#anarchismo — Public Fediverse posts
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Sacco e Vanzetti. Assassinio di stato e solidarietà internazionale
"Se l'anarchismo era la punta più avanzata di
https://umanitanova.org/sacco-e-vanzetti-assassinio-di-stato-e-solidarieta-internazionale/
#2026 #Articoli #Culture #numero_27 #anarchia #anarchici #Anarchismo #EmigrazioneItaliana #militanza #MovimentoAnarchico #MovimentoOperaio #NicolaSacco #repressione #RepressioneAnarchici #SaccoEVanzetti #StatiUniti #StoriaDelMovimentoAnarchico #StoriaDelMovimentoOperaioESocialista #USA -
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Agorafobia – quando la piazza fa paura. Affanni elettorali e astensionismo crescente
Lo scontro ideologico sulla nuova legge elettorale ha occupato ampio spazio nella discussione poli
https://umanitanova.org/agorafobia-quando-la-piazza-fa-paura-affanni-elettorali-e-astensionismo-crescente/
#2026 #Analisi #Articoli #DallItalia #InEvidenza #numero_27 #anarchici #Anarchismo #astensionismo #elettoralismo #legge #LotteSociali #parlamento #RagioniDellastensionismo #rassegnazione #repressione -
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Lo scontro ideologico sulla nuova legge elettorale ha occupato ampio spazio nella discussione poli
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CineBakunin Garbatella 30 settembre "Elettroshock" di D.Sanders
Garbatella gruppo Bakunin, mercoledì 30 settembre alle ore 19:30 CEST
La storia prende il via con l’omicidio della ricca Mrs. Townsend per mano del suo giardiniere, Martin Ashley, che si costituisce e viene dichiarato insano di mente, finendo in un ospedale psichiatrico gestito dalla carismatica ma ambiziosa Dottoressa Edwina Beighley. L’esecutore testamentario della defunta, sospettando che Martin abbia nascosto un milione di dollari rubati, assolda l’attore Dale Nelson. Il compito di Dale è quello di fingersi pazzo per farsi internare nello stesso istituto e tentare di localizzare il bottino. Una volta all’interno, Dale si trova immerso in un mondo ambiguo e minaccioso, e stringe un legame con Cynthia Lee Albright, una paziente dal comportamento maniaco-depressivo, mentre la Dottoressa Beighley inizia a sospettare della sua messinscena, alimentata anche dalla sua ossessione per il denaro scomparso.
Elettroshock, noto in originale come Shock Treatment, è un melodramma thriller che si inserisce nella scia dei film psicologici post-Psycho, sfruttando l’ambientazione claustrofobica di un manicomio per creare suspense. I temi principali sono la follia simulata e reale, la corruzione, l’avidità e la manipolazione psicologica. La regia di Denis Sanders è funzionale al genere, creando un’atmosfera di crescente paranoia, benché il film soffra di una sceneggiatura a tratti convenzionale. Lauren Bacall offre un’interpretazione glaciale e inquietante nel ruolo della Dottoressa Beighley, una donna la cui professionalità nasconde una profonda disperazione e ossessione. Il film si distingue per il suo cast di alto profilo, che eleva il materiale, ma non introduce significative innovazioni stilistiche. Critici e pubblico dell’epoca lo liquidarono come un B-movie di lusso, ma ha guadagnato nel tempo un piccolo seguito cult grazie alla sua estetica neo-noir e alla rappresentazione, sebbene datata, dei trattamenti psichiatrici. Nonostante i suoi difetti, funziona come un solido thriller psicologico.
PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 30 settembre ore 19 (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
[email protected]https://roma.convoca.la/event/cinebakunin-garbatella-30-settembre-elettroshock-di-dsanders
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CineBakunin Garbatella 30 settembre "Elettroshock" di D.Sanders
Garbatella gruppo Bakunin, mercoledì 30 settembre alle ore 19:30 CEST
La storia prende il via con l’omicidio della ricca Mrs. Townsend per mano del suo giardiniere, Martin Ashley, che si costituisce e viene dichiarato insano di mente, finendo in un ospedale psichiatrico gestito dalla carismatica ma ambiziosa Dottoressa Edwina Beighley. L’esecutore testamentario della defunta, sospettando che Martin abbia nascosto un milione di dollari rubati, assolda l’attore Dale Nelson. Il compito di Dale è quello di fingersi pazzo per farsi internare nello stesso istituto e tentare di localizzare il bottino. Una volta all’interno, Dale si trova immerso in un mondo ambiguo e minaccioso, e stringe un legame con Cynthia Lee Albright, una paziente dal comportamento maniaco-depressivo, mentre la Dottoressa Beighley inizia a sospettare della sua messinscena, alimentata anche dalla sua ossessione per il denaro scomparso.
Elettroshock, noto in originale come Shock Treatment, è un melodramma thriller che si inserisce nella scia dei film psicologici post-Psycho, sfruttando l’ambientazione claustrofobica di un manicomio per creare suspense. I temi principali sono la follia simulata e reale, la corruzione, l’avidità e la manipolazione psicologica. La regia di Denis Sanders è funzionale al genere, creando un’atmosfera di crescente paranoia, benché il film soffra di una sceneggiatura a tratti convenzionale. Lauren Bacall offre un’interpretazione glaciale e inquietante nel ruolo della Dottoressa Beighley, una donna la cui professionalità nasconde una profonda disperazione e ossessione. Il film si distingue per il suo cast di alto profilo, che eleva il materiale, ma non introduce significative innovazioni stilistiche. Critici e pubblico dell’epoca lo liquidarono come un B-movie di lusso, ma ha guadagnato nel tempo un piccolo seguito cult grazie alla sua estetica neo-noir e alla rappresentazione, sebbene datata, dei trattamenti psichiatrici. Nonostante i suoi difetti, funziona come un solido thriller psicologico.
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Appuntamento mercoledì 30 settembre ore 19 (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
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L’umanità sotto attacco
I padroni, per continuare ad arricchirsi sempre e di più, scatenano le guerre e attaccano il popolo e i proletari inermi in varie parti del mondo come hanno sempre fatto (Palestina, Ucraina, Russia, Suda
https://umanitanova.org/lumanita-sotto-attacco/
#2026 #Articoli #numero_26 #Anarchismo #autogestione #AutogovernoDelTerritorio #capitalismo #CrisiClimatica #CrisiEconomica #fame #Guerra #guerre #GuerreNelMondo #ilva #lavoratori #migrazioni #padroni #patriarcato -
L’umanità sotto attacco
I padroni, per continuare ad arricchirsi sempre e di più, scatenano le guerre e attaccano il popolo e i proletari inermi in varie parti del mondo come hanno sempre fatto (Palestina, Ucraina, Russia, Suda
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Né preti né padroni
Il 12 settembre a Empoli si è svolta la terza edizione della “Giornata dello sbattezzo, del Libero Pensiero e dell’Editoria anarchica” sotto lo guardo vigile del controllo, quello preoccupato della curia e dei bigotti opportunisti, e con l’assenza dei falsi oppositori, quelli creati ad arte dal sistema
https://umanitanova.org/ne-preti-ne-padroni/
#2026 #Articoli #DallItalia #numero_26 #Anarchismo #anticlericale #anticlericalismo #EditoriaAnarchica #empoli #religioni -
Né preti né padroni
Il 12 settembre a Empoli si è svolta la terza edizione della “Giornata dello sbattezzo, del Libero Pensiero e dell’Editoria anarchica” sotto lo guardo vigile del controllo, quello preoccupato della curia e dei bigotti opportunisti, e con l’assenza dei falsi oppositori, quelli creati ad arte dal sistema
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Il 12 settembre a Empoli si è svolta la terza edizione della “Giornata dello sbattezzo, del Libero Pensiero e dell’Editoria anarchica” sotto lo guardo vigile del controllo, quello preoccupato della curia e dei bigotti opportunisti, e con l’assenza dei falsi oppositori, quelli creati ad arte dal sistema
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Anarchia qui e ora
Indice dei contenuti
ToggleLa libertà come pratica quotidiana
Che cosa resta dell’anarchia se la società anarchica non arriva?
Siamo abituati a pensare l’anarchia come una società futura: un mondo senza dominio, gerarchie imposte e autorità coercitive. Ma se quel mondo non arrivasse mai nella sua forma compiuta? Se l’anarchia non fosse soltanto una meta, ma anche una direzione?
Anarchia qui e ora nasce da questa domanda.
L’anarchia può essere cercata anche nel presente, ogni volta che riusciamo a ridurre il dominio e ad aumentare le possibilità reali di vita, per noi stessi e per gli altri.
Non significa dichiarare anarchico ciò che semplicemente ci piace, né immaginare di poter vivere fuori dai rapporti sociali e dalle contraddizioni del nostro tempo. Significa chiedersi quanto spazio di libertà possiamo costruire nelle relazioni, nel lavoro, nella cura, nel modo in cui attraversiamo i luoghi e incontriamo le altre persone.
Acquista il libro su AmazonL’anarchia come direzione
L’idea centrale del libro è semplice: l’anarchia non deve necessariamente essere pensata come uno stato perfetto da raggiungere una volta per tutte.
Può essere una direzione.
Possiamo riconoscere le situazioni in cui il potere diventa dominio, quelle in cui una relazione limita inutilmente la libertà di qualcuno e quelle in cui, invece, cooperazione, autonomia e mutuo appoggio ampliano le possibilità delle persone.
Da questa prospettiva, la domanda cambia.
Non soltanto: come dovrebbe essere una società anarchica?
Ma anche: che cosa possiamo fare qui e ora per vivere in maniera più libera senza costruire nuove forme di dominio?
Libertà, relazioni e vita quotidiana
Il libro porta questa domanda fuori dalla sola teoria politica.
La libertà riguarda anche il modo in cui amiamo, lavoriamo, reagiamo alla rabbia, utilizziamo il nostro tempo, ci prendiamo cura degli altri e degli spazi che attraversiamo.
Essere liberi non significa necessariamente essere indipendenti da tutto e da tutti. Gli esseri umani dipendono gli uni dagli altri. Il problema diventa allora distinguere la dipendenza reciproca dal possesso, la cura dal controllo, l’aiuto dalla subordinazione.
Anche la presenza assume così un significato particolare. Se l’anarchia viene continuamente rimandata al futuro, rischia di diventare un ideale separato dalla vita. Riportarla nel presente significa invece domandarsi che cosa delle nostre aspirazioni possa già prendere forma nelle azioni quotidiane.
Prendersi cura senza dominare
La trasformazione non passa soltanto attraverso il conflitto.
Può esistere anche nel gesto di chi costruisce qualcosa che prima non c’era: una relazione più libera, uno spazio condiviso, una forma di mutuo appoggio, un luogo più bello, una possibilità per qualcun altro.
Cura, bellezza e armonia non sono quindi elementi estranei alla libertà.
Prendersi cura di sé, degli altri e dei luoghi che attraversiamo può diventare una pratica di trasformazione, purché la cura non si trasformi a sua volta in controllo.
Il problema non è raggiungere una condizione di perfezione. È capire in quale direzione ci stiamo muovendo.
Dire di no
Esiste però anche il momento del rifiuto.
Non tutto può essere trasformato semplicemente attraverso l’esempio personale. Ci sono rapporti di dominio ai quali è necessario opporsi, situazioni dalle quali bisogna allontanarsi e condizioni che devono essere cambiate collettivamente.
Per questo Anarchia qui e ora non propone un ripiegamento individuale né una versione puramente interiore dell’anarchia.
La domanda diventa piuttosto: come opporsi al dominio senza riprodurne la logica?
Come dire no senza diventare indifferenti? Come proteggere senza dominare? Come agire senza trasformare il bene che immaginiamo in un nuovo comando?
Storie di libertà possibile
Queste domande incontrano nel libro anche vite reali.
Emma Goldman, Rosa Parks, Sibilla Aleramo, Nise da Silveira, Wangari Maathai e altre figure storiche permettono di osservare forme molto diverse di resistenza, autonomia e trasformazione.
Non vengono presentate come modelli perfetti da imitare.
Le loro esperienze mostrano piuttosto che la libertà può emergere in circostanze concrete, spesso contraddittorie, attraverso scelte capaci di aprire possibilità che prima sembravano inesistenti.
La trasformazione sociale non coincide necessariamente con un unico momento rivoluzionario. Può essere composta anche da una moltitudine di aperture, rifiuti, relazioni e costruzioni che modificano progressivamente ciò che consideriamo possibile.
Un’anarchia imperfetta
Anarchia qui e ora non promette una formula per vivere anarchicamente e non descrive una società ideale.
Propone invece un criterio con cui interrogare il presente.
C’è meno dominio di prima?
Ci sono maggiori possibilità di scegliere, partecipare, creare e vivere?
La nostra libertà sta aumentando insieme a quella degli altri oppure a loro spese?
Pensare l’anarchia in questo modo significa accettarne anche l’incompletezza.
Non la perfezione, quindi, ma il percorso verso una maggiore libertà.
Non soltanto domani.
Qui e ora.
Il libro
Anarchia qui e ora
La libertà come pratica quotidianaFrancesco Scatigno
Francesco Scatigno ha fondato Magozine nel 2007, progetto indipendente dedicato alla cultura e alla controinformazione. Scrive di anarchismo, letteratura e trasformazioni sociali.
Acquista il libro su Amazon #anarchia #anarchismo -
Anarchismo e democrazia: voto, delega, consenso e partecipazione
Indice dei contenuti
ToggleAnarchismo e democrazia vengono spesso considerati concetti vicini. Entrambi possono richiamare l’idea di una società nella quale le persone partecipano alle decisioni che le riguardano e il potere non appartiene a una minoranza privilegiata. Eppure il rapporto tra anarchismo e democrazia è più complesso di quanto possa sembrare.
La critica anarchica non riguarda soltanto chi governa, ma anche il fatto che una parte della società possa ricevere il potere di decidere stabilmente per gli altri. Da questo punto di vista, anche una democrazia fondata sul suffragio universale conserva una struttura rappresentativa: i cittadini scelgono periodicamente i propri rappresentanti e affidano loro una parte importante del potere decisionale.
Questo non significa, però, che l’anarchismo immagini una società nella quale ciascuno agisce indipendentemente dagli altri. Vivere insieme richiede accordi, organizzazione e decisioni comuni. La questione diventa allora più interessante: come può una comunità decidere senza ricostruire un potere separato dalla comunità stessa?
È qui che il rapporto tra anarchismo e democrazia incontra temi come il voto, il consenso, la delega, il mandato revocabile, l’autogestione e il federalismo.
Per comprendere meglio questi problemi è utile partire da cos’è l’anarchia e dalla distinzione tra potere, autorità e autogoverno affrontata in Anarchia e potere.
La critica anarchica della democrazia rappresentativa
L’anarchismo non critica necessariamente la democrazia perché concede troppo potere alle persone. La critica può essere formulata esattamente al contrario: la democrazia rappresentativa permette alle persone di esercitare direttamente troppo poco potere sulle decisioni che le riguardano.
Il cittadino partecipa alla scelta di chi occuperà determinate istituzioni politiche, ma questa scelta comporta una delega. Per un periodo stabilito altre persone acquisiscono la facoltà di prendere decisioni che riguardano l’intera collettività.
Per la tradizione anarchica il problema non si risolve semplicemente aumentando il numero delle persone che possono votare. Anche un’autorità scelta dalla maggioranza rimane un’autorità se dispone degli strumenti necessari per imporre le proprie decisioni.
La questione si collega quindi direttamente al problema della concentrazione del potere. Non basta domandarsi chi governa: bisogna chiedersi quanto potere viene trasferito, per quanto tempo, con quali possibilità di controllo e quale capacità conservano le persone interessate di intervenire direttamente sulle decisioni.
È uno dei punti nei quali anarchismo e democrazia rappresentativa prendono strade differenti.
Malatesta, Merlino e il problema delle elezioni
Uno dei confronti più importanti sul rapporto tra anarchismo e democrazia avvenne in Italia alla fine dell’Ottocento tra Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlino.
Nel 1897 Merlino mise pubblicamente in discussione il tradizionale astensionismo anarchico e sostenne la possibilità di utilizzare anche la partecipazione elettorale come strumento politico in determinate circostanze. Malatesta rispose difendendo invece l’astensionismo. La polemica andò presto oltre la semplice domanda sull’opportunità di partecipare alle elezioni e investì questioni più profonde: parlamentarismo, rappresentanza, maggioranza e minoranza, organizzazione e trasformazione sociale.
La domanda iniziale poteva apparire semplice:
un anarchico può votare?
Dietro di essa se ne nascondeva però un’altra:
quale rapporto deve avere l’anarchismo con la democrazia?
E dietro questa ne compariva una ancora più difficile:
come si prendono decisioni collettive in una società che vuole ridurre o abolire le strutture di dominio?
Il confronto tra Malatesta e Merlino appartiene quindi alla storia del movimento anarchico italiano, ma pone problemi che continuano ad attraversare il pensiero libertario contemporaneo.
Anarchismo e astensionismo: perché rifiutare la delega elettorale?
L’astensionismo anarchico non coincide necessariamente con l’apatia politica.
Non andare a votare può derivare da disinteresse, sfiducia, protesta o da una precisa posizione politica. Nella tradizione anarchica l’astensionismo è stato generalmente collegato alla critica della rappresentanza e alla convinzione che la trasformazione sociale debba essere costruita attraverso l’azione diretta e l’organizzazione dal basso, anziché affidata principalmente alla conquista delle istituzioni rappresentative.
Daniele Fiorenza ha affrontato più volte questo problema su Magozine.
In occasione delle elezioni politiche italiane del 2022 lo ha fatto in Il 25 settembre scegli l’astensione consapevole, sviluppando poi il confronto con alcune delle critiche più frequenti in 5 obiezioni sull’astensionismo consapevole e raccogliendo dubbi e argomenti ricorrenti nelle 6 FAQ sull’astensionismo e come spiegarlo.
Il tema è tornato successivamente in Crisi della sinistra, astensionismo e il blocco libertario per la pace, dove il problema dell’astensione viene inserito in una riflessione più ampia sulla rappresentanza politica e sulla possibilità di costruire forme di organizzazione esterne ai partiti.
Una riflessione sull’astensionismo compare anche in Vino e anarchia, attraverso la figura di Luigi Veronelli. In questo caso il rifiuto della delega elettorale si inserisce in una concezione più ampia dell’anarchia, legata anche ai comportamenti, alle relazioni, alla terra e alle pratiche della vita quotidiana. Su questo aspetto abbiamo approfondito il pensiero di Veronelli anche in Vivere l’anarchia con Luigi Veronelli: libertà, voto, amore, terra e vita quotidiana.
Ma è proprio dopo il rifiuto della delega che emerge la domanda più importante. Se la partecipazione politica non deve esaurirsi nell’elezione di qualcuno che decide al nostro posto, quali altre forme può assumere?
Votare e delegare non sono la stessa cosa
Occorre innanzitutto evitare un equivoco: rifiutare il parlamentarismo non significa necessariamente rifiutare qualsiasi forma di votazione.
Votare per decidere una questione e votare per attribuire a qualcuno il potere di prendere numerose decisioni al nostro posto sono due operazioni differenti.
Un’assemblea può ricorrere a una votazione per conoscere la posizione delle persone che la compongono o per risolvere una questione sulla quale non è stato possibile raggiungere un accordo. Questo non implica necessariamente l’elezione di un’autorità permanente.
Il problema diventa piuttosto stabilire quale valore attribuire alla decisione della maggioranza.
Se nove persone votano a favore di una proposta e una contro, il risultato numerico è evidente. Ma da questo deriva automaticamente il diritto dei nove di imporre qualsiasi decisione alla decima persona?
La critica anarchica introduce così una distinzione fondamentale tra utilizzare il voto come strumento decisionale e trasformare il principio maggioritario in una fonte permanente di autorità.
Consenso o maggioranza?
Da qui nasce uno dei problemi più difficili per qualsiasi organizzazione libertaria.
Se un gruppo deve prendere una decisione e non tutti sono d’accordo, cosa succede?
Una possibilità consiste nel cercare il consenso, modificando progressivamente la proposta affinché le diverse posizioni possano trovare un punto d’incontro. Il consenso cerca di evitare che ogni decisione si trasformi immediatamente in una competizione tra una maggioranza vincente e una minoranza sconfitta.
Ma nemmeno il consenso può essere trasformato in una formula capace di risolvere automaticamente ogni conflitto.
Possono esistere decisioni urgenti, interessi differenti e situazioni nelle quali l’unanimità semplicemente non arriva. Se il consenso viene inteso come unanimità obbligatoria, inoltre, una sola persona potrebbe finire per disporre di un potere di veto sull’intero gruppo.
Una prospettiva libertaria può allora spostare la domanda. Non si tratta soltanto di chiedersi quanti sono favorevoli, ma anche chi è coinvolto dalla decisione, quali conseguenze produce sugli altri e quanto spazio può essere lasciato all’autonomia di persone e gruppi differenti.
Il problema non è trovare una procedura perfetta valida per qualsiasi situazione, ma impedire che uno strumento decisionale diventi automaticamente uno strumento di dominio.
Delega, mandato e revocabilità
Anche la delega richiede una distinzione.
Una società complessa difficilmente può funzionare pretendendo che ogni persona partecipi direttamente a ogni singola decisione. Comunità, associazioni, luoghi di lavoro e federazioni possono avere bisogno di affidare compiti specifici ad alcune persone.
Ma affidare un compito non significa necessariamente trasferire sovranità.
Un delegato può ricevere un mandato preciso, essere tenuto a riferire alle persone che lo hanno incaricato e poter essere sostituito quando non rispetta quel mandato.
Il centro della decisione rimane così nella comunità che gli ha affidato l’incarico.
È una situazione differente dall’elezione di un rappresentante al quale viene attribuita per un determinato periodo un’ampia autonomia decisionale.
Questa distinzione riguarda direttamente il problema affrontato in Anarchia e potere: come impedire che una funzione necessaria o una capacità affidata temporaneamente a qualcuno si trasformino progressivamente in una posizione stabile di dominio.
Democrazia diretta e anarchia sono la stessa cosa?
Anche l’equivalenza tra anarchia e democrazia diretta è meno scontata di quanto sembri.
L’espressione democrazia diretta viene generalmente utilizzata per indicare forme nelle quali le persone intervengono direttamente nelle decisioni anziché limitarsi a scegliere dei rappresentanti. È evidente che questo principio può incontrare molte pratiche sviluppate nella tradizione anarchica e libertaria.
Ma anarchia e democrazia diretta non sono necessariamente sinonimi.
Una democrazia diretta potrebbe, per esempio, continuare a riconoscere alla maggioranza il diritto di imporre una decisione alla minoranza. Una prospettiva anarchica può invece mettere in discussione proprio l’esistenza di un potere sovrano, anche quando quel potere coincide numericamente con la maggioranza.
All’interno dello stesso pensiero libertario esistono inoltre differenti modi di interpretare il termine democrazia. Per alcuni la democrazia diretta rappresenta una possibile alternativa alla rappresentanza politica; per altri il concetto di democrazia rimane comunque legato al principio del governo e non coincide quindi con l’anarchia.
Non è necessario cancellare questa tensione. È proprio il dibattito a mostrare quanto sia complessa la domanda iniziale.
Su Magozine il problema della democrazia al di fuori della sua identificazione con le sole istituzioni rappresentative emerge anche nella recensione Critica della democrazia occidentale, dedicata al pensiero di David Graeber.
Dalla rappresentanza all’autogestione
La critica della rappresentanza rimarrebbe però incompleta se si limitasse a spiegare ciò che l’anarchismo rifiuta.
Se non vogliamo semplicemente scegliere chi eserciterà il potere al nostro posto, dobbiamo domandarci come le persone possano intervenire direttamente nella gestione delle attività che condividono.
È qui che il problema della democrazia incontra quello dell’autogestione anarchica.
In un luogo di lavoro autogestito, per esempio, la questione non consiste semplicemente nell’eleggere periodicamente un dirigente migliore. Significa chiedersi se chi partecipa all’attività possa intervenire direttamente nelle decisioni relative all’organizzazione del lavoro, alla produzione e all’utilizzo delle risorse.
Lo stesso principio può assumere forme differenti nelle associazioni, nelle cooperative, negli spazi sociali e nelle comunità territoriali.
L’autogestione sposta così il baricentro dalla scelta dei governanti alla capacità delle persone di gestire insieme ciò che condividono.
Federalismo: coordinarsi senza costruire un nuovo centro
L’autogestione pone però un altro problema.
Può essere relativamente semplice immaginare un’assemblea composta da poche persone. Una società complessa richiede invece coordinamento tra territori, comunità, attività produttive e servizi che coinvolgono un numero molto più grande di individui.
Una delle risposte sviluppate dalla tradizione anarchica è il federalismo.
Realtà autonome possono associarsi e coordinarsi senza trasferire necessariamente tutta la propria capacità decisionale a un’autorità centrale. Le unità che compongono la federazione mantengono la propria autonomia mentre affidano a organismi comuni le funzioni che richiedono coordinamento.
Anche qui ritorna il problema della delega. Servono persone incaricate di comunicare, coordinare e mettere in pratica decisioni comuni; la sfida consiste nell’impedire che questi incarichi producano progressivamente un nuovo ceto dirigente.
Federalismo, autogestione e mandato revocabile sono quindi differenti aspetti dello stesso problema affrontato anche in Anarchia e potere: organizzare una società complessa senza ricostruire una struttura permanente di comando.
Anarchismo e democrazia oggi
Il confronto tra Malatesta e Merlino appartiene alla fine dell’Ottocento, ma la domanda che pone non è scomparsa.
Il rapporto tra rappresentanza e partecipazione continua a emergere nelle assemblee, nelle cooperative, nelle reti mutualistiche, nei movimenti sociali e nelle esperienze di autogestione.
Non tutte queste realtà sono anarchiche e sarebbe sbagliato attribuire loro un’identità che non rivendicano. Possono però adottare pratiche che appartengono anche alla tradizione libertaria: assemblee, autogestione, mutualismo, rotazione degli incarichi, autonomia e organizzazione dal basso.
È una delle ragioni per cui, chiedendoci che fine ha fatto l’Anarchia, possiamo cercarne alcune pratiche anche al di fuori delle organizzazioni che si definiscono esplicitamente anarchiche.
La questione della partecipazione si intreccia così con un problema più generale: una società non diventa necessariamente più libera soltanto perché sostituisce una classe politica con un’altra. La trasformazione riguarda anche la capacità delle persone di organizzarsi, cooperare e costruire istituzioni dal basso.
Non votare significa non partecipare?
Possiamo così tornare alla domanda dalla quale siamo partiti.
Per una concezione anarchica della politica, partecipare non significa necessariamente votare. Può significare prendere parte direttamente alle decisioni e alla costruzione della vita collettiva.
Questo non elimina il dibattito sull’utilità del voto all’interno delle istituzioni esistenti. La polemica tra Merlino e Malatesta mostra anzi quanto antica sia la discussione nell’area libertaria. Merlino arrivò a considerare possibile l’utilizzo della partecipazione elettorale in determinate circostanze, mentre Malatesta continuò a difendere l’astensionismo anarchico.
La questione, però, diventa più ampia del comportamento da tenere davanti a una scheda elettorale.
Una società più libera non dipende soltanto da chi prende le decisioni, ma da come viene distribuita la possibilità stessa di decidere.
Ed è forse qui che la critica anarchica della democrazia rappresentativa diventa più interessante: non quando invita semplicemente a sottrarsi alla politica, ma quando pone una domanda molto più difficile.
Come possiamo partecipare alle decisioni comuni senza consegnare stabilmente ad altri il potere di decidere al nostro posto?
#anarchia #anarchismo #astensionismo #elezioni -
Autogestione: significato, anarchia ed esempi di autogestione dei lavoratori
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ToggleChi dovrebbe decidere come viene organizzato un luogo di lavoro? Chi possiede l’impresa oppure le persone che ogni giorno vi lavorano? E lo stesso principio potrebbe essere applicato a una scuola, un’associazione, uno spazio culturale, un servizio o perfino all’organizzazione di un quartiere?
È da domande come queste che nasce il concetto di autogestione.
L’autogestione non significa semplicemente fare qualcosa da soli. Significa attribuire a coloro che partecipano direttamente a un’attività anche il potere di prendere le decisioni che la riguardano. Nel lavoro significa superare la separazione tra chi produce e chi decide; nella vita sociale significa ridurre la distanza tra chi utilizza un servizio o vive un territorio e chi lo amministra.
Per questo l’autogestione attraversa esperienze politiche molto differenti. La troviamo nella storia del socialismo, nel movimento operaio, nelle cooperative, nelle fabbriche recuperate, nei movimenti studenteschi e nei centri sociali. Ma soprattutto occupa un posto fondamentale nel pensiero anarchico, dove si collega a concetti come federalismo, mutualismo, azione diretta e organizzazione dal basso.
L’autogestione pone, in fondo, una domanda molto semplice e ancora attuale: quanto possiamo controllare direttamente del nostro lavoro e delle decisioni che determinano la nostra vita?
Cos’è l’autogestione: significato
Nel suo significato economico più preciso, l’autogestione è la gestione di un’impresa da parte dei suoi stessi lavoratori, attraverso organismi da loro scelti. Le decisioni fondamentali sull’attività non vengono quindi prese esclusivamente dal proprietario o da dirigenti nominati dall’alto, ma da coloro che partecipano direttamente alla produzione.
Il concetto può però essere esteso oltre la fabbrica.
Si può parlare di autogestione quando una comunità, un’associazione, una scuola o un gruppo di persone assume direttamente la responsabilità di organizzare un’attività che la riguarda, dotandosi di propri strumenti decisionali. In questa accezione l’autogestione diventa una forma di autogoverno.
Non si tratta quindi dell’assenza di organizzazione.
Al contrario, autogestire significa organizzarsi assumendosi collettivamente responsabilità che normalmente vengono delegate a un’autorità superiore.
Autogestione, auto-organizzazione e autogoverno
I tre concetti sono strettamente collegati, ma possono essere distinti.
L’auto-organizzazione è la capacità di un gruppo di organizzarsi autonomamente. L’autogestione riguarda la gestione diretta delle attività e delle risorse da parte delle persone coinvolte. L’autogoverno estende questo principio alle decisioni collettive che riguardano una comunità.
In una prospettiva libertaria le tre dimensioni tendono inevitabilmente a incontrarsi.
Una fabbrica può essere autogestita dai lavoratori. Un’associazione può organizzare autonomamente le proprie attività. Una comunità può dotarsi di assemblee attraverso le quali decidere come amministrare beni e problemi comuni.
Il principio rimane lo stesso: le persone interessate da una decisione devono poter partecipare alla sua formazione.
Autogestione non significa semplicemente partecipazione
Bisogna però distinguere l’autogestione dalla semplice partecipazione.
Un’impresa può consultare periodicamente i propri dipendenti senza mettere minimamente in discussione la struttura gerarchica dell’azienda.
Allo stesso modo, distribuire una parte dei profitti ai lavoratori non rende automaticamente un’impresa autogestita se tutte le decisioni continuano a essere prese dal proprietario.
Nell’autogestione il problema non riguarda soltanto la distribuzione della ricchezza.
Riguarda anche la distribuzione del potere.
Autogestione e anarchia
L’incontro tra autogestione e anarchismo deriva dalla critica libertaria della gerarchia.
Se si considera ingiustificato che una minoranza possa governare la società indipendentemente dalla volontà di coloro che ne fanno parte, la stessa domanda può essere posta all’interno dell’economia: perché chi possiede i mezzi di produzione dovrebbe avere il potere di decidere sul lavoro svolto dagli altri?
L’anarchismo cerca di sostituire alle strutture verticali forme di associazione libera, federazione e organizzazione dal basso.
L’autogestione diventa così il tentativo di trasferire questi principi nella vita economica e sociale.
Da Proudhon all’autogestione dei lavoratori
Uno dei riferimenti fondamentali è Pierre-Joseph Proudhon.
Proudhon immaginava una società decentralizzata composta da produttori, associazioni di lavoratori e comunità autonome federate tra loro. Alla gestione burocratica contrapponeva proprio l’autogestione dei lavoratori e all’accentramento politico una struttura federativa.
È qui che l’autogestione incontra il mutualismo libertario.
Il produttore deve poter controllare il proprio lavoro; quando una produzione richiede necessariamente la cooperazione di molte persone, sono queste a doversi associare.
Non è quindi necessario che un proprietario esterno organizzi il loro lavoro e trattenga il controllo dell’impresa.
Bakunin, collettivismo e organizzazione dal basso
Con lo sviluppo del movimento anarchico la questione si estende ulteriormente.
Non si tratta più soltanto di rendere indipendente il singolo produttore, ma di immaginare la gestione collettiva dei mezzi di produzione attraverso associazioni di lavoratori federate tra loro.
L’organizzazione rimane necessaria.
Ciò che cambia è la sua direzione: invece di procedere dal vertice verso la base, dovrebbe nascere dalla base e coordinarsi progressivamente attraverso strutture federative.
L’alternativa alla gerarchia non è quindi il caos, ma un’altra forma di organizzazione.
Né capitalismo né semplice statalizzazione
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando parliamo di proprietà.
Trasformare un’impresa privata in un’impresa statale non significa necessariamente renderla autogestita.
Se il proprietario privato viene sostituito da una struttura burocratica che continua a prendere dall’alto le decisioni riguardanti produzione, investimenti e organizzazione del lavoro, il lavoratore continua a non controllare direttamente la propria attività.
Autogestione dei lavoratori: come funziona?
Non esiste un unico modello di impresa autogestita.
Il principio generale prevede però che i lavoratori non siano soltanto esecutori delle decisioni prese da altri, ma partecipino direttamente alla definizione delle scelte fondamentali.
In un modello di questo tipo l’assemblea dei lavoratori può decidere gli indirizzi generali, eleggere organismi incaricati di specifiche funzioni e affidare compiti tecnici a persone dotate delle competenze necessarie.
Autogestione non significa infatti che tutti debbano occuparsi contemporaneamente di tutto.
Un’impresa complessa continuerà ad avere bisogno di contabili, tecnici, responsabili della produzione e persone capaci di coordinare determinate attività.
La differenza riguarda da dove deriva il loro potere.
Un incarico tecnico non deve necessariamente trasformarsi in una posizione gerarchica permanente.
Che fine fanno padrone e lavoro subordinato?
È proprio questa la trasformazione più radicale.
Nell’impresa tradizionale il proprietario possiede i mezzi necessari alla produzione e acquista il lavoro delle persone necessarie al suo funzionamento.
Nell’autogestione questa separazione viene messa in discussione.
I lavoratori diventano direttamente responsabili dell’attività economica e dei suoi risultati.
Questo significa anche assumersi responsabilità: decidere come utilizzare le risorse, quali investimenti effettuare, come organizzare il lavoro e come distribuire ciò che viene prodotto.
La libertà economica non consiste quindi semplicemente nel non avere un padrone.
Consiste nella possibilità di governare collettivamente il proprio lavoro.
Autogestione e cooperativa sono la stessa cosa?
Non necessariamente.
Una cooperativa può costituire uno degli strumenti giuridici attraverso cui organizzare un’impresa autogestita, ma la forma legale non garantisce automaticamente rapporti realmente orizzontali.
Una cooperativa molto grande può sviluppare strutture manageriali nelle quali la partecipazione effettiva dei soci-lavoratori alle decisioni diventa marginale.
Al contrario, possono esistere esperienze di autogestione che assumono forme giuridiche differenti.
La domanda decisiva rimane quindi: chi possiede realmente il potere di decidere?
Esperienze storiche di autogestione
L’autogestione non è rimasta soltanto una teoria.
Nel corso della storia sono stati sperimentati diversi modelli di gestione diretta dei luoghi di lavoro, con caratteristiche e risultati molto differenti.
Le collettivizzazioni durante la Rivoluzione spagnola
Uno degli esempi più importanti per la storia dell’anarchismo si verificò durante la Rivoluzione spagnola del 1936.
In numerose zone nelle quali il movimento anarchico era particolarmente radicato, lavoratori e contadini assunsero la gestione di fabbriche, terreni, trasporti e altre attività.
Nelle imprese collettivizzate furono creati organismi eletti dai lavoratori e responsabili nei loro confronti, mentre il principio federativo venne utilizzato per coordinare realtà produttive differenti.
L’esperienza spagnola è particolarmente importante perché dimostra come l’autogestione, almeno in determinate circostanze storiche, abbia riguardato non soltanto piccole cooperative ma settori molto più ampi dell’economia.
Non fu naturalmente un esperimento condotto in condizioni normali: si sviluppò nel contesto drammatico della guerra civile e della rivoluzione e dovette confrontarsi con enormi difficoltà economiche, politiche e militari.
Fabbriche recuperate e autogestione: il caso GKN in Italia
L’idea dell’autogestione può riapparire anche quando un’impresa viene abbandonata, delocalizzata o rischia di chiudere. Invece di accettare passivamente la perdita del posto di lavoro, i lavoratori possono tentare di recuperare l’attività produttiva e partecipare direttamente alla costruzione di una nuova organizzazione della produzione.
In Italia uno dei casi più interessanti degli ultimi anni è quello della GKN di Campi Bisenzio. Di fronte alla chiusura dello stabilimento, i lavoratori non si sono limitati alla difesa dei posti di lavoro, ma hanno costruito attorno alla vertenza un progetto di riconversione industriale, coinvolgendo ricercatori, tecnici e una vasta rete di solidarietà.
Il progetto della Cooperativa GFF ha cercato di trasformare la vertenza in qualcosa di più ambizioso: immaginare una fabbrica socialmente integrata, fondata sulla cooperazione, sulla partecipazione e su produzioni legate alla transizione ecologica. A questo si è aggiunto il ricorso all’azionariato popolare, attraverso il quale il sostegno alla fabbrica può provenire anche dalla comunità invece che esclusivamente da un investitore privato.Ne avevamo approfondito il modello nell’articolo dedicato al caso GKN e all’emancipazione dei lavoratori attraverso l’azionariato popolare.
Ne avevamo approfondito il modello nell’articolo dedicato al caso GKN e all’emancipazione dei lavoratori attraverso l’azionariato popolare.
L’esperienza è interessante perché porta l’autogestione fuori dalla dimensione puramente teorica. La domanda non è più soltanto se i lavoratori possano gestire un’impresa, ma se sia possibile costruire intorno a una fabbrica una comunità economica e sociale nella quale lavoratori, cittadini e territorio partecipino alla sua sopravvivenza e alla definizione della sua funzione.
L’autogestione jugoslava
Molto diversa fu l’esperienza della Jugoslavia socialista.
A partire dagli anni Cinquanta venne sviluppato un sistema nel quale le imprese disponevano di organismi di gestione dei lavoratori. Assemblee e consigli operai partecipavano alle decisioni economiche, mentre le imprese conservavano una certa autonomia operativa.
È un caso interessante proprio perché mostra la differenza tra autogestione economica e autogoverno politico.
La democratizzazione di parte della gestione economica non corrispose infatti a una completa democratizzazione del sistema politico, che rimase caratterizzato dal partito unico. Anche le interferenze delle strutture politiche nell’economia limitarono l’autonomia effettiva del modello.
Per questo l’esperienza jugoslava non coincide con l’autogestione anarchica, pur rappresentando uno dei maggiori tentativi storici di introdurre forme di gestione operaia nell’economia.
Fabbriche recuperate e altre esperienze
L’idea può riapparire anche quando un’impresa viene abbandonata o rischia di chiudere.
Invece di accettare la perdita del posto di lavoro, i lavoratori possono tentare di recuperare l’attività produttiva organizzandone direttamente la gestione.
Sono esperienze particolarmente interessanti perché rovesciano una convinzione profondamente radicata: che senza un proprietario o un vertice imprenditoriale i lavoratori non possano organizzare autonomamente la produzione.
Dalla fabbrica alla società: cosa si può autogestire?
Limitare l’autogestione alla fabbrica significa però coglierne soltanto una parte.
Nel corso del Novecento il termine si è progressivamente esteso alla gestione di spazi, attività culturali, scuole e altre forme di aggregazione. L’autogestione può assumere una dimensione orizzontale, cooperativa e assembleare anche fuori dal luogo di lavoro. (Treccani)
Da questo punto di vista può diventare un principio attraverso cui ripensare differenti aspetti della vita sociale.
Produzione e lavoro
È il campo più evidente.
Laboratori artigianali, aziende agricole, fabbriche, servizi e attività professionali possono essere organizzati attraverso forme cooperative nelle quali chi lavora partecipa alla gestione.
L’obiettivo non consiste necessariamente nel creare un unico gigantesco sistema produttivo collettivo.
Possono convivere attività individuali, piccole realtà familiari, cooperative e strutture collettive più grandi, collegate attraverso reti di scambio e collaborazione.
Agricoltura, distribuzione e cibo
Anche la produzione del cibo permette di comprendere quanto l’autogestione possa uscire dalla fabbrica.
Produttori agricoli, gruppi di acquisto, mercati contadini, laboratori di trasformazione e consumatori possono costruire relazioni che riducono la dipendenza dalla grande distribuzione.
Era anche uno dei principi alla base dell’esperienza di Cucina Sovversiva: non considerare il consumo come un gesto politicamente neutrale, ma cercare di costruire rapporti diretti con piccoli produttori, favorire l’autoproduzione e condividere conoscenze invece di delegare ogni fase della nostra alimentazione alle grandi aziende.
La sperimentazione sulla fermentazione dei legumi nasceva proprio all’interno di questa ricerca: produrre in casa preparazioni vegetali invece di trasformarle immediatamente nell’ennesimo prodotto industriale brevettato e venduto dalla grande distribuzione.
Spazi sociali, cultura e servizi
Biblioteche, circoli culturali, centri sociali, mense popolari e spazi collettivi possono essere gestiti direttamente dalle persone che li frequentano.
In questo caso l’autogestione produce qualcosa che difficilmente può essere misurato soltanto economicamente.
Produce relazioni sociali.
Un luogo non viene semplicemente utilizzato da utenti che acquistano un servizio, ma diventa uno spazio nel quale le persone contribuiscono alla sua stessa esistenza.
Quartieri e comunità
Lo stesso ragionamento può essere esteso alla dimensione territoriale.
Perché gli abitanti di un quartiere dovrebbero essere chiamati soltanto periodicamente a eleggere qualcuno che amministri la città?
Assemblee di quartiere e cittadine possono diventare luoghi nei quali discutere direttamente problemi locali, individuare beni da tutelare e organizzare attività collettive.
L’autogestione economica comincia così a incontrare l’autogoverno.
Autogestione e mutualismo: quali differenze?
Autogestione e mutualismo sono concetti vicini, ma non sono sinonimi.
L’autogestione è innanzitutto un principio organizzativo: chi partecipa a un’attività deve poter contribuire alla sua gestione.
Il mutualismo libertario è invece una tradizione economica e politica più articolata, storicamente legata soprattutto a Proudhon, che affronta anche la proprietà, lo scambio, il credito, le associazioni dei produttori e la federazione.
Un’impresa può quindi essere autogestita senza che l’intero sistema economico nel quale opera sia mutualista.
Allo stesso tempo, un’economia mutualista difficilmente potrebbe prescindere dall’autonomia dei produttori e dall’autogestione delle attività che richiedono lavoro associato.
È utile pensare ai due concetti su scale differenti.
L’autogestione risponde alla domanda:
chi decide all’interno di questa attività?
Il mutualismo aggiunge:
come possono attività autonome entrare in relazione tra loro senza ricreare nuove concentrazioni di potere?
Dall’autogestione a un’economia alternativa
È proprio il passaggio dalla singola esperienza alla rete a rappresentare uno dei problemi più interessanti.
Una cooperativa autogestita può continuare a dipendere da grandi banche, acquistare materie prime da multinazionali, vendere attraverso piattaforme monopolistiche e competere sullo stesso mercato delle imprese tradizionali.
L’autogestione di una singola attività non determina quindi automaticamente la trasformazione dell’economia.
Occorre chiedersi come collegare tra loro le esperienze autogestite.
Reti di produttori e circuiti economici locali
È da questa domanda che nacque anni fa il Progetto Cafiero, un tentativo teorico di immaginare un circuito economico nel quale produttori, attività commerciali, cooperative e consumatori potessero rafforzarsi reciprocamente.
Il progetto prevedeva una piattaforma capace di valutare le attività secondo criteri come organizzazione del lavoro, provenienza delle forniture e chilometro zero, affiancandola a una moneta complementare.
L’aspetto interessante non era tanto la specifica soluzione tecnica, inevitabilmente legata al periodo nel quale venne immaginata, quanto il problema che cercava di affrontare.
Come può sopravvivere un’economia autogestita se rimane completamente immersa nelle strutture economiche che vorrebbe superare?
La risposta proposta era costruire una rete: produttori che acquistano da altri produttori del circuito, consumatori incentivati a scegliere attività maggiormente cooperative e risorse economiche che continuano a circolare all’interno delle comunità.
Se lo Stato salva un’impresa, chi dovrebbe beneficiarne?
Esiste poi una contraddizione particolarmente evidente nelle economie contemporanee.
Quando un’impresa produce grandi profitti, questi rimangono prevalentemente privati. Quando attraversa una crisi capace di metterne a rischio la sopravvivenza, può invece essere la collettività a sostenerla attraverso finanziamenti, garanzie, agevolazioni o altri interventi pubblici.
Durante la pandemia avevamo affrontato questo problema nell’articolo Collettivizzare in cambio di aiuti di Stato.
La proposta può essere generalizzata oltre quella specifica emergenza: se un’impresa viene sostenuta attraverso risorse collettive, perché quel sostegno non dovrebbe comportare una maggiore partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alle decisioni e alla ricchezza successivamente prodotta?
L’intervento pubblico potrebbe diventare così non soltanto uno strumento per salvare l’impresa esistente, ma un’occasione per favorirne gradualmente la socializzazione.
L’autogestione nella vita quotidiana
Esiste infine una dimensione dell’autogestione che rischia di scomparire quando concentriamo l’attenzione esclusivamente sulle grandi trasformazioni economiche.
Quella quotidiana.
Una società autogestita non può probabilmente nascere soltanto da un cambiamento istituzionale.
Richiede persone abituate a partecipare alle decisioni, cooperare, condividere responsabilità, risolvere conflitti, organizzare attività e costruire relazioni non gerarchiche.
Per questo l’autogestione può essere considerata anche una pratica di trasformazione individuale e collettiva.
Autoprodurre qualcosa che normalmente acquistiamo, partecipare a una cooperativa, creare una biblioteca condivisa, organizzare un gruppo di acquisto, sostenere direttamente un produttore, partecipare alla gestione di uno spazio comune o costruire una rete mutualistica sono esperienze molto diverse tra loro.
Nessuna rappresenta da sola una rivoluzione.
Possono però modificare progressivamente il modo in cui ci rapportiamo alla produzione, al consumo, al territorio e alle altre persone.
È la differenza tra considerare l’anarchia esclusivamente come una società futura e provare a costruire forme di vita libertarie all’interno della società presente.
Si può costruire l’autogestione dentro la società attuale?
Una delle obiezioni più frequenti alle proposte libertarie consiste nel relegarle in un futuro indefinito.
Prima dovrebbe avvenire una rivoluzione. Poi sarebbe possibile costruire una società differente.
L’autogestione permette di rovesciare almeno in parte questo ragionamento.
Non dobbiamo necessariamente aspettare la trasformazione completa della società per sperimentare forme differenti di organizzazione del lavoro, consumo, cultura e vita comunitaria.
Cooperative realmente partecipative, fabbriche recuperate, associazioni, reti mutualistiche, spazi autogestiti, circuiti di produttori, assemblee territoriali e forme di autoproduzione possono nascere dentro la società esistente.
Questo non significa illudersi che una somma di piccole esperienze possa automaticamente far scomparire capitalismo, Stato e concentrazioni di potere.
Significa costruire competenze, strutture e relazioni che permettano alle persone di dipendere un po’ meno dalle organizzazioni gerarchiche e un po’ di più dalla propria capacità di cooperare.
Una rivoluzione libertaria, in questa prospettiva, non può essere soltanto la conquista o la distruzione di un centro di potere.
Deve essere anche un processo attraverso il quale impariamo progressivamente a non averne bisogno.
Ed è forse qui che la questione dell’autogestione incontra quella più generale che abbiamo posto chiedendoci che fine abbia fatto l’anarchia: se l’anarchismo vuole essere qualcosa di più della memoria delle rivoluzioni del passato, deve tornare a produrre pratiche, istituzioni e progetti capaci di mostrare nel presente come potrebbero funzionare relazioni economiche e sociali differenti.
#anarchia #anarchismo #autogestione -
Carlo Cafiero a Barletta: storia, anarchia e memoria
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ToggleCarlo Cafiero nacque a Barletta il 1° settembre 1846. La sua vita lo avrebbe portato molto lontano dalla città pugliese: negli ambienti dell’Internazionale, accanto a Michail Bakunin, Friedrich Engels ed Errico Malatesta, nelle lotte del movimento operaio e infine nell’esperienza insurrezionale della Banda del Matese. Eppure il rapporto tra Carlo Cafiero e Barletta non si esaurisce nel dato anagrafico della sua nascita.
Nella sua città sono rimaste tracce materiali e politiche della sua storia. La casa natale, la lapide preparata prima dell’avvento del fascismo e inaugurata soltanto nel 1946, il busto successivamente restaurato, le iniziative promosse dalle realtà libertarie locali e persino il dibattito sulla toponomastica raccontano il difficile rapporto tra Barletta e uno dei suoi concittadini più conosciuti nella storia del movimento anarchico internazionale.
C’è poi una memoria meno visibile, fatta di documenti, giornali, fotografie e iniziative politiche. Una parte di questa storia è stata ricostruita negli anni anche sulle pagine di Magozine, attraverso ricerche condotte negli archivi libertari e l’attività dei collettivi di cui abbiamo fatto parte.
Riunire oggi queste tracce permette non soltanto di ricostruire la presenza di Carlo Cafiero nella memoria di Barletta, ma anche di tornare alle sue idee: comunismo anarchico, internazionalismo, uguaglianza economica e critica della concentrazione della ricchezza.
Carlo Cafiero: da Barletta al movimento anarchico internazionale
Cafiero nacque in una famiglia benestante di Barletta e la sua formazione avrebbe potuto condurlo verso una vita molto diversa da quella che scelse. Dopo gli studi si allontanò progressivamente dall’ambiente sociale di provenienza, entrando in contatto con il movimento socialista e con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori.
Il suo percorso è particolarmente interessante proprio per questa rottura. Cafiero non apparteneva alle classi sociali delle quali avrebbe successivamente sostenuto l’emancipazione. Possedeva invece una condizione economica privilegiata, alla quale progressivamente rinunciò aderendo alla causa rivoluzionaria.
Il rapporto iniziale con Friedrich Engels e l’ambiente marxista lasciò successivamente spazio alla vicinanza con Bakunin e con il movimento anarchico italiano. Cafiero divenne così uno dei protagonisti di quella generazione di internazionalisti che cercò di trasformare il socialismo da elaborazione teorica in movimento rivoluzionario.
Ma sarebbe sbagliato ricordarlo esclusivamente come uomo d’azione. Cafiero fu anche un importante divulgatore delle idee economiche socialiste e autore di una delle prime sintesi del Capitale di Karl Marx, pensata per rendere comprensibili concetti economici complessi anche ai lavoratori ai quali quelle analisi erano principalmente rivolte.
La sua successiva elaborazione libertaria emerge invece con particolare chiarezza in Anarchia e Comunismo di Carlo Cafiero, dove abbiamo approfondito il rapporto tra libertà individuale, uguaglianza economica e proprietà comune.
Cafiero, Malatesta e la propaganda del fatto
Uno degli episodi più conosciuti della vita di Cafiero è legato alla Banda del Matese, l’insurrezione organizzata nel 1877 insieme, tra gli altri, a Errico Malatesta.
L’idea era quella di non aspettare che le condizioni per una rivoluzione maturassero spontaneamente. L’azione rivoluzionaria avrebbe dovuto mostrare concretamente alle popolazioni la possibilità di ribellarsi all’ordine esistente.
Durante l’insurrezione gli internazionalisti occuparono alcuni comuni del Matese, distrussero registri fiscali e documenti della proprietà e proclamarono la rivoluzione sociale. L’esperienza ebbe breve durata e gli insorti furono arrestati.
La vicenda è importante anche per comprendere il dibattito sulla cosiddetta propaganda del fatto, un concetto che nel tempo è stato spesso ridotto all’idea dell’attentato individuale, ma che nella sua formulazione originaria aveva un significato più ampio. Ne abbiamo ricostruito storia e contraddizioni nell’approfondimento Dalla propaganda del fatto di Errico Malatesta e Carlo Cafiero.
Il fallimento dell’insurrezione non impedì a quella esperienza di lasciare una traccia profonda nella storia dell’anarchismo italiano. Anche Malatesta avrebbe successivamente riflettuto sui limiti delle insurrezioni costruite confidando nella capacità dell’esempio rivoluzionario di provocare spontaneamente una sollevazione popolare.
Carlo Cafiero e Barletta: una memoria difficile
La dimensione internazionale della vita di Cafiero contrasta con la presenza relativamente discreta della sua memoria nella città in cui nacque.
Eppure Barletta conserva una testimonianza particolarmente interessante della storia dell’anarchismo italiano: la lapide dedicata a Carlo Cafiero sulla sua casa natale.
La ricerca condotta insieme a Rosanna Rizzi, con la collaborazione della Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” di Castel Bolognese, ci permise di ricostruirne una storia che attraversa fascismo e dopoguerra. La lapide risultava già pronta nel 1922, ma rimase conservata per anni e poté essere collocata soltanto nel 1946.
La lapide di Carlo Cafiero e gli anarchici del 1946
Il centenario della nascita di Cafiero diventò infatti l’occasione per riportare pubblicamente la sua memoria nella città.
L’11 settembre 1946 la lapide venne inaugurata presso la casa natale. Le ricerche successive hanno permesso di recuperare fotografie, documenti e persino il rendiconto delle somme raccolte dai gruppi e dagli individui anarchici per realizzarla. Alla commemorazione partecipò anche Armando Borghi, una delle figure più importanti dell’anarchismo italiano del Novecento.
È una piccola storia locale che permette però di intravedere qualcosa di molto più grande: la ricostruzione del movimento anarchico dopo vent’anni di dittatura fascista e la volontà di recuperare una memoria politica che il regime aveva cercato di cancellare.
Abbiamo raccontato la ricerca e pubblicato parte dei documenti ritrovati nell’approfondimento dedicato alla storia della lapide di Carlo Cafiero a Barletta.
Il restauro del busto di Carlo Cafiero
Quella memoria ha avuto una seconda vita molti decenni dopo.
Nel 2017 il busto commemorativo presente sulla casa natale venne restaurato attraverso un’iniziativa autofinanziata, senza sponsor economici o istituzionali. Non si trattava soltanto di ripulire materialmente un monumento, ma di riportare Cafiero nel dibattito culturale della città.
Il progetto culminò nella presentazione pubblica del busto restaurato e in una serie di iniziative dedicate alla sua figura, documentate nel comunicato RiScoprire Cafiero – Presentazione del busto restaurato di Carlo Cafiero.
Lapide e busto raccontano così due momenti molto lontani tra loro, il 1946 e il 2017, accomunati dallo stesso problema: come impedire che la memoria di Cafiero diventi semplicemente un nome del passato?
Una via di Barletta dedicata a Carlo Cafiero?
Il problema della memoria entra inevitabilmente anche nello spazio pubblico.
I nomi delle strade non sono neutrali: costruiscono una geografia della memoria attraverso la quale una città decide quali personaggi e quali avvenimenti tramandare.
Da qui nasce anche la questione della presenza di Cafiero nella toponomastica barlettana e la proposta di sostituire una denominazione legata alla storia militare e monarchica italiana con quella dell’anarchico nato in città.
La questione è stata affrontata nell’articolo Via Cialdini: Carlo Cafiero nella toponomastica di Barletta.
Al di là della singola proposta, rimane una domanda interessante: perché una città dovrebbe ricordare attraverso le proprie strade generali, sovrani e protagonisti del potere politico e molto meno frequentemente coloro che quel potere hanno contestato?
Riscoprire Cafiero significa quindi anche interrogarsi su chi scegliamo di ricordare nello spazio pubblico e perché.
Cafiero nella memoria anarchica di Barletta e della Puglia
La memoria di Cafiero non è rimasta confinata ai monumenti.
Negli anni diverse realtà libertarie hanno cercato di riportarne il pensiero nelle strade attraverso commemorazioni, incontri e iniziative pubbliche. In alcuni casi il ricordo di Cafiero si è intrecciato con quello di altri protagonisti pugliesi dell’Internazionale.
È il caso di Carlo Cafiero ed Emilio Covelli ricordati il Primo Maggio tra Barletta e Trani, testimonianza di una memoria anarchica che permette anche di ricostruire quanto la Puglia abbia partecipato alla nascita e alla diffusione del movimento internazionalista italiano.
Altre iniziative hanno continuato negli anni a riportare Cafiero nello spazio pubblico. Nel 2022, per esempio, in occasione dei 176 anni dalla nascita di Carlo Cafiero, il Collettivo Terra Bruciata organizzò a Barletta un incontro pubblico dedicato alla sua figura.
Questi documenti appartengono a momenti e realtà differenti e non costituiscono una storia organica del movimento anarchico cittadino. Considerati insieme, però, mostrano la persistenza di una memoria politica che periodicamente torna a interrogare la città.
Carlo Cafiero e l’internazionalismo
Uno degli aspetti più attuali del pensiero di Cafiero è probabilmente il suo radicale internazionalismo.
Nella società immaginata da Cafiero, l’accesso alla ricchezza comune non poteva dipendere dall’appartenenza nazionale. Nell’esempio dell’abitante di Pechino contenuto in Anarchia e Comunismo, una persona arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe dovuto godere degli stessi diritti di chi già viveva in una determinata comunità.
È un’immagine semplice ma potentissima perché capovolge la concezione secondo cui nascere all’interno di un confine attribuirebbe diritti maggiori sulle risorse presenti al suo interno.
Proprio questa riflessione fu ripresa nel 2017 nella Lettera a Carlo Cafiero nel giorno del suo 171° compleanno, un testo del Collettivo Libertario Rivoltiamo la Terra scritto nel contesto delle polemiche e degli episodi di razzismo che interessavano allora Barletta.
Quel testo resta qui come documento di quel momento storico. Ma la questione posta da Cafiero supera le circostanze nelle quali venne ripresa: può esistere un internazionalismo che riconosca diritti universali indipendentemente dal luogo in cui una persona è nata?
È una domanda che assume un significato ancora più ampio in un mondo organizzato attraverso Stati, alleanze militari e blocchi geopolitici contrapposti. Recuperare l’internazionalismo libertario significa allora immaginare relazioni dirette tra popoli, comunità, lavoratori e movimenti, invece di scegliere semplicemente a quale potenza o blocco affidare le proprie speranze.
Dal pensiero di Cafiero al Progetto Cafiero
Riscoprire un pensatore anarchico non dovrebbe significare trasformarne gli scritti in un testo sacro.
Le idee acquistano significato quando vengono confrontate con condizioni storiche nuove, modificate e, quando necessario, superate.
È da questa esigenza che molti anni dopo nacque il Progetto Cafiero. Non si tratta di una teoria elaborata da Carlo Cafiero, ma di una proposta contemporanea che avevo scelto di dedicargli e che cercava di tradurre alcuni principi libertari in pratiche economiche applicabili alla società presente.
L’idea era costruire circuiti economici tra lavoratori autonomi, cooperative, piccole attività, produttori locali e strutture collettive, accompagnandoli con strumenti di scambio e sistemi capaci di favorire le attività maggiormente orientate all’autogestione e alla redistribuzione della ricchezza.
Il progetto conteneva limiti e soluzioni legate al periodo nel quale fu elaborato, ma poneva una questione che considero ancora fondamentale: una trasformazione libertaria può iniziare costruendo rapporti economici differenti prima ancora di una trasformazione complessiva della società?
La proposta completa è conservata nell’articolo Il Progetto Cafiero nella Rivoluzione Integrale.
Non è quindi un testo utile per spiegare cosa pensasse Cafiero nell’Ottocento. È piuttosto un esempio di cosa possa significare partire da una tradizione politica per provare a produrre qualcosa di nuovo.
Perché riscoprire Carlo Cafiero oggi?
C’è un rischio nel recupero della memoria anarchica: trasformare uomini e donne rivoluzionari in personaggi innocui proprio attraverso la loro celebrazione.
Una lapide, un busto, l’anniversario della nascita possono ricordarci che Carlo Cafiero è esistito. Ma ricordare semplicemente un uomo nato a Barletta nel 1846 avrebbe poco significato se le domande che attraversarono la sua vita non fossero ancora capaci di interrogarci.
Chi deve controllare la ricchezza prodotta da una società?
Quale rapporto deve esistere tra libertà individuale e uguaglianza economica? Come può essere organizzato il lavoro senza creare una divisione permanente tra chi possiede e chi lavora? Come possono comunità autonome cooperare senza costruire nuovi centri di potere? E che significato può avere l’internazionalismo in un mondo nuovamente attraversato dalla contrapposizione tra blocchi?
Non dobbiamo necessariamente trovare in Cafiero le risposte ai problemi del XXI secolo. Sarebbe paradossale pretendere da un rivoluzionario dell’Ottocento un programma per affrontare capitalismo digitale, crisi climatica, automazione, concentrazione finanziaria e nuove forme di potere sovranazionale.
Possiamo però recuperare il metodo: non considerare l’organizzazione economica e sociale esistente come l’unica possibile.
È anche il motivo per cui la domanda sulla sorte dell’anarchia non può essere risolta guardando soltanto alla sua storia. Nell’approfondimento su cosa significa essere anarchici e attualizzare l’anarchismo oggi abbiamo provato a spostare proprio l’attenzione dalla conservazione dell’identità anarchica alla costruzione di autogestione, mutualismo, federalismo e organizzazione dal basso.
Forse è questo il modo più interessante per ricordare Carlo Cafiero a Barletta: non limitarsi a chiedere quale monumento, lapide o strada dedicargli, ma continuare a porre nel presente le domande alle quali dedicò la propria vita.
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Segnalazione editoriale: MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
Nicola Fanizza, Sebastiano GernoneMICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
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La vita e le opere di una figura importante dell’anarchismo italiano e di quello pug
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Segnalazione editoriale: MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
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Segnalazione editoriale: MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
Nicola Fanizza, Sebastiano GernoneMICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
Edizioni dal Sud
La vita e le opere di una figura importante dell’anarchismo italiano e di quello pug
https://umanitanova.org/segnalazione-editoriale-michele-pantaleo-vita-e-scritti-di-un-ribelle/
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Mappa concettuale dei simboli anarchici: significato, storia e origini
Indice dei contenuti
ToggleL’anarchismo ha sempre avuto un rapporto particolare con i simboli. Un movimento che rifiuta autorità, gerarchie e appartenenze imposte potrebbe sembrare poco incline a riconoscersi in bandiere ed emblemi. Eppure, nel corso della sua storia, ha prodotto un immaginario visivo immediatamente riconoscibile.
La bandiera nera, la bandiera rosso-nera, la A cerchiata, il gatto nero, la stella nera e, in contesti più recenti, diverse bandiere bicolori sono entrati nel linguaggio politico anarchico.
Non tutti questi simboli hanno però la stessa origine, la stessa importanza storica o lo stesso significato. Alcuni provengono direttamente dal movimento anarchico, altri dal movimento operaio e sindacale rivoluzionario; altri ancora sono reinterpretazioni relativamente recenti.
Questa mappa concettuale dei simboli anarchici serve quindi a orientarsi nella loro storia e nel loro significato, mostrando soprattutto le relazioni tra simboli, idee e correnti dell’anarchismo.
Mappa concettuale dei simboli anarchici
I principali simboli possono essere organizzati intorno a un nucleo comune:
ANARCHISMO
→ Bandiera nera
Antiautoritarismo · Rivolta · Internazionalismo→ Bandiera rosso-nera
Anarchismo · Socialismo · Movimento operaio→ A cerchiata
Identità anarchica · Simbolo internazionale→ Gatto nero
IWW · Azione diretta · Conflitto del lavoro→ Stella nera
Identità libertaria · Immaginario rivoluzionario→ Rosa nera
Simbolo culturale · Ribellione · TrasformazioneDa questa struttura principale si sviluppano poi diverse varianti contemporanee che utilizzano il nero insieme ad altri colori per identificare particolari sensibilità libertarie.
La prima cosa da comprendere, quindi, è che non esiste un unico simbolo ufficiale dell’anarchismo. Esiste piuttosto una costellazione di immagini che si sono diffuse attraverso movimenti, organizzazioni, giornali, lotte sociali e culture differenti.
La bandiera nera: il simbolo storico dell’anarchismo
Tra tutti i simboli anarchici, la bandiera nera è uno dei più antichi e riconoscibili.
Il nero compare nelle lotte sociali europee già prima della formazione di un movimento anarchico organizzato. Durante la rivolta dei canuts di Lione del 1831, per esempio, gli operai tessili utilizzarono una bandiera nera.
Bisogna però distinguere l’utilizzo del colore nero nelle rivolte sociali dalla sua successiva identificazione specifica con l’anarchismo.
Un momento fondamentale avviene a Parigi il 9 marzo 1883, quando Louise Michel guida una manifestazione di disoccupati portando una bandiera nera. La documentazione relativa al suo processo conferma esplicitamente la sua presenza alla testa del corteo con il vessillo nero. Nello stesso periodo il colore si diffonde sempre più negli ambienti anarchici. (anarchistfaq.org)
Cosa significa la bandiera nera anarchica?
Non esiste un’unica interpretazione ufficiale.
Il nero può innanzitutto rappresentare la negazione delle bandiere nazionali e, con esse, dell’autorità dello Stato e delle appartenenze politiche imposte.
Ma possiede anche un significato legato al lutto, alla miseria e all’oppressione sociale. Louise Michel stessa collegava la bandiera nera alla condizione di chi non aveva pane e alla protesta degli sfruttati. (Wikipedia)
Nel tempo la bandiera nera è così diventata capace di evocare diversi concetti:
- antiautoritarismo;
- rifiuto dello Stato;
- internazionalismo;
- rivolta;
- autonomia;
- solidarietà con gli oppressi.
Il nero non rappresenta quindi semplicemente la distruzione dell’ordine esistente. Nell’immaginario anarchico può indicare anche il rifiuto di sostituire un’autorità con un’altra.
La bandiera rossa e le radici socialiste dell’anarchismo
Prima che la bandiera nera diventasse uno dei segni distintivi dell’anarchismo, il movimento libertario condivideva parte dell’immaginario del più vasto movimento socialista e operaio dell’Ottocento.
Tra questi simboli troviamo soprattutto la bandiera rossa.
Non dovrebbe sorprendere: anarchismo, socialismo rivoluzionario e movimento operaio condividono una parte importante della propria storia ottocentesca.
Il rosso richiama quindi:
lotta sociale → movimento operaio → rivoluzione → emancipazione
La progressiva affermazione del nero non cancellerà completamente questa eredità.
Al contrario, i due colori finiranno per incontrarsi.
La bandiera rosso-nera anarchica
La bandiera rosso-nera è oggi uno dei simboli più conosciuti dell’anarchismo sociale e dell’anarcosindacalismo.
La sua interpretazione più immediata nasce proprio dall’incontro tra due tradizioni:
ROSSO
→ socialismo
→ movimento operaio
→ rivoluzione socialeNERO
→ anarchismo
→ antiautoritarismo
→ rifiuto dello StatoDa questa unione nasce un simbolo capace di rappresentare l’idea di una trasformazione sociale che non conduca alla costruzione di un nuovo potere statale.
Ma sarebbe sbagliato far cominciare la storia della bandiera rosso-nera con la CNT spagnola.
In Italia sono documentati utilizzi del rosso e nero negli ambienti internazionalisti e anarchici già negli anni Settanta dell’Ottocento. La storia comprende il Comitato Nazionale per la Rivoluzione Sociale, le coccarde rosso-nere utilizzate nel tentativo insurrezionale del 1874 e la successiva esperienza della Banda del Matese di Carlo Cafiero ed Errico Malatesta nel 1877.
Questa vicenda merita però un approfondimento autonomo.
→ Per ricostruire date, documenti e protagonisti, leggi: Bandiera rosso-nera anarchica: storia, significato e origini.
In questo articolo ci interessa soprattutto comprenderne la posizione all’interno della più ampia mappa dei simboli anarchici.
La A cerchiata: il simbolo dell’anarchia più riconoscibile
Se la bandiera nera appartiene alla storia ottocentesca dell’anarchismo, la A cerchiata è molto più recente.
E questo è uno dei punti sui quali circolano più ricostruzioni errate.
La nascita documentata della A cerchiata come simbolo anarchico risale all’aprile del 1964, quando viene proposta dai Jeunes Libertaires di Parigi.
L’idea viene attribuita a Tomás Ibáñez, mentre René Darras realizza graficamente il segno. L’obiettivo era creare un simbolo semplice, rapido da disegnare e utilizzabile dalle differenti componenti del movimento anarchico. (Centro Studi Libertari)
La proposta francese inizialmente non ottiene una diffusione particolarmente ampia. Saranno anche i giovani anarchici milanesi, a partire dal 1966, a contribuire alla successiva circolazione del simbolo.
La sua esplosione internazionale avverrà soprattutto negli anni successivi.
Cosa significa la A dentro il cerchio?
La lettura diventata più conosciuta vede nel simbolo l’unione di:
A → Anarchia
e
O → Ordine
richiamando l’idea proudhoniana secondo cui una società libera dall’autorità non coincide necessariamente con il caos.
È però importante distinguere il significato attribuito al simbolo dalla sua origine documentata.
Non abbiamo bisogno di retrodatare la A cerchiata alla guerra civile spagnola o all’Ottocento per attribuirle valore storico. La sua vicenda è interessante proprio perché mostra quanto rapidamente un simbolo nato nel secondo Novecento sia riuscito a diventare un segno internazionale dell’anarchismo.
Perché la A cerchiata si è diffusa così rapidamente?
Una delle ragioni è probabilmente la sua estrema semplicità.
Per riprodurla non servono una bandiera, colori particolari o capacità grafiche:
A + cerchio
sono sufficienti.
Può comparire su:
muri → volantini → manifesti → giornali → adesivi → striscioni
È quindi un simbolo perfettamente adattabile alla comunicazione politica dal basso.
La successiva diffusione nella cultura punk contribuirà ulteriormente alla sua popolarità, ma la A cerchiata non nasce con il punk: quando il movimento punk comincia a utilizzarla, il simbolo esiste già.
Il gatto nero: dal movimento operaio all’immaginario anarchico
Il gatto nero con la schiena arcuata è un altro simbolo frequentemente associato all’anarchismo.
La sua origine è però differente.
Il cosiddetto Sab Cat o Sabo-Tabby appartiene soprattutto all’immaginario degli Industrial Workers of the World (IWW), il sindacato rivoluzionario fondato negli Stati Uniti nel 1905.
Il disegno viene generalmente attribuito a Ralph Chaplin, militante, illustratore degli IWW e autore del celebre canto sindacale Solidarity Forever. L’archivio storico degli IWW ricostruisce il gatto come simbolo originariamente collegato all’azione diretta sul luogo di produzione e al concetto di sabotaggio così come veniva utilizzato in quell’ambiente. (Industrial Workers of the World)
Chaplin spiegò in seguito che il suo Sab Cat avrebbe dovuto rappresentare soprattutto il rallentamento del lavoro come forma di lotta. (Industrial Workers of the World)
Questo dettaglio è importante perché evita di trasformare il gatto nero in un generico simbolo di distruzione.
Perché il gatto nero è diventato un simbolo anarchico?
Il passaggio dall’immaginario IWW a quello anarchico è abbastanza intuitivo.
Il gatto nero rappresentato da Chaplin non è tranquillo o addomesticato.
Ha:
- schiena arcuata;
- pelo sollevato;
- artigli;
- atteggiamento aggressivo.
L’immagine comunica immediatamente insubordinazione e conflitto.
Nel tempo diversi ambienti anarchici hanno quindi adottato e reinterpretato il simbolo, ampliandone il significato dall’azione industriale alla più generale idea di azione diretta e ribellione. Lo stesso archivio IWW distingue l’uso originario del simbolo dalle successive appropriazioni anarchiche. (Industrial Workers of the World)
Il sabot: la scarpa di legno e il mito del sabotaggio
Accanto al gatto nero compare nell’iconografia del movimento operaio radicale anche il sabot, la tradizionale scarpa di legno.
Intorno a questo simbolo è nata una storia particolarmente fortunata: gli operai francesi avrebbero gettato i propri zoccoli negli ingranaggi delle macchine e da questa pratica sarebbe derivata la parola sabotaggio.
La ricostruzione è suggestiva, ma non va presentata come un fatto storico accertato.
L’archivio degli IWW respinge esplicitamente questa spiegazione letterale e ricorda che, nel linguaggio di alcuni militanti sindacali dell’epoca, il sabotaggio poteva indicare forme di ritiro deliberato dell’efficienza lavorativa, non necessariamente la distruzione dei macchinari. (Industrial Workers of the World)
Il sabot rimane comunque parte dell’iconografia storica associata agli IWW e all’azione diretta.
La stella nera
La stella nera a cinque punte compare frequentemente nell’iconografia anarchica, anche se non possiede la stessa centralità storica della bandiera nera o della A cerchiata.
La stella era già un’immagine ampiamente utilizzata dalle tradizioni rivoluzionarie e socialiste.
Il passaggio al nero permette di reinterpretarla attraverso il linguaggio visivo anarchico:
STELLA
→ rivoluzione
→ emancipazioneNERO
→ anarchismo
→ antiautoritarismo=
STELLA NERA
In molte rappresentazioni contemporanee la stella riprende inoltre i colori delle differenti correnti libertarie.
La rosa nera
Più difficile da ricondurre a un’origine precisa è la rosa nera.
È stata utilizzata nel tempo come nome e simbolo da collettivi, librerie, pubblicazioni e gruppi anarchici, ma non possiede una genealogia unitaria paragonabile a quella della A cerchiata.
È quindi meglio considerarla un simbolo culturale dell’immaginario libertario piuttosto che attribuirle un’origine ufficiale.
La sua forza deriva dall’incontro di due immagini apparentemente opposte:
ROSA
→ vita
→ crescita
→ bellezzaNERO
→ negazione
→ ribellione
→ anarchismoLa rosa nera può così evocare qualcosa che nasce dalla critica dell’ordine esistente: non soltanto negazione, ma anche possibilità di trasformazione.
I colori delle correnti anarchiche
Uno degli sviluppi più interessanti dell’iconografia anarchica contemporanea è la diffusione di bandiere bicolori costruite sul modello della bandiera rosso-nera.
Il principio grafico è semplice:
NERO + SECONDO COLORE
Il nero mantiene il riferimento generale all’anarchismo, mentre il secondo colore permette di richiamare una particolare corrente o sensibilità.
Tra le associazioni più diffuse troviamo:
ColoriAssociazioneNeroAnarchismoRosso + neroAnarcosindacalismo e comunismo anarchicoVerde + neroAnarchismo verde ed ecoanarchismoViola + neroAnarcofemminismoRosa + neroAnarchismo queerQuesta tabella va letta come orientamento, non come un codice ufficiale.
Non esiste infatti un’autorità anarchica internazionale incaricata di stabilire il significato universale dei colori.
Ed è proprio questa assenza di codificazione centrale a rendere interessante l’evoluzione dei simboli libertari.
Verde e nero: anarchismo ed ecologia
La combinazione verde e nero collega l’immaginario anarchico alla questione ecologica.
Il meccanismo simbolico è immediato:
NERO → anarchismo
VERDE → natura ed ecologia
Ma l’incontro tra anarchismo ed ecologia non consiste semplicemente nell’aggiungere la difesa dell’ambiente alle tradizionali rivendicazioni libertarie.
Nell’ecologia sociale e in altre prospettive libertarie, la crisi ambientale viene messa in relazione con le strutture economiche, sociali e gerarchiche.
La domanda diventa quindi: è possibile superare lo sfruttamento della natura senza interrogare contemporaneamente le forme di dominio presenti nella società?
Viola e nero: anarcofemminismo
La combinazione viola e nero viene comunemente associata all’anarcofemminismo.
Anche in questo caso i colori sovrappongono due tradizioni:
NERO → anarchismo
VIOLA → femminismo
Il significato politico va però oltre il simbolo.
L’anarcofemminismo estende la critica delle gerarchie ai rapporti di genere, al patriarcato, al controllo dei corpi e alle forme di potere che attraversano anche la vita privata e quotidiana.
La comparsa di nuove combinazioni cromatiche mostra quindi una trasformazione più ampia: la progressiva estensione della critica libertaria a differenti forme di dominio.
La bomba è un simbolo anarchico?
Nell’immaginario popolare esiste un’altra immagine immediatamente associata all’anarchismo: la classica bomba sferica con la miccia accesa.
Bisogna però fare una distinzione fondamentale.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento alcuni anarchici ricorsero ad attentati e azioni violente, spesso ricondotti alla stagione della cosiddetta propaganda col fatto.
La stampa e la caricatura politica trasformarono progressivamente la bomba in uno degli attributi stereotipati dell’anarchico.
Ma questo non significa che la bomba abbia avuto la stessa funzione della bandiera nera o della A cerchiata.
È più corretto distinguere tra:
SIMBOLI ADOTTATI DAL MOVIMENTO
e
SIMBOLI UTILIZZATI PER RAPPRESENTARE IL MOVIMENTO DALL’ESTERNO
La bomba appartiene soprattutto alla seconda categoria.
Ed è una distinzione utile per comprendere quanto l’immaginario politico venga costruito contemporaneamente da chi appartiene a un movimento e da chi lo osserva, lo combatte o lo rappresenta.
Simboli anarchici e cultura punk
Un’altra associazione molto forte è quella tra anarchia e punk.
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, la A cerchiata e altri elementi dell’iconografia anarchica entrano massicciamente nella cultura punk:
fanzine → copertine → spille → giubbotti → graffiti → manifesti
Il punk contribuisce enormemente alla diffusione internazionale di questa estetica.
Ma cronologicamente il rapporto è inverso rispetto a quanto talvolta si pensa.
Il punk non inventa la simbologia anarchica.
La bandiera nera appartiene alla storia ottocentesca del movimento; il rosso-nero è precedente; il gatto nero proviene dalla cultura IWW; la A cerchiata viene proposta nel 1964. (Centro Studi Libertari)
La cultura punk recupera quindi un linguaggio visivo preesistente, lo trasforma e contribuisce enormemente alla sua diffusione presso nuove generazioni.
Come sono cambiati i simboli anarchici nel tempo
Possiamo ora leggere la mappa anche cronologicamente.
Ottocento
Bandiera rossa
→ movimento socialista e operaioBandiera nera
→ progressiva affermazione dell’identità anarchicaRosso e nero
→ incontro tra tradizione socialista e anarchismoPrimo Novecento
Gatto nero e iconografia IWW
→ azione diretta e conflitto sul luogo di lavoroBandiera rosso-nera
→ crescente diffusione nel movimento anarchico e anarcosindacalistaSecondo Novecento
A cerchiata
→ simbolo anarchico internazionale semplice e riproducibileEtà contemporanea
Nero + altri colori
→ ecologia
→ femminismo
→ questioni di genere
→ nuove declinazioni libertarieLa storia dei simboli riflette quindi, almeno in parte, la storia delle trasformazioni dell’anarchismo.
Cosa hanno in comune i simboli anarchici?
Bandiera nera, A cerchiata, rosso-nero, gatto nero, stella e rosa sembrano immagini molto differenti.
Eppure, se osservate insieme, ruotano intorno ad alcuni concetti ricorrenti:
Antiautoritarismo
Rifiuto delle gerarchie e del potere imposto dall’alto.
Libertà
Autonomia dell’individuo insieme alla possibilità di costruire relazioni sociali non coercitive.
Autogestione
Organizzazione diretta della vita sociale e produttiva.
Azione diretta
Intervento dei soggetti interessati senza affidare necessariamente ad altri la propria emancipazione.
Mutuo appoggio
Cooperazione, solidarietà e reciprocità come alternative alla competizione e al dominio.
Organizzazione dal basso
Coordinamento fondato su associazione volontaria, autonomia e federalismo.
Sono questi concetti, più di qualsiasi interpretazione rigida dei colori, a permettere di comprendere il simbolismo anarchico.
Come leggere i simboli anarchici
Non conviene quindi costruire una sorta di dizionario nel quale:
nero = anarchia
rosso = rivoluzione
gatto = sabotaggioLa storia reale è più interessante.
Bisogna chiedersi:
Quando compare il simbolo?
Chi lo utilizza?
In quale movimento?
Quale conflitto sta rappresentando?
Come cambia il suo significato nel tempo?
Il gatto nero ne è un ottimo esempio. Se lo isolassimo dal suo contesto potremmo interpretarlo semplicemente come immagine di indipendenza o ribellione. Ricostruendone la storia incontriamo invece gli IWW, Ralph Chaplin, il conflitto industriale e il dibattito sull’azione diretta. (Industrial Workers of the World)
Il simbolo diventa così una porta d’accesso alla storia.
Una lingua visiva senza un centro
C’è infine un aspetto particolarmente interessante.
Non esiste un organismo centrale capace di stabilire quale debba essere il simbolo ufficiale dell’anarchismo.
I simboli libertari si sono diffusi soprattutto perché sono stati:
creati → adottati → copiati → reinterpretati → trasformati → nuovamente diffusi
La A cerchiata rappresenta perfettamente questo processo.
Nata con l’intenzione di fornire alle differenti tendenze anarchiche un segno semplice e comune, finisce per diffondersi ben oltre il gruppo che l’aveva proposta. (Centro Studi Libertari)
In un certo senso, quindi, anche il modo in cui questi simboli circolano ricorda alcuni principi della cultura libertaria: assenza di un centro unico, appropriazione collettiva e trasformazione continua.
Mappa finale dei simboli anarchici
Possiamo condensare l’intero percorso in questa struttura:
ANARCHISMO
↓
BANDIERA NERA
Antiautoritarismo · Rivolta · InternazionalismoBANDIERA ROSSO-NERA
Anarchismo sociale · Movimento operaio · AnarcosindacalismoA CERCHIATA
Identità anarchica · Diffusione internazionaleGATTO NERO
IWW · Azione diretta · Conflitto del lavoroSTELLA NERA
Immaginario rivoluzionario · Identità libertariaROSA NERA
Ribellione · Cultura libertaria · Trasformazione↓
VARIANTI CONTEMPORANEE
Verde + nero → Ecoanarchismo
Viola + nero → Anarcofemminismo
Rosa + nero → Anarchismo queer
↓
NUCLEO COMUNE
Libertà · Antiautoritarismo · Autogestione · Azione diretta · Mutuo appoggio · Organizzazione dal basso
Dalla mappa dei simboli alla storia dell’anarchismo
Studiare i simboli anarchici significa fare qualcosa di più che riconoscere una bandiera o sapere cosa rappresenta una A dentro un cerchio.
Ogni simbolo conduce verso una parte differente della storia libertaria.
La bandiera nera porta alle lotte sociali dell’Ottocento e alla costruzione di un’identità anarchica.
La bandiera rosso-nera conduce al rapporto tra anarchismo, socialismo e movimento operaio e possiede una storia particolarmente importante anche nell’anarchismo italiano.
La A cerchiata porta invece nella cultura libertaria della seconda metà del Novecento.
Il gatto nero apre una finestra sul sindacalismo rivoluzionario degli IWW e sull’azione diretta.
Le combinazioni verde-nere, viola-nere e rosa-nere mostrano infine la capacità dell’immaginario libertario di trasformarsi insieme ai movimenti che lo utilizzano.
Per questo questa mappa può essere letta insieme alla Mappa concettuale della storia dell’anarchismo e alla Mappa delle correnti anarchiche: una racconta l’evoluzione storica, una confronta le diverse tradizioni e questa mostra come idee e movimenti siano diventati immagini.
Conclusione
L’anarchismo ha prodotto alcuni dei simboli politici più semplici e riconoscibili degli ultimi due secoli.
Una bandiera completamente nera. Due colori affiancati. Una A dentro un cerchio. Un gatto con la schiena arcuata. Una stella. Una rosa.
Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una storia complessa.
La bandiera nera non nasce nello stesso contesto della A cerchiata. Il gatto nero degli IWW non aveva originariamente la stessa funzione della bandiera anarchica. Il rosso-nero racconta un rapporto specifico con il socialismo e il movimento operaio. Le varianti cromatiche contemporanee mostrano invece l’incontro della tradizione libertaria con nuovi campi di conflitto.
Una mappa concettuale dei simboli anarchici non dovrebbe quindi limitarsi a spiegare cosa significa ogni immagine.
Dovrebbe mostrare soprattutto da dove viene, chi l’ha utilizzata e quale parte della storia dell’anarchismo ci permette di raccontare.
È proprio osservando queste connessioni che bandiere, colori ed emblemi smettono di essere semplici decorazioni e diventano ciò che sono realmente: tracce visive della storia dei movimenti libertari.
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Mappa concettuale della storia dell’anarchismo: origini, movimenti e rivoluzioni
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ToggleL’anarchismo non nasce in un momento preciso né dall’opera di un unico pensatore. È il risultato di un lungo processo storico nel quale critica dell’autorità, socialismo, movimento operaio, federalismo, rivoluzione sociale, autogestione e libertà individuale si incontrano e si trasformano.
Dalle prime formulazioni di William Godwin e Pierre-Joseph Proudhon allo scontro tra Marx e Bakunin nella Prima Internazionale, dalla nascita del comunismo anarchico alle grandi organizzazioni sindacali, fino alla Rivoluzione spagnola e alle successive trasformazioni del pensiero libertario, la storia dell’anarchismo attraversa oltre due secoli di conflitti politici e sociali.
La mappa concettuale della storia dell’anarchismo permette di seguire questo percorso attraverso le sue principali fasi, senza ridurlo a una semplice successione di nomi e date.
Mappa concettuale della storia dell’anarchismo
La storia dell’anarchismo può essere rappresentata attraverso una grande linea temporale:
PRECURSORI
↓
NASCITA DELL’ANARCHISMO MODERNO
↓
PRIMA INTERNAZIONALE
↓
BAKUNIN E IL COLLETTIVISMO
↓
COMUNISMO ANARCHICO
↓
MOVIMENTO OPERAIO E ANARCOSINDACALISMO
↓
RIVOLUZIONI DEL NOVECENTO
↓
GUERRA CIVILE SPAGNOLA
↓
ANARCHISMO CONTEMPORANEOMa una linea del tempo, da sola, non basta. L’anarchismo si sviluppa infatti attraverso ramificazioni, conflitti e contaminazioni: alcune correnti privilegiano l’autonomia individuale, altre l’organizzazione collettiva; alcune il sindacalismo, altre l’insurrezione; altre ancora la nonviolenza, l’ecologia o la critica delle gerarchie di genere.
Per confrontare queste differenze è utile affiancare alla ricostruzione storica la Mappa delle correnti anarchiche: comparazione visuale.
Le origini dell’anarchismo
Prima che esistesse un movimento anarchico organizzato erano già presenti idee che sarebbero successivamente entrate nel pensiero libertario.
La critica del potere politico, della proprietà, delle gerarchie sociali e delle istituzioni coercitive attraversa infatti differenti tradizioni filosofiche.
Tra i precursori dell’anarchismo moderno viene frequentemente ricordato William Godwin, autore nel 1793 di An Enquiry Concerning Political Justice. Godwin immaginava una società nella quale il progressivo sviluppo della ragione avrebbe reso sempre meno necessarie le istituzioni coercitive.
Non esisteva ancora, tuttavia, l’anarchismo come movimento politico e sociale organizzato.
Perché ciò avvenga bisogna arrivare al XIX secolo e alle trasformazioni prodotte dalla rivoluzione industriale.
Proudhon e la nascita dell’anarchismo moderno
Una data simbolica fondamentale è il 1840, quando Pierre-Joseph Proudhon pubblica Che cos’è la proprietà?.
Alla domanda posta dal titolo risponde con una formula destinata a diventare celebre:
«La proprietà è un furto».
Proudhon è inoltre uno dei primi pensatori a definirsi esplicitamente anarchico.
La sua critica non riguarda soltanto lo Stato. Investe il rapporto tra proprietà, potere economico e dipendenza sociale.
La sua proposta prende progressivamente la forma del mutualismo: una società fondata sull’associazione volontaria, sulla reciprocità, sul federalismo e su forme di scambio che evitino tanto il monopolio capitalistico quanto la centralizzazione statale.
Con Proudhon iniziano a emergere alcuni elementi che accompagneranno gran parte della storia anarchica:
- critica dello Stato;
- critica della concentrazione della proprietà;
- federalismo;
- autonomia;
- associazione volontaria;
- organizzazione dal basso.
Ma la trasformazione dell’anarchismo in una forza rivoluzionaria internazionale avverrà soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento.
La Prima Internazionale: Marx, Bakunin e il movimento operaio
Nel 1864 nasce a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, conosciuta come Prima Internazionale.
Al suo interno convivono orientamenti differenti: socialisti, sindacalisti, mutualisti, comunisti e rivoluzionari.
È qui che matura uno dei conflitti decisivi nella storia del socialismo ottocentesco: quello tra le posizioni associate a Karl Marx e quelle di Michail Bakunin.
La divergenza riguarda anche una questione destinata a separare profondamente marxismo e anarchismo:
che cosa deve accadere allo Stato durante una rivoluzione?
Per Marx e i suoi sostenitori, la conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice costituisce una fase fondamentale della trasformazione rivoluzionaria.
Bakunin vede invece nella conquista dello Stato un pericolo.
Se la rivoluzione costruisse un nuovo potere centralizzato, secondo la critica bakuniniana, potrebbe produrre una nuova classe dominante anziché abolire il dominio.
Bakunin e il collettivismo anarchico
Con Michail Bakunin l’anarchismo assume una dimensione apertamente rivoluzionaria e internazionalista.
Al centro del suo pensiero troviamo la critica simultanea di:
Stato + capitalismo + autorità politica + gerarchie sociali
La libertà individuale, per Bakunin, non è contrapposta alla libertà degli altri. Può realizzarsi pienamente soltanto all’interno di una società di individui ugualmente liberi.
Sul piano economico, il collettivismo anarchico propone la socializzazione dei mezzi di produzione e l’organizzazione federativa dei lavoratori.
Lo scontro interno all’Internazionale culmina nel Congresso dell’Aia del 1872, quando Bakunin e James Guillaume vengono espulsi.
La frattura rappresenta uno dei momenti fondamentali nella separazione storica tra la tradizione marxista e quella anarchica del movimento socialista.
Dall’anarchismo collettivista al comunismo anarchico
Negli anni successivi una parte del movimento anarchico sviluppa ulteriormente la critica della proprietà e del sistema salariale.
Nasce progressivamente il comunismo anarchico.
La questione non riguarda più soltanto chi possiede i mezzi di produzione, ma anche come debbano essere distribuiti i prodotti del lavoro.
In forma molto schematica:
COLLETTIVISMO
→ proprietà collettiva dei mezzi di produzione
→ remunerazione collegata al lavoroCOMUNISMO ANARCHICO
→ proprietà comune
→ produzione comune
→ distribuzione secondo i bisogniIl passaggio non avviene improvvisamente e coinvolge diversi militanti e teorici.
Carlo Cafiero e il comunismo anarchico
Carlo Cafiero occupa una posizione importante nello sviluppo del comunismo anarchico italiano e internazionale.
Dopo essere stato inizialmente vicino a Marx ed Engels, entra in rapporto con Bakunin e diventa uno dei protagonisti dell’Internazionale in Italia.
Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento una parte dell’anarchismo italiano passa progressivamente dalle posizioni collettiviste a quelle comuniste anarchiche.
L’idea fondamentale è radicale: non basta rendere collettivi gli strumenti di produzione se continua a esistere un sistema nel quale ciascuno riceve in proporzione al lavoro svolto.
La produzione e la ricchezza sociale sono il risultato di una cooperazione talmente vasta da rendere impossibile separare completamente il contributo di ogni individuo.
Kropotkin e il mutuo appoggio
Con Pëtr Kropotkin il comunismo anarchico riceve una delle sue formulazioni teoriche più influenti.
Kropotkin immagina una società basata sulla libera federazione di comunità e associazioni, senza Stato e senza proprietà privata dei mezzi di produzione.
Alla competizione come presunto principio universale della vita contrappone inoltre l’importanza della cooperazione.
Nel suo Mutuo appoggio, Kropotkin cerca di mostrare come la cooperazione costituisca un importante fattore tanto nell’evoluzione quanto nella storia delle società umane.
Si consolida così una delle idee centrali della tradizione anarchica:
libertà individuale e cooperazione sociale non sono necessariamente opposte.
Errico Malatesta e l’anarchismo italiano
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, Errico Malatesta diventa una delle figure più importanti dell’anarchismo internazionale.
La sua lunghissima attività attraversa insurrezioni, esilio, organizzazione politica, propaganda, movimento operaio e antifascismo.
Malatesta insiste particolarmente sulla necessità dell’organizzazione anarchica.
L’assenza di uno Stato non significa assenza di organizzazione.
Al contrario, una società libertaria richiede forme di coordinamento volontario capaci di sostituire l’organizzazione gerarchica.
È una distinzione essenziale:
ANARCHIA ≠ DISORGANIZZAZIONE
ma:
ANARCHIA → ORGANIZZAZIONE SENZA GOVERNO
Anarchismo e movimento operaio
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il movimento anarchico entra profondamente in relazione con il nascente movimento sindacale.
Fabbriche, miniere, porti e campagne diventano luoghi nei quali l’opposizione al capitalismo può essere trasformata in organizzazione collettiva.
Da questa esperienza si sviluppano il sindacalismo rivoluzionario e, con caratteristiche specifiche, l’anarcosindacalismo.
Azione diretta e sciopero generale
L’anarcosindacalismo attribuisce ai lavoratori organizzati un ruolo centrale nella trasformazione sociale.
Tra i suoi strumenti troviamo:
- sciopero;
- boicottaggio;
- sabotaggio;
- organizzazione sindacale;
- solidarietà;
- azione diretta;
- sciopero generale.
Il sindacato non viene concepito soltanto come strumento per ottenere migliori salari.
Può diventare anche il nucleo di una futura organizzazione della società, nella quale la produzione sia amministrata direttamente dai lavoratori.
L’azione diretta significa precisamente questo: chi subisce una forma di dominio interviene direttamente su di essa, senza affidare necessariamente la propria emancipazione a rappresentanti politici o istituzioni esterne.
L’anarchismo tra Ottocento e Novecento
La diffusione internazionale dell’anarchismo produce esperienze molto differenti.
Movimenti libertari sorgono in Europa, nelle Americhe e in altre parti del mondo, entrando in relazione con:
movimento operaio → lotte contadine → antimilitarismo → emancipazione femminile → educazione libertaria → internazionalismo
L’anarchismo non rimane quindi confinato alla filosofia politica.
Diventa giornale, circolo, sindacato, scuola, cooperativa, organizzazione rivoluzionaria e movimento popolare.
Questa diffusione porta però anche a forti divergenze sulle strategie da adottare.
Propaganda col fatto e insurrezionalismo
Alla fine dell’Ottocento alcuni settori anarchici sostengono la propaganda col fatto, immaginando che determinate azioni rivoluzionarie possano stimolare processi insurrezionali più ampi.
In alcuni contesti ciò assume la forma di insurrezioni e rivolte; in altri porta anche ad attentati individuali e assassinii politici.
È importante non identificare l’intero anarchismo con questa fase.
All’interno dello stesso movimento esistono infatti forti discussioni sull’efficacia e sulle conseguenze politiche della violenza individuale.
Parallelamente continuano a svilupparsi strategie fondate sull’organizzazione operaia, sull’educazione, sul mutualismo, sulla propaganda culturale e sull’azione collettiva.
Anarchismo, donne ed emancipazione
La critica anarchica delle gerarchie finisce inevitabilmente per incontrare anche la questione della subordinazione femminile.
Figure come Emma Goldman collegano la critica dello Stato e del capitalismo alla critica delle convenzioni sessuali, matrimoniali e patriarcali.
Per Goldman la liberazione non può limitarsi alla trasformazione delle istituzioni politiche: deve coinvolgere anche le relazioni personali, la sessualità e l’autonomia individuale.
Nel corso del Novecento questo incontro contribuirà allo sviluppo di prospettive successivamente definite anarcofemministe.
La critica libertaria si estende così a una domanda più ampia:
quante forme può assumere il dominio?
Non soltanto Stato e capitale, ma anche patriarcato, morale coercitiva e gerarchie presenti nella vita quotidiana.
La Rivoluzione russa e il conflitto con il bolscevismo
La Rivoluzione russa del 1917 sembra inizialmente aprire possibilità enormi per l’intero movimento rivoluzionario internazionale.
Anarchici e altri rivoluzionari partecipano alla caduta dell’ordine zarista e alle trasformazioni successive.
Ma il rapporto con il nuovo potere bolscevico diventa rapidamente conflittuale.
La crescente centralizzazione politica, la repressione delle opposizioni e la subordinazione delle strutture autonome allo Stato sovietico mostrano agli anarchici esattamente il pericolo che Bakunin aveva denunciato decenni prima: una rivoluzione capace di abbattere una classe dominante può produrne un’altra se conserva un potere statale centralizzato.
Machno e l’esperienza ucraina
Tra il 1918 e il 1921, nell’Ucraina meridionale, il movimento legato a Nestor Machno rappresenta una delle esperienze più importanti e controverse della storia rivoluzionaria anarchica.
In un territorio attraversato dalla guerra civile operano forze bianche, bolsceviche, nazionaliste e rivoluzionarie.
Il movimento machnovista tenta di collegare lotta militare, organizzazione contadina e forme di autogoverno locale.
L’esperienza termina con la vittoria bolscevica e la repressione del movimento.
Kronštadt 1921
Un altro momento simbolico della rottura tra movimento libertario e bolscevismo è la rivolta di Kronštadt del 1921.
Marinai e lavoratori chiedono maggiori libertà politiche e autonomia dei soviet.
L’insurrezione viene repressa militarmente dall’Armata Rossa.
Per molti anarchici internazionali Kronštadt diventa la conferma definitiva della natura autoritaria assunta dalla rivoluzione bolscevica.
La Spagna e il momento più importante dell’anarchismo di massa
È però in Spagna che l’anarchismo raggiunge una delle sue più grandi dimensioni popolari.
La CNT, fondata nel 1910, diventa una potente organizzazione sindacale influenzata dall’anarcosindacalismo.
Nel luglio del 1936, dopo il colpo di Stato militare contro la Repubblica, la resistenza popolare apre contemporaneamente una guerra civile e una rivoluzione sociale.
La Rivoluzione sociale spagnola
In Catalogna, Aragona e altre aree della Spagna, lavoratori e contadini avviano esperienze di:
collettivizzazione delle fabbriche
↓
autogestione dei servizi
↓
collettività agricole
↓
milizie popolari
↓
nuove forme di organizzazione socialePer la prima volta alcune idee discusse per decenni da teorici anarchici vengono sperimentate su una scala molto ampia.
L’esperienza è tuttavia attraversata da enormi contraddizioni: guerra contro le forze franchiste, rapporti difficili con repubblicani e comunisti, militarizzazione, intervento internazionale e discussioni interne allo stesso movimento anarchico.
La sconfitta repubblicana nel 1939 e l’instaurazione della dittatura di Francisco Franco distruggono gran parte del movimento organizzato spagnolo e costringono migliaia di militanti all’esilio.
Anarchismo e antifascismo
L’ascesa del fascismo e del nazismo modifica profondamente la storia dell’anarchismo europeo.
In Italia gli anarchici sono tra gli oppositori del fascismo fin dalle sue origini. Organizzazioni, giornali e militanti vengono progressivamente colpiti dalla repressione del regime.
Molti continuano l’attività dall’esilio; alcuni combatteranno successivamente in Spagna e nella Resistenza.
L’antifascismo anarchico non deriva soltanto dall’opposizione a una specifica dittatura.
Il fascismo rappresenta infatti la radicalizzazione di molti elementi contro i quali il pensiero libertario si era storicamente sviluppato: nazionalismo, militarismo, culto dell’autorità, gerarchia e repressione dell’autonomia politica e sindacale.
Dopo il 1945: la trasformazione dell’anarchismo
La fine della Seconda guerra mondiale apre una fase diversa.
L’anarchismo non scompare, ma perde in molti paesi il ruolo di grande movimento operaio che aveva avuto tra Ottocento e primo Novecento.
Contemporaneamente le sue idee iniziano a incontrare nuovi movimenti.
Negli anni Sessanta e Settanta riemergono temi libertari nelle contestazioni studentesche, nei movimenti antimilitaristi, nelle esperienze comunitarie e nelle nuove culture politiche.
L’attenzione si allarga progressivamente.
Alla critica tradizionale di:
Stato + capitalismo
si affiancano:
patriarcato + razzismo + colonialismo + autoritarismo culturale + devastazione ambientale
Ecoanarchismo ed ecologia sociale
Il rapporto tra anarchismo ed ecologia diventa particolarmente importante nella seconda metà del Novecento.
Tra gli autori più influenti troviamo Murray Bookchin, che sviluppa l’ecologia sociale.
La crisi ecologica, in questa prospettiva, non può essere separata dalle strutture gerarchiche della società.
Il dominio sulla natura è collegato storicamente alle forme di dominio esercitate dagli esseri umani sugli altri esseri umani.
La questione ecologica diventa quindi anche una questione politica:
gerarchia sociale → dominio → sfruttamento → crisi ecologica
La trasformazione ambientale richiede perciò anche una trasformazione delle relazioni sociali.
L’anarchismo contemporaneo
Oggi l’anarchismo non corrisponde a un’unica organizzazione internazionale né a una dottrina uniforme.
La tradizione libertaria continua attraverso esperienze e correnti differenti:
- anarchismo sociale;
- anarcosindacalismo;
- comunismo anarchico;
- anarchismo individualista;
- anarcofemminismo;
- ecoanarchismo;
- anarchismo insurrezionale;
- pratiche mutualistiche e autogestionarie.
Alcuni movimenti si definiscono esplicitamente anarchici; altri utilizzano pratiche storicamente vicine alla tradizione libertaria senza adottarne necessariamente il nome.
Tra queste troviamo assemblee orizzontali, mutuo appoggio, autogestione, azione diretta e organizzazione dal basso.
Le grandi trasformazioni dell’anarchismo
Guardando l’intera mappa storica emerge un elemento interessante: l’anarchismo cambia continuamente il proprio campo di intervento.
Possiamo sintetizzare questa evoluzione così:
XIX SECOLO
Stato
Proprietà
Capitalismo
Movimento operaio↓
PRIMO NOVECENTO
Sindacalismo
Rivoluzione sociale
Antimilitarismo
Antifascismo↓
SECONDO NOVECENTO
Autoritarismo
Patriarcato
Ecologia
Controcultura↓
ANARCHISMO CONTEMPORANEO
Autogestione
Mutuo appoggio
Ecologia
Femminismo
Antirazzismo
Movimenti sociali
Critica delle nuove forme di dominioNon significa che i problemi precedenti vengano abbandonati. Piuttosto, il concetto anarchico di dominio si amplia.
Le date fondamentali della storia dell’anarchismo
Per orientarsi nella mappa possiamo individuare alcune date particolarmente significative:
DataEvento1793Godwin pubblica Political Justice1840Proudhon pubblica Che cos’è la proprietà?1864Nasce la Prima Internazionale1872Congresso dell’Aia e rottura tra marxisti e bakuninistianni 1870Sviluppo del comunismo anarchicofine XIX secoloDiffusione internazionale del movimento anarchico1910Fondazione della CNT spagnola1917Rivoluzione russa1918-1921Movimento machnovista in Ucraina1921Rivolta di Kronštadt1936Rivoluzione sociale e Guerra civile spagnola1939Vittoria franchista in Spagnaanni 1960-70Nuova diffusione di idee e pratiche libertariesecondo NovecentoSviluppo di anarcofemminismo ed ecologia socialeLa cronologia permette di orientarsi, ma non deve far pensare a uno sviluppo lineare. Correnti nate nell’Ottocento continuano a esistere nel Novecento e nel XXI secolo, mentre idee più recenti reinterpretano problemi già presenti nelle prime formulazioni anarchiche.
Come leggere la storia dell’anarchismo
La storia dell’anarchismo può essere letta attraverso almeno tre fili che si intrecciano continuamente.
Il filo delle idee
Godwin → Proudhon → Bakunin → Cafiero → Kropotkin → Malatesta → sviluppi contemporanei
Mostra come cambiano i concetti di libertà, proprietà, rivoluzione, organizzazione e mutuo appoggio.
Il filo dei movimenti
Prima Internazionale → movimento operaio → sindacalismo → CNT → movimenti libertari contemporanei
Mostra il passaggio dalla teoria all’organizzazione sociale.
Il filo delle esperienze rivoluzionarie
Comune e insurrezioni ottocentesche → Ucraina rivoluzionaria → Spagna 1936 → successive esperienze autogestionarie
Mostra il tentativo, spesso breve e conflittuale, di trasformare principi libertari in istituzioni sociali concrete.
È dall’incrocio di questi tre percorsi che emerge realmente la storia dell’anarchismo.
Una storia fatta anche di sconfitte e trasformazioni
Raccontare la storia dell’anarchismo soltanto attraverso i suoi teorici sarebbe fuorviante.
È anche la storia di lavoratori, contadini, tipografi, emigranti, insegnanti, sindacalisti, giornalisti, donne e uomini spesso rimasti anonimi che hanno costruito associazioni, giornali, scuole, cooperative, sindacati e comunità.
Ed è una storia segnata da sconfitte profonde.
La repressione degli anarchici nella Russia bolscevica, l’ascesa dei fascismi, la sconfitta della rivoluzione spagnola e la trasformazione del movimento operaio riducono progressivamente la forza delle grandi organizzazioni anarchiche del primo Novecento.
Ma molte delle pratiche sviluppate dal movimento sopravvivono alle sue sconfitte.
Federalismo, azione diretta, autogestione, assemblearismo, mutuo appoggio e organizzazione orizzontale riemergono continuamente in contesti differenti.
Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della sua storia: l’anarchismo non procede lungo una linea retta. Scompare da alcuni luoghi, riappare in altri, incontra nuovi conflitti e modifica il proprio linguaggio.
Dalla storia alle correnti anarchiche
Seguire cronologicamente l’anarchismo permette anche di capire perché oggi esistano orientamenti così differenti.
Il mutualismo nasce da problemi e contesti differenti rispetto al comunismo anarchico; l’anarcosindacalismo deriva dall’incontro con il movimento operaio; l’anarcofemminismo amplia la critica delle gerarchie; l’ecoanarchismo porta il problema del dominio dentro la crisi ecologica.
Per questo storia e correnti non dovrebbero essere studiate separatamente.
Questa mappa risponde alla domanda:
Come si è trasformato l’anarchismo nel tempo?
La Mappa delle correnti anarchiche: comparazione visuale risponde invece a un’altra domanda:
Quali sono le principali differenze tra le diverse forme di anarchismo?
I due articoli, collegati tra loro, permettono quindi di leggere lo stesso fenomeno lungo due dimensioni: tempo e idee.
Conclusione
La storia dell’anarchismo non è la storia di una dottrina rimasta immutata per due secoli. È la storia di una domanda che ritorna continuamente sotto forme differenti:
è possibile organizzare una società senza costruire nuovi rapporti di dominio?
Proudhon risponde interrogando proprietà e federalismo. Bakunin affronta il problema dello Stato e della rivoluzione. Cafiero e Kropotkin sviluppano il comunismo anarchico. Malatesta riflette sull’organizzazione. L’anarcosindacalismo porta la trasformazione dentro il movimento operaio. La Spagna del 1936 tenta di trasformare alcune di queste idee in esperienza sociale. Le correnti successive estendono la critica libertaria al patriarcato, all’ecologia e ad altre forme di gerarchia.
La mappa concettuale della storia dell’anarchismo non serve quindi soltanto a ricordare date e protagonisti. Serve a mostrare come idee, movimenti e rivoluzioni si siano influenzati reciprocamente.
Ed è proprio osservando queste connessioni che l’anarchismo appare non come un blocco ideologico uniforme, ma come una tradizione politica plurale, attraversata da conflitti interni, esperimenti, sconfitte e continue trasformazioni.
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Mappa concettuale delle correnti anarchiche: comparazione visuale tra individualismo, mutualismo, collettivismo e comunismo libertario
Indice dei contenuti
ToggleL’anarchismo non è mai stato una dottrina unica.
Fin dalle sue origini si è sviluppato attraverso correnti differenti, spesso unite dal rifiuto del dominio politico e delle gerarchie coercitive, ma divise sul modo di organizzare l’economia, la proprietà, il lavoro, la comunità e la trasformazione sociale.
Per questo parlare semplicemente di “anarchia” può essere fuorviante.
Sotto la stessa parola convivono tradizioni molto diverse: il mutualismo, il collettivismo anarchico, il comunismo libertario, l’anarcoindividualismo, l’anarcosindacalismo, l’anarchismo sociale, le correnti ecologiche, quelle femministe e molte altre.
Questa mappa delle correnti anarchiche non vuole trasformare una storia complessa in una classificazione rigida. Serve piuttosto a orientarsi tra le principali famiglie dell’anarchismo, comprenderne le differenze e osservare quali problemi cercano di risolvere.
Mappa concettuale delle correnti anarchiche
Possiamo partire da un nucleo comune:
rifiuto dell’autorità coercitiva e delle gerarchie imposte
Da questo punto si sviluppano diversi percorsi.
Questa struttura è volutamente semplificata.
Le correnti anarchiche si sono influenzate, sovrapposte e trasformate continuamente. Molti autori non possono essere collocati senza difficoltà in una singola categoria.
La mappa va quindi letta come strumento di orientamento, non come albero genealogico definitivo.
Che cosa hanno in comune le correnti anarchiche
Prima di osservare le differenze conviene partire dai punti di contatto.
Le principali tradizioni anarchiche condividono generalmente una critica verso:
- lo Stato come struttura di dominio;
- le gerarchie politiche imposte;
- l’autorità coercitiva;
- lo sfruttamento;
- la subordinazione dell’individuo a istituzioni non liberamente accettate.
Da qui in poi, però, iniziano le differenze.
Quale rapporto deve esistere tra individuo e comunità?
La proprietà può esistere?
Come devono essere distribuiti i beni?
Il mercato deve essere abolito oppure trasformato?
Il lavoro salariato deve scomparire?
La rivoluzione deve essere immediata o costruita attraverso organizzazioni sociali?
È su queste domande che le diverse correnti prendono strade differenti.
Mutualismo anarchico
Il mutualismo è una delle prime grandi correnti dell’anarchismo moderno.
È legato soprattutto alla figura di Pierre-Joseph Proudhon.
Il mutualismo cerca di immaginare una società basata su associazioni volontarie, cooperazione, reciprocità e scambio senza dominio capitalistico.
La sua idea centrale non è necessariamente abolire ogni forma di scambio.
Il problema è piuttosto eliminare i rapporti che permettono a una classe di vivere appropriandosi del lavoro altrui.
Proprietà e possesso
Uno dei temi fondamentali del mutualismo riguarda la distinzione tra proprietà e possesso.
La critica non riguarda necessariamente l’uso personale di una casa, di un terreno o di strumenti di lavoro.
Riguarda invece la possibilità di utilizzare la proprietà come mezzo per ottenere rendita e dominio sugli altri.
Da qui nasce una concezione economica basata su:
- possesso legato all’uso;
- cooperative;
- associazioni tra produttori;
- credito mutualistico;
- scambio tra lavoratori autonomamente organizzati.
Mutualismo in sintesi
Parola chiave: reciprocità.
Economia: scambio mutualistico.
Proprietà: critica della proprietà capitalistica, difesa del possesso d’uso.
Organizzazione: associazioni volontarie e federazioni.
Figura di riferimento: Proudhon.
Collettivismo anarchico
Il collettivismo anarchico viene associato soprattutto a Michail Bakunin.
Rispetto al mutualismo pone maggiore enfasi sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Terra, fabbriche e strumenti produttivi non dovrebbero essere controllati da proprietari privati né dallo Stato.
Dovrebbero essere gestiti collettivamente dai lavoratori.
Proprietà collettiva e lavoro
Nel collettivismo anarchico la produzione è organizzata in comune, ma la distribuzione può essere collegata al contributo lavorativo.
In forma semplificata:
mezzi di produzione comuni
ma
remunerazione legata al lavoro svolto.
È proprio questo uno dei punti che distingueranno il collettivismo dal successivo comunismo anarchico.
Rivoluzione e federalismo
Bakunin attribuisce grande importanza alla trasformazione rivoluzionaria della società.
Lo Stato non dovrebbe essere conquistato e utilizzato per costruire una società futura.
Dovrebbe essere superato attraverso strutture federative costruite dal basso.
Comuni.
Associazioni.
Federazioni.
Organizzazioni dei lavoratori.
La società libertaria dovrebbe quindi nascere da una rete di strutture autonome coordinate senza un potere centrale sovrano.
Collettivismo in sintesi
Parola chiave: collettivizzazione.
Economia: mezzi di produzione comuni.
Distribuzione: collegata al lavoro.
Organizzazione: federazioni dal basso.
Figura di riferimento: Bakunin.
Comunismo libertario o anarchico
Il comunismo anarchico, spesso chiamato anche comunismo libertario, sviluppa ulteriormente la critica alla proprietà e al salario.
Tra i suoi principali teorici troviamo Pëtr Kropotkin, Élisée Reclus e, con una posizione personale e non sempre sovrapponibile, Errico Malatesta.
L’idea centrale è che non soltanto i mezzi di produzione debbano essere comuni.
Anche la distribuzione dovrebbe superare la logica secondo cui ogni individuo riceve esattamente in proporzione al lavoro svolto.
Il principio diventa:
da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni.
Perché abolire il salario
Per i comunisti anarchici è difficile calcolare quale quota della produzione appartenga esattamente a un singolo individuo.
Ogni prodotto è il risultato di una rete enorme di conoscenze, infrastrutture, lavoro passato e cooperazione presente.
Il lavoro umano è profondamente sociale.
Per questo la distribuzione dei beni dovrebbe essere organizzata in base ai bisogni, e non attraverso una contabilità individuale del contributo.
Cooperazione e mutuo appoggio
Kropotkin attribuisce particolare importanza alla cooperazione.
La società non viene vista soltanto come il risultato della competizione.
La storia umana e la stessa natura mostrerebbero anche numerose forme di mutuo appoggio.
Questo concetto diventa uno dei pilastri del comunismo libertario.
Comunismo anarchico in sintesi
Parola chiave: bisogni.
Economia: beni e mezzi produttivi comuni.
Distribuzione: secondo i bisogni.
Organizzazione: comunità e federazioni libere.
Figure di riferimento: Kropotkin, Reclus, Malatesta.
Anarchismo individualista
L’anarchismo individualista mette al centro l’autonomia dell’individuo.
Ma anche qui bisogna fare attenzione.
Non esiste un’unica tradizione individualista.
Sotto questa definizione convivono posizioni molto differenti.
Alcune derivano dal pensiero di Max Stirner.
Altre si sviluppano soprattutto negli Stati Uniti attraverso autori come Benjamin Tucker.
Stirner e l’individuo
Stirner costruisce una critica radicale di tutte le idee che diventano autorità sull’individuo.
Stato.
Morale.
Religione.
Società.
Patria.
Perfino categorie apparentemente emancipatrici possono trasformarsi in nuove forme di subordinazione se pretendono di imporsi come valori assoluti.
Al centro resta l’individuo concreto.
Non l’Uomo astratto.
Non il cittadino.
Non il proletario come categoria universale.
Individualismo e associazione
L’individualismo anarchico non significa necessariamente isolamento.
Stirner parla della possibilità di associazioni costruite sulla volontà degli individui.
La differenza fondamentale è che l’associazione non deve trasformarsi in un’entità superiore alla quale il singolo deve sacrificarsi.
Tucker e il mercato
Benjamin Tucker sviluppa una tradizione differente.
Difende una forma di mercato libero da monopoli, privilegi e rendite garantite dallo Stato.
Per questo l’anarchismo individualista americano si distingue nettamente dal comunismo anarchico sul terreno economico.
Anarchismo individualista in sintesi
Parola chiave: autonomia.
Economia: varia a seconda degli autori.
Proprietà: posizioni differenti.
Organizzazione: associazione volontaria.
Figure di riferimento: Stirner, Tucker.
Anarcosindacalismo
L’anarcosindacalismo sposta il centro dell’azione politica sul luogo di lavoro e sull’organizzazione dei lavoratori.
Il sindacato non viene visto soltanto come strumento per migliorare salari e condizioni.
Può diventare anche una struttura attraverso cui costruire una società differente.
Azione diretta
Uno dei principi fondamentali è l’azione diretta.
I lavoratori non delegano completamente la difesa dei propri interessi a partiti o rappresentanti politici.
Agiscono direttamente attraverso:
- scioperi;
- boicottaggi;
- occupazioni;
- autogestione;
- organizzazione sindacale.
Lo sciopero generale
Nella tradizione anarcosindacalista lo sciopero generale può assumere un significato rivoluzionario.
Non sarebbe semplicemente una protesta.
Potrebbe diventare il momento in cui i lavoratori interrompono il funzionamento dell’economia capitalistica e prendono direttamente in gestione la produzione.
Il sindacato come embrione della società futura
Qui emerge una caratteristica importante.
L’organizzazione rivoluzionaria dovrebbe già contenere elementi della società che vuole costruire.
Federalismo.
Democrazia dal basso.
Autonomia.
Azione diretta.
Il sindacato può quindi essere contemporaneamente:
strumento di lotta
e
struttura della futura società libertaria.
Anarcosindacalismo in sintesi
Parola chiave: azione diretta.
Soggetto centrale: lavoratori organizzati.
Strumento: sindacato rivoluzionario.
Metodo: sciopero, boicottaggio, autogestione.
Obiettivo: gestione diretta della produzione.
Anarchismo sociale
L’espressione anarchismo sociale viene spesso utilizzata come categoria ampia.
Comprende quelle tradizioni che attribuiscono particolare importanza alla dimensione collettiva della libertà.
La libertà individuale non viene vista come contrapposta alla società.
Al contrario:
l’individuo può essere realmente libero soltanto all’interno di relazioni sociali libere.
In questo grande territorio possono essere collocati, con molte differenze interne:
- comunismo anarchico;
- collettivismo;
- anarcosindacalismo;
- alcune forme di municipalismo libertario;
- anarchismo comunitario.
È quindi più una famiglia politica che una singola dottrina.
Anarcofemminismo
L’anarcofemminismo mette in relazione la critica anarchica dell’autorità con quella del patriarcato.
Il dominio non si manifesta soltanto nello Stato o nel rapporto tra capitale e lavoro.
Può attraversare anche:
- famiglia;
- sessualità;
- ruoli di genere;
- educazione;
- matrimonio;
- lavoro domestico;
- relazioni affettive.
Tra le figure storicamente legate alla convergenza tra anarchismo ed emancipazione femminile troviamo Emma Goldman, Voltairine de Cleyre e Mujeres Libres nella Spagna rivoluzionaria.
Patriarcato e autorità
L’intuizione fondamentale è che una società non possa definirsi libertaria se mantiene rapporti gerarchici tra uomini e donne o strutture familiari fondate sulla subordinazione.
La critica anarchica viene quindi portata nella vita quotidiana.
La rivoluzione non riguarda soltanto le istituzioni politiche.
Riguarda anche il modo in cui viviamo le relazioni.
Anarchismo ecologico
L’incontro tra anarchismo ed ecologia produce diverse correnti.
Tra queste assume particolare importanza l’ecologia sociale sviluppata da Murray Bookchin.
La crisi ecologica non viene interpretata semplicemente come conseguenza di comportamenti individuali sbagliati.
Viene collegata alle strutture gerarchiche della società.
L’idea centrale può essere sintetizzata così:
il dominio sulla natura è collegato al dominio dell’essere umano sull’essere umano.
Ecologia sociale
Bookchin propone una società decentralizzata, comunitaria e democraticamente organizzata.
La città, il territorio e le comunità locali diventano luoghi centrali della trasformazione politica.
Questa tradizione conduce verso il municipalismo libertario, che però possiede caratteristiche proprie e non coincide interamente con l’anarchismo classico.
Anarchismo ecologico in sintesi
Parola chiave: ecologia.
Problema centrale: rapporto tra dominio sociale e dominio sulla natura.
Organizzazione: decentralizzazione e comunità.
Figura di riferimento: Murray Bookchin.
Anarchismo insurrezionale
L’anarchismo insurrezionale mette l’accento sulla conflittualità immediata contro le strutture di dominio.
Guarda con diffidenza alle grandi organizzazioni permanenti e alle strategie che rimandano la trasformazione a un futuro indefinito.
Privilegia spesso:
- autonomia dei gruppi;
- informalità;
- azione diretta;
- conflitto;
- rifiuto della mediazione istituzionale.
Non costituisce necessariamente una dottrina economica completa.
È piuttosto una concezione della pratica anarchica e del conflitto sociale.
Proprio per questo può sovrapporsi ad altre tradizioni.
Un individuo può essere, per esempio, comunista anarchico sul piano economico e insurrezionalista sul piano strategico.
Anarchismo pacifista
Esiste anche una tradizione anarco-pacifista.
Qui la critica dell’autorità viene collegata al rifiuto della violenza e del militarismo.
Tra le influenze più importanti compare Lev Tolstoj, la cui critica dello Stato, della guerra e della coercizione religiosa e politica influenzò diversi movimenti nonviolenti.
L’anarchismo pacifista pone un problema centrale:
è possibile costruire una società senza dominio utilizzando strumenti coercitivi?
La risposta tende a essere negativa.
I mezzi devono essere coerenti con il fine.
Anarchismo cristiano
L’anarchismo cristiano può sembrare a prima vista una contraddizione.
In realtà alcune letture radicali del cristianesimo hanno interpretato il messaggio evangelico come incompatibile con Stato, guerra, ricchezza e dominio.
Tolstoj rappresenta ancora una volta uno dei riferimenti principali.
L’autorità di Dio viene contrapposta all’autorità politica degli uomini.
Questa corrente rimane molto differente dalle tradizioni materialiste e anticlericali dell’anarchismo europeo, ma condivide con esse una forte critica dello Stato e della coercizione.
Post-anarchismo e sviluppi contemporanei
Nel corso del Novecento e del XXI secolo il pensiero anarchico entra in dialogo con nuovi campi teorici.
Post-strutturalismo.
Femminismo.
Ecologia.
Decolonialità.
Critica delle identità.
Movimenti queer.
Tecnologie digitali.
Nascono così approcci talvolta definiti post-anarchici, che rileggono il problema del potere oltre la sola opposizione tra Stato e individuo.
Il dominio viene osservato anche dentro:
- linguaggio;
- istituzioni culturali;
- identità;
- norme sociali;
- produzione del sapere.
È un territorio molto eterogeneo e non costituisce una corrente unitaria.
Confronto tra le principali correnti anarchiche
La differenza emerge con maggiore chiarezza attraverso una comparazione.
CorrentePunto centraleEconomiaOrganizzazioneAutori / riferimentiMutualismoReciprocitàScambio e cooperazioneFederazioniProudhonCollettivismoProprietà collettivaProduzione comune, distribuzione legata al lavoroFederazioni di lavoratoriBakuninComunismo libertarioBisogni e mutuo appoggioComunizzazioneComuni e federazioniKropotkin, MalatestaIndividualismoAutonomia individualeVariabileAssociazioni volontarieStirner, TuckerAnarcosindacalismoAzione diretta dei lavoratoriAutogestioneSindacati rivoluzionaritradizione sindacalista libertariaAnarcofemminismoCritica del patriarcatoVariabileRelazioni non gerarchicheGoldman, de Cleyre, Mujeres LibresEcoanarchismoEcologia e gerarchieDecentralizzataComunità localiBookchin e altre correntiInsurrezionalismoConflitto immediatoVariabileGruppi informalitradizioni diverseAnarco-pacifismoNonviolenzaVariabileComunità volontarieTolstojLa tabella evidenzia un punto fondamentale:
non tutte le correnti anarchiche rispondono alla stessa domanda.
Alcune si distinguono soprattutto per l’economia.
Altre per la strategia.
Altre ancora per il tipo di dominio sul quale concentrano la propria critica.
Individualismo e anarchismo sociale: sono opposti?
Una delle divisioni più frequenti nella storia dell’anarchismo è quella tra:
anarchismo individualista
e
anarchismo sociale.
Ma l’opposizione non deve essere esasperata.
L’anarchismo sociale non elimina necessariamente l’individuo.
L’anarchismo individualista non implica necessariamente isolamento sociale.
La differenza riguarda soprattutto da dove comincia la riflessione sulla libertà.
Per l’individualismo il pericolo principale è che qualsiasi struttura collettiva possa trasformarsi in un’autorità sull’individuo.
Per l’anarchismo sociale una libertà puramente individuale rischia invece di essere vuota se persistono disuguaglianze economiche e rapporti sociali di dominio.
Possiamo sintetizzare:
individualismo → come impedire alla società di dominare l’individuo?
anarchismo sociale → come costruire una società nella quale tutti possano essere liberi?
Le due domande non sono necessariamente incompatibili.
Mutualismo, collettivismo e comunismo anarchico: la differenza principale
Queste tre correnti vengono facilmente confuse.
La differenza può essere visualizzata soprattutto attraverso il problema della distribuzione.
Mutualismo
Scambio tra produttori liberi
↓
beni e servizi vengono scambiati secondo rapporti mutualistici.
Collettivismo
Produzione collettiva
↓
distribuzione collegata al lavoro svolto.
Comunismo anarchico
Produzione collettiva
↓
distribuzione secondo i bisogni.
In forma ancora più sintetica:
È una semplificazione, ma permette di cogliere rapidamente una delle principali differenze storiche.
Anarchismo e marxismo: dove divergono?
Anarchismo e marxismo condividono storicamente numerose critiche al capitalismo e allo sfruttamento.
La divergenza più importante riguarda però il problema dello Stato e del potere politico.
Le tradizioni marxiste rivoluzionarie hanno generalmente attribuito allo Stato una funzione transitoria nella trasformazione socialista.
Gli anarchici hanno contestato questa prospettiva.
Secondo la critica anarchica:
uno Stato utilizzato per abolire il dominio rischia di creare nuove strutture di dominio.
La questione non riguarda quindi soltanto:
chi possiede il potere?
Ma:
perché qualcuno deve possederlo sopra gli altri?
È una delle fratture storiche fondamentali tra anarchismo e marxismo.
La mappa delle correnti anarchiche non è una scala da sinistra a destra
Un altro errore frequente consiste nel cercare di disporre tutte le correnti su una semplice linea politica.
Più individualista.
Più collettivista.
Più radicale.
Più moderata.
La realtà è più complessa.
Le correnti possono differire simultaneamente su diversi assi:
A questi dobbiamo aggiungere altri assi:
organizzazione ↔ spontaneità
nonviolenza ↔ insurrezione
riforma sociale ↔ rivoluzione
antropocentrismo ↔ ecologia
produzione ↔ critica dei rapporti quotidiani
Una vera mappa dell’anarchismo è quindi multidimensionale.
Le correnti anarchiche si possono combinare?
In molti casi sì.
Le categorie non funzionano come appartenenze esclusive.
Una persona può definirsi:
comunista libertaria
e contemporaneamente:
anarcosindacalista
perché il primo termine descrive soprattutto il modello sociale desiderato e il secondo una strategia di organizzazione e lotta.
Allo stesso modo possono esistere:
anarcofemministe comuniste
oppure
individualisti insurrezionalisti.
Questo spiega perché i confini tra le correnti siano spesso mobili.
Qual è la corrente anarchica più importante?
Non esiste una risposta unica.
Dipende dal periodo storico e dal contesto geografico.
Il mutualismo ha avuto un ruolo fondamentale nelle origini del pensiero anarchico moderno.
Il collettivismo bakuniniano è stato centrale nell’Ottocento rivoluzionario.
Il comunismo anarchico ha esercitato un’enorme influenza sui movimenti libertari europei.
L’anarcosindacalismo ha avuto una straordinaria importanza nel movimento operaio.
L’anarcofemminismo e l’ecologia sociale hanno ampliato la critica anarchica verso forme di dominio che non possono essere ridotte esclusivamente allo Stato e al capitale.
La storia dell’anarchismo è proprio la storia di queste trasformazioni.
Come leggere questa mappa
La mappa delle correnti anarchiche può essere utilizzata attraverso quattro domande.
Qual è il problema centrale?
Proprietà?
Stato?
Patriarcato?
Lavoro?
Individuo?
Ecologia?
Come immagina l’economia?
Mercato mutualistico?
Proprietà collettiva?
Comunizzazione?
Come immagina l’organizzazione?
Sindacati?
Comuni?
Federazioni?
Associazioni volontarie?
Gruppi informali?
Come immagina il cambiamento?
Educazione?
Mutualismo?
Sciopero generale?
Rivoluzione?
Azione diretta?
Insurrezione?
Queste quattro domande sono spesso più utili delle semplici etichette.
Una famiglia di idee, non una dottrina unica
Osservando l’intera mappa emerge forse la caratteristica più importante dell’anarchismo.
Non esiste un unico modello anarchico.
Esiste una famiglia di idee costruita intorno a una domanda comune:
come organizzare la vita sociale senza trasformare l’autorità in dominio?
Le risposte sono state molto diverse.
Proudhon guarda alla reciprocità.
Bakunin alla rivoluzione federalista.
Kropotkin al mutuo appoggio e al comunismo libertario.
Stirner all’autonomia dell’individuo.
Gli anarcosindacalisti all’organizzazione dei lavoratori.
Le anarchiche femministe alla liberazione dai rapporti patriarcali.
Le correnti ecologiche alla relazione tra gerarchia sociale e dominio sulla natura.
Non sono variazioni insignificanti.
Sono differenti tentativi di risolvere lo stesso problema.
Conclusione
La mappa delle correnti anarchiche mostra perché sia impossibile ridurre l’anarchismo a una definizione semplice.
Mutualismo, collettivismo, comunismo libertario, individualismo, anarcosindacalismo, anarcofemminismo ed ecologia sociale condividono una critica dell’autorità e del dominio, ma elaborano risposte differenti ai problemi della proprietà, del lavoro, dell’organizzazione sociale e della trasformazione politica.
Alcune correnti partono dall’individuo.
Altre dalla comunità.
Alcune concentrano l’attenzione sulla produzione.
Altre sui rapporti personali, sull’ecologia o sulle strategie di lotta.
La vera differenza non è quindi tra chi sarebbe “più anarchico” e chi lo sarebbe meno.
È tra diversi modi di immaginare una società nella quale libertà, uguaglianza e cooperazione possano esistere senza un’autorità imposta dall’alto.
Per questo la mappa non dovrebbe essere letta come una serie di caselle chiuse.
È meglio immaginarla come una rete.
Le correnti si separano, si incontrano, si influenzano e a volte entrano in conflitto.
Ed è proprio dentro questa pluralità che si è sviluppata, nel corso di quasi due secoli, la storia del pensiero anarchico.
#anarchia #Anarchici #anarchismo -
Differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici
Indice dei contenuti
ToggleNel linguaggio comune, ma soprattutto in quello giornalistico, i termini anarchia, anarchismo e anarchici vengono spesso usati come sinonimi. Si parla di “anarchia” per indicare il disordine, di “anarchismo” come se fosse una generica ideologia estrema, e di “anarchici” come se fossero tutti uguali. Questo genera equivoci profondi sul piano politico, storico e culturale.
La differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici non è una sottigliezza accademica. È una distinzione necessaria per capire di cosa si sta parlando quando si discute di pensiero libertario.
In breve
Anarchia = l’ideale di una società senza dominio.
Anarchismo = il pensiero politico che sviluppa questo ideale.
Anarchici = le persone e i movimenti che si riconoscono nell’anarchismo.
Tre livelli diversi, tre significati diversi, che vanno tenuti separati. In questa guida chiariremo cosa significa esattamente ciascun termine, perché vengono confusi e come usarli in modo corretto.
Perché questi tre termini vengono spesso confusi
La confusione nasce da almeno tre fattori.
Il primo è linguistico: le tre parole condividono la stessa radice greca (an-archos, senza governanti) e quindi suonano simili, inducendo a trattarle come varianti della stessa idea.
Il secondo è storico: la stampa conservatrice dell’Ottocento, soprattutto dopo gli attentati di fine secolo, iniziò a usare “anarchia” come sinonimo di disordine e violenza, cancellando la distinzione tra ideale, teoria e movimento reale.
Il terzo è politico: nel dibattito contemporaneo l’anarchismo viene spesso ridotto a un’etichetta generica per indicare qualcosa di estremo, confuso o anti-sistema, senza precisione. Capita così che si chiami “anarchia” una guerriglia urbana, “anarchismo” qualsiasi forma di protesta radicale e “anarchici” tutti coloro che rompono le regole.
Che cos’è l’anarchia
L’anarchia è l’ideale politico e sociale di una società senza autorità coercitive e senza gerarchie imposte dall’alto. È il modello di convivenza immaginato dal pensiero libertario: una società in cui le persone si organizzano attraverso accordi volontari, cooperazione reciproca e forme di autogestione, senza bisogno di un potere statale separato.
L’anarchia come ideale politico e sociale
Il termine deriva dal greco an-archos, che significa letteralmente “senza governanti”. Non significa “senza regole”, ma “senza comando imposto dall’alto”. Per questo l’anarchia non coincide con l’assenza di organizzazione, ma con l’idea che l’organizzazione possa nascere dal basso, dalla libera associazione e non dalla coercizione.
Per approfondire il significato completo del termine, puoi leggere la nostra guida su cos’è l’anarchia.
Perché anarchia non significa caos
L’equazione tra anarchia e caos è uno dei fraintendimenti più diffusi. Per gli anarchici, il problema non sono le regole, ma l’autorità che le impone. Una comunità può darsi regole condivise attraverso assemblee, federazioni e accordi volontari, senza bisogno di uno Stato centrale.
L’associazione tra anarchia e violenza nacque soprattutto nella stampa conservatrice dell’Ottocento e fu rafforzata da alcuni attentati compiuti da gruppi minoritari. Tuttavia, la maggior parte della tradizione anarchica ha sempre sostenuto pratiche di solidarietà, educazione popolare, mutualismo e autogestione.
L’anarchia come orizzonte, non come fatto compiuto
L’anarchia non descrive una società esistente, ma un principio regolativo: l’idea che ogni forma di dominio va messa in discussione. Per questo è meglio pensarla come un orizzonte verso cui tendere, non come una condizione già realizzata.
Che cos’è l’anarchismo
L’anarchismo è la teoria politica e sociale che sviluppa, articola e cerca di realizzare l’ideale dell’anarchia. Non è un’ideologia uniforme. È probabilmente una delle tradizioni politiche più pluraliste della modernità, fatta di correnti, autori, dibattiti e pratiche diverse.
Se l’anarchia è il fine, l’anarchismo è il pensiero e la strategia per raggiungerlo.
Il suffisso fa la differenza
Il suffisso “-ismo” indica una dottrina o una corrente di pensiero. L’anarchismo è quindi il pensiero che riflette sull’anarchia: la interroga, la articola, la discute, la traduce in strategia. Il suffisso “-ico”, invece, indica chi appartiene o aderisce a quella corrente. Da qui la differenza tra anarchismo (la teoria) e anarchici (le persone).
L’anarchismo come teoria politica
L’anarchismo è un campo teorico articolato. Si interroga su come sostituire lo Stato con forme di organizzazione volontaria, su come organizzare l’economia senza sfruttamento, su come gestire i conflitti senza autorità coercitiva, su come conciliare libertà individuale e vita collettiva.
Non è un caso che autori come Proudhon, Bakunin, Kropotkin e Malatesta abbiano prodotto opere teoriche di grande complessità, non semplici slogan militanti.
Le correnti dell’anarchismo
L’anarchismo non è mai stato un blocco unico. Le principali correnti storiche sono:
- Anarcocomunismo: propone l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la distribuzione secondo i bisogni.
- Anarcosindacalismo: attribuisce ai sindacati il ruolo centrale di strumento di lotta e di futura struttura organizzativa della società.
- Mutualismo: legato a Proudhon, immagina una società di produttori liberi associati, fondata su reciprocità e federalismo.
- Individualismo anarchico: mette al centro l’autonomia dell’individuo e la sua liberazione da ogni forma di dominio.
Anarchismo e altre tradizioni politiche
L’anarchismo si distingue dal marxismo per il rifiuto della conquista del potere statale e della forma-partito. Si distingue dal liberalismo perché non riduce la libertà alla proprietà individuale, ma la lega alla critica di ogni gerarchia. E si distingue dall’anarcocapitalismo perché quest’ultimo accetta il mercato come principio organizzativo senza criticare le gerarchie economiche, cosa che l’anarchismo storico non fa.
Chi sono gli anarchici
Gli anarchici sono i soggetti storici e politici che si riconoscono nell’anarchismo. Non sono un’idea astratta, ma persone reali: militanti, organizzatori, scrittori, operai, contadini, esuli, donne e uomini che hanno interpretato il pensiero libertario in tempi e contesti diversi.
Gli anarchici come movimento storico
Gli anarchici hanno costituito organizzazioni, fondato giornali, partecipato a insurrezioni, costruito sindacati, combattuto il fascismo, subito repressioni, esili e carcere. La loro storia è documentata e concreta, non simbolica.
Per ricostruire questa vicenda nel nostro paese, puoi leggere la nostra storia del movimento anarchico italiano.
Anarchici ieri e oggi
Gli anarchici storici comprendono figure come Bakunin, Errico Malatesta, Emma Goldman, e Sacco e Vanzetti. Oggi gli anarchici sono presenti in organizzazioni come la Federazione Anarchica Italiana, in esperienze di autogestione, nei movimenti ecologisti, antifascisti, femministi e nelle pratiche di mutualismo contemporaneo.
Dire “gli anarchici” non significa evocare una massa indistinta, ma una galassia di esperienze molto diverse tra loro.
La differenza in sintesi
Per fissare la distinzione in modo chiaro:
TermineChe cos’èLivelloAnarchiaL’ideale di una società senza dominioPrincipio e fineAnarchismoLa teoria che sviluppa l’idealePensiero e strategiaAnarchiciLe persone e i movimenti realiStoria e praticaPerché distinguere questi tre concetti è importante
Gli errori più comuni nel linguaggio politico
Usare “anarchia” per indicare un disordine generico è impreciso e politicamente fuorviante. Usare “anarchico” come aggettivo vuoto, per esempio “situazione anarchica” a meaning un qualsiasi caos, è un abuso linguistico che cancella la storia del movimento. Confondere l’ideale con il movimento reale significa non capire né l’uno né l’altro.
Come usare correttamente i tre termini
- Quando parli del modello ideale, parla di anarchia.
- Quando parli delle idee, delle teorie e delle strategie, parla di anarchismo.
- Quando parli delle persone, dei gruppi e delle organizzazioni, parla di anarchici.
Questa precisione non è pedanteria: è il modo più semplice per evitare di ridurre un pensiero complesso a un grido generico.
Domande frequenti
Anarchia e anarchismo sono la stessa cosa?
No. L’anarchia è l’ideale di una società senza dominio. L’anarchismo è la teoria politica che sviluppa questo ideale. L’anarchia è il fine, l’anarchismo è il pensiero e la strategia.
Un anarchico è per forza contro ogni regola?
No. Gli anarchici contestano l’autorità imposta dall’alto, non l’organizzazione volontaria. Anzi, la tradizione anarchica ha sempre proposto forme di organizzazione basate su assemblee, federazioni e mutuo appoggio.
L’anarchia è di destra o di sinistra?
L’anarchismo storico nasce nella sinistra libertaria e socialista. Rifiuta però la distinzione destra/sinistra come schema definitivo, perché critica ogni forma di dominio, compresi quelli che nascono dalla sinistra autoritaria.
Esiste una società anarchica reale?
Non esiste uno Stato anarchico, per definizione. Esistono però esperienze storiche limitate in cui princìpi libertari sono stati applicati, dalla Comune di Parigi alle collettivizzazioni della rivoluzione spagnola.
L’anarcocapitalismo è una forma di anarchismo?
La maggioranza degli studiosi e della tradizione storica anarchica non considera l’anarcocapitalismo una forma di anarchismo, perché accetta le gerarchie del mercato e non critica il dominio economico.
Conclusione
Capire la differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici è solo il primo passo. Da qui è possibile approfondire le diverse correnti del pensiero libertario, conoscere i principali teorici, comprendere il significato dei simboli anarchici e ricostruire la storia del movimento dalle sue origini fino ai giorni nostri.
Distinguere questi tre piani non è un esercizio terminologico, ma la condizione per leggere con maggiore precisione una delle tradizioni più fraintese del pensiero politico moderno.
Continua il percorso
- Cos’è l’anarchia? — guida generale al significato
- Chi sono gli anarchici e cosa vogliono — movimento storico e attualità
- Gli anarchici sono di destra o di sinistra? — il nodo politico
- Storia del movimento anarchico italiano — le origini, i protagonisti, gli sviluppi
- Simboli anarchici — bandiera nera, rosso-nera e A cerchiata
- Bandiera anarchica rosso-nera — storia e documentazione
- Anarcocomunismo — la corrente di Kropotkin e Cafiero
- Anarcosindacalismo — il sindacalismo libertario
- Mutualismo — il pensiero di Proudhon
- Individualismo anarchico — Stirner e l’autonomia dell’individuo
-
Mappa concettuale dell’anarchismo: principi, correnti, autori e simboli
Indice dei contenuti
ToggleL’anarchismo è una delle tradizioni politiche più complesse e fraintese della modernità. Non è un’ideologia uniforme, ma una galassia di pensieri, pratiche e movimenti che condividono il rifiuto del dominio e la ricerca di una società fondata su libertà, autogestione e mutuo appoggio.
La mappa concettuale qui sotto riassume i nodi fondamentali dell’anarchismo: la definizione, i principi, le correnti storiche, le figure principali, i simboli, la storia e le tematiche contemporanee.
Come leggere la mappa
La struttura segue un percorso logico che parte dalla definizione di base e arriva alle tematiche contemporanee.
Definizione
L’anarchia deriva dal greco an-archos, “senza governanti”. Non significa assenza di regole, ma assenza di comando imposto dall’alto. Non coincide con il caos, ma con l’idea che l’ordine sociale possa nascere dalla cooperazione volontaria e dall’autogestione, senza uno Stato centrale. È un orizzonte ideale, non una società già compiuta.
Per approfondire: Differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici
Principi
La tradizione anarchica si fonda su alcuni principi condivisi da quasi tutte le sue correnti:
- Libertà individuale, ma non in senso egoistico: inseparabile dalla liberazione collettiva.
- Mutuo appoggio: la cooperazione come fattore evolutivo e sociale (teoria sviluppata da Kropotkin).
- Autogestione: le persone amministrano direttamente il proprio lavoro e le proprie comunità.
- Federalismo: coordinamento orizzontale tra comunità autonome.
- Azione diretta: intervento senza mediazioni istituzionali.
- Rifiuto delle gerarchie: politiche, economiche, patriarcali, culturali.
Correnti
L’anarchismo non è mai stato un blocco unico. Le principali correnti storiche sono:
- Anarcocomunismo (Kropotkin, Cafiero): abolizione della proprietà privata e distribuzione secondo i bisogni.
- Anarcosindacalismo: il sindacato come strumento di lotta e futura struttura organizzativa.
- Mutualismo (Proudhon): produttori liberi associati, reciprocità, federalismo economico.
- Individualismo anarchico (Stirner, Tucker): autonomia radicale dell’individuo.
- Anarcopacifismo: rifiuto della violenza come metodo politico.
- Ecologia sociale (Bookchin): collegamento tra dominio sulla natura e dominio sull’uomo.
Figure principali
La tradizione anarchica è legata a grandi teorici e militanti:
- Pierre-Joseph Proudhon: primo a usare “anarchia” in senso positivo, teorico del mutualismo.
- Michail Bakunin: rivoluzionario russo, teorico del collettivismo e della rottura con Marx.
- Pëtr Kropotkin: naturalista e teorico del mutuo appoggio.
- Errico Malatesta: principale teorico e organizzatore dell’anarchismo italiano.
- Emma Goldman: intellettuale e attivista lituano-americana, femminista libertaria.
- Carlo Cafiero: figura centrale del movimento antiautoritario italiano.
- Max Stirner: filosofo dell’individualismo radicale.
Simboli
Come ogni grande tradizione politica, anche l’anarchismo ha costruito nel tempo i propri simboli:
- Bandiera nera: negazione delle bandiere nazionali, lutto per le vittime del potere, ribellione.
- Bandiera rosso-nera: incontro tra anarchismo e movimento operaio rivoluzionario.
- A cerchiata: simbolo moderno e globale, sintesi visiva dell’ordine nell’anarchia.
- Stella nera: variante della bandiera nera, usata da alcune organizzazioni.
- Gatto nero: simbolo del sabotaggio e della lotta operaia (IWW).
Per approfondire: Simboli anarchici: bandiera nera, A cerchiata e significato · Storia della bandiera anarchica rosso-nera · A cerchiata: origine e significato
Storia
La storia dell’anarchismo attraversa oltre un secolo e mezzo di lotte:
- Prima Internazionale (1864): nascita del movimento operaio internazionale.
- Comune di Parigi (1871): prima esperienza di autogoverno popolare.
- Saint-Imier (1872): congresso costitutivo dell’Internazionale Antiautoritaria.
- Banda del Matese (1877): tentativo insurrezionale di Cafiero e Malatesta.
- Haymarket (1886): origine del Primo Maggio e martirologio anarchico.
- Rivoluzione spagnola (1936): esperienza di collettivizzazioni e autogestione.
- Resistenza e antifascismo: anarchici nelle brigate partigiane.
- Strategia della tensione: coinvolgimento forzato e criminalizzazione (Pinelli, Valpreda).
Per approfondire: Storia del movimento anarchico italiano
Tematiche contemporanee
L’anarchismo oggi non è una reliquia. Si manifesta in:
- Antifascismo: memoria storica e contrasto attivo.
- Femminismo libertario: critica delle gerarchie di genere.
- Ecologia sociale: legame tra crisi ambientale e dominio.
- Mutuo appoggio: pratiche di solidarietà dal basso.
- Autogestione: esperienze di gestione collettiva di spazi e lavoro.
- Critica del capitalismo globale: opposizione alle logiche di sfruttamento.
Per approfondire: Chi sono gli anarchici e cosa vogliono · Gli anarchici sono di destra o di sinistra?
Approfondimenti per cluster
Teoria e concetti
- Cos’è l’anarchia?
- Differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici
- Chi sono gli anarchici e cosa vogliono
- Gli anarchici sono di destra o di sinistra?
Correnti
- Anarcocomunismo
- Anarcosindacalismo
- Mutualismo
- Individualismo anarchico
Biografie
- Michail Bakunin
- Errico Malatesta
- Carlo Cafiero
- Emma Goldman
Simboli
- Simboli anarchici: guida generale
- Storia della bandiera anarchica rosso-nera
- A cerchiata: origine e significato
Storia
Cultura
La biblioteca delle mappe concettuali di Magozine
Le mappe concettuali raccolgono in forma visuale i principali temi trattati sul sito. Ogni mappa offre una panoramica sintetica dell’argomento e rimanda agli articoli di approfondimento dedicati.
#anarchia #anarchismo -
Cantautori italiani vicini al pensiero anarchico o che hanno sostenuto iniziative anarchiche, cantato pubblicamente canzoni anarchiche, partecipato a iniziative benefiche a favore di anarchici:
Guccini
De André
Gaber
De Gregori
Jannacci
Alessio Lega
Milva
Antonella Ruggiero
(ne dimentico altri)Politici italiani che celebrano questi artisti: praticamente tutti
Politici italiani che sanno fare la differenza tra #anarchismo libertario e terrorismo anarchico: praticamente nessuno. :malatesta:
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Cantautori italiani vicini al pensiero anarchico o che hanno sostenuto iniziative anarchiche, cantato pubblicamente canzoni anarchiche, partecipato a iniziative benefiche a favore di anarchici:
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:anarchismred:🌹Errico Malatesta
(Santa Maria Capua Vetere, 4 dicembre 1853
Roma, 22 luglio 1932)"Distruggiamo lo sfruttamento e l'oppressione dell'uomo sull'uomo, combattiamo la brutale pretesa del maschio a credersi padrone della femmina, combattiamo i pregiudizii religiosi, sociali e sessuali, assicuriamo a tutti, maschi e femmine, uomini e fanciulli, il benessere e la libertà, diffondiamo l'istruzione... e avremo ben ragione di rallegrarci se non vi resteranno altri mali che quelli d’amore. In tutti i casi, gl'infelici in amore potranno rifarsi con altre gioie, poiché allora non sarebbe più come oggi che l'amore - insieme all’alcool - è la sola consolazione della più gran parte dell'umanità."
(Errico Malatesta, Il problema dell'amore)
1/n
#Malatesta #ErricoMalatesta #anarchia #anarchy #anarchism #anarchismo
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(Santa Maria Capua Vetere, 4 dicembre 1853
Roma, 22 luglio 1932)"Distruggiamo lo sfruttamento e l'oppressione dell'uomo sull'uomo, combattiamo la brutale pretesa del maschio a credersi padrone della femmina, combattiamo i pregiudizii religiosi, sociali e sessuali, assicuriamo a tutti, maschi e femmine, uomini e fanciulli, il benessere e la libertà, diffondiamo l'istruzione... e avremo ben ragione di rallegrarci se non vi resteranno altri mali che quelli d’amore. In tutti i casi, gl'infelici in amore potranno rifarsi con altre gioie, poiché allora non sarebbe più come oggi che l'amore - insieme all’alcool - è la sola consolazione della più gran parte dell'umanità."
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Cos’è l’anarchia? Significato, principi e correnti del pensiero anarchico
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ToggleQuando si sente pronunciare la parola anarchia, nel linguaggio comune si pensa spesso al caos, al disordine o all’assenza totale di regole. In realtà, il significato dell’anarchia è molto più preciso e molto più complesso. L’anarchia è una tradizione politica e filosofica che immagina una società senza autorità coercitive, senza gerarchie imposte dall’alto e senza strutture di dominio considerate inevitabili dalla politica tradizionale.
Per gli anarchici, il problema non sono le regole in sé, ma il fatto che vengano imposte da un potere separato dalla società: lo Stato, la burocrazia, le élite economiche, le istituzioni autoritarie. L’idea anarchica nasce quindi da una domanda radicale: è possibile organizzare la convivenza umana attraverso la cooperazione volontaria, il mutuo appoggio, l’autogestione e la responsabilità condivisa, senza governanti e senza dominio?
In questa guida vedremo cos’è l’anarchia, quale differenza c’è tra anarchia, anarchismo e anarchici, quali sono i principi fondamentali del pensiero anarchico, quali correnti si sono sviluppate nella sua storia e perché questa tradizione continua ancora oggi a essere fraintesa. Per approfondire lo sviluppo storico del libertarismo nel nostro paese, leggi anche la nostra guida sulla storia del movimento anarchico italiano.
Che cos’è l’anarchia?
L’anarchia è l’idea di una società priva di autorità coercitive e di gerarchie imposte. Non significa assenza di organizzazione, ma rifiuto di un ordine fondato sul comando verticale. Per questo motivo l’anarchia non va confusa con il caos: nel pensiero anarchico, una società può esistere e funzionare anche senza uno Stato centrale, purché sia costruita su accordi liberi, federazioni, autogestione e relazioni reciproche non autoritarie.
L’etimologia del termine anarchia
La parola anarchia deriva dal greco an-archos, che significa letteralmente “senza governanti” o “senza comando”. L’etimologia è importante perché chiarisce subito un punto: il termine non nasce per indicare il disordine, ma l’assenza di un principio di governo imposto dall’alto.
Nel linguaggio corrente, però, questa origine è stata progressivamente deformata, fino a far coincidere anarchia e disordine. Una parte importante del lavoro teorico degli anarchici è consistita proprio nel restituire alla parola il suo significato politico originario.
Perché anarchia non significa caos
L’equazione tra anarchia e caos è uno dei più diffusi fraintendimenti politici moderni. Per gli anarchici, infatti, l’ordine non deve essere prodotto dalla coercizione, ma può emergere dalla cooperazione volontaria e dall’autorganizzazione. Il punto non è abolire ogni regola, ma costruire regole condivise senza ricorrere a un potere separato e gerarchico.
Questa idea è ben riassunta dalla formula attribuita a Proudhon secondo cui la società cerca l’ordine nell’anarchia. L’ordine anarchico, quindi, non è l’assenza di relazioni o di strutture, ma la loro costruzione dal basso, senza autorità imposta.
Anarchia, anarchismo e anarchici: quali differenze ci sono?
Questi tre termini vengono spesso usati come sinonimi, ma indicano cose diverse. Distinguerli è utile sia per precisione teorica sia per capire meglio la storia di questa tradizione politica. Leggi l’articolo Differenza tra anarchia, anarchismo e anarchici.
L’anarchia come ideale
L’anarchia è l’orizzonte ideale: il modello di società libera da dominio, gerarchie imposte e autorità coercitive. È il fine, o comunque il principio regolativo, di una convivenza basata su libertà, mutuo appoggio e autogestione.
L’anarchismo come teoria politica
L’anarchismo è invece la tradizione teorica, politica e filosofica che sviluppa questo ideale. Comprende autori, correnti, movimenti, strategie e riflessioni molto diverse tra loro, unite però dalla critica dello Stato, del dominio e delle gerarchie.
In altre parole, l’anarchismo è il campo di idee e pratiche che tenta di pensare e realizzare l’anarchia.
Gli anarchici come movimento sociale e storico
Gli anarchici sono infine i soggetti storici e politici che si riconoscono in questa tradizione: militanti, organizzazioni, collettivi, sindacati, gruppi culturali, comunità e individui che nel tempo hanno incarnato o reinterpretato il pensiero libertario.
Dire “gli anarchici” non significa quindi evocare una massa indistinta, ma riferirsi a una costellazione di esperienze molto diverse, distribuite tra Ottocento, Novecento e contemporaneità.
Quali sono i principi fondamentali dell’anarchismo?
Pur essendo una tradizione plurale, l’anarchismo ruota attorno ad alcuni principi di base che ritornano in quasi tutte le sue correnti.
Libertà e rifiuto del dominio
Il primo principio è la libertà, ma non intesa in senso puramente individualistico o proprietario. La libertà anarchica è inseparabile dalla critica del dominio: non è davvero libero chi vive sotto rapporti di potere imposti, che siano politici, economici, patriarcali o culturali.
Per questo l’anarchismo rifiuta non solo lo Stato, ma più in generale tutte le forme di subordinazione considerate naturali o inevitabili.
Mutuo appoggio e solidarietà
Un altro principio fondamentale è il mutuo appoggio, cioè l’idea che la cooperazione sia un elemento decisivo della vita sociale. Contro la visione della società come guerra permanente tra individui, l’anarchismo insiste sul fatto che gli esseri umani possano organizzarsi attraverso solidarietà, reciprocità e relazioni volontarie.
Questo principio è stato sviluppato in particolare da Pëtr Kropotkin, ma attraversa gran parte della tradizione libertaria.
Autogestione e federalismo
L’anarchismo sostiene che le persone possano amministrare direttamente il proprio lavoro, le proprie comunità e le proprie istituzioni senza bisogno di una classe dirigente separata. Da qui nasce il principio dell’autogestione.
A questo si collega il federalismo, cioè l’idea che comunità, associazioni e gruppi possano coordinarsi liberamente in reti orizzontali, senza un centro sovrano che imponga dall’alto la propria volontà.
Critica dello Stato e delle gerarchie
Lo Stato è uno degli obiettivi principali della critica anarchica, perché rappresenta la forma più compiuta del potere centralizzato e coercitivo. Ma la critica anarchica non si ferma lì: investe anche il capitalismo, il militarismo, il clericalismo, il patriarcato e ogni sistema di gerarchie consolidate.
In questo senso l’anarchismo non è solo una critica del governo politico, ma una critica generale delle relazioni di dominio.
Le principali correnti dell’anarchismo
L’anarchismo non è mai stato un blocco unico. Nel corso della sua storia si sono sviluppate diverse correnti, spesso in dialogo o in conflitto tra loro.
Anarcocomunismo
L’anarcocomunismo propone l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’organizzazione della società sulla base della distribuzione dei beni secondo i bisogni. È una corrente fortemente egualitaria, legata soprattutto ai nomi di Kropotkin, Cafiero e ad alcune tradizioni del movimento operaio libertario.
Anarcosindacalismo
L’anarcosindacalismo attribuisce un ruolo centrale ai sindacati come strumenti di lotta e come possibile struttura organizzativa della società futura. Punta sull’azione diretta, sullo sciopero generale e sull’autogestione del lavoro. Ha avuto un peso enorme soprattutto in Spagna con la CNT, ma anche in altri paesi europei.
Mutualismo
Il mutualismo, legato soprattutto a Proudhon, immagina una società di produttori liberi associati, fondata su reciprocità, credito mutuale, federalismo e cooperazione economica. È una delle matrici originarie dell’anarchismo e insiste molto sul rifiuto del monopolio e della proprietà come dominio.
Individualismo anarchico
L’individualismo anarchico mette al centro l’autonomia dell’individuo e la sua emancipazione da ogni forma di dominio. Non coincide necessariamente con egoismo o isolamento, ma insiste sul fatto che nessuna libertà collettiva può esistere davvero se non passa anche per la liberazione concreta del singolo dalle strutture che lo opprimono.
I simboli dell’anarchismo
Come ogni grande tradizione politica, anche l’anarchismo ha costruito nel tempo i propri simboli. Questi segni non sono decorativi: servono a condensare memorie, idee, conflitti e appartenenze.
Bandiera nera
La bandiera nera è il simbolo più radicale dell’anarchismo. Il nero richiama il lutto per le vittime del potere, la negazione delle bandiere nazionali e il rifiuto dell’ordine statale e militare. È un simbolo insieme di rottura e di resistenza.
Bandiera rosso-nera
La bandiera rosso-nera esprime l’incontro tra anarchismo e movimento operaio rivoluzionario. Il rosso richiama la lotta sociale e il lavoro, mentre il nero rappresenta la tradizione libertaria. Insieme formano uno dei simboli più forti dell’anarchismo sociale e sindacale.
A cerchiata
La A cerchiata è oggi il simbolo anarchico più riconoscibile. La lettera A rimanda all’anarchia, mentre il cerchio è stato spesso interpretato come richiamo all’ordine. La formula visiva sintetizza l’idea che l’ordine possa nascere senza autorità imposta.
Gli anarchici oggi
Anche se non hanno più il peso di massa che il movimento operaio anarchico ebbe in alcune fasi della storia, gli anarchici esistono ancora oggi e continuano a intervenire in molti ambiti della vita politica e sociale.
Pregiudizi e stereotipi
L’anarchismo contemporaneo continua a scontare stereotipi molto resistenti: l’idea che significhi disordine, violenza pura, caos, rifiuto di ogni forma di convivenza. Questi cliché nascondono la complessità di una tradizione che ha prodotto teoria politica, educazione popolare, pratiche mutualistiche, sindacalismo, antifascismo e critica sociale.
Perché l’anarchismo è ancora attuale
Molti temi storicamente anarchici restano oggi sorprendentemente attuali:
- critica del potere centralizzato;
- ecologia sociale;
- autogestione;
- mutualismo;
- antifascismo;
- lotte territoriali;
- rifiuto della guerra e del nazionalismo;
- sperimentazione di forme di vita cooperative e non gerarchiche.
Più che una reliquia del passato, l’anarchismo continua a funzionare come una domanda aperta su come organizzare la libertà senza dominio.
Ma cosa significa tradurre questi principi nel presente? In un approfondimento sull’anarchismo oggi abbiamo provato a ragionare su come autogestione, mutualismo, organizzazione dal basso e internazionalismo possano diventare pratiche concrete e non soltanto riferimenti teorici.
Conclusione
Capire cos’è l’anarchia significa uscire da una delle semplificazioni più diffuse del linguaggio politico contemporaneo. L’anarchia non è caos, ma critica del dominio. L’anarchismo non è una fantasia astratta, ma una tradizione teorica e storica molto concreta. Gli anarchici non sono una figura uniforme, ma un insieme plurale di movimenti, idee e pratiche che hanno attraversato più di un secolo e mezzo di storia.
Distinguere tra anarchia, anarchismo e anarchici permette di leggere con maggiore precisione una delle grandi correnti del pensiero moderno. E aiuta anche a capire perché, nonostante le caricature e le rimozioni, il pensiero libertario continui ancora oggi a sollevare questioni essenziali sul rapporto tra libertà, giustizia, cooperazione e potere.
Per approfondire
Anarchia qui e ora
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La libertà come pratica quotidiana
Che cosa significa praticare l’anarchia nel presente? Nel libro Francesco Scatigno sviluppa l’idea dell’anarchia come pratica quotidiana: un percorso di riduzione del dominio e ampliamento delle possibilità di libertà.
Scopri il libro → -
Sabato 18 luglio dibattito "A 90 anni dalla rivoluzione spagnola"
Gruppo Anarchico Bakunin, sabato 18 luglio alle ore 20:00 CEST
A 90 anni dalla Rivoluzione spagnola
A novant'anni da Spagna '36, il Gruppo Anarchico Mikhail Bakunin - FAI Roma&Lazio propone per sabato 18 luglio, dalle ore 20 presso lo spazio anarchico di via Vettor Fausto 3 (Garbatella), un dibattito che va oltre la semplice commemorazione storica. Partendo dalle esperienze di autogestione, collettivizzazione, democrazia diretta e federalismo libertario sviluppate nella Spagna rivoluzionaria, ragioneremo sulle forme di organizzazione e trasformazione sociale.
Dalla Comune di Parigi del 1871 alla rivolta magonista della Bassa California (1911), dalla Repubblica dei Consigli di Baviera (1919) al Territorio Libero della makhnovščina ucraina (1918-1921), dall'autogoverno anarchico coreano nella regione dello Shinmin in Manciuria (1929-1931), alle TAZ, alla Comune di Oaxaca del 2006, fino alla rivoluzione del Rojava avviata nel 2012, le rivoluzioni libertarie hanno cercato, in contesti e forme diverse, di costruire una società senza Stato, senza padroni e fondata sull'autorganizzazione popolare. Pur sconfitte militarmente, isolate o schiacciate dall'intervento di potenze esterne, hanno lasciato un'eredità di pratiche emancipatrici e di libertà concreta che continua a interrogare il presente.
In tempi in cui sembrano affermarsi l'autoritarismo, il razzismo, il militarismo, la devastazione ambientale, il capitalismo selvaggio e la guerra come uniche prospettive per l'umanità, discutiamo di come possiamo rovesciare il tavolo dello sfruttamento e di come si possa trasformare oggi la società.
Vi aspettiamo per parlarne insieme sabato 18 luglio ore 20 presso lo Spazio Anarchico di via Vettor Fausto 3 - Roma.
Gruppo Anarchico Mikhail Bakunin - FAI Roma&Lazio
https://roma.convoca.la/event/sabato-18-luglio-dibattito-a-90-anni-dalla-rivoluzione-spagnola
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Sabato 18 luglio dibattito "A 90 anni dalla rivoluzione spagnola"
Gruppo Anarchico Bakunin, sabato 18 luglio alle ore 20:00 CEST
A 90 anni dalla Rivoluzione spagnola
A novant'anni da Spagna '36, il Gruppo Anarchico Mikhail Bakunin - FAI Roma&Lazio propone per sabato 18 luglio, dalle ore 20 presso lo spazio anarchico di via Vettor Fausto 3 (Garbatella), un dibattito che va oltre la semplice commemorazione storica. Partendo dalle esperienze di autogestione, collettivizzazione, democrazia diretta e federalismo libertario sviluppate nella Spagna rivoluzionaria, ragioneremo sulle forme di organizzazione e trasformazione sociale.
Dalla Comune di Parigi del 1871 alla rivolta magonista della Bassa California (1911), dalla Repubblica dei Consigli di Baviera (1919) al Territorio Libero della makhnovščina ucraina (1918-1921), dall'autogoverno anarchico coreano nella regione dello Shinmin in Manciuria (1929-1931), alle TAZ, alla Comune di Oaxaca del 2006, fino alla rivoluzione del Rojava avviata nel 2012, le rivoluzioni libertarie hanno cercato, in contesti e forme diverse, di costruire una società senza Stato, senza padroni e fondata sull'autorganizzazione popolare. Pur sconfitte militarmente, isolate o schiacciate dall'intervento di potenze esterne, hanno lasciato un'eredità di pratiche emancipatrici e di libertà concreta che continua a interrogare il presente.
In tempi in cui sembrano affermarsi l'autoritarismo, il razzismo, il militarismo, la devastazione ambientale, il capitalismo selvaggio e la guerra come uniche prospettive per l'umanità, discutiamo di come possiamo rovesciare il tavolo dello sfruttamento e di come si possa trasformare oggi la società.
Vi aspettiamo per parlarne insieme sabato 18 luglio ore 20 presso lo Spazio Anarchico di via Vettor Fausto 3 - Roma.
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Mercoledì 15 luglio "I diavoli" al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 15 luglio alle ore 20:00 CEST
Mercoledì 15 luglio proietteremo I DIAVOLI (Ken Russell, 1971)
Nel lontano 1634 in una piccola cittadina francese avvenne il più famoso caso di possessione demoniaca di massa della storia. Da questi eventi è stato tratto il libro "I Diavoli Di Loudun" del britannico Aldous Huxley, da cui poi John Whiting si è ispirato per un dramma teatrale nel 1960. Solo un grande visionario come Ken Russell poteva riprendere in mano queste controverse vicende storiche trasformandole in sconvolgente anarchia.
Durante la prima metà del XVII° secolo il cardinale Richelieu – ristabilita la pace dopo le guerre di religione – per consolidare il potere regio, invia il barone di Laubardemont a Loudun con l’incarico di abbatterne le fortificazioni. Ma il prete Urbain Grandier (a cui sono stati conferiti pieni poteri fino all’elezione di un nuovo governatore) si oppone alla decisione di buttare giù le mura, consapevole che questo sarebbe il primo passo per la completa revoca della libertà e dell’autonomia cittadina. Grandier è un uomo carismatico e affascinante, piace alla gente così come piace alle suore Orsoline di Loudun: il prete intraprende numerose relazioni con le sue penitenti ma quando Madre Jeanne degli Angeli (la superiora del convento) mette gli occhi su di lui, la storia prende la piega di una contorta e morbosa ossessione.
I Diavoli” (“The Devils”) è puro isterismo e continua provocazione, un film diretto magistralmente da un Ken Russell qui assolutamente ispirato. La messa in scena è barocca, poiché ogni inquadratura è appesantita da personaggi convulsi e scenografie imponenti: possiamo toccare con mano uomini e oggetti che si compattano in una poltiglia fiammeggiante, ecco che quindi ritorna il caos inteso come liberazione edonistica in opposizione alle costrizioni spirituali. Il retaggio storico viene quindi fagocitato da un caleidoscopio di immagini ricche di furiosa intensità, come se ogni sequenza fosse il risultato di una bomba appena esplosa. Questo continuo movimento mette in circolo una rivoluzione ben più attuale di una semplice testimonianza legata alla possessione, motivo per il quale “I Diavoli” è da sempre considerato uno dei titoli blasfemi per eccellenza. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
Quello di Russell è un film sopra le righe in tutto e per tutto: Oliver Reed è in stato di grazia, Vanessa Redgrave è sinuosamente inquietante, “I Diavoli” sono praticamente dei serpenti velenosi pronti a morire pur di raggiungere il loro scopo. Che il genere conventuale esploso durante gli anni settanta prenda spunto da questa pellicola è un dato di fatto, ma quello di Ken Russell è un lavoro che si pone al di là della religione e di quattro suore in preda a oscuri pruriti sessuali. Con “I Diavoli” inoltre veniamo catapultati oltre la soglia del dualismo bene contro male, termini che si annullano a vicenda assimilati da questa spirale di inarrestabile perversione.
Il piacere carnale, la tortura, il dolore, la teatralità dei movimenti, una lezione fondamentale che ritroveremo dopo pochi anni nel linguaggio dei connazionali Derek Jarman (qui scenografo) e Peter Greenaway. Il primo più esibizionista ma anche capace di svolte intimiste, il secondo invece eccentrico e intellettuale fino al midollo. “I Diavoli” è un passaggio obbligato per tutto il nostro amato cinema di confine: visionario, iconoclasta, quasi surreale, un istinto anticonformista in cui il demonio fa quasi da spettatore, sghignazzando sul materialismo dilagante di ogni individuo.
Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
La versione restaurata contiene la celebre sequenza denominata "Lo stupro di Cristo", la quale fu motivo di grande scandalo all'epoca della prima proiezione a Venezia e, per questo motivo, completamente eliminata nella versione uscita inizialmente nei cinema.
Anche Albino Luciani, nel 1971 Patriarca di Venezia e poi futuro Papa con il nome di Giovanni Paolo I, criticò duramente il film, dopo la sua proiezione alla Mostra cinematografica, in una lettera pastorale inviata ai fedeli della sua diocesi.
Per noi resta un magnifica (a dir poco)pellicola.
I fatti , gli scandali e abusi (conosciuti e non) sessuali della Chiesa,restano di fatto una realta' spesso documentata e taciuta talvolta,di cui purtroppo le vittime non sono attori/ci e non fanno parte di un cast cinematografico.
Quella stessa realtà che ha tentato e tenta di censurare film e' regista e spettatore, carnefice e crudele falsificatore.
PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 15 LUGLIO al tramonto (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
https://roma.convoca.la/event/mercoledi-15-luglio-i-diavoli-al-cineforum-bakunin
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Mercoledì 15 luglio "I diavoli" al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 15 luglio alle ore 20:00 CEST
Mercoledì 15 luglio proietteremo I DIAVOLI (Ken Russell, 1971)
Nel lontano 1634 in una piccola cittadina francese avvenne il più famoso caso di possessione demoniaca di massa della storia. Da questi eventi è stato tratto il libro "I Diavoli Di Loudun" del britannico Aldous Huxley, da cui poi John Whiting si è ispirato per un dramma teatrale nel 1960. Solo un grande visionario come Ken Russell poteva riprendere in mano queste controverse vicende storiche trasformandole in sconvolgente anarchia.
Durante la prima metà del XVII° secolo il cardinale Richelieu – ristabilita la pace dopo le guerre di religione – per consolidare il potere regio, invia il barone di Laubardemont a Loudun con l’incarico di abbatterne le fortificazioni. Ma il prete Urbain Grandier (a cui sono stati conferiti pieni poteri fino all’elezione di un nuovo governatore) si oppone alla decisione di buttare giù le mura, consapevole che questo sarebbe il primo passo per la completa revoca della libertà e dell’autonomia cittadina. Grandier è un uomo carismatico e affascinante, piace alla gente così come piace alle suore Orsoline di Loudun: il prete intraprende numerose relazioni con le sue penitenti ma quando Madre Jeanne degli Angeli (la superiora del convento) mette gli occhi su di lui, la storia prende la piega di una contorta e morbosa ossessione.
I Diavoli” (“The Devils”) è puro isterismo e continua provocazione, un film diretto magistralmente da un Ken Russell qui assolutamente ispirato. La messa in scena è barocca, poiché ogni inquadratura è appesantita da personaggi convulsi e scenografie imponenti: possiamo toccare con mano uomini e oggetti che si compattano in una poltiglia fiammeggiante, ecco che quindi ritorna il caos inteso come liberazione edonistica in opposizione alle costrizioni spirituali. Il retaggio storico viene quindi fagocitato da un caleidoscopio di immagini ricche di furiosa intensità, come se ogni sequenza fosse il risultato di una bomba appena esplosa. Questo continuo movimento mette in circolo una rivoluzione ben più attuale di una semplice testimonianza legata alla possessione, motivo per il quale “I Diavoli” è da sempre considerato uno dei titoli blasfemi per eccellenza. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
Quello di Russell è un film sopra le righe in tutto e per tutto: Oliver Reed è in stato di grazia, Vanessa Redgrave è sinuosamente inquietante, “I Diavoli” sono praticamente dei serpenti velenosi pronti a morire pur di raggiungere il loro scopo. Che il genere conventuale esploso durante gli anni settanta prenda spunto da questa pellicola è un dato di fatto, ma quello di Ken Russell è un lavoro che si pone al di là della religione e di quattro suore in preda a oscuri pruriti sessuali. Con “I Diavoli” inoltre veniamo catapultati oltre la soglia del dualismo bene contro male, termini che si annullano a vicenda assimilati da questa spirale di inarrestabile perversione.
Il piacere carnale, la tortura, il dolore, la teatralità dei movimenti, una lezione fondamentale che ritroveremo dopo pochi anni nel linguaggio dei connazionali Derek Jarman (qui scenografo) e Peter Greenaway. Il primo più esibizionista ma anche capace di svolte intimiste, il secondo invece eccentrico e intellettuale fino al midollo. “I Diavoli” è un passaggio obbligato per tutto il nostro amato cinema di confine: visionario, iconoclasta, quasi surreale, un istinto anticonformista in cui il demonio fa quasi da spettatore, sghignazzando sul materialismo dilagante di ogni individuo.
Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
La versione restaurata contiene la celebre sequenza denominata "Lo stupro di Cristo", la quale fu motivo di grande scandalo all'epoca della prima proiezione a Venezia e, per questo motivo, completamente eliminata nella versione uscita inizialmente nei cinema.
Anche Albino Luciani, nel 1971 Patriarca di Venezia e poi futuro Papa con il nome di Giovanni Paolo I, criticò duramente il film, dopo la sua proiezione alla Mostra cinematografica, in una lettera pastorale inviata ai fedeli della sua diocesi.
Per noi resta un magnifica (a dir poco)pellicola.
I fatti , gli scandali e abusi (conosciuti e non) sessuali della Chiesa,restano di fatto una realta' spesso documentata e taciuta talvolta,di cui purtroppo le vittime non sono attori/ci e non fanno parte di un cast cinematografico.
Quella stessa realtà che ha tentato e tenta di censurare film e' regista e spettatore, carnefice e crudele falsificatore.
PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 15 LUGLIO al tramonto (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
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Cantare la Rivoluzione spagnola – Note Bandite: Resistenza 13
Tra il 16 e il 17 luglio del 1936 il generale Francisco Franco ammutinò la sua guarnigione militare in Marocco, guidando un colpo di stato contro la Repubblica. Pochi giorni
https://umanitanova.org/cantare-la-rivoluzione-spagnola-note-bandite-resistenza-13/
#2026 #Articoli #Culture #numero_23 #anarchici #Anarchismo #canzoni #FederazioneAnarchicaIberica #musica #NoteBandite #Rivoluzione #RivoluzioneSpagnola #spagna #Spagna36 -
Cantare la Rivoluzione spagnola – Note Bandite: Resistenza 13
Tra il 16 e il 17 luglio del 1936 il generale Francisco Franco ammutinò la sua guarnigione militare in Marocco, guidando un colpo di stato contro la Repubblica. Pochi giorni
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Cantare la Rivoluzione spagnola – Note Bandite: Resistenza 13
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Cantare la Rivoluzione spagnola – Note Bandite: Resistenza 13
Tra il 16 e il 17 luglio del 1936 il generale Francisco Franco ammutinò la sua guarnigione militare in Marocco, guidando un colpo di stato contro la Repubblica. Pochi giorni
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SPAGNA ‘36 L’UTOPIA SI FA STORIA
Novant’anni fa quella esperienza unica rappresentata dalla rivoluzione spagnola rese possibile che operai, donne, contadini e proletari prendessero in mano le redini della propria vita, combattessero il fascismo e privassero di significato
https://umanitanova.org/spagna-36-lutopia-si-fa-storia/
#2026 #Articoli #InEvidenza #numero_23 #anarchia #Anarchismo #FederazioneAnarchicaIberica #Lotte #redazione #Rivoluzione #RivoluzioneSpagnola #spagna #Spagna36 -
SPAGNA ‘36 L’UTOPIA SI FA STORIA
Novant’anni fa quella esperienza unica rappresentata dalla rivoluzione spagnola rese possibile che operai, donne, contadini e proletari prendessero in mano le redini della propria vita, combattessero il fascismo e privassero di significato
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“Anarchia – cosa significa veramente”. Da un celebre scritto del 1911
[…] Anarchia significa in realtà liberazione della mente umana dal controllo della religione; Liberazione del corpo umano dal controllo della proprietà; liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. Anarchi
https://umanitanova.org/anarchia-cosa-significa-veramente-da-un-celebre-scritto-del-1911/
#2026 #Articoli #Culture #numero_22 #anarchia #Anarchismo #ClassiciDellanarchismo #EmmaGoldman #Rivoluzione -
“Anarchia – cosa significa veramente”. Da un celebre scritto del 1911
[…] Anarchia significa in realtà liberazione della mente umana dal controllo della religione; Liberazione del corpo umano dal controllo della proprietà; liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. Anarchi
https://umanitanova.org/anarchia-cosa-significa-veramente-da-un-celebre-scritto-del-1911/
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Mercoledì 10 giugno "Esistenza zero" al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 10 giugno alle ore 20:00 CEST
Mercoledì 10 giugno proietteremo "ESISTENZA ZERO" scritto e diretto da Matteo Scarfò (2025)
In un futuro prossimo, molto simile al nostro presente, in una società dominata dalla tecnologia e dal controllo delle grandi corporazioni, esistono persone che, grazie a un impianto cibernetico nel cervello, sono diventate veri e propri computer umani, legati a una potente multinazionale chiamata Spider. Chi acquista un servizio della Spider può creare un personaggio alternativo da vivere in un mondo digitale parallelo tramite una maschera neurale connessa a uno di questi cyborg umani. Tuttavia, i cyborg sono considerati reietti e schiavi tecnologici costretti a modificarsi per sopravvivere.
Maya, la protagonista del film, è una giovane donna che lavora come cyborg per garantire un futuro alla figlia. Tutto cambia quando scopre che la figlia non è reale, ma solo un bonus immaginario impiantato nel suo cervello. Maya viene braccata sia da clienti che manipolano il mondo digitale, sia da Maximilian Volkrof, fondatore della Spider, un tecno-utopista convinto che la sopravvivenza di Maya minacci l'equilibrio del suo progetto...
Maya nel suo viaggio alla ricerca della figlia, incontrerà una hacker anarchica, un sacerdote digitale e una comunità di ribelli...
Tema centrale del film è il rapporto tra tecnologia e umanità, interrogandosi sul conflitto tra progresso tecnologico e valori umani, dove il confine tra simulazione e vita autentica diviene sempre più labile. Il film è una metafora della società contemporanea, dove le aziende offrono "nuove libertà" per consolidare il controllo. È un invito a usare la tecnologia in modo consapevole, ricordando che la vera evoluzione è interiore. Lo stile è documentaristico e neorealista, con fotografia ispirata alle dark cities del cyberpunk.
Fotografia: Catia Demonte
Montaggio: Lucia Patrizi
Musiche: Lorenzo Sutton
Effetti speciali e Props FX: Giuseppe Cantafio
3D, Visual Effects, Compositing Artist: Roberto Stranges Rotoscope & A.I.
Animation Artist: Francesco Usai
Interpreti: Silvia Fasoli, Alessandra Piscopo, Andrea Lupia, Annalisa Eva Paolucci, Pierre Bresolin, Catia Demonte, Daniele Cavenaghi e altri.
"SARA' PRESENTE IL REGISTA" Matteo Scarfo'.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 10 giugno al tramonto (ora solare di Garbatella), in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
[email protected]https://roma.convoca.la/event/mercoledi-10-giugno-esistenza-zero-al-cineforum-bakunin
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Mercoledì 10 giugno "Esistenza zero" al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 10 giugno alle ore 20:00 CEST
Mercoledì 10 giugno proietteremo "ESISTENZA ZERO" scritto e diretto da Matteo Scarfò (2025)
In un futuro prossimo, molto simile al nostro presente, in una società dominata dalla tecnologia e dal controllo delle grandi corporazioni, esistono persone che, grazie a un impianto cibernetico nel cervello, sono diventate veri e propri computer umani, legati a una potente multinazionale chiamata Spider. Chi acquista un servizio della Spider può creare un personaggio alternativo da vivere in un mondo digitale parallelo tramite una maschera neurale connessa a uno di questi cyborg umani. Tuttavia, i cyborg sono considerati reietti e schiavi tecnologici costretti a modificarsi per sopravvivere.
Maya, la protagonista del film, è una giovane donna che lavora come cyborg per garantire un futuro alla figlia. Tutto cambia quando scopre che la figlia non è reale, ma solo un bonus immaginario impiantato nel suo cervello. Maya viene braccata sia da clienti che manipolano il mondo digitale, sia da Maximilian Volkrof, fondatore della Spider, un tecno-utopista convinto che la sopravvivenza di Maya minacci l'equilibrio del suo progetto...
Maya nel suo viaggio alla ricerca della figlia, incontrerà una hacker anarchica, un sacerdote digitale e una comunità di ribelli...
Tema centrale del film è il rapporto tra tecnologia e umanità, interrogandosi sul conflitto tra progresso tecnologico e valori umani, dove il confine tra simulazione e vita autentica diviene sempre più labile. Il film è una metafora della società contemporanea, dove le aziende offrono "nuove libertà" per consolidare il controllo. È un invito a usare la tecnologia in modo consapevole, ricordando che la vera evoluzione è interiore. Lo stile è documentaristico e neorealista, con fotografia ispirata alle dark cities del cyberpunk.
Fotografia: Catia Demonte
Montaggio: Lucia Patrizi
Musiche: Lorenzo Sutton
Effetti speciali e Props FX: Giuseppe Cantafio
3D, Visual Effects, Compositing Artist: Roberto Stranges Rotoscope & A.I.
Animation Artist: Francesco Usai
Interpreti: Silvia Fasoli, Alessandra Piscopo, Andrea Lupia, Annalisa Eva Paolucci, Pierre Bresolin, Catia Demonte, Daniele Cavenaghi e altri.
"SARA' PRESENTE IL REGISTA" Matteo Scarfo'.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 10 giugno al tramonto (ora solare di Garbatella), in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
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"[...] il prezzo del rifiuto come misura della libertà, il comando strutturale come diagnosi del potere illegittimo, il Non-Comando come orizzonte costruttivo"
Anarchismo del Limite. Libertà, potere e l'architettura del Non-Comando: https://tommasobiagi.org/enciclopedia/anarchismo-del-limite
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"[...] il prezzo del rifiuto come misura della libertà, il comando strutturale come diagnosi del potere illegittimo, il Non-Comando come orizzonte costruttivo"
Anarchismo del Limite. Libertà, potere e l'architettura del Non-Comando: https://tommasobiagi.org/enciclopedia/anarchismo-del-limite
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VIVERE LIBERI, VIVERE A LUNGO: PERCHÉ L’ANARCHIA È IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ – Libro ti LOVVO
https://librotilovvo.com/2026/05/26/vivere-liberi-vivere-a-lungo-perche-lanarchia-e-il-segreto-della-longevita/https://liberliber.it/autori/autori-k/petr-alekseevic-kropotkin/
2 link importanti per imparare a vivere e invecchiare bene
(che peccato non aver capito questi argomenti quando ero ragazzo..)Edit: ringrazio anche chi mi ha suggerito il blog del primo link, è qui in Mastodon ma non trovo più il messaggio 🙏
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VIVERE LIBERI, VIVERE A LUNGO: PERCHÉ L’ANARCHIA È IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ – Libro ti LOVVO
https://librotilovvo.com/2026/05/26/vivere-liberi-vivere-a-lungo-perche-lanarchia-e-il-segreto-della-longevita/https://liberliber.it/autori/autori-k/petr-alekseevic-kropotkin/
2 link importanti per imparare a vivere e invecchiare bene
(che peccato non aver capito questi argomenti quando ero ragazzo..)Edit: ringrazio anche chi mi ha suggerito il blog del primo link, è qui in Mastodon ma non trovo più il messaggio 🙏
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VIVERE LIBERI, VIVERE A LUNGO: PERCHÉ L’ANARCHIA È IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ – Libro ti LOVVO
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La rivoluzione in pugno. Spagna 1936: antifascismo, rivoluzione sociale, autogestione
Tutti sanno che nel 193
https://umanitanova.org/la-rivoluzione-in-pugno-spagna-1936-antifascismo-rivoluzione-sociale-autogestione/
#2026 #Articoli #Culture #DalMondo #InEvidenza #numero_18 #anarchici #Anarchismo #antifranchismo #dittatura #FederazioneAnarchicaIberica #franchismo #GuerraCivileSpagnola #MemoriaStorica #Rivoluzione #RivoluzioneSpagnola #spagna #Spagna36 #storia #StoriaDelMovimentoAnarchico -
Mercoledì 27 maggio "Il sospetto" di Citto Maselli al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 27 maggio alle ore 19:30 CEST
Il sospetto di Francesco Maselli (il titolo dovrebbe semplicemente Il sospetto, ma gli americani della RKO non gradivano che si confondesse con l'omonimo film di Hitchcock...) è considerato il capolavoro di Francesco Maselli. Il merito oltre alla sceneggiatura di Franco Solinas e del regista, va anche all'interpretazione superlativa di un Gian Maria Volonté tutta giocata in sottrazione, e alla colonna sonora militante di Giovanna Marini. Volonté interpreta un operaio comunista rifugiato in Francia, in rotta col suo stesso partito in quanto trotzkista (siamo nel 1934 e il PC è ormai allineato completamente alle direttive Staliniste). Il partito gli offre l'occasione di tornare in Italia, per prendere contatto con i compagni in clandestinità e cercare di scoprire chi fa la spia. Ma la polizia segreta fascista manovra nell'ombra... Nel film è evidente il parallelismo tra la situazione della sinistra in Italia negli anni settanta e quella del fascismo: ambiguità, complottismi, inconfessabili collusioni e veri e propri tradimenti sono resi con una narrazione incalzante e un ritmo implacabile. Nel cast ritroviamo Annie Girardot, che in quel periodo lavorava spesso in produzioni italiane "impegnate", e altri grandi come Renato Salvatori e un giovane Gabriele Lavia già attore di prim'ordine.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 27 Maggio al tramonto(ora solare di Garbatella) in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
https://roma.convoca.la/event/mercoledi-27-maggio-il-sospetto-di-citto-maselli-al-cineforum-bakunin
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Mercoledì 20 maggio "Allegro ma non troppo" al Cineforum Bakunin
Gruppo Anarchico Bakunin, mercoledì 20 maggio alle ore 20:00 CEST
Mercoledì 20 maggio proietteremo "Allegro ma non troppo" (Bozzetto, 1976)
Allegro non troppo è non solo il film più significativo di Bruno Bozzetto, ma rappresenta uno dei massimi vertici del cinema di animazione in Italia. Uscito nel 1976, in un clima di effervescenza della controcultura e degli sperimentalismi più dirompenti in teatro, nella musica, nel fumetto, ha ancora oggi una freschezza di libertà creativa e di inventiva irriverente che fa apparire misere bambocciate le attuali produzioni miliardarie Pixar o Disney. L'ispirazione, per altro, viene proprio da quel Fantasia disneyano che abbinava musica classica e disegni animati. Ma il paragone finisce qui: nel film di Bozzetto i celebri brani (da Debussy, Dvorak, Ravel, Sibelius, Vivaldi, Stravinsky) sono da spunto per narrare storie, ora divertenti, ora maliziose, ironiche, poetiche, dissacranti nei confronti del potere e della natura "bestiale" dell'essere umano. Celebre è l'episodio, con la musica del Bolero di Ravel, che mostra l'evoluzione dalla prima cellula all'uomo; ma la prima cellula fuoriesce da una bottiglietta di Coca Cola buttata su un pianeta incontaminato da astronauti incivili, e questo germe maligno trova il suo vertice nella scala evolutiva in una scimmia molto antropomorfa ma ben poco rassicurante. Ma l'invenzione forse più geniale del film è averlo inserito in una cornice narrativa girata con attori veri: l'orchestra che dovrebbe eseguire i pezzi è formata da vecchiette di un ospizio, il presentatore è un guitto da avanspettacolo (un grande Maurizio Micheli) il direttore d'orchestra è una vera carogna e il disegnatore dei cartoni animati è un buffo ometto che cerca di sabotare con la fantasia le pretese del direttore (il disegnatore è interpretato da Maurizio Nichetti, che qui anticipa il personaggio che porterà sullo schermo con Ratataplan). Nichetti è anche sceneggiatore, con Guido Manuli (altro geniale cartoonist che lavorerà spesso con Nichetti) e lo stesso Bozzetto.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 20 Maggio al tramonto(ora solare di Garbatella) in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
https://roma.convoca.la/event/mercoledi-20-maggio-allegro-ma-non-troppo-al-cineforum-bakunin