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  1. Perché 9 persone su 10 sono destrimani? La risposta è scritta nella nostra evoluzione

    Uno studio su PLOS Biology analizza 41 specie di primati e identifica bipedismo ed espansione cerebrale come i due motori evolutivi della destrimania umana, un tratto unico nel regno animale.

    Circa il 90% degli esseri umani, in ogni cultura e in ogni angolo del pianeta, predilige la mano destra. È un dato che diamo quasi per scontato nella pratica clinica quotidiana — lo chiediamo di routine in anamnesi, lo usiamo per orientarci nella valutazione neurologica — ma che, a livello di biologia evoluzionistica, rappresenta da decenni un autentico enigma: nessun’altra specie di primate mostra una preferenza manuale così netta e così uniforme a livello di popolazione (Caspar et al., 2022). Una possibile risposta arriva ora da uno studio pubblicato su PLOS Biology da Thomas Püschel e colleghi dell’Università di Oxford e dell’Università di Reading, ripreso anche da ANSA (Redazione ANSA, 2026): la destrimania sarebbe il prodotto di due spinte evolutive convergenti, la postura eretta e l’espansione del cervello (Püschel, Hurwitz, & Venditti, 2026).

    Un enigma evolutivo lungo un secolo

    La lateralizzazione manuale a livello individuale è diffusa tra i primati: molte specie mostrano una preferenza spiccata per una mano nei compiti che richiedono coordinazione bimanuale. Ciò che resta unico nell’uomo è la direzione condivisa di questa preferenza a livello di popolazione: nessuna società umana mancina-dominante è mai stata documentata, mentre tra i primati non umani la lateralizzazione, quando presente, tende a distribuirsi in modo molto più eterogeneo tra gli individui (Püschel et al., 2026). Una recente metanalisi su compiti bimanuali coordinati in primati non umani conferma che, a differenza degli esseri umani, gli antropoidi non umani non mostrano una destrimania a livello di popolazione, pur esibendo preferenze manuali individuali marcate (Soto, Gázquez, & Llorente, 2022).

    Lo studio: 41 specie di primati a confronto

    Il gruppo di Oxford ha applicato metodi filogenetici comparativi di tipo bayesiano, combinati con tecniche di metanalisi, a un campione di 2.025 individui appartenenti a 41 specie di antropoidi (inclusi gli umani), incrociando i dati con caratteristiche ecologiche, anatomiche e comportamentali quali la massa corporea, il volume endocranico, l’indice intermembrale (il rapporto tra lunghezza degli arti inferiori e superiori), l’uso di strumenti, il tipo di substrato di locomozione e il sistema sociale (Püschel et al., 2026). Sono stati analizzati due parametri:

    • MHI (mean handedness index). misura la direzione della preferenza manuale, da –1 (mancinismo completo) a +1 (destrimania completa), con 0 a indicare l’ambidestrismo.
    • MABSHI (mean absolute handedness index). misura la forza della preferenza manuale, indipendentemente dalla direzione, cioè quanto sia consistente la lateralizzazione in una popolazione.

    Homo sapiens, un’anomalia evolutiva

    Il risultato più sorprendente riguarda proprio la nostra specie: Homo sapiens risulta un netto valore anomalo (“outlier”) rispetto alle aspettative filogenetiche generali dei primati, con un MHI osservato di 0,76 a fronte di un valore atteso, sulla base della sola posizione filogenetica, pari a 0,0 (Püschel et al., 2026). In altre parole: se gli umani seguissero semplicemente il pattern evolutivo generale dei primati, non dovrebbero mostrare alcuna preferenza di popolazione per una mano specifica. Lo stesso vale per la forza della lateralizzazione (MABSHI), dove il valore umano osservato (0,94) supera ampiamente quello predetto dal solo modello filogenetico (0,43). Questo scarto così marcato implica che, nel corso della nostra storia evolutiva, devono aver agito pressioni selettive particolarmente intense e specifiche della nostra linea.

    Due motori dell’evoluzione: bipedismo e cervello

    Quando i ricercatori hanno inserito nel modello statistico il volume endocranico (una proxy delle dimensioni cerebrali) e l’indice intermembrale (una proxy dell’adattamento al bipedismo, dato che gli arti inferiori umani sono molto più lunghi di quelli superiori), lo status di Homo sapiens come valore anomalo scompariva quasi del tutto: il modello prediceva un MHI di 0,74, praticamente identico al valore osservato di 0,76 (Püschel et al., 2026). I due fattori sembrano però agire con un ruolo diverso lungo la linea temporale:

    • Il bipedismo. liberando le mani dal compito della locomozione, avrebbe agito come primo motore, spiegando soprattutto la forza della lateralizzazione (MABSHI), già elevata fin dai primi ominidi.
    • L’espansione cerebrale. la riorganizzazione e l’aumento del volume cerebrale, in particolare con la comparsa del genere Homo, sarebbero invece il fattore più legato alla direzione della preferenza — cioè al perché la maggioranza degli individui converga sulla mano destra e non, indifferentemente, su una delle due (Püschel et al., 2026).

    Il viaggio nel tempo: dagli ominidi a Homo sapiens

    Utilizzando i modelli ridotti, gli autori hanno stimato i valori di MHI per una serie di specie di ominidi estinti, osservando un incremento progressivo e coerente nel tempo: Ardipithecus ramidus (0,16), Australopithecus afarensis (0,32), Homo ergaster (0,50), Homo erectus (0,54) e Homo neanderthalensis (0,64), fino al picco osservato in Homo sapiens (0,76) (Püschel et al., 2026). Un’eccezione interessante è Homo floresiensis, che mostra un MHI relativamente basso (0,28) nonostante appartenga al genere Homo: gli autori la spiegano con la combinazione, in questa specie, di un cervello di dimensioni ridotte e di un repertorio locomotorio misto, in parte ancora arboricolo, suggerito dalla morfologia del piede.

    Le prove fossili: denti, strumenti e ossa

    I dati comportamentali ricostruiti dal modello filogenetico trovano un riscontro indipendente nel record archeologico e paleoantropologico. Lo studio condotto sui resti di 28 ominidi del sito di Sima de los Huesos (Atapuerca, Spagna), risalenti a circa 500.000 anni fa, ha documentato tramite l’analisi delle striature dentarie strumentali una destrimania già paragonabile a quella delle popolazioni moderne in Homo heidelbergensis (Lozano, Mosquera, Bermúdez de Castro, Arsuaga, & Carbonell, 2009) — una conferma diretta, su materiale fossile, della traiettoria evolutiva ricostruita statisticamente dal nuovo studio di Oxford.

    Perché la lateralizzazione cerebrale conta anche in clinica

    La destrimania non è solo un tratto comportamentale: alla base vi è una specializzazione emisferica del cervello, con asimmetrie strutturali misurabili. Un ampio studio di neuroimaging su oltre 31.000 individui ha confermato che la lateralizzazione manuale e le sue influenze genetiche si associano ad asimmetrie strutturali misurabili della corteccia cerebrale (Sha et al., 2021), mentre studi genome-wide hanno identificato decine di varianti genetiche comuni associate alla manualità, a conferma della natura altamente poligenica del tratto (Cuellar-Partida et al., 2021). Sul piano funzionale, la destrimania si associa in modo non casuale alla dominanza emisferica per il linguaggio: nella stragrande maggioranza dei destrimani l’emisfero sinistro è dominante per le funzioni linguistiche, un’associazione storicamente nota e tuttora rilevante nella pianificazione di interventi neurochirurgici e nella valutazione prognostica dopo un ictus emisferico sinistro (Knecht et al., 2000).

    Limiti dello studio

    • Il modello si basa su dati comportamentali eterogenei raccolti con metodologie diverse tra le specie (in particolare il “tube task” standardizzato), e i dati umani derivano spesso da questionari su adulti con preferenze manuali già consolidate e potenzialmente rafforzate culturalmente.
    • Le stime per le specie di ominidi estinti sono predizioni statistiche basate su covariate fossili (volume endocranico, indice intermembrale), non osservazioni dirette del comportamento manuale, fatta eccezione per le evidenze indipendenti come quelle dentarie di Atapuerca.
    • Nessuna delle ipotesi eco-evolutive testate singolarmente spiega in modo soddisfacente il pattern di lateralizzazione nell’insieme dei primati non umani: solo includendo Homo sapiens nel modello i predittori legati a cervello e bipedismo diventano statisticamente rilevanti, un limite che gli stessi autori riconoscono come segno di un possibile eccesso di antropocentrismo nelle ipotesi storicamente proposte (Püschel et al., 2026).

    Il commento dell’editore

    Da internista abituato a usare la manualità come una delle tante voci dell’anamnesi neurologica — utile, ad esempio, per orientare l’interpretazione della lateralizzazione del linguaggio in un paziente con afasia post-ictale — trovo affascinante vedere lo stesso tratto raccontato su una scala temporale di milioni di anni. Quello che rende elegante questo lavoro è la capacità di scomporre un fenomeno apparentemente unitario — “siamo destrimani” — in due componenti evolutive distinte e separabili statisticamente: la forza della lateralizzazione, già presente fin dai primi ominidi bipedi, e la sua direzione, consolidatasi solo più tardi con l’espansione del genere Homo. Nella pratica clinica diamo quasi per scontato che un paziente sia destrimane, e usiamo questa informazione quasi meccanicamente; questo studio è un buon promemoria di quanto sia in realtà straordinario, su scala evolutiva, che il 90% di noi converga sulla stessa mano — e di quanto, ancora oggi, la mano che usiamo per scrivere porti con sé l’eco di un processo iniziato quando i nostri antenati si sono alzati in piedi per la prima volta.

    Caspar, K. R., Pallasdies, F., Mader, L., Sartorelli, H., & Begall, S. (2022). The evolution and biological correlates of hand preferences in anthropoid primates. eLife, 11, e77875. https://doi.org/10.7554/eLife.77875

    Cuellar-Partida, G., Tung, J. Y., Eriksson, N., Albrecht, E., Aliev, F., Andreassen, O. A., et al. (2021). Genome-wide association study identifies 48 common genetic variants associated with handedness. Nature Human Behaviour, 5(1), 59–70. https://doi.org/10.1038/s41562-020-00956-y

    Fitch, W. T., & Braccini, S. N. (2013). Primate laterality and the biology and evolution of human handedness: A review and synthesis. Annals of the New York Academy of Sciences, 1288, 70–85. https://doi.org/10.1111/nyas.12071

    Knecht, S., Dräger, B., Deppe, M., Bobe, L., Lohmann, H., Flöel, A., Ringelstein, E. B., & Henningsen, H. (2000). Handedness and hemispheric language dominance in healthy humans. Brain, 123(12), 2512–2518. https://doi.org/10.1093/brain/123.12.2512

    Lozano, M., Mosquera, M., Bermúdez de Castro, J. M., Arsuaga, J. L., & Carbonell, E. (2009). Right handedness of Homo heidelbergensis from Sima de los Huesos (Atapuerca, Spain) 500,000 years ago. Evolution and Human Behavior, 30(5), 369–376. https://doi.org/10.1016/j.evolhumbehav.2009.03.001

    Püschel, T. A., Hurwitz, R. M., & Venditti, C. (2026). Bipedalism and brain expansion explain human handedness. PLOS Biology, 24(4), e3003771. https://doi.org/10.1371/journal.pbio.3003771

    Püschel, T. A., Nicholson, S. L., Baker, J., Barton, R. A., & Venditti, C. (2024). Hominin brain size increase has emerged from within-species encephalization. Proceedings of the National Academy of Sciences, 121(49), e2409542121. https://doi.org/10.1073/pnas.2409542121

    Redazione ANSA. (2026, 19 giugno). Se 9 persone su 10 usano la mano destra, la causa è nell’evoluzione umana. ANSA.it. http://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2026/06/19/se-9-nove-su-10-usano-la-mano-destra-la-causa-nellevoluzione-umana_0bb69bc1-046d-4704-87da-a694c1c3d70e.html

    Sha, Z., Pepe, A., Schijven, D., Carrión-Castillo, A., Roe, J. M., Westerhausen, R., et al. (2021). Handedness and its genetic influences are associated with structural asymmetries of the cerebral cortex in 31,864 individuals. Proceedings of the National Academy of Sciences, 118(47), e2113095118. https://doi.org/10.1073/pnas.2113095118

    Soto, C., Gázquez, J. M. M., & Llorente, M. (2022). Hand preferences in coordinated bimanual tasks in non-human primates: A systematic review and meta-analysis. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 141, 104822. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2022.104822

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  2. Mimesi e Ritmicità come Prerequisiti del Linguaggio Verbale

    Scopri come la mimesi e la ritmicità hanno guidato l'evoluzione del linguaggio verbale umano. Un'analisi interdisciplinare che unisce neuroscienze, linguistica e antropologia, esplorando il ruolo cruciale dei neuroni specchio, dell'andatura bipede e della comunicazione gestuale nello sviluppo delle facoltà fono-articolatorie e sintattiche di Homo sapiens.

    criptasemantica.it/christian-r

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