Il 16 aprile 1993 l’ONU dichiarò Srebrenica “zona sicura”. L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache di Ratko Mladić conquistarono l’enclave, e in pochi giorni oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi, mentre il contingente ONU non riuscì a proteggere la popolazione.
Il Tribunale per l’ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno riconosciuto quei fatti come genocidio.
Trentuno anni dopo, i vertici della Republika Srpska continuano a negarlo. E gli stessi meccanismi riemergono altrove: zone sicure bombardate a Gaza; una campagna genocidaria contro le comunità non arabe di El Fasher; massacri settari contro alawiti e drusi in Siria; la deportazione illegale di bambini ucraini, per cui la Corte penale internazionale ha emesso un mandato contro Vladimir Putin.
Ricordare Srebrenica senza guardare a questi conflitti significa tradirne la memoria.
Per questo Volt lotta per l’Europa che ancora manca: un’Europa unita, democratica e capace di agire, che prevenga questi orrori e li fermi prima che accadano.
Non un’Europa che arriva dopo, quando resta soltanto da contare i morti.
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