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  1. IL DEPOSITO E IL PALLINO. EITAN BONDÌ, TRA RAZZISMO PATERNO E COMUNITA' SIONISTA.

    di Lavinia Marchetti

    Luca Monaco (su Repubblica, ripreso da Rita Rapisardi) in un resoconto puntuale descrive ciò che la perquisizione della Digos ha portato alla luce nell'abitazione romana del ventunenne fermato per l'agguato del 25 aprile: «quattro pistole da tiro sportivo, argento e nere. Un fucile a pompa, un'arma della famiglia dei mitra e uno per il tiro di precisione. E poi mille proiettili. Si tratta di armi vere, non da softair, come del resto i coltelli a doppia lama che gli sono stati sequestrati». Ulteriore nota biografica: Il giovane «era sempre presente, anche quando c'era da mostrare i muscoli nelle piazze contese agli antifascisti proPal».

    L'analisi del caso comincia dalla sproporzione fra il deposito domestico e l'arma portata in strada. A casa Bondì custodiva una milizia in nuce. Al Parco Schuster, sotto la mimetica verde e il casco integrale, ha imbracciato una pistola ad aria compressa. Pallini di plastica al collo di Nicola Fasciano, sessantasei anni, alla spalla di Rossana Gabrielli, sessantadue, manifestanti dell'Anpi colpiti nel giorno fondativo della Repubblica. La scelta, a mio avviso, è un sintomo. Il ventunenne mette in scena la morte risparmiandone l'esito penale. Trattiene il piacere dell'atto, respinge il prezzo che lo accompagna. È la fisionomia precisa del fanatico contemporaneo, che brama la gloria del miliziano rifiutando il sacrificio del miliziano.

    Jean Baudrillard aveva descritto con precisione questo passaggio dal reale al simulato: «il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità: è la verità che nasconde che non ne esiste alcuna. Il simulacro è vero». Sparando proiettili di plastica al collo di un sessantenne, Bondì opera questa torsione. La piazza diviene un poligono a cielo aperto. Le vittime perdono lo statuto di persone e regrediscono a bersagli. Il dolore che le tocca serve unicamente a rinforzare l'illusione del giocatore.

    Resta da spiegare come la mente di un ventunenne arrivi a uno sdoppiamento di questa natura. Il lessico nel quale Bondì si è formato è povero di parole per il dolore palestinese e abbondante in formule giustificative per la paranoia identitaria. Lo stesso lessico che in televisione domanda «definisci bambino» mentre a Gaza si conta un bambino ucciso ogni quaranta minuti, lo stesso lessico che chiama animali gli avversari politici e qualifica come danno collaterale i bombardamenti sulle scuole. Cresciuto dentro questo perimetro semantico, il ragazzo arriva a tradurre il lessico in gesto. Spara perché gli è stato insegnato che certe vite valgono meno delle altre.

    Sul piano della trasmissione familiare la vicenda mostra una nettezza quasi clinica. Eitan ha ricevuto in eredità un padre sottoposto a sorveglianza speciale, condannato per una rapina compiuta nel 2024 «al grido "Negro di m..."» (R. Rapisardi). L'eredità è la legge infranta, l'aggressività razzista e la pena patita davanti al figlio. Davanti a un genitore che incarna la trasgressione brutale, il ragazzo assorbe l'intolleranza paterna e la riveste di causa nobile. L'insulto del padre durante una rapina suona meschino. Lo sparo del figlio contro un militante dell'Anpi nel giorno della Liberazione può raccontarsi alla coscienza del ventunenne come patriottismo sionista. Stessa pulsione, vernice diversa.

    La cecità materna completa il quadro. Mille proiettili sfuggiti all'attenzione. Tre fucili e coltelli a doppia lama mai visti. La famiglia contemporanea si presenta sempre più spesso come convivenza di solitudini sotto lo stesso tetto, dove i figli costruiscono identità di odio in camere chiuse e i genitori si svegliano sorpresi.

    Adorno e i suoi collaboratori, indagando la formazione del soggetto autoritario nella Vienna prebellica e nella California postbellica, giunsero a una conclusione che il caso Bondì illustra molto bene: «la suscettibilità all'ideologia antidemocratica si fonda principalmente su bisogni di personalità». Il fanatico odia l'avversario perché odia parti rimosse di sé. L'arsenale custodito nello stesso vano in cui dorme assolve la funzione di muro contro l'angoscia persecutoria. Le bandiere israeliane fotografate accanto alle pistole non sono un complemento decorativo e trasformano una compulsione clinica in missione percepita come santa.

    Il mito del lupo solitario va abbandonato. La Brigata Ebraica ha smentito, ovviamente qualsiasi tesseramento, la Comunità ha preso le distanze, le istituzioni ufficiali hanno reciso i legami con rapidità prevedibile. Lui stesso ha detto di non farne parte (subito dopo la visita dell'avvocato...). La psicologia sociale ha però mostrato che nessuno agisce davvero in solitudine. Zimbardo dopo il suo famoso esperimento disse: «quando le persone si sentono anonime e parte di un gruppo, esse rinunciano alla responsabilità individuale e abbracciano le norme implicite di quel gruppo».

    Il telefono di Bondì, sequestrato dagli investigatori, dirà più di mille interrogatori. Restituirà la mappa precisa dei canali, dei contatti, e delle bolle ideologiche che hanno alimentato il suo passaggio all'atto. L'individuo isolato della cronaca giudiziaria si rivelerà senz'altro un nodo di una rete diffusa.

    Sul piano istituzionale arriva infine la derubricazione. La Procura aveva contestato il duplice tentato omicidio. Il Gip ha riqualificato in tentate lesioni pluriaggravate dalla premeditazione e ha concesso gli arresti domiciliari. Il ventunenne è tornato nella casa che fino a poche ore prima ospitava il deposito sequestrato. La decisione comunica un messaggio inequivocabile sul valore politico differenziato che l'apparato statale assegna alla violenza di matrice sionista rispetto a quella imputata al dissenso ecologista o filopalestinese, sottoposto da anni a misure cautelari ben più pesanti per atti di gran lunga meno gravi.

    Eitan Bondì è il punto di convergenza fra disgregazione familiare, precarizzazione lavorativa, radicalizzazione digitale, sionismo che da anni autorizza la disumanizzazione del nemico, ordinamento giudiziario che derubrica ciò che preferisce non nominare.

    Mi resta la domanda che ponevo qualche giorno fa: chi ha insegnato a questo ragazzo la lingua con cui ha premuto il grilletto?

    #eitanbondì #attentatosionistaroma #anpiroma #brigataebraica
    #ParcoSchuster

    @attualita

  2. IL DEPOSITO E IL PALLINO. EITAN BONDÌ, TRA RAZZISMO PATERNO E COMUNITA' SIONISTA.

    di Lavinia Marchetti

    Luca Monaco (su Repubblica, ripreso da Rita Rapisardi) in un resoconto puntuale descrive ciò che la perquisizione della Digos ha portato alla luce nell'abitazione romana del ventunenne fermato per l'agguato del 25 aprile: «quattro pistole da tiro sportivo, argento e nere. Un fucile a pompa, un'arma della famiglia dei mitra e uno per il tiro di precisione. E poi mille proiettili. Si tratta di armi vere, non da softair, come del resto i coltelli a doppia lama che gli sono stati sequestrati». Ulteriore nota biografica: Il giovane «era sempre presente, anche quando c'era da mostrare i muscoli nelle piazze contese agli antifascisti proPal».

    L'analisi del caso comincia dalla sproporzione fra il deposito domestico e l'arma portata in strada. A casa Bondì custodiva una milizia in nuce. Al Parco Schuster, sotto la mimetica verde e il casco integrale, ha imbracciato una pistola ad aria compressa. Pallini di plastica al collo di Nicola Fasciano, sessantasei anni, alla spalla di Rossana Gabrielli, sessantadue, manifestanti dell'Anpi colpiti nel giorno fondativo della Repubblica. La scelta, a mio avviso, è un sintomo. Il ventunenne mette in scena la morte risparmiandone l'esito penale. Trattiene il piacere dell'atto, respinge il prezzo che lo accompagna. È la fisionomia precisa del fanatico contemporaneo, che brama la gloria del miliziano rifiutando il sacrificio del miliziano.

    Jean Baudrillard aveva descritto con precisione questo passaggio dal reale al simulato: «il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità: è la verità che nasconde che non ne esiste alcuna. Il simulacro è vero». Sparando proiettili di plastica al collo di un sessantenne, Bondì opera questa torsione. La piazza diviene un poligono a cielo aperto. Le vittime perdono lo statuto di persone e regrediscono a bersagli. Il dolore che le tocca serve unicamente a rinforzare l'illusione del giocatore.

    Resta da spiegare come la mente di un ventunenne arrivi a uno sdoppiamento di questa natura. Il lessico nel quale Bondì si è formato è povero di parole per il dolore palestinese e abbondante in formule giustificative per la paranoia identitaria. Lo stesso lessico che in televisione domanda «definisci bambino» mentre a Gaza si conta un bambino ucciso ogni quaranta minuti, lo stesso lessico che chiama animali gli avversari politici e qualifica come danno collaterale i bombardamenti sulle scuole. Cresciuto dentro questo perimetro semantico, il ragazzo arriva a tradurre il lessico in gesto. Spara perché gli è stato insegnato che certe vite valgono meno delle altre.

    Sul piano della trasmissione familiare la vicenda mostra una nettezza quasi clinica. Eitan ha ricevuto in eredità un padre sottoposto a sorveglianza speciale, condannato per una rapina compiuta nel 2024 «al grido "Negro di m..."» (R. Rapisardi). L'eredità è la legge infranta, l'aggressività razzista e la pena patita davanti al figlio. Davanti a un genitore che incarna la trasgressione brutale, il ragazzo assorbe l'intolleranza paterna e la riveste di causa nobile. L'insulto del padre durante una rapina suona meschino. Lo sparo del figlio contro un militante dell'Anpi nel giorno della Liberazione può raccontarsi alla coscienza del ventunenne come patriottismo sionista. Stessa pulsione, vernice diversa.

    La cecità materna completa il quadro. Mille proiettili sfuggiti all'attenzione. Tre fucili e coltelli a doppia lama mai visti. La famiglia contemporanea si presenta sempre più spesso come convivenza di solitudini sotto lo stesso tetto, dove i figli costruiscono identità di odio in camere chiuse e i genitori si svegliano sorpresi.

    Adorno e i suoi collaboratori, indagando la formazione del soggetto autoritario nella Vienna prebellica e nella California postbellica, giunsero a una conclusione che il caso Bondì illustra molto bene: «la suscettibilità all'ideologia antidemocratica si fonda principalmente su bisogni di personalità». Il fanatico odia l'avversario perché odia parti rimosse di sé. L'arsenale custodito nello stesso vano in cui dorme assolve la funzione di muro contro l'angoscia persecutoria. Le bandiere israeliane fotografate accanto alle pistole non sono un complemento decorativo e trasformano una compulsione clinica in missione percepita come santa.

    Il mito del lupo solitario va abbandonato. La Brigata Ebraica ha smentito, ovviamente qualsiasi tesseramento, la Comunità ha preso le distanze, le istituzioni ufficiali hanno reciso i legami con rapidità prevedibile. Lui stesso ha detto di non farne parte (subito dopo la visita dell'avvocato...). La psicologia sociale ha però mostrato che nessuno agisce davvero in solitudine. Zimbardo dopo il suo famoso esperimento disse: «quando le persone si sentono anonime e parte di un gruppo, esse rinunciano alla responsabilità individuale e abbracciano le norme implicite di quel gruppo».

    Il telefono di Bondì, sequestrato dagli investigatori, dirà più di mille interrogatori. Restituirà la mappa precisa dei canali, dei contatti, e delle bolle ideologiche che hanno alimentato il suo passaggio all'atto. L'individuo isolato della cronaca giudiziaria si rivelerà senz'altro un nodo di una rete diffusa.

    Sul piano istituzionale arriva infine la derubricazione. La Procura aveva contestato il duplice tentato omicidio. Il Gip ha riqualificato in tentate lesioni pluriaggravate dalla premeditazione e ha concesso gli arresti domiciliari. Il ventunenne è tornato nella casa che fino a poche ore prima ospitava il deposito sequestrato. La decisione comunica un messaggio inequivocabile sul valore politico differenziato che l'apparato statale assegna alla violenza di matrice sionista rispetto a quella imputata al dissenso ecologista o filopalestinese, sottoposto da anni a misure cautelari ben più pesanti per atti di gran lunga meno gravi.

    Eitan Bondì è il punto di convergenza fra disgregazione familiare, precarizzazione lavorativa, radicalizzazione digitale, sionismo che da anni autorizza la disumanizzazione del nemico, ordinamento giudiziario che derubrica ciò che preferisce non nominare.

    Mi resta la domanda che ponevo qualche giorno fa: chi ha insegnato a questo ragazzo la lingua con cui ha premuto il grilletto?

    #eitanbondì #attentatosionistaroma #anpiroma #brigataebraica
    #ParcoSchuster

    @attualita

  3. IL DEPOSITO E IL PALLINO. EITAN BONDÌ, TRA RAZZISMO PATERNO E COMUNITA' SIONISTA.

    di Lavinia Marchetti

    Luca Monaco (su Repubblica, ripreso da Rita Rapisardi) in un resoconto puntuale descrive ciò che la perquisizione della Digos ha portato alla luce nell'abitazione romana del ventunenne fermato per l'agguato del 25 aprile: «quattro pistole da tiro sportivo, argento e nere. Un fucile a pompa, un'arma della famiglia dei mitra e uno per il tiro di precisione. E poi mille proiettili. Si tratta di armi vere, non da softair, come del resto i coltelli a doppia lama che gli sono stati sequestrati». Ulteriore nota biografica: Il giovane «era sempre presente, anche quando c'era da mostrare i muscoli nelle piazze contese agli antifascisti proPal».

    L'analisi del caso comincia dalla sproporzione fra il deposito domestico e l'arma portata in strada. A casa Bondì custodiva una milizia in nuce. Al Parco Schuster, sotto la mimetica verde e il casco integrale, ha imbracciato una pistola ad aria compressa. Pallini di plastica al collo di Nicola Fasciano, sessantasei anni, alla spalla di Rossana Gabrielli, sessantadue, manifestanti dell'Anpi colpiti nel giorno fondativo della Repubblica. La scelta, a mio avviso, è un sintomo. Il ventunenne mette in scena la morte risparmiandone l'esito penale. Trattiene il piacere dell'atto, respinge il prezzo che lo accompagna. È la fisionomia precisa del fanatico contemporaneo, che brama la gloria del miliziano rifiutando il sacrificio del miliziano.

    Jean Baudrillard aveva descritto con precisione questo passaggio dal reale al simulato: «il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità: è la verità che nasconde che non ne esiste alcuna. Il simulacro è vero». Sparando proiettili di plastica al collo di un sessantenne, Bondì opera questa torsione. La piazza diviene un poligono a cielo aperto. Le vittime perdono lo statuto di persone e regrediscono a bersagli. Il dolore che le tocca serve unicamente a rinforzare l'illusione del giocatore.

    Resta da spiegare come la mente di un ventunenne arrivi a uno sdoppiamento di questa natura. Il lessico nel quale Bondì si è formato è povero di parole per il dolore palestinese e abbondante in formule giustificative per la paranoia identitaria. Lo stesso lessico che in televisione domanda «definisci bambino» mentre a Gaza si conta un bambino ucciso ogni quaranta minuti, lo stesso lessico che chiama animali gli avversari politici e qualifica come danno collaterale i bombardamenti sulle scuole. Cresciuto dentro questo perimetro semantico, il ragazzo arriva a tradurre il lessico in gesto. Spara perché gli è stato insegnato che certe vite valgono meno delle altre.

    Sul piano della trasmissione familiare la vicenda mostra una nettezza quasi clinica. Eitan ha ricevuto in eredità un padre sottoposto a sorveglianza speciale, condannato per una rapina compiuta nel 2024 «al grido "Negro di m..."» (R. Rapisardi). L'eredità è la legge infranta, l'aggressività razzista e la pena patita davanti al figlio. Davanti a un genitore che incarna la trasgressione brutale, il ragazzo assorbe l'intolleranza paterna e la riveste di causa nobile. L'insulto del padre durante una rapina suona meschino. Lo sparo del figlio contro un militante dell'Anpi nel giorno della Liberazione può raccontarsi alla coscienza del ventunenne come patriottismo sionista. Stessa pulsione, vernice diversa.

    La cecità materna completa il quadro. Mille proiettili sfuggiti all'attenzione. Tre fucili e coltelli a doppia lama mai visti. La famiglia contemporanea si presenta sempre più spesso come convivenza di solitudini sotto lo stesso tetto, dove i figli costruiscono identità di odio in camere chiuse e i genitori si svegliano sorpresi.

    Adorno e i suoi collaboratori, indagando la formazione del soggetto autoritario nella Vienna prebellica e nella California postbellica, giunsero a una conclusione che il caso Bondì illustra molto bene: «la suscettibilità all'ideologia antidemocratica si fonda principalmente su bisogni di personalità». Il fanatico odia l'avversario perché odia parti rimosse di sé. L'arsenale custodito nello stesso vano in cui dorme assolve la funzione di muro contro l'angoscia persecutoria. Le bandiere israeliane fotografate accanto alle pistole non sono un complemento decorativo e trasformano una compulsione clinica in missione percepita come santa.

    Il mito del lupo solitario va abbandonato. La Brigata Ebraica ha smentito, ovviamente qualsiasi tesseramento, la Comunità ha preso le distanze, le istituzioni ufficiali hanno reciso i legami con rapidità prevedibile. Lui stesso ha detto di non farne parte (subito dopo la visita dell'avvocato...). La psicologia sociale ha però mostrato che nessuno agisce davvero in solitudine. Zimbardo dopo il suo famoso esperimento disse: «quando le persone si sentono anonime e parte di un gruppo, esse rinunciano alla responsabilità individuale e abbracciano le norme implicite di quel gruppo».

    Il telefono di Bondì, sequestrato dagli investigatori, dirà più di mille interrogatori. Restituirà la mappa precisa dei canali, dei contatti, e delle bolle ideologiche che hanno alimentato il suo passaggio all'atto. L'individuo isolato della cronaca giudiziaria si rivelerà senz'altro un nodo di una rete diffusa.

    Sul piano istituzionale arriva infine la derubricazione. La Procura aveva contestato il duplice tentato omicidio. Il Gip ha riqualificato in tentate lesioni pluriaggravate dalla premeditazione e ha concesso gli arresti domiciliari. Il ventunenne è tornato nella casa che fino a poche ore prima ospitava il deposito sequestrato. La decisione comunica un messaggio inequivocabile sul valore politico differenziato che l'apparato statale assegna alla violenza di matrice sionista rispetto a quella imputata al dissenso ecologista o filopalestinese, sottoposto da anni a misure cautelari ben più pesanti per atti di gran lunga meno gravi.

    Eitan Bondì è il punto di convergenza fra disgregazione familiare, precarizzazione lavorativa, radicalizzazione digitale, sionismo che da anni autorizza la disumanizzazione del nemico, ordinamento giudiziario che derubrica ciò che preferisce non nominare.

    Mi resta la domanda che ponevo qualche giorno fa: chi ha insegnato a questo ragazzo la lingua con cui ha premuto il grilletto?

    #eitanbondì #attentatosionistaroma #anpiroma #brigataebraica
    #ParcoSchuster

    @attualita

  4. 𝐋’𝐮𝐧 𝐝’𝐞𝐮𝐱 : #Zvika_Mor. Père d’un prisonnier et militant ultra-proche de #Nétanyahou, il réclamait la coupure d’eau à #Gaza, alors que son fils #Eitan y était détenu sans accès garanti à l’eau.

  5. Eitan Reiter continues to refine his musical vision with a bold four-track release that masterfully balances audience expectations with surprising twists. #music #eitanreiter #fish #impulse

    evl.one/fish-ep-by-eitan-reiter

  6. Listen to Eitan Worcel talk about how not to use #ai . This and many more exciting talks! Register at www.basconf.org

    #owasp #owaspboston #appsec #basconf #basconf24

  7. Marina Pierlorenzi è presidente del Comitato provinciale ANPI di Roma e in questa intervista a Camilla Costantini racconta l’aggressione da parte di Eitan Bondi a due membri dell’ANPI durante la manifestazione per il Giorno della Liberazione italiana del 25 aprile, nei pressi della Basilica di San Paolo a Roma
    Intervista a Marina Pierlorenzi dopo i fatti del 25 aprile – Transform! Italia
    transform-italia.it/intervista

    #anpiroma #eitanbondi #SpariAnpiRoma

    @politica

  8. Sinai and Jerusalem are an answer to holy war

    Eitan Mor, who endured captivity in Gaza, described the worldview he encountered there in blunt, unsettling terms. When…
    #Israel #News #Al-Aqsa #Gaza #God #jerusalem #moses #mountsinai #Religión #TempleMount #Torah
    europesays.com/2759990/

  9. 𝐃𝐚𝐧𝐬 𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐝𝐞́𝐨, #Mor rapporte que #Haddad aurait clairement affirmé qu’il tuerait quiconque ferait du mal à un captif. #Eitan décrit #Al-Haddad comme « exceptionnel ». Les images existent. Rien n’est spéculatif.

  10. Salvinizzare l’antisemitismo

    La gioia con cui alcuni hanno accolto la notizia sull’identità di Eitan Bondi — come se finalmente si potesse incastrare un’intera comunità dentro un titolo comodo — dice molto più di quanto si vorrebbe ammettere. È la stessa dinamica che vediamo ogni volta che un politico costruisce consenso sul riflesso pavloviano: “vedete? avevo ragione io”. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. Se lo chiamiamo razzismo quando colpisce gli immigrati, dobbiamo avere l’onestà di […]

    leargenteetesteduovo.com/2026/

  11. Salvinizzare l’antisemitismo

    La gioia con cui alcuni hanno accolto la notizia sull’identità di Eitan Bondi — come se finalmente si potesse incastrare un’intera comunità dentro un titolo comodo — dice molto più di quanto si vorrebbe ammettere. È la stessa dinamica che vediamo ogni volta che un politico costruisce consenso sul riflesso pavloviano: “vedete? avevo ragione io”. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. Se lo chiamiamo razzismo quando colpisce gli immigrati, dobbiamo avere l’onestà di […]

    leargenteetesteduovo.com/2026/

  12. Salvinizzare l’antisemitismo

    La gioia con cui alcuni hanno accolto la notizia sull’identità di Eitan Bondi — come se finalmente si potesse incastrare un’intera comunità dentro un titolo comodo — dice molto più di quanto si vorrebbe ammettere. È la stessa dinamica che vediamo ogni volta che un politico costruisce consenso sul riflesso pavloviano: “vedete? avevo ragione io”. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. Se lo chiamiamo razzismo quando colpisce gli immigrati, dobbiamo avere l’onestà di […]

    leargenteetesteduovo.com/2026/

  13. Hear about all the mistakes you can make while applying #ai in #security from Eitan Worcel. Buy your ticket at www.basconf.org and grab a spot. #owasp #basc2025 #appsec #basc

  14. Not on novels, but on Holocaust survivor testimonials:

    Eitan Wagner, Renana Keydar, Amir Pinchevski & Omri Abend (2023). "Automatic Topic-Guided Segmentation of Holocaust Survivor Testimonies", Journal of Computational Literary Studies 2 (1), 1–26. doi: doi.org/10.48694/jcls.3580.

    Keywords: #segmentation, #spoken narratives, #testimonies, #narrative analysis, #topic analysis, mutual information, #NLP #CLS #JCLS