home.social

#veneziagiulia — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #veneziagiulia, aggregated by home.social.

fetched live
  1. I paesi di Comeno, Rifembergo e altri paesi limitrofi vennero evacuati e completamente distrutti

    Comeno, oggi Komen, Slovenia. Fonte: Wikipedia

    Il 2 febbraio 1944 una colonna composta da unità delle SS/Polizei e della Milizia di Trieste fu attaccata dai partigiani a 2 km dal paese di Comeno (a nord di Trieste). 2 ufficiali e 20 poliziotti tedeschi rimasero uccisi, mentre tra gli italiani le perdite furono ancora più elevate: 37 militi della 58 Legione MVSN di Trieste e un alpino del Rgt. “Tagliamento”. L’azione di rappresaglia prese il nome di Unternehmen Ratte (operazione Ratto) e si svolse tra il 15 e il 16 febbraio agli ordini di Globocnick e del comandante SS-Obersturmbannführer Weimann <46, con delle forze delle SSPolizei <47.
    I paesi di Comeno, Rifembergo e altri paesi limitrofi vennero evacuati e completamente distrutti: “La furia devastatrice dei tedeschi si scatenò sul paese il giorno 15 febbraio 1944. Dopo aver fatto sgomberare il paese, i tedeschi bruciarono e fecero saltare le case ad una ad una, in maniera che dei 184 edifici esistenti, sono rimaste in piedi soltanto due case d’abitazione più la chiesa con l’attiguo edificio adibito a prigione; tutto il resto è stato è stato sistematicamente demolito e distrutto, furono requisiti o bruciati vivi 800 capi di bestiame, andarono distrutti o derubati mille ettolitri di vino e distrutti tutti gli arnesi rurali, le masserizie ecc. Tutti gli abitanti che non arrivarono a scappare furono deportati in Germania […]” <48.
    Il 15 marzo del 1944 durante l’incontro tra il Generale Kübler ed il capitano Cartellieri, funzionario inviato da Berlino per relazionare sulla situazione nelle due zone d’Operazione, emerse il nome di chi diede l’ordine di tale rappresaglia. Il generale Kübler sostenne in quell’incontro che «l’incendio di Comeno e Rifembergo erano stati ordinati dall’Oberst Kommissar Rainer» e non da lui stesso o da altri comandi della Wehrmacht <49.
    Dopo i fatti di Rifembergo e Comeno le forze di polizia germaniche emanarono un manifesto a commento dell’azione intrapresa: “Da parecchi mesi le Autorità tedesche vi hanno additato lo svolgersi di tante azioni devastatrici da parte dei banditi bolscevichi; i loro atti raccapriccianti che non erano possibili, se non con il concorso della popolazione e vi hanno indicato la retta via da seguire. […] Abbiamo fatto prigionieri migliaia di banditi. […] non volevamo far loro del male e conservare alle famiglie i padri, e i figli […]; noi li avevamo mandati a lavorare […] e nelle loro case dopo un tempo di prova. Nonostante ch’essi furono trovati con le armi alla mano, noi non abbiamo fatto uso nei loro confronti delle penalità prescritte dalla legge. […] Lo spirito di conciliazione […] fu purtroppo creduto debolezza e per tutta risposta soldati italiani e tedeschi […] furono uccisi barbaramente. Perciò per l’avvenire verrà fucilato un dato numero di banditi prigionieri per ogni misfatto commesso” <50.
    I fatti accaduti a Rifembergo e a Comeno, secondo il manifesto, sono conseguenza di questa decisione da parte dei comandi tedeschi del territorio.
    L’incendio dei villaggi risultarono «quale espiazione del vile assalto ad una colonna tedesco italiana». L’appello finale è ancora più esplicativo: “Noi per il futuro procederemo con uguale mitezza, come per il passato, se la popolazione ci aiuterà a ristabilire la tranquillità e l’ordine. PERO’ PICCHIEREMO TRE VOLTE DI PIU’ SODO, SE QUESTA NOSTRA ESORTAZIONE RIMARRA’ INFRUTTUOSA. I PIU’ FORTI SIAMO NOI”. <51
    La minaccia di rappresaglia doveva ricadere quindi come una spada di Damocle sull’intera popolazione del territorio. Il 27 febbraio si svolse l’Unternehmen Biber (operazione Castoro), che consistette nell’evacuazione della popolazione di parte della zona costiera tra Trieste e Monfalcone, ordinata per i frequenti atti di sabotaggio alle vie di comunicazione. Le carte del BdS Triest parlano di circa 672 persone deportate <52. Il 24 maggio 1944 truppe tedesche, dopo un attentato ad un’autocolonna sulla strada tra Ampezzo e Forni di Sotto, danno alle fiamme tutto il paese di Forni di sotto <53.
    Appare chiaro da quanto presentato che ciò che caratterizzò la primavera del 1944, non fu tanto il susseguirsi di operazioni antipartigiane quanto invece l’elevato numero di rappresaglie a seguito di attacchi o azioni di sabotaggio dei partigiani.
    “La rappresaglia – una risposta in genere sproporzionata a un attentato, a un atto di sabotaggio da parte dei partigiani – fu durante la seconda guerra mondiale uno strumento a cui le forze tedesche nei territori occupati ricorsero in maniera massiccia” <54.
    Le misure punitive nei confronti della popolazione erano differenti e andavano in base alla gravità dell’«offesa»: da una pena pecuniaria alla fucilazione. Molti sono i casi di evacuazione forzata di un territorio o paese, alla deportazione della popolazione, sospensione della distribuzione dei viveri, distruzione di interi villaggi o quartieri. Nel caso delle eliminazioni o fucilazioni di persone il ricorrente rapporto di 10:1 «non compare in nessuna delle numerose disposizioni emesse dai comandi tedeschi» in Italia <55. Interessanti risultano a riguardo le vicende di Trieste e del Friuli Orientale.
    [NOTE]
    46 Weimann era il comandante delle Sipo/SD nell’OZAK.
    47 Tra questi reparti sicura la presenza della SS-Karstwehr-Btl., elementi del BdS Triest e il III Btl./SS-Pol.Rgt. 15)
    48 La campagna alla città. Storia recente di Comeno, in «Il Lavoratore» cit., 2.2.1945
    49 BA-MA RW 4/689, 20.3.44. Relazione Cartellieri. Il documento è già stato ampiamente analizzato nei precedenti capitoli.
    50 IRSML-TS, fondo Venezia Giulia, B IX, doc. 618, Uomini e donne del Litorale Adriatico!
    51 Ibidem.
    52 S. Di Giusto, Operationszone Adriatisches Küstenland cit, p. 387.
    53 Sull’incendio di Forni di sotto cfr.: E. Polo, Forni di Sotto: un paese segnato dal fuoco, Udine 1984; dello stesso autore anche Brusait chel pais, Udine 2004; G. Santanera, Il quarantaquattro a Forni, Udine 1965.
    54 C. Gentile, La repressione antipartigiana tedesca cit., p. 187; cfr.: G. Fulvetti, Le guerre ai civili in toscana cit.; Collotti – Matta, Rappresaglie, stragi, eccidi cit.
    55 ivi, p. 188.
    Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004

    #1944 #Comeno #deportazione #fascisti #febbraio #GiorgioLiuzzi #incendio #maggio #MonfalconeGO_ #partigiani #rappresaglie #Rifembergo #Slovenia #Trieste #VeneziaGiulia

  2. Maribor (Slovenia). Foto: Janezdrilc. Fonte: Wikipedia

    Dopo l’invasione della Slovenia da parte dell’Italia e della Germania nell’aprile 1941, tutte le forze politiche riunite nel Fronte di liberazione sloveno (Osvobodilna fronta – Of) si prefissero lo scopo della liberazione e unificazione della loro nazione. Tra queste anche il Kps, che all’interno dell’Of rappresentava la fazione più organizzata e influente. Già dalla fine del 1941 il Fronte aveva istituito una commissione interna per studiare i futuri confini della Slovenia, e il Comitato centrale (Cc) del Kps aveva dichiarato “irrinunciabili” le città di Maribor e Trieste <26. L’accentuazione patriottica nel Kps rispondeva alle direttive del Komintern dell’estate 1941, il quale per bocca di Georgij Dimitrov aveva impartito a tutti i partiti comunisti la linea da seguire dopo l’invasione tedesca dell’Urss: riedizione dei fronti popolari, costruzione di un ampio movimento di liberazione, insistenza sull’elemento nazionale e accantonamento della parola d’ordine della rivoluzione <27. Contemporaneamente, l’Of cercò di radicare la sua presenza su tutto il territorio da esso ritenuto sloveno. A questo fine, un membro del Kps fu inviato nell’agosto 1941 a Trieste e nel Litorale con l’incarico di prendere contatti con i superstiti aderenti al partito di Tomažič. Vennero così costituiti il Comitato regionale del Litorale e il Comitato cittadino del Kps e dell’Of per Trieste <28.
    Sia per quanto riguarda la definizione delle rivendicazioni del Kps sul Litorale sloveno, sia per le misure pratiche che vennero ricercate e messe in campo allo scopo, l’anno-chiave può essere considerato il 1942.
    Il 1° maggio il Cc del Kps, pressato sulla questione nazionale dalle ali di destra dell’Of, emanava una dichiarazione sui futuri confini sloveni: Trieste era considerata parte della nuova Jugoslavia, con uno status autonomo data la popolazione a maggioranza italiana. Il privilegio dell’autonomia non veniva concesso invece alle città italiane dell’Istria comprese nel Litorale sloveno (Muggia, Capodistria, Isola, Pirano) in quanto ritenute composte prevalentemente da immigrati <29. In questa dichiarazione, il Kps sosteneva che “alla Slovenia liberata e riunificata, oltre al territorio in cui vive la popolazione slovena, appartengono anche i territori snazionalizzati con la forza nell’ultimo periodo imperialista” <30. Per parte sua, l’Of acquisiva e rinforzava tali lineamenti: in un rapporto al Consiglio antifascista di liberazione nazionale della Jugoslavia <31, il confine occidentale della Slovenia fuoriusciva dal cosiddetto ‘territorio etnico sloveno’ per inglobare anche il triangolo esteso tra Ronchi e Monfalcone. L’espansione era giustificata con motivazioni di carattere strategico ed economico (legami dichiarati inscindibili tra Monfalcone e Trieste) <32. Erano rivendicazioni appoggiate sulla teoria della dipendenza delle città dalla campagna, e che trovavano persuasivi riscontri nel corpus dottrinario comunista. Quella che lo storico Carlo Schiffrer chiamava “teoria dei territori etnici compatti”, discendeva dalla predilezione dell’elemento contadino nell’individuazione dei caratteri fondativi della nazione <33: una preferenza, come abbiamo visto, accordata dallo stesso Stalin nelle sue riflessioni sull’argomento. Non a caso un membro della commissione sui confini dell’Of, il geografo Anton Melik, spiegava che attorno a quel criterio erano stati tracciati i confini delle singole repubbliche in Unione Sovietica; e Joža Vilfan, avvocato triestino al quale era stato affidato uno studio analogo dal Kps, faceva perno su quelle tesi di Stalin per affermare l’appartenenza di Trieste al suo entroterra <34.
    Ma a monte delle pretese territoriali del Kps, e dell’energia con cui venivano avanzate, oltre a queste di tipo teorico vi erano anche motivazioni strettamente politico-strategiche. Esse erano legate alla lettura che il partito dava del quadro politico europeo durante la guerra e delle sue possibili evoluzioni. Illuminanti a questo proposito sono alcune attestazioni di Edvard Kardelj, leader del Kps e numero due del Kpj, risalenti alla primavera-estate del 1942. In una lettera a Umberto Massola, allora rappresentante del Cc del Pcd’I presso il partito sloveno, Kardelj inquadrava l’argomentazione a favore dell’unione di Trieste a una Slovenia sovietica <35 all’interno di una visione strategico-ideologica ben strutturata: basata sulla prospettiva di un prossimo allargamento della rivoluzione in Germania e, quanto più possibile, nel resto del centro Europa. Tale prospettiva derivava dagli schemi ideologici elaborati nel movimento comunista internazionale tra le due guerre, schemi che avevano ispirato anche la Dichiarazione comune sul problema sloveno firmata dal Pcd’I, dal Kpj e dal Partito comunista austriaco nel 1934 <36. Essi erano figli dell’idea della ‘guerra inevitabile’ e della sua linea politica corrispondente, quella di ‘classe contro classe’; presupponevano un imminente inasprimento dei rapporti tra le potenze della coalizione antitedesca, giocato intorno all’alternativa capitale-anticapitale, in analogia con quanto avvenuto nella Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione d’ottobre <37. In questo scenario da tempo prefigurato, il problema della declinazione rivoluzionaria della questione nazionale slovena assumeva per Kardelj una valenza cruciale. Non si può attribuire a ragioni esclusivamente retoriche e strumentali il fatto che egli, nella lettera a Massola, presentasse la politica del Kps nel Litorale come un’applicazione dello slogan sull’autodecisione e unificazione della Slovenia enunciato nella Dichiarazione del 1934 <38. Essa, del resto, era stata confermata da Massola a nome del Pcd’I appena due mesi prima, con il Manifesto del Pcd’I per il diritto all’autodeterminazione e alla riunificazione del popolo sloveno <39. Proprio in virtù di quanto da essa previsto e pattuito, dalla primavera Kardelj iniziò a insistere sull’importanza che la lotta rivoluzionaria degli sloveni stava acquistando, finalmente su un piano concreto, per il futuro politico dell’Austria e dell’Italia. Come scrisse a Tito, “i comunisti sloveni hanno ricevuto l’ordine di scatenare la rivoluzione nel centro Europa” <40. Appoggiare e rinforzare l’estensione anche territoriale della loro lotta era interesse di tutto il movimento comunista internazionale. Se fosse riuscita a portare al distacco di intere regioni dal corpo nazionale dominante, infatti, essa avrebbe esasperato le contraddizioni tra la borghesia e il proletariato della nazione maggioritaria, trasformandosi in un poderoso incentivo alla rivoluzione. Da questo retroterra ideologico, prese avvio il tentativo perseguito dal Kpj di estendere la rivoluzione all’Italia, di far valere la propria preminenza nei confronti del Partito comunista italiano, e di incidere sulla sua linea politica (un tentativo destinato a durare fino alla rottura tra Stalin e Tito nel 1948) <41.
    Nel contesto della guerra e dei rivolgimenti politico-sociali giudicati prossimi a venire, il possesso del porto di Trieste era visto dai comunisti sloveni come una delle questioni dirimenti. Chi controllava il porto, per il suo posizionamento strategico e per l’elevata concentrazione della sua classe operaia, era destinato a esercitare un’influenza decisiva sul suo entroterra, in gran parte agricolo. E ciò in un’ottica ideologica ‘classe contro classe’ che raggruppava, sin dalla prima metà del 1942, le potenze coinvolte nel conflitto in modo trasversale rispetto alle alleanze in campo. Nella stessa lettera, infatti, Kardelj scriveva a Massola: “A causa dell’atteggiamento filoinglese di gran parte della borghesia italiana, da una parte, e la debolezza dell’azione politica del proletariato italiano, dall’altra, esiste il pericolo che Trieste in futuro possa diventare il trampolino di lancio degli imperialisti reazionari inglesi […]. È chiaro che noi neutralizzeremo tutti questi tentativi – se sarà necessario – anche con le armi […]. Per quanto ci consentirà la nostra forza armata, non lasceremo Trieste a qualche governo reazionario italiano filoinglese, poiché per noi questa sarebbe una minaccia costante” <42.
    È un atteggiamento che da lì in poi il Cc del Kps avrebbe ribadito con continuità. Un anno e mezzo più tardi, alla caduta di Mussolini l’eventualità di un’occupazione inglese di Trieste sarà temuta tanto quella di un’occupazione da parte dei tedeschi: “La questione se la Slovenia sarà libera ancor prima di una rivoluzione socialista nell’Europa occidentale, o se diventi, come retroterra di Trieste, colonia britannica, sarà risolta nelle vie di Trieste e quindi dobbiamo arrivare lì prima degli inglesi” <43.
    Dal punto di vista sloveno, era questa complessa impostazione ideologica a presupporre la necessità che il Kps articolasse con efficacia e rapidità le sue posizioni nel Litorale. È opportuno sottolineare come questo obiettivo di espansione territoriale fosse concepito, ‘raccontato’ e indirizzato in virtù di categorie ideologiche del marxismo-leninismo; fosse cioè pubblicamente subordinato da Kardelj al superiore obiettivo internazionalista di allargare la rivoluzione all’Italia settentrionale e al centro Europa.
    A questo punto, diveniva fondamentale che tali posizioni fossero ufficializzate dall’autorità cui veniva riconosciuta la competenza di stabilire le giurisidizioni e coordinare gli ambiti di azione dei diversi partiti comunisti: il Komintern. Già a Massola Kardelj aveva scritto: “Il Cc del Kpj […] ha automaticamente supposto che anche l’organizzazione politica triestina afferirà al Cc del Kps del Litorale” <44. Nello stesso mese di marzo il dirigente del Kpj faceva pressioni su Tito perché si rivolgesse al segretario del Komintern, Dimitrov, affinché questi inducesse i comunisti italiani a fissare i loro doveri rispetto al movimento comunista sloveno e croato nella Venezia Giulia. Egli sottolineava come un’organizzazione comunista dipendente dal Pcd’I non esistesse di fatto nella regione; faceva presente che il Cc del Kps (su richiesta di Massola) finanziava il ‘centro interno’ del Pcd’I con trentamila lire al mese e badava inoltre al sostentamento integrale di Massola stesso. Pertanto, Kardelj sosteneva che sarebbe stato opportuno rivendicare una forma di controllo da parte del Kps sul denaro versato al Pcd’I <45.
    La realtà della presenza del Kps nel Litorale sloveno era riaffermata da Kardelj in un’altra lettera a Tito del 18 maggio: “Noi abbiamo ora lì […] un gran numero di comitati dell’Of, un distaccamento partigiano forte di circa 100 uomini […]. Negli ultimi tempi abbiamo rinnovato saldi legami nella stessa Trieste”. Circa le proteste di Massola verso le rivendicazioni sempre più precise del Kps su Trieste (la dichiarazione del partito sloveno sui futuri confini era stata pubblicata il 1° maggio) e verso le pretese di supremazia che esso avanzava sull’organizzazione comunista del Litorale, Kardelj ostentava sicurezza: “Sul problema del Litorale, si sa, [Massola] non è d’accordo. Comunque non conta […]. Lui parli pure – noi lavoreremo” <46.
    La risposta tanto sollecitata alle richieste di Kardelj pervenne da Dimitrov il 3 agosto 1942, tramite una lettera a Tito di cui fu consegnata una copia a Massola due mesi dopo. È questo il documento attraverso cui il Komintern accoglieva in toto le istanze slovene e sanzionava un nuovo equilibrio, nei rapporti tra Kps e Pcd’I nel Litorale, a favore del primo: un equilibrio che, pur tra vicende alterne e tentativi di rinegoziazione da parte italiana, sarebbe sopravvissuto alla guerra per mantenersi tale fino al 1948. Vale la pena riportare per esteso il comunicato di Dimitrov: “Cc Slovenia e Cc Jugoslavia sono tenuti ad esigere dai compagni italiani il rendiconto della loro attività. Costituire gruppi di Kps nei rioni italiani d’un tempo, laddove vivono sloveni e croati – Istria, Trieste ed altrove. Sviluppare colà il movimento partigiano non è soltanto giusto, bensì pure urgente. Così pure è estremamente urgente che il tutto venga condotto a termine dal comando, in contatto con i compagni italiani, nella costituzione delle organizzazioni per la lotta partigiana ed antifascista in Istria, a Trieste ed a Fiume” <47.
    Le istruzioni di Dimitrov riconoscevano senza equivoci l’egemonia del movimento comunista sloveno su quello italiano nella Venezia Giulia (anche ammettendo sue estensioni sui territori abitati da croati). Tali regioni, dal punto di vista delle strutture di partito, non dovevano più considerarsi di pertinenza italiana ma zona di operazioni del Kps. L’unica limitazione che si poneva era che ciò fosse svolto mantenendo il contatto con i compagni italiani. Si raccomandava che la direzione degli avvenimenti politici (scambio di giurisdizione tra i partiti) e militari (sviluppo del movimento partigiano) fosse assicurata al “comando”, a chi deteneva cioè il controllo militare della resistenza nella zona: vale a dire, appunto, l’Of e il Kps.
    Se Stalin aveva manifestato nel dicembre 1941 una generica disponibilità a sottrarre all’Italia Trieste e gli altri suoi possedimenti nell’Adriatico orientale, la nota del Komintern del 3 agosto 1942 appare una misura coerente con questo orientamento di fondo <48. Si trattava di indirizzi che non tardarono ad avere ricadute pratiche sul territorio. Tra la fine del 1942 e la prima metà del 1943 il Kps stringeva una serie di accordi informali con il rappresentante del Pcd’I a Trieste, Vincenzo Marcon. Entrando a far parte del Consiglio nazionale di liberazione sloveno del Litorale (il governo partigiano della regione), Marcon introduceva il Pcd’I nelle strutture slovene eseguendo alla lettera il testo di Dimitrov. Negli stessi mesi, il Kps e il Pcd’I di Marcon gettavano le basi di Fratellanza operaia, l’organizzazione di massa binazionale che in seguito avrebbe preso il nome di Unità operaia e di Unione antifascista italoslava (Uais) <49. Nel frattempo, alla conferenza regionale del Kps del 4-5 dicembre 1942 il Litorale era di fatto riconosciuto come parte del nuovo Stato sloveno <50.
    [NOTE]
    26 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 111.
    27 E. Mark, Revolution by Degrees: Stalin’s National-Front Strategy for Europe 1941-1947, Cold War International History Project, Working Paper n. 31, Woodrow Wilson International Centre for Scholars, Washington D.C. 2001, p. 15.
    28 Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., pp. 153-55. L’autore, che si basa sulla ricostruzione di Vid Vremec (Pinko Tomažič in drugi tržaški proces, Lipa e Založništvo tržaškega tiska, Koper 1989), anticipa di un anno l’attività del Kps e dell’Of nel Litorale rispetto a quanto afferma G. Fogar in Trieste in guerra. Società e Resistenza 1940-1945, Irsml-Fvg, Trieste 1999, pp. 73-74.
    29 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 113.
    30 Cit. in B. Godeša, I comunisti sloveni e la questione di Trieste nella Seconda guerra mondiale, ‘Qualestoria’, a. XXXV (2007), n. 1, pp. 119-32, in partic. p. 24.
    31 Antifašističko vijeće narodnog oslobodjenia Jugoslavije (Avnoj), il supremo organo di rappresentanza del nuovo Stato rivoluzionario jugoslavo.
    32 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 113. A questo rapporto dell’Of non presta attenzione il saggio di Godeša, pur incentrato sugli stessi problemi.
    33 Comitato di liberazione nazionale dell’Istria, Il problema di Trieste. Realtà storica, politica, economica, Trieste 1954 (testo di C. Schiffrer).
    34 Godeša, I comunisti sloveni cit., pp. 122, 125-26.
    35 In nessun altro modo a mio parere si possono interpretare le parole di Kardelj: “Come città italiana Trieste rappresenterà un settore autonomo nazionalmente italiano […] annessa a quella repubblica sovietica a cui apparterrà l’entroterra triestino”. Lettera di Kardelj a Umberto Massola, seconda metà di marzo 1942, in Godeša, I comunisti sloveni cit., pp. 127-28.
    36 La Dichiarazione assegnava un ruolo centrale al problema sloveno in previsione “del nuovo ciclo di guerre e rivoluzioni, di cui siamo alla vigilia”: cfr. supra.
    37 A. Di Biagio, La teoria dell’inevitabilità della guerra, in F. Gori (a c. di), Il XX congresso del Pcus, Franco Angeli, Milano 1988; S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile: 1936-1941, Einaudi, Torino 1995.
    38 Ivi, pp. 127-28.
    39 Nel gennaio 1942: Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 112; Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., pp. 162-63.
    40 Lettera di Kardelj a Tito, 29 marzo 1942, in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., ibidem.
    41 Alla documentazione che attesta tali tentativi fa riferimento anche Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit. Ursini-Uršič parla esplicitamente di tentativi di “esportare il modello sloveno” in Italia e di “porre sotto il controllo di Tito, cioè del Kpj, l’attività del ‘centro interno’ del Pcd’I”: Attraverso Trieste cit., p. 164.
    42 Lettera di Kardelj a Umberto Massola cit.
    43 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 114.
    44 Lettera di Kardelj a Umberto Massola cit.
    45 Lettera di Kardelj a Tito, 29 marzo 1942 cit.
    46 Lettera di Kardelj a Tito, 18 maggio 1942, cit. in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., p. 165.
    47 Il documento del Komintern è riportato in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., p. 183. Qui anche la notizia del ritardo nella notifica a Massola. Commenti al testo anche in Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 112 e in Godeša, I comunisti sloveni cit., p. 127 (quest’ultimo con un’evidente forzatura interpretativa).
    48 Durante il colloquio con il ministro degli Esteri della Gran Bretagna Anthony Eden: L.Ja. Gibjanskij, Mosca, il Pci e la questione di Trieste (1943-1948) in F. Gori, S. Pons (a c. di), Dagli archivi di Mosca, L’Urss, il Cominform e il Pci (1943-1951), Carocci, Roma 1998, pp. 85-133, in partic. p. 89.
    49 Fogar, Trieste in guerra cit., pp. 129-30.
    50 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 114.
    Patrick Karlsen, Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale (1941-1955), Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2007-2008

    https://bigarella.wordpress.com/2024/10/06/il-komintern-e-la-questione-di-trieste/

    #1941 #1942 #comunisti #Dimitrov #italiani #jugoslavi #Komintern #Kps #Litorale #Maribor #Of #partigiani #PatrickKarlsen #PcdI #sloveni #Stalin #Tito #Trieste #VeneziaGiulia

Share on Mastodon

Enter the server where you have an account.