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#pichai — Public Fediverse posts

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  1. #FIFA kann beliebig durch #NATO #MAGA #GOP (Republikaner) #EU #NoAfD #CBS #FOX #MUSK #ZUCKERBERG #Pichai (Google) #COOK #Ellison (Oracle) und weiteren ersetzt werden, die #weirdTrump in den Arsch kriechen.

    „Platzverweis“ Karikatur: Mester
    Aus Tageszeitung Die #Rheinpfalz

    #Trump #Politik🏛️

  2. #FIFA kann beliebig durch #NATO #MAGA #GOP (Republikaner) #EU #NoAfD #CBS #FOX #MUSK #ZUCKERBERG #Pichai (Google) #COOK #Ellison (Oracle) und weiteren ersetzt werden, die #weirdTrump in den Arsch kriechen.

    „Platzverweis“ Karikatur: Mester
    Aus Tageszeitung Die #Rheinpfalz

    #Trump #Politik🏛️

  3. #FIFA kann beliebig durch #NATO #MAGA #GOP (Republikaner) #EU #NoAfD #CBS #FOX #MUSK #ZUCKERBERG #Pichai (Google) #COOK #Ellison (Oracle) und weiteren ersetzt werden, die #weirdTrump in den Arsch kriechen.

    „Platzverweis“ Karikatur: Mester
    Aus Tageszeitung Die #Rheinpfalz

    #Trump #Politik🏛️

  4. #FIFA kann beliebig durch #NATO #MAGA #GOP (Republikaner) #EU #NoAfD #CBS #FOX #MUSK #ZUCKERBERG #Pichai (Google) #COOK #Ellison (Oracle) und weiteren ersetzt werden, die #weirdTrump in den Arsch kriechen.

    „Platzverweis“ Karikatur: Mester
    Aus Tageszeitung Die #Rheinpfalz

    #Trump #Politik🏛️

  5. #FIFA kann beliebig durch #NATO #MAGA #GOP (Republikaner) #EU #NoAfD #CBS #FOX #MUSK #ZUCKERBERG #Pichai (Google) #COOK #Ellison (Oracle) und weiteren ersetzt werden, die #weirdTrump in den Arsch kriechen.

    „Platzverweis“ Karikatur: Mester
    Aus Tageszeitung Die #Rheinpfalz

    #Trump #Politik🏛️

  6. Google visto dal manifesto:
    “L’accusa è sempre la stessa: abuso di posizione dominante. Le due sentenze contro #Google, però, hanno origini e fondamenti diverse. La prima, in ordine cronologico, è quella emessa dal Tribunale per i brevetti e il mercato di Stoccolma, che ha accordato un maxi risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione dei prezzi controllata dalla svedese Klarna. Secondo il collegio giudicante, Google avrebbe infatti sfruttato il suo motore di ricerca web per favorire il servizio Google Shopping, penalizzando il concorrente. La sentenza è ancora appellabile.
    La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del 2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo sistema operativo per smartphone #Android. Qui le cose si fanno più complicate. Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di smartphone che utilizzano Android.
    In teoria il sistema operativo sviluppato da Google è infatti distribuito con licenza open source e, di conseguenza, dovrebbe lasciare un certo margine di libertà a chi decide di implementarlo.
    Secondo la Commissione Europea, però, l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo app store ufficiale Play Store.
    Non solo: Google avrebbe anche imposto degli “accordi anti-frammentazione”, cioè un impegno da parte dei produttori a non installare versioni di Android non approvate dall’azienda stessa, pena l’essere tagliati fuori (ancora una volta) da Play Store.
    Infine, nel mirino della Commissione sono finiti gli “accordi di condivisione dei ricavi”, che prevedevano una partecipazione dei produttori agli utili pubblicitari generati dai servizi di Google solo se avessero garantito una sorta di esclusiva all’azienda di Mountain View, impegnandosi a non preinstallare nessun sistema di ricerca concorrente. Tradotto in soldoni, il patto potrebbe essere riassunto così: “se mi dai il monopolio delle ricerche sui tuoi dispositivi, ti do una fetta dei guadagni”.
    Insomma: il “sistema operativo libero” di Google non sarebbe stato così libero. Anzi: per utilizzarlo, i produttori di smartphone avrebbero dovuto legarsi mani e piedi allo sviluppatore e, soprattutto, garantire di non acconsentire ad alcuna apertura nei confronti di eventuali concorrenti.
    La sentenza, al di là della sanzione record da 4,1 miliardi di euro, ha un impatto più ampio. In sostanza, il respingimento dell’appello di Google e della controllante #Alphabet nei confronti della decisione della Commissione Europea rappresenta una secca bocciatura delle strategie di business della società guidata da Sundar #Pichai.
    La logica a cui si è ispirata Google è sempre stata, infatti, quella di fornire la licenza di utilizzo del sistema operativo gratuitamente (o a prezzi irrisori), contando sul fatto che la sua diffusione fosse uno strumento per far convergere gli utenti verso i suoi servizi.
    Ed è proprio da questi ultimi che la società ha sempre ottenuto i reali ricavi, generati attraverso i soliti strumenti di profilazione e la conseguente vendita di pubblicità “mirata” agli inserzionisti.
    La stangata della Corte di Giustizia Europea arriva a pochi giorni dalle esternazioni di Donald #Trump, che lo scorso 26 giugno ha postato su Truth Social l’ultimatum diretto ai paesi Ue minacciando dazi del 100% a chi avesse osato penalizzare le big tech mande in Usa attraverso lo strumento della Digital Services Tax. Non è escluso che la sentenza della Corte possa diventare un ulteriore casus belli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel momento in cui scriviamo, il 47esimo presidente Usa non ha ancora proferito verbo sulla vicenda. Difficile, però, che si lasci sfuggire l’occasione

  7. Google visto dal manifesto:
    “L’accusa è sempre la stessa: abuso di posizione dominante. Le due sentenze contro #Google, però, hanno origini e fondamenti diverse. La prima, in ordine cronologico, è quella emessa dal Tribunale per i brevetti e il mercato di Stoccolma, che ha accordato un maxi risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione dei prezzi controllata dalla svedese Klarna. Secondo il collegio giudicante, Google avrebbe infatti sfruttato il suo motore di ricerca web per favorire il servizio Google Shopping, penalizzando il concorrente. La sentenza è ancora appellabile.
    La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del 2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo sistema operativo per smartphone #Android. Qui le cose si fanno più complicate. Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di smartphone che utilizzano Android.
    In teoria il sistema operativo sviluppato da Google è infatti distribuito con licenza open source e, di conseguenza, dovrebbe lasciare un certo margine di libertà a chi decide di implementarlo.
    Secondo la Commissione Europea, però, l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo app store ufficiale Play Store.
    Non solo: Google avrebbe anche imposto degli “accordi anti-frammentazione”, cioè un impegno da parte dei produttori a non installare versioni di Android non approvate dall’azienda stessa, pena l’essere tagliati fuori (ancora una volta) da Play Store.
    Infine, nel mirino della Commissione sono finiti gli “accordi di condivisione dei ricavi”, che prevedevano una partecipazione dei produttori agli utili pubblicitari generati dai servizi di Google solo se avessero garantito una sorta di esclusiva all’azienda di Mountain View, impegnandosi a non preinstallare nessun sistema di ricerca concorrente. Tradotto in soldoni, il patto potrebbe essere riassunto così: “se mi dai il monopolio delle ricerche sui tuoi dispositivi, ti do una fetta dei guadagni”.
    Insomma: il “sistema operativo libero” di Google non sarebbe stato così libero. Anzi: per utilizzarlo, i produttori di smartphone avrebbero dovuto legarsi mani e piedi allo sviluppatore e, soprattutto, garantire di non acconsentire ad alcuna apertura nei confronti di eventuali concorrenti.
    La sentenza, al di là della sanzione record da 4,1 miliardi di euro, ha un impatto più ampio. In sostanza, il respingimento dell’appello di Google e della controllante #Alphabet nei confronti della decisione della Commissione Europea rappresenta una secca bocciatura delle strategie di business della società guidata da Sundar #Pichai.
    La logica a cui si è ispirata Google è sempre stata, infatti, quella di fornire la licenza di utilizzo del sistema operativo gratuitamente (o a prezzi irrisori), contando sul fatto che la sua diffusione fosse uno strumento per far convergere gli utenti verso i suoi servizi.
    Ed è proprio da questi ultimi che la società ha sempre ottenuto i reali ricavi, generati attraverso i soliti strumenti di profilazione e la conseguente vendita di pubblicità “mirata” agli inserzionisti.
    La stangata della Corte di Giustizia Europea arriva a pochi giorni dalle esternazioni di Donald #Trump, che lo scorso 26 giugno ha postato su Truth Social l’ultimatum diretto ai paesi Ue minacciando dazi del 100% a chi avesse osato penalizzare le big tech mande in Usa attraverso lo strumento della Digital Services Tax. Non è escluso che la sentenza della Corte possa diventare un ulteriore casus belli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel momento in cui scriviamo, il 47esimo presidente Usa non ha ancora proferito verbo sulla vicenda. Difficile, però, che si lasci sfuggire l’occasione

  8. Google visto dal manifesto:
    “L’accusa è sempre la stessa: abuso di posizione dominante. Le due sentenze contro #Google, però, hanno origini e fondamenti diverse. La prima, in ordine cronologico, è quella emessa dal Tribunale per i brevetti e il mercato di Stoccolma, che ha accordato un maxi risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione dei prezzi controllata dalla svedese Klarna. Secondo il collegio giudicante, Google avrebbe infatti sfruttato il suo motore di ricerca web per favorire il servizio Google Shopping, penalizzando il concorrente. La sentenza è ancora appellabile.
    La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del 2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo sistema operativo per smartphone #Android. Qui le cose si fanno più complicate. Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di smartphone che utilizzano Android.
    In teoria il sistema operativo sviluppato da Google è infatti distribuito con licenza open source e, di conseguenza, dovrebbe lasciare un certo margine di libertà a chi decide di implementarlo.
    Secondo la Commissione Europea, però, l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo app store ufficiale Play Store.
    Non solo: Google avrebbe anche imposto degli “accordi anti-frammentazione”, cioè un impegno da parte dei produttori a non installare versioni di Android non approvate dall’azienda stessa, pena l’essere tagliati fuori (ancora una volta) da Play Store.
    Infine, nel mirino della Commissione sono finiti gli “accordi di condivisione dei ricavi”, che prevedevano una partecipazione dei produttori agli utili pubblicitari generati dai servizi di Google solo se avessero garantito una sorta di esclusiva all’azienda di Mountain View, impegnandosi a non preinstallare nessun sistema di ricerca concorrente. Tradotto in soldoni, il patto potrebbe essere riassunto così: “se mi dai il monopolio delle ricerche sui tuoi dispositivi, ti do una fetta dei guadagni”.
    Insomma: il “sistema operativo libero” di Google non sarebbe stato così libero. Anzi: per utilizzarlo, i produttori di smartphone avrebbero dovuto legarsi mani e piedi allo sviluppatore e, soprattutto, garantire di non acconsentire ad alcuna apertura nei confronti di eventuali concorrenti.
    La sentenza, al di là della sanzione record da 4,1 miliardi di euro, ha un impatto più ampio. In sostanza, il respingimento dell’appello di Google e della controllante #Alphabet nei confronti della decisione della Commissione Europea rappresenta una secca bocciatura delle strategie di business della società guidata da Sundar #Pichai.
    La logica a cui si è ispirata Google è sempre stata, infatti, quella di fornire la licenza di utilizzo del sistema operativo gratuitamente (o a prezzi irrisori), contando sul fatto che la sua diffusione fosse uno strumento per far convergere gli utenti verso i suoi servizi.
    Ed è proprio da questi ultimi che la società ha sempre ottenuto i reali ricavi, generati attraverso i soliti strumenti di profilazione e la conseguente vendita di pubblicità “mirata” agli inserzionisti.
    La stangata della Corte di Giustizia Europea arriva a pochi giorni dalle esternazioni di Donald #Trump, che lo scorso 26 giugno ha postato su Truth Social l’ultimatum diretto ai paesi Ue minacciando dazi del 100% a chi avesse osato penalizzare le big tech mande in Usa attraverso lo strumento della Digital Services Tax. Non è escluso che la sentenza della Corte possa diventare un ulteriore casus belli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel momento in cui scriviamo, il 47esimo presidente Usa non ha ancora proferito verbo sulla vicenda. Difficile, però, che si lasci sfuggire l’occasione

  9. Google visto dal manifesto:
    “L’accusa è sempre la stessa: abuso di posizione dominante. Le due sentenze contro #Google, però, hanno origini e fondamenti diverse. La prima, in ordine cronologico, è quella emessa dal Tribunale per i brevetti e il mercato di Stoccolma, che ha accordato un maxi risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione dei prezzi controllata dalla svedese Klarna. Secondo il collegio giudicante, Google avrebbe infatti sfruttato il suo motore di ricerca web per favorire il servizio Google Shopping, penalizzando il concorrente. La sentenza è ancora appellabile.
    La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del 2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo sistema operativo per smartphone #Android. Qui le cose si fanno più complicate. Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di smartphone che utilizzano Android.
    In teoria il sistema operativo sviluppato da Google è infatti distribuito con licenza open source e, di conseguenza, dovrebbe lasciare un certo margine di libertà a chi decide di implementarlo.
    Secondo la Commissione Europea, però, l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo app store ufficiale Play Store.
    Non solo: Google avrebbe anche imposto degli “accordi anti-frammentazione”, cioè un impegno da parte dei produttori a non installare versioni di Android non approvate dall’azienda stessa, pena l’essere tagliati fuori (ancora una volta) da Play Store.
    Infine, nel mirino della Commissione sono finiti gli “accordi di condivisione dei ricavi”, che prevedevano una partecipazione dei produttori agli utili pubblicitari generati dai servizi di Google solo se avessero garantito una sorta di esclusiva all’azienda di Mountain View, impegnandosi a non preinstallare nessun sistema di ricerca concorrente. Tradotto in soldoni, il patto potrebbe essere riassunto così: “se mi dai il monopolio delle ricerche sui tuoi dispositivi, ti do una fetta dei guadagni”.
    Insomma: il “sistema operativo libero” di Google non sarebbe stato così libero. Anzi: per utilizzarlo, i produttori di smartphone avrebbero dovuto legarsi mani e piedi allo sviluppatore e, soprattutto, garantire di non acconsentire ad alcuna apertura nei confronti di eventuali concorrenti.
    La sentenza, al di là della sanzione record da 4,1 miliardi di euro, ha un impatto più ampio. In sostanza, il respingimento dell’appello di Google e della controllante #Alphabet nei confronti della decisione della Commissione Europea rappresenta una secca bocciatura delle strategie di business della società guidata da Sundar #Pichai.
    La logica a cui si è ispirata Google è sempre stata, infatti, quella di fornire la licenza di utilizzo del sistema operativo gratuitamente (o a prezzi irrisori), contando sul fatto che la sua diffusione fosse uno strumento per far convergere gli utenti verso i suoi servizi.
    Ed è proprio da questi ultimi che la società ha sempre ottenuto i reali ricavi, generati attraverso i soliti strumenti di profilazione e la conseguente vendita di pubblicità “mirata” agli inserzionisti.
    La stangata della Corte di Giustizia Europea arriva a pochi giorni dalle esternazioni di Donald #Trump, che lo scorso 26 giugno ha postato su Truth Social l’ultimatum diretto ai paesi Ue minacciando dazi del 100% a chi avesse osato penalizzare le big tech mande in Usa attraverso lo strumento della Digital Services Tax. Non è escluso che la sentenza della Corte possa diventare un ulteriore casus belli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel momento in cui scriviamo, il 47esimo presidente Usa non ha ancora proferito verbo sulla vicenda. Difficile, però, che si lasci sfuggire l’occasione

  10. Google visto dal manifesto:
    “L’accusa è sempre la stessa: abuso di posizione dominante. Le due sentenze contro #Google, però, hanno origini e fondamenti diverse. La prima, in ordine cronologico, è quella emessa dal Tribunale per i brevetti e il mercato di Stoccolma, che ha accordato un maxi risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione dei prezzi controllata dalla svedese Klarna. Secondo il collegio giudicante, Google avrebbe infatti sfruttato il suo motore di ricerca web per favorire il servizio Google Shopping, penalizzando il concorrente. La sentenza è ancora appellabile.
    La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del 2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo sistema operativo per smartphone #Android. Qui le cose si fanno più complicate. Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di smartphone che utilizzano Android.
    In teoria il sistema operativo sviluppato da Google è infatti distribuito con licenza open source e, di conseguenza, dovrebbe lasciare un certo margine di libertà a chi decide di implementarlo.
    Secondo la Commissione Europea, però, l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo app store ufficiale Play Store.
    Non solo: Google avrebbe anche imposto degli “accordi anti-frammentazione”, cioè un impegno da parte dei produttori a non installare versioni di Android non approvate dall’azienda stessa, pena l’essere tagliati fuori (ancora una volta) da Play Store.
    Infine, nel mirino della Commissione sono finiti gli “accordi di condivisione dei ricavi”, che prevedevano una partecipazione dei produttori agli utili pubblicitari generati dai servizi di Google solo se avessero garantito una sorta di esclusiva all’azienda di Mountain View, impegnandosi a non preinstallare nessun sistema di ricerca concorrente. Tradotto in soldoni, il patto potrebbe essere riassunto così: “se mi dai il monopolio delle ricerche sui tuoi dispositivi, ti do una fetta dei guadagni”.
    Insomma: il “sistema operativo libero” di Google non sarebbe stato così libero. Anzi: per utilizzarlo, i produttori di smartphone avrebbero dovuto legarsi mani e piedi allo sviluppatore e, soprattutto, garantire di non acconsentire ad alcuna apertura nei confronti di eventuali concorrenti.
    La sentenza, al di là della sanzione record da 4,1 miliardi di euro, ha un impatto più ampio. In sostanza, il respingimento dell’appello di Google e della controllante #Alphabet nei confronti della decisione della Commissione Europea rappresenta una secca bocciatura delle strategie di business della società guidata da Sundar #Pichai.
    La logica a cui si è ispirata Google è sempre stata, infatti, quella di fornire la licenza di utilizzo del sistema operativo gratuitamente (o a prezzi irrisori), contando sul fatto che la sua diffusione fosse uno strumento per far convergere gli utenti verso i suoi servizi.
    Ed è proprio da questi ultimi che la società ha sempre ottenuto i reali ricavi, generati attraverso i soliti strumenti di profilazione e la conseguente vendita di pubblicità “mirata” agli inserzionisti.
    La stangata della Corte di Giustizia Europea arriva a pochi giorni dalle esternazioni di Donald #Trump, che lo scorso 26 giugno ha postato su Truth Social l’ultimatum diretto ai paesi Ue minacciando dazi del 100% a chi avesse osato penalizzare le big tech mande in Usa attraverso lo strumento della Digital Services Tax. Non è escluso che la sentenza della Corte possa diventare un ulteriore casus belli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Nel momento in cui scriviamo, il 47esimo presidente Usa non ha ancora proferito verbo sulla vicenda. Difficile, però, che si lasci sfuggire l’occasione

  11. Sundar Pichai enfrentou protestos de estudantes durante o discurso de formatura na Universidade de Stanford, com cerca de 200 alunos a abandonar a cerimónia. Os estudantes manifestaram descontentamento com vaias sonoras direcionadas ao líder da Google.

    🔗 tugatech.com.pt/t85646-sundar-

    #pichai #universidade 

  12. Sundar Pichai enfrentou protestos de estudantes durante o discurso de formatura na Universidade de Stanford, com cerca de 200 alunos a abandonar a cerimónia. Os estudantes manifestaram descontentamento com vaias sonoras direcionadas ao líder da Google.

    🔗 tugatech.com.pt/t85646-sundar-

    #pichai #universidade 

  13. Sundar Pichai enfrentou protestos de estudantes durante o discurso de formatura na Universidade de Stanford, com cerca de 200 alunos a abandonar a cerimónia. Os estudantes manifestaram descontentamento com vaias sonoras direcionadas ao líder da Google.

    🔗 tugatech.com.pt/t85646-sundar-

    #pichai #universidade 

  14. Sundar Pichai enfrentou protestos de estudantes durante o discurso de formatura na Universidade de Stanford, com cerca de 200 alunos a abandonar a cerimónia. Os estudantes manifestaram descontentamento com vaias sonoras direcionadas ao líder da Google.

    🔗 tugatech.com.pt/t85646-sundar-

    #pichai #universidade 

  15. Sundar Pichai enfrentou protestos de estudantes durante o discurso de formatura na Universidade de Stanford, com cerca de 200 alunos a abandonar a cerimónia. Os estudantes manifestaram descontentamento com vaias sonoras direcionadas ao líder da Google.

    🔗 tugatech.com.pt/t85646-sundar-

    #pichai #universidade 

  16. FYI: Pichai on Google Zero, AGI timeline, and a Search he admits is too opinionated: Pichai says Google Search has become too opinionated, while Conde Nast plans for zero referral traffic and AGI timelines continue to shrink across the industry. ppc.land/pichai-on-google-zero #Google #AGI #ArtificialIntelligence #SearchEngine #Pichai

  17. FYI: Pichai on Google Zero, AGI timeline, and a Search he admits is too opinionated: Pichai says Google Search has become too opinionated, while Conde Nast plans for zero referral traffic and AGI timelines continue to shrink across the industry. ppc.land/pichai-on-google-zero #Google #AGI #ArtificialIntelligence #SearchEngine #Pichai

  18. FYI: Pichai on Google Zero, AGI timeline, and a Search he admits is too opinionated: Pichai says Google Search has become too opinionated, while Conde Nast plans for zero referral traffic and AGI timelines continue to shrink across the industry. ppc.land/pichai-on-google-zero #Google #AGI #ArtificialIntelligence #SearchEngine #Pichai

  19. FYI: Pichai on Google Zero, AGI timeline, and a Search he admits is too opinionated: Pichai says Google Search has become too opinionated, while Conde Nast plans for zero referral traffic and AGI timelines continue to shrink across the industry. ppc.land/pichai-on-google-zero #Google #AGI #ArtificialIntelligence #SearchEngine #Pichai

  20. FYI: Pichai on Google Zero, AGI timeline, and a Search he admits is too opinionated: Pichai says Google Search has become too opinionated, while Conde Nast plans for zero referral traffic and AGI timelines continue to shrink across the industry. ppc.land/pichai-on-google-zero #Google #AGI #ArtificialIntelligence #SearchEngine #Pichai

  21. europesays.com/people/93231/ Sundar Pichai on Google’s AI Future: Search Traffic, Content Quality, and the AGI Horizon #InShort #Pichai’sInterviewPaintsAPictureOfAGoogleThatIsEvolvingRapidlyWhileStillTryingToKeepTheOpenWebAliveAndWellConnected #SundarPichai

  22. Alphabet ha assegnato a Sundar Pichai un pacchetto retributivo da 692 milioni di dollari. Sotto la sua guida dal 2015, il valore di mercato di Google è cresciuto fino a 3,6 trilioni.

    #alphabet #google #pichai

  23. Alphabet ha assegnato a Sundar Pichai un pacchetto retributivo da 692 milioni di dollari. Sotto la sua guida dal 2015, il valore di mercato di Google è cresciuto fino a 3,6 trilioni.

    #alphabet #google #pichai

  24. Alphabet ha assegnato a Sundar Pichai un pacchetto retributivo da 692 milioni di dollari. Sotto la sua guida dal 2015, il valore di mercato di Google è cresciuto fino a 3,6 trilioni.

    #alphabet #google #pichai

  25. Alphabet ha assegnato a Sundar Pichai un pacchetto retributivo da 692 milioni di dollari. Sotto la sua guida dal 2015, il valore di mercato di Google è cresciuto fino a 3,6 trilioni.

    #alphabet #google #pichai

  26. Cook and Pichai are getting thumped hard over failure to boot Grok off App stores.

    Apple and Google both explicitly ban apps containing CSAM, which is illegal to host and distribute in many countries, and yet Grok is still available on app stores. Grok also is violating X’s own policies, which prohibit sharing illegal content. The EU will likely begin a formal investigation of violations of the EU’s Digital Services Act.

    Cook and Pichai have been called cowards in public media posts.

    wired.com/story/x-grok-app-sto
    #CSAM #Grok #Apple #Google #AppStore #PlayStore #Cook #Pichai #nudifyapps #Illegal #Internet #MobileApps #xAI

  27. Cook and Pichai are getting thumped hard over failure to boot Grok off App stores.

    Apple and Google both explicitly ban apps containing CSAM, which is illegal to host and distribute in many countries, and yet Grok is still available on app stores. Grok also is violating X’s own policies, which prohibit sharing illegal content. The EU will likely begin a formal investigation of violations of the EU’s Digital Services Act.

    Cook and Pichai have been called cowards in public media posts.

    wired.com/story/x-grok-app-sto
    #CSAM #Grok #Apple #Google #AppStore #PlayStore #Cook #Pichai #nudifyapps #Illegal #Internet #MobileApps #xAI

  28. Cook and Pichai are getting thumped hard over failure to boot Grok off App stores.

    Apple and Google both explicitly ban apps containing CSAM, which is illegal to host and distribute in many countries, and yet Grok is still available on app stores. Grok also is violating X’s own policies, which prohibit sharing illegal content. The EU will likely begin a formal investigation of violations of the EU’s Digital Services Act.

    Cook and Pichai have been called cowards in public media posts.

    wired.com/story/x-grok-app-sto
    #CSAM #Grok #Apple #Google #AppStore #PlayStore #Cook #Pichai #nudifyapps #Illegal #Internet #MobileApps #xAI

  29. Cook and Pichai are getting thumped hard over failure to boot Grok off App stores.

    Apple and Google both explicitly ban apps containing CSAM, which is illegal to host and distribute in many countries, and yet Grok is still available on app stores. Grok also is violating X’s own policies, which prohibit sharing illegal content. The EU will likely begin a formal investigation of violations of the EU’s Digital Services Act.

    Cook and Pichai have been called cowards in public media posts.

    wired.com/story/x-grok-app-sto

  30. #Pichai selbst scheint sich der Aussage des Satzes
    “I think what a CEO does is maybe one of the easier things maybe for an AI to do one day”
    nicht bewusst zu sein.

    "AI" können heute schon eines perfekt: bullshitten
    Sie können komplett falsche Antworten (und ohne jegliches Wissen um die tatsächlichen Hintergründe) in völlig überzeugender Art und Weise präsentieren.

    Das ist exakt das, was CEOs wie Pichai und Altman tun!

    Sie sind heute schon durch #AI / #KI ersetzbar.

    fortune.com/2025/11/19/google-

  31. #Pichai selbst scheint sich der Aussage des Satzes
    “I think what a CEO does is maybe one of the easier things maybe for an AI to do one day”
    nicht bewusst zu sein.

    "AI" können heute schon eines perfekt: bullshitten
    Sie können komplett falsche Antworten (und ohne jegliches Wissen um die tatsächlichen Hintergründe) in völlig überzeugender Art und Weise präsentieren.

    Das ist exakt das, was CEOs wie Pichai und Altman tun!

    Sie sind heute schon durch #AI / #KI ersetzbar.

    fortune.com/2025/11/19/google-

  32. #Pichai selbst scheint sich der Aussage des Satzes
    “I think what a CEO does is maybe one of the easier things maybe for an AI to do one day”
    nicht bewusst zu sein.

    "AI" können heute schon eines perfekt: bullshitten
    Sie können komplett falsche Antworten (und ohne jegliches Wissen um die tatsächlichen Hintergründe) in völlig überzeugender Art und Weise präsentieren.

    Das ist exakt das, was CEOs wie Pichai und Altman tun!

    Sie sind heute schon durch #AI / #KI ersetzbar.

    fortune.com/2025/11/19/google-