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  1. Case della Comunità o «ospedale che entra in casa»? Il nodo irrisolto della riforma territoriale del SSN

    Il PNRR ha finanziato 1.038 Case della Comunità da attivare entro il 30 giugno 2026. I numeri ufficiali dichiarano l’obiettivo raggiunto. Ma tra «attivata» e «pienamente funzionante» corre una distanza enorme, e la vera sfida — portare l’assistenza direttamente al domicilio del paziente cronico e fragile — rimane in larga misura incompiuta.

    La riforma territoriale del DM 77/2022: cosa prevedeva

    Il decreto interministeriale n. 77 del 23 maggio 2022 ha ridisegnato l’architettura dell’assistenza sanitaria territoriale in Italia, introducendo tre pilastri principali: le Case della Comunità (CdC), le Centrali Operative Territoriali (COT) e gli Ospedali di Comunità (OdC). L’obiettivo dichiarato era radicale: spostare il baricentro del SSN dall’ospedale acuto al territorio, alleggerendo il Pronto Soccorso dai codici bianchi e verdi, prendendo in carico la cronicità prima che diventi emergenza, e garantendo continuità assistenziale dopo le dimissioni ospedaliere.

    Le Case della Comunità Hub, previste ogni 40.000–50.000 abitanti, avrebbero dovuto assicurare presenza medica e infermieristica 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Le CdC Spoke — più capillari e periferiche — almeno 12 ore al giorno per 6 giorni. All’interno avrebbe dovuto operare un’équipe multiprofessionale composta da medici di medicina generale (MMG), pediatri di libera scelta (PLS), specialisti ambulatoriali, infermieri, psicologi e assistenti sociali. Un Punto Unico di Accesso (PUA) avrebbe orientato il paziente nella rete dei servizi, attivando — se necessario — l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI).

    Il target PNRR vincolante era l’attivazione di 1.038 strutture entro il 30 giugno 2026. I fondi europei — sotto il titolo Missione 6, Componente 1 — ammontano a diversi miliardi, con l’obiettivo parallelo di aumentare del 10% la presa in carico domiciliare degli over 65.

    Lo stato reale al 30 giugno 2026: la forbice tra numeri e sostanza

    Secondo i dati del Ministero della Salute, al 30 giugno 2026 risultano operative 1.156 Case della Comunità — numero superiore al target europeo. Ma «operative» ai fini PNRR significa «attivate secondo i criteri concordati con l’UE», non che offrano già l’intera gamma di servizi previsti dal DM 77 con un’équipe completa.

    I dati del monitoraggio AGENAS sul II semestre 2024 raccontavano una storia molto diversa:

    • Solo 46 CdC (meno del 3% del totale previsto) garantivano presenza medica e infermieristica 24/7 come da norma.
    • 118 CdC (circa il 7%) disponevano di tutti i servizi obbligatori, ma senza la presenza costante di medici e infermieri.
    • Su 1.717 CdC pianificate, più di 1.068 risultavano prive di servizi pienamente operativi.
    • Degli Ospedali di Comunità (568 previsti), solo circa 124 avevano almeno un servizio attivo.

    Il problema non è solo edilizio: costruire o ristrutturare un edificio è — per quanto complesso — un atto amministrativo. Riempirlo di professionisti è tutt’altra cosa. La carenza cronica di MMG e infermieri, distribuita in modo asimmetrico tra Nord e Sud, si è riverberata direttamente sull’operatività delle nuove strutture. Il lungo braccio di ferro tra il Ministero della Salute e la medicina generale si è concluso con un accordo al ribasso: i MMG si impegnano nelle CdC per un massimo di 6 ore settimanali, con un compenso di 38,72 euro lordi l’ora. Un impegno — come ha correttamente osservato l’assessore Bertolaso in Lombardia — «un pannicello caldo» rispetto all’idea originaria di un’équipe stabile a presidio continuativo.

    L’«ospedale che entra in casa»: l’ADI come leva strategica

    Il dibattito corrente si concentra sulle CdC come edifici, come presidi fisici da aprire e popolare. Ma il titolo dell’articolo di MondoSanità — «Altro che Case della Comunità vuote: serve l’ospedale che entra in casa» — punta il dito su un aspetto che rischia di essere trascurato: la direzione strategicamente più efficace, per anziani e cronici fragili, non è portare il paziente in una struttura territoriale, ma portare l’assistenza al paziente.

    L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) — prevista anch’essa nel DM 77 e finanziata dalla Missione 6 PNRR — rappresenta proprio questo: un insieme coordinato e continuativo di trattamenti medici, infermieristici e riabilitativi erogati direttamente al domicilio del paziente non autosufficiente o fragile. Il percorso prevede:

    • Richiesta del MMG (o del medico ospedaliero in fase di dimissione protetta) alla COT competente.
    • Valutazione multidimensionale da parte di un’Unità Valutativa Multidisciplinare (UVM) entro 48–72 ore.
    • Stesura di un Piano Assistenziale Individualizzato (PAI), con obiettivi di cura e figure professionali coinvolte (medico, infermiere, fisioterapista, OSS).
    • Erogazione delle cure a domicilio, con un diario delle prestazioni che rimane fisicamente presso il paziente — un documento clinico che conosco bene come strumento di continuità assistenziale tra ospedale e territorio.

    L’ADI si articola in tre livelli di intensità: bassa (livello 1, per quadri di media entità), media (livello 2, maggiore complessità clinica) e alta (livello 3, patologie avanzate con accessi multipli e specialistici). Il target PNRR prevedeva un aumento del 10% della presa in carico degli over 65 entro il 2026. I modelli regionali variano significativamente, con differenze marcate tra Nord e Sud nella capacità organizzativa e nella densità di erogatori accreditati.

    Due visioni di sanità territoriale: presidio fisso vs. prossimità attiva

    La contrapposizione tra «Casa della Comunità» e «ospedale che entra in casa» non è retorica: riflette due filosofie assistenziali diverse, entrambe legittime ma con destinatari parzialmente differenti.

    La CdC serve il paziente che riesce ad accedere — fisicamente o con supporto — a una struttura. È pensata per i codici minori del PS, per la diagnostica di base, per il follow-up delle cronicità in fase stabile, per l’orientamento nella rete. È la «terra di mezzo» tra lo studio del MMG e il DEA, quella zona grigia dove crescono oggi i bisogni non codificati. L’esempio virtuoso di Pietrasanta (Toscana), documentato da VDnews, mostra cosa può essere una CdC che funziona davvero: 10 MMG, 26 tra infermieri e OSS, specialisti, fisiatri, odontoiatri, Croce Verde — un presidio che assorbe gli infortuni lievi senza retorica e senza eccitazione, con calma operativa.

    L’ADI serve invece il paziente che non può spostarsi: l’anziano con polipatologia grave, il dimesso precoce con lesioni o cateteri, il malato oncologico in fase terminale, il paziente con scompenso cronico che richiede monitoraggio ravvicinato. Per questi pazienti, costruire una CdC all’angolo della strada non cambia nulla se non esiste un sistema di cure che raggiunga il loro appartamento al quarto piano senza ascensore.

    La vera sfida del DM 77 — ancora largamente incompiuta — è fare in modo che CdC, COT, ADI e dimissioni protette ospedaliere formino una rete integrata, non un arcipelago di silos assistenziali ciascuno con i propri criteri, proprie liste d’attesa, propri professionisti scollegati. La COT dovrebbe essere il nodo di raccordo: il centro nevralgico che riceve la segnalazione, attiva la valutazione, orienta verso il setting appropriato. Ma le COT sono a loro volta in ritardo nell’implementazione e fortemente disomogenee tra regioni.

    Il nodo del Mezzogiorno e le diseguaglianze strutturali

    Nessuna analisi onesta della riforma territoriale può ignorare il tema Nord-Sud. I dati di attivazione delle CdC mostrano squilibri marcati, con regioni meridionali sistematicamente in ritardo rispetto al target. Ma il problema non è solo di velocità attuativa: è strutturale. Nelle aree interne del Mezzogiorno — e in particolare in Sicilia, dove esercito — il quadro combina carenza di MMG, deficit infermieristico, invecchiamento della popolazione, dispersione geografica e fragilità socioeconomica delle famiglie caregiver.

    La risposta politica più frequente in questi territori è la rivendicazione del piccolo ospedale locale come presidio identitario — una reazione comprensibile ma spesso controproducente. Come ha scritto acutamente un commentatore su Quotidiano Sanità, la politica locale spinge per il riconoscimento dello status di «area disagiata» (DM 70), che porta nella migliore delle ipotesi a un piccolo ospedale senza appeal professionale, piuttosto che rivendicare una progettualità adeguata alle esigenze del territorio secondo il DM 77. Il risultato è che si tutelano contenitori noti e familiari — l’ospedale fisico — mentre le CdC e le strutture ADI restano invisibili agli occhi della politica e dei cittadini.

    Il commento dell’internista

    Come Direttore di Medicina Interna in una struttura del Mezzogiorno, vivo quotidianamente la tensione tra le promesse della riforma e la realtà del reparto. Il problema non è ideologico: la logica del DM 77 è corretta. Spostare il presidio assistenziale dal DEA al territorio è l’unico modo sostenibile di gestire una popolazione che invecchia rapidamente con una crescente prevalenza di polipatologia cronica.

    Ma ci sono alcune criticità concrete che nessun decreto risolve per decreto:

    • La carenza di MMG non è una questione di volontà politica: è una crisi demografica della categoria, con un imbuto formativo che non produce abbastanza nuovi professionisti per sostituire chi va in pensione. Sei ore settimane di CdC per medico sono incompatibili con un’assistenza a 24/7.
    • La COT come nodo strategico funziona solo se i reparti ospedalieri la usano davvero — e questo richiede formazione, cultura della dimissione protetta e sistemi informativi condivisi tra ospedale e distretto. In molte realtà questi sistemi non comunicano ancora.
    • L’ADI nel Mezzogiorno sconta un deficit di erogatori accreditati privati che in Lombardia o Emilia-Romagna svolgono una funzione fondamentale di integrazione. Nelle province siciliane, il carico ricade quasi interamente sulle ASP, già sotto pressione.
    • Il riconoscimento professionale dell’infermiere di comunità — figura chiave del modello DM 77 — è ancora in una fase embrionale di implementazione contrattuale e formativa.

    Detto tutto questo, concordo con la provocazione del titolo di MondoSanità: serve l’ospedale che entra in casa. Non in alternativa alle CdC, ma come complemento indispensabile. Un paziente di 82 anni con scompenso cardiaco, BPCO e demenza lieve non raggiungerà mai la Casa della Comunità autonomamente. Il sistema deve raggiungerlo. E questo significa investire seriamente nell’ADI, nell’infermieristica di comunità, nelle dimissioni protette e nella COT come organo coordinatore reale — non come casella vuota in un organigramma.

    Conclusioni

    La riforma territoriale del DM 77/2022, sostenuta dai fondi PNRR, ha prodotto un’infrastruttura fisica di Case della Comunità in parte realizzata e ufficialmente «attivata». Ma tra l’attivazione formale e la presa in carico reale dei pazienti fragili e cronici corre una distanza che i dati AGENAS documentano con impietosa chiarezza. Il vero indicatore di successo della riforma non sarà il numero di strutture aperte, ma la percentuale di pazienti anziani con patologie multiple che — grazie a ADI, COT e dimissioni protette — non torneranno al Pronto Soccorso entro 30 giorni dalla dimissione. Quel numero, per ora, non è ancora al centro del dibattito pubblico. Forse è il momento di metterlo lì.

    Decreto interministeriale n. 77 del 23 maggio 2022. Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale. Gazzetta Ufficiale n. 144, 22 giugno 2022.

    Ministero della Salute. (2026). Dati di monitoraggio PNRR – Missione 6 Componente 1: Case della Comunità. Aggiornamento al 30 giugno 2026. https://www.salute.gov.it

    AGENAS. (2025). Monitoraggio attuazione DM 77/2022 – II semestre 2024. Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali.

    Merenda, F. (2025). I modelli regionali dell’assistenza domiciliare integrata nella riforma del PNRR. Le Istituzioni del Federalismo, 4, 2025. Regione Emilia-Romagna.

    Giglioni, F. (2024). I medici di medicina generale nella riscrittura dell’assistenza sanitaria territoriale. Le Istituzioni del Federalismo, 4, 875–896.

    SISAC-FIMMG-FMT. (2026). Accordo collettivo nazionale integrativo per la presenza dei MMG nelle Case della Comunità: compenso di 38,72 €/ora, impegno massimo 6 ore settimanali.

    Pioggia, A., Gola, M., & Aperio Bella, F. (a cura di). (2026). Il nuovo disegno della sanità italiana. Territorialità, domiciliarità e telemedicina nell’attuazione del PNRR. Giappichelli.

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