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#vescovo — Public Fediverse posts

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  1. csseo.org/1301700/ Il vescovo Claudio in Romania dal 12 al 17 agosto 2026 #Romania #vescovo

  2. #Potenza, #sindaco e #vescovo bisticciano per una mancata benedizione. Un episodio tragicomico che rende ancora più evidente il clericalismo italico.
    L'arcivescovo si rifiuta di benedire la storica parata dei turchi in onore di san Gerardo criticando "neopaganesimo" e "tradizione identitaria vuota". Per ripicca il sindaco diserta la processione del Corpus Domini.
    Ma tranquilli, clero e istituzioni si stanno già riconciliando in nome del consuetudinario clericalismo. 👇
    lagazzettadelmezzogiorno.it/ne

  3. ADORO IL GENIO - HAI PER CASO...?

    Alla #tv inglese per molto tempo non è stato possibile dire parolacce. Come farci uno sketch che giri tutto intorno a una? Il genio segue sentieri imperscrutabili...

    #adoroilgenio #17marzo #puzza #puzzetta #Marzo #comicità #comedy #cabaret #humor #BritishHumor #comicitàinglese #coro #inchiesta #scorreggia #scorreggie #risate #teatro #sketch #scenetta #sketches #videoviralシ #vídeo #vescovo #giallo #parolacce #cacca

  4. "Non perdete gli incontri col #cardinale!". Imbarazzante. La pagina del Comune di #Casalecchio di Reno (BO) si trasforma in bollettino parrocchiale e sponsorizza la visita pastorale, ossia l'ispezione territoriale da parte del #vescovo-pastore ai propri fedeli.

  5. Inizia il processo al #vescovo di Piazza Armerina e al suo vicario giudiziale. I due religiosi sono accusati di falsa testimonianza per aver coperto un #prete, ora ridotto allo stato laicale, condannato in secondo grado per #abusi su un minore.👇
    enna.gds.it/articoli/cronaca/2

  6. Il vescovo di Triste e la strage tedesca di Opicina

    La rappresaglia messa in atto il 3 aprile fu effettuata il giorno successivo all’attentato del pomeriggio del 2 aprile. La lista dei destinati alla fucilazione doveva quindi essere già pronta nella notte tra il 2 e il 3 aprile visto che all’alba del 3 fu fatto, in carcere, l’appello dei condannati.
    Tra le poche informazioni raccolte attorno alla fucilazione interessante è la reazione del Vescovo di Trieste Antonio Santin. Avuta notizia della condanna a morte degli ostaggi per l’attentato al cinema di Opicina, il vescovo, alle 5 del mattino, tentò di raggiunge l’altopiano in macchina, sperando di arrivare prima dell’esecuzione. Arrivato a Opicina si fece guidare dal parroco don Andrea Zini sino al poligono di tiro. Giunse, però, troppo tardi, quando la condanna era già stata eseguita e i cadaveri erano stati già portati via dal luogo dell’eccidio. <93 Tra le carte dell’Archivio della Diocesi di Trieste è stato ritrovato un fascicolo su Opicina <94 che ci può aiutare a fare chiarezza su quali furono le reazioni da parte degli organi ufficiali tedeschi e italiani all’attentato. Il 4 aprile l’Ortskommandantur <95 di Villa Opicina emise il seguente comunicato alla popolazione della frazione triestina: “Per ordine delle autorità militari tedesche, la popolazione di Opicina deve fare luce entro 8 giorni sull’attentato. Tutte le indicazioni devono essere presentate per iscritto o personalmente alla Ortskommandantur. E’ assicurata la più totale discrezione da parte delle autorità militari tedesche. E’ nell’interesse della stessa popolazione contribuire all’accertamento del colpevole. Il termine è fissato per il 12.4.44. Il presente ordine dovrà essere comunicato immediatamente attraverso le autorità Comunali (Consiglio Comunale) e le autorità religiose”. <96
    L’ordine delle autorità militari di Opicina era chiaro, ma tardivo rispetto alla punizione dell’attentato. La reazione del vescovo Santin non si fece certo attendere: egli scrisse subito una lettera all’Ortskommandantur di Opicina, una al Comando della Wehrmacht nell’OZAK ed infine una terza al Podestà Cesare Pagnini. “Prego cortesemente codesto Ortskommandantur di disporre che l’ordine dato alla popolazione per le ricerche intorno all’attentato nel cinematografo sia comunicato in altro modo non potendo codesto parroco eseguire personalmente quanto viene disposto sulla lettera di questi (lettera del 4 aprile 44). La ragione è la seguente. Fino ad oggi nella nostra regione furono uccisi ben tredici
    sacerdoti, ed anche recentemente i partigiani hanno portato via un parroco. Essi sono continuamente minacciati di morte. Sono diligentemente controllati in tutto quello che fanno e dicono, e tutto ciò che sembrare ostile a loro è motivo per decidere della loro sorte. Quanto viene chiesto al vecchio parroco di Opicina sarebbe interpretato certamente in questo senso e ne potrebbe andare della sua vita. Ecco perché io stesso ho disposto che in Chiesa non avvenga la chiesta pubblicazione” <97. La paura del vescovo di non compromettere il suo parroco non era giustificata, in quanto il vecchio don Zini era ben voluto dalla popolazione locale. È chiaro che si tratta di un tentativo di evitare di compromettere l’autorità religiosa, facendosi da tramite tra la popolazione e le autorità tedesche in questo particolare momento di violenza. Le parole scritte per il Comando della Wehrmacht sembrano più interessate alle sorti della popolazione di Opicina: “[…] Come vescovo della Diocesi, mentre deploro nel modo più deciso il proditorio attentato di Villa Opicina, non posso non esprimere il mio dolore per l’uccisione di tanti miei diocesani che certamente, se erano in carcere, non avevano commesso il fatto. Tanto più viva è la mia sofferenza in quanto, come promesso, non fu accordata loro l’assistenza religiosa, diritto sacro del quale nessuno può essere privato. La popolazione fu invitata a fornire indicazioni sopra gli autori dell’attentato, minacciando severe misure militari se entro 8 giorni non fosse fatta luce sullo stesso. Pesa così su quella povera gente un incubo proprio durante questi giorni santi. E siccome gli autori si saranno
    probabilmente eclissati, e, sia la mancata conoscenza degli stessi, sia il terrore largamente diffuso dai partigiani, impediranno che vi siano rivelazioni di qualche importanza, così si teme il peggio per la povera popolazione. […] io chiedo vivamente a codesto Comando di voler desistere da simili misure. La punizione già data è tale, che ulteriori provvedimenti, salvo che non si raggiungano i veri autori, desterebbero oltre che immensa pena anche l’indignazione di tutta la regione” <98.
    La popolazione aveva già subito una punizione dura ed esemplare, non si doveva andare oltre. Il vescovo chiude la lettera con un’ultima analisi dei fatti accaduti: “E’ solo la giustizia che viene accettata da ognuno, comunque egli senta, e placa gli animi; ed è essa il segno chiaro della grandezza di un popolo. Il terrore, anche come reazione, ottiene solo effetti molto effimeri e spinge ancor di più gli animi alla disperazione e quindi verso la zona della violenza”. <99
    Santin vuole cercare di bloccare un’escalation di violenza all’interno della zona cittadina, per evitare gli orrori che ben conosce nel resto del territorio della sua Diocesi (vedi l’Istria soprattutto). Sullo stesso tono la lettera al podestà: «non posso non deplorare una reazione che colpisce un tale numero di innocenti di quel delitto. Tali sistemi introdotti non so come e non so da chi negli usi di questa guerra gettano una luce ben fusca sopra la nostra generazione». <100 Quali dovessero essere le severe misure militari nei riguardi della borgata nessuno lo sapeva con precisione, si temeva la distruzione delle case e la deportazione in Germania, stessa sorte accaduta ai paesi di Comeno e Rifembergo qualche mese prima (fatti ben conosciuti da Santin). Alla richiesta di un intervento deciso presso le autorità tedesche per impedire ulteriori violenze, rispose il podestà alla vigilia del termine dell’ultimatum: “Ho fatto quanto stava in me per evitare ulteriori dolori alla gente di Poggioreale del Carso. Ho scritto una lettera al Comandante di Brigata delle SS barone von Malsen-Pockau esprimendo che le rappresaglie si fermassero alle 70 fucilazioni e dicendomi convinto che il rispetto alle leggi e agli ordini delle superiori Autorità troverà sempre conferma in questa zona e che un atto di clemenza potrà avere gli stessi o migliori risultati di un atti di repressione sulla popolazione, poiché ritengo che il pericolo sia esterno e che queste popolazioni debbano essere considerate vittime e non complici degli atti di terrore”.
    […] Scaduto l’ultimatum tedesco non ci furono altre rappresaglie nella borgata di Opicina anche se, come conferma il 21 aprile il Prefetto di Trieste in un comunicato al Ministero degli Interni della Repubblica di Salò, i colpevoli non furono individuati: “Si comunica [che] le locali autorità germaniche, in seguito all’attentato terroristico compiuto nel cinematografo di Poggioreale del Carso che provocava la morte di alcuni militari germanici, ha proceduto, per rappresaglia, all’esecuzione di 70 banditi comunisti, già detenuti. I responsabili dell’attentato finora non risulta siano stati identificati. Inoltre il Supremo Commissario per la Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, con ordinanza del 2 corr., ha ordinato lo “stato di guerra” per la frazione di Poggioreale del Carso” <104.
    Due giorni dopo però, un’altra esplosione sconvolse la città di Trieste e i suoi cittadini.
    [NOTE]
    93 G. Botteri, Antonio Santin Trieste 1943-45, Udine 1963, p. 41. Si tratta del giorno 4 aprile sicuramente.
    94 ADTS, fasc. 317/1944 Opicina.
    95 L’Ortskommandantur era il Comando di presidio locale della Wehrmacht.
    96 ivi, Ortskommandantur Villa Opicina den, 4. April 1944.
    97 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata alla Ortskommandantur di Opicina, del 4 aprile 1944.
    98 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata al Comando della Wehrmacht della Zona d’operazione Litorale Adriatico, del 5 aprile 1944.
    99 ivi.
    100 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin al Podestà di Trieste, del 5 aprile 1944.
    104 ARS, AS 1829, dok. 1016. Per «stato di guerra» si intendeva una situazione di controllo totale della borgata e sui suoi cittadini. Una situazione che poteva portare ad arresti preventivi indiscriminati, alla requisizione di intere zone ritenute importanti ai fini della difesa delle forze di occupazione. Secondo il racconto del Prefetto Coceani, fu grazie al suo intervento presso il Comandante di Brigata, il barone von Mahlzen (comandante della Polizia per la Provincia di Trieste) che furono scongiurate altre rappresaglie nella frazione. Cfr: B. Coceani, Mussolini, Hitler, Tito cit., p.116
    Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004

    #12 #1944 #2 #3 #4 #AntonioSantin #aprile #borgata #Carso #fascisti #frazione #GiorgioLiuzzi #Opicina #ostaggi #OZAK #partigiani #Pisino #repressione #Resistenza #strage #tedeschi #Trieste #vescovo

  7. #Vescovo di #Novara si sfoga: in Val d’Ossola «non ne hanno uno sano per far fare il #padrino». Scoppia la polemica e il prelato si scusa. Ma il caso evidenzia come la secolarizzazione si diffonda anche in provincia.👇
    novaratoday.it/attualita/polem

  8. Jorge #Bergoglio, il #vescovo “callejero”

    Dall'#Argentina a #Roma, ripercorriamo la vita del primo #Papa giunto dalle Americhe: un pastore semplice sul soglio di Pietro per dodici anni

    metropoli.online/jorge-bergogl

  9. Il #vescovo della #diocesi di Piazza Armerina e il vicario giudiziale accusati di aver detto il falso al processo di un prete condannato per #abusi. Il papa nel 2023 disse del prelato: «perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto». 👇
    meridionews.it/processo-abusi-

  10. Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello

    Crocetta del Montello (TV). Foto: Frassionsistematiche. Fonte: Wikipedia

    Giuseppe Zaffonato, vicentino, nato a Magrè di Schio nel 1899 e ordinato vescovo nell’aprile del ’44, inizia la sua attività pastorale nella Diocesi di Vittorio Veneto il 29 maggio dello stesso anno, adoperandosi fin da subito per salvare sacerdoti e fedeli. A fine conflitto, prima del suo trasferimento nel ’56 alla sede arcivescovile di Udine, per tutto ciò che ha fatto in favore di Vittorio Veneto durante la guerra, ha ricevuto la cittadinanza onoraria <124. Il suo prezioso lavoro di mediazione è testimoniato anche dalle sue lettere, insistenti e precise, tese a consolare chi vive il dramma della guerra e a scuotere chi detiene i posti di comando <125. Subito dopo l’arresto degli ostaggi, così scrive all’abate di Oderzo dal Duomo di Sacile, in data 16 settembre:
    “Caro Monsignore,
    sono venuto con la speranza di ottenere qualche cosa, almeno di verderLa e di accelerare le pratiche. Invece nulla. Né di vederLa, né trasportarLa a Vittorio Veneto, né tenerLa in Seminario, né assicurazioni di affrettare. Nulla, insomma. Ieri sera invece attraverso il comando di Vittorio sembrano disposti molto più benevolmente. Non disarmo però. Continuerò a pregare e a lavorare. Assicuri tutti gli altri. A Lei e agli altri la mia partecipazione sincera e la mia benedizione cordiale. E Iddio voglia presto intervenire. Frattanto sursum corda.
    Con fraterno affetto e d’augurio. Giuseppe, Vescovo <126”
    E una settimana dopo, il 23 settembre, don Giacobbe Nespolo porta al vescovo una lettera dal carcere, scritta da monsignor Visintin che esterna non poca preoccupazione: “Se entro il 25 settembre non giungeranno notizie degli ufficiali ferrovieri tedeschi rapiti, vi sarà qualche cosa di grave per i sacerdoti e per gli ostaggi chiusi nelle prigioni di Sacile <127.” Assieme allo scritto del prelato di Oderzo gli giunge anche voce della liberazione degli ingegneri tedeschi, a cui non è seguita la scarcerazione dei prigionieri italiani.
    Zaffonato immediatamente scrive al comandante del Presidio Militare di Sacile, il maggiore Rober, offrendo se stesso come ostaggio al posto dei detenuti:
    “Non vi nascondo la mia acuta amarezza nel vedere che i dieci sacerdoti di Oderzo sono ancora trattenuti costì. Dieci giorni sono un nulla per chi lavora; sono eterni per chi è detenuto e per le famiglie che attendono. E la sofferenza diventa agonia perché nulla si sa da parte nostra e nulla si sa da parte Vs. Si diceva che per la liberazione degli ostaggi dovevano essere restituiti i quattro soldati germanici; mi consta positivamente che questi sono stati rilasciati, ma i miei infelici sacerdoti e laici sono ancora trattenuti. Signor Maggiore, pensavate che fossero colpevoli? Ma allora si interroghino. Volevate incutere spavento sulle popolazioni? L’effetto è più che ottenuto. Chiedevate ostaggi che pagassero nel caso di attentati contro soldati germanici? Basta questo, sig. Maggiore; ora vengo io. Domani e postdomani ho due impegni di ministero pastorale, ma martedì sono a Vostra completa disposizione. Fissatemi l’ora in cui dovrò presentarmi e sarò puntualissimo. Ve ne do parola d’onore. Voi però mettete subito in libertà quei poveri sacerdoti e civili. Là vi sono dei vecchi che non possono sopportare per molti giorni tale martirio morale. Ve ne prego e supplico come una mamma per un suo figliolo.
    Attendo risposta e presento distinti ossequi.
    f.to Giuseppe Zaffonato Vescovo <128”
    Il vescovo non si limita a scrivere. Visita due volte i prigionieri e non perde occasione per tentare di convincere il comandante delle S.S. a liberarli, tornando tuttavia a Vittorio Veneto con le pive nel sacco, come ricorda Abramo Floriani:
    “Verso la metà della prigionia sacilese il Vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Giuseppe Zaffonato, si portò per la seconda volta a Sacile per confortare gli ostaggi e in modo particolare i suoi sacerdoti. La prima volta era stato accolto male dal Maggiore tedesco tanto che licenziandosi il Vescovo gli aveva detto: “Continuate pure così e scriverete un’altra pagina poco gloriosa della vostra storia”. <129”
    Non da meno è stato l’operato del vescovo di Concordia Vittorio D’Alessi, impegnato su due fronti: il pordenonese, incorporato nell’Adriatische Kunstenland, comandato dai tedeschi, e il portogruarese, che era Repubblica Sociale Italiana.
    Dal 18 maggio 1944, giorno della sua consacrazione episcopale, per difendere la popolazione, anche lui come Zaffonato, incontra in segreto i capi partigiani e ufficialmente i comandi delle S.S.; aiuta nel salvataggio degli ebrei in fuga il suo segretario, don Angelo Dalla Torre; si prodiga per sostenere gli sfollati. A guerra finita, spedendo ai parroci della sua diocesi un questionario sui fatti accaduti durante il periodo bellico e invitandoli a redigere delle cronache precise sugli episodi salienti, ha fornito un buon contributo storico, lasciando preziose pagine scritte utilissime alla ricerca sulla resistenza nel Veneto orientale e nella bassa friulana <130.
    Strasiotto nel suo articolo attribuisce il merito della liberazione degli ostaggi, avvenuta il 27 settembre 1944, anche al cardinale Adeodato Piazza, patriarca di Venezia <131.
    Un diario che parla di resistenza
    La morte percorre l’intero diario del francescano, e non solo quella che – come spada di Damocle – pende sulla testa dei prigionieri che ogni giorno attendono trepidanti nuovi esiti sulla loro sorte. C’è anche la morte reale, che continua a scavare nel cuore solchi di dolore e a cui, nonostante la guerra, non ci si abitua. Il frate cita la scomparsa di due giovani patrioti e assiste alla fucilazione di altri partigiani di cui ignora le generalità; di uno parla proprio in apertura di diario, dell’altro tre giorni dopo la sua reclusione. Le prime righe del suo scritto sono dedicate a Giovanni Girardini <132, la cui impiccagione turba il religioso. Ventenne laureando in medicina all’università di Padova e carismatico antifascista che fa proseliti a Motta e dintorni, Giovanni appartiene a una delle poche famiglie benestanti del paese. Figlio dell’avvocato Aurelio Girardini e di Lina Silvia Marenzi, possidente toscana di Spoleto, il giovane manifesta fin dall’infanzia un’acuta intelligenza, superiore alla media. Frequenta le scuole elementari in paese, spesso affiancato dalla maestra Scapin per delle lezioni pomeridiane individuali; porta a termine il ginnasio dai Padri Giuseppini di San Leonardo Murialdo presso il collegio Brandolini Rota di Oderzo; frequenta il liceo classico nell’Istituto Canova di Treviso e lo termina in anticipo, a soli sedici anni. Un Decreto Regio gli permette di iscriversi anzitempo alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’università di Padova. Tuttavia durante il terzo anno di studi – è il febbraio del 1941, mentre il secondo conflitto mondiale è già in atto – decide di partire volontario per la Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta. Da marzo a giugno svolge il corso d’addestramento AUC nel 2° battaglione, 4^ compagnia, comandata dal tenente Carlo Sacchi. Amante della montagna, si compiace nello scalare le vette di Courmayeur e dintorni. Dopo quattro mesi è inquadrato nel 7° reggimento Alpini Aosta, 2° battaglione Universitario. Il furiere Nilo Pes scriverà: “Dei nostri, i veri volontari (la loro classe non era ancora sotto le armi) furono i 25 del ’22. Di questi, 13 caddero <133.” Giovanni ottiene i gradi di sergente ma, provato dall’addestramento, si ammala. Viene allora assegnato, viste le sue competenze mediche, al servizio sanitario ad Alessandria e in seguito ad altri ospedali militari. Infine, dopo un ulteriore ricovero, è collocato in congedo nell’agosto del 1941. Riprende gli studi, giunge brillantemente al quinto anno di Medicina, lavora alla tesi di laurea, ma abbandona nuovamente l’iter scolastico per costituire, dopo l’Armistizio dell’ 8 settembre 1943, assieme ad alcuni amici e conoscenti (Piero Sanchetti, Ugo Rusalen, Raoul Rainato) un nucleo partigiano operante a Motta di Livenza e dintorni. Muove i primi passi all’interno del movimento resistenziale stabilendo frequenti contatti col professore Teodolfo “Toto” Tessari, antifascista trevigiano di fede repubblicana. Soprattutto, vista la sua formazione militare, intesse rapporti con vari ufficiali dell’esercito che si oppongono alla dittatura nazifascista: il Maggiore Francesco Genco, il Tenente di vascello Carlo Tommasini (zona di Caorle), il Colonnello Tirabassi, il Tenente Colonnello Vicarini, il Maggiore Urbano Pizzinato, il Generale Nasi (comandante della Resistenza in Cansiglio) e il Capitano Ennio Caporizzi. Viaggia spesso tra Motta e il Cansiglio, organizza riunioni clandestine nei paesi vicini (Annone, Meduna di Livenza, Gorgo al Monticano, Chiarano, Cessalto, Salgareda, Ponte di Piave) alla ricerca di nuove forze combattenti. Tiene contatti con la Divisione Osoppo e con le sfere politiche della città di Padova. Mantiene vive le relazioni anche col CLN provinciale. Piero Sanchetti di lui afferma: “…fu l’anima e l’indiscusso capo spirituale del tutto: i suoi ragazzi – specie la squadra di S. Giovanni – avevano una vera venerazione per lui. (…) Alcuni dei suoi partigiani hanno dichiarato che Girardini si preoccupava molto e ne chiedeva loro continuamente circa l’opinione, la stima, l’umore della popolazione, mirando egli ad acquistare le simpatie di ogni strato del popolo allo scopo di interessare gli animi di coloro che ancora si onoravano di chiamarsi italiani <134.” Organizza l’assalto alla Confederazione fascista dei Lavoratori dell’Industria. Coi suoi patrioti, affiancando i partigiani comunisti capitanati da Toni Furlan, opera sabotaggi alle linee ferroviarie, disarmi, il recupero di biciclette, allora mezzo di trasporto importantissimo, e incendi alle case del Fascio. Fa prigionieri alcuni fascisti, utili per trattare la liberazione di partigiani reclusi, e stabilisce le modalità per ricevere dagli aerei alleati lanci di armi e munizioni, necessarie per gli scontri finali che avrebbero portato alla vittoria finale. Nella prima settimana di settembre del 1944 viene arrestato (la data della cattura, stando ai documenti, presenta lievi incongruenze <135) mentre si reca a Cessalto con la sorella Livia (Biba) per riportare a una famiglia fascista degli oggetti sequestrati dai partigiani, onde evitare ritorsioni sulla popolazione. Condotti nelle carceri di Oderzo, Livia verrà rilasciata dopo qualche giorno, lui invece trattenuto: i nazifascisti lo identificano e sono consapevoli d’aver catturato un dirigente della Resistenza. Si susseguono vari tentativi di liberazione da parte dei battaglioni partigiani della zona. Intervengono anche i familiari che scomodano tutte le loro conoscenze fatte di personaggi altolocati, del clero che conta, persino d’un comandante delle S.S. di Ceggia, Robert Kettner <136. Ma tutto questo serve a poco. Il ferimento d’un ufficiale tedesco e la morte della sua interprete per un agguato mosso dai Cacciatori della Pianura, brigata garibaldina operante tra Oderzo e Conegliano, proprio nel momento in cui c’era da usare la massima cautela vista la presenza d’un capo partigiano in prigione, scatena la rappresaglia tedesca e fascista. Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello con cui condivideva il carcere, portato sul posto dell’imboscata che è a Camino, frazione opitergina. Entrambi vengono impiccati ai pali della luce sebbene totalmente estranei al fatto. Anche loro diventano un risultato del calcolo tedesco e un monito per chi li vedrà col collo spezzato a non rimettere mano alle armi. Sotto i piedi penzolanti di Giovanni piantano un tabellone che riporta questa scritta: “Siamo appesi quì perché quì fu sparato su soldati tedeschi”.. Tuttavia
    uno sbaglio di grammatica madornale, cioè mettere l’accento sull’avverbio di luogo “qui”, rivela a tutti, come scriverà Sanchetti nella sua cronaca “Il Figliolo perduto”, “che chi giunge al punto di non commette più errori di ignoranza, giunge anche a quello di non commetterne più di umanità <137.”
    Girardini sarà insignito della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Studente universitario, animato da giovanile ardore, fu simbolo di lotta partigiana nel Veneto oppresso dalla tracotanza e dalla barbarie nemica. Organizzatore ed animatore di una agguerrita squadra di guastatori partecipava, alla testa dei suoi partigiani, a numerosissime pericolose azioni di sabotaggio e di guerriglia distinguendosi per eccezionale coraggio e sprezzo del pericolo e causando gravi danni al movimento ferro-stradale nemico. Caduto in un’imboscata mente con due staffette, di cui una era la propria sorella, si recava a compiere una ricognizione, veniva catturato nel generoso tentativo di salvare la sorella caduta nelle mani del nemico. Sottoposto a torture manteneva il più fiero contegno mai rinnegando la propria fede, mai rivelando i nomi dei compagni di lotta e sempre opponendo deciso ed orgoglioso rifiuto a lusinghe e a promesse di riavere la perduta libertà. Condannato a morte affrontava con serenità il capestro additando alla gioventù combattente per la libertà, la via del dovere e del sacrificio <138.”
    La sua scomparsa dà vita alla XVI brigata della IV divisione Osoppo, operante nella zona di Salgareda e Campodipietra, la brigata “Girardini” appunto, unica brigata osovana presente in Veneto. Nel giugno del 1947 l’università di Padova gli conferirà la laurea “ad honorem” alla memoria in Medicina e Chirurgia.
    [NOTE]
    124 A. Floriani La Diocesi, cit. p.78.
    125 Alcune lettere del vescovo Giuseppe Zaffonato, conservate nell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, sono riportate integralmente in A. Floriani La Diocesi, cit. Altre lettere riguardanti il fatto sono conservate nell’Archivio Parrocchiale del Duomo di Oderzo e riportate integralmente in O. Drusian Il ‘Vescovo’, cit.
    126 O. Drusian Il ‘Vescovo’ cit. p.176
    127 A. Floriani. La Diocesi, cit. p.190
    128 A. Floriani. Ibidem
    129 A. Floriani La Diocesi, cit. p.190
    130 IFSML Udine. Fondo libri storici parrocchiali. b.2 fasc. 31: il periodo bellico nelle risposte dei parroci.
    131 G. Strasiotto, I quattro. cit.
    132 Informazioni su G. Girardini tratte da AAG. Giovanni Girardini Patriota. (Archivio Davide Drusian).
    133 Nilo Pes, Ragazzi di Aosta 1941. p.18.
    134 ISTRESCO Treviso. Fondo Cappellaro b. 131. Memoria dettata da Piero Sanchetti alla moglie e da lei scritta a mano.
    135 AAG. Giovanni Girardini Patriota (Archivio Davide Drusian). Piero Sanchetti afferma che Girardini è stato catturato l’8 settembre. La sorella, Biba Girardini, invece il 5 settembre.
    136 E. Bucciol, Incontri. Ed. Canova, 1996, pp. 44-45.
    137 P. Sanchetti, Il figliolo, cit.
    138 Le medaglie d’oro al valor militare. Vol II 1942-1959. Roma 1965. p. 541.
    Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2021-2022

    Girardini Giovanni – Di Motta di Livenza (Treviso); iscritto al 5° anno di Medicina e Chirurgia; Partigiano combattente e comandante di Compagnia del Battaglione “Livenza” (nel dicembre ‘45 trasformatosi nella Brigata “Furlan”) di cui fu uno dei fondatori, già volontario nel 7° Reggimento Alpini.
    n. 13 agosto 1922 – m. 12 settembre 1944
    Luogo della morte: Camino di Oderzo – «[…] Il 6 settembre 1944 cadde in un agguato, ma combattendo eroicamente riuscì a sottrarvisi. Saputo che la sorella, pure lei partigiana, era stata catturata dai tedeschi, affrontò nuovamente il nemico nel tentativo di liberarla e fu fatto prigioniero. Portato in carcere e torturato mai rivelò i nomi dei compagni di lotta, pur sapendo che anche il padre era stato imprigionato. Il 12 settembre 1944 fu impiccato dai tedeschi nei pressi di Camino di Oderzo» <324.
    Riconoscimenti militari: 1 medaglia d’oro al v.m.
    Riconoscimenti dell’Università: Laurea h.c. 11 giugno 1947.
    324 Università degli Studi di Padova, Celebrazione del XX° anniversario della Resistenza universitaria alla presenza del Presidente della Repubblica (Aula Magna 8 Febbraio 1964), p. 50.
    Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l’attribuzione delle lauree Honoris Causa nell’Archivio del Novecento dell’Università di Padova (1926-1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2013-2014

    #12 #1944 #BenvenutoGrava #BrunoTonello #Cansiglio #CaorleVE_ #cattolici #comunisti #CrocettaDelMontelloTV_ #DavideDrusian #diario #fascisti #fra #Friuli #GiacomoGraziuso #GiovanniGirardini #GiuseppeZaffonato #impiccagione #laurea #medicina #MottaDiLivenzaTV_ #Osoppo #partigiani #Pordenone #provincia #Sacile #settembre #tedeschi #ToniFurlan #Treviso #Veneto #Venezia #vescovo #VittorioVenetoTV_

  11. Il #vescovo emerito della diocesi di #Trapani Francesco Miccichè è accusato di #peculato: avrebbe dirottato 400 mila euro dell’8x1000 alla Chiesa cattolica in un conto cui «accedeva senza la necessità di rendicontazione». Il pm chiede 4 anni e mezzo.👇
    ansa.it/sicilia/notizie/2024/1

  12. La #SantaSede approva l’ordinazione del nuovo #vescovo in #Cina in accordo con il #governo #comunista, culmine di mesi di sforzi per allentare le tensioni con #Pechino. La recente nomina dei vescovi rappresenta un disgelo tra Pechino e la Santa Sede su una questione delicata dell’attuale pontificato.
    Mio articolo
    corrierepl.it/2024/02/02/disge

  13. Cattolicesimo - 13 settembre: San Giovanni Crisostomo, padre e dottore della Chiesa ift.tt/2V9tygO #crisostomo #dottore #giovanni #vescovo

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