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DNA sulla Sindone, un nuovo studio ricostruisce le tracce biologiche accumulate dal tessuto nel corso dei secoli
La Sindone di Torino continua a essere al centro della ricerca scientifica. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature analizza il DNA presente sui frammenti del telo prelevati nel 1978, offrendo una dettagliata ricostruzione delle contaminazioni biologiche accumulate nel corso dei secoli e delle complesse vicende conservative della reliquia.
La ricerca, condotta tra il 2022 e il 2025 dall’Università di Pavia e dall’Università di Padova, ha esaminato i campioni ufficiali raccolti nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1978 dal medico legale Pierluigi Baima Bollone, utilizzando moderne tecniche di sequenziamento genomico e analisi metagenomica.
Gli autori sottolineano che i risultati non permettono di determinare l’origine della Sindone, ma contribuiscono a comprendere quali organismi abbiano lasciato nel tempo tracce biologiche sul tessuto.
Il DNA racconta la lunga storia del telo
Gli studiosi sono riusciti a estrarre materiale genetico da sette dei frammenti disponibili, nonostante la limitata quantità di DNA conservato e il forte degrado dei campioni.
Le analisi hanno evidenziato una situazione particolarmente complessa: il telo conserva infatti una stratificazione di residui biologici accumulati nel corso dei secoli, dovuti alla manipolazione della reliquia, alle esposizioni pubbliche, agli interventi di restauro e ai diversi ambienti nei quali è stata custodita.
Secondo i ricercatori, il profilo genetico ottenuto rappresenta una sorta di archivio biologico nel quale convivono tracce umane, vegetali, animali e microbiche provenienti da epoche differenti.
La contaminazione del prelievo del 1978
Uno dei risultati più significativi riguarda proprio i campioni raccolti nel 1978.
Il gruppo dell’Università di Pavia ha identificato come profilo mitocondriale predominante una linea genetica coincidente con quella di Pierluigi Baima Bollone, il medico che effettuò il prelievo dei frammenti.
Secondo gli autori, la presenza di proteine della pelle e di cheratine suggerisce che le operazioni di campionamento non furono svolte con procedure oggi considerate sterili, probabilmente senza l’utilizzo di guanti. Questa contaminazione avrebbe coperto parte delle tracce genetiche più antiche presenti sul tessuto.
Nonostante ciò, gli studiosi hanno individuato anche altri lignaggi umani riconducibili a popolazioni dell’Eurasia occidentale e del Medio Oriente. Tuttavia, precisano gli autori, non è possibile stabilire quando tali profili siano stati depositati sulla Sindone, né collegarli a specifici eventi storici.
Microrganismi, piante e animali raccontano la conservazione della reliquia
Le analisi metagenomiche condotte dall’Università di Padova hanno restituito un quadro estremamente ricco della biodiversità presente sui campioni.
Sono stati identificati batteri, funghi e archei tipici della pelle umana e di ambienti salini, oltre a tracce genetiche appartenenti a numerose specie vegetali e animali.
Fra queste compaiono DNA di corallo rosso del Mediterraneo, cereali come grano e mais, oltre a carota, banana e arachide, insieme a residui genetici di bovini, suini, polli, cani e gatti.
Secondo i ricercatori, questa composizione biologica è compatibile con contaminazioni relativamente recenti e riflette secoli di esposizione del telo a contesti molto diversi, senza fornire indicazioni sull’epoca di realizzazione della reliquia.
Le analisi confermano la complessità della storia conservativa
Lo studio affronta anche due fili provenienti dal reliquiario della Sindone, sottoposti a nuove analisi radiometriche.
Le datazioni ottenute li collocano tra il 1451 e il 1799, un intervallo compatibile con gli interventi di riparazione successivi all’incendio della Sainte-Chapelle del Castello di Chambéry del 1532, quando la reliquia subì gravi danni.
L’individuazione di proteine tipiche della seta suggerisce inoltre che questo materiale possa essere stato impiegato proprio durante le operazioni di restauro documentate dalle fonti storiche.
Un contributo alla ricerca, non una risposta definitiva
Gli autori evidenziano come il lavoro rappresenti un importante contributo alla conoscenza della storia materiale della Sindone, ma invitano alla massima prudenza nell’interpretazione dei risultati.
Il DNA recuperato non appartiene infatti a un unico momento storico, bensì costituisce la sovrapposizione di numerose contaminazioni accumulate nel tempo. Per questo motivo le analisi genetiche non consentono di attribuire con certezza un’origine geografica o cronologica alla reliquia, ma permettono di ricostruire i processi di conservazione, manipolazione e interazione con l’ambiente che hanno interessato il celebre telo nel corso della sua storia.
Immagine in apertura: Commons Dianelos Georgoudis
📘 Fonte scientifica
- 📄 Gianni Barcaccia, Nicola Rambaldi Migliore, Giovanni Gabelli, Vincenzo Agostini, Fabio Palumbo, Elisabetta Moroni, Valeria Nicolini, Liangliang Gao, Grazia Mattutino, Andrew Porter, Pawel Palmowski, Noemi Procopio, Ugo A. Perego, Massimo Iorizzo, Timothy F. Sharbel, Pierluigi Baima Bollone, Antonio Torroni, Andrea Squartini & Alessandro Achilli, DNA signatures preserved in the official 1978 sample collection of the Shroud of Turin
- 📚 Scientific Reportss (peer-reviewed) (2026)
- 🔗 https://doi.org/10.1038/s41598-026-60684-7
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DNA sulla Sindone, un nuovo studio ricostruisce le tracce biologiche accumulate dal tessuto nel corso dei secoli
La Sindone di Torino continua a essere al centro della ricerca scientifica. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature analizza il DNA presente sui frammenti del telo prelevati nel 1978, offrendo una dettagliata ricostruzione delle contaminazioni biologiche accumulate nel corso dei secoli e delle complesse vicende conservative della reliquia.
La ricerca, condotta tra il 2022 e il 2025 dall’Università di Pavia e dall’Università di Padova, ha esaminato i campioni ufficiali raccolti nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1978 dal medico legale Pierluigi Baima Bollone, utilizzando moderne tecniche di sequenziamento genomico e analisi metagenomica.
Gli autori sottolineano che i risultati non permettono di determinare l’origine della Sindone, ma contribuiscono a comprendere quali organismi abbiano lasciato nel tempo tracce biologiche sul tessuto.
Il DNA racconta la lunga storia del telo
Gli studiosi sono riusciti a estrarre materiale genetico da sette dei frammenti disponibili, nonostante la limitata quantità di DNA conservato e il forte degrado dei campioni.
Le analisi hanno evidenziato una situazione particolarmente complessa: il telo conserva infatti una stratificazione di residui biologici accumulati nel corso dei secoli, dovuti alla manipolazione della reliquia, alle esposizioni pubbliche, agli interventi di restauro e ai diversi ambienti nei quali è stata custodita.
Secondo i ricercatori, il profilo genetico ottenuto rappresenta una sorta di archivio biologico nel quale convivono tracce umane, vegetali, animali e microbiche provenienti da epoche differenti.
La contaminazione del prelievo del 1978
Uno dei risultati più significativi riguarda proprio i campioni raccolti nel 1978.
Il gruppo dell’Università di Pavia ha identificato come profilo mitocondriale predominante una linea genetica coincidente con quella di Pierluigi Baima Bollone, il medico che effettuò il prelievo dei frammenti.
Secondo gli autori, la presenza di proteine della pelle e di cheratine suggerisce che le operazioni di campionamento non furono svolte con procedure oggi considerate sterili, probabilmente senza l’utilizzo di guanti. Questa contaminazione avrebbe coperto parte delle tracce genetiche più antiche presenti sul tessuto.
Nonostante ciò, gli studiosi hanno individuato anche altri lignaggi umani riconducibili a popolazioni dell’Eurasia occidentale e del Medio Oriente. Tuttavia, precisano gli autori, non è possibile stabilire quando tali profili siano stati depositati sulla Sindone, né collegarli a specifici eventi storici.
Microrganismi, piante e animali raccontano la conservazione della reliquia
Le analisi metagenomiche condotte dall’Università di Padova hanno restituito un quadro estremamente ricco della biodiversità presente sui campioni.
Sono stati identificati batteri, funghi e archei tipici della pelle umana e di ambienti salini, oltre a tracce genetiche appartenenti a numerose specie vegetali e animali.
Fra queste compaiono DNA di corallo rosso del Mediterraneo, cereali come grano e mais, oltre a carota, banana e arachide, insieme a residui genetici di bovini, suini, polli, cani e gatti.
Secondo i ricercatori, questa composizione biologica è compatibile con contaminazioni relativamente recenti e riflette secoli di esposizione del telo a contesti molto diversi, senza fornire indicazioni sull’epoca di realizzazione della reliquia.
Le analisi confermano la complessità della storia conservativa
Lo studio affronta anche due fili provenienti dal reliquiario della Sindone, sottoposti a nuove analisi radiometriche.
Le datazioni ottenute li collocano tra il 1451 e il 1799, un intervallo compatibile con gli interventi di riparazione successivi all’incendio della Sainte-Chapelle del Castello di Chambéry del 1532, quando la reliquia subì gravi danni.
L’individuazione di proteine tipiche della seta suggerisce inoltre che questo materiale possa essere stato impiegato proprio durante le operazioni di restauro documentate dalle fonti storiche.
Un contributo alla ricerca, non una risposta definitiva
Gli autori evidenziano come il lavoro rappresenti un importante contributo alla conoscenza della storia materiale della Sindone, ma invitano alla massima prudenza nell’interpretazione dei risultati.
Il DNA recuperato non appartiene infatti a un unico momento storico, bensì costituisce la sovrapposizione di numerose contaminazioni accumulate nel tempo. Per questo motivo le analisi genetiche non consentono di attribuire con certezza un’origine geografica o cronologica alla reliquia, ma permettono di ricostruire i processi di conservazione, manipolazione e interazione con l’ambiente che hanno interessato il celebre telo nel corso della sua storia.
Immagine in apertura: Commons Dianelos Georgoudis
📘 Fonte scientifica
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DNA sulla Sindone, un nuovo studio ricostruisce le tracce biologiche accumulate dal tessuto nel corso dei secoli
La Sindone di Torino continua a essere al centro della ricerca scientifica. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature analizza il DNA presente sui frammenti del telo prelevati nel 1978, offrendo una dettagliata ricostruzione delle contaminazioni biologiche accumulate nel corso dei secoli e delle complesse vicende conservative della reliquia.
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Secondo i ricercatori, il profilo genetico ottenuto rappresenta una sorta di archivio biologico nel quale convivono tracce umane, vegetali, animali e microbiche provenienti da epoche differenti.
La contaminazione del prelievo del 1978
Uno dei risultati più significativi riguarda proprio i campioni raccolti nel 1978.
Il gruppo dell’Università di Pavia ha identificato come profilo mitocondriale predominante una linea genetica coincidente con quella di Pierluigi Baima Bollone, il medico che effettuò il prelievo dei frammenti.
Secondo gli autori, la presenza di proteine della pelle e di cheratine suggerisce che le operazioni di campionamento non furono svolte con procedure oggi considerate sterili, probabilmente senza l’utilizzo di guanti. Questa contaminazione avrebbe coperto parte delle tracce genetiche più antiche presenti sul tessuto.
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Microrganismi, piante e animali raccontano la conservazione della reliquia
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🧬 𝗦𝗧𝗨𝗗𝗜 - 𝗜𝗹 𝗗𝗡𝗔 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮: 𝗹𝗮 𝗦𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗲𝗿𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗿𝗼𝗰𝗲𝘃𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶 𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗲
🔬 Uno studio condotto sui resti di 111 individui vissuti tra l'età romana e il tardo Medioevo rivela una sorprendente continuità genetica e la convivenza tra…
➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://storiearcheostorie.com/2026/06/30/dna-antico-sicilia-medievale-popoli-culture/
#Archeologia #DNAAntico #Sicilia #Medioevo #Archeogenetica #Storia #Mediterraneo #Ricerca #PLOSOne #UniversitàdiYork
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🍇 𝗔𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗦𝗮𝗻𝗴𝗶𝗼𝘃𝗲𝘀𝗲: 𝗱𝘂𝗲𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗳𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗖𝗵𝗶𝗮𝗻𝘁𝗶 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗹𝘁𝗶𝘃𝗮𝘃𝗮。。。 𝘂𝘃𝗮 𝗯𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮
L’analisi genetica di semi d’uva conservati per duemila anni nei pozzi di Cetamura rivela che nel cuore del Chianti etrusco e romano predominava una varietà bianca, mantenuta inalterata per secoli....
➡️ Tutti i dettagli su Storie & Archeostorie 👇
#Archeologia #Chianti #Vino #DNAAntico #Etruschi #RomaAntica #Archeogenetica #StoriaDelVino #Toscana
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🧬 Il DNA rivela i misteri nascosti di un crollo che trasformò la Francia neolitica. Un affascinante viaggio indietro nel tempo! #Storia #DNAAntico
🔗 https://www.tomshw.it/scienze/il-dna-svela-il-crollo-che-cambio-la-francia-neolitica
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https://www.europesays.com/it/395068/ Il dna racconta. Dall’Europa all’Inghilterra, solo a piedi, camminando sulla Manica. Come? Cos’hanno scoperto? #ArcheologiaEGrandiScoperte #Britannia #BritanniaPreromana #DnaAntico #Doggerland #IT #Italia #Italy #MareDelNord #Science #ScienceAndTechnology #ScienceAndTechnology #Scienza #ScienzaETecnologia #ScienzaETecnologiaApplicataAll’Arte #ScienzaEtecnologia #Technology #Tecnologia
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🍽️💀 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗲 𝘀𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮𝘃𝗮 𝗶𝗻 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗲𝘁à 𝗱𝗲𝗹 𝗕𝗿𝗼𝗻𝘇𝗼?
🔬🧬 Una nuova ricerca internazionale ricostruisce la vita delle comunità della tarda Età del Bronzo in Europa centrale. Analisi di DNA antico e isotopi rivelano dieta, mobilità, salute e sorprendenti riti funerari.
#studi #archeologia #archeogenetica #Dnaantico #etàdelbronzo #Europacentrale
➡️ L’articolo completo su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-cxX
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🧬 "Il DNA antico illumina un mistero millenario, risolvendo dubbi vecchi di 12.000 anni. Scienza e storia continuano a tessere insieme storie affascinanti!" #DNAantico #StoriaMisteriosa
🔗 https://www.tomshw.it/scienze/dna-antico-svela-raro-disturbo-genetico-di-12000-anni-fa-2026-02-18
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💀🔬 🧬 Nella Grotta del Romito (Calabria) identificata grazie al DNA antico la più antica malattia genetica mai diagnosticata: una displasia rara in una giovane vissuta 12.000 anni fa.
#Archeologia #Paleogenomica #DNAantico #GrottaDelRomito #MalattieRare #Preistoria #Sapienza #paleopatologia
➡️ L’articolo completo su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-ci8
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Studi | Romito 2, l’analisi del DNA di oltre 12mila anni fa rileva la più antica malattia genetica
S&A
Per la prima volta una malattia genetica rara è stata diagnosticata con certezza in un individuo vissuto nel Paleolitico superiore, oltre dodicimila anni fa. Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, dimostra come gli strumenti della genetica clinica moderna possano essere applicati con successo al DNA antico, aprendo nuove prospettive sullo studio delle patologie nella preistoria.
Al centro della ricerca vi è una celebre sepoltura rinvenuta nel 1963 nella Grotta del Romito, in Calabria: due individui deposti uno accanto all’altra, in un gesto interpretato come un abbraccio. Per decenni quella tomba ha sollevato interrogativi su identità biologica, parentela e condizioni fisiche dei due individui, noti come Romito 1 e Romito 2.
Una sepoltura del Paleolitico superiore
Il contesto archeologico della grotta è tra i più importanti dell’Italia meridionale per il Tardoglaciale. La doppia deposizione appartiene a gruppi di cacciatori-raccoglitori attivi in un ambiente ancora segnato dalle oscillazioni climatiche dell’ultima glaciazione.
Romito 1, l’individuo adulto, presentava una statura inferiore alla media (circa 145 cm). Romito 2, adolescente, mostrava invece un marcato accorciamento degli arti e un’altezza stimata intorno ai 110 cm. Le anomalie scheletriche avevano suggerito già in passato l’ipotesi di una displasia acromesomelica, ma mancava una conferma molecolare.
Il DNA dall’orecchio interno e la diagnosi genetica
Un team internazionale con ricercatori della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Vienna, del Centro Ospedaliero Universitario di Liegi e dell’Università di Coimbra ha estratto il DNA antico dalla porzione petrosa dell’osso temporale, nell’orecchio interno, oggi considerata una delle fonti più affidabili per la conservazione del materiale genetico negli scheletri antichi.
Le analisi hanno chiarito che entrambe erano di sesso femminile e parenti di primo grado, con ogni probabilità madre e figlia. Il dato più rilevante riguarda Romito 2: nel suo genoma è stata identificata una variante omozigote del gene NPR2, responsabile della displasia acromesomelica di tipo Maroteaux, una rara malattia ereditaria caratterizzata da grave riduzione della crescita e accorciamento delle porzioni distali e medie degli arti.
Romito 1 risultava invece portatrice di una sola copia mutata del gene, condizione compatibile con una statura inferiore alla media ma priva delle manifestazioni più severe. Le caratteristiche genetiche osservate coincidono con i quadri clinici documentati nei pazienti contemporanei con mutazioni del gene NPR2.
Paleogenomica e malattie rare: un nuovo scenario
Lo studio segna un punto di svolta per la paleogenomica. Non solo consente di retrodatare con certezza la presenza di una specifica patologia genetica a oltre dodicimila anni fa, ma dimostra che le malattie rare non sono un fenomeno moderno. Varianti genetiche oggi considerate eccezionali erano già presenti nelle popolazioni preistoriche.
L’applicazione delle metodologie della medicina genomica ai resti archeologici apre la possibilità di identificare altre condizioni finora invisibili all’analisi puramente osteologica, integrando diagnosi molecolari e studio morfologico.
Un messaggio dal Paleolitico
Al di là del dato clinico, la scoperta restituisce la dimensione sociale di quelle comunità. Romito 2 sopravvisse fino alla tarda adolescenza nonostante una grave limitazione motoria, in un contesto ambientale impegnativo. Ciò implica una cura continuativa, assistenza nell’approvvigionamento del cibo e probabilmente nel movimento durante gli spostamenti stagionali.
In un’epoca spesso rappresentata come dominata esclusivamente dalla lotta per la sopravvivenza, la tomba della Grotta del Romito racconta invece una storia di relazioni, protezione e solidarietà. La genetica, intrecciandosi con l’archeologia, restituisce così non soltanto una diagnosi, ma un frammento di umanità condivisa attraverso i millenni.
📘 Fonte scientifica (primaria)
- 📄 Daniel M. Fernandes, Alejandro Llanos-Lizcano, Florian Brück, Victoria Oberreiter, Kadir Özdoğan, Olivia Cheronet, Michaela Lucci, Albert Beckers, Patrick Pétrossians, Alfredo Coppa*, Ron Pinhasi*, Adrian F. Daly* (* made equal contributions) A 12,000-Year-Old Case of NPR2-Related Acromesomelic Dysplasia
- 🏛️ Sapienza Università di Roma, Università di Vienna, Centro Ospedaliero Universitario di Liegi e Università di Coimbra
- 📚 New England Journal of Medicine (peer-reviewed) 2026, 394;5: 513-516
- 🔗 https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2513616
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https://www.europesays.com/it/331745/ Dormi, piccolina. Mamma e figlia disabile di 12mila anni fa morirono insieme in una grotta calabrese. Analisi del Dna stabilisce ora parentela e malattia genetica. L’abbraccio dell’insieme #AntropologiaFisica #archeogenetica #Calabria #DisplasiaAcromesomelica #DnaAntico #GrottaDelRomito #Health #IT #Italia #Italy #MedicinaAntica #Nanismo #Paleolitico #PreistoriaItaliana #Salute #SepoltureBisome #SepolturePreistoriche #TombeBisome #Villabruna
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🧬 💀 🔬 Calabria, lo studio del DNA rivela il più antico caso di incesto: "Avvenne 3.500 anni fa, le prove dalla Grotta della Monaca, frequentata tra pastori nell'Età del Bronzo"
#Archeologia #EtàDelBronzo #DNAantico #GrottaDellaMonaca #Calabria #Preistoria #Radiocarbonio #CEDAD #UniBo #UniSalento
➡️ L'articolo su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-bKR
https://storiearcheostorie.com/2025/12/29/calabria-dna-piu-antico-caso-di-incesto-eta-del-bronzo/
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🧬 💀 🔬 Calabria, lo studio del DNA rivela il più antico caso di incesto: "Avvenne 3.500 anni fa, le prove dalla Grotta della Monaca, frequentata tra pastori nell'Età del Bronzo"
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🧬⛰️ Un viaggio di 5.000 anni nella preistoria alpina: analizzato il DNA di 47 individui dal Mesolitico al Bronzo.
Ötzi, i primi agricoltori, i cacciatori-raccoglitori e le migrazioni dalle steppe raccontano la storia genetica delle Alpi orientali.👉 Scopri i dettagli su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-aee
#DNAantico #Ötzi #Preistoria #Archeogenetica #AlpiOrientali #EuracResearch #StoriaAntica #NatureCommunications
@euracresearch
https://storiearcheostorie.com/2025/09/12/dna-alpi-preistoria-otzi-migrazioni/
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Ötzi, i primi agricoltori, i cacciatori-raccoglitori e le migrazioni dalle steppe raccontano la storia genetica delle Alpi orientali.👉 Scopri i dettagli su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-aee
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💀 TURCHIA, IL CERCHIO DEI BAMBINI PERDUTI
Riti e misteri nell’Anatolia ittita: nuove scoperte a Uşaklı HöyükGli scheletri di 7 bimbi, una struttura monumentale circolare e un rituale ancora avvolto nel mistero.
💥 La campagna 2025 della missione italiana guidata dall'@unipisa a @usakli_hoyuk svela le pratiche funerarie e religiose ittite nel cuore del loro Impero
#Archeologia #Ittiti #UşaklıHöyük #Scavi2025 #UniversitàdiPisa #TardoBronzo #DNAantico #RitualiAntichi…
https://storiearcheostorie.com/2025/08/08/usakli-hoyuk-rituali-infanti-ittiti/
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💀 TURCHIA, IL CERCHIO DEI BAMBINI PERDUTI
Riti e misteri nell’Anatolia ittita: nuove scoperte a Uşaklı HöyükGli scheletri di 7 bimbi, una struttura monumentale circolare e un rituale ancora avvolto nel mistero.
💥 La campagna 2025 della missione italiana guidata dall'@unipisa a @usakli_hoyuk svela le pratiche funerarie e religiose ittite nel cuore del loro Impero
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Studi / Fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni fa riscrive la storia evolutiva
Redazione
Un importante studio internazionale appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ha recuperato sequenze proteiche da un fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni, spostando indietro nel tempo i limiti della paleoproteomica di ben dieci volte rispetto a quelli del DNA antico.
La ricerca, che segna una svolta nella ricostruzione dell’evoluzione delle specie estinte, vede coinvolte due ricercatrici dell’Università di Torino: Meaghan Mackie, dottoranda del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi di UniTo e dell’University College Dublin, e la sua supervisor, la Prof.ssa Beatrice Demarchi, docente ordinaria presso l’Ateneo torinese ed esperta di biomolecole antiche.
Lo studio, coordinato dal Globe Institute dell’Università di Copenaghen, ha ricostruito sequenze proteiche dallo smalto dentale di un rinoceronte vissuto nell’attuale Artico canadese durante il Miocene inferiore. Grazie alla stabilità dello smalto e alle condizioni ambientali estreme del cratere di Haughton — freddo costante e permafrost — le proteine sono risultate sorprendentemente ben conservate. Queste sequenze proteiche antiche hanno permesso di collocare con precisione evolutiva il rinoceronte all’interno del suo albero genealogico, e suggeriscono che la divergenza tra le sottofamiglie Elasmotheriinae e Rhinocerotinae sia avvenuta durante l’Oligocene (34–22 milioni di anni fa), più recentemente di quanto ipotizzato in precedenza.
Il contributo del team dell’Università di Torino è stato cruciale per la validazione dei dati e l’interpretazione dei processi di diagenesi proteica. “Abbiamo calcolato – spiega la Prof.ssa Beatrice Demarchi – che la bassa temperatura ha reso l’età termica del campione equivalente a quella di un reperto dieci volte più giovane in un luogo con temperatura media di 10°C, il che significa che le proteine erano significativamente meno danneggiate rispetto a quelle che si trovano in luoghi della stessa età geologica ma con clima più caldo”.
“È stato sorprendente – commenta Meaghan Mackie -. Il primo campione che ho analizzato pensavo non contenesse nulla, perché troppo antico! Sono rimasta a fissare lo schermo del computer per un minuto”. Questo risultato apre nuove prospettive per la ricerca evolutiva e la paleoproteomica perché permette di ricostruire la storia evolutiva di specie estinte da milioni di anni, ben oltre i limiti del DNA e, in prospettiva, potrebbe riaccendere le speranze per lo studio della biologia di specie dell’era Mesozoica. Indagini future su fossili della Formazione di Haughton e di altri contesti simili potrebbero far emergere ulteriori tracce di questa straordinaria conservazione biomolecolare.
“Si profila una nuova fase per la biologia evolutiva – aggiunge la Prof.ssa Demarchi – in cui le proteine antiche diventano preziosi testimoni della storia più remota della vita sulla Terra. Per l’Università di Torino, questo risultato conferma il ruolo di primo piano nell’ambito della paleobiologia molecolare internazionale”.
Link all’articolo: www.nature.com/articles/s41586-025-09231-4
Immagine in apertura: Rinoceronti (Wikimedia commons)
#canada #DnaAntico #fossile #GlobeInstituteDellUniversitàDiCopenaghen #Nature #Oligocene #rinoceronte #studi #UniversitàDiTorino #UniversityCollegeDublin
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Studi / Fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni fa riscrive la storia evolutiva
Redazione
Un importante studio internazionale appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ha recuperato sequenze proteiche da un fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni, spostando indietro nel tempo i limiti della paleoproteomica di ben dieci volte rispetto a quelli del DNA antico.
La ricerca, che segna una svolta nella ricostruzione dell’evoluzione delle specie estinte, vede coinvolte due ricercatrici dell’Università di Torino: Meaghan Mackie, dottoranda del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi di UniTo e dell’University College Dublin, e la sua supervisor, la Prof.ssa Beatrice Demarchi, docente ordinaria presso l’Ateneo torinese ed esperta di biomolecole antiche.
Lo studio, coordinato dal Globe Institute dell’Università di Copenaghen, ha ricostruito sequenze proteiche dallo smalto dentale di un rinoceronte vissuto nell’attuale Artico canadese durante il Miocene inferiore. Grazie alla stabilità dello smalto e alle condizioni ambientali estreme del cratere di Haughton — freddo costante e permafrost — le proteine sono risultate sorprendentemente ben conservate. Queste sequenze proteiche antiche hanno permesso di collocare con precisione evolutiva il rinoceronte all’interno del suo albero genealogico, e suggeriscono che la divergenza tra le sottofamiglie Elasmotheriinae e Rhinocerotinae sia avvenuta durante l’Oligocene (34–22 milioni di anni fa), più recentemente di quanto ipotizzato in precedenza.
Il contributo del team dell’Università di Torino è stato cruciale per la validazione dei dati e l’interpretazione dei processi di diagenesi proteica. “Abbiamo calcolato – spiega la Prof.ssa Beatrice Demarchi – che la bassa temperatura ha reso l’età termica del campione equivalente a quella di un reperto dieci volte più giovane in un luogo con temperatura media di 10°C, il che significa che le proteine erano significativamente meno danneggiate rispetto a quelle che si trovano in luoghi della stessa età geologica ma con clima più caldo”.
“È stato sorprendente – commenta Meaghan Mackie -. Il primo campione che ho analizzato pensavo non contenesse nulla, perché troppo antico! Sono rimasta a fissare lo schermo del computer per un minuto”. Questo risultato apre nuove prospettive per la ricerca evolutiva e la paleoproteomica perché permette di ricostruire la storia evolutiva di specie estinte da milioni di anni, ben oltre i limiti del DNA e, in prospettiva, potrebbe riaccendere le speranze per lo studio della biologia di specie dell’era Mesozoica. Indagini future su fossili della Formazione di Haughton e di altri contesti simili potrebbero far emergere ulteriori tracce di questa straordinaria conservazione biomolecolare.
“Si profila una nuova fase per la biologia evolutiva – aggiunge la Prof.ssa Demarchi – in cui le proteine antiche diventano preziosi testimoni della storia più remota della vita sulla Terra. Per l’Università di Torino, questo risultato conferma il ruolo di primo piano nell’ambito della paleobiologia molecolare internazionale”.
Link all’articolo: www.nature.com/articles/s41586-025-09231-4
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Studi / Fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni fa riscrive la storia evolutiva
Redazione
Un importante studio internazionale appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ha recuperato sequenze proteiche da un fossile di rinoceronte risalente a oltre 21 milioni di anni, spostando indietro nel tempo i limiti della paleoproteomica di ben dieci volte rispetto a quelli del DNA antico.
La ricerca, che segna una svolta nella ricostruzione dell’evoluzione delle specie estinte, vede coinvolte due ricercatrici dell’Università di Torino: Meaghan Mackie, dottoranda del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi di UniTo e dell’University College Dublin, e la sua supervisor, la Prof.ssa Beatrice Demarchi, docente ordinaria presso l’Ateneo torinese ed esperta di biomolecole antiche.
Lo studio, coordinato dal Globe Institute dell’Università di Copenaghen, ha ricostruito sequenze proteiche dallo smalto dentale di un rinoceronte vissuto nell’attuale Artico canadese durante il Miocene inferiore. Grazie alla stabilità dello smalto e alle condizioni ambientali estreme del cratere di Haughton — freddo costante e permafrost — le proteine sono risultate sorprendentemente ben conservate. Queste sequenze proteiche antiche hanno permesso di collocare con precisione evolutiva il rinoceronte all’interno del suo albero genealogico, e suggeriscono che la divergenza tra le sottofamiglie Elasmotheriinae e Rhinocerotinae sia avvenuta durante l’Oligocene (34–22 milioni di anni fa), più recentemente di quanto ipotizzato in precedenza.
Il contributo del team dell’Università di Torino è stato cruciale per la validazione dei dati e l’interpretazione dei processi di diagenesi proteica. “Abbiamo calcolato – spiega la Prof.ssa Beatrice Demarchi – che la bassa temperatura ha reso l’età termica del campione equivalente a quella di un reperto dieci volte più giovane in un luogo con temperatura media di 10°C, il che significa che le proteine erano significativamente meno danneggiate rispetto a quelle che si trovano in luoghi della stessa età geologica ma con clima più caldo”.
“È stato sorprendente – commenta Meaghan Mackie -. Il primo campione che ho analizzato pensavo non contenesse nulla, perché troppo antico! Sono rimasta a fissare lo schermo del computer per un minuto”. Questo risultato apre nuove prospettive per la ricerca evolutiva e la paleoproteomica perché permette di ricostruire la storia evolutiva di specie estinte da milioni di anni, ben oltre i limiti del DNA e, in prospettiva, potrebbe riaccendere le speranze per lo studio della biologia di specie dell’era Mesozoica. Indagini future su fossili della Formazione di Haughton e di altri contesti simili potrebbero far emergere ulteriori tracce di questa straordinaria conservazione biomolecolare.
“Si profila una nuova fase per la biologia evolutiva – aggiunge la Prof.ssa Demarchi – in cui le proteine antiche diventano preziosi testimoni della storia più remota della vita sulla Terra. Per l’Università di Torino, questo risultato conferma il ruolo di primo piano nell’ambito della paleobiologia molecolare internazionale”.
Link all’articolo: www.nature.com/articles/s41586-025-09231-4
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