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#bettinocraxi — Public Fediverse posts

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  1. 𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔
    BEAUTIFUL
    𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔
    in loop

    A dire il vero non pensavo che la profezia si sarebbe avverata in tempi tanto lunghi, ma era scontato che prima o poi la storia della nostra repubblica si ripiegasse su sé stessa...

    leggitutto
    > rospeinfrantumi.altervista.org

    #itagliani #reunion #bettinocraxi #silvioberlusconi #marinaberlusconi #stefaniacraxi #tajani #illustrazioni #disegnini #drawings #art #digitalart #satira

  2. Hammamet, in gennaio, assume un'atmosfera speciale, con il suo paesaggio che invita alla riflessione. È in questa cornice che si ricorda Bettino Craxi, figura politica di rilievo nel panorama italiano. Anche quest’anno, il ministro... #BettinoCraxi

    ift.tt/nb4fesB

  3. Ieri intanto, davanti alle sue coste, c'è stato l'ennesimo naufragio (tra quelli di cui veniamo a sapere qualcosa) con 40 morti, compresi alcuni neonati. #Tunisia, il prezzo della frontiera: così i soldi italiani ed europei finanziano la repressione di #KaisSaied. Del resto è pur sempre il Paese che diede "asilo" a #BettinoCraxi ad #Hammamet editorialedomani.it/politica/m

    @attualita

  4. De Mita intendeva riportare la politica italiana su binari consueti

    Dopo le elezioni regionali del 1985, tra DC e PSI i rapporti iniziarono a peggiorare: cresceva e diventava sempre più forte infatti, la conflittualità fra i due partiti. Il principale obiettivo democristiano rimase lo stesso: vincolare il PSI ad un rapporto più stretto con la DC, e a tale obiettivo si sarebbe aggiunta la contesa per riconquistare la Presidenza del Consiglio <117. Il 13,3% ottenuto dal PSI evidenziò la mancanza di un “effetto Craxi”, ossia il significativo balzo in avanti elettorale trainato dal primo governo a guida socialista dell’Italia Repubblicana e di tutta la storia unitaria <118. Proprio questa mancanza di una spinta provocata dal primo governo Craxi incoraggiò i democristiani: se la pesante sconfitta del 1983 aveva spinto la DC ad accettare un ruolo subalterno rispetto al PSI e a cercare una collaborazione vera con il segretario socialista, il risultato del 1985 la spinse ad assumere un
    atteggiamento più conflittuale <119.
    Dopo le elezioni, il segretario democristiano De Mita cercò innanzitutto di mutare la natura del governo, trasformando il pentapartito in una vera coalizione politica. Contemporaneamente preparò l’elezione del nuovo presidente della Repubblica coinvolgendo anche i comunisti. Il segretario democristiano intendeva riportare la politica italiana su binari consueti, riaffermando il primato politico della DC e iniziando un’opera di correzione “dell’anomalia” craxiana <120. Nel Congresso del 1986, De Mita rilanciò la sua prospettiva <121 affermando: “senza un obiettivo comune non è possibile tenere insieme una maggioranza. In questo senso abbiamo parlato e continuiamo a parlare di strategia. Una visione comune non è un desiderio: è una necessità” <122. Non erano posizioni nuove, ma ora la DC era più forte e dal Congresso uscì rafforzata anche la segreteria di De Mita, che fu rieletto con il 75% dei voti. In tale contesto, si aprì una nuova contesa per la riconquista della Presidenza del Consiglio. Il segretario della DC dovette però anche constatare due novità in contrasto con la sua linea: da un lato, Cossiga, della cui elezione De Mita era stato il principale artefice con il consenso dei comunisti, non sposò gli interessi democristiani e mostrò attenzione verso le richieste socialiste, dall’altro lato, Andreotti, che pure aveva difeso a lungo la politica di solidarietà nazionale, polemizzando apertamente con Craxi, si spostò verso una linea di collaborazione con il PSI. Proprio ciò che spingeva De Mita e la maggioranza della DC a rivendicare la Presidenza del Consiglio, in altre parole, suggerì viceversa ad Andreotti un atteggiamento più possibilista verso le richieste del PSI <123. Il conflitto tra democristiani e socialisti portò alla fine del governo Craxi cui però non seguì una “staffetta” e cioè la riconquista della guida del governo da parte della DC. Si andò nuovamente ad elezioni anticipate nel 1987, da cui ebbe inizio l’ultima legislatura della Prima repubblica. La DC riuscì a recuperare una parte dei consensi perduti, mentre il PCI post-berligueriano subiva un crollo pesante e il PSI otteneva un buon risultato alla Camera <124. De Mita tornò a rivendicare la guida del governo democristiano, i numeri effettivamente gli davano ragione: si trattava del partito di maggioranza relativa, rafforzato dal risultato elettorale. Malgrado il rafforzamento del segretario democristiano, Craxi si oppose ad un governo da lui guidato, nel silenzio di Forlani ed Andreotti. Cossiga allora chiamò Goria, già ministro del Tesoro nel governo Craxi, a formare il nuovo esecutivo.
    Mentre continuava il braccio di ferro con i socialisti, i leader della DC si trovarono in modo sempre più evidente davanti ad un dilemma insolubile: da un lato cresceva l’insofferenza verso “l’egemonia democristiana” ma, dall’altro lato, “la stabilità del governo continuava ad essere garantita dall’impegno della DC” <125. Ciononostante, De Mita sperò di poter realizzare un governo in grado di affrontare problemi cruciali, a partire dal risanamento della finanza pubblica, e di avviare una riforma politico-istituzionale, e nel 1988 raggiunse l’obiettivo di assumere la Presidenza del Consiglio. Questo tentativo sarebbe durato solo pochi mesi: nella primavera del 1989, De Mita venne sostituito da Forlani alla guida del partito e, poco dopo, da Andreotti a quella dell’esecutivo.
    [NOTE]
    117 Il risultato si prestò a più letture. Quattro milioni di elettori, sottolinearono i socialisti, avevano lasciato i due partiti maggiori. In questa luce le elezioni sancivano una sconfitta del duopolio DC-PCI, mentre si modificarono i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra a vantaggio dei socialisti. Cfr. Colarizi, Gervasoni, La cruna dell’ago, Editori Laterza, 2005, cit. p. 185.
    118 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 187.
    119 A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016, pp. 124-147.
    120 Craxi “non si comportava da presidente del Consiglio ma da capo autoritario del governo” Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 275; Il PSI non gestiva il potere in base a un’investitura ricevuta, ma adoperava il potere per cambiare la politica chiedendo a posteriori la legittimazione di un arbitrio, ivi p. 281; Craxi, che governava con la DC e preparava l’alternativa alla DC, teneva i piedi in due staffe, ibidem
    121 De Mita voleva tornare al centro-sinistra tradizionale. A suo avviso “affidare la guida del governo a un uomo del partito di maggioranza relativa era la regola non l’eccezione”; l’alleanza di pentapartito doveva essere intesa come impegno pluriennale esteso anche alla legislatura successiva; da vent’anni c’erano rapporti positivi tra DC e PSI, anche se molte cose erano cambiate e occorreva tener conto dei problemi specifici di un partito di sinistra al governo; il PSI doveva mostrare coerenza con la politica nazionale nelle scelte a livello locale. A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016 cit. p. 93.
    122 Ibidem
    123 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005.
    124 Risultati Camera dei Deputati: DC 34,31%, PCI 26,57%, PSI 14,27% Risultati Senato della Repubblica: DC 33,62%, PCI 28,33%, PSI 10,91% dati presi dall’ archivio del portale dell’Istituto Cattaneo http://www.cattaneo.org/archivi/archivio-dati-elettorali/elezionipolitiche/
    125 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 435-459.
    Isabella Alfano, 1968-1994: dalla prima repubblica alla “discesa in campo” di Berlusconi, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

    #1985 #1987 #amministrative #ArnaldoForlani #BettinoCraxi #CiriacoDeMita #Cossiga #DC #elezioni #GiulioAndreotti #governo #IsabellaAlfano #PCI #politiche #presidente #PSI #repubblica

  5. From the video description: "Bettino Craxi
    Sad song by:
    hunchbacked tenor voice, chorus of shampoo girls, chorus of black men, string orchestra, wind orchestra, Gilera 125, horn."
    Sardelli is a baroque director, music composer and more. With a lot of sense of humor.

    youtube.com/watch?v=ie9OCQC4oVE

    #music #musicvideo #video #Sardelli #Craxi #BettinoCraxi #humor #satire

  6. Le elezioni del 1987: voto del Sud e “voto di appartenenza”

    Osservando i risultati elettorali espressi grazie ai voti dei cittadini italiani il 14 giugno 1987, si registra una discesa netta del Partito Comunista che perde il 3,3% rispetto al 1983; la DC risale del 2,4% e il PSI del 2,9%. La novità principale, però, fu l’ascesa di due nuovi movimenti: la Lega e i Verdi. La prima registrò un incremento dallo 0,6% del 1983 al 1,8% del 1987. I Verdi, invece, non si erano mai presentati in Italia, e in questa loro prima apparizione riuscirono ad approfittare del notevole e clamoroso successo ottenuto dagli ambientalisti tedeschi nel medesimo anno. Inoltre, anche l’opinione pubblica italiana era ormai diventata sensibile a queste problematiche soprattutto a causa della tragedia avvenuta nel marzo del 1986 a Cernobyl in Ucraina, dove era esploso un reattore di una centrale elettro-nucleare. Un altro dato elettorale interessante fu una «meridionalizzazione del PSI e della DC, assi portanti del governo» <46, che «costituisce un ulteriore sintomo di una partitocrazia in crisi, la cui stabilità poggia su un ampio ed eterogeneo blocco sociale […], tutti portatori di interessi contraddittori tra loro, ma tenuti insieme dalla politica del debito pubblico» <47. Effettivamente «nessuna forza politica ha il coraggio di affrontare il problema dei conti in rosso dello Stato, che servono a sostenere un consenso alla partitocrazia, sempre più ridotto a uno scambio voti-benefici. Neppure la congiuntura economica favorevole induce governo e opposizione a intervenire con una manovra che arresti la voragine sempre più profonda del debito pubblico» <48.Garante elettorale della tenuta di questo blocco sociale fu, dunque, il Sud Italia dove si rafforzarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista che, invece, regredirono nelle regioni settentrionali. Il risultato fu l’acuirsi della spaccatura – questa volta politica – tra le due aree principali della penisola italiana: nelle regioni settentrionali, dove era diffusa un’economia chiusa di tipo localistico, si unirono in nome dell’appartenenza al Nord Italia – in particolare nelle zone rurali del Veneto e le pendici alpine nel Bergamasco e nel Varesotto in Lombardia – tantissimi cittadini provenienti da ogni strato sociale. Quindi fu solamente la base geografica il pilastro fondante del fenomeno leghista nella valli del Nord; il messaggio politico di questa nuova forza parlava addirittura di separazione del settentrione dal resto dell’Italia; ciò allora poteva anche far sorridere, ma il vero obiettivo era rappresentato da un segnale che nessuno dei partiti riuscì – ingenuamente – a captare: in quel messaggio era sottesa una critica fortissima al sistema dei partiti e allo stato italiano proveniente dalle regioni a sviluppo avanzato che ambivano a posizionarsi ai primi posti al livello di benessere in tutta l’Europa. Solitamente queste zone avevano espresso sempre consensi moderati, spesso a favore della Democrazia Cristiana. L’ondata di seguaci che registravano le idee leghiste fece scattare inizialmente un paragone con il movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini, ma era un confronto che non calzava e che finì pure per risultare deviante e dannoso per la classe dirigente italiana, miope nel valutare l’accaduto e le profonde ragioni di un dissenso che negli anni seguenti segnò in maniera determinante l’incedere dei fatti politici in Italia. Il pericolo che percepivano queste regioni era che la crescita economica che stavano registrando potesse bloccarsi a causa della classe politica che sperpera «il denaro pubblico, ostacola il dinamismo produttivo con la sua pletorica burocrazia, alimenta con finanziamenti a pioggia il Mezzogiorno parassitario, riserva inesauribile di voti clientelari. La “questione meridionale” […] è diventata un peso intollerabile che rischia di trascinare verso il basso anche le regioni più opulente. […] La reazione è così violenta da rimettere persino in discussione l’unità nazionale. […] Dall’autonomia municipale si passa a un discorso più complesso sul federalismo, teorizzato da Gianfranco Miglio, studioso di diritto costituzionale» <49. Umberto Bossi, unico senatore ad essere stato eletto in seguito alle elezioni politiche del 1987, tradusse il nuovo messaggio in slogan propagandistici di anti-meridionalismo, «ai limiti del vero e proprio razzismo» <50 contro il meridione parassita, che viveva grazie agli sforzi e alla produttività settentrionale. «Si deve tornare proprio alle origini localistiche per interpretare correttamente anche i disvalori così enfaticamente proclamati» <51, addirittura da cittadini meridionali che dopo essersi trasferiti al Nord Italia hanno aderito a questi movimenti diventando «più nordisti dei nordisti» <52. Si scatenò anche un’ulteriore polemica da parte dei leghisti che attaccavano Roma e i romani, identificandoli come tana e testimoni dei vizi e del parassitismo, difendendo Milano e i milanesi, centro fertile grazie agli abitanti produttivi. «Insomma il territorio contro la politica. […] Ideologia e religione erano state i punti di riferimento essenziale delle comunità locali […]. Il declino ideologico e religioso spezza i legami della rete comunitaria con la politica, fino a produrre un risentimento antipolitico che si traduce anche in avversione allo Stato nazionale, caduto nelle mani dei partiti» <53. La X Legislatura si aprì con le elezioni del 1987, che videro in fase di miglioramento tra i grandi partiti solamente la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista guidato da Bettino Craxi. In ogni caso, il successo si rivelò al di sotto delle aspettative del leader della compagine socialista, il cui leader si convinse che, per quanto il suo partito fosse salito di 5 punti percentuali da quando egli ne era il segretario, era comunque costretto a rimanere «una forza politica di medie proporzioni […]. In altri termini, Craxi rinunciava alla battaglia sulla presidenza del Consiglio e si accomodava all’esecutivo […]. Non intuiva il ribollire sotterraneo della società civile e non vedeva sul cielo internazionale le nuvole che annunciavano la tempesta. Proprio quando sarebbe stato necessario muoversi […], il segretario socialista si chiude all’interno dei palazzi senza neppure accorgersi dell’assedio ormai in atto» <54.
    [NOTE]
    46 S. COLARIZI, Op. cit., p.167
    47 Ibidem
    48 Ivi, p.160
    49 S. COLARIZI, Op. cit., p.168
    50 Ivi, p.169
    51 Ibidem
    52 Ibidem
    53 Ibidem
    54 S. COLARIZI, Op. cit., p.173
    Armando Pedone, Il Partito Comunista Italiano nella storia della Prima Repubblica: dalla solidarietà nazionale alla scissione del 1991, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2015-2016

    #1987 #antiMeridionalismo #appartenenza #ArmandoPedone #BettinoCraxi #DC #elezioni #GianfrancoMiglio #Lega #Nord #politiche #PSI #Sud #UmbertoBossi #Verdi #voto

  7. Oldie but goldie. In ricordo dei 25 anni dalla morte di #BettinoCraxi

  8. I candidati ufficialmente proposti dai partiti al primo scrutinio [n.d.r.: 1978, elezione del Presidente della Repubblica] sono essenzialmente tre: Ugo La Malfa (Pri) e Benigno Zaccagnini (Dc) per lo schieramento della “solidarietà nazionale”, Antonio Giolitti (Psi) per l’altro schieramento. In realtà, vengono portati avanti anche altri nomi, tutti socialisti, in quanto il partito di Craxi non accetta di votare per un candidato non socialista. Gli altri partiti, a parte il Pri, assecondano la strategia di Craxi proponendo candidati socialisti a lui sgraditi sperando di dissuadere il Psi dall’intento. Viene quindi avanzato dal Pci il nome di Sandro Pertini, personaggio inviso a Craxi, sia perché favorevole a un rinsaldamento dei rapporti con le sinistre, contrariamente alla nuova politica del Psi maggiormente propensa ad affrancarsi dai comunisti, sia perché, sostenitore della via della “fermezza”, durante la prigionia di Moro aveva accusato Craxi di un atteggiamento troppo blando nei confronti dei terroristi. Nonostante tutto, Craxi sceglie di fare buon viso a cattivo gioco, pensando che Pertini non avrebbe vinto la corsa alla presidenza, soprattutto a causa delle riserve espresse dalla Dc, e presenta la candidatura ufficiale di Pertini. Ma le previsioni di Craxi si rivelano errate: infatti, dopo il fallimento di La Malfa e Giolitti, gli stessi Pri e Dc decidono di confluire sulla candidatura di Pertini. L’8 luglio 1978, al sedicesimo scrutinio, Pertini diviene il primo presidente della Repubblica socialista con un voto quasi plebiscitario, mai registrato prima: 832 voti a favore su 995 (l’83%). Egli già nel corso dei vari scrutini esprime la volontà di essere eletto da tutti i partiti dell’arco costituzionale, nell’ottica di imprimere alla carica un reale significato di rappresentanza dell’unità nazionale <268. Del resto, “rigore morale e impegno senza riserve per fronteggiare l’emergenza terroristica erano i principali requisiti” da individuarsi nel successore di Leone: Pertini, combattente partigiano, è quindi la personalità più adatta a ricostruire la credibilità del Quirinale dopo gli scandali coinvolgenti il suo predecessore <269.
    Nel discorso di insediamento Pertini si fa effettivamente promotore di una concezione imparziale della presidenza della Repubblica, dichiarandosi “il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali” e il difensore de “l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze”. Sottolinea l’importanza dell’unificazione europea, da realizzarsi mediante l’elezione del Parlamento europeo prevista per il 1979 e del perseguimento della pace. Rendendosi garante di questi obiettivi, Pertini assicura che non è sua intenzione “valicare i poteri tassativamente prescritti[gli] dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la [sua] elezione è una espressione, si consolidi e si rafforzi”. Tocca inoltre vari temi, quali il lavoro, la scuola, la casa, ma soprattutto l’inscindibile binomio tra giustizia sociale e libertà. Ricorda, infine, nella parte del discorso dedicata ai saluti, i compagni della lotta antifascista e della Resistenza, dei cui valori peraltro sono portatori proprio i partiti che lo hanno scelto e votato per la carica. Conclude il discorso con un proposito, che effettivamente attuerà nel corso di tutto il settennato: “da oggi io cesserò di essere uomo di parte […] intendendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani” <270.
    […] La crisi del governo Andreotti si verifica in seguito a un vertice tenutosi in data 26 gennaio 1979 tra i partiti componenti la maggioranza (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri), in occasione del quale i leader di partito incontratisi accertano l’avvenuta dissoluzione della maggioranza a seguito dell’uscita dalla stessa del partito comunista, che rivendica un ingresso a pieno titolo nella compagine governativa <271. Andreotti, su impulso di Pertini e introducendo un elemento di forte innovazione rispetto allo svolgimento delle passate crisi di governo, presenta al Parlamento una dichiarazione politica e, al termine del dibattito svoltosi alla Camera dei Deputati, il 31 gennaio, decide di dimettersi. La crisi rimane, quindi, di natura extra-parlamentare, in quanto Andreotti teme che la discussione su un voto di fiducia avrebbe creato lacerazioni tali da rendere impossibile la ricostituzione di una coalizione di “solidarietà nazionale” <272.
    Nel giro di consultazioni effettuato da Pertini si registrano le seguenti novità: a) al contrario di quanto avvenuto per la gestione delle consultazioni a partire dalla crisi del IV governo Moro (1976), il Presidente esclude dalle consultazioni i presidenti e segretari di partito non parlamentari (si verifica quindi un ritorno alla prassi precedente al 1976); b) gli ex presidenti delle Camere e gli ex presidenti del Consiglio non vengono sentiti (prassi poi consolidatasi); c) viene invertito l’ordine delle consultazioni, procedendo dai gruppi minori ai gruppi maggiori <273.
    Terminato il primo giro di consultazioni, Pertini riaffida l’incarico ad Andreotti, il quale tuttavia non riesce a pervenire a un accordo con i partiti della “solidarietà nazionale” e si trova costretto a rifiutare. Senza svolgere ulteriori consultazioni, il Presidente affida l’incarico a Ugo La Malfa: per la prima volta viene designato un laico per la presidenza del Consiglio. La ragione del mancato ricorso a un secondo ciclo di colloqui risiede nel fatto che i propositi delle forze politiche sono già apparsi chiari nel corso della prima tornata: da un lato, la Dc non ha proposto altri candidati al di fuori del neo-rinunciatario Andreotti, dall’altro lato, nessun partito è favorevole al ricorso a consultazioni elettorali anticipate, ma, al contrario, le forze politiche vorrebbero ritentare la strada della “solidarietà nazionale”. Inoltre, Berlinguer profila soltanto tre ipotesi risolutive della crisi: la formazione di un governo di “solidarietà nazionale” che includa i comunisti, un governo guidato da un laico e composto da tutti i partiti democratici o un governo formato da laici e sinistre appoggiato dall’esterno dalla Dc. La scelta ricade su La Malfa in virtù dei buoni rapporti dello stesso con tutte le forze politiche, che lo rendono un idoneo elemento “unificante”, “garante” di un governo tra i due partiti di maggioranza, Dc e Pci <274. Nel corso delle trattative con le forze politiche per la formazione del governo, La Malfa, in sostanza, cerca di raccogliere consensi per un nuovo tentativo di solidarietà nazionale mediante un accurato lavoro di intermediazione e la formulazione di proposte politiche idonee a coinvolgere tanto i democristiani quanto i comunisti. Il tentativo tuttavia fallisce per l’inconciliabilità delle posizioni dei due partiti. Infatti, La Malfa non riesce ad accontentare nessuna delle due parti in causa, in quanto ai comunisti non consente una partecipazione al governo, mentre ai democristiani toglie la presidenza dell’Esecutivo senza fornire, come contropartita, la totale esclusione dei comunisti dalla piattaforma politico-governativa <275.
    Segue un secondo ciclo di consultazioni, al cui termine il Capo dello Stato incarica nuovamente Andreotti, sottolineando la necessità di pervenire alla formazione di un governo. Questo incarico, adombrato tra le righe da una sorta di out out (o il governo o le elezioni) del Capo dello Stato, presenta una particolarità, che desta le polemiche dei commentatori: infatti, è un incarico “a tre”, in quanto Pertini non si limita a designare Andreotti, ma convoca La Malfa e Saragat allo scopo di conferire loro l’incarico di vice-presidenti del Consiglio. Il conferimento del triplice incarico è peraltro ricco di “scivoloni”. In primo luogo, la stessa scelta di Andreotti è frutto di un equivoco: infatti, l’intenzione di Pertini è designare Saragat. Il Presidente telefona a Zaccagnini (segretario Dc) per un consulto e quest’ultimo, pensando che lo scopo della chiamata sia sondare i suoi umori in merito all’accettazione di un incarico, declina immediatamente in favore di Andreotti. Venuto a conoscenza della notizia attraverso le agenzie di stampa, il gruppo dirigente democristiano polemizza e induce il Capo dello Stato a modificare il proprio disegno iniziale, indicando per l’incarico Andreotti e per la vice-presidenza Saragat e La Malfa. Inoltre, la convocazione “inusuale” impone il necessario intervento del segretario generale del Colle, Antonio Maccanico – che in più occasioni si rivelerà un abile braccio destro nel risolvere gli errori compiuti dal Capo dello Stato. Maccanico chiede ad Andreotti di presentarsi al Quirinale qualche minuto prima dell’orario previsto, in modo da ottenere l’incarico alla presidenza del
    Consiglio ed evitare la contemporaneità della designazione di Primo ministro e vice-presidenti. Il segretario generale tenta in tal modo di salvaguardare, almeno sotto il profilo formale, il rispetto delle regole costituzionali: infatti, l’art. 92 Cost. affida il potere di scelta dei ministri non al Capo dello Stato, bensì al Presidente del Consiglio incaricato. Andreotti, in linea con quanto affermato dal Capo dello Stato circa l’imprescindibilità della formazione di un governo, accetta l’incarico senza riserva. Anche La Malfa accetta l’incarico e si adopera fin da subito per la formazione di un programma adeguato a risollevare le sorti del Paese. Ma Saragat subordina la sua partecipazione al governo all’ingresso nella compagine ministeriale degli indipendenti di sinistra, condizione irrealizzabile <276.
    E’ a seguito di queste dinamiche che il perfezionando V ministero Andreotti si guadagna per qualcuno il titolo di “governo del Presidente”, sebbene la dottrina sia discorde sul punto <277. I partiti si dividono tra chi chiede le elezioni anticipate e chi ancora promuove la formazione di un governo di “unità nazionale”, ma il nodo della questione rimane fondamentalmente il veto posto dalla Dc a un ingresso dei comunisti al governo <278. Si forma il V governo Andreotti (Dc-Psdi-Pri), che tuttavia non ottiene la fiducia al Senato (31 marzo 1979) <279. Pochi giorni prima, il 26 marzo, Ugo La Malfa decede a causa di un ictus. Il 2 aprile Pertini firma il decreto di scioglimento anticipato delle Camere, il terzo in sette anni <280.
    [NOTE]
    268 Cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 220-226; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 174-175; F. Damato, op. cit., pp. 117 ss.
    269 G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 171.
    Sandro Pertini nasce a Stella (Savona) il 25 settembre 1896. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche e sociali, partecipa alla prima guerra mondiale, esercita la professione forense e si dedica all’attività politica, a causa della quale nel 1926 viene condannato al confino. Riuscito a fuggire in Francia, dove peraltro viene sottoposto a ulteriori processi per la sua attività politica, torna in Italia nel 1929, ma viene nuovamente sottoposto a processo e condannato a undici anni di reclusione (ne sconterà sette e per gli altri otto, avendo rifiutato la grazia, sarà destinato al confino). Riacquistata la libertà nel 1943, entra nel partito socialista. Viene catturato dalle SS e condannato a morte, ma riesce a fuggire insieme a Giuseppe Saragat. A Milano diviene segretario del partito socialista e conduce la lotta partigiana. Si dedica inoltre all’attività giornalistica. Diviene successivamente segretario del Psi, deputato della Costituente, poi senatore e capogruppo del partito, più avanti deputato, vice-presidente e presidente della Camera. A seguito del fallimento dell’unificazione tra Psi e Psdi, rassegna le dimissioni, che tuttavia vengono respinte da tutti i gruppi parlamentari. Rassegna le dimissioni da Presidente della Repubblica nove giorni prima della scadenza, forse deluso dalla scarsa propensione delle forze politiche a sostenere una sua ricandidatura. Muore il 24 febbraio 1990 (quirinale.it; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 171-173; 197).
    270 Per il discorso di insediamento integrale, cfr. F. Damato, op. cit., pp. 196 ss. Per alcuni commenti sul discorso di insediamento, cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 175-176.
    271 Il discorso pronunciato da Berlinguer durante l’incontro con i partiti della maggioranza è riportato integralmente in l’Unità del 27 gennaio 1979 (consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39). Per una dettagliatissima e precisa ricostruzione delle ragioni della crisi, le cui origini sono fondamentalmente da rinvenirsi nel difficile raccordo tra spinta autonomistica delle istituzioni rispetto agli schemi di partito e necessità di mantenimento dei tradizionali rapporti di forza politici che, a partire dal risultato elettorale del giugno 1976, si impone alle forze politiche, cfr. A. Manzella, op. cit., pp. 11-27.
    272 Cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., p. 246. Pertini, già da presidente della Camera, si era sempre a favore delle parlamentarizzazioni delle crisi. Pochi giorni prima del dibattito parlamentare, egli ribadisce questa convinzione al Presidente del Consiglio, affermando di non essere disposto ad accettare una crisi extra-parlamentare. La crisi in commento, “riportata nell’alveo parlamentare ma solo entro i limiti di un’autentica notarile”, è percepita da alcuni come una “occasione mancata” da parte del Presidente di far valere la sua convinzione e porre fine all’uso delle crisi extra-parlamentari, che costituiscono una “violenza alla Costituzione” e sono un’ottima via di fuga per le forze politiche che non vogliono assumere posizioni chiare di cui assumersi la responsabilità (Luigi d’Amato, Un’occasione mancata, in Vita del 2 febbraio 1979, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39).
    273 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39. Si ricorda, inoltre, il rifiuto di Pertini di ricevere il segretario del partito radicale, il francese Jean Fabre, in applicazione del combinato disposto degli artt. 49 e 67 Cost. Infatti, mentre la Costituzione riconosce agli stranieri i diritti civili, non può dirsi altrettanto dei diritti politici. In particolare, se in mancanza di una previsione legislativa può ritenersi lecita l’iscrizione ai partiti (e lo svolgimento di cariche all’interno degli stessi) da parte di stranieri, da ciò non può conseguire un riconoscimento ai regolamenti e alle determinazioni di partito una valenza giuridico-costituzionale (ex artt. 49 e 67 Cost.). Sulla questione si apre un dibattito tra i costituzionalisti, che si dividono tra coloro che supportano la decisione del Capo dello Stato (Silvano Tosi, Paolo Biscaretti di Ruffia) e coloro che, al contrario, ritengono che l’esclusione del segretario sia un “passo falso” (Valerio Onida). Cfr. sul punto, S. Tosi, Un intruso al Quirinale, in La Nazione del 3 febbraio 1979; V. Onida, Si può consultare un segretario straniero, in Corriere della Sera del 9 febbraio 1979; P. Biscaretti di Ruffia, Non è stato un “passo falso” il rifiuto di ricevere Fabre, in Corriere della Sera del 15 febbraio 1979, consultabili in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39). Per un complessivo giudizio sulla gestione della crisi, cfr. S. Rodotà, Il Quirinale e la crisi, in La Repubblica del 9 febbraio 1979.
    274 A. Manzella, op. cit., pp. 30-31.
    275 Cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 230-234. Cfr. anche A. Manzella, op. cit., 40 ss., 58 ss., il quale fornisce una dettagliata ricostruzione dello svolgimento delle trattative.
    276 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 178-179; A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 235-237. La decisione presa da Pertini è vista con favore da vari studiosi. Luigi d’Amato e Giovanni Ferrara ravvisano un lodevole tentativo del Capo dello Stato di sbloccare la situazione senza ricorrere a elezioni anticipate, peraltro non adombrate dai partiti politici (cfr. L. d’Amato, Un certo stile, in Vita del 9 marzo 1979; G. Ferrara, Ha messo la crisi su una strada precisa, in il Giorno del 9 marzo 1979 consultabili in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39). Della stessa opinione è Stefano Rodotà, il quale constata un inedito spostamento del “baricentro politico […] da piazza del Gesù a piazza del Quirinale”, che trova soltanto in parte nell’autonomismo presidenziale degli incarichi di Einaudi a Pella e di Gronchi a Tambroni dei precedenti, in quanto “l’incapacità democristiana di garantire una gestione politica della crisi” non è mai stata “così evidente e paralizzante” (S. Rodotà, L’indipendente di sinistra che abita al Quirinale, in la Repubblica dell’8 marzo 1979, consultabile in ibidem, busta 39). Silvano Tosi – pur riconoscendo che questa sorta di “incarico a tre” desta perplessità in quanto di fatto sposta dall’incaricato al Presidente della Repubblica la titolarità della scelta dei vice-presidenti – si spinge anche più oltre nei giudizi positivi, ritenendo che il Capo dello Stato sia riuscito a riappropriarsi di prerogative costituzionali che nei primi trent’anni di Repubblica i partiti avevano sottratto al Quirinale, in quanto: a) ripristina di fatto i poteri presidenziali di nomina del governo e scioglimento; b) inserendo alla vice-presidenza La Malfa e Saragat, crea le condizioni per una più libera scelta dei ministri da parte dell’incaricato, c) accontenta la Dc incaricando un esponente cattolico; d) ponendo questa soluzione governativa come necessaria alla risoluzione della crisi, in sostanza delinea come unica alternativa lo scioglimento anticipato, spostandone l’eventuale responsabilità sulle forze politiche che si rifiutino di accordare la fiducia al Governo, come accadrà; e) si assicura che sarà il governo Andreotti a gestire le consultazioni elettorali (cfr. S.Tosi, Il punto costituzionale, in La Nazione dell’8 marzo 1979, consultabile in ibidem, busta 39). A parere di chi scrive, quest’ultimo punto appare particolarmente indicativo di una scelta “di principio” di Pertini tutt’altro che discutibile: infatti, il Capo dello Stato garantisce che, nel caso di elezioni anticipate, le elezioni siano affidate non a un monocolore dimissionario in virtù di una crisi extra-parlamentare (cui il Presidente si è sempre detto contrario), bensì al nuovo governo, rifiutato espressamente mediante la mancata approvazione della mozione di fiducia. In tal modo l’asse della responsabilità si sposta inevitabilmente sulle forze politiche. Del tutto a favore dell’iniziativa presidenziale sono Andrea Manzella e Paolo Armaroli. Più dura la valutazione di Baldassarre e Mezzanotte, i quali sottolineano che, nonostante il tentativo di “salvare la forma costituzionale”, “resta la grave rottura della Costituzione consumata con l’incarico per un ‘governo a tre’ divenuto poi un ‘governo a due’ ” (A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., p. 237).
    277 Il V governo Andreotti non manca di essere definito da Andrea Manzella “governo del presidente”, in quanto governo frutto di una esclusiva designazione presidenziale, sullo sfondo di una paralisi del sistema politico. L’esigenza è quella di creare un governo che consenta di fornire agli elettori l’immagine di un ritorno al binomio “governo istituzionale-governo dei partiti”: un governo che garantisca ai cittadini “la ripresa dell’intera funzionalità del sistema
    nella sua componente partitica e in quella istituzionale” (A. Manzella, op. cit., pp. 116-117). Della stessa opinione sono G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 179. Ancora, Paolo Armaroli mette in luce il contributo che il Capo dello Stato fornisce alla formazione del governo, invitandolo a non rinunciare all’incarico prima di aver sentito le deliberazioni ufficiali delle direzioni dei partiti (cfr. P. Armaroli, La doppia fiducia, in Quaderni Costituzionali n. 3/1981, Bologna, il Mulino, p. 585). Armaroli ravvisa l’influenza del Capo dello Stato anche nella decisione di Andreotti di accettare l’incarico senza riserva: avrebbe preso la decisione su suggerimento di Pertini, che vuole evitare uno scioglimento anticipato delle camere (cfr. ibidem, p. 586).
    278 La situazione di smarrimento dei partiti è vivacemente descritta da Giuliano Amato, che, nel ravvisare l’esigenza di una riforma istituzionale che cambi il sistema elettorale o, addirittura, la forma di governo, denuncia l’immobilismo della Dc, l’indecisione del Pci e l’incertezza dei socialisti: “i cerini cominciano a finire nelle mani del Capo dello Stato, che li maneggia con grande abilità, ma ai confini delle proprie competenze; ovvero passano nelle mani del corpo elettorale, che tuttavia viene immesso nel gioco non per decidere, ma perché non c’è altro modo di far passare il tempo” (G. Amato, Prova d’orchestra, in la Repubblica del 13 marzo 1979, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 39).
    279 E’ la quarta volta nella storia della Repubblica che un governo non ottiene la fiducia iniziale del Parlamento, dopo il VIII ministero De Gasperi (1953), Fanfani I (1954) e Andreotti I (1972). Un altro caso sarà quello del governo Fanfani VI (1987).
    280 Per i vari passaggi della “lunga crisi” cfr. anche G. Smurra, L’iter di formazione del V governo Andreotti: una lunga crisi “al buio” senza via d’uscita, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta
    costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 16/2013.
    Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna, 2015

    https://bigarella.wordpress.com/2024/11/12/craxi-pensava-che-pertini-non-avrebbe-vinto-la-corsa-alla-presidenza/

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