Il 1960 non è solo l’anno in cui Sindona divenne banchiere, acquisendo il controllo della Privata Finanziaria, ma è anche quello in cui entrò in strettissimi legami con gli Hambro, i banchieri inglesi che da 100 anni facevano affari in Italia, sin da quel primo prestito di 4 milioni di sterline a un tasso del 5% al Regno di Sardegna impegnato con Cavour a riunificare il Belpaese <713.
A introdurre Sindona alla corte degli Hambro fu Franco Marinotti, che gli presentò John McCaffery, uomo d’affari scozzese di origine inglese, fervente cattolico anti-comunista che durante la seconda guerra mondiale era stato membro del SOE (Special Operations Executive), il servizio segreto britannico che da Berna teneva i contatti con i movimenti di liberazione anti-nazisti in tutta Europa. Proprio nel SOE McCaffery aveva conosciuto Jocelyn Hambro, presidente della Hambros, e dopo la guerra ne era divenuto il rappresentante degli affari per l’Italia e la Svizzera <714. Cittadino onorario di Milano per il suo lavoro durante la Resistenza, McCaffery sviluppò da subito un’affinità elettiva particolare con Sindona, con il quale condivideva non solo il giudizio sull’arretratezza e il provincialismo della classe dirigente della finanza italiana, ma anche un anticomunismo viscerale: lo presentò quindi a Jocelyn Hambro, che aveva intenzione di usare Sindona per insidiare il monopolio di Mediobanca come merchant bank italiana.
Così, quando lo IOR dovette rivendere la sua quota nella CO.FI.NA. a Sindona, prima che Spada si dimettesse da capo esecutivo della banca vaticana, gli Hambro accettarono di diventare soci di Sindona, rilevando il 24,5% della Privata Finanziaria.
L’alleanza con una delle banche d’affari più importanti del mondo non bastava tuttavia al neobanchiere di Patti: «Perché le mie operazioni abbiano una dimensione davvero internazionale, ho bisogno di avere per alleato anche una banca americana», andava ripetendo all’oramai factotum Dan Porco <715.
Il quale, a due anni dall’intesa con gli Hambro, gli procurò un canale privilegiato con David Kennedy, presidente della Continental Illinois Bank e futuro segretario del Tesoro di Richard Nixon, in quel momento avvocato consulente della Banca e candidato repubblicano sconfitto dal ben più celebre John F. Kennedy, con il quale il presidente della Continental non era imparentato <716. Sindona, con il consenso degli Hambro, cedette il 24,5% della Finanziaria alla Continental, ricevendone in cambio azioni della banca americana. Non fu l’unico vantaggio che il finanziere di Patti guadagnò: David Kennedy era amico e concittadino di Paul Marcinkus <717, in quel momento porporato americano destinato però a diventare Presidente dello IOR. I due si conobbero in occasione del battesimo di Davide Antonucci, figlio di Mark <718, officiato da Marcinkus con Sindona in veste di padrino.
Tra paradisi fiscali e Wall Street
La conquista del primo sportello in Svizzera da parte di Sindona fu merito dell’Avvocato Tito Carnelutti <719, che col suo studio fu per lungo tempo crocevia tra il mondo dell’imprenditoria e il potere romano <720. Fu grazie a lui infatti che riuscì a mettere le mani sulla Finabank di Ginevra, un piccolo ma attrezzato istituto di credito fondato da un gruppo di italiani, gli stessi ce avevano dato vita al Credito Lombardo e nel quale possedeva una partecipazione di circa il 20% il Vaticano <721.
Fedele alla massima «le società si comprano e si vendono, le banche si comprano e si tengono» <722, Sindona divenne proprietario prima della Banca di Messina, un istituto con pochi depositi ma con una rete di 17 sportelli in tutta la provincia, poi rilevò come abbiamo visto nel 1968 la quota di controllo della Banca Unione dai Feltrinelli, con una campagna per accaparrarsi nuovi depositi con cui si inimicò ulteriormente il gotha bancario italiano <723, e infine, su richiesta del governatore della Banca d’Italia Guido Carli, il Credito Commerciale e Industriale, sull’orlo del fallimento, che gli permise di avere uno sportello della Finanziaria a Roma. In quest’ultimo caso, Sindona non sborsò nemmeno una lira per risanare i conti della sua nuova banca, poiché fu la Banca d’Italia a ripianarlo con una complessa procedura che, su consiglio degli stessi uffici di Carli, venne occultata dai bilanci della Privata Finanziaria <724.
Nel mentre Sindona apriva società in molteplici paradisi fiscali: accanto alla Fasco AG <725 aperta in Liechtenstein già nel 1950, Sindona creò una serie di scatole vuole nel principato, pronte per essere riempite con le aziende che via via riusciva a comprare in Italia e negli USA. A Panama creò la Arana holding; alle Isole Caymans l’Edilcentro Sviluppo International e la Società Generale Immobiliare Banking Corporation; alle Bahamas l’Edilcentro International; in Liberia la Generale Immobiliare International Company; in Lussemburgo la Fasco International, che sarebbe servita per controllare le statunitensi Franklin National Bank e Talcott National Corporation, e la Fasco Europe, alla quale prima del crollo aveva girato i pacchetti azionari di controllo delle banche italiane <726. L’elenco potrebbe continuare all’infinito: la tecnica di Sindona stava proprio nel creare dietro a ogni società, un’altra collegata a tutte le altre da altri complicati intrecci finanziari.
Con questa macchina da guerra di banche e società finanziarie, Sindona a metà degli anni ’60 era pronto per il suo primo assalto nel mondo finanziario internazionale, che ebbe come obiettivo la McNeill & Libby di Chicago, un gigante dell’alimentare specializzato in cibi in scatola e surgelati di cui il finanziere di Patti aveva sentito parlare sin dai tempi del suo primo impiego alla Busurgi in Sicilia. Con un azionariato frammentato, l’azienda sarebbe stata una facile preda. Lo fu ancora di più quando Sindona seppe che il presidente francese Charles De Gaulle, attraverso una delle più prestigiose banche d’Europa, la Banque de Paris e des Pays Bas (nota ai più come Paribas) era interessato a far diventare francese la Libby che stava costruendo uno stabilimento nel sud della Francia, in un’ottica geopolitica volta a frenare lo “sbarco degli americani” sul suolo francese. Attraverso Raffaele Mattioli e Carlo Bombieri, rispettivamente presidente e amministratore delegato della COMIT, Sindona riuscì ad accordarsi coi francesi per lanciare al 50% un’offerta pubblica di acquisto (tender, negli USA) sul 20% delle azioni, che ebbe un successo tale che la Nestlè, che aveva una quota della Libby, chiese di poter entrare nel sindacato di controllo della società, finché, per contrasti interni alle politiche di sviluppo dell’azienda, sia Paribas che Sindona uscirono dalla società rivendendo i propri pacchetti al colosso svizzero.
Al di là del sostanzioso guadagno economico, Sindona ne guadagnava ancora una volta in capitale sociale ma soprattutto in capitale simbolico, ottenendo alla fine del 1964 ben due colonne con tanto di foto dal settimanale Time per elogiarne l’intraprendenza sul mercato; Business Week lo definì un «super dinamico operatore del mondo degli affari, il banchiere che molti considerano il più geniale finanziere italiano del dopoguerra»; il Fortune si spinse oltre, decretandolo «uno dei più geniali uomini d’affari del mondo» <727. Fu la definitiva consacrazione nell’olimpo della finanza internazionale.
[NOTE]
713 De Luca, Panerai, p. 37.
714 Ivi, p. 38.
715 Ivi, p. 41.
716 Scrive Lombard, a p. 43 del suo libro, che non solo David Kennedy «non fa parte del “clan Kennedy” ma che se ne differenzia come un trafficante di Chicago se ne differenzia da un rampollo della borghesia snob di Boston».
717 Simoni, Turone, op. cit., p. 36
718 Legato ai servizi segreti americani, Antonucci fu uno dei pochi partner fedeli nell’avventura finanziaria di Sindona, divenendo suo socio in molteplici finanziarie, alcune delle quali, come la Securmark, utilizzate per finanziare in maniera illecita la Democrazia Cristiana. Si veda in proposito, Lombard, op. cit., pp. 44-45. Antonucci fu anche l’inventore del Domopak, di cui aprì il suo stabilimento a Frosinone coi fondi della Cassa per il Mezzogiorno.
719 Panerai, De Luca, op. cit., p. 41.
720 Oltre a Sindona, seguì anche Roberto Calvi, nonché alcune delle famiglie romane più blasonate come i Lefebvre d’Ovidio (citato in Fabio Tamburini, L’avvocato del Paradiso, la Repubblica, 24 novembre 1997). Carnelutti fu anche alla base della soffiata al Cardinale Di Jorio, Presidente dello IOR, sull’acquisto da parte di Spada per conto dell’Istituto delle azioni della CO.FI.NA., del quale non era stato informato. Per questo Spada fu costretto a lasciare il suo ruolo di capo esecutivo, pur restando nel cda della Finanziaria, rivendendo il pacchetto vaticano a Sindona e a Marinotti. Alla base della “vendetta” di Carnelutti fu la sua espulsione dal capitale della Finabank e della Finanziaria orchestrata da Sindona.
721 Panerai, De Luca, op. cit., p. 42.
722 Ivi, p. 43.
723 Sindona aveva definito classista l’atteggiamento dei banchieri italiani, che snobbavano quelle categorie di lavoratori con modesti redditi, incaricando Ugo De Luca, direttore generale dell’Unione, di promuovere una serie di conferenze e incontri periodici con i lavoratori per insegnare loro a usare assegni e a depositare i propri risparmi in banca; non solo, offriva il 2% in più di interesse rispetto a tutte le altre banche, che avevano fatto cartello. In più, De Luca andò a fare incetta di depositanti tra i dipendenti delle aziende di Sindona, ai quali rifilava poi le azioni delle società in cui lavoravano, facendo schizzare le quotazioni e alimentando il mito di Sindona genio del mercato azionario. Paradigmatico il caso della Pacchetti, azienda conciaria rilevata nel 1966 il cui titolo balzò in pochi mesi da 250 lire a quasi 1000 lire per azione. Cfr De Luca, Panerai, op. cit., pp. 44-47.
724 L’istituto di Via Nazionale anticipò il denaro a Sindona, prestandolo a un tasso bassissimo, vicino all’1%, denaro con il quale la Privata acquistò buoni del Tesoro con rendimento al 10%. Con la differenza fra l’1% del denaro preso a prestito e il 10% che avrebbe incassato, la Privata fu in grado di coprire, senza rimetterci una lira, il deficit del Credito. Cfr De Luca, Panerai, op. cit., p. 47.
725 La sigla AG sta per Anstalt, una tipologia societaria domiciliare tipica del Liechtenstein a metà tra la fondazione e la corporazione che non ha azionisti, il cui consiglio di amministrazione può ridursi ad una sola persona che per legge deve risiedere nel principato. Le Anstalt non presentano bilanci ma pagano una tassa fissa annua dello 0,1 % sul capitale e ai proprietari è garantito l’anonimato. Cfr. De Luca, Panerai, op. cit., p. 49.
726 Ivi, p. 50.
727 Simoni, Turone, op. cit., p. 36.
Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020
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