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Articolo molto piacevole sulla “destra sociale”, i riferimenti impliciti sono a Vannacci e #Alemanno, il manifesto di oggi 26 giugno.
“L’entrata in campo di Gianni Alemanno ripropone uno dei miti ricorrenti della destra italiana: quello della «socialità». Già in passato Alemanno se ne è fatto interprete – assieme ad altri esponenti di Alleanza nazionale e poi di Fratelli d’Italia, come Giano Accame e Francesco Storace – nella forma della cosiddetta «destra sociale», che aveva non poche radici nel tentativo di «sfondamento a sinistra» concepito da Pino #Rauti. Anche il partito guidato da Giorgia #Meloni, pur non potendo essere identificato tout court con quella tradizione, ne ha riattivato parti del lessico e dell’immaginario.
È la destra che non ama Wall Street, non sogna Silicon Valley, non si commuove davanti al lessico aziendale della competitività e non considera il mercato l’ultimo giudice della storia; che guarda con sospetto l’americanismo, la società dei consumi, l’individualismo proprietario, la riduzione dell’uomo a produttore, consumatore, contribuente e spettatore. Pensa oggi Alemanno di poter riattivare queste istanze nella destra «nazionale» di Roberto Vannacci, in una chiave più radicale, identitaria, contro la normalizzazione governativa?
Qui nasce il problema. La destra sociale può criticare il capitalismo come dissoluzione, usura e sradicamento; può denunciare il dominio del denaro, la mercificazione dell’esistenza, la distruzione dei legami comunitari. Ma non riesce a riconoscere come legittimi proprio gli strumenti politici che potrebbero contenere il potere del capitale: il sindacato, la redistribuzione, la tassazione progressiva, lo Stato sociale, il conflitto di classe. È questo il suo vicolo cieco. Parla contro il capitalismo, ma diffida degli strumenti capaci di limitarlo. Denuncia lo sradicamento prodotto dal mercato, ma si ritrae davanti alle politiche che potrebbero correggerne gli effetti. Dice di voler difendere il popolo, ma non accetta il conflitto tra chi possiede e chi lavora. Dice di combattere il cosmopolitismo del denaro, ma finisce per allearsi con chi il denaro lo accumula.
In questa frizione si inserisce la destra economica. Essa non ha alcun interesse per le raffinatezze della destra sociale: Tradizione, comunità organica, critica dell’americanismo, lotta al nichilismo, civiltà contro la tecnica, ecologia identitaria. Tutto questo può essere tollerato come arredamento culturale, profumo di cuoio antico in una stanza dove poi si firmano decreti fiscali, condoni, privatizzazioni, deregolazioni e tagli alla spesa sociale. Alla destra economica interessa una sola cosa: l’ostilità verso le organizzazioni dei lavoratori, il disprezzo per il sindacato, il fastidio per la conflittualità sociale, l’identificazione della redistribuzione con il furto e della tassazione con il «pizzo di Stato».
Così la destra sociale, appena cerca il potere, perde la propria maschera. Entra nei governi, nelle coalizioni, nei ministeri, nelle amministrazioni; e finisce per sottomettersi alla necessità dei mercati. Il suo anticapitalismo diventa nostalgia letteraria; l’antiamericanismo si trasforma in fedeltà atlantica; il «sociale» si riduce a qualche bonus; la sovranità economica si scioglie nella disciplina dei conti. A quel punto il suo destino è segnato. La destra sociale diventa semplicemente destra. Conserva il lessico del popolo, ma governa per le classi proprietarie; invoca la nazione, ma obbedisce ai vincoli internazionali; celebra la comunità, ma lascia intatti i rapporti economici che la dissolvono. Il caso Meloni ha offerto una dimostrazione piuttosto istruttiva di ciò che accade al «sociale» quando la destra approda al governo. È lecito dubitare che Vannacci possa sottrarsi al medesimo destino.
Per evitarlo, la destra sociale dovrebbe prendere sul serio il proprio anticapitalismo fino a rompere con la destra economica. Ma proprio questo non riesce a fare. Preferisce restare ciò che è: radicale nei simboli, moderata nei rapporti economici; rivoluzionaria nei toni, conservatrice negli effetti; nemica dichiarata del sistema, sua ausiliaria effettiva. Ed è forse questa la sua condanna più sottile: credere di combattere la modernità mentre ne serve il meccanismo più potente. Gridare contro il mondo del denaro e finire per fargli da scudo. Parlare di destino, comunità e civiltà, mentre la vecchia e ben oliata destra economica incassa profitti, consolida rendite e preserva, quando non accresce, il proprio peso.”
La parte finale mi pare molto interessante -
Articolo molto piacevole sulla “destra sociale”, i riferimenti impliciti sono a Vannacci e #Alemanno, il manifesto di oggi 26 giugno.
“L’entrata in campo di Gianni Alemanno ripropone uno dei miti ricorrenti della destra italiana: quello della «socialità». Già in passato Alemanno se ne è fatto interprete – assieme ad altri esponenti di Alleanza nazionale e poi di Fratelli d’Italia, come Giano Accame e Francesco Storace – nella forma della cosiddetta «destra sociale», che aveva non poche radici nel tentativo di «sfondamento a sinistra» concepito da Pino #Rauti. Anche il partito guidato da Giorgia #Meloni, pur non potendo essere identificato tout court con quella tradizione, ne ha riattivato parti del lessico e dell’immaginario.
È la destra che non ama Wall Street, non sogna Silicon Valley, non si commuove davanti al lessico aziendale della competitività e non considera il mercato l’ultimo giudice della storia; che guarda con sospetto l’americanismo, la società dei consumi, l’individualismo proprietario, la riduzione dell’uomo a produttore, consumatore, contribuente e spettatore. Pensa oggi Alemanno di poter riattivare queste istanze nella destra «nazionale» di Roberto Vannacci, in una chiave più radicale, identitaria, contro la normalizzazione governativa?
Qui nasce il problema. La destra sociale può criticare il capitalismo come dissoluzione, usura e sradicamento; può denunciare il dominio del denaro, la mercificazione dell’esistenza, la distruzione dei legami comunitari. Ma non riesce a riconoscere come legittimi proprio gli strumenti politici che potrebbero contenere il potere del capitale: il sindacato, la redistribuzione, la tassazione progressiva, lo Stato sociale, il conflitto di classe. È questo il suo vicolo cieco. Parla contro il capitalismo, ma diffida degli strumenti capaci di limitarlo. Denuncia lo sradicamento prodotto dal mercato, ma si ritrae davanti alle politiche che potrebbero correggerne gli effetti. Dice di voler difendere il popolo, ma non accetta il conflitto tra chi possiede e chi lavora. Dice di combattere il cosmopolitismo del denaro, ma finisce per allearsi con chi il denaro lo accumula.
In questa frizione si inserisce la destra economica. Essa non ha alcun interesse per le raffinatezze della destra sociale: Tradizione, comunità organica, critica dell’americanismo, lotta al nichilismo, civiltà contro la tecnica, ecologia identitaria. Tutto questo può essere tollerato come arredamento culturale, profumo di cuoio antico in una stanza dove poi si firmano decreti fiscali, condoni, privatizzazioni, deregolazioni e tagli alla spesa sociale. Alla destra economica interessa una sola cosa: l’ostilità verso le organizzazioni dei lavoratori, il disprezzo per il sindacato, il fastidio per la conflittualità sociale, l’identificazione della redistribuzione con il furto e della tassazione con il «pizzo di Stato».
Così la destra sociale, appena cerca il potere, perde la propria maschera. Entra nei governi, nelle coalizioni, nei ministeri, nelle amministrazioni; e finisce per sottomettersi alla necessità dei mercati. Il suo anticapitalismo diventa nostalgia letteraria; l’antiamericanismo si trasforma in fedeltà atlantica; il «sociale» si riduce a qualche bonus; la sovranità economica si scioglie nella disciplina dei conti. A quel punto il suo destino è segnato. La destra sociale diventa semplicemente destra. Conserva il lessico del popolo, ma governa per le classi proprietarie; invoca la nazione, ma obbedisce ai vincoli internazionali; celebra la comunità, ma lascia intatti i rapporti economici che la dissolvono. Il caso Meloni ha offerto una dimostrazione piuttosto istruttiva di ciò che accade al «sociale» quando la destra approda al governo. È lecito dubitare che Vannacci possa sottrarsi al medesimo destino.
Per evitarlo, la destra sociale dovrebbe prendere sul serio il proprio anticapitalismo fino a rompere con la destra economica. Ma proprio questo non riesce a fare. Preferisce restare ciò che è: radicale nei simboli, moderata nei rapporti economici; rivoluzionaria nei toni, conservatrice negli effetti; nemica dichiarata del sistema, sua ausiliaria effettiva. Ed è forse questa la sua condanna più sottile: credere di combattere la modernità mentre ne serve il meccanismo più potente. Gridare contro il mondo del denaro e finire per fargli da scudo. Parlare di destino, comunità e civiltà, mentre la vecchia e ben oliata destra economica incassa profitti, consolida rendite e preserva, quando non accresce, il proprio peso.”
La parte finale mi pare molto interessante -
Etwas spät dran, dafür ein ganzer Satz von #Rauti-Tassen! #Tassenfreitag
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Etwas spät dran, dafür ein ganzer Satz von #Rauti-Tassen! #Tassenfreitag
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l ruolo dei dirigenti del #MSI – commissione stragi
Si legge che
«l’ambasciata #USA si è avvalsa e si avvale di #Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste».
https://4agosto1974.wordpress.com/2014/12/28/l-ruolo-dei-dirigenti-del-msi-commissione-stragi-seconda-parte/ -
l ruolo dei dirigenti del #MSI – commissione stragi
Si legge che
«l’ambasciata #USA si è avvalsa e si avvale di #Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste».
https://4agosto1974.wordpress.com/2014/12/28/l-ruolo-dei-dirigenti-del-msi-commissione-stragi-seconda-parte/ -
1985-2022: BUON COMPLEANNO RADIO ONDA D’URTO! DAL 16 AL 18 DICEMBRE TRE GIORNI DI INIZIATIVE CON IL GATTO NERO. https://www.radiondadurto.org/2022/12/09/1985-2022-buon-compleanno-radio-onda-durto-dal-16-al-18-dicembre-tre-giorni-di-iniziative-con-il-gatto-nero/ #COMUNICATIEAPPUNTAMENTI #APPUNTAMENTIINEVIDENZA #radioondad'urto #INEVIDENZA #Compleanno #rojava #spiedo #stragi #festa #rauti #Ape