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La competizione tra Futuro Nazionale, Fratelli d’Italia e Lega, dentro la visione assimilazionista-sovranista, segue la logica del rilancio al rialzo. Poiché l’elettorato di riferimento è sensibile ai temi identitari, ogni forza cerca di apparire più intransigente dell’altra. Il burqa è perfetto per questo, perché il volto coperto è d’impatto, subito associabile al fantasma dell’islamizzazione, vietarlo permette di presentarsi come difensori delle donne senza dover spendere soldi in servizi reali. Il fenomeno, del resto, riguarda un numero esiguo di donne: il Comitato per l'Islam Italiano, in un parere ufficiale, stima che i casi italiani siano ancora più rari che in Francia, dove le donne velate integralmente sono tra le 300 e le 2.000, e destinati a tendere a zero nelle nuove generazioni.
Se sollecitate a giustificarsi, iniziative come quella di Valditara e le prese di posizione di Lega e Futuro Nazionale evocano fatti di cronaca. Alla fine di giugno, in provincia di Lecce, una ragazza di 15 anni che andava a scuola con il niqab ed era stata promessa in sposa è stata affidata a una comunità protetta. Negli anni scorsi la politica italiana si era già interessata di casi di studentesse che indossavano il velo integrale a scuola, come nel 2025 a Monfalcone, in provincia di Gorizia, e nel 2024 a Pordenone. Ma se a queste ragazze fosse stato vietato fin da subito il velo integrale al punto di non ammetterle a scuola, quale sarebbe stata la loro sorte? Quasi certamente sarebbe stata peggiore. La scuola, in questi casi, non è solo un luogo di istruzione. È l’unico spazio pubblico, lontano dallo sguardo della famiglia, dove una ragazza segregata incontra adulti non appartenenti alla sua comunità, insegnanti, dirigenti, personale ATA, coetanei con altri stili di vita, e dove può entrare in contatto con un’idea diversa di sé. È il luogo dove un’insegnante può accorgersi che qualcosa non va, di un’assenza improvvisa. È il luogo dove si può attivare una rete di protezione. Vietarle l’accesso alla scuola significa riconsegnarla a tempo pieno al controllo familiare, senza testimoni. Significa togliere a lei la possibilità di immaginare un futuro diverso, e a noi la possibilità di vederla e proteggerla. La scuola è un presidio. Il presidio non esclude una ragazza perché veste un velo integrale
#burqa #niqab #Lega #FratellidItalia #futuronazionale
@politica -
Il feticcio del burqa
Tre sguardi su un pezzo di stoffaMassimo Lizzi
Il velo islamico, in particolare il burqa (spesso confuso con il niqab), nel mondo occidentale, è diventato un feticcio delle battaglie identitarie. Nel nostro paese, il burqa non è esplicitamente vietato. Non è vietato nella maggior parte dei paesi europei. L’articolo 5 della Legge Reale (Legge n. 152/1975) vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico. Tuttavia, la norma contiene una clausola di salvaguardia che ammette eccezioni in presenza di un “giustificato motivo”. Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 3076 del 19 giugno 2008, ha chiarito che i motivi religiosi o culturali rientrano nel “giustificato motivo” previsto dalla Legge Reale. Di conseguenza, l’uso di indumenti come il velo o simili non è configurabile come reato se legato a un credo. Il diritto alla libertà religiosa si coordina con le esigenze di sicurezza. Queste ultime rimangono garantite dall’obbligo tassativo per la persona di sottoporsi a identificazione, rimuovendo temporaneamente il velo su richiesta delle forze dell’ordine per il controllo dei documenti. La cronaca non ci fornisce esempi di casi in cui il niqab o il burqa siano stati di ostacolo al lavoro delle forze dell’ordine.
In Italia, dalla rottura tra Vannacci e Salvini, è in corso una competizione tra destre estreme. Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale fanno a gara a chi è più cattivo contro i migranti, i musulmani, i minorenni, i marginali. Futuro Nazionale ha così proposto di vietare il burqa in modo tassativo con un emendamento alla Legge Reale n. 152 del 1975, sostituendo il “giustificato motivo” con un elenco chiuso e specifico di deroghe consentite: motivi di salute, esigenze lavorative, sicurezza stradale, manifestazioni autorizzate, permanenza all’interno dei luoghi di culto. “È una questione di ordine pubblico e sicurezza: le Forze dell’Ordine devono poter identificare chiunque all’istante. Ma è anche una battaglia di civiltà, libertà e dignità. Lo Stato non può arrendersi al relativismo culturale né tollerare che sul proprio territorio si impongano pratiche di sottomissione o “tribunali ombra” patriarcali.” Di seguito, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha annunciato in un’intervista al Corriere della Sera che presenterà una proposta per «vietare il burqa a scuola», oltre a stabilire un tetto al numero degli stranieri per classe. Proposte analoghe arrivano dalla Lega. Purtroppo, questo approccio trova anche il favore di qualche progressista o ex progressista che ambisce a “liberare” le donne musulmane o percepisce la minaccia dell’islamizzazione dell’Europa.
In generale, vediamo nei confronti delle culture di orgine straniera, dei loro simboli, in particolare del burqa, tre orientamenti. Potremmo definire il primo assimilazionista, il secondo multiculturalista, il terzo integrazionista.
L’approccio assimilazionista ha una versione che si pretende universalista. Questa idea considera il modello occidentale il punto più alto dell’evoluzione civile nel mondo. I paesi extra-occidentali sono più arretrati, ma possono emulare e cercare di raggiungere l’Occidente con il progresso. Gli immigrati in Europa e in Usa, dall’Est e dal Sud del mondo, devono assimilarsi al modello Occidentale altrimenti lo farebbero arretrare. Nella nostra cultura prevalente, la donna è libera in quanto può mostrare il proprio corpo e omologarsi all’uomo. La libertà femminile non è tanto la libertà di definire e realizzare il proprio desiderio, quanto l’adesione a questo modello di emancipazione. Le donne con il velo sono sottomesse, le donne che si svelano sono libere, più ti mostri (capelli, spalle, scollatura, braccia, gambe, piedi) più sei libera, più ti copri, più sei condizionata da qualche cultura o pressione sociale che ti inibisce. In questa visione, il divieto del burqa è un decreto liberatorio, sebbene vada poi a sanzionare la donna che tarda a liberarsi. Non ti sei liberata? Ti prendi una multa e rimani esclusa. Le donne musulmane devono liberarsi, o essere liberate, anche dai simboli dell’oppressione. Inoltre, il velo è un simbolo religioso, noi siamo uno stato laico. Nelle istituzioni pubbliche (scuole, ospedali, tribunali, pubblica amministrazione) il velo non deve essere indossato. In questa posizione ci sono poi diversi margini di tolleranza o intransigenza tra velo e velo integrale.
L’assimilazionismo ha la sua versione sovranista. Quella che meglio anima lo spirito delle destre. Questa versione si mostra più realistica, disincantata, non pretende di stabilire quale sia il modello superiore e rinuncia a cambiare il mondo. Dice solo: Questo è il nostro modello. Se volete venire qui dovete adeguarvi seduta stante. Altrimenti, rimanete nei vostri paesi dove potete bardarvi come vi pare. Quando noi veniamo nei vostri paesi ci adattiamo ai vostri costumi, voi dovete fare lo stesso quando venite nei nostri paesi. Il sovranismo non vuole liberare o salvare gli altri, ma solo se stesso. Il divieto del velo, del burqa non serve alle donne “islamiche”, che ormai forse sono “perdute”. Serve alle “nostre” donne, per evitare che un giorno siano loro a ritrovarsi velate, in quanto ogni concessione al costume altrui è un pericoloso cavallo di Troia.
L’approccio multiculturalista condivide con l’approccio assimilazionista l’identificazione delle persone con la loro cultura d’origine. La differenza è che, invece di respingerla, l’accetta. Le donne della “nostra” cultura non indossano il velo; ma le donne della “loro” cultura lo indossano. Forse, condividono anche la stessa idea di progresso: Un tempo anche le “nostre” donne si velavano; in futuro anche le “loro” donne non si veleranno più. Questo approccio tollerante e paziente, per favorire l’inclusione culturale, accetta la “loro” cultura in questo modo: Le loro comunità possono decidere per se stesse le norme simboliche, di costume e di comportamento. Nel breve e medio periodo, l’idea è quella di una coesistenza comunitaria parallela. Un tale approccio non si preoccupa se non è la comunità democraticamente a decidere, ma le sue autorità religiose maschili (imam, leader di associazioni culturali). La posizione multiculturalista, nei fatti, prende atto delle norme patriarcali preesistenti e le legittima come espressione della “cultura” del gruppo. Ciò apparterrebbe al “comprensibile” ritardo culturale di quelle comunità.
L’approccio integrazionista non identifica gli individui con le culture, perché vede nella “nostra” e nelle “altre” culture troppe differenze e tanti conflitti. Non esiste il vero depositario di una cultura. Questo approccio è favorevole al mescolamento nella convivenza e alla reciproca influenza. Rifiuta gli obblighi e i divieti generalizzati in materia di valori, simboli e costumi. Riconosce la libertà individuale di scelta e la libertà relazionale. In caso di conflitto tra la donna e il nostro stato o la loro comunità, sta dalla parte della donna. Questa posizione si oppone a tutti gli obblighi e a tutti i divieti imposti alle donne in paesi come Afghanistan, Iran, stati del golfo e si rifiuta di imporre obblighi e divieti opposti e speculari nei paesi occidentali. La libertà non sta in questo o in quel simbolo, in questo o quell’indumento, in questo o quel comportamento, la libertà sta nell’assenza di coercizione e nella possibilità di scegliere. Il suo fondamento è la tutela dell’autodeterminazione della persona concreta, non l’attacco contro o la difesa di una cultura in astratto.
Questo approccio tratta le donne musulmane come le altre donne. Presupponendo che le loro scelte siano libere, finché non agiscono un conflitto. A quel punto le si sostiene nel conflitto. Dato che i conflitti possono anche essere silenziosi, si fa nei loro confronti un lavoro di informazione e sostegno. Per esempio, si fornisce loro indirizzi e numeri di telefono a cui chiedere aiuto in caso di bisogno. Si forniscono servizi di mediazione culturale e di welfare come gli asilo, i consultori, i corsi di lingua e di formazione professionale, i centri per l’impiego, l’assistenza legale. Si favorisce loro la possibilità di trovare un’occupazione regolare con un giusto salario. Si facilitano per le donne i percorsi per accedere alla protezione umanitaria, al diritto d’asilo, alla regolarizzazione, alla cittadinanza. Le donne non si devono rimpatriare mai. Questo approccio considera sbagliato presupporre, poiché sono musulmane, che le loro scelte siano “inautentiche” fino a prova contraria. D’altra parte, si può sempre cavillare sull’autenticità di una scelta da parte di chiunque. Sono autentiche le scelte di indossare tacchi a spillo, reggiseni, gonne corte, o di truccarsi? Si possono passare al setaccio anche le scelte maschili, giacche, cravatte, pantaloni lunghi, scarpe sempre coperte, anche in piena ondata di calore. Dedicare una vigilanza speciale alle donne musulmane può avere effetti controproducenti, come l’assumere i simboli, che a noi sembrano di oppressione, come simboli di rivendicazione identitaria. La posizione integrazionista è quella che si assume il peso di distinguere situazione per situazione, senza la scorciatoia dell’obbligo o del divieto totale, che disconosce la volontà della persona, né quella del relativismo assoluto, che abbandona gli individui al loro destino comunitario.
#burqa #niqab #Lega #FratellidItalia #futuronazionale
@politicaSegue
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Imtiaz Ali and the Burqa: The Strange Confidence of Explaining Muslim Women
> A critique of Mai Vaapas Aaunga director Imtiaz Ali’s remarks on the burqa, questioning who gets to define Muslim women’s agency, freedom, and political subjecthood in India today.
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⭕Des jeunes #Palestiniens repoussent les attaques de colons #Israéliens contre des habitations de la ville de #Burqa, à #Naplouse, dans le Nord de la #Cisjordanie.
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Negli ultimi due giorni i coloni hanno compiuto attacchi e appiccato incendi.
Durante la notte di domenica, i media palestinesi hanno riferito che i coloni hanno dato fuoco a un veicolo e a un'agenzia turistica locale nel villaggio di #Burqa, tentando inoltre di incendiare una clinica.Domenica, le forze di sicurezza israeliane hanno dichiarato che diversi palestinesi hanno avuto bisogno di cure mediche dopo essere rimasti feriti in violenti assalti, incendi dolosi e rivolte compiuti dai coloni in diverse località della Cisgiordania.
Nella zona dell’insediamento di #Itamar, un agente della Polizia di Frontiera è rimasto leggermente ferito dopo che i coloni hanno attaccato le forze di sicurezza che operavano nell’area, e sono stati causati danni al veicolo delle forze. ⬇️4
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Pauline Hanson in burqa in the parliament.
Photo by Mick Tsikas
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Pauline Hanson, of the rightwing One Nation party, wears a burqa in parliament’s senate chamber as a prop in her push to ban the garment in public. Muslim senators said the stunt was racist, #Canberra, #Australia
Photograph: Mick Tsikas/AP
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Nella provincia di #Herat i #talebani hanno "recentemente vietato a donne medico, pazienti e operatrici sanitarie di entrare negli ospedali senza indossare il #burqa."
Le donne afghane continuano a resistere.#Afghanistan #WomanLifeFreedom #20novembre #Taliban
https://www.hrw.org/news/2025/11/19/talibans-mandatory-burqa-in-herat-assaults-womens-autonomy
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I guess, those 1 minute and 9 seconds say it all:
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My wife asked if she'd be safe wearing burqa here. I couldn't give her a clear answer. Not just physical attacks, but the judgment, the eye rolling, the social attacks.
The absurdity: I'd have to defend her right to dress modestly to people who freely show their bodies. Yet they'd flip the narrative.
This is the Islamophobia Zohran Mamdani discusses: https://www.youtube.com/watch?v=uGBQwCsIhn0
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Claro que há mulheres que dizem que usam a #burqa porque querem e que isso não as oprime.
Mas e daí, também havia escravos contra a abolição da escravatura e não é por isso que a escravatura era menos opressiva e abjeta.
A burqa é um costume estrangeiro ao nosso país e que ofende a nossa ideia de liberdade e dignidade. Não há porquê nos acomodarmos ou adaptarmos a tal costume. Caberá no caso aos (muito poucos) imigrantes que tentam trazer esse costume para o país o esforço de adaptação.
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#Italy wants to ban Islamic face coverings, mosque funding
https://www.politico.eu/article/italy-religion-hijab-mosque-muslims-islam-ban-politics-bill
L'#italie veut faire une loi pour interdire le voile des #femmes
Italy’s ruling Brothers of Italy party has said it plans to introduce legislation seeking to ban the #burqa and #niqab face and body coverings in all public spaces nationwide, calling it a bill against “Islamic separatism.” -
La femme objet sexuel ou objet personnel.
Laissez les femmes s'habiller comme elles veulent
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"Apartheid o non #apartheid, per chi sta ancora cercando di decidere, l'omicidio di venerdì sera a #Burqa fornisce una risposta chiara.
Basta immaginare cosa sarebbe successo nel caso opposto, se gli assassini fossero stati palestinesi e le vittime ebrei, per capire che l'atteggiamento dell'intero sistema legale, della polizia, dell'esercito, dei politici e dei media è già contaminato.
Se fosse accaduto il contrario, non sarebbe accaduto nulla di simile a quello che sta accadendo nei giorni successivi all'omicidio.
In #Israele, c'è una differenza incorporata, istituzionalizzata e radicata tra un tipo di sangue e un altro, tra una razza e un'altra, tra ebrei e arabi, e tutti i suoi sistemi sono infetti fino a marcire.
Una volta detto questo, abbiamo detto #apartheid. ⬇2
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" “Il 1° settembre torneremo nelle nostre terre”, aveva detto poco tempo fa Mahmoud Abu Rish, del villaggio cisgiordano di #Burqa, a suo figlio.
La scorsa settimana ha raccontato come quel sogno si sia infranto.
Il presidente della CorteSuprema Hayut e i giudici Vogelman e Willner hanno cancellato una petizione volta a rimuovere l'avamposto illegale di Homesh dalla terra di Burqa, legittimando gli atti di furto e di esproprio dei coloni di #Homesh, compiuti con l'aiuto del governo.
Una battaglia durata anni si è conclusa con un'amara delusione.
La petizione era stata presentata dall'ong israeliana #YeshDin, Volontari per i diritti umani, e da proprietari terrieri palestinesi di #Burqa, vicino a #Jenin. ⬇2
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Ma se io vojo magnà #carnesintetica , ma saranno cazzi miei?
Ma se io me vojo mette er #burqa pe annà ar mare, puro si so' omo, ma saranno cazzi miei?
E di chi amo e di come ci vivo insieme, ma saranno cazzi miei? -
"Venerdì scorso abbiamo realizzato insieme qualcosa di enorme.
Erano anni che il campo della pace non vedeva un'azione così unitaria in Cisgiordania da parte di israeliani e palestinesi.Con questa marcia siamo riusciti a riportare sotto i riflettori la collaborazione israelo-palestinese contro l'occupazione e per noi questo è solo l'inizio.
Durante le riunioni di coordinamento con i rappresentanti del villaggio palestinese di #Burqa, ci siamo resi conto che stavamo organizzando un evento storico, una rinascita del legame politico tra israeliani e palestinesi.
Quando al mattino abbiamo visto i 9 autobus pieni di manifestanti israeliani, si è acceso in noi un barlume di speranza. ⬇2
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#nonviolenza #Hope
Ravvivare la speranza: israeliani e palestinesi marciano uniti e restano insieme a #Burqa.
🧵1#ApartheidIsrael #IsraeliOccupation #Israel #12luglio #fascismo #razzismo #Palestine #Gaza #WestBank #Jerusalem #PACE #Peace #NOwar
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BAN SUITS
~ Henry Stewart(CORRECTED
Twice now, thanks Elliott 😎 )(If you speak another language, or you can't see very well, this is a blank image. I snagged it here
https://halifaxsocial.ca/@Penelope@ieji.de/110069734282366354
so I could add some ALT TEXT to it, to be inclusive of others. )#Burqa #Hijab #Burkini #Women #Men #Suits #Banks #Economy #War #Quote #Clothing #Bias #Realtiy #ALTText #Alt4You
(And then I threw in a few hashtags to make it discoverable, including even more people.. when will it end? 😎 )
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蕨代霜蛟:
2022-09-21 https://weibo.com/2084561435/M6Pwyfwst#伊朗 五十年间的变化。
https://alive.bar/@betterquote/109039275339818612多说几句:为什么我们说上面的状态比下面好?
我敢说会有很多人一下子答不出本质,而是停留在不假思索的表层:
上面的女人更开放、更性感更舒适、更好看更有魅力和自信啊不是么。
错。这都是features而非本质。
若凡事只着眼于这些,理由并不充分、信念也是脆弱的,同时在这个锄禾日当午、杠精混凝土的世界里还会分分秒遭遇围攻:
你是西方舔狗吗?穿西方比基尼就是进步?白左圣母!浑身全黑就没有魅力么,谁说的?多几分神秘感、少一些#性骚扰、还能防晒!既然尊重#多元,为何不能尊重全黑的#burqa?话题东拉西扯、永无止境。所以若寻求本质,五十年前后的根本差异究竟是什么?
极简两字:#选择。
上面的可以随时自主选择改穿下面的。
下面的自主选择穿上面的可能会被警方活活打死。
这才是本质。
50年前想穿什么自己选、50年后想穿什么男人选。现代社会是什么?状态条件相同的情况下最大化每个人的#自主选择权,让追求#自由 的人性本能得到最大程度尊重和满足。
远不止是伊朗女性着装问题。
世间绝大多数其他问题拥有惊人相同的本质。
这也是为什么,我建议所有人关注并于内心支持伊朗女性的原因。