Musica e controcultura: protesta, punk e cultura underground
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La musica non accompagna semplicemente i cambiamenti culturali. In alcuni momenti contribuisce a produrli.
Una canzone può dare voce a un’esperienza collettiva, trasformare un linguaggio marginale in un simbolo generazionale, raccontare gruppi sociali poco rappresentati oppure creare intorno a sé comunità, stili e nuovi modi di vivere.
Per questo il rapporto tra musica e controcultura attraversa gran parte della storia contemporanea: dal canto popolare al folk di protesta, dalla canzone d’autore al rock psichedelico, dal punk alla new wave, dalle culture underground alle autoproduzioni.
Non tutta la musica alternativa è necessariamente controculturale e non tutta la controcultura musicale è esplicitamente politica. Il punto comune è piuttosto la capacità di mettere in discussione linguaggi, valori, modelli culturali o sistemi di produzione dominanti.
Questo approfondimento fa parte del nostro percorso dedicato alla controcultura.
Che cosa significa musica controculturale
Definire un genere musicale come “controculturale” soltanto perché poco conosciuto sarebbe riduttivo.
Una scena musicale può essere underground senza mettere necessariamente in discussione nulla.
La dimensione controculturale emerge quando alla differenza estetica si aggiungono elementi come:
- critica del conformismo;
- contestazione dell’autorità;
- rifiuto delle convenzioni artistiche;
- autoproduzione;
- nascita di circuiti indipendenti;
- attenzione alle culture marginali;
- costruzione di identità collettive alternative;
- utilizzo della musica come forma di protesta.
La controcultura musicale riguarda quindi sia ciò che viene detto sia il modo attraverso cui la musica viene prodotta e diffusa.
Un testo può contestare l’ordine sociale.
Ma anche creare una piccola etichetta, pubblicare una fanzine o organizzare autonomamente concerti può rappresentare una rottura con i normali meccanismi dell’industria culturale.
La musica come linguaggio della protesta
La musica possiede una caratteristica che la rende particolarmente efficace: può trasformare idee ed esperienze complesse in parole, ritmo e memoria collettiva.
Una canzone viene ricordata, cantata e trasmessa.
Può uscire dai luoghi nei quali è nata e diventare patrimonio di persone che non conoscono neppure il suo autore.
Canti politici, canti di lavoro e musica popolare hanno svolto spesso questa funzione.
Hanno raccontato:
- condizioni di lavoro;
- disuguaglianze;
- migrazioni;
- guerra;
- repressione;
- vita delle classi popolari;
- lotte sociali.
In questi casi la musica non è soltanto intrattenimento.
Diventa anche una forma di memoria sociale.
I canti di lavoro
Uno dei percorsi più antichi attraverso cui musica e conflitto sociale si incontrano è quello dei canti di lavoro.
Contadini, braccianti, minatori, operai e lavoratori hanno utilizzato il canto per accompagnare il lavoro, raccontarne la durezza e costruire forme di solidarietà.
La dimensione collettiva è fondamentale.
Il canto permette di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che può essere condiviso.
Sul rapporto tra lavoro, letteratura e musica abbiamo dedicato l’approfondimento Canti di lavoro: working class nella letteratura e nella musica.
È un esempio particolarmente significativo perché mostra come la controcultura non nasca sempre da avanguardie artistiche urbane: può emergere anche dal patrimonio popolare.
Musica popolare e culture subalterne
Una cultura può assumere una funzione controculturale anche quando restituisce visibilità a esperienze che la cultura dominante tende a marginalizzare.
Questo è particolarmente evidente nella riscoperta della musica popolare avvenuta nel Novecento.
Raccogliere canti contadini, canti di lavoro e tradizioni orali significa anche preservare una memoria che difficilmente trova spazio nella cultura ufficiale.
In Italia figure come Rosa Balistreri, Dodi Moscati e Giovanna Marini rappresentano tre percorsi differenti ma collegati dalla ricerca sulla cultura popolare e dal rapporto tra canto e società.
Rosa Balistreri: canto popolare e protesta
Rosa Balistreri trasformò il patrimonio musicale siciliano in una voce fortemente personale.
Il suo canto racconta povertà, violenza, condizione femminile e vita delle classi popolari.
La sua esperienza mostra bene come tradizione e controcultura non siano necessariamente opposte.
Una tradizione può diventare uno strumento di rottura quando viene utilizzata per raccontare ciò che normalmente resta ai margini.
Puoi approfondire nella nostra biografia di Rosa Balistreri.
Dodi Moscati e la memoria della cultura popolare
Anche Dodi Moscati lavorò sul patrimonio musicale e orale della cultura contadina.
Giornalista, cantante e ricercatrice, raccolse e reinterpretò canti popolari intrecciandoli con la canzone politica e con la musica contemporanea.
In questo caso il lavoro musicale assume anche una funzione di conservazione della memoria.
Registrare, reinterpretare e trasmettere un canto significa impedire che una cultura scompaia insieme alle comunità che l’hanno prodotta.
Su Magozine abbiamo ricostruito la sua storia in Dodi Moscati: biografia e discografia.
Giovanna Marini: le canzoni sono di tutti
Ancora più evidente è il legame tra ricerca, memoria e conflitto sociale nell’opera di Giovanna Marini.
Marini percorse l’Italia raccogliendo canti popolari, canti di lavoro e testimonianze musicali, studiandone anche tecniche vocali e modalità di trasmissione.
La canzone diventa così una fonte attraverso cui raccontare una storia diversa da quella istituzionale: una storia fatta di emigrazione, scioperi, guerre, Resistenza e vita quotidiana.
La sua ricerca non separava il patrimonio musicale dalle persone che lo avevano prodotto.
Su Magozine le abbiamo dedicato l’approfondimento Giovanna Marini: le canzoni sono di tutti.
Il titolo stesso suggerisce una concezione collettiva della cultura: le canzoni viaggiano, cambiano, vengono riprese e trasmesse e diventano parte della memoria di una comunità.
Cantautorato, dissenso e anni Settanta
La controcultura musicale italiana non passa però soltanto attraverso la ricerca sul canto popolare.
Negli anni Sessanta e Settanta il cantautorato diventa uno dei luoghi nei quali vengono affrontati temi normalmente poco presenti nella musica commerciale:
autorità;
religione;
emarginazione;
sessualità;
guerra;
droghe;
alienazione;
conflitto generazionale;
ricerca spirituale.
Non tutti i cantautori appartengono naturalmente a una medesima area politica o culturale.
Ma una parte importante della canzone d’autore italiana contribuisce a creare un linguaggio critico nei confronti della società del tempo.
Fabrizio De André: anarchia, emarginati e potere
Fabrizio De André rappresenta uno degli esempi più evidenti del rapporto tra canzone d’autore, sensibilità libertaria e critica delle istituzioni.
Nelle sue canzoni compaiono frequentemente persone poste ai margini della società, critica della guerra, diffidenza verso il potere e attenzione per chi viene giudicato o escluso.
Il rapporto di De André con la cultura anarchica non fu soltanto un’etichetta applicata successivamente alla sua opera.
Su Magozine abbiamo raccolto diversi materiali legati a questo rapporto nell’approfondimento Fabrizio De André: libri, CD e DVD, dove viene presentato anche Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André di Paolo Finzi e il materiale prodotto nell’ambiente di A rivista.
De André rappresenta inoltre un ponte naturale tra questo percorso e quello dedicato all’anarchia, all’antimilitarismo e alla critica dell’autorità.
Claudio Rocchi: psichedelia, spiritualità e libertà
Un percorso differente è quello di Claudio Rocchi.
Nel rock italiano degli anni Settanta la sperimentazione musicale si intrecciava spesso con la ricerca di nuovi modi di vivere, l’interesse per la spiritualità, la psichedelia e il rifiuto dei valori borghesi tradizionali.
Rocchi appartiene pienamente a questo ambiente culturale.
Il suo percorso permette di osservare un lato della controcultura che non coincide necessariamente con la militanza politica: la trasformazione individuale e la ricerca di forme di vita differenti.
Musica, esperienza psichedelica, spiritualità e critica delle convenzioni possono convivere all’interno dello stesso itinerario artistico.
Ne abbiamo parlato nell’articolo Claudio Rocchi e Stefano Rosso, due grandi cantautori ormai dimenticati.
Stefano Rosso: ironia e anticonformismo
Lo stesso articolo permette di riscoprire Stefano Rosso, cantautore molto diverso da Rocchi.
Nel suo caso emergono maggiormente ironia, satira, racconto della vita quotidiana e distanza dalle convenzioni.
La controcultura non assume quindi soltanto la forma della dichiarazione politica.
Può passare anche attraverso il linguaggio, l’ironia e il modo di raccontare comportamenti che la cultura dominante preferisce non affrontare.
Mettere accanto Rocchi e Rosso è interessante proprio perché mostra due forme differenti di anticonformismo musicale negli anni Settanta: ricerca interiore e psichedelia da una parte, ironia e disincanto dall’altra.
Gli anni Sessanta e la musica come identità generazionale
Negli anni Sessanta la relazione tra musica e controcultura diventa particolarmente evidente.
Rock, folk e nuove culture giovanili accompagnano trasformazioni profonde:
nuovi costumi;
pacifismo;
sperimentazioni artistiche;
contestazione generazionale;
nuovi rapporti con la sessualità;
critica del consumismo;
interesse per culture e spiritualità differenti.
La musica non rappresenta semplicemente questi cambiamenti.
Contribuisce a costruire uno spazio nel quale riconoscersi.
Dischi, concerti e festival diventano luoghi di aggregazione e produzione culturale.
Per comprendere il retroterra di questa trasformazione bisogna guardare anche alla Beat Generation e alla progressiva nascita di una cultura giovanile autonoma.
Nel percorso generale sulla controcultura abbiamo collegato questo fenomeno all’articolo I sogni, le paure e la voglia di evasione dei ragazzi della “gioventù bruciata”.
Punk: non soltanto un genere musicale
Il punk rende particolarmente evidente un principio fondamentale della controcultura:
non è necessario aspettare il permesso di qualcuno per produrre cultura.
Il suo impatto non riguarda infatti soltanto una particolare sonorità.
Intorno al punk nascono:
- fanzine;
- etichette indipendenti;
- autoproduzioni;
- grafica;
- spazi musicali;
- reti di distribuzione;
- nuovi modi di vestirsi;
- linguaggi provocatori.
Il principio DIY – Do It Yourself diventa parte integrante dell’identità culturale.
L’idea è semplice: se i normali canali non ti rappresentano, puoi cercare di costruirne di nuovi.
Questa logica supera la musica e influenza successivamente editoria, arte, attivismo e comunicazione indipendente.
Underground e indipendenza
Il termine underground viene utilizzato per descrivere culture e produzioni che rimangono fuori dai grandi circuiti commerciali.
Ma indipendente e controculturale non significano esattamente la stessa cosa.
Un artista può lavorare con una piccola etichetta senza proporre alcuna critica culturale.
Al contrario, un artista distribuito da una grande casa discografica può mantenere temi e linguaggi fortemente conflittuali.
La relazione tra underground, indipendenza e controcultura va quindi valutata caso per caso.
Ciò che conta è osservare non soltanto chi pubblica un disco, ma quale ambiente culturale lo produce e quali linguaggi sviluppa.
La new wave italiana
Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta anche in Italia si svilupparono scene punk, post-punk e new wave capaci di creare un immaginario autonomo rispetto alla musica più commerciale.
I Diaframma rappresentano uno dei nomi importanti di questa stagione.
Musica e poesia sono particolarmente intrecciate nell’opera di Federico Fiumani, cantante e autore del gruppo.
Di Fiumani abbiamo recensito la raccolta Odio Springsteen e gli U2. Poesie 1983-2011.
La recensione appartiene anche al nostro percorso dedicato alla poesia, ma qui assume un altro significato: mostra come una scena musicale possa produrre un universo culturale più ampio del semplice disco.
CCCP, punk e cultura italiana
Un altro caso fondamentale è quello dei CCCP – Fedeli alla linea.
La loro musica ha mescolato punk, provocazione, teatro, iconografia politica e cultura popolare costruendo un linguaggio immediatamente riconoscibile.
L’importanza di esperienze di questo tipo non consiste soltanto nelle canzoni.
La musica diventa parte di un sistema di simboli, performance e riferimenti culturali.
Massimo Zamboni ha successivamente proseguito il proprio percorso anche attraverso la scrittura.
Su Magozine abbiamo recensito La macchia mongolica, scritto con Caterina Zamboni Russia.
Anche qui il collegamento è significativo: dalla scena musicale si passa alla letteratura, al viaggio e alla memoria.
Quando il potere censura la musica
Un altro modo per comprendere il carattere conflittuale della musica consiste nell’osservare la censura.
Regimi politici, istituzioni religiose, emittenti radiofoniche e autorità pubbliche hanno in epoche diverse proibito o limitato canzoni, artisti e generi ritenuti pericolosi, immorali o politicamente inaccettabili.
La censura mostra indirettamente il potere attribuito alla musica.
Se una canzone fosse considerata completamente irrilevante, difficilmente qualcuno sentirebbe la necessità di vietarla.
Jazz, blues, rock, canzone politica e altri generi hanno conosciuto forme diverse di censura e controllo.
Abbiamo ricostruito alcuni di questi casi in Storie di censura nella musica.
Donne, musica e rappresentazione
Anche il rapporto tra genere e industria musicale può essere letto da una prospettiva controculturale.
Chi viene raccontato nella storia della musica?
Chi viene considerato autore?
Chi rimane confinato nel ruolo di interprete?
Quali modelli vengono richiesti alle artiste?
Sono domande che riguardano direttamente il modo attraverso cui viene costruito il canone musicale.
Il volume Cantautrici. Le più grandi, da tutto il mondo, di Alice Mammola e Valentina Savi, parte proprio dalla necessità di riportare al centro numerose artiste e autrici.
Su Magozine ne abbiamo parlato nella recensione Cantautrici: un sussidiario femminista della musica mondiale.
Questo libro si inserisce bene nel percorso sulla musica controculturale perché mostra come anche riscrivere una storia culturale da un punto di vista marginalizzato possa rappresentare un gesto critico.
Musica e identità
Le controculture musicali non costruiscono soltanto repertori.
Costruiscono identità.
Il modo di vestirsi.
I luoghi frequentati.
Le immagini sulle copertine.
Le riviste lette.
Il linguaggio.
Le relazioni.
Perfino il modo in cui viene utilizzato lo spazio urbano.
Per questo punk, rock psichedelico, goth, hip hop e numerose altre scene non possono essere comprese soltanto studiando le caratteristiche musicali.
La musica costituisce spesso il centro intorno al quale si organizza un’intera forma di appartenenza.
Simboli della controcultura musicale
Ogni scena produce anche i propri simboli.
Loghi.
Colori.
Abbigliamento.
Graffiti.
Copertine.
Fotografie.
Manifesti.
I simboli permettono a un gruppo di riconoscersi e rendono immediatamente visibile una determinata identità.
La musica diventa così parte di un processo più ampio che unisce suono, immagine e comportamento.
È lo stesso meccanismo attraverso cui molti movimenti sociali hanno costruito bandiere, slogan e iconografie riconoscibili.
Quando la controcultura diventa mercato
Esiste però una tensione inevitabile.
Una cultura nata ai margini può diventare popolare.
Un gruppo underground può vendere moltissimi dischi.
Uno stile nato come gesto di rottura può essere riprodotto dall’industria della moda.
Un’immagine punk può diventare una grafica stampata su prodotti commerciali.
È uno dei principali paradossi della controcultura.
Il mercato possiede una grande capacità di incorporare linguaggi che inizialmente si opponevano ad esso.
Ma l’assorbimento commerciale non cancella automaticamente il significato originario.
Bisogna distinguere tra il contesto nel quale una cultura nasce e gli usi che successivamente vengono fatti dei suoi simboli.
Autoproduzione e cultura DIY oggi
Il principio DIY non è scomparso.
Le tecnologie digitali hanno anzi ridotto enormemente i costi necessari per produrre e distribuire musica.
Oggi un artista può registrare, pubblicare e promuovere un lavoro senza possedere necessariamente una struttura industriale tradizionale.
Ma la situazione presenta una nuova contraddizione.
La produzione può essere indipendente mentre la distribuzione dipende da grandi piattaforme digitali.
Il vecchio problema dell’accesso all’industria discografica viene quindi sostituito, almeno in parte, da nuove questioni:
algoritmi;
visibilità;
piattaforme;
concentrazione della distribuzione;
economia dello streaming.
L’indipendenza tecnologica non coincide automaticamente con l’indipendenza economica.
Musica alternativa e controcultura non sono sinonimi
È utile mantenere una distinzione.
Musica alternativa può indicare semplicemente una scena o un genere diverso da quelli più commerciali.
Musica indipendente può riferirsi al sistema produttivo.
Musica underground indica generalmente una posizione periferica rispetto ai grandi circuiti.
Musica controculturale implica invece un rapporto critico con aspetti della cultura dominante.
Le categorie possono sovrapporsi, ma non coincidono.
Un gruppo può essere contemporaneamente indipendente, underground e controculturale.
Un altro può essere soltanto indipendente.
Questa distinzione evita di trasformare qualsiasi produzione di nicchia in una forma di ribellione.
Percorsi sulla musica e controcultura
Su Magozine il percorso può essere approfondito attraverso diversi filoni.
Musica popolare, memoria e lavoro
→ Giovanna Marini: le canzoni sono di tutti
→ Canti di lavoro: working class nella letteratura e nella musica
→ Rosa Balistreri, biografia della cuntastorie siciliana
→ Dodi Moscati: biografia e discografia
Cantautorato libertario e anni Settanta
→ Fabrizio De André: materiali sul pensiero anarchico e sulla sua musica
→ Claudio Rocchi e Stefano Rosso, due grandi cantautori ormai dimenticati
Censura e libertà artistica
→ Storie di censura nella musica
Punk, new wave e underground italiano
→ Il libro di poesie di Federico Fiumani, cantante dei Diaframma
→ La macchia mongolica di Massimo Zamboni
Donne e storia della musica
→ Cantautrici: un sussidiario femminista della musica mondiale
La musica come spazio di autonomia culturale
La controcultura musicale non può essere ridotta a un genere.
Non coincide soltanto con il punk, con il rock o con la canzone politica.
È piuttosto un modo particolare di utilizzare la musica.
Per raccontare ciò che rimane ai margini.
Per mettere in discussione modelli culturali.
Per costruire comunità.
Per conservare memorie.
Per inventare linguaggi.
Per creare mezzi di produzione e distribuzione indipendenti.
A volte queste esperienze restano sotterranee.
Altre volte diventano parte della cultura dominante.
Ma proprio questo continuo movimento tra margine e centro, indipendenza e mercato, dissenso e assimilazione rende la musica uno dei territori più importanti per comprendere la storia della controcultura.
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