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Mobiliser la société civile dans la lutte contre l’extrême droite – 1001 Territoires Pour La Fraternité https://www.ufisc.org/mobiliser-la-societe-civile-dans-la-lutte-contre-lextreme-droite-1001-territoires-pour-la-fraternite/ En réaction à la poussée de l’extrême droite aux élections municipales, et en prévision de l’élec #L'Ufisc
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L’opificio degli anglicismi e il lessico del nuovismo delle classi alte
Di Antonio Zoppetti
I mezzi di informazione, attualmente, sono il perno di un cambio di paradigma culturale (e dunque linguistico) che introduce di continuo nuove parole che non sono quelle della gente, tutto il contrario. Questo lessico del nuovismo non ha niente di democratico e non segue affatto la lingua delle masse, come qualche linguista ci vorrebbe far credere.
Quando si introducono parole come resilienza o proattivo – italianizzazioni di concetti angloamericani che in un primo tempo si affermano nei linguaggi settoriali ma poi vengono riproposte alle masse – occorre inizialmente spiegare cosa significano. Attraverso i consueti “picchi di stereotipia lessicale” che caratterizzano la lingua dei giornali, il bombardamento martellante finisce con il produrre i suoi effetti in men che non si dica: educare tutti alla lingua delle classi alte e radicarla.
In questa fase, i comunicatori devono per prima cosa giustificare il neologismo con qualche motivazione “non-è-propristica”: la resilienza non sarebbe proprio come la resistenza, che implicherebbe qualcosa di rigido come il cemento che resiste ai colpi, sarebbe qualcosa di più “elastico” che richiede un concetto nuovo. Poco importa che un tessuto resistente, da sempre, è in grado di assorbire i colpi senza deformarsi, l’importante è confondere le acque e giustificare la parola nuova con un concetto nuovo, invece di mantenere quelle che già abbiamo e di arricchirle di nuovi significati. Dunque, essere proattivi non è proprio come essere preventivi o previdenti…
A furia di indottrinare le masse con queste panzane finisce che il nostro lessico si rinnova dall’alto, e l’opificio lessicale delle classi dominanti diventa un modello che per forza di cose viene imitato dalle masse. Il lessico del nuovismo dei comunicatori-predicatori si estende in questo modo. Il loro scopo – forse non sempre consapevole – è proprio quello di far prevalere la loro lingua su quella del popolino. E allora, le razze non esistono (e chi pensa il contrario è ignorante), e questa parola va bandita (poco importa che la nostra Costituzione sancisca “senza distinzione di razza”). Per non essere sessisti bisogna dire “avvocata” anche se le donne avvocato si presentano al maschile nella stragrande maggioranza dei casi. E guai a dire “cieco”, per non discriminare si deve dire non vedente, alla faccia dell’Unione Italiana Ciechi che non si pongono questo tipo di problema.
Curiosamente, la retorica di non discriminare e di essere “inclusivi” non riguarda né la lingua italiana né gli italiani intesi come le masse, che sono tagliati fuori, esclusi e spesso discriminati da questo processo di innovazione lessicale elitario e poco trasparente. Dunque non resta che includere tutti a forza, con le buone o con le cattive. In questo tipo di inclusione che ricorda quella del Grande fratello orwellano, è l’inglese a fare la parte del leone. Ma se proattivo o resiliente possono piacere o non piacere, sono pur sempre adattamenti e parole strutturalmente italiane, al contrario degli altri anglicismi che sono riproposti quasi sempre in modo crudo. E in questo secondo caso le conseguenze di questa strategia sono devastanti per il nostro sistema linguistico.
Il lessico del nuovismo anglicizzato
Il caso di Garlasco che da tempo sta monopolizzando il circo mediatico si sta portando con sé l’ufficializzazione dell’ennesimo anglicismo: la “discovery”. Negli analoghi clamorosi precedenti – dal delitto di Cogne a quello di Avetrana, da quello di Yara Gambirasio a quello di Giulia Cecchettin – questa parola non circolava affatto. Non è un termine giuridico del nostro ordinamento, in questo caso nasce dallo scimmiottare — senza alcuna motivazione plausibile — il sistema anglosassone per indicare il deposito degli atti, cioè la conclusione delle indagini preliminari e, dunque, la caduta del segreto istruttorio. E passando dall’omicidio (e dal femminicidio) al linguicidio, stiamo assistendo al solito meccanismo di distruzione dell’italiano.
L’anglicizzazione del nostro idioma deriva dalla somma di simili, infinite, scelte lessicali anglomani, che giorno dopo giorno si fanno strada nella lingua comune.
L’esempio più emblematico ed eclatante di questo processo l’abbiamo visto con il “lockdown”, una parola sconosciuta a tutti sino al 17 marzo 2020 quando il branco dei giornalisti l’ha introdotta da un giorno all’altro, e da quel momento in poi è divenuta la parola unica, tecnica, “internazionale” (poco importa che in Francia e Spagna si parli di “confinamento”) che ha fatto piazza pulita della lingua usata sino al giorno prima (fatta di quarantene, zone rosse, blocchi, provvedimenti restrittivi e via dicendo).
Gli episodi del genere che hanno diffuso parole come “fake news”, “cashback”, “mobbing”, “caregiver” e via anglicizzando non si contano ormai più. Non dipendono da un “complotto” dei poteri forti deciso in qualche stanza dei bottoni (a scanso di equivoci), sono la conseguenza di uno spontaneo atteggiamento servile e un po’ coloniale, che fa ormai parte della forma mentis della nostra intera classe dirigente. Le testate, e i giornalisti, fanno branco e in branco cambiano il nostro lessico da un giorno all’altro. E nel loro operare fanno dell’inglese un modello da introdurre e perseguire in modo sistematico, il che ha delle conseguenze devastanti che travalicano le singole scelte lessicali e si trasformano in un sistema anglicizzante.
Se il presidente del consiglio diventa premier, poi si parla di premiership e c’è chi vorrebbe introdurre il premierato… e va a finire che un anglicismo istituzionale (e coloniale) come il question time viene oggi riformulato come premier time.
L’anglicizzazione selvaggia deriva dal fatto che le nuove classi colte padroneggiano sempre meno l’italiano, perché si formano in inglese e pescano solo dall’anglosfera nella convinzione che sia questo il solo modo per essere “internazionali”, anche se il mondo è qualcosa di ben più ampio e complesso.
E così l’italiano è sempre più trascurato perché è l’inglese a essere considerato portante. I due fenomeni sono strettamente legati: quando un giornalista televisivo parla di “narrativa” (che sarebbe un genere letterario) al posto di “narrazione” significa che ha in mente solo l’inglese narrative invece dell’italiano.
Queste sono le conseguenze di una nuova classe dirigente, di un’egemonia culturale, di un clima sociale – chiamatelo come volete – che si forma in inglese e lo interiorizza come la lingua in cui pensare. E così, invece di parlare come le masse e inseguire la trasparenza, i suprematisti dell’inglese impongono a tutti il proprio lessico, il proprio stile e la propria lingua di classe.
Niente di nuovo sotto il sole: l’italiano non è una lingua nata dal basso. Non è mai stato la lingua parlata dalle masse, che si esprimevano nei propri dialetti; l’italiano nasce dalla varietà tosco-fiorentina che si è imposta rendendo le altre parlate dei dialetti e delle lingue inferiori; si è imposto storicamente come una lingua elitaria e un po’ artificiale in uso tra gli scrittori, i letterati e i ceti alti.
Solo nel Novecento l’italofonia è diventata un fenomeno di massa e spontaneo, grazie alla scuola ma anche ai giornali che lo hanno fatto arrivare a tutti. Tramontata l’epoca dell’italiano letterario, sono i mezzi di informazione che si sono imposti come i nuovi centri di irradiazione della lingua. In un primo tempo hanno cominciato ad accogliere sempre più elementi nuovi e anche popolari, che hanno portato a un nuovo italiano definito dell’uso medio (Sabatini) o “neostandard” (Berruto). Rispetto all’italiano “standard” che insegnava nelle scuole, il nuovo italiano novecentesco accoglieva elementi popolari che precedentemente erano considerati “errori”, come il doppio imperfetto al posto del congiuntivo (“se lo sapevo non venivo”), l’uso di “lui” come soggetto, in un abbandono delle forme come “egli” o “esso” in via di scomparsa, e via dicendo. Ma questo breve sprazzo di popolarità e democrazia si sta nuovamente dissolvendo. Il fatto nuovo è che la lingua di classe che sta prendendo piede non è più definibile “dell’uso medio”, andrebbe etichettata semmai come newstandard visto che strutturalmente esce dall’italiano storico e che non rappresenta affatto la lingua delle masse.
La crescita delle parole inglesi – spesso incomprensibili ai più – è impazzita e sfugge ormai a ogni controllo: nel Devoto Oli del 1990 erano circa 1.600, ma oggi superano abbondantemente le 4.000. Il problema è che l’italiano newstandard è fatto di ibridazioni che portano a vocaboli che non sono più strutturalmente né italiani né inglesi (chattare, baby-pensionato, cybersicurezza, matematica day, over60), mentre le suffissazioni inglesi hanno a meglio sulle nostre (blogger o rapper invece di blogghista o rappatore) e le radici inglesi vengono ricombinate in modo maccheronico e producono pseudoanglicismi come smart working, mentre i box, da scatole si trasformano in posti macchina e i fattorini diventano rider che in inglese sono solo (moto)ciclisti o cavalieri.Tutto ciò esce dalla normale evoluzione di una lingua che per sopravvivere deve creare nuove parole che esprimano i cambiamenti storici, sociali o tecnologici, ma lo deve fare con le proprie risorse. Se tutto ciò che è nuovo si ancora all’inglese, l’italiano si sfalda e diventa una lingua creola. Il problema non è il cambiamento, ma il modo in cui l’italiano sta cambiando: non si sta trasformando in una lingua moderna che si evolve, ma in un’altra lingua, l’itanglese.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
L’opificio degli anglicismi e il lessico del nuovismo delle classi alte
Di Antonio Zoppetti
I mezzi di informazione, attualmente, sono il perno di un cambio di paradigma culturale (e dunque linguistico) che introduce di continuo nuove parole che non sono quelle della gente, tutto il contrario. Questo lessico del nuovismo non ha niente di democratico e non segue affatto la lingua delle masse, come qualche linguista ci vorrebbe far credere.
Quando si introducono parole come resilienza o proattivo – italianizzazioni di concetti angloamericani che in un primo tempo si affermano nei linguaggi settoriali ma poi vengono riproposte alle masse – occorre inizialmente spiegare cosa significano. Attraverso i consueti “picchi di stereotipia lessicale” che caratterizzano la lingua dei giornali, il bombardamento martellante finisce con il produrre i suoi effetti in men che non si dica: educare tutti alla lingua delle classi alte e radicarla.
In questa fase, i comunicatori devono per prima cosa giustificare il neologismo con qualche motivazione “non-è-propristica”: la resilienza non sarebbe proprio come la resistenza, che implicherebbe qualcosa di rigido come il cemento che resiste ai colpi, sarebbe qualcosa di più “elastico” che richiede un concetto nuovo. Poco importa che un tessuto resistente, da sempre, è in grado di assorbire i colpi senza deformarsi, l’importante è confondere le acque e giustificare la parola nuova con un concetto nuovo, invece di mantenere quelle che già abbiamo e di arricchirle di nuovi significati. Dunque, essere proattivi non è proprio come essere preventivi o previdenti…
A furia di indottrinare le masse con queste panzane finisce che il nostro lessico si rinnova dall’alto, e l’opificio lessicale delle classi dominanti diventa un modello che per forza di cose viene imitato dalle masse. Il lessico del nuovismo dei comunicatori-predicatori si estende in questo modo. Il loro scopo – forse non sempre consapevole – è proprio quello di far prevalere la loro lingua su quella del popolino. E allora, le razze non esistono (e chi pensa il contrario è ignorante), e questa parola va bandita (poco importa che la nostra Costituzione sancisca “senza distinzione di razza”). Per non essere sessisti bisogna dire “avvocata” anche se le donne avvocato si presentano al maschile nella stragrande maggioranza dei casi. E guai a dire “cieco”, per non discriminare si deve dire non vedente, alla faccia dell’Unione Italiana Ciechi che non si pongono questo tipo di problema.
Curiosamente, la retorica di non discriminare e di essere “inclusivi” non riguarda né la lingua italiana né gli italiani intesi come le masse, che sono tagliati fuori, esclusi e spesso discriminati da questo processo di innovazione lessicale elitario e poco trasparente. Dunque non resta che includere tutti a forza, con le buone o con le cattive. In questo tipo di inclusione che ricorda quella del Grande fratello orwellano, è l’inglese a fare la parte del leone. Ma se proattivo o resiliente possono piacere o non piacere, sono pur sempre adattamenti e parole strutturalmente italiane, al contrario degli altri anglicismi che sono riproposti quasi sempre in modo crudo. E in questo secondo caso le conseguenze di questa strategia sono devastanti per il nostro sistema linguistico.
Il lessico del nuovismo anglicizzato
Il caso di Garlasco che da tempo sta monopolizzando il circo mediatico si sta portando con sé l’ufficializzazione dell’ennesimo anglicismo: la “discovery”. Negli analoghi clamorosi precedenti – dal delitto di Cogne a quello di Avetrana, da quello di Yara Gambirasio a quello di Giulia Cecchettin – questa parola non circolava affatto. Non è un termine giuridico del nostro ordinamento, in questo caso nasce dallo scimmiottare — senza alcuna motivazione plausibile — il sistema anglosassone per indicare il deposito degli atti, cioè la conclusione delle indagini preliminari e, dunque, la caduta del segreto istruttorio. E passando dall’omicidio (e dal femminicidio) al linguicidio, stiamo assistendo al solito meccanismo di distruzione dell’italiano.
L’anglicizzazione del nostro idioma deriva dalla somma di simili, infinite, scelte lessicali anglomani, che giorno dopo giorno si fanno strada nella lingua comune.
L’esempio più emblematico ed eclatante di questo processo l’abbiamo visto con il “lockdown”, una parola sconosciuta a tutti sino al 17 marzo 2020 quando il branco dei giornalisti l’ha introdotta da un giorno all’altro, e da quel momento in poi è divenuta la parola unica, tecnica, “internazionale” (poco importa che in Francia e Spagna si parli di “confinamento”) che ha fatto piazza pulita della lingua usata sino al giorno prima (fatta di quarantene, zone rosse, blocchi, provvedimenti restrittivi e via dicendo).
Gli episodi del genere che hanno diffuso parole come “fake news”, “cashback”, “mobbing”, “caregiver” e via anglicizzando non si contano ormai più. Non dipendono da un “complotto” dei poteri forti deciso in qualche stanza dei bottoni (a scanso di equivoci), sono la conseguenza di uno spontaneo atteggiamento servile e un po’ coloniale, che fa ormai parte della forma mentis della nostra intera classe dirigente. Le testate, e i giornalisti, fanno branco e in branco cambiano il nostro lessico da un giorno all’altro. E nel loro operare fanno dell’inglese un modello da introdurre e perseguire in modo sistematico, il che ha delle conseguenze devastanti che travalicano le singole scelte lessicali e si trasformano in un sistema anglicizzante.
Se il presidente del consiglio diventa premier, poi si parla di premiership e c’è chi vorrebbe introdurre il premierato… e va a finire che un anglicismo istituzionale (e coloniale) come il question time viene oggi riformulato come premier time.
L’anglicizzazione selvaggia deriva dal fatto che le nuove classi colte padroneggiano sempre meno l’italiano, perché si formano in inglese e pescano solo dall’anglosfera nella convinzione che sia questo il solo modo per essere “internazionali”, anche se il mondo è qualcosa di ben più ampio e complesso.
E così l’italiano è sempre più trascurato perché è l’inglese a essere considerato portante. I due fenomeni sono strettamente legati: quando un giornalista televisivo parla di “narrativa” (che sarebbe un genere letterario) al posto di “narrazione” significa che ha in mente solo l’inglese narrative invece dell’italiano.
Queste sono le conseguenze di una nuova classe dirigente, di un’egemonia culturale, di un clima sociale – chiamatelo come volete – che si forma in inglese e lo interiorizza come la lingua in cui pensare. E così, invece di parlare come le masse e inseguire la trasparenza, i suprematisti dell’inglese impongono a tutti il proprio lessico, il proprio stile e la propria lingua di classe.
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La crescita delle parole inglesi – spesso incomprensibili ai più – è impazzita e sfugge ormai a ogni controllo: nel Devoto Oli del 1990 erano circa 1.600, ma oggi superano abbondantemente le 4.000. Il problema è che l’italiano newstandard è fatto di ibridazioni che portano a vocaboli che non sono più strutturalmente né italiani né inglesi (chattare, baby-pensionato, cybersicurezza, matematica day, over60), mentre le suffissazioni inglesi hanno a meglio sulle nostre (blogger o rapper invece di blogghista o rappatore) e le radici inglesi vengono ricombinate in modo maccheronico e producono pseudoanglicismi come smart working, mentre i box, da scatole si trasformano in posti macchina e i fattorini diventano rider che in inglese sono solo (moto)ciclisti o cavalieri.Tutto ciò esce dalla normale evoluzione di una lingua che per sopravvivere deve creare nuove parole che esprimano i cambiamenti storici, sociali o tecnologici, ma lo deve fare con le proprie risorse. Se tutto ciò che è nuovo si ancora all’inglese, l’italiano si sfalda e diventa una lingua creola. Il problema non è il cambiamento, ma il modo in cui l’italiano sta cambiando: non si sta trasformando in una lingua moderna che si evolve, ma in un’altra lingua, l’itanglese.
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🦇 Batman se casse les dents sur une start-up bretonne
L’éditeur américain DC Comics, filiale de la major Warner, voulait faire interdire le nom d’une jeune pousse de la French Tech jugé trop proche de celui du héros de Gotham City. #rediff
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L’un des artistes français les plus écoutés au monde annonce un concert au Zénith de Lille en 2027
Par Natheo Dillenseger Publié le 18 mai 2026 à 17h23 Son deuxième album vient de sortir. À 30…
#Lille #FR #France #Actu #News #Europe #EU #actu #Actualités #concert #europe #Hauts-de-France #Loisirs-Culture #Républiquefrançaise #ZénithdeLille
https://www.europesays.com/fr/941212/ -
L'un joue son premier Roland-Garros, l'autre son dernier... Daniel Jade (17 ans) et David Goffin (35 ans) ont tous les deux composté leur billet pour le deuxième tour des qualifs' 🎟️
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L’une des personnes dont le portrait est tiré dans ce dossier, Loïc Bizeul, est un collègue et maintenant ami. La précarité pour les chercheur.e.s en début de carrière, ce n’est ni inédit, ni propre au Québec. La précarité comme conséquence des décisions sur les politiques migratoires, c’est le résultat de l’action gouvernementale - dans son cas, comme pour beaucoup d’autres, du gouvernement du Québec au cours des derniers mois. Que de gâchis…
"Le rêve de la « Belle Province » s’assombrit"
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L’ASPAS défend les loups contre le projet de loi d’urgence agricole !
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L’association Musiques en Bretagne organise son assemblée générale fondatrice le jeudi 5 juin à 14h30, à la Cité de la musique bretonne, à Bégard dans les Côtes d’Armor. J'y serai. #musique #bretagne #musiquesenbretagne
https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7462130739724193792/ -
L'Otan va installer son futur centre sur l'IA en Bretagne: La Lettre révèle que l'écosystème cyber de Rennes a été choisi pour accueillir un nouveau centre d'excellence de l'Alliance atlantique dédié à l'intelligence artificielle. Initié par Lecornu l'été dernier, le projet doit être formellement approuvé par les autres pays de l'Otan début juin https://www.lalettre.fr/fr/entreprises_defense-et-aeronautique/2026/05/18/l-otan-va-installer-son-futur-centre-sur-l-ia-en-bretagne,110765603-eve
#IA #Otan #Defense #Bretagne #Rennes #Politique #Lecornu #Cyber #CyberSecurity #Recherche
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L’ESERCITO ISRAELIANO HA ASSALTATO LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA II IN ACQUE INTERNAZIONALI https://www.radiondadurto.org/2026/05/18/lesercito-israeliano-ha-assaltato-la-global-sumud-flotilla-ii-in-acque-internazionali/ #acqueinternazionali #globalsumudflotilla #esercitoisraeliano #marmediterraneo #INTERNAZIONALI #MedioOriente #MEDITERRANEO #INEVIDENZA #Palestina #flotilla #israele #gaza #gsf
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Le webinaire du 05/05 « Vivre ma retraite à l’étranger », organisé par #LAssuranceRetraite, a permis d’éclairer les assurés sur les démarches à réaliser.
Replay disponible ici ➡
https://www.youtube.com/watch?v=4OLp5k6q1_U
#Retraite #RetraiteALEtranger #LAssuranceRetraite -
L'Europe pourrait bientôt s'attaquer à l'odeur des voitures neuves
https://mac4ever.com/196212
#Mac4Ever #Europe #voitures -
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