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#post-opensource — Public Fediverse posts

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  1. Back to Perens, it seems poor Bruce has drunk the Source Available kool-aid, which just a few years ago he was publicly slamming, for good reason;

    "Post-Open, as he describes it, is a bit more involved than Open Source. It would define the corporate relationship with developers to ensure companies paid a fair amount for the benefits they receive. It would remain free for individuals and non-profit, and would entail just one license."

    theregister.com/2023/12/27/bru

    (6/?)

    #BrucePerens #PostOpenSource

  2. Back to Perens, it seems poor Bruce has drunk the Source Available kool-aid, which just a few years ago he was publicly slamming, for good reason;

    "Post-Open, as he describes it, is a bit more involved than Open Source. It would define the corporate relationship with developers to ensure companies paid a fair amount for the benefits they receive. It would remain free for individuals and non-profit, and would entail just one license."

    theregister.com/2023/12/27/bru

    (6/?)

    #BrucePerens #PostOpenSource

  3. fair.io/

    "The purpose of Fair Source is to legitimize the practice of companies meaningfully sharing the code for their core software products while retaining control of their roadmap and business model, without confusing this with Free and Open Source Software. Fair Source companies value user freedom and developer sustainability."

    #FairSource #PostOpenSource

  4. Il tema del cosiddetto “post-opensource” non gode di grandi attenzioni mediatiche – soprattutto nel momento in cui è più comodo e rapido distorcere il significato del termine “opensource” stesso, senza ulteriori prefissi – ma tra i suoi estimatori se ne trova uno d’eccezione: Bruce Perens, ovvero l’autore proprio della definizione originaria di “open source” e co-fondatore di Open Source Initiative. E il supporto di Perens non si limita a qualche occasionale tweet di commento, ma si manifesta con la pubblicazione di una pagina web che propone una formalizzazione del concetto.

    In modo invero un po’ scomposto. La cui essenza è: costringiamo a pagare solo coloro che d’altro canto avrebbero le risorse per reimplementare ogni cosa per conto proprio, aggirando senza problemi i nuovi vincoli, e per farlo istituiamo un sistema burocratico universale che gestisca in modo centralizzato tutti gli aspetti economici, legali e operativi. Persino io, che non nego la mia inclinazione marxista, sono alquanto scettico del fatto che siffatto piano possa funzionare.

    Alcuni degli spunti offerti dal – per così dire – “Manifesto Post Open” sarebbero applicabili da oggi al modello open source così come è.

    La distribuzione dell’1% dei profitti ai progetti open source che hanno avuto un ruolo nel generare i profitti medesimi è, ovviamente, un proposito che non posso non apprezzare, applicando io stesso questa pratica da anni. Sono lieto che Perens sia giunto alla stessa conclusione cui sono giunto io nel 2017, ma tocca far presente che per raggiungere tale obiettivo non sarebbe necessaria una nuova licenza bensì “solo” un po’ di buona volontà da parte di coloro (tutti coloro) che traggono beneficio dal lavoro altrui.

    Avere una organizzazione che aggreghi l’erogazione di servizi cloud, fungendo da marketplace e fornendo un unico punto di riferimento (e dunque un unico account, un unico pannello di amministrazione, una unica fatturazione, un unico help desk…), sarebbe assai auspicabile e permetterebbe di costruire una alternativa reale e appetibile ai vari AWS, Google Cloud, Azure e similari, presso cui i soggetti che sviluppano applicazioni middleware e SaaS open source (e che spesso già erogano sottoforma di servizi cloud, ciascuno per conto proprio) potrebbero serenamente vendere i propri servigi e trarre profitti diretti, mettendo a fattor comune marketing e costi operativi. Per fare questo non sarebbe necessaria una nuova licenza (men che meno in mancanza di una effettiva organizzazione aggregatrice, menzionata nel documento ma non ancora esistente), ma “solo” un po’ di buona volontà, di dialogo, e di sana capacità imprenditoriale.

    Il grattacapo della sicurezza della filiera open source, minacciata dalle scarse risorse a disposizione degli sviluppatori, periodicamente torna tristemente in auge (l’ultimo caso eclantante è stato quello di XZ) pur restando irrisolto. Laddove gli strumenti per distribuire i fondi in modo proporzionale, magari anche facendoli fluire dai progetti di maggior successo ai progetti meno visibili e dunque più vulnerabili, in parte esisterebbero. Fermo restando il requisito primo: smettere di frignare sempre, solo ed esclusivamente nei confronti dei “Big Tech” ed iniziare ad immettere, in prima persona, denaro contante nel sistema. Per fare questo non sarebbe necessaria una nuova licenza, ma “solo” un po’ di buona volontà.

    Un concetto del tutto inedito è invece quello di trattare l’intero patrimonio “post-open” come un unico oggetto contrattuale, cui si perde diritto di accesso nel momento in cui viene riscontrata una violazione su uno solo dei progetti coinvolti. Spunto interessante, che può essere letto come un approccio alla sindacalizzazione del movimento nel suo complesso, ma che – come scritto sopra, e come del resto riconosciuto da Perens stesso – prevede uno strato di burocratizzazione decisamente invasivo e scarsamente gestibile.

    Inoltre, non è ben chiaro in che modo l’applicazione di una licenza software dovrebbe impattare sulle “esigenze degli utenti non tecnici”, che qui vengono identificate come una mancanza da parte del classico modello open source. Forse non è concesso distribuire una applicazione in licenza PostOpen se non ha una interfaccia grafica bella e semplice? Oppure non posso adottare tale licenza per un database (tipologia di software sconosciuta agli utenti domestici) ma solo per applicazioni end-user? Se non scrivo della documentazione esaustiva, vengo portato in tribunale?

    Insomma: Perens, nel suo documento, enumera idee buone ed idee pessime in ordine sparso, le condisce con una buona dose di populismo, e le spaccia per rivoluzione ideologica.

    Fintantoché l’unica suggestione di soluzione all’intera questione della sostenibilità del modello open resta l’obbligo di far cacciare, forconi alla mano, i quattrini ad un manipolo di operatori (ovvero: una soluzione inapplicabile), dubito che se ne trarrà mai qualcosa. In questo filone di pensiero vedo una ben scarsa auto-critica alle responsabilità individuali, un facile capro espiatorio, e – come spesso capita – una foglia di fico atta a nascondere la volontà di intervenire da parte dei singoli.

    E questo è il medesimo messaggio che ho voluto trasmettere, a chiare lettere, nella homepage dell’iniziativa apt-give, in cui mi sono imbarcato qualche giorno fa. Il progetto, ispirato dai più volte su queste pagine citati npm fund e composer fund (si, avrei potuto chiamarlo “apt fund”, ma mi piaceva il contrasto col canonico “apt-get”, e poi il dominio “apt.fund” era già registrato…), non è altro che un indice delle pagine di donazione di ciascun pacchetto presente sui repository Debian – e pertanto anche Ubuntu, Mint e similari – ed un banale script Bash che mostra le suddette pagine per i pacchetti attualmente installati sul proprio sistema. Insomma: un modo veloce per sapere a chi dare i soldi per fare in modo che il proprio PC (e i propri server…) continuino a ricevere aggiornamenti e miglioramenti. L’ho annunciato sui social (su Twitter e su Mastodon) l’altro giorno e, stando ai log del web server, ho ricevuto più cuoricini e stelline che download.

    Ma non mi lascio scoraggiare: lentamente proseguo con la mia opera di indicizzazione delle pagine di donazione (opera svolta in larga parte a mano, ispezionando i siti web uno a uno in cerca di un link a PayPal o a OpenCollective…), continuo ad assillare i miei lettori con la storia dell’1%, e ogni volta che mi è possibile continuo a ripetere l’importanza di distribuire qualche soldo.

    Perché non è con le lamentazioni che si potrà aggiustare un movimento fondato sulla partecipazione.

    https://madbob.wordpress.com/2024/05/27/la-prossima-definizione/

    #aptGive #BrucePerens #postOpensource

  5. Il tema del cosiddetto “post-opensource” non gode di grandi attenzioni mediatiche – soprattutto nel momento in cui è più comodo e rapido distorcere il significato del termine “opensource” stesso, senza ulteriori prefissi – ma tra i suoi estimatori se ne trova uno d’eccezione: Bruce Perens, ovvero l’autore proprio della definizione originaria di “open source” e co-fondatore di Open Source Initiative. E il supporto di Perens non si limita a qualche occasionale tweet di commento, ma si manifesta con la pubblicazione di una pagina web che propone una formalizzazione del concetto.

    In modo invero un po’ scomposto. La cui essenza è: costringiamo a pagare solo coloro che d’altro canto avrebbero le risorse per reimplementare ogni cosa per conto proprio, aggirando senza problemi i nuovi vincoli, e per farlo istituiamo un sistema burocratico universale che gestisca in modo centralizzato tutti gli aspetti economici, legali e operativi. Persino io, che non nego la mia inclinazione marxista, sono alquanto scettico del fatto che siffatto piano possa funzionare.

    Alcuni degli spunti offerti dal – per così dire – “Manifesto Post Open” sarebbero applicabili da oggi al modello open source così come è.

    La distribuzione dell’1% dei profitti ai progetti open source che hanno avuto un ruolo nel generare i profitti medesimi è, ovviamente, un proposito che non posso non apprezzare, applicando io stesso questa pratica da anni. Sono lieto che Perens sia giunto alla stessa conclusione cui sono giunto io nel 2017, ma tocca far presente che per raggiungere tale obiettivo non sarebbe necessaria una nuova licenza bensì “solo” un po’ di buona volontà da parte di coloro (tutti coloro) che traggono beneficio dal lavoro altrui.

    Avere una organizzazione che aggreghi l’erogazione di servizi cloud, fungendo da marketplace e fornendo un unico punto di riferimento (e dunque un unico account, un unico pannello di amministrazione, una unica fatturazione, un unico help desk…), sarebbe assai auspicabile e permetterebbe di costruire una alternativa reale e appetibile ai vari AWS, Google Cloud, Azure e similari, presso cui i soggetti che sviluppano applicazioni middleware e SaaS open source (e che spesso già erogano sottoforma di servizi cloud, ciascuno per conto proprio) potrebbero serenamente vendere i propri servigi e trarre profitti diretti, mettendo a fattor comune marketing e costi operativi. Per fare questo non sarebbe necessaria una nuova licenza (men che meno in mancanza di una effettiva organizzazione aggregatrice, menzionata nel documento ma non ancora esistente), ma “solo” un po’ di buona volontà, di dialogo, e di sana capacità imprenditoriale.

    Il grattacapo della sicurezza della filiera open source, minacciata dalle scarse risorse a disposizione degli sviluppatori, periodicamente torna tristemente in auge (l’ultimo caso eclantante è stato quello di XZ) pur restando irrisolto. Laddove gli strumenti per distribuire i fondi in modo proporzionale, magari anche facendoli fluire dai progetti di maggior successo ai progetti meno visibili e dunque più vulnerabili, in parte esisterebbero. Fermo restando il requisito primo: smettere di frignare sempre, solo ed esclusivamente nei confronti dei “Big Tech” ed iniziare ad immettere, in prima persona, denaro contante nel sistema. Per fare questo non sarebbe necessaria una nuova licenza, ma “solo” un po’ di buona volontà.

    Un concetto del tutto inedito è invece quello di trattare l’intero patrimonio “post-open” come un unico oggetto contrattuale, cui si perde diritto di accesso nel momento in cui viene riscontrata una violazione su uno solo dei progetti coinvolti. Spunto interessante, che può essere letto come un approccio alla sindacalizzazione del movimento nel suo complesso, ma che – come scritto sopra, e come del resto riconosciuto da Perens stesso – prevede uno strato di burocratizzazione decisamente invasivo e scarsamente gestibile.

    Inoltre, non è ben chiaro in che modo l’applicazione di una licenza software dovrebbe impattare sulle “esigenze degli utenti non tecnici”, che qui vengono identificate come una mancanza da parte del classico modello open source. Forse non è concesso distribuire una applicazione in licenza PostOpen se non ha una interfaccia grafica bella e semplice? Oppure non posso adottare tale licenza per un database (tipologia di software sconosciuta agli utenti domestici) ma solo per applicazioni end-user? Se non scrivo della documentazione esaustiva, vengo portato in tribunale?

    Insomma: Perens, nel suo documento, enumera idee buone ed idee pessime in ordine sparso, le condisce con una buona dose di populismo, e le spaccia per rivoluzione ideologica.

    Fintantoché l’unica suggestione di soluzione all’intera questione della sostenibilità del modello open resta l’obbligo di far cacciare, forconi alla mano, i quattrini ad un manipolo di operatori (ovvero: una soluzione inapplicabile), dubito che se ne trarrà mai qualcosa. In questo filone di pensiero vedo una ben scarsa auto-critica alle responsabilità individuali, un facile capro espiatorio, e – come spesso capita – una foglia di fico atta a nascondere la volontà di intervenire da parte dei singoli.

    E questo è il medesimo messaggio che ho voluto trasmettere, a chiare lettere, nella homepage dell’iniziativa apt-give, in cui mi sono imbarcato qualche giorno fa. Il progetto, ispirato dai più volte su queste pagine citati npm fund e composer fund (si, avrei potuto chiamarlo “apt fund”, ma mi piaceva il contrasto col canonico “apt-get”, e poi il dominio “apt.fund” era già registrato…), non è altro che un indice delle pagine di donazione di ciascun pacchetto presente sui repository Debian – e pertanto anche Ubuntu, Mint e similari – ed un banale script Bash che mostra le suddette pagine per i pacchetti attualmente installati sul proprio sistema. Insomma: un modo veloce per sapere a chi dare i soldi per fare in modo che il proprio PC (e i propri server…) continuino a ricevere aggiornamenti e miglioramenti. L’ho annunciato sui social (su Twitter e su Mastodon) l’altro giorno e, stando ai log del web server, ho ricevuto più cuoricini e stelline che download.

    Ma non mi lascio scoraggiare: lentamente proseguo con la mia opera di indicizzazione delle pagine di donazione (opera svolta in larga parte a mano, ispezionando i siti web uno a uno in cerca di un link a PayPal o a OpenCollective…), continuo ad assillare i miei lettori con la storia dell’1%, e ogni volta che mi è possibile continuo a ripetere l’importanza di distribuire qualche soldo.

    Perché non è con le lamentazioni che si potrà aggiustare un movimento fondato sulla partecipazione.

    https://madbob.wordpress.com/2024/05/27/la-prossima-definizione/

    #aptGive #BrucePerens #postOpensource

  6. "Lately, though, there's been a very disturbing trend. A company will make its program using , make millions from it, and then switch licenses, leaving contributors, customers, and partners in the lurch as they grab billions."
    - Steven J. Vaughan-Nichols
    @sjvn via ComputerWorld.

    This is why you should only adopt owned and governed by non-profit foundations.

    computerworld.com/article/3714

  7. "Lately, though, there's been a very disturbing trend. A company will make its program using #OpenSource, make millions from it, and then switch licenses, leaving contributors, customers, and partners in the lurch as they grab billions."
    - Steven J. Vaughan-Nichols
    @sjvn via ComputerWorld.

    This is why you should only adopt #OSS owned and governed by non-profit foundations.

    #OpenWashing #FauxpenSource #PostOpenSource

    computerworld.com/article/3714

  8. La narrazione post-opensource emersa nel recente passato ha – a suo modo – tentato di sollecitare una “evoluzione” del modello open source stesso, che (sulla carta) potesse far convivere la trasparenza del codice con una presunta garanzia di sostenibilità economica. Idea poi formalizzata in una variegata serie di licenze software di ispirazione classica (GPL in primis) ma tutte sistematicamente epurate dall’odiata Libertà 0. Per i profani: quella che permette a chiunque, non solo all’autore, di trarre profitto economico dal codice stesso. E sebbene l’intero sistema dialettico sia stato innescato e sia sempre stato corroborato da una forte e spesso scomposta contestazione del modello capitalistico, opprimente sfruttatore dell’altrui lavoro erogato volontariamente in modo gratuito (…), è curioso notare come esso abbia invece gemmato e concimato nuove forme di acrobazie comunicative da parte dei più raffinati esponenti del capitale stesso.

    Il primo esempio interessante è quello di HashiCorp, azienda rea di aver cambiato da un giorno all’altro la licenza di Terraform – popolare strumento di automazione dei processi cloud – rendendolo un prodotto proprietario. Il CEO Dave McJannet, intervistato dopo l’annuncio del fork promosso da Linux Foundation inteso a preservare l’originario progetto libero e aperto, reagì sdegnato invocando “the realisation that the open source model has to evolve“. Una posizione piuttosto diversa rispetto a quella espressa dai suoi omologhi in circostanze analoghe (rispetto ai quali ha comunque dimostrato maggiore onestà intellettuale, adducendo come motivo del cambio di rotta non presunte ed infondate perdite economiche ma un diretto interesse degli investitori), in quanto non esprime biasimo per i sedicenti vincoli propri dell’open source ma arriva a proporre una diversa concezione del modello open source stesso. O, almeno, un diverso significato comunemente applicato a questo termine.

    Come, mesi dopo, ha suo malgrado spiegato con maggiori dettagli Scott Chacon, CEO di GitButler, nell’accrocchiare su TwiXter giustificazioni sul fatto che la piattaforma da esso rappresentata era appena stata rilasciata con una licenza “diversamente open source” che proibisce l’utilizzo commerciale della stessa. Ed esplicitamente ha scritto che, stando al suo punto di vista, per tutti (?!) “open source” vuol letteralmente dire “public on GitHub“, e per evitare incomprensioni (??!!) questo unico significato dovrebbe essere quello comunemente in uso – ignorando qualsiasi altra definizione che Open Source Initiative pretenderebbe di dare senza averne diritto alcuno (???!!!).

    McJannet in modo più sobrio, e Chacon in modo più pirotecnico, nelle loro rispettive posizioni di direttori di startup finanziate da venture capital a caccia di profitti e rendite, non dicono essenzialmente nulla di diverso rispetto al movimento etico e moral(izzator)e citato in apertura: in funzione del diritto di sfruttamento economico (che è sinonimo talvolta di “profitti” e talvolta di “sostenibilità”, a misura del proponente), il codice è pubblicamente consultabile e persino in qualche misura utilizzabile ma nulla di più. Guardare ma non toccare. Ma McJannet e Chacon, nelle loro rispettive posizioni di direttori di startup che fanno del marketing – ancor prima della tecnologia – la loro propria ragion d’essere, stanno ben attenti a non compiere il medesimo errore dei circoli para-filosofici di cui sopra, e preferiscono veicolare il proprio messaggio non tentando di radicare nuove mitologie e nuove ontologie ma sfruttando quelle che già esistono. Mirando a inculcare un nuovo valore ad una parola che già tutti conoscono.

    Sarebbe stato troppo ingenuo dichiarare, in modo semplice e chiaro, “Da oggi il nostro prodotto è Source Available“, termine già coniato, già conosciuto e che già indica esattamente e precisamente la condizione desiderata. Perché rinunciare all’opportunità di presentarsi come “soluzione open source” è un danno, uno svantaggio, un ostacolo. Ed i detrattori lo sanno. Il “brand open source” è amato ed apprezzato dal pubblico in quanto ispiratore di fiducia, in virtù del carico di implicazioni – tutte positive, almeno per gli utenti ed ancor più per i clienti – che porta con sé, dunque poterlo ostentare sulla propria homepage permette di godere di quella stessa fiducia che è stata costruita da altri. Anziché correre il rischio di perdere tale universalmente riconosciuto marchio di qualità – auto-assegnato per auto-certificazione – tanto vale buttarla in caciara e sperare che qualcuno ci creda per davvero. I puristi storceranno il naso, ma gli investitori che approvano i finanziamenti ed i manager che firmano i contratti d’acquisto non noteranno la differenza.

    Purtroppo non siamo dotati di ferri roventi digitali con cui vistosamente marchiare a fuoco gli impostori sulla pubblica gogna dell’internet. Ed è certo che episodi analoghi continueranno a proliferare, in mancanza di argini che possano contenerli. Ma val la pena pensarci, e non prestare il fianco più di quanto strettamente necessario ed ineluttabile. Affinché il termine “open source” non diventi una vana buzzword con cui decorare le brochure.

    Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

    https://madbob.wordpress.com/2024/02/25/il-nome-della-rosa/

    #GitButler #postOpensource #sourceAvailable #Terraform