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Luisa Canciello, A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. L’Italia non parla, Il Manifesto, 4 aprile 2026
PALESTINA Presentato il rapporto di Francesca Albanese
Nel centro di detenzione nel deserto del Naqab, i prigionieri palestinesi detenuti dalle forze israeliane sono sottoposti a torture sistematiche e a condizioni che trasformano la detenzione in una forma quotidiana di annientamento.
Khaled M. è il primo avvocato a cui è stato permesso entrare in questi centri. Dopo anni in questo campo, afferma di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Lo incontriamo a Ginevra, al Palais de Nations, durante la presentazione del rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Khaled racconta di un uomo di 67 anni stuprato mentre aveva mani e piedi legati, filmato e deriso. Di un ragazzo di 20 anni spogliato e sottoposto a waterboarding. Un soldato è arrivato con un estintore; la parte superiore è stata inserita nell’ano – Khaled si scusa per la crudezza- la sostanza spruzzata all’interno. Il ragazzo vive oggi con gravi conseguenze psicologiche. Anche il personale medico è coinvolto: «I prigionieri vengono amputati senza anestesia».
L’avvocato riporta un’altra testimonianza, di una donna: «Mi hanno chiesto di sedermi sulle ginocchia, hanno inserito una bottiglia nella mia vagina, e mi hanno costretto a toglierla più volte. Sei persone».
A DIMOSTRAZIONE di ciò, l’ottavo report di Albanese, «Tortura e genocidio», raccoglie oltre 300 testimonianze, identificando nella tortura uno dei simboli di questo genocidio configurandola come strumento di sterminio, perpetuata attraverso la sistematica e violenta deprivazione della dignità umana. Un inferno quotidiano, imposto a corpi e vite, reso possibile non solo dall’azione di Israele, ma anche dalla complicità e dal silenzio dei nostri governi. Durante la presentazione, Albanese presta la sua voce ai sopravvissuti, le cui testimonianze continuano a vivere nonostante l’annientamento subito: «Uno dei soldati mi ha violentato inserendo con forza un bastone nel mio ano. Dopo circa un minuto lo ha tolto e lo ha inserito di nuovo con più forza mentre urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone. Desideravo morire mentre mi stavano violentando».
È SOLO UNA delle testimonianze riportate da Albanese, che documentano crimini contro l’umanità e violazioni della Convenzione contro la tortura e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. «A Israele è stata di fatto concessa una licenza per torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi, dei vostri ministri, lo ha permesso – denuncia Albanese – Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi bambini, soprattutto se erano medici, giornalisti, o operatori umanitari. Quasi 100 di loro sono morti in custodia. 4mila risultano ancora vittime di sparizione forzata. Migliaia sono stati detenuti senza accuse, trattenuti in condizioni disumane, picchiati, incatenati, abusati sessualmente, privati di cure mediche, affamati, stuprati».
Dopo la presentazione del rapporto, numerosi stati tra cui Slovenia, Irlanda, Spagna, hanno espresso sostegno al mandato della relatrice e denunciato l’uso sistemico della tortura da parte di Israele contro il popolo palestinese. L’Italia, invece, non ha espresso né sostegno né condanna: si è limitata a richiamare la relatrice al dovere di attenersi al proprio codice di comportamento, senza esprimersi nel merito delle accuse. Il divieto di tortura è una norma inderogabile (ius cogens): il silenzio non è neutralità, è complicità.
L’immobilità politica e la mancanza di volontà di agire rivelano i limiti di un sistema internazionale di matrice coloniale, formalmente costruito per tutelare il diritto, ma oggi incapace di farlo rispettare, fino a svuotarlo e sgretolarlo.
L’ambasciatore palestinese presso la sede Onu a Ginevra, Ibrahim Khraishi, intervistato nella sala del Café Suisse, afferma: «I doppi standard stanno uccidendo l’Europa. Si parla di valori condivisi con Israele, ma quali valori? Come si può dire di condividere i valori del genocidio? Gli europei devono difendersi». A queste parole fanno eco quelle di Albanese: «Ho fatto appello all’essere umano che è in voi: non siete stanchi? La diplomazia, in tempo di genocidio, non è neutrale. Com’è possibile che questa realtà non abbia ancora portato alla sospensione delle vostre relazioni con Israele?».
L’IMPUNITÀ alimenta i crimini: «La tortura fa all’individuo ciò che il genocidio fa a un gruppo in quanto tale. Un genocidio è diventato la forma estrema di tortura. Ciò che viene perso in Palestina sarà perso ovunque».#tortureincarcere #palestinesitorturati #israeletorturatore
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LA NAZISTIZZAZIONE DELLA RAGIONE
di Lavinia Marchetti
Non volevo parlarne perché queste notizie in qualche modo ti lacerano l'anima, se esiste, e comunque sappiamo bene che avvengono quotidianamente, però poi l'immagine, i video, insomma lo senti che ti scava dentro e allora scriverne può servire a me, può servire a chi non lo sapeva, anche se probabilmente non servirà a lui. Abbiamo visto la figura di un bambino di diciotto mesi, il cui corpo diventa il terreno di scontro di una sovranità che ha smarrito ogni residuo di etica e ci impone una riflessione che travalica la cronaca ed entra nella categoria più infame e infamante che è quella della de-umanizzazione. Altrimenti come si spiega anche solo l'idea di torturare un bambino di 18 mesi? Le categorie che abbiamo applicato al nazismo vanno trasposte tutte, oggi, a ciò che l'IDF sta continuando a commettere a Gaza. Non voglio usare concetti storici desueti, semplicemente l'ermeneutica del nazismo è traslabile, biopsicosocialmente, a ciò che sta avvenendo a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.
I FATTI
La vicenda di Karim Abu Nassar (18 mesi) avviene nel contesto del campo profughi di Al-Maghazi, situato nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il padre di Karim, Osama Abu Nassar, viveva già una condizione di profonda prostrazione psicologica dovuta alla perdita del cavallo che costituiva l'unica fonte di reddito per la famiglia. Mentre cercava di acquistare beni di prima necessità per il figlio piccolo, Osama veniva coinvolto in un conflitto a fuoco nei pressi della sua abitazione. I soldati israeliani presenti sul posto ordinavano ad Osama di poggiare Karim, un neonato di soli diciotto mesi, direttamente sul terreno polveroso e insicuro del checkpoint militare. Il padre veniva costretto a spogliarsi e sottoposto a un interrogatorio brutale, mentre il corpo del figlio diventava uno strumento attivo di coercizione. La tortura inflitta a Karim davanti agli occhi del genitore assume i tratti di un'operazione psicologica tra le più sadiche che si possano concepire e rientra in quella Pedomachia di cui parla Bifo. i militari bruciavano le gambe del bambino con le sigarette e conficcavano un chiodo nella sua carne. Un rapporto medico ufficiale ha successivamente confermato la natura di queste ferite, attestando ustioni circolari e lesioni da punta profonde. L'evento si è protratto per circa dieci ore, al termine delle quali Karim veniva rilasciato e consegnato alla famiglia attraverso l'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa ad Al-Maghazi. Osama Abu Nassar rimaneva invece in detenzione militare, senza che venissero fornite informazioni precise sulla sua sorte o sulla natura delle confessioni estorte attraverso il supplizio del figlio. Questa pratica di utilizzare l'infanzia come "ostaggio biologico" per spezzare la resistenza psicologica degli adulti si inserisce in un quadro di violazioni continue che, lungi dal costituire eccessi individuali, rivelano una logica di dominio assoluto sulla vita e sulla morte del popolo palestinese, si potrebbe dire necropolitica per la milionesima volta. Non trovo altre parole al momento.
L'atto di conficcare un chiodo nella gamba di un bambino così piccolo è un gesto che appartiene al registro dell'eccesso sovrano. Non serve a ottenere informazioni tattiche utilizzabili sul campo di battaglia, poiché un bambino di diciotto mesi non possiede conoscenze militari. L'obiettivo è squisitamente simbolico e psicologico per dimostrare al colonizzato che il potere dello Stato può penetrare fin dentro la carne del suo legame più sacro, quello tra padre e figlio. La tortura di Karim è un messaggio rivolto all'intera società palestinese, una dichiarazione di impunità assoluta che trasforma il corpo dell'infanzia in una lavagna su cui il potere scrive la sua legge di terrore.
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