dibattiti parlamentari in corso sull’emanazione di una nuova disciplina di regolamentazione del settore, alla quale il ministero dell’Interno, come si vedrà, vorrebbe dare un contributo specifico riguardo la commissione di condotte illecite a mezzo apparecchi radiotrasmittenti.
I numeri del fenomeno delle radio libere, per come emergono dalle indagini realizzate per conto dei ministeri delle Poste e dell’Interno a qualche anno dal boom, sono decisamente significativi: “Alla fine del 1979 in Italia agivano 4.337 emittenti radio private (598 in più rispetto all’anno precedente con un incremento del 16%), con un rapporto di una emittente per 13.000 abitanti circa, distribuite geograficamente come segue: ̵ 906 (73 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-occidentali, in ragione di una emittente per 17.000 abitanti circa; – 583 (52 in più rispetto al 1978) nelle regioni nord-orientali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa; – per un totale, nell’intera area Nord del Paese, di 1.489 (125 in più rispetto al 1978) e un rapporto di utenza media di una emittente per poco più di 17.000 abitanti. […] – 603 (104 in più rispetto al 1978) nelle regioni centrali, con un rapporto di una emittente per 18.000 abitanti circa. […] – 1.325 (177 in più rispetto al 1978) in quelle meridionali, con un rapporto di una emittente per 10.000 abitanti circa; – 920 (192 in più rispetto al 1978) in quelle insulari, con un rapporto di una emittente per 7.000 abitanti circa; – 2.245 (369 in più rispetto al 1978) nelle regioni meridionali e insulari, complessivamente considerate, con un rapporto di una emittente per 9.000 abitanti circa” <9.
La fase espansiva è in realtà già alle spalle; i tassi di incremento delle emittenti private sono molto più ridotti che in passato <10 e presto il panorama si assesterà in virtù di diversi fattori: da un lato l’attenuazione della spinta alla partecipazione che ha caratterizzato gli anni precedenti, dall’altro l’obiettiva saturazione dell’etere, dall’altro ancora le difficoltà di natura principalmente economica incontrate dalle esperienze più artigianali e la tendenza alla concentrazione in grandi network <11. Proprio il massiccio ingresso dei potentati privati nel mercato radiofonico – con l’obiettivo puntato su quello pubblicitario e sulla spartizione della relativa torta – diviene un punto centrale del dibattito sulla regolamentazione che si sviluppa in quegli anni <12. Da più parti giungono valutazioni allarmistiche <13 sul rischio che la creazione di oligopoli finisca per soffocare le esperienze più genuine di partecipazione e richiami al legislatore affinché disciplini la materia, ponendo dei paletti alle possibilità di concentrazione; la rivista «Altrimedia», ad esempio, dedica diversi numeri alla questione <14.
Per tutto il periodo qui considerato si susseguono progetti di legge più o meno organici, i quali finiscono però per arenarsi nelle secche dei dibattiti parlamentari. La riforma della Rai rientra fra i punti del programma sottoscritto dai partiti dell’“accordo a sei” in funzione di indirizzo politico del governo delle astensioni; il governo è impegnato «ad assecondare la definizione di una disciplina delle emittenti locali private, in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che preveda la applicazione per legge del piano nazionale di ripartizione delle frequenze e delle modalità e criteri per la concessione delle autorizzazioni» <15. Numerosi sono però gli ostacoli che si frappongono alla definitiva approvazione di una legge in materia: i tentennamenti dei principali partiti in merito all’emittenza privata e alle modalità di regolamentazione della stessa; la presenza di altri temi considerati prioritari per l’azione di governo; le fibrillazioni in ambito politico-sociale e la relativa fragilità dello stesso accordo fra i partiti.
Quanto le posizioni siano ondivaghe e in alcuni casi molto distanti l’una dall’altra è constatabile dalle esternazioni delle personalità politiche direttamente coinvolte nella questione, in primis dei membri della Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Nell’ottobre 1977, ad esempio, gli orientamenti conservatori di Vittorino Colombo, ministro delle Poste e telecomunicazioni della Dc, vengono bollati come «assolutamente personali» da Mauro Bubbico, membro della Commissione in quota allo stesso partito <16. Le divergenze fra i partiti dell’accordo riguardano la nozione di ambito locale; la percentuale di ripartizione delle frequenze fra ente concessionario, radiotelevisioni commerciali ed emittenti locali; la regolamentazione del regime autorizzatorio; la disciplina del mercato pubblicitario; le garanzie professionali richieste alle private e il destino da riservare alla situazione esistente <17.
Tra il 10 e il 12 marzo 1978 si tiene a Livorno un convegno nazionale indetto da Arci-Enars e Acli-Endas su “Sistema radiotelevisivo e territorio”, al quale intervengono, oltre alle associazioni promotrici, esperti del settore e redattori di alcune esperienze televisive e radiofoniche sorte in ambito locale <18. L’ampia discussione enuclea le principali tematiche concernenti la comunicazione locale, con un’attenzione al ruolo delle forze sociali e alla necessità che la regolamentazione del settore contemperi la salvaguardia della libertà d’impresa dei privati e del pluralismo partecipativo.
[NOTE]
1 Telegramma del 20 giugno 1975 inviato dal ministro delle Poste e telecomunicazioni Orlando ai direttori compartimentali PT ufficio II Repubblica, ai circostel, alla Direzione generale Rai e, p.c., all’Ispettorato generale per le telecomunicazioni, alla Direzione centrale ispezione, alla Direzione centrale servizi telegrafici e radioelettrici, al gabinetto del ministero dell’Interno e a quello della Difesa, all’Ispettorato generale di Ps, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Impianti privati (1)».
2 Cfr. S. Dark, Libere!, cit. p. 132.
3 U. Eco, Con qualche radio in più, cit.
4 Cfr. Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari»: vi è conservato il carteggio fra organi centrali e periferici riguardante l’installazione di ripetitori Rai in territorio friulano, stanti le proteste di comunità non raggiunte dal segnale. È significativo che le segnalazioni da parte delle autorità locali muovano dalla preoccupazione per la penetrazione ideologica realizzata tramite la ricezione di programmi della Jugoslavia comunista, in una zona di confine delicata dal punto di vista geopolitico.
5 Ivi, lettera del 20 giugno 1977 indirizzata dal questore della Valle d’Aosta Barbagallo al gabinetto del ministro e alla Direzione generale di pubblica sicurezza; in allegato il comunicato stilato al termine dell’assemblea nazionale dei comitati di redazione, 15 giugno 1977.
6 Gli esempi sono riportati rispettivamente in Davide Giacalone, Antenna libera. La RAI, i privati, i partiti, Edizioni di comunità, Milano 1990, p. 31 e in Roberto Morrione, La RAI nel paese delle antenne. Uomini e vicende del più discusso dei mass media, dall’era di Bernabei all’era della riforma, Napoleone, Napoli 1978, p. 115.
7 Cfr. la lettera del prefetto di Varese Vitelli-Casella del 21 maggio 1977, indirizzata ai gabinetti del ministero dell’Interno e delle Poste e telecomunicazioni e alla Direzione generale di pubblica sicurezza, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radio e tv libere. Affari vari». Il funzionario – in seguito alla segnalazione del 14 maggio 1977 fatta dall’ufficio regionale Icao (International civil aviation organization) di Parigi al ministero della Difesa, relativa ai potenziali pericoli derivanti dalle interferenze – ha effettuato dei controlli all’aeroporto di Milano Malpensa, risultati negativi.
8 Ivi, f. «Radio libere. Legislazione», fonogramma urgente del 7 novembre 1977 indirizzato dal ministero dell’Interno al gabinetto del ministero delle Poste e telecomunicazioni e, p.c., alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero di Grazia e giustizia – Uffici legislativi.
9 Ivi, f. «Radio e tv libere. Affari vari», rapporto del servizio di documentazione generale afferente alla Direzione generale affari generali e del personale del ministero dell’Interno indirizzato al gabinetto del ministro il 26 maggio 1980. Nello stesso rapporto si rileva «l’accentuata polverizzazione nel Sud e nelle Isole della radiodiffusione esercitata da privati, sembra rispondere ad una esigenza di diffusione capillare in aree caratterizzate dalla frantumazione su vaste aree di centri abitati di modeste dimensioni, fuori dall’orbita dei grandi agglomerati urbani». Il dato è collegato alla «differente presenza e, quindi, il diverso ruolo dell’informazione tradizionale identificabile essenzialmente con la cosiddetta grande stampa, nei cui confronti le emittenti private, almeno in questa prima fase di attività, si collocano come strumenti alternativi o sussidiari ovvero complementari rispetto a contenuti dell’informazione imperniati sulla peculiarità delle problematiche locali». L’analisi degli esperti ministeriali sembrano a tal proposito confermare quanto suggeriva McLuhan, Capire i media, cit., p. 275: «[…] la radio ha potuto diversificarsi e dar vita a un servizio a livello regionale o locale come non aveva mai fatto neanche all’epoca ormai lontana dei radioamatori. Si è insomma rivolta alle necessità personali dell’individuo nelle diverse ore del giorno […]».
10 Si consideri che «a fine giugno 1977 in Italia agivano 244 emittenti televisive e 1641 emittenti radio», di 93 delle quali «è stato possibile accertare il carattere prevalentemente politico»: documento a cura della Direzione generale degli affari generali e del personale – Servizio di documentazione generale, Le emittenti radio e televisive private in Italia, novembre 1977, in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 338, f. «Radiotelevisive private. Censimento». 11 Cfr. F. Monteleone, Storia della radio e della televisione, cit., pp. 428-33 e P. Murialdi, Il “decennio concentrone”. Appunti per una storia delle concentrazioni negli anni Ottanta, «Problemi dell’informazione», f. 2, 1990, pp. 169-85.
12 Già il 23 e il 24 ottobre 1976 si tiene ad Aosta un convegno su Sistema radiotelevisivo e Regioni, con la partecipazione di delegazioni ufficiali della giunta e dei consigli di varie regioni, nonché di un’ampia rappresentanza dei quadri dirigenti della Rai e del ministro delle Poste Vittorino Colombo; nella mozione conclusiva, che testimonia indirettamente del colore politico della maggior parte degli intervenuti, nel rispecchiare la posizione assunta dal Pci in riferimento alla liberalizzazione dell’etere, si sottolinea che «le contraddizioni e i ritardi nella riforma della RAI-TV, il recupero delle forze conservatrici, l’attacco privatistico al monopolio pubblico radiotelevisivo e la Sentenza n° 202 della Corte Costituzionale, hanno concorso a determinare una situazione, che rischia, se non superata tempestivamente, di risolversi in ulteriori limitazioni all’esercizio delle libertà di espressione e di comunicazione di tutti i cittadini per il prevalere di potenti concentrazioni monopolistiche private». Il documento è rinvenibile in Acs, Mi – gab., 1976-80, b. 334, f. «Radio e televisione. Affari vari», sf. «Riforma della RAI TV».
13 Lo svolgimento più coerente e articolato della tesi secondo la quale la liberalizzazione dell’etere sarebbe il presupposto per l’ingresso di grandi trust privati nel sistema radiotelevisivo è costituito da F. Siliato, L’antenna dei padroni, cit. Per un compendio cfr. la sua intervista, C’è un futuro per le radio. Ma quale?, «Millecanali», n. 71, 1980, pp. 70-72, in particolare p. 72: «[…] al di là delle speranze di molti poeti dell’alternativa le emittenti private sono servite al grande capitale per rompere il monopolio statale e introdurre la logica di mercato nel sistema radio televisivo italiano».
14 Cfr. E. Fleischner, Gli emarginati prendono microfono e antenna, «Altrimedia», n. 1, 1976, pp. 2-3; le interviste a Umberto Eco, Radio locali, cit. e a Pio Baldelli, Riprendiamoci la radio, la televisione e il cinema, «Altrimedia», n. 2, 1976, pp. 9-10; In Europa le reti radio-tv sempre più private sempre meno locali (sintesi dell’intervento Il sistema italiano e la rete globale di controllo di Index Milano tenuto da Francesco Siliato al convegno internazionale di S. Vincent, Sistemi radiotelevisivi in Europa e prospettive della dimensione locale degli anni ’80), «Altrimedia», n. 24-25, 1979, pp. 5-9; 3000 emittenti pronte a concentrarsi, «Altrimedia», n. 26, 1979, pp. 5-11; Albino Pedroia, Un’onda per tutti, «Altrimedia», n. 27, 1979, pp. 4-7.
15 Cfr. Atti parlamentari, Camera dei deputati, VII legislatura, discussioni, seduta del 12 luglio 1977, pp. 8869-72, in particolare p. 8872.
16 Cfr. Dibattito sulla legge, «Millecanali», n. 34, 1977, pp. 101-03. Al dibattito organizzato dalla rivista partecipano, oltre a Bubbico, Pietro Valenza del Pci, Luciana Castellina di Dp, tutti membri della Commissione di vigilanza, e Di Domenico, della commissione sui problemi dell’informazione del Psi.
17 Cfr., oltre al dibattito citato in precedenza, Sandro Silvestri (a cura di), Verso quale legge?, «Altrimedia», n. 5, 1977, pp. 9-11: intervengono Bubbico, Valenza, Marco Pannella per i Radicali (anch’egli membro della Commissione parlamentare di vigilanza); Francesco Tempestini, responsabile del settore informazione del Psi; Vincenzo Vita, suo omologo per Dp e Renzo Rossellini, della segreteria nazionale della Federazione radio emittenti democratiche. Il dibattito è andato in onda sulle frequenze di Radio città futura, in collaborazione con «Altrimedia».
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018#1975 #1978 #1979 #emittenti #etere #Italia #legge #liberalizzazione #radio #riforma #SalvatoreCorasaniti