#azionario — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #azionario, aggregated by home.social.
-
Lo sciopero del capitale ha avuto particolare intensità negli anni 1963, 1968 e 1969
Michele Salvati, oltre al calo degli investimenti, ci segnala anche l’esportazione di capitali come manifestazione dello “sciopero del capitale”. Tale fenomeno ha avuto particolare intensità negli anni 1963, 1968 e 1969. Il 1963 fu caratterizzato da un saldo negativo nella bilancia dei pagamenti economica dovuto sia al saldo delle partite correnti, sia al saldo dei movimenti di capitale, già negativo nel 1962. La manovra restrittiva attuata dalla banca centrale riuscì nell’intento di riportare in positivo il saldo della bilancia commerciale, mentre i movimenti di capitali furono caratterizzati da un significativo deflusso sino al 1972. Al saldo positivo del 1964 contribuì il prestito del fondo monetario internazionale, ma già dal 1965 la bilancia dei pagamenti presentò saldi dei movimenti di capitali negativi, in particolare nel biennio 1968‐69 caratterizzato da una forte esportazione di capitali (Tabella 9). Il deflusso di capitali verso l’estero assunse spesso la forma di esportazione illegale di banconote. Come si può vedere nella Tabella 10 le rimesse di banconote italiane dall’estero contribuirono in maniera cospicua alla determinazione del saldo negativo dei movimenti di capitali, in particolare negli anni 1962‐64 e 1968‐69. Negli stessi anni più del 90% di queste banconote proveniva dalla Svizzera (Tabella 11).
#1958 #1963 #1968 #1969 #ammortamenti #azionario #Banca #capitali #cedolare #chimica #concentrazione #credito #DiegoMarenot #esportazione #estero #finanziamenti #finanziarie #fisco #immobiliari #imprese #industria #investimenti #Italia #manifatturiere #mercato #rischi #rischio #sciopero #società
Una parte cospicua dei capitali esportati si dirigeva verso la Svizzera, in primo luogo, o verso Liechtenstein e Lussemburgo, tutti paesi nei quali vigeva un sistema fiscale favorevole alle società finanziarie (si veda il capitolo precedente). Buona parte di questi capitali uscivano dall’Italia per rientrarvi “estero‐vestiti”. A dimostrazione di questo si considerino gli investimenti diretti esteri in Italia negli stessi anni. La grande maggioranza di questi investimenti proveniva proprio da tre paesi: Svizzera, Liechtenstein e Lussemburgo (Tabella 12). Andando poi a verificare i settori nei quali questi investimenti furono diretti si scopre che a essere maggiormente interessate furono le società finanziarie e quelle immobiliari. Anche nei settori della chimica e della meccanica i capitali provenienti dai tre paesi erano cospicui, ma la differenza rispetto agli investimenti diretti provenienti dagli altri paesi più contenuta (Tabella 13).
Le rimesse di banconote italiane aumentarono considerevolmente nel 1962 e ulteriormente nel 1963, in concomitanza con l’introduzione dell’imposta cedolare. Al fine di ridurre l’incidenza dell’imposta ed evitare l’accertamento divenne per molti conveniente intestare i titoli a nominativi esteri mediante il sistema dell’esportazione non autorizzata di banconote. Nel febbraio 1964 fu modificato il regime della cedolare con l’introduzione della possibilità di optare per una ritenuta a titolo d’imposta (cedolare “secca”). In tal modo venne meno la convenienza a trasferire all’estero il possesso dei titoli e si ridusse, come si può vedere nella Tabella 10, il deflusso di banconote. Nel 1967 si invertì nuovamente la tendenza a seguito dell’ulteriore modifica al regime della cedolare che abolì la cedolare “secca” favorendo l’intestazione dei titoli a nominativi esteri <260. Secondo un’analisi indicativa compiuta dalla Banca d’Italia, riportata nella Tabella 14, i fattori fiscali ed istituzionali furono la principale causa del deflusso di capitali tra il 1962 e il 1969.
[…] Le modificazioni intervenute nella struttura finanziaria delle imprese italiane negli anni ’60 e ’70 costituiscono un argomento ampiamente dibattuto <261. Già l’indagine di Filippi e Zanetti <262, relativa alle 200 maggiori società industriali italiane del periodo 1958‐63, documentava una progressiva erosione della quota dell’autofinanziamento e del capitale di rischio. La quota di autofinanziamento coprì più della metà del fabbisogno nel biennio 1958‐59 per scendere a un terzo nel 1963. Alla drastica riduzione della capacità di produrre i mezzi necessari al finanziamento, da mettere peraltro in relazione anche all’aumento dei costi dovuto al cosiddetto “slittamento salariale”, le imprese
risposero in un primo momento con un aumento delle emissioni di azioni, in particolare nel 1960 e nel 1961, per poi passare nel 1963 ad un più massiccio ricorso all’indebitamento, pari a quasi due terzi del totale dei finanziamenti (Tabella 15). Anche il gruppo di 90 società quotate censito da Mediobanca negli anni 1960‐65, pure nella diversità del campione mostra la stessa tendenza alla riduzione progressiva dell’autofinanziamento e un maggiore ricorso all’indebitamento (Tabella 16). Le aziende, deteriorate nei loro conti economici, si videro costrette a ricorrere ulteriormente al credito anche nel quinquennio successivo. Come si vede nella Tabella 17, che illustra un altro campione censito da Mediobanca comprensivo di 520 società, su 12,8 miliardi di incremento del passivo nel periodo 1966‐70, solo il 10,5% fu costituito da mezzi propri. Peraltro anche sul fronte dell’indebitamento ci fu un deterioramento poiché aumentarono i debiti a breve molto più di quelli a medio e lungo termine.
Il campione realizzato dalla Banca d’Italia, comprendente 219 società manifatturiere, ha il vantaggio di prendere in considerazione un periodo più lungo, vale a dire gli anni 1958‐73. Anche in questo caso si evidenzia una contrazione del capitale di rischio in rapporto alle altre voci che compongono la struttura contabile del passivo delle aziende considerate (Figura 1). In questo caso la diminuzione della percentuale del capitale di rischio si concentra all’inizio e alla fine del periodo considerato, mentre nella parte centrale, cioè durante gli anni 1964‐69, la situazione rimane stabile. Si potrebbe pensare che le società quotate potessero fare maggiore ricorso all’aumento di capitale e pertanto siano riuscite a mantenere una struttura finanziaria più solida, ma i dati elaborati dalla Banca d’Italia relativamente alla struttura del capitale di 59 società manifatturiere quotate, tra gli anni 1962 e 1973, ci inducono a trarre
tutt’altre conclusioni. Anche tenendo conto di una rivalutazione dei cespiti patrimoniali, come ipotizzato dalla banca centrale (Tabella 18), le 59 società si trovano in una situazione finanziaria più compromessa rispetto al precedente campione delle 219.
Analoghe considerazioni si possono trarre sulla base di un altro campione considerato dalla Banca centrale, comprendente 413 società manifatturiere tra gli anni 1962 e 1973. Contrariamente al campione della Figura 1, ma come per le 59 società quotate, la percentuale del capitale di rischio diminuisce progressivamente in tutto il periodo considerato, dimezzandosi. Tutte le altre voci aumentano, ma è l’indebitamento a breve termine a registrare l’incremento maggiore (Tabella 19). Giorgio Pivato contesta il presunto peggioramento della struttura finanziaria delle imprese italiane negli anni 1964‐69, ritenendo non corretto considerare solo la somma di capitale versato e riserve tra i mezzi propri. Includendo nella somma gli ammortamenti, la variazione sarebbe stata modesta. Un consistente cambiamento nel rapporto tra mezzi propri e indebitamento vi sarebbe stato, ma nel corso del tempo, dagli anni ’30 agli anni ’60. La struttura finanziaria che ne derivò appare comunque all’autore fortemente inadeguata a garantire lo sviluppo degli investimenti, limitato dalle sfavorevoli condizioni del mercato finanziario <263.
Il problema del finanziamento si lega anche alla questione della concentrazione. Secondo alcuni le fusioni e le acquisizioni realizzate negli anni ’60 sarebbero state insufficienti, nonostante la legislazione incentivante <264, peraltro introdotta in tutti i paesi europei <265, e inadeguate a raggiungere quegli standard di efficienza e presenza sul mercato tali da non porre il paese in una condizione di marginalità nel contesto europeo <266. Carducci individua tre sottoperiodi: 1958‐69; 1961‐65; 1966‐71. Nel primo vi sarebbe stata assenza di incorporazioni, nel secondo il fenomeno fu poco pronunciato, mentre il terzo fu caratterizzato da una forte concentrazione, legata “verosimilmente al più difficile equilibrio tra costi e ricavi delle imprese minori ed alla situazione di sottoquotazione del mercato azionario, che ha reso conveniente l’espansione della capacità produttiva delle grandi imprese mediante l’acquisizione di impianti già esistenti”. Carducci nota la similarità tra il ricorso al mercato da parte delle grandi società private e l’investimento azionario da parte delle stesse. Le emissioni sarebbero servite a ridurre i rischi della gestione, finanziando sia la diversificazione dei rischi, sia l’acquisizione di aziende operanti negli stessi settori senza porre problemi di riallocazione di risorse interne. L’impresa pubblica avrebbe avuto minore necessità di ricorrere al mercato grazie ad un maggiore ricorso all’indebitamento ma anche all’autofinanziamento, grazie ad un pay‐out ratio meno elevato nell’impresa pubblica che in quella privata (16% dei profitti lordi contro il 21). <267
Secondo Alfredo Macchiati solo sul finire degli anni ’70, tra il 1978 e il 1980 si sarebbe verificato un miglioramento della situazione finanziaria delle imprese. Precedentemente l’inflazione non avrebbe prodotto una svalutazione dei debiti tale da determinare “guadagni da inflazione”. Macchiati contesta anche la tesi secondo la quale negli anni ’70 l’impresa italiana si sarebbe finanziata in maniera esigua tramite il capitale di rischio <268, fatta eccezione per la raccolta tramite la borsa. L’aumento di capitale sarebbe consistito pertanto nell’apporto diretto da parte dei gruppi di controllo (esterni all’industria) e non in una raccolta di risparmio presso il pubblico <269.
I campioni di società sopra illustrati non sono, al meno ai fini della mia ricerca, esaustivi. Non solo per le conclusioni non univoche cui conducono ma anche per la dimensione temporale, a volte ridotta, o per l’eccessiva estensione, essendo riferiti a imprese sia pubbliche che private e di varie dimensioni. Ritengo più opportuno considerare i cambiamenti intervenuti nella grande impresa privata per diverse ragioni: è più sensibile di quella pubblica alle dinamiche fiscali; non può far ricorso all’aumento dei fondi di dotazione; ha più facile accesso al mercato dei capitali rispetto alle imprese minori. Ritengo che circoscrivere l’indagine alla grande impresa privata sia anche più utile ai fini di una valutazione, che sarà oggetto dei prossimi capitoli, della visione che la classe politica dell’epoca aveva del capitalismo italiano. A rischio di produrre l’ennesima statistica documentante il deterioramento della struttura finanziaria dell’impresa italiana e a rischio di non scoprire nulla di nuovo rispetto a quanto già detto, ho deciso di verificare per gli anni 1958‐72 l’evoluzione del passivo delle 97 società per azioni industriali italiane più grandi per fatturato nel 1969.
[NOTE]
261 Si vedano tra gli altri: AA. VV., Il finanziamento delle imprese, Atti del convegno del centro di prevenzione e difesa sociale, Giuffrè, Milano 1977; AA. VV., Struttura finanziaria e politica economica in Italia, Franco Angeli, Milano 1976; Balducci R., Capitale finanziario e struttura industriale, in Vicarelli F. (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario: il caso italiano, Il mulino, Bologna 1979; Barca F., Compromesso senza riforme nel capitalismo italiano, in Barca F. (a c. di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, Donzelli, Roma 1997; Barca L., Manghetti G., L’Italia delle banche, Editori Riuniti, Roma 1976; Bernabè F., Struttura finanziaria e politica economica in Italia, Franco Angeli, Milano, 1976; Cesarini F., Struttura finanziaria, sistema creditizio e allocamento delle risorse in Italia, Il Mulino, Bologna 1976; Colajanni N., Riconversione, grande impresa, partecipazioni statali, Feltrinelli, Milano 1976; Ente Einaudi, Ricerca sul sistema creditizio, Roma 1976; Nota Carli sul capital di rischio in Italia, in “Mondo Economico”, n. 8, 1 marzo 1975, p. 30; Vicarelli F. (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario, Il Mulino, Bologna 1979; Zecchi S., “Squilibri” e strutture finanziarie nell’industria manifatturiera italiana – Un commento, in “Moneta e Credito”, settembre 1975.
262 Filippi E., Zanetti G., Finanza e sviluppo nella grande industria italiana, Franco Angeli, Milano 1965.
263 Pivato G., Le strutture patrimoniali nell’industria italiana, Giuffré, Milano 1971.
264 Decreto‐legge 18 marzo 1965 n. 170, con scadenza rinnovata dalla Legge 17 febbraio 1968 n. 57 e dal Decreto‐legge 27 agosto 1970 n. 621.
265 Roelans J. Y., Régimes Fiscaux Applicables aux Fusions de Sociétés, Bruxelles 1970.
266 Scognamiglio C., Mercato dei capitali, borse valori e finanziamento delle imprese, Franco Angeli, Milano 1974, pp. 73‐77; Ricardi F., Un problema per l’Italia: non diventare marginali nei confronti del mercato finanziario unificato europeo, in “Mondo Economico”, 20 marzo 1971.
267 Carducci G., Le imprese industriali italiane negli anni 1961 1972: un’analisi attraverso i bilanci delle società per azioni, in “Moneta e Credito”, n. 3, 1973, p. 233‐247. Carducci ha utilizzato i dati relativi ad un gruppo di 423 società italiane dell’industria manifatturiera nel periodo 1958‐71 censite dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale (anni 1965‐72).
268 Tra i sostenitori Monti M., Cesarini F., Scognamiglio F., Il sistema creditizio e finanziario italiano, in Relazione della Commissione di studio istituita dal Ministero del Tesoro, Poligrafico della Stato, Roma 1982; Cesarini F., Sistema bancario e offerta di capitale di rischio in Italia, in Lamfalussy A., I mercati finanziari europei, Torino, Einaudi 1972; Ciocca P., Gli investimenti delle imprese e le strutture finanziarie in Carli G. (a c. di), Sviluppo economico e strutture finanziarie in Italia, Il Mulino, Boogna 1977.
269 Macchiati A., Il finanziamento delle imprese industriali in Italia, Il Mulino, Bologna 1985. Posizioni simili sono presenti in: Balducci R., Capitale finanziario e struttura industriale, in Vicarelli F., (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario: il caso italiano, Il Mulino, Bologna 1979; Ragazzi G., Teoria dei mercati dei capitali e concentrazione della proprietà delle imprese, in “Moneta e Credito”, n. 1, 1975, pp. 56‐80.
Diego Marenot, Politiche fiscali e finanziamento d’impresa (1962-1974), Tesi di dottorato, Università commerciale L. Bocconi – Milano, 2010 -
https://www.europesays.com/it/362938/ Nvidia, cambio di strategia: 30 miliardi di investimento in OpenAi, ma salta l’accordo da 100 miliardi #accordo #Affari #artificiale #azionario #Business #calcolo #cambio #CambioStrategia #chatgpt #crescita #dollari #finanziamento #intelligenza #IntelligenzaArtificiale #investimento #InvestimentoAzionario #IT #Italia #Italy #nvidia #openai #round #RoundFinanziamento
-
https://www.europesays.com/it/247121/ Lazio, minacce di morte a Lotito: cinque indagati #azionario #AzionarioControllo #Calcio #cedere #cinque #CinqueIndagati #controllo #denunce #estorsione #EstorsioneManipolazione #EstorsioneManipolazioneMercato #false #Football #indagati #IT #Italia #Italy #lazio #lotito #minacce #morte #Notizie #NotizieFalse #Soccer #Sport #Sports #tentata #TentataEstorsione