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6 results for “Ilona”

  1. Vitamina D inalatoria nella BPCO: perché la pillola non basta e il polmone potrebbe avere bisogno di una via diretta

    Chi si occupa di broncopneumopatia cronica ostruttiva conosce bene il paradosso della vitamina D: i pazienti con BPCO hanno quasi sempre livelli sierici bassi, la carenza è associata in modo ripetuto a peggiori esiti respiratori, eppure gli studi randomizzati che hanno testato la supplementazione orale per anni non sono riusciti a dimostrare benefici clinicamente rilevanti. Una nuova prospettiva pubblicata il 30 giugno 2026 su Chronic Obstructive Pulmonary Diseases: Journal of the COPD Foundation, firmata da un gruppo della University of North Carolina School of Medicine, propone una spiegazione elegante di questo disallineamento tra epidemiologia osservazionale e risultati sperimentali: il problema potrebbe non essere la vitamina D in sé, ma il modo in cui la somministriamo.

    Il disallineamento che la letteratura conosce da tempo

    Il razionale di partenza non è nuovo: pazienti con BPCO, asma e fibrosi cistica presentano frequentemente ipovitaminosi D, e i dati osservazionali associano questa carenza a tassi più elevati di ospedalizzazione nella BPCO, a una funzione respiratoria peggiore nell’asma e a esiti respiratori più sfavorevoli nella fibrosi cistica. Su questa base sono stati condotti negli anni numerosi trial randomizzati di supplementazione orale, con risultati nel complesso deludenti: una metanalisi di dati individuali di partecipanti, pubblicata su Thorax nel 2019, non ha rilevato un effetto protettivo consistente della vitamina D orale sulle riacutizzazioni di BPCO nella popolazione generale di pazienti, sebbene alcuni sottogruppi con carenza severa mostrassero un beneficio. Il trial multicentrico britannico ViDiCO, pubblicato su The Lancet Respiratory Medicine nel 2015, aveva già anticipato questa sfumatura: la supplementazione con colecalciferolo riduceva le riacutizzazioni moderate-severe solo nei pazienti con livelli basali di 25-idrossivitamina D inferiori a 50 nmol/L, senza alcun effetto sulle infezioni delle alte vie respiratorie né, soprattutto, alcun beneficio dimostrabile nei pazienti non severamente carenti.

    In altre parole, la letteratura degli ultimi quindici anni aveva già suggerito che “più vitamina D in circolo” non equivale automaticamente a “più vitamina D dove serve”. Il nuovo articolo prova a spiegare perché.

    L’ipotesi molecolare: un enzima che disattiva la vitamina D prima che arrivi al bersaglio

    Il primo autore, Kevin Schichlein, PhD, postdoc del Marsico Lung Institute della UNC, propone un meccanismo preciso: la vitamina D assunta per via orale, dopo il metabolismo epatico e la diffusione sistemica, verrebbe inattivata da un enzima presente nelle cellule endoteliali dei vasi sanguigni polmonari prima ancora di raggiungere il tessuto delle vie aeree.

    «Pensiamo che la ragione sia che la vitamina D orale venga inattivata da un enzima nei vasi sanguigni del polmone prima che raggiunga il tessuto delle vie aeree. Consegnarla direttamente al polmone tramite inalazione potrebbe eliminare del tutto questo problema» – ha dichiarato Schichlein.

    L’enzima in questione è il CYP24A1 (24-idrossilasi), responsabile della degradazione della forma biologicamente attiva della vitamina D nella forma destinata all’escrezione. Uno studio sui profili di espressione genica correlati alla vitamina D nelle vie aeree di pazienti con BPCO, pubblicato su Respiratory Research, ha documentato un’espressione particolarmente elevata di CYP24A1 nelle cellule endoteliali vascolari polmonari, a fronte di un’espressione del recettore della vitamina D (VDR) limitata allo strato apicale dell’epitelio bronchiale differenziato e assente nell’endotelio vascolare. Questa distribuzione spaziale supporta l’idea che la vitamina D sistemica possa venire degradata proprio nel passaggio attraverso il circolo polmonare, prima di raggiungere il compartimento epiteliale e le cellule immunitarie tissutali dove esercita la propria azione biologica.

    La proposta: trattare il polmone come bersaglio locale, non come tappa di un percorso sistemico

    La conseguenza logica di questa ipotesi è un cambio di paradigma terapeutico: se il problema è la via di somministrazione, la soluzione potrebbe essere la somministrazione diretta per via inalatoria o topica, che aggirerebbe l’inattivazione vascolare raggiungendo l’epitelio bronchiale in forma ancora attiva.

    «La somministrazione topica o inalatoria di vitamina D è già oggetto di studio per le patologie delle alte vie respiratorie, con dati preclinici e alcuni trial clinici preliminari che mostrano risultati promettenti. Estendere questo approccio alle basse vie respiratorie potrebbe essere un’estensione logica di queste osservazioni» – ha spiegato Ilona Jaspers, PhD, professoressa di Pediatria e coautrice dello studio.

    «C’è da tempo un disallineamento tra i danni ben documentati della carenza di vitamina D e il fallimento dei trial clinici di supplementazione orale nel migliorare la salute respiratoria. Crediamo che questo disallineamento possa riflettere un metodo di somministrazione non ottimale della vitamina D, piuttosto che una sua inefficacia complessiva. La somministrazione inalatoria diretta potrebbe aprire nuove opportunità terapeutiche per la BPCO e altre malattie polmonari croniche» – inquadra così il senso complessivo della proposta, Bradley Drummond, MD, professore di Medicina Polmonare e Terapia Intensiva e coautore.

    «Se la vitamina D inalata si dimostrasse sicura ed efficace nei trial clinici, potrebbe diventare un’aggiunta a basso costo alle terapie già esistenti per i milioni di persone che vivono con malattie polmonari croniche. La molecola è già ben caratterizzata ed economica: la novità sta nel trattare il polmone come bersaglio locale, invece di presumere che una pillola vi arriverà comunque, inoltre un vantaggio pratico non trascurabile per l’eventuale traslazione clinica» – sottolinea Schichlein.

    Cosa manca ancora: dall’ipotesi meccanicistica al trial clinico

    È importante essere chiari su cosa questo lavoro rappresenti e cosa no: si tratta di un articolo di prospettiva (“perspective”), non di un trial clinico. Gli stessi autori insistono sulla necessità di studi clinici nell’uomo per verificare la sicurezza della somministrazione inalatoria, identificare la dose ottimale e comprendere l’efficacia reale del composto per questa via. Il razionale biologico — riduzione dell’infiammazione locale, rinforzo delle difese innate delle vie aeree, potenziale riduzione della frequenza o gravità delle riacutizzazioni — resta per ora un’ipotesi plausibile fondata su dati preclinici e su un meccanismo molecolare coerente, non una evidenza di efficacia clinica.

    Commento editoriale

    Questo lavoro mi interessa non tanto per la promessa terapeutica, che resta ancora tutta da dimostrare, quanto per l’esercizio di ragionamento clinico che lo sottende, ed è un esercizio che vale la pena condividere con i colleghi che gestiscono pazienti con BPCO nei nostri ambulatori e nei nostri reparti. Da anni prescriviamo colecalciferolo ai pazienti BPCO con ipovitaminosi D, spesso con l’aspettativa implicita che la correzione del deficit sierico si traduca in un beneficio respiratorio. I dati di ViDiCO e la metanalisi Thorax 2019 ci avevano già insegnato, con la consueta cautela della evidence-based medicine, che questo beneficio è modesto e limitato ai pazienti con carenza severa, non un effetto generalizzabile a tutta la popolazione BPCO. Questo nuovo lavoro aggiunge un pezzo mancante al puzzle: non è che la vitamina D sia inefficace sul polmone, è che probabilmente non ci arriva mai in quantità sufficiente quando la somministriamo per bocca.

    È un ragionamento che trovo scientificamente onesto, perché non si limita a proporre un nuovo farmaco o una nuova molecola, ma rimette in discussione la via di somministrazione di un composto già ben noto, economico e sicuro — un approccio metodologicamente più elegante, a mio parere, di molte proposte terapeutiche che affollano la letteratura pneumologica con molecole nuove e costose. Detto questo, come clinico abituato a diffidare degli entusiasmi precoci, sento il dovere di ricordare ai lettori — e a me stesso — che siamo ancora nella fase dell’ipotesi mecanicistica supportata da dati di espressione genica ed evidenza preclinica: nessun trial randomizzato ha ancora testato la vitamina D inalatoria nella BPCO conclamata, e la storia della pneumologia è piena di razionali biologici solidi che non si sono tradotti in beneficio clinico dimostrabile alla prova del trial randomizzato controllato — la stessa vitamina D orale, del resto, ne è l’esempio più recente.

    La mia raccomandazione pratica per i colleghi, in attesa dei trial clinici che gli stessi autori auspicano, è di continuare a comportarsi esattamente come indica l’evidenza attuale: dosare la 25-idrossivitamina D nei pazienti con BPCO, specialmente in quelli con riacutizzazioni frequenti, e considerare la supplementazione orale solo nei pazienti con carenza severa documentata (livelli inferiori a 50 nmol/L, secondo la soglia usata nel trial ViDiCO), senza aspettarsi un beneficio generalizzato in chi non è severamente carente. E nel frattempo, guardare con interesse — ma senza fretta prescrittiva — a come si evolverà la ricerca sulla somministrazione inalatoria, che se confermata da trial clinici solidi potrebbe davvero rappresentare un’aggiunta terapeutica a basso costo per una malattia che di opzioni economiche ne ha sempre avute poche.

    Schichlein, K. D., Jaspers, I., & Drummond, M. B. (2026). Reconsidering vitamin D supplementation in pulmonary disease: The case for targeted respiratory delivery. Chronic Obstructive Pulmonary Diseases: Journal of the COPD Foundation, 13(3), 249-254. https://doi.org/10.15326/jcopdf.2025.0713

    Phillips, B. (2026, 15 giugno). Targeting delivery to the lungs: Inhaled vitamin D could be new strategy. UNC School of Medicine Newsroom. https://news.unchealthcare.org/2026/06/targeting-delivery-to-the-lungs-inhaled-vitamin-d-could-be-new-strategy/

    Technology Networks. (2026, 30 giugno). Inhaled vitamin D may offer respiratory benefits in COPD. https://www.technologynetworks.com/drug-discovery/news/inhaled-vitamin-d-may-offer-respiratory-benefits-in-copd-414145

    Martineau, A. R., James, W. Y., Hooper, R. L., et al. (2015). Vitamin D3 supplementation in patients with chronic obstructive pulmonary disease (ViDiCO): A multicentre, double-blind, randomised controlled trial. The Lancet Respiratory Medicine, 3(2), 120-130. https://doi.org/10.1016/S2213-2600(14)70255-3

    Jolliffe, D. A., Greenberg, L., Hooper, R. L., et al. (2019). Vitamin D to prevent exacerbations of COPD: Systematic review and meta-analysis of individual participant data from randomised controlled trials. Thorax, 74(4), 337-345. https://doi.org/10.1136/thoraxjnl-2018-212092

    Heulens, N., Korf, H., Mathyssen, C., et al. (2020). Local expression profiles of vitamin D-related genes in airways of COPD patients. Respiratory Research, 21(1), 168. https://doi.org/10.1186/s12931-020-01405-0

    Mathyssen, C., Gayan-Ramirez, G., Bouillon, R., & Janssens, W. (2017). Vitamin D supplementation in respiratory diseases: Evidence from randomized controlled trials. Polish Archives of Internal Medicine, 127(11), 775-784. https://doi.org/10.20452/pamw.4134

    #asma #BPCO #colecalciferolo #CYP24A1 #evidenceBasedMedicine #fibrosiCistica #malattiePolmonariCroniche #medicinaInterna #pneumologia #riacutizzazioni #ricercaTraslazionale #somministrazioneInalatoria #terapiaRespiratoria #ViDiCO #vitaminaD
  2. ILANA IZQUIERDO FUE BAJA CON COLOMBIA 🇨🇴🐯

    La mediocampista de #TigresFemenil no se integró a la concentración de la Selección de Colombia para los amistosos ante Venezuela debido a una molestia física.

    🔃 En su lugar, Sara Martínez, jugadora de Atlético Nacional, recibió el llamado para completar la convocatoria de Angelo Marsiglia.

    📌 Su club esperará el reporte médico para conocer el alcance de la lesión.

    🇲🇽 Más allá de la baja de Izquierdo, la Liga Femenil tiene tres representantes más en el cuadro cafetero: Daniela Arias (León)🦁, Marcela Restrepo (Rayadas)🤠 y Manuela Pavi (Toluca)👹.

    📷 ilanaizquierdo | lafcfem

  3. Suomeen pakenee Venäjältä yksittäisiä sotilaita, jotka osaavat jo kiertää itärajan esteaidan

    Tänä vuonna epäiltyjä laittomia rajanylityksiä on ollut Pohjois-Karjalan alueella Ilomantsissa ja Tuupovaarassa.

    yle.fi/a/74-20250119

    #Turvallisuus #Joensuu #Ilomantsi #Tuupovaara #Rajanylitys #Laitonrajanylitys #Itärajanesteaita #Kotimaa #Pohjoiskarjala

  4. Jak wyłączyć i usunąć z dysku Apple Intelligence w macOS 27

    W macOS 27 Golden Gate zniknął przełącznik, który pozwalał całkowicie wyłączyć Apple Intelligence. Open-source’owe narzędzie RemoveMacAI usuwa modele AI i odzyskuje ok. 12 GB miejsca, ale działa na nieoficjalnych mechanizmach. Do tego polecenie w Terminalu, które pozbywa się pływającego przycisku „Write with Siri”.

    Przy aktualizacji do macOS 27 Golden Gate system sam pobiera spory model AI, i to bez możliwości odmowy. Apple podaje, że najnowsze funkcje Apple Intelligence wymagają nawet 14 GB. W macOS 26 było to do 7 GB, więc apetyt wyraźnie urósł. MacRumors pisał już wcześniej, że u części użytkowników zajęte miejsce przekracza nawet 30 GB. Siri AI, a przy niej Apple Intelligence, stała się obowiązkową częścią systemu.

    RemoveMacAI: usuwa modele i pilnuje, żeby nie wróciły

    Odpowiedzią społeczności jest projekt RemoveMacAI, który indie deweloper Om Lahore wrzucił na GitHuba pod koniec zeszłego tygodnia. Jak opisuje MacRumors, w macOS 27 Apple usunęło przełącznik wyłączający Apple Intelligence w całości, a wyłączanie pojedynczych funkcji nie kasuje samych modeli z dysku. Narzędzie obchodzi to za pomocą profilu konfiguracyjnego, który wyłącza usługę zarządzania zasobami Apple i usuwa modele. Próby ich ponownego pobrania są przekierowywane na zamknięty lokalny port. Całość działa bez wyłączania System Integrity Protection i bez grzebania w chronionych lokalizacjach systemowych, co odróżnia ją od starszych tego typu rozwiązań.

    Zysk to mniej więcej 12 GB, choć niektórzy użytkownicy zgłaszają, że odzyskali znacznie więcej. Przy Makach z dyskiem 256 GB, którego nie da się rozbudować, ma to realne znaczenie.

    Co przestaje działać?

    Cena jest wysoka. Z listy autora i opisów obu serwisów wynika, że znikają: Siri (łącznie z „Hey Siri” i ikoną w pasku menu), Writing Tools, Genmoji, Image Playground, integracja z ChatGPT, podsumowania w Mailu, Wiadomościach, Safari, Notatkach i powiadomieniach, inteligentne odpowiedzi w Mailu, podpowiedzi tekstu, Spatial Photos, Photos Clean Up i predykcyjne uzupełnianie kodu w Xcode. Przestają też działać aplikacje korzystające z modeli Apple (framework Foundation Models i akcja „Użyj modelu” w Skrótach), Visual Intelligence oraz edycja w języku naturalnym w Kalendarzu. Dyktowanie działa dalej, bo to osobne ustawienie z osobnymi modelami. Całość można odwrócić poleceniem przywracającym.

    Dlaczego Marcus Mendes z 9to5Mac radzi się dwa razy zastanowić?

    Redakcja 9to5Mac uznaje argumenty użytkowników za zasadne, zwłaszcza przy małych dyskach, i pisze wprost o podstawowej kontroli nad własnym systemem. Zaraz potem dodaje jednak ostrzeżenia. To nieoficjalne narzędzie wprowadzające zmiany na poziomie systemu i opierające się na profilach konfiguracyjnych oraz kluczach ograniczeń, które Apple może zmienić w każdej chwili. Autor projektu sam zaznacza, że część z tych kluczy Apple oznaczyło jako przestarzałe już w macOS 26.4. Wciąż działają w macOS 27.0.1, ale kolejna aktualizacja może to zmienić. Nie wiadomo też, jak wyłączenie tych komponentów wpłynie na sam system i na aplikacje trzecie, które coraz częściej opierają się na modelach Apple. MacRumors zaznacza przy tym, że nie rekomenduje narzędzia i każdy używa go na własne ryzyko.

    Osobny problem: pływający przycisk „Write with Siri”

    Kolejną rzeczą, która irytuje część użytkowników, jest pływający przycisk „Write with Siri”, pojawiający się przy niemal każdym polu tekstowym, oraz nowe pozycje „Ask Siri” i „Edit with Siri” na samej górze menu kontekstowego. W Ustawieniach systemowych nie ma na to prostego przełącznika. Jak opisuje OS X Daily, pomaga sztuczka odkryta przez pdfu. W Terminalu trzeba wpisać dwa polecenia:

    sudo mkdir -p /Library/Preferences/FeatureFlags/Domain
    

    oraz

    sudo defaults write /Library/Preferences/FeatureFlags/Domain/WritingTools LightweightUI_macOS -dict Enabled -bool false

    Następnie trzeba zrestartować Maca. Znikną wtedy pływające przyciski i powiązane z nimi kontekstowe akcje Siri AI. Powrót do stanu wyjściowego to jedno polecenie:

    sudo defaults delete /Library/Preferences/FeatureFlags/Domain/WritingTools LightweightUI_macOS
    

    Też z restartem. To metoda oparta na ukrytej fladze funkcji, więc po przyszłej aktualizacji systemu może przestać działać.

    Jedno i drugie obejście mówi coś o stosunku Apple do wyboru użytkownika. Firma, która przez lata budowała wizerunek opartą na kontroli i prywatności, tym razem zamyka drzwi przed tymi, którzy po prostu nie chcą AI na swoim komputerze. Reakcje czytelników MacRumors są zresztą dość jednoznaczne: nie sam brak AI jest problemem, tylko brak wyboru. Dobrze byłoby, gdyby Apple samo dodało oficjalny przełącznik, zanim ludzie zaczną instalować profile konfiguracyjne z GitHuba.

    Jeżeli chodzi o mnie to nie zamierzam niczego usuwać z macOS 27, zwłaszcza, że z nowej Siri AI (po polsku) korzystam każdego dnia, o czym więcej opowiadam w jednym z ostatnich odcinków podcastu „Bo czemu nie?”.

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