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Scompenso cardiaco e obesità: le linee guida ESC 2026 aprono la porta a semaglutide e tirzepatide
Per la prima volta due farmaci incretino-mimetici entrano in una raccomandazione specifica per il trattamento dell’obesità nel paziente con scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata. Un’analisi dei dati e dei limiti, con uno sguardo dalla medicina interna.
L’obesità non è più soltanto un fattore di rischio da correggere a margine dello scompenso cardiaco. Le nuove Linee guida ESC 2026 per la gestione dello scompenso cardiaco, presentate al congresso di Monaco e pubblicate su European Heart Journal, la collocano al centro della fisiopatologia dello scompenso a frazione di eiezione preservata (HFpEF) e, per la prima volta, includono semaglutide e tirzepatide in una raccomandazione dedicata al trattamento dell’obesità in questi pazienti.
La popolazione target è definita con precisione: pazienti con scompenso sintomatico, LVEF ≥45% e BMI ≥30 kg/m², con o senza diabete. In questi pazienti, semaglutide o tirzepatide “should be considered” per ridurre il peso corporeo e migliorare capacità di esercizio e qualità di vita — raccomandazione di Classe IIa, livello di evidenza B.
Perché l’obesità conta così tanto nell’HFpEF
Il legame tra obesità e scompenso non si limita alla comorbidità con ipertensione, diabete e dislipidemia. Le linee guida sottolineano un meccanismo diretto: l’espansione del tessuto adiposo, in particolare epicardico, promuove uno stato infiammatorio sistemico e una trasformazione proinfiammatoria che favorisce la fibrosi miocardica. Contemporaneamente, la capacità del ventricolo sinistro di dilatarsi in risposta a un aumento del volume ematico risulta compromessa, per cui anche incrementi volemici modesti generano aumenti sproporzionati delle pressioni di riempimento.
Il fenotipo che ne risulta è clinicamente riconoscibile: il fenotipo HFpEF-obesità rappresenta circa il 30-40% dei pazienti europei e il 60-70% di quelli nordamericani. Sono pazienti mediamente più giovani rispetto agli HFpEF non obesi, ma con sintomi più marcati, qualità di vita peggiore e capacità funzionale più compromessa.
Un punto di interesse pratico, spesso sottovalutato: nei pazienti obesi i peptidi natriuretici possono essere falsamente bassi, per una maggiore clearance a livello del tessuto adiposo, con il rischio concreto di sottostimare la congestione. Anche il consumo di ossigeno di picco, se corretto solo per il peso corporeo totale, può sottostimare la performance funzionale: le linee guida suggeriscono di considerare la massa magra ai fini prognostici. Sono avvertenze che meritano di entrare nella pratica clinica quotidiana, non solo nei trial.
Le evidenze alla base della raccomandazione
STEP-HFpEF: semaglutide senza diabete
Lo studio ha arruolato 529 pazienti con HFpEF, BMI ≥30 kg/m² e LVEF ≥45%, randomizzati a semaglutide 2,4 mg/settimana vs placebo per 52 settimane. A fine studio:
- KCCQ-CSS: +16,6 punti con semaglutide vs +8,7 con placebo (differenza 7,8 punti)
- Peso corporeo: -13,3% vs -2,6% (differenza 10,7 punti percentuali)
- Test del cammino 6 minuti: +21,5 m vs +1,2 m (differenza 20,3 m)
STEP-HFpEF DM: la conferma nei pazienti diabetici
Su 616 pazienti con HFpEF, obesità e diabete di tipo 2, i risultati sono coerenti: KCCQ-CSS +13,7 vs +6,4 punti (differenza 7,3), calo ponderale -9,8% vs -3,4%, differenza nel test del cammino di 14,3 metri. La coerenza tra i due studi STEP-HFpEF sostiene un punto chiave delle linee guida: il beneficio è indipendente dalla presenza di diabete.
SUMMIT: tirzepatide e il primo segnale su eventi clinici
SUMMIT ha arruolato 731 pazienti con HFpEF, LVEF ≥50% e obesità, seguiti per una mediana di 104 settimane, ed è il primo trial di questo programma ad avere tra gli endpoint primari un vero endpoint clinico composito (morte cardiovascolare o evento di peggioramento dello scompenso):
- Endpoint composito: 9,9% (tirzepatide) vs 15,3% (placebo) — HR 0,62
- Eventi di peggioramento dello scompenso: 8,0% vs 14,2% — HR 0,54
- Mortalità cardiovascolare isolata: nessuna differenza dimostrata (8 decessi vs 5, numeri piccoli, non conclusivi)
- KCCQ-CSS a 52 settimane: +19,5 vs +12,7 punti (differenza 6,9)
Semaglutide e tirzepatide: stessa raccomandazione, evidenze diverse
È un punto che merita di essere ribadito con chiarezza editoriale: i due farmaci non sono intercambiabili sul piano delle evidenze, anche se le linee guida li riuniscono nella stessa raccomandazione di Classe IIa. Semaglutide (agonista GLP-1) ha alle spalle due trial solidi su sintomi, qualità di vita e capacità funzionale. Tirzepatide (agonista duale GIP/GLP-1) porta in dote SUMMIT, l’unico studio ad aver mostrato una riduzione di un endpoint clinico *hard*, trainata soprattutto dalla riduzione degli eventi di worsening HF, non dalla mortalità cardiovascolare. Le stesse linee guida mantengono un linguaggio prudente: l’indicazione resta legata a peso, capacità di esercizio e qualità di vita, non a una generica prevenzione di eventi cardiovascolari maggiori.
I confini della raccomandazione
Il perimetro va rispettato con rigore, anche comunicativo: le evidenze riguardano quasi esclusivamente HFpEF (LVEF ≥45-50%) e non sono estensibili all’HFrEF, per cui le stesse linee guida chiedono trial dedicati e follow-up più lunghi. Trovano inoltre spazio, con raccomandazione più debole (Classe IIb, livello C), la chirurgia bariatrica nei pazienti con BMI ≥35 kg/m² che non raggiungono un calo ponderale adeguato con stile di vita e farmaci — in assenza, però, di studi di confronto diretto tra chirurgia e nuovi farmaci anti-obesità.
Il commento editoriale
Una raccomandazione solida sulla carta, ma da calare con cautela nella popolazione reale della medicina interna e della geriatria cardiovascolare.
Dal punto di vista di chi lavora in un reparto di Medicina Interna con Lungodegenza, questa raccomandazione merita un plauso e, insieme, alcune riserve pratiche.
- L’età dei pazienti reali non è l’età dei pazienti dei trial. L’età mediana in STEP-HFpEF era 69 anni, in SUMMIT 65 anni: popolazioni relativamente giovani e selezionate per uno scompenso HFpEF-obesità. I pazienti che vediamo nei reparti di medicina interna con scompenso e obesità sono spesso più anziani, pluripatologici, con fragilità e sarcopenia già presenti. In questi soggetti una perdita di peso del 10-14% ottenuta con GLP-1/GIP RA non è a costo zero: la letteratura sui farmaci incretinici documenta una quota non trascurabile di perdita di massa magra insieme a quella adiposa. Nessuno dei trial citati ha misurato sistematicamente la composizione corporea con metodiche di riferimento, e questo è un limite che l’entusiasmo per il dato di outcome rischia di far passare in secondo piano.
- Il segnale su eventi clinici duri resta un segnale, non una certezza. L’HR di 0,62 di SUMMIT sull’endpoint composito è un risultato interessante, ma va letto per quello che è: guidato quasi interamente dagli eventi di worsening HF (spesso influenzati anche da fattori soft come l’intensificazione della diuretico-terapia), senza una riduzione dimostrata della mortalità cardiovascolare isolata, su soli 731 pazienti e con un numero assoluto di decessi cardiovascolari molto piccolo (8 vs 5) per trarre conclusioni di sopravvivenza. Le stesse linee guida ESC lo riconoscono, mantenendo la raccomandazione ancorata a peso, sintomi e qualità di vita e non a una generica prevenzione di eventi maggiori: una prudenza redazionale che condivido e che non tutta la comunicazione medica successiva alla pubblicazione ha rispettato con lo stesso rigore.
- Il nodo dell’accesso e della sostenibilità. Una raccomandazione di Classe IIa non equivale a un accesso garantito. In Italia la prescrizione di semaglutide e tirzepatide per indicazioni cardiologiche, al di fuori della gestione del diabete o dell’obesità già rimborsata, dipenderà dalle decisioni di AIFA e dalla sostenibilità economica per il SSN. Il rischio concreto è quello di una raccomandazione internazionale che fatica a tradursi in pratica clinica diffusa, specie nei pazienti più anziani e complessi che affollano i reparti internistici e che, paradossalmente, potrebbero beneficiarne di più in termini di qualità di vita mentre restano più esposti a effetti avversi gastrointestinali, sarcopenia e problemi di aderenza terapeutica in politerapia.
- Le implicazioni diagnostiche meritano più risalto. Il richiamo delle linee guida sulla possibile sottostima dei peptidi natriuretici e del consumo di ossigeno di picco nei pazienti obesi è, a mio avviso, uno degli elementi più utili per la pratica quotidiana, forse più della raccomandazione farmacologica stessa: un NT-proBNP falsamente rassicurante in un paziente obeso e dispnoico può ritardare la diagnosi di scompenso, ed è un errore che vale la pena richiamare esplicitamente nei contesti di medicina interna dove l’obesità è la norma, non l’eccezione.
In sintesi: le linee guida ESC 2026 fanno un passo concettualmente corretto e atteso, sostenuto da evidenze di buona qualità per l’HFpEF associato a obesità. Ma la traduzione in pratica clinica, soprattutto nella popolazione anziana e fragile che caratterizza gran parte della medicina interna italiana, richiede cautela, personalizzazione e — soprattutto — dati di follow-up più lunghi di quelli oggi disponibili.
Køber, L., Adamo, M., Ruwald, A.-C., Tomasoni, D., et al. (2026). 2026 ESC Guidelines for the management of heart failure. European Heart Journal, ehag100. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehag100
Kosiborod, M. N., Abildstrøm, S. Z., Borlaug, B. A., Butler, J., Rasmussen, S., Davies, M., … Petrie, M. C. (2023). Semaglutide in patients with heart failure with preserved ejection fraction and obesity. New England Journal of Medicine, 389(12), 1069–1084. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2306963
Kosiborod, M. N., Petrie, M. C., Borlaug, B. A., Butler, J., Davies, M. J., Hovingh, G. K., … Shah, S. J. (2024). Semaglutide in patients with obesity-related heart failure and type 2 diabetes. New England Journal of Medicine, 390(15), 1394–1407. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2313917
Packer, M., Zile, M. R., Kramer, C. M., Baum, S. J., Litwin, S. E., Menon, V., … Borlaug, B. A. (2025). Tirzepatide for heart failure with preserved ejection fraction and obesity. New England Journal of Medicine, 392(5), 427–437. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2410027
European Society of Cardiology. (2026, agosto 28). Major changes made to the ESC Guidelines on heart failure [Comunicato stampa]. https://www.escardio.org/news/press/press-releases/major-changes-made-to-the-esc-guidelines-on-heart-failure/
Redazione. (2026, settembre 19). Scompenso cardiaco e obesità, nelle nuove linee guida ESC entrano semaglutide e tirzepatide. PharmaStar. https://www.pharmastar.it/news/cardio/scompenso-cardiaco-e-obesit-nelle-nuove-linee-guida-esc-entrano-semaglutide-e-tirzepatide-51811
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Fibrilación auricular: el riesgo silencioso que afecta al corazón
La fibrilación auricular puede no presentar síntomas y elevar el riesgo de coágulos, accidente cerebrovascular e insuficiencia cardiaca. Conoce sus señales, factores de riesgo y tratamientos disponibles.
Por Deyanira Vázquez | Reportera
La fibrilación auricular (AFib) es una alteración del ritmo cardiaco que puede avanzar sin síntomas evidentes, pero que aumenta el riesgo de coágulos sanguíneos, accidente cerebrovascular e insuficiencia cardiaca. Su presencia es cada vez más frecuente en Estados Unidos.
Proyecciones de la American Heart Association (AHA) estiman que más de 12 millones de personas en Estados Unidos podrían vivir con esta arritmia para 2030, frente a unos 5.2 millones estimados en 2010. La tendencia ha incrementado la atención sobre la detección y tratamiento oportunos.
La AFib ocurre cuando las señales eléctricas de las aurículas, las dos cavidades superiores del corazón, se vuelven desorganizadas. En lugar de contraerse de manera coordinada, estas cámaras presentan una actividad rápida e irregular que altera el ritmo cardiaco.
Una arritmia que puede pasar inadvertida
No todas las personas con fibrilación auricular perciben que su corazón está fuera de ritmo. Algunas presentan palpitaciones, falta de aire, cansancio, mareos, debilidad o dolor en el pecho, mientras otras pueden no experimentar síntomas.
La American Heart Association señala que la AFib es el tipo más común de arritmia y que puede favorecer la formación de coágulos dentro del corazón. Si uno de esos coágulos llega al cerebro, puede provocar un accidente cerebrovascular.
La frecuencia cardiaca durante un episodio puede ser considerablemente más rápida que el ritmo normal en reposo. La AFib también puede presentarse de manera intermitente y desaparecer por periodos, aunque en algunos pacientes puede convertirse en una condición persistente.
¿Qué provoca la fibrilación auricular?
La AFib puede estar relacionada con distintos problemas cardiovasculares y otras condiciones. Entre los factores asociados se encuentran la presión arterial alta, enfermedades de las válvulas cardiacas, enfermedad de las arterias coronarias, enfermedades pulmonares y alteraciones de la tiroides.
También pueden influir antecedentes de ataques cardiacos, apnea del sueño, determinados defectos cardiacos congénitos y otros padecimientos. La edad es otro factor relevante, ya que el riesgo de desarrollar fibrilación auricular aumenta con el paso de los años.
El diagnóstico requiere una valoración médica. Dependiendo del caso, los especialistas pueden recurrir a un electrocardiograma, monitoreo prolongado del ritmo cardiaco, estudios de imagen y otras pruebas para determinar el tipo y duración de la arritmia.
El tiempo con AFib influye en el tratamiento
El cirujano cardiovascular Randall Wolf, de Houston Methodist, sostiene que no todos los casos de fibrilación auricular tienen las mismas características. La duración de la enfermedad, el tamaño de la aurícula izquierda y el tiempo que el corazón permanece continuamente fuera de ritmo son factores relevantes para definir el tratamiento.
La AFib puede clasificarse de acuerdo con la duración de los episodios. Algunas personas presentan episodios que terminan por sí mismos, mientras otras desarrollan formas persistentes que requieren intervención médica para recuperar o mantener un ritmo cardiaco normal.
Entre las opciones disponibles se encuentran medicamentos para controlar la frecuencia o el ritmo cardiaco, así como fármacos anticoagulantes cuando están indicados para reducir el riesgo de formación de coágulos.
Ablación y procedimiento de Wolf
Otra alternativa es la ablación con catéter, un procedimiento mínimamente invasivo que busca modificar el tejido cardiaco responsable de las señales eléctricas anormales. Su utilización depende de las características de cada paciente y de la respuesta a otros tratamientos.
Wolf desarrolló además el procedimiento que lleva su nombre, actualmente denominado Wolf Procedure, una intervención quirúrgica mínimamente invasiva que actúa sobre los nervios autónomos situados alrededor del corazón y contempla el cierre de la orejuela auricular izquierda.
De acuerdo con Houston Methodist, el procedimiento de Wolf puede ser considerado especialmente en determinados pacientes con fibrilación auricular persistente o de larga duración, aunque la elección del tratamiento depende de la evaluación individual y de la historia clínica.
La institución señala que la intervención ha sido estudiada durante años y que sus resultados varían según el tipo de AFib, la duración de la enfermedad, las características del corazón y otros factores. Por ello, no existe un procedimiento único que sea adecuado para todas las personas. –sn–
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Nueve hospitales mexicanos sobresalen en ranking de América Latina
Nueve hospitales mexicanos figuran entre los evaluados por IntelLat 2026, con resultados relevantes en ocho especialidades y terceros lugares regionales en ortopedia y endocrinología.
Por Deyanira Vázquez | Reportera
México colocó a nueve hospitales entre las instituciones evaluadas en el Ranking IntelLat de los Mejores Hospitales y Clínicas de América Latina 2026, que analizó 105 centros de salud de 10 países y midió su desempeño general y en ocho especialidades médicas.
El Centro Médico ABC obtuvo el tercer lugar regional en ortopedia y traumatología y también alcanzó la tercera posición en endocrinología. Además, hospitales mexicanos aparecieron entre los primeros lugares de oncología, cardiología, ginecología y obstetricia, neurología y neumología.
El estudio de IntelLat contempla nueve dimensiones de evaluación, entre ellas seguridad y resultados clínicos, personas, creación de conocimiento, eficiencia, tecnología, telemedicina y Home Hospital, sostenibilidad, experiencia del paciente y prestigio.
México sobresale en oncología
En oncología, el Centro Médico ABC ocupó el cuarto lugar regional, mientras Christus Muguerza Alta Especialidad quedó en la séptima posición y Hospital Zambrano Hellion Tec Salud en el decimotercer sitio. Hospital Clínica Nova se ubicó en el lugar 23.
La clasificación muestra así cuatro instituciones mexicanas dentro de las primeras 25 posiciones de esta especialidad, con presencia de centros hospitalarios de Ciudad de México, Nuevo León y otras entidades del país.
En cardiología, el Centro Médico ABC se colocó en el cuarto lugar regional. Le siguieron Hospital Zambrano Hellion Tec Salud, en el sitio 12; Christus Muguerza Alta Especialidad, en el 13, y Doctors Hospital AUNA, en el 20.
También aparecen en ginecología
En ginecología y obstetricia, el Centro Médico ABC alcanzó el cuarto puesto regional; Hospital Zambrano Hellion Tec Salud quedó en el 13; Doctors Hospital AUNA, en el 18, y Christus Muguerza Alta Especialidad, en el 23.
La edición 2026 incorporó cuatro especialidades adicionales respecto de las categorías consideradas previamente por el ranking: neurología, neumología, ortopedia y traumatología, y endocrinología. En estas áreas también hubo representación mexicana.
En neurología, Hospital Zambrano Hellion Tec Salud ocupó el sexto lugar regional y Centro Médico ABC alcanzó el noveno. En neumología, el ABC se ubicó en la cuarta posición y Zambrano Hellion Tec Salud quedó en el lugar 11. –sn–
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¿Qué pasó con la enorme rata del hospital Puerta del Mar de Cádiz?
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ISSSTE atiende cuatro casos de fibrilación auricular en Torreón
Especialistas del ISSSTE realizaron cuatro ablaciones por campo pulsado en Torreón para tratar fibrilación auricular, con procedimientos de hasta dos horas y media y alta médica al día siguiente.
Por Gabriela Díaz | Reportera
Cuatro derechohabientes con fibrilación auricular fueron atendidos con éxito mediante ablación por campo pulsado en el Hospital Regional de Alta Especialidad (HRAE) del Instituto de Seguridad y Servicios Sociales de los Trabajadores del Estado (ISSSTE) en Torreón, Coahuila.
Los procedimientos permitieron tratar el tejido cardiaco responsable de la alteración del ritmo mediante impulsos eléctricos, sin utilizar calor ni frío. Los pacientes, dos de 73 años, uno de 65 y otro de 35, fueron dados de alta al día siguiente, tras recuperarse sin complicaciones.
La atención se realizó en la sala de hemodinamia del HRAE, unidad de tercer nivel que cuenta con infraestructura para procedimientos cardiovasculares especializados. El ISSSTE es dirigido por Martí Batres Guadarrama.
Procedimiento reduce riesgos y tiempos de recuperación
El jefe del Servicio de Cardiología, Carlos Valentín Montes Bautista, explicó que la ablación por campo pulsado utiliza impulsos eléctricos para actuar de manera selectiva sobre el tejido cardiaco que genera la arritmia.
De acuerdo con el especialista, esta tecnología puede reducir el riesgo de lesiones en estructuras internas del corazón, debido a que no emplea energía térmica ni frío durante la intervención. También permite realizar procedimientos en menor tiempo y favorecer recuperaciones más cortas.
Las cuatro intervenciones tuvieron una duración de entre una y dos horas y media. Después de completar su periodo de recuperación y permanecer bajo vigilancia médica, los pacientes fueron egresados al día siguiente sin complicaciones reportadas.
La fibrilación auricular es una alteración del ritmo cardiaco que requiere atención especializada para determinar el tratamiento adecuado en cada paciente. En estos casos, la intervención fue realizada por el cardiólogo electrofisiólogo Elías Roberto Zabaleta Muñiz. –sn–
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‘Fazer mais não significa fazer melhor’: Marco Bobbio defende medicina sem excessos em Porto Alegre
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Nueve hospitales mexicanos destacan entre los mejores de América Latina en el Ranking IntelLat 2026
Nueve hospitales mexicanos aparecen en el Ranking IntelLat 2026, que evaluó 105 instituciones de América Latina. Centro Médico ABC fue el mejor ubicado de México, en el noveno lugar regional.
Por Deyanira Vázquez | Reportera
Nueve hospitales mexicanos fueron incluidos entre los mejores de América Latina en el Ranking IntelLat 2026, una medición que evaluó a 105 instituciones de 10 países y colocó al Centro Médico ABC como el hospital mejor posicionado de México, en el noveno lugar regional.
El resultado coloca a México entre los países con presencia relevante en la evaluación regional, particularmente en especialidades como oncología y cardiología, además de otras áreas de alta complejidad médica.
Centro Médico ABC encabeza a México
El liderazgo latinoamericano correspondió al Einstein Hospital Israelita, de Brasil, seguido por el Hospital Italiano, de Argentina, y la Fundación Santa Fe de Bogotá, de Colombia.
En la representación mexicana, el Centro Médico ABC ocupó el noveno puesto regional, mientras que Christus Muguerza Alta Especialidad se ubicó en el lugar 15 y Hospital Zambrano Hellion Tec Salud alcanzó la posición 21.
La edición 2026 incorporó nuevas instituciones al análisis, por lo que IntelLat advierte que la comparación con ejercicios anteriores debe considerar el crecimiento del universo evaluado y la mayor exigencia de los indicadores utilizados.
Además de la clasificación general, el estudio contempla dimensiones relacionadas con el desempeño hospitalario y ocho especialidades médicas, lo que permite observar las fortalezas específicas de cada institución.
México sobresale en oncología y cardiología
En Oncología, el Centro Médico ABC se colocó en el cuarto lugar de América Latina, mientras que Christus Muguerza Alta Especialidad alcanzó el séptimo sitio y Hospital Zambrano Hellion Tec Salud ocupó la posición 13.
La presencia mexicana también fue relevante en Cardiología. El Centro Médico ABC alcanzó el cuarto lugar regional, seguido por Hospital Zambrano Hellion Tec Salud, en el sitio 12, y Christus Muguerza Alta Especialidad, en el 13. Doctors Hospital AUNA ingresó además al Top 20, en la posición 20.
El Centro Médico ABC también logró posiciones destacadas en otras especialidades: cuarto lugar regional en Pediatría, Ginecología y Obstetricia y Neumología; tercer sitio en Endocrinología y tercera posición en Ortopedia y Traumatología.
Por su parte, Hospital Zambrano Hellion Tec Salud se ubicó en el sexto lugar regional en Neurología.
Nueve instituciones mexicanas aparecen en el ranking
Las instituciones mexicanas incluidas en la edición 2026 son:
- Centro Médico ABC
- Christus Muguerza Alta Especialidad
- Hospital Zambrano Hellion Tec Salud
- Hospital Infantil Teletón de Oncología
- Hospital Clínica Nova
- Doctors Hospital AUNA
- Hospital Galenia
- OCA Hospital AUNA
- Doctors Hospital East AUNA
La evaluación no se limita a la posición general. También permite identificar dimensiones específicas en las que los hospitales pueden compararse con instituciones de otros países de la región.
Calidad hospitalaria más allá del ranking general
En la dimensión de Personas, Hospital Zambrano Hellion Tec Salud alcanzó el cuarto lugar regional, mientras que Hospital Infantil Teletón de Oncología se ubicó en la octava posición.
En Eficiencia, Christus Muguerza Alta Especialidad obtuvo el lugar 11, seguido por OCA Hospital AUNA, en el 12, y Doctors Hospital AUNA, en el 15.
Los resultados muestran que la posición general no es el único indicador para evaluar el desempeño de un hospital. Las dimensiones analizadas permiten identificar capacidades particulares en áreas como atención clínica, tecnología, eficiencia, talento humano y experiencia del paciente. –sn–
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Scompenso cardiaco e multi-terapia: cosa succede davvero al corpo quando si prendono più farmaci insieme?
Un’analisi individuale dei dati di quasi 39.000 pazienti, pubblicata su Nature Medicine il 31 agosto 2026, quantifica per la prima volta gli effetti attesi a breve termine delle terapie combinate per lo scompenso cardiaco su pressione arteriosa, funzione renale e potassio — uno strumento per distinguere le variazioni fisiologiche previste dai reali segnali d’allarme.
Nella pratica clinica quotidiana la prescrizione delle terapie combinate raccomandate dalle linee guida per lo scompenso cardiaco convive spesso con un’esitazione comprensibile. Il timore che la pressione scenda troppo, che la creatinina salga o che il potassio raggiunga livelli pericolosi induce non di rado a rinviare, o a frazionare eccessivamente, l’avvio della terapia — un fenomeno che la letteratura chiama “inerzia terapeutica” e che registri internazionali come CHAMP-HF e QUALIFY hanno documentato in modo estensivo. Un ampio studio pubblicato il 31 agosto 2026 su Nature Medicine, e presentato in contemporanea al congresso della European Society of Cardiology (ESC) di Monaco di Baviera, prova a colmare proprio questo divario: non un nuovo trial clinico, ma un modello previsionale costruito sui dati individuali di pazienti già arruolati in nove studi randomizzati storici.
Perché la paura dei numeri frena farmaci salvavita
Le quattro classi che oggi compongono la cosiddetta terapia medica fondamentale per lo scompenso a frazione di eiezione ridotta — betabloccanti, ACE-inibitori/ARNI, antagonisti del recettore mineralcorticoide (MRA) e inibitori SGLT2 — riducono in modo dimostrato mortalità e ricoveri. Ma condividono anche un profilo d’azione emodinamico e renale che genera effetti “attesi”: calo pressorio, riduzione iniziale del filtrato glomerulare, aumento della potassiemia. Secondo gli autori dello studio, guidati dal cardiologo Nelson Wang (The George Institute for Global Health, Sydney, e Brigham and Women’s Hospital/Harvard Medical School, Boston), il timore di questi effetti resta tra le ragioni più citate dai clinici per non avviare, o non intensificare, la terapia — nonostante le evidenze di beneficio siano ormai consolidate da oltre trent’anni di ricerca.
Il maxi-studio: un’analisi individuale su quasi 39.000 pazienti
Il team ha rianalizzato i dati a livello di singolo paziente provenienti da nove trial randomizzati storici, per un totale di 38.753 partecipanti: 16.877 con scompenso a frazione di eiezione ridotta (HFrEF) e 21.876 con frazione di eiezione lievemente ridotta o preservata (HFmrEF/HFpEF). Su questa base i ricercatori hanno costruito un modello di previsione — poi validato su una coorte indipendente di 1.016 pazienti provenienti da altri quattro trial — in grado di stimare l’effetto atteso, a 2-12 settimane dall’avvio, di qualunque combinazione tra ARNI, MRA steroidei, MRA non steroidei (come finerenone) e inibitori SGLT2 su pressione sistolica e diastolica, eGFR e potassiemia. I nove trial di derivazione sono:
- PARADIGM-HF — sacubitril/valsartan vs enalapril in HFrEF (8.442 partecipanti)
- DAPA-HF — dapagliflozin in HFrEF (4.744 partecipanti)
- DELIVER — dapagliflozin in HFmrEF/HFpEF (6.263 partecipanti)
- RALES — spironolattone nello scompenso severo (1.663 partecipanti)
- PARAGON-HF — sacubitril/valsartan in HFpEF (4.822 partecipanti)
- TOPCAT (coorte Americhe) — spironolattone in HFpEF (1.767 partecipanti)
- FINEARTS-HF — finerenone in HFmrEF/HFpEF (6.001 partecipanti)
- CHARM-Alternative — candesartan in HFrEF (2.028 partecipanti)
- CHARM-Preserved — candesartan in HFpEF (3.023 partecipanti)
Pressione arteriosa: un calo prevedibile, non un allarme automatico
Molti farmaci per lo scompenso riducono la pressione perché rilassano i vasi o favoriscono l’eliminazione dei liquidi in eccesso. Non si tratta necessariamente di un effetto indesiderato: entro certi limiti, il calo pressorio fa parte del meccanismo che alleggerisce il carico di lavoro del cuore. Lo studio stima che, nei pazienti con HFrEF, la combinazione tripla ARNI + SGLT2i + MRA steroideo produca una riduzione media della pressione sistolica di circa 9 mmHg — un valore che da solo non giustifica la sospensione della terapia, se il paziente resta clinicamente stabile. Il parametro che deve davvero guidare la decisione clinica non è il numero sul referto, ma la presenza o assenza di sintomi: vertigini, debolezza marcata, confusione o sincope configurano un’ipotensione sintomatica che richiede una rivalutazione; una pressione bassa in un paziente che sta bene, no.
Funzione renale: perché il calo iniziale dell’eGFR non è una lesione
Quando si avviano inibitori SGLT2 o si passa a sacubitril/valsartan, è frequente osservare un aumento della creatinina o un calo del filtrato renale stimato (eGFR) nei primi controlli ematici. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di un aggiustamento emodinamico — una modifica transitoria del modo in cui il sangue viene filtrato — e non di un danno strutturale al tessuto renale. Con gli inibitori SGLT2, in particolare, a questo calo iniziale segue tipicamente una protezione renale a lungo termine più marcata rispetto al placebo, un paradosso apparente ormai ben documentato in letteratura anche al di fuori dello scompenso cardiaco. La regola pratica che ne deriva è che un singolo esame alterato non basta, da solo, a giustificare l’interruzione della cura: solo un peggioramento marcato, o una tendenza progressiva nel tempo, richiede una revisione terapeutica.
Potassio: l’equilibrio dinamico tra classi di farmaci
Gli antagonisti del recettore mineralcorticoide — sia steroidei come spironolattone ed eplerenone, sia non steroidei come finerenone — possono aumentare la potassiemia, un rischio che si amplifica in presenza di:
- diabete mellito
- insufficienza renale cronica
- età avanzata
Un dato interessante emerso dallo studio è quello che gli autori definiscono un “effetto scudo”: gli inibitori SGLT2, aumentando la natriuresi e la diuresi osmotica, tendono a mitigare in parte l’aumento di potassio indotto dagli MRA quando le due classi vengono associate. Questo non elimina la necessità di un controllo periodico degli elettroliti — specie dopo ogni variazione di dosaggio — ma aiuta a spiegare perché le combinazioni multiple, se ben monitorate, non comportino necessariamente un rischio proporzionalmente crescente.
I numeri in sintesi
La tabella seguente riporta le stime centrali del modello per le combinazioni terapeutiche più rilevanti, con i rispettivi intervalli di previsione al 95% (IP95%) — un dato più ampio dei consueti intervalli di confidenza, perché riflette la variabilità attesa tra singoli pazienti e non solo l’incertezza sulla media di popolazione.
A fronte di queste variazioni fisiologiche, lo stesso corpo di studi mostra riduzioni sostanziali del rischio di eventi di scompenso in peggioramento — comprese, a seconda della combinazione, tra il 31% e il 61% rispetto alla terapia standard — a conferma che il beneficio clinico netto delle terapie combinate resta ampiamente favorevole.
Le nuove linee guida ESC 2026: una regia su misura
Il tempismo non è casuale: appena tre giorni prima della pubblicazione di questo studio, il 28 agosto 2026, la European Society of Cardiology ha diffuso la revisione integrale delle proprie linee guida sullo scompenso cardiaco, curate da Lars Køber e Marianna Adamo. Il documento abolisce la categoria intermedia HFmrEF, riclassifica lo scompenso in due sole categorie (HFrEF, con FE <50%, e HFpEF, con FE ≥50%), introduce una stadiazione in quattro fasi (A-D) analoga a quella già in uso per altre patologie croniche, e sostituisce l’acronimo “GDMT” con una nomenclatura più articolata (terapia medica fondamentale, o FMT, e terapia medica aggiuntiva, o AMT). Il messaggio di fondo, condiviso da entrambi i lavori, è che “agire presto” non equivale a somministrare da subito il massimo dosaggio di ogni farmaco: l’obiettivo è raggiungere la massima protezione clinicamente sostenibile per ciascun paziente, non un numero fisso di compresse.
Il monitoraggio clinico: cosa cambia nella pratica
Prima e durante l’avvio della terapia combinata, il monitoraggio clinico resta un pilastro imprescindibile. I parametri da tenere sotto controllo includono:
- Pressione arteriosa e frequenza cardiaca
- Peso corporeo ed edemi periferici
- Funzionalità renale (eGFR e creatinina)
- Elettroliti sierici (potassio e sodio), specialmente dopo ogni variazione di dosaggio
Al paziente va chiesto di segnalare tempestivamente sintomi come capogiri intensi, affanno improvviso o debolezza inconsueta — mai di modificare o sospendere autonomamente la terapia sulla base di una singola misurazione domiciliare, che può riflettere una normale variabilità biologica più che un reale peggioramento clinico.
Il mio commento
Aggiungo qui una lettura personale, distinta dai dati dello studio appena descritti. Come internista che gestisce quotidianamente pazienti con scompenso cardiaco in reparto di degenza, trovo che questo lavoro colmi un vuoto reale: uno strumento che traduce il timore aspecifico verso la polifarmacoterapia in numeri concreti, calibrati sul singolo paziente, è esattamente ciò che serve per contrastare l’inerzia terapeutica documentata da registri come CHAMP-HF, QUALIFY e CHECK-HF.
Alcune precisazioni metodologiche mi sembrano però necessarie, e l’articolo originale su Mondo Sanità non le esplicita a sufficienza.
Primo: non si tratta di una meta-analisi in senso classico, ma di un’analisi individuale dei dati di paziente (individual participant-level analysis) usata per costruire un modello predittivo, poi validato su una coorte esterna relativamente piccola (1.016 pazienti su quattro trial) rispetto alla coorte di derivazione. Le stime pubblicate sono espresse come intervalli di previsione al 95%, non intervalli di confidenza: descrivono cioè la variabilità attesa tra pazienti individuali, non solo l’incertezza sulla media di popolazione — una distinzione tecnica che ha implicazioni pratiche, perché segnala che una parte non trascurabile dei pazienti reali si scosterà, anche significativamente, dal valore medio riportato. In altre parole: la rassicurazione (“un valore alterato non è un danno”) è corretta come principio generale, ma non deve tradursi in una sottovalutazione sistematica delle variazioni nei pazienti più fragili — proprio quelli, con diabete, insufficienza renale cronica o età avanzata, in cui il rischio di iperpotassiemia clinicamente rilevante è concentrato.
Secondo: vale la pena segnalare, per correttezza verso i lettori, che l’articolo di Mondo Sanità attribuisce lo studio a “Wang X.”, mentre il primo autore corretto è Nelson Wang (Wang, N.), cardiologo del George Institute for Global Health e affiliato a Brigham and Women’s Hospital/Harvard Medical School — un refuso che vale la pena correggere per chi volesse risalire alla fonte originale.
Terzo, un punto di trasparenza che considero rilevante: lo studio dichiara di non aver ricevuto finanziamenti dedicati (“this study was unfunded”), un dato a suo favore. Diversi coautori — tra cui i due autori senior, Vaduganathan e Wang, insieme a firme storiche della cardiologia dello scompenso come Pitt, Zannad, Packer e McMurray — dichiarano tuttavia legami di consulenza, ricerca o relatorship con numerose aziende produttrici proprio delle classi di farmaci analizzate (SGLT2i, ARNI, MRA). Questo è pressoché inevitabile in un campo di ricerca così specialistico, dove gli sperimentatori dei grandi trial storici sono per definizione gli stessi che oggi ne rianalizzano i dati; non inficia la qualità metodologica del lavoro, ma è corretto che il lettore-medico ne sia consapevole nel formarsi un giudizio complessivo.
La mia sintesi pratica, per chi come me lavora al letto del paziente: la logica di fondo dello studio — non temere le variazioni fisiologiche attese, ma calibrare tempistica e monitoraggio sul profilo individuale — è quella che già dovrebbe guidare la buona pratica clinica. Uno strumento predittivo può aiutare a comunicare meglio con il paziente e a personalizzare l’avvio della quadrupla terapia, ma non sostituisce il giudizio clinico al singolo controllo, né elimina la necessità di un monitoraggio ravvicinato nei sottogruppi a rischio più alto.
… concludendo …
Il nuovo studio di Nature Medicine, letto insieme alle rinnovate linee guida ESC 2026, restituisce un messaggio coerente: pressione, funzione renale e potassio non sono ostacoli insormontabili alla terapia dello scompenso cardiaco, ma parametri fisiologici da prevedere, interpretare e monitorare con precisione. La chiave del successo clinico resta quella di sempre — tempestività, personalizzazione, monitoraggio — ora affiancata, per la prima volta, da uno strumento quantitativo che aiuta a distinguere l’atteso dal preoccupante.
Chatur, S., et al. (2023). Variation in renal function following transition to sacubitril/valsartan in patients with heart failure. Journal of the American College of Cardiology, 81, 1443–1455. https://doi.org/10.1016/j.jacc.2023.02.009
Greene, S. J., et al. (2018). Medical therapy for heart failure with reduced ejection fraction: The CHAMP-HF registry. Journal of the American College of Cardiology, 72, 351–366. https://doi.org/10.1016/j.jacc.2018.04.070
Køber, L., Adamo, M., et al., per il Task Force ESC 2026. (2026). 2026 ESC Guidelines for the management of heart failure. European Heart Journal, ehag100. Pubblicazione online anticipata. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehag100
McMurray, J. J. V., et al. (2014). Angiotensin–neprilysin inhibition versus enalapril in heart failure [PARADIGM-HF]. New England Journal of Medicine, 371, 993–1004. https://doi.org/10.1056/NEJMoa1409077
McMurray, J. J. V., et al. (2019). Dapagliflozin in patients with heart failure and reduced ejection fraction [DAPA-HF]. New England Journal of Medicine, 381, 1995–2008. https://doi.org/10.1056/NEJMoa1911303
Pitt, B., et al. (1999). The effect of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure [RALES]. New England Journal of Medicine, 341, 709–717. https://doi.org/10.1056/NEJM199909023411001
Solomon, S. D., et al. (2022). Dapagliflozin in heart failure with mildly reduced or preserved ejection fraction [DELIVER]. New England Journal of Medicine, 387, 1089–1098. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2206286
Wang, N., Claggett, B. L., Pfeffer, M. A., Ferreira, J. P., Zannad, F., Pitt, B., Packer, M., Docherty, K. F., McMurray, J. J. V., Solomon, S. D., & Vaduganathan, M. (2026). Short-term effects of combinations of heart failure therapies on blood pressure, kidney function and serum potassium. Nature Medicine. Pubblicazione online anticipata. https://doi.org/10.1038/s41591-026-04623-z
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Il vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio potrebbe proteggere anche il cuore
Nato per prevenire l’herpes zoster — il doloroso “fuoco di Sant’Antonio” causato dalla riattivazione del virus varicella-zoster rimasto latente nei gangli nervosi — il vaccino ricombinante potrebbe offrire un beneficio inatteso: contribuire, almeno indirettamente, a proteggere anche il cuore. È quanto suggerisce uno studio pubblicato il 26 agosto 2026 su Nature Medicine, nel quale sono state seguite 72.920 persone di almeno 60 anni per sette anni dopo la vaccinazione.
Lo studio: un esperimento naturale
Il punto di forza della ricerca è soprattutto il metodo. Negli Stati Uniti il vaccino vivo attenuato contro lo zoster (Zostavax) fu rapidamente sostituito, dopo il 2017, dal vaccino ricombinante (Shingrix), ottenuto utilizzando specifiche componenti del virus anziché il virus vivo indebolito. Gli autori hanno trasformato questo cambiamento nella pratica sanitaria in una sorta di esperimento naturale: hanno confrontato 36.460 persone vaccinate fra aprile e settembre 2017 — il 98,6% delle quali aveva ricevuto il prodotto vivo — con altrettante persone vaccinate negli stessi mesi del 2018, quando il 93,5% aveva invece ricevuto il prodotto ricombinante.
Questo accorgimento riduce un problema tipico degli studi osservazionali sui vaccini, il cosiddetto healthy vaccinee bias (la distorsione del “vaccinato sano”): chi sceglie di vaccinarsi tende in genere a curarsi con maggiore attenzione, a seguire meglio le terapie e a sottoporsi più spesso a controlli, il che può far apparire il vaccino più protettivo di quanto sia in realtà. Confrontando due gruppi che avevano comunque tutti deciso di proteggersi dallo zoster, cambiando solo il tipo di prodotto ricevuto, questa distorsione viene ridotta in modo sostanziale.
Cosa è emerso
Nei sette anni successivi alla vaccinazione, il gruppo nel quale predominava il vaccino ricombinante ha trascorso complessivamente più tempo senza una diagnosi cardiovascolare rispetto al gruppo nel quale predominava il vaccino vivo attenuato. La differenza osservata è stata del 9% per un indicatore composito che riunisce cardiopatia ischemica, ictus ischemico e scompenso cardiaco — il cosiddetto “carico cardiovascolare”, calcolato sul tempo medio perso dopo la comparsa di una di queste diagnosi, non sul numero assoluto di eventi in meno.
- Cardiopatia ischemica: carico inferiore del 10% nel gruppo con vaccino ricombinante.
- Scompenso cardiaco: carico inferiore del 12%.
- Fibrillazione atriale: carico inferiore del 7%.
- Ictus ischemico: segnale complessivo meno netto, con una riduzione del 12% emersa solo fra gli uomini.
Da notare che il vantaggio appariva più marcato nella prima metà dei sette anni di osservazione, per poi attenuarsi: un effetto non uniforme né identico per tutte le patologie considerate.
Possibili meccanismi
Una prima spiegazione è quasi lineare: prevenire lo zoster evita una malattia che è essa stessa associata a un temporaneo aumento del rischio di infarto e ictus nelle settimane successive all’episodio acuto (Minassian et al., 2015). Un vaccino più efficace nel prevenire la malattia — come è il ricombinante rispetto al vivo attenuato — potrebbe quindi ridurre indirettamente anche gli eventi cardiovascolari a essa collegati.
Gli autori indicano però anche un secondo meccanismo, più intrigante: il possibile ruolo di AS01, l’adiuvante contenuto nel vaccino ricombinante, cioè la componente aggiunta per rendere più energica e duratura la risposta immunitaria (Didierlaurent et al., 2017). Secondo questa ipotesi, l’adiuvante non si limiterebbe a “suonare l’allarme” contro lo zoster, ma lascerebbe il sistema immunitario regolato in modo diverso anche dopo la vaccinazione, inducendo cambiamenti persistenti nei monociti e nell’endotelio vascolare, e riducendo segnali infiammatori come l’interleuchina-6, una molecola coinvolta anche nel rischio cardiovascolare (Ridker et al., 2017). Il meccanismo è biologicamente plausibile, ma — come sottolineano gli stessi autori — non è ancora dimostrato.
I limiti dello studio
Occorre fermarsi prima del salto interpretativo più clamoroso. Lo studio non prova che il vaccino contro lo zoster prevenga infarti, ictus o scompenso cardiaco: non si tratta di un trial randomizzato, nel quale l’assegnazione del vaccino avviene casualmente, e le diagnosi sono state ricavate da cartelle cliniche elettroniche. Gli abbinamenti statistici e le numerose analisi di controllo riducono le distorsioni, ma non possono escludere che fra i vaccinati del 2017 e quelli del 2018 siano rimaste differenze non misurate.
Va inoltre segnalato, per trasparenza, che due degli autori hanno dichiarato rapporti di consulenza con GSK, l’azienda produttrice del vaccino ricombinante; secondo quanto riportato nella dichiarazione pubblicata, l’azienda non ha partecipato alla ricerca e ne ha avuto notizia solo dopo l’accettazione del lavoro. Gli stessi ricercatori chiedono studi sui meccanismi biologici e veri trial clinici prima di parlare di cardioprotezione.
Il mio commento
Da un punto di vista metodologico, questo è uno degli studi osservazionali meglio disegnati che mi sia capitato di leggere sull’argomento. Il natural experiment costruito sulla transizione Zostavax→Shingrix è una soluzione elegante al problema dell’healthy vaccinee bias, che affligge quasi tutti i confronti tradizionali fra vaccinati e non vaccinati: qui i due gruppi condividono la stessa decisione di fondo (vaccinarsi contro lo zoster), per cui le differenze osservate sono più difficilmente attribuibili a un diverso livello di attenzione alla propria salute.
Il dato acquista peso, a mio parere, per due ragioni di coerenza esterna. La prima è che il collegamento fra zoster ed eventi cardiovascolari acuti nelle settimane successive all’infezione è tutt’altro che una novità: la serie di casi auto-controllata di Minassian e colleghi (2015), disegno che elimina per costruzione il confondimento fra individui, aveva già mostrato un aumento transitorio ma reale del rischio di ictus e infarto dopo un episodio di fuoco di Sant’Antonio. Un vaccino che previene meglio la malattia ha quindi una via causale diretta e già documentata per ridurre anche il danno cardiovascolare a essa associato, indipendentemente da qualsiasi ipotesi più sofisticata sull’adiuvante.
La seconda è che un gruppo di ricerca indipendente di Oxford, utilizzando lo stesso disegno a esperimento naturale sulla medesima transizione vaccinale statunitense, ha riportato un beneficio analogo per un endpoint completamente diverso, la demenza (Taquet et al., 2024). Non si tratta di una vera replica indipendente — la fonte dei dati e l’impianto metodologico restano gli stessi — ma il fatto che due gruppi, su due esiti clinici distinti, convergano nella stessa direzione rende meno probabile che si tratti di un artefatto statistico isolato.
L’ipotesi dell’adiuvante AS01 come responsabile di un effetto immunomodulante più ampio, capace di agire su monociti ed endotelio, è biologicamente plausibile — la letteratura sul suo meccanismo d’azione descrive realmente un’attivazione immunitaria innata che va oltre la semplice risposta anticorpale specifica (Didierlaurent et al., 2017) — e il legame fra infiammazione cronica di basso grado (interleuchina-6) e rischio cardiovascolare è solidamente stabilito dal trial CANTOS (Ridker et al., 2017). Tuttavia CANTOS ha testato il blocco diretto e mirato dell’asse IL-1β/IL-6 con un anticorpo monoclonale, un intervento farmacologicamente molto diverso da un effetto collaterale, presunto e non ancora misurato, di un adiuvante vaccinale: l’analogia è suggestiva, non probante.
La mia lettura, in sintesi: l’associazione è credibile, il disegno dello studio è fra i più rigorosi disponibili per questo tipo di domanda, e le due vie meccanicistiche proposte (prevenzione dello zoster stesso e possibile effetto dell’adiuvante) sono entrambe plausibili e non mutuamente esclusive. Ma resta, appunto, un’associazione osservazionale, per quanto ben costruita, non una dimostrazione di causalità. Non prescriverei — e infatti nessuno lo sta proponendo — il vaccino anti-zoster come terapia cardiovascolare sulla base di questi dati soli. Il messaggio pratico più solido resta quello già esistente: il vaccino ricombinante previene lo zoster meglio del vivo attenuato, e questo da solo è già un buon motivo per preferirlo nei pazienti anziani eleggibili. L’eventuale bonus cardiovascolare, per ora, va considerato un’ipotesi di lavoro elegante e ben argomentata, in attesa dei trial randomizzati che gli stessi autori invocano.
Corsi-Zuelli, F., Li, F., Upthegrove, R., et al. (2026). Recombinant shingles vaccination and the risk of cardiovascular events. Nature Medicine. https://doi.org/10.1038/s41591-026-04606-0
Didierlaurent, A. M., Laupèze, B., Di Pasquale, A., Hergli, N., Collignon, C., & Garçon, N. (2017). Adjuvant system AS01: helping to overcome the challenges of modern vaccines. Expert Review of Vaccines, 16(1), 55–63. https://doi.org/10.1080/14760584.2016.1213632
Minassian, C., Thomas, S. L., Smeeth, L., Douglas, I., Brauer, R., & Langan, S. M. (2015). Acute cardiovascular events after herpes zoster: A self-controlled case series analysis in vaccinated and unvaccinated older residents of the United States. PLOS Medicine, 12(12), e1001919. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1001919
Ridker, P. M., Everett, B. M., Thuren, T., MacFadyen, J. G., Chang, W. H., Ballantyne, C., Fonseca, F., Nicolau, J., Koenig, W., Anker, S. D., Kastelein, J. J. P., Cornel, J. H., Pais, P., Pella, D., Genest, J., Cifkova, R., Lorenzatti, A., Forster, T., Kobalava, Z., Vida-Simiti, L., Flather, M., Shimokawa, H., Ogawa, H., Dellborg, M., Rossi, P. R. F., Troquay, R. P. T., Libby, P., & Glynn, R. J. (2017). Antiinflammatory therapy with canakinumab for atherosclerotic disease. New England Journal of Medicine, 377(12), 1119–1131. https://doi.org/10.1056/NEJMoa1707914
Taquet, M., Dercon, Q., Todd, J. A., & Harrison, P. J. (2024). The recombinant shingles vaccine is associated with lower risk of dementia. Nature Medicine. https://doi.org/10.1038/s41591-024-03201-5
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Estudo aponta que a insuficiência cardíaca com fração de ejeção preservada (HFpEF) afeta milhões, mas seu diagnóstico precoce é complicado. A condição, marcada pela rigidez do coração, dificulta o enchimento adequado do órgão, causando falta de ar em atividades diárias.
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perché la spesa pubblica per la sanità è fondamentale (nel caso ci fosse ancora bisogno di dimostrarlo)
perché la spesa pubblica per la sanità è fondamentale
(nel caso ci fosse ancora bisogno di dimostrarlo):“In Italia ci sono oltre 1 milione di persone con insufficienza cardiaca, una quota crescente con l’invecchiamento della popolazione.
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Il paradosso è questo: per aggiornare le linee guida servono trial ben disegnati su farmaci economici come la digossina. Ma i trial costano, e nessuna azienda li finanzia se non c’è un brevetto da proteggere. Quindi tocca ai fondi pubblici: quando ci sono, quando qualcuno decide che vale la pena. In questo caso ci sono voluti tre milioni di euro e trent’anni di attesa per dimostrare qualcosa che forse valeva la pena sapere molto prima”. -
¿Por qué tantos adultos tienen aterosclerosis silenciosa sin saberlo? #Salud #Aterosclerosis #SaludCardiovascular #Cardiologia #Corazon #Infarto #Ictus #Colesterol #Hipertension #Prevencion #Ciencia #CNIC #Jovenes #FelizSabado #29deAgosto
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La enfermedad cardiovascular silenciosa es más frecuente de lo que se pensaba: afecta a uno de cada 13 jóvenes de entre 18 y 29 años
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🌐 ■ La salud de Trump, bajo la lupa: el debate sobre su peso y las recurrentes marcas en sus manos ■ Destacados doctores señalan en la prensa norteamericana el problema de sobrepeso del mandatario, lanzando un mensaje de alerta: "No se ha visto bien". La Casa Blanca insiste en que todo est[…]
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¿Por qué desapareció la aspirina infantil y cuándo se usa de verdad? #Aspirina #Salud #Medicamentos #Pediatria #Cardiologia #AcidoAcetilsalicilico #SindromeDeReye #PrevencionCardiovascular #SaludInfantil #Farmacia #Medicina #SaludPublica #felizsabado #22deagosto
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ISSSTE entrega 203 electrocardiógrafos a 173 unidades médicas
El ISSSTE inició la entrega de 203 electrocardiógrafos a 173 unidades médicas para fortalecer la atención cardiológica y de urgencias en México.
Por Gabriela Díaz | Reportera
El Instituto de Seguridad y Servicios Sociales de los Trabajadores del Estado (ISSSTE) inició la distribución de 203 electrocardiógrafos en 173 unidades médicas de primer, segundo y tercer nivel en el país.
Los equipos serán utilizados principalmente en áreas de cardiología y urgencias, con el propósito de facilitar la detección oportuna de alteraciones en la actividad eléctrica del corazón y mejorar la atención de los derechohabientes.
El director general del ISSSTE, Martí Batres Guadarrama, informó que la primera etapa contempla la entrega de cinco equipos en tres hospitales de la ciudad de México: dos en el Hospital Regional (HR) “1° de Octubre”, dos en el Hospital General (HG) “Gral. José María Morelos y Pavón” y uno en el HR “Gral. Ignacio Zaragoza”.
Equipos para cardiología y urgencias
Batres Guadarrama explicó que los electrocardiógrafos cuentan con tecnología orientada a identificar con precisión y oportunidad alteraciones cardiológicas que requieren atención médica.
Los dispositivos incorporan puerto USB y conectividad WiFi, características que permiten facilitar el registro, manejo y vigilancia de información relacionada con la actividad eléctrica del corazón.
La distribución alcanza unidades médicas de los tres niveles de atención del ISSSTE, con énfasis en servicios donde la detección rápida de alteraciones cardiacas puede contribuir a definir la atención que requiere cada paciente.
Hospitales de la ciudad de México reciben los primeros equipos
En el HR “1° de Octubre”, los dos electrocardiógrafos serán destinados a los servicios de urgencias y cardiología de consulta externa.
El director del hospital, Edilberto Jiménez Rendón, informó que el servicio de urgencias atiende aproximadamente a 80 mil pacientes, mientras que el área de cardiología en consulta externa recibe más de 10 mil pacientes al año.
El hospital también recibe pacientes provenientes del Estado de México, Hidalgo, Tlaxcala, Michoacán y distintas zonas de la ciudad de México.
En el HR “Gral. Ignacio Zaragoza”, el equipo será asignado al área de choque de urgencias para adultos. Rosa Isela Ruiz Navarrete, asistente de la Dirección del nosocomio, señaló que la detección rápida de padecimientos cardiacos resulta fundamental en pacientes con condiciones que pueden poner en riesgo su vida.
Atención a miles de pacientes en el oriente del país
El HG “Gral. José María Morelos y Pavón” recibió dos electrocardiógrafos que serán utilizados en urgencias y consulta externa.
El director del hospital, Javier García Zarco, señaló que uno de los equipos será destinado al servicio de urgencias, donde se atienden aproximadamente 3 mil 500 pacientes al mes.
El segundo será utilizado en consulta externa, área que registra entre 6 mil 500 y 7 mil pacientes mensuales, de acuerdo con la información proporcionada por el hospital.
La atención de este nosocomio también alcanza a pacientes de zonas del Estado de México y de entidades como Guerrero, Veracruz, Tlaxcala e Hidalgo.
Equipamiento médico para fortalecer la atención cardiovascular
La entrega de los 203 electrocardiógrafos representa una ampliación del equipamiento disponible en unidades médicas del ISSSTE y busca fortalecer la capacidad de diagnóstico cardiovascular, particularmente en servicios de urgencias y consulta especializada.
La modernización del equipamiento médico forma parte de las acciones que el instituto reporta dentro de su proceso de fortalecimiento de infraestructura y servicios de salud. El propio ISSSTE ha identificado el equipamiento médico y la modernización tecnológica entre sus principales líneas de trabajo institucional. –sn–
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¿Por qué el colesterol LDL se controla peor de lo esperado en España? #Colesterol #ColesterolLDL #Salud #SaludCardiovascular #Corazon #Infarto #Ictus #Prevencion #Estatinas #Lipfendra #Cardiologia #SaludEspaña #felizmartes #11deagosto
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El calor no solo agota: también puede bajar la tensión arterial y causar mareos o desmayos. Estas son las señales y los riesgos reales. #Salud #TensionArterial #Calor #Hipotension #Cardiologia #Prevencion
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ISSSTE implanta primer marcapasos sin cables en el CMN 20 de Noviembre: Martí Batres
ISSSTE implanta primer marcapasos sin cables en el CMN 20 de Noviembre
Por Gabriela Díaz | Reportera
El Instituto de Seguridad y Servicios Sociales de los Trabajadores del Estado (ISSSTE) realizó por primera vez el implante de un marcapasos sin cables en el Centro Médico Nacional (CMN) «20 de Noviembre», procedimiento que benefició a un derechohabiente de 88 años originario de Hermosillo, Sonora, y representa un avance en la atención especializada de enfermedades cardiovasculares.
El director general del ISSSTE, Martí Batres Guadarrama, informó que la intervención fue realizada en el Centro Médico Nacional «20 de Noviembre», considerado uno de los hospitales de referencia del país en atención de alta especialidad.
El paciente fue candidato al procedimiento luego de que su organismo rechazara el marcapasos convencional que le había sido implantado en 2017, situación que comprometía su estado de salud y hacía necesario recurrir a una alternativa con tecnología de última generación.
Procedimiento de mínima invasión
El encargado del Servicio de Electrofisiología del Centro Médico Nacional «20 de Noviembre», Juan Carlos Solís Gómez, explicó que el nuevo dispositivo fue colocado mediante un procedimiento de mínima invasión, utilizando acceso por la vena femoral para llegar directamente al ventrículo derecho del corazón.
Detalló que el marcapasos sin cables cumple la misma función que un dispositivo convencional al generar impulsos eléctricos que mantienen el ritmo cardíaco cuando existen alteraciones en la conducción eléctrica del corazón, pero elimina la necesidad de utilizar cables.
El especialista señaló que esta tecnología permite que los pacientes mantengan un ritmo cardíaco adecuado y continúen con sus actividades cotidianas con menores riesgos de complicaciones.
Dispositivo reduce riesgo de infecciones
El jefe de la División de Cardiocirugía del CMN «20 de Noviembre», Rogelio Robledo Nolasco, indicó que el marcapasos sin cables pesa apenas 1.75 gramos y tiene un tamaño menor al de una moneda de 10 pesos.
Explicó que el electrodo se encuentra integrado dentro del propio dispositivo, por lo que no requiere cables ni la creación de un bolsillo debajo de la piel, como ocurre con los marcapasos tradicionales.
De acuerdo con el especialista, estas características permiten reducir el riesgo de infecciones asociadas al implante y favorecen una recuperación más rápida para el paciente.
Con este procedimiento, el ISSSTE incorpora una nueva alternativa terapéutica para pacientes con alteraciones del ritmo cardíaco que requieren un marcapasos y que, por sus condiciones clínicas, pueden beneficiarse de dispositivos de última generación y técnicas de mínima invasión. –sn–
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La cafeína del café (hasta cinco tazas al día) y el té no dañan al corazón, pero ojo con la de las bebidas energéticas
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