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#brigaterosse — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #brigaterosse, aggregated by home.social.

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  1. Comportamenti mafiosi e dove trovarli. 45 anni fa il venticinquenne Roberto Peci venne assassinato dalle #BrigateRosse perché colpevole di essere fratello di Patrizio, il primo pentito dell'organizzazione terroristica. MixerStoria - La storia siamo noi 2024/25 - 12/02/2025 - Video - RaiPlay raiplay.it/video/2025/02/Mixer

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  2. Marco Bellocchio – „Und draußen die Nacht“ (Serie, 2022)

    Die 70er Jahre sind in Italien eigentlich bis heute nicht wirklich vorbei. Sie liegen dort nicht im Archiv, sondern haben sich im Nervensystem des Landes abgelagert. Entführungen, Attentate, paranoide Innenpolitik, Geheimdienste, katholische Schuldverwaltung – und mittendrin Aldo Moro, der christdemokratische Politiker, der versucht hat, Italien politisch zu stabilisieren und dafür von den Roten Brigaden entführt und ermordet wurde. „Esterno notte“ macht daraus keine museale Geschichtsstunde, sondern sechs Stunden politischen Dauerstress. Eine Mini-Serie von Marco Bellocchio. (ARTE, Wh.)

    Zum Blog: nexxtpress.de/mediathekperlen/
  3. "#PiersantiMattarella assassinato dalle #brigaterosse"

    Incredibile come in questo #Governo certi #Ministri riescano puntualmente ad alzare l'asticella della falsità e del ridicolo

    😞

    napoli.repubblica.it/cronaca/2

  4. Il #18aprile 1974 le #BrigateRosse rapiscono il giudice #MarioSossi nella cosiddetta #OperazioneGirasole. Considerato da molti la prova generale del #sequestroMoro, il rapimento è stato indagato sul piano storico e politico, ma meno su quello linguistico. Eppure, come mostra Elena Pepponi nel suo saggio per #ItalianoLinguaDue, nei relativi comunicati delle BR emergono già le strategie retoriche che tipiche delle azioni successive.

    ⬇️Leggilo in #openaccess qui: riviste.unimi.it/index.php/pro

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  5. quattro passi con barbara balzerani / donatella furino, emma campili. 2017

    [youtube youtube.com/watch?v=HFXvcsKCyu]

    La letteratura come tempo d’attesa, come tempo rivoluzionario. Il prima e il dopo di qualcosa ricordato come Brigate Rosse.
    Di Donatella Furino e Emma Campili, con Donatella Furino. Parole scelte dai 5 libri di Barbara Balzerani: Compagna Luna, Cronache di un’attesa, Perchè io perchè non tu, La sirena delle cinque, Lascia che il mare entri. Grazie per le riprese a Margherita Diurno e a Roberto Boccia per la post suono

    #BarbaraBalzerani #BR #BrigateRosse #CompagnaLuna #CronacheDiUnAttesa #DonatellaFurino #EmmaCampili #LaSirenaDelleCinque #LasciaCheIlMareEntri #MargheritaDiurno #PerchèIoPerchèNonTu #RobertoBoccia
  6. #VittorioBachelet nacque 100 anni fa e venne assassinato dalle #BrigateRosse il 12 febbraio 1980 davanti alla sua assistente Rosy Bindi. Quattro anni dopo un fratello di Vittorio, il padre gesuita Adolfo, ricevette una lettera firmata da 18 terroristi in cui si percepiva che la frase di perdono di Giovanni, che è in questo video, era riuscita a raggiungere le loro coscienze. Il perdono e mai la vendetta - RaiPlay raiplay.it/programmi/vittoriob

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  7. Altre impressioni soggettive su Potere Operaio, Lotta continua e Brigate Rosse

    Si è detto che il ‘68 ha rappresentato per molti giovani un’occasione per far sentire la propria voce e per far conoscere le proprie esigenze ed aspirazioni; è stato, quindi, come abbiamo visto, una stagione che ha portato la gioventù del tempo a cercare di soddisfare quel desiderio di partecipazione, di comunione, di giustizia, di libertà, insieme alla convinzione di poter trasformare il mondo per un futuro per essi migliore <97. Pertanto, il loro obiettivo principale era quello di costituire un movimento rivoluzionario di massa per realizzare il loro intento focale: riuscire a rovesciare il potere statale. Ma per fare ciò era necessaria la compattezza e l’appoggio del popolo; è per questo che la fine degli anni sessanta ha visto il proliferare di gruppi, di circoli, di movimenti che si affiancavano a gruppi già esistenti di estrema sinistra, per affermare sempre più la propria presenza nella società. Tanti furono, infatti, i gruppi che si sono formati sulla spinta della rivoluzione sessantottina, quali: “Sinistra Proletaria”, “Servire il Popolo”, “Avanguardia Operaia” (sorta dall’unificazione di “Avanguardia Operaia” di Milano con “Sinistra Leninista” di Roma, “Circolo Rosa Luxemburg” di Venezia e “Lenin” di Mestre), “Lotta Continua”, “Potere Operaio”, “Collettivo Politico Metropolitano” (CPM). La maggior parte di questi gruppi sono nati come oppositori del sistema dei contratti collettivi usato dalle aziende; hanno optato per un’opposizione permanente da parte delle aziende, appunto, per una “lotta continua”. Il loro obiettivo principale era l’unità di azione dei gruppi; in secondo luogo l’unità organizzativa e in ultimo, quella ideologica. La propaganda avveniva principalmente attraverso la distribuzione di volantini all’uscita delle fabbriche, il reclutamento e le decisioni venivano effettuate nei bar, dove si recavano molti lavoratori, ma anche facendo campagna politica nei quartieri. Rapidamente, i partecipanti dei gruppi aumentavano sempre di più, guadagnando più supporto e influenza. Tra tutti questi Lotta Continua (LC) è stata, tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, nata precisamente nell’autunno del 1969, una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, di orientamento comunista, rivoluzionario e operaista. Costituita successivamente ad una scissione in seno al Movimento Studentesco di Torino, che aveva infiammato l’estate delle lotte all’Università e alla FIAT, l’altra parte aveva formato il gruppo: Potere Operaio, che disponeva, dal 1971 di una struttura denominata “Lavoro Illegale, Segreta e Armata”, di cui era leader Valerio Morucci <98. Nell’aprile 1973 alcuni aderenti al movimento, scartati dal reclutamento in ‘Lavoro Illegale’, avevano organizzato un attentato incendiario dimostrativo, più per i vertici della struttura illegale del gruppo che per i destinatari dell’attentato, contro l’abitazione di Mario Mattei, segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano, nel quartiere di Primavalle a Roma ma, a causa del divampare delle fiamme in seguito all’incendio del portone, Mattei rimase ferito, mentre i due figli, Stefano e Virgilio, morirono nell’incendio: l’episodio è noto come Rogo di Primavalle.
    Anche Lotta Continua era molto attiva e si distingueva dagli altri gruppi per il movimentismo più spiccato, l’eterodossia e la critica ai regimi comunisti. A questo gruppo è stato attribuito l’omicidio del Commissario Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972, eseguito per ritorsione per la morte dell’anarchico Pinelli, di cui si è detto poco sopra. L’assassinio di Calabresi è considerato il primo e uno dei più importanti omicidii degli Anni di piombo, proprio per questo motivo e per il processo complesso che ha fatto seguito, ha avuto molta risonanza per svariati anni. In particolare, il Commissario Calabresi, tra il 1969 e il 1972, era stato accusato, proprio da una parte dell’opinione pubblica, soprattutto in seguito ad un’estesa campagna stampa di giornali quali L’Espresso e il giornale del movimento stesso di Lotta Continua, di aver assassinato l’anarchico Giuseppe Pinelli, morto dopo essere caduto da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava in custodia per le indagini sulla Strage di Piazza Fontana. Tuttavia, dopo parecchie ricerche ed inchieste, era stato dimostrato che Pinelli fosse caduto in maniera accidentale, forse per un malore e non spinto dagli uomini di Luigi Calabresi, ma, soprattutto, non dallo stesso commissario, che, tra l’altro, in quel momento non si trovava nella stanza. Questa versione dei fatti non era però riuscita a convincere quasi nessuno e quindi, si sono sviluppate accese polemiche, tanto più quando si scoprì che gli anarchici milanesi non avevano nulla a che fare con l’attentato. I colpevoli dell’assassinio Calabresi sono stati individuati solo nel 1988, si trattava di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori materiali, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti: tutti erano leader o esponenti di Lotta Continua. Gli imputati sono stati condannati in via definitiva nel 1997, dopodiché hanno ottenuto una revisione del processo, ma nel 2000 la Corte d’Appello di Venezia e poi la Corte Suprema di Cassazione hanno confermato le condanne. Infine, nel 2003, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sentenziato che avevano ricevuto un processo equo e, pertanto, è stata rifiutata una ulteriore revisione. Lo scioglimento del gruppo suddetto si è avuto nel 1976, mentre il giornale “Lotta continua”, quotidiano dal 1972, ha proseguito le pubblicazioni fino al 1981.
    Dal movimento denominato “Collettivo Politico Metropolitano” (CPM) sarebbe nato il primo nucleo del gruppo terroristico più longevo di tutta l’Europa occidentale del dopoguerra: le Brigate Rosse <99. Renato Curcio, nel settembre del 1969, insieme con Corrado Simioni <100 fondava, infatti, dapprima il CPM, iniziando così il suo percorso politico e diventando, successivamente, il fondatore dell’organizzazione della stella a cinque punte, appunto le Brigate Rosse <101.
    Egli aveva compreso subito che da quel processo di mobilitazione che aveva investito l’Italia dopo il miracolo economico era nato un esercito cospicuo di individui totalmente insoddisfatti, alienati e disponibili ad unirsi per abbracciare nuove idee radicali di emancipazione e riscatto sociale e per combattere insieme una guerra di classe. Successivamente, nel novembre 1969, al raduno organizzato da Curcio a Chiavari <102, sembra si sia avuto il passaggio alla lotta armata e quindi alla clandestinità <103; questo incontro non è stato altro infatti, che l’anticamera ideologica e organizzativa delle Brigate Rosse, che miravano soprattutto al coinvolgimento e all’appoggio della lotta operaia.
    Sull’importanza del congresso di Chiavari si hanno testimonianze contrastanti, infatti, per esempio, Franceschini ha affermato che durante quell’incontro non si era arrivati a parlare ancora di lotta armata, ma solo di un passaggio alla clandestinità, secondo la sua testimonianza, il passaggio alla lotta armata è stato deciso soltanto più tardi, precisamente a Pecorile nell’agosto del 1970. La testimonianza di Franceschini ha creato delle perplessità in quanto le due cose, il passaggio alla lotta armata e quello alla clandestinità, per lui una successiva all’altra, sembravano invece andare di pari passo; inoltre, nelle varie interviste fatte ai fondatori delle BR, sembrava vi fosse un’unanimità nell’affermare che la decisione di passare alla lotta armata era stata presa a seguito della strage di piazza Fontana, del dicembre del 1969, che, ai loro occhi, non era stata altro che la conferma dell’esattezza delle loro idee e dei loro progetti: infatti, questo tragico evento, non aveva suscitato tanto la paura di un golpe da parte dell’estrema destra, ma aveva fatto nascere la convinzione più forte che in Italia vi fossero le condizioni giuste per fare una rivoluzione <104.
    La nascita effettiva delle Brigate Rosse è stata ufficializzata in data 16 aprile 1970 alle ore 20:33, quando una voce si inseriva nel canale audio della televisione che stava trasmettendo il telegiornale e da allora è cominciata, appunto, una lunga serie di atti sanguinosi e cruenti sviluppatisi nell’arco di più di un decennio. Comunque, formalmente, il 17 agosto del 1970, presso l’albergo “Da Gianni” a Costaferrata (al tempo Casina) di Pecorile (frazione di Vezzano sul Crostolo), in provincia di Reggio Emilia, ottanta delegati di Sinistra Proletaria e del Comitato Politico Metropolitano si riunivano per prendere decisioni su forme di lotta più incisive. Il primo gruppo era formato da esponenti del movimento studentesco dell’Università di Trento come Curcio e Cagol; militanti della FGCI emiliana quali Franceschini, Gallinari, Ognibene; operai provenienti soprattutto dalla Sit-Siemens, come Moretti, Alunni, Bonavita.
    Questa occasione ha segnato la dissoluzione del CPM e la costituzione delle Brigate Rosse.
    [NOTE]
    97 “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto” così affermava Mauro Rostagno, sociologo, giornalista e attivista italiano; è stato uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua ed avendo frequentato anche lui l’Università di Trento, riuscì a trascinare molti dei suoi protagonisti all’estremismo di sinistra e all’esperienza della lotta armata, tra cui Renato Curcio e Margherita Cagol (Rostagno, in quel periodo era soprannominato anche “il Che di Trento” e divise anche l’appartamento con Curcio per un po’ di tempo).
    98 Ex brigatista, di cui si parlerà in seguito.
    99 Le Brigate Rosse sono state molto influenzate dalle esperienze rivoluzionarie degli altri Paesi: la stessa sigla BR deriva dal gruppo rivoluzionario marxista tedesco della RAF, mentre, il simbolo deriva dalla stella sghimbescia dei guerriglieri uruguayani Tupamaros, da cui sembra che le Brigate Rosse abbiano preso l’esempio, non solo dal punto di vista strettamente ideologico, perché spesso sono movimenti di ispirazione marxista che prendono a modello la rivoluzione cubana, ma anche dal punto di vista operativo.
    100 Si afferma che Simioni è stato il capo del Superclan, organizzazione nata parallelamente alle BR. È stato sospettato di aver organizzato, senza prendervi parte, l’attentato contro l’ambasciata americana ad Atene del 2 settembre 1970 durante la dittatura dei colonnelli. Quel fatto, in cui morirono i due attentatori per un loro errore, avrebbe segnato una forte rottura fra Simioni e Curcio quando quest’ultimo venne a sapere che era stato precedentemente proposto a sua moglie Margherita Cagol di mettere in atto quello stesso attentato.
    101 Renato Curcio ha apertamente spiegato che “non abbiamo voluto ispirarci alle azioni partigiane e neanche a quelle del movimento operaio tradizionale, sia pure rivoluzionario. Noi volevamo imparare dalle esperienze nuove che si agitavano nel mondo: guardavamo ai Black Panthers, ai Tupamaros, a Cuba e alla Bolivia di Che Guevara, al Brasile di Marighella”. Infatti, l’altro modello a cui si rifacevano i brigatisti rossi era quello proposto da Carlos Marighella: un rivoluzionario brasiliano che di fatto aveva adottato la lotta armata dopo il colpo di stato in Brasile; il suo libro “Piccolo manuale della guerriglia urbana” è stato uno dei libri più letti negli ambienti dei terroristi di sinistra per le indicazioni tecniche. In più i brigatisti presero a modello anche i Montoneros argentini: organizzazione di guerriglieri nata alla fine degli anni Sessanta, che lottò per eliminare i condizionamenti politici statunitensi sull’Argentina e favorire il rientro di Juan Domingo Perón dall’esilio, anche se Perón, dopo il suo ritorno al potere nel 1973, prese le distanze dai Montoneros, che furono poi sgominati dalla dittatura militare nel 1977.
    102 Di cui si è già accennato al § 2.2.
    103 Mario Moretti, uno dei componenti del nucleo storico delle Brigate Rosse, sosteneva che il passaggio alla clandestinità non era un atto di attacco verso l’Italia e le sue istituzioni, non era una decisione in difesa ma in attacco: “non stiamo scappando, al contrario. Nella clandestinità costruiremo il potere proletario armato”.Cfr.:MORETTI Mario, (2014), Brigate rosse. Una storia italiana. Intervista di Mosca Carla, Rossanda Rossana, Oscar Mondadori, Milano, p.35.
    104 Morucci V., (2004), La peggio gioventù una vita nella lotta armata, Milano, p. 169. “Noi volevamo fare la rivoluzione contro i capitalisti che depredavano la ricchezza sociale prodotta dal proletariato”, dello stesso avviso anche Prospero Gallinari.
    Gian Maria Moneta Caglio da Ré, Tensioni e terrore degli anni 70, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2021-2022

    #1969 #1970 #BrigateRosse #GianMariaMonetaCaglioDaRé #LottaContinua #PotereOperaio #terrorismo

  8. Fermezza o trattative con le Brigate Rosse nel 1981

    Ma non è certo solo il caso Gioia, o, più in generale, un diverso approccio verso il ruolo della commissione inquirente, a dividere il Psi dal Pci. Gli ultimi mesi del 1980 infatti fanno riaprire vecchie ferite che risalgono a oltre due anni prima, ai giorni del rapimento di Aldo Moro e che ancora non si sono rimarginate. Nel mese di ottobre Berlinguer si reca a deporre presso la commissione parlamentare sul caso Moro ed esprime opinioni critiche nei confronti della condotta del Psi, che aveva rotto il “fronte della fermezza” con il suo tentativo umanitario; l’Avanti definisce «sconcertante» la deposizione del segretario comunista <220. A novembre è il turno di Craxi di deporre in commissione ed il leader del Psi parla dei contatti attivati con gli esponenti di Autonomia e, pochi giorni dopo, rilascia un’intervista all’Europeo sull’argomento. Ma il momento di maggior tensione arriva alla fine del mese quando i quattro commissari del Psi, dopo una riunione con Craxi, abbandonano polemicamente la commissione. In un comunicato si spiega la condotta dei socialisti con non meglio precisate «strumentalizzazioni e violazioni di legge» nei lavori della commissione e con la divulgazione intenzionale di documenti e, soprattutto, la «tendenza a trasferire l’obiettivo dell’inchiesta, trasformando i lavori della commissione in un vero e proprio processo politico diretto contro una tesi, una condotta e una forma politica» <221. A generare le ire del Psi sembra essere stata soprattutto la richiesta da parte della procura di una copia delle deposizioni di Craxi, Landolfi, Signorile e Guiso; ire acuite quando sia la Dc che il Pci (che insieme dispongono della maggioranza dei voti) si dimostrano intenzionati ad accogliere la richiesta dei magistrati <222.
    I giorni del rapimento di Aldo Moro ritornano prepotentemente alla memoria di tutti quando, nel mese di dicembre, si verifica una nuova emergenza che ripropone il dilemma tra “fermezza” e “trattativa”. Il giorno 12 del mese viene rapito il magistrato Giovanni D’Urso, presidente di sezione della Cassazione e distaccato presso il ministero di Grazia e giustizia con responsabilità sul trasferimento di detenuti. L’azione è subito rivendicata dalle Br, che chiedono per la liberazione che venga chiuso il carcere dell’Asinara in Sardegna. Questa volta, a differenza di quanto era avvenuto nel 1978, lo schieramento tra fautori della fermezza e disponibili alla “trattativa” si definisce molto rapidamente.
    Nel governo i socialisti sostengono che la chiusura del carcere non costituisce una violazione di legge <223 e la si può concedere per salvare una vita umana, mentre la maggior parte dei democristiani ed i repubblicani affermano che, sebbene non rappresenti un’illegalità, la chiusura dell’Asinara significa piegarsi al ricatto, e con ciò dare legittimità ai terroristi. I magistrati in generale dimostrano grande solidarietà nei confronti di D’Urso e, coloro che manifestano un’opinione, sebbene nessuno ovviamente proponga di violare la legge, sono a favore di prendere «tutte le misure possibili» per salvare il giudice rapito <224. Il 25 dicembre Craxi rilascia una dichiarazione nella quale dice che il carcere sardo deve essere chiuso subito; si tratta di quello che Gaetano Scamarcio definisce il «blitz di Natale» <225. Due giorni dopo la vecchia prigione viene effettivamente sgombrata <226, ma il 28 vi è una rivolta nel carcere di Trani organizzata dai terroristi, che prendono in ostaggio diversi agenti di custodia. Questa volta la reazione del governo è di notevole determinazione: il giorno seguente le installazioni di Trani vengono prese d’assalto dalle unità speciali dei Carabinieri, che salvano gli agenti sequestrati e ristabiliscono l’ordine senza vittime.
    La posizione del Pci è, dall’inizio, critica di ogni linea d’azione che implichi segni di arrendevolezza nei confronti dei terroristi; dopo la chiusura del carcere sardo, nel commentare le esternazioni di Pertini, il quale si dimostra decisamente contrario a trattative, un editoriale dell’Unità afferma che “…è impensabile che chi governa questo paese sia così sprovveduto […] da non capire quello che anche il più ingenuo degli italiani ha capito subito: che l’Asinara era un pretesto, che cedere su quel pretesto significava esporsi a pagare poi, e forse subito, prezzi e rischi sempre più alti, che nessuna proclamazione di “autonomia” nell’atto di cedimento avrebbe liberato il governo dal sospetto di aver accettato il terreno della contrattazione coi terroristi…” <227
    Il 31 dicembre viene assassinato a Roma il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, responsabile della sicurezza esterna delle carceri e quattro giorni dopo le Br diramano un comunicato in cui dichiarano che D’Urso è stato condannato a morte, ma che lasceranno ai compagni detenuti una valutazione definitiva. In favore della trattativa ci sono, oltre al partito Radicale, i cui deputati vanno nelle carceri a parlare con i terroristi, i vertici dell’Anm e, si direbbe, la maggior parte dei magistrati. Tra di essi però non mancano segnali in senso contrario, ad esempio il discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario del Pg di Roma Pascalino, che invita alla fermezza <228; oppure, qualche giorno dopo, la decisione dei magistrati della sezione civile della pretura, che rigettano l’istanza del fratello del giudice rapito con la quale si chiede di ordinare ai giornali la pubblicazione dei documenti Br per uno «stato di necessità» <229; ma quando Curcio accenna alla liberazione del brigatista Gianfranco Faina, la Corte d’Appello di Firenze ne ordina subito la libertà provvisoria, attirandosi le critiche del Pci <230.
    I socialisti, mentre Craxi si trova in Africa in vacanza, tengono una direzione e sembrano orientati ad evitare contatti con i brigatisti in carcere <231; poco dopo, l’8 gennaio, i terroristi detenuti a Trani affermano che daranno il loro benestare alla grazia se giornali e Tv divulgheranno documenti preparati dai brigatisti <232. Mentre diversi giornali proclamano quello che verrà definito il “black-out”, per non favorire il disegno dei terroristi, i magistrati si fanno ancora promotori di una linea meno intransigente e l’Anm promuove un incontro con la federazione della stampa per trattare l’argomento; il segretario dell’associazione, l’esponente di Magistratura democratica Senese, spiega che «la nostra posizione è che nel rispetto della legalità si debba fare tutto per salvare il collega […] La cosa peggiore che si possa fare in questo momento è trasformare il dibattito sulle decisioni da prendere in una discussione teologica sui massimi sistemi» <233.
    Intanto Craxi rientra dalle vacanze e impone la linea al partito sconfessando la direzione precedente: il Psi appoggerà la campagna radicale per la pubblicazione. Ad essa aderiscono Lotta Continua, il Manifesto, L’Avanti e, in un secondo momento anche il Secolo XIX ed il Messaggero. Il 14 gennaio l’Avanti ospita una lettera dello stesso D’Urso che, dalla prigionia, chiede la pubblicazione dei documenti; il giorno seguente il magistrato viene liberato.
    Dopo il rilascio il Presidente del consiglio si reca immediatamente alla Camera per fare una relazione sull’accaduto ma nel suo discorso, ben accolto da Psi, Psdi e radicali, si sforza di non accusare nessuno e non prendere parte nel dibattito tra fermezza e trattativa. I repubblicani appaiono critici <234, ma lo stesso può dirsi di importanti settori della Dc. Il Popolo cita una dichiarazione di Piccoli in cui spiega che «l’atteggiamento di fermezza è stato determinante per la tenuta contro il ricatto delle Br» e poi, illustrando la posizione dei partiti, spiega che “Il Psi ha esposto la propria posizione «in autonomia»” ricordando la polemica di Balzamo contro il Pci, accusato di «farneticare su un presunto partito del cedimento che non è mai esistito» <235. Ma qualche tempo dopo Piccoli apparirà molto più deciso; in occasione del congresso del suo partito, nei primi giorni di maggio 1982, circa la richiesta di
    pubblicare documenti ricorderà che “…affermavo: siamo dinnanzi al più grave ed inaccettabile dei ricatti […] furono molti i giornali, anche di partito, che ritennero di accedere alle richieste delle Br […] Mi limito ad osservare che accedere a quella richiesta consentì alle Br di conseguire un obiettivo essenziale della loro strategia di intossicazione psicologica […] Ciò che avrebbe dovuto suggerire maggior cautela a esponenti socialisti nell’affrontare alcune delle questioni poste dalla liberazione di Ciro Cirillo…” <236
    Nel caso D’Urso quindi si riprende il gioco delle parti già sperimentato quasi tre anni prima, ma con qualche differenza: a questo punto l’opinione pubblica sembra essersi assuefatta, in qualche misura, alla tesi circa le possibilità che lo Stato si impegni in qualche tipo di “trattativa” con i terroristi. Di conseguenza l’azione del Psi, accompagnata da quella dei radicali, è assai più decisa ed incisiva. L’altra differenza è che questa volta a sostenere il governo in Parlamento non ci sono più i comunisti, e quindi i democristiani si ritrovano soli ad osservare il movimentismo degli alleati socialisti e lo fanno non senza malumori e risentimento.
    [NOTE]
    220 “Sconcertante deposizione di Berlinguer su Moro”, Avanti del 11 ottobre 80
    221 “Si sono dimessi i commissari Psi”, Avanti del 29 novembre 80
    222 “Commissione Moro”, La Stampa del 28 novembre 80
    223 Inoltre la dismissione dell’Asinara era già prevista e al momento del sequestro vi rimanevano solo 25 detenuti.
    224 Vedi ad esempio “I magistrati contrari a scelte aprioristiche per Giovanni D Urso”, Avanti del 19 dicembre 80, o “I magistrati favorevoli a chiudere l’Asinara”, Avanti del 31 dicembre 1980, contenente un’intervista a Beria d’Argentine; vedi anche P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 Cit. pag. 858
    225 Dichiarazione citata in G. Fiori, Berlinguer Cit. Pag. 412
    226 Secondo Fiori, in questa maniera, la chiusura è «data non alle Br per salvare una vita umana, ma a Craxi per salvare il governo», Ibid. Pag. 413
    227 “Salvare un governo o la democrazia?”, Unità del 30 dicembre 80
    228 “E’ escluso che lo stato possa cedere al terrorismo”, Popolo del 10 gennaio 81
    229 “Giornali (con poche eccezioni) prevale la linea della fermezza”, Popolo del 13 gennaio 81
    230 “Traspare una torbida trattativa con le BR”, Unità del 9 gennaio 81
    231 G. Fiori, Berlinguer. Cit. Pag. 415
    232 “33 giorni di prigionia”, La Stampa del 15 gennaio 1981.
    233 “Iniziativa dei giudici verso stampa e partiti”, Avanti del 7 gennaio 81
    234 “Le BR annunciano: liberiamo d’Urso”, Unità del 15 gennaio 81
    235 “La maggioranza unita nella lotta al terrorismo”, Popolo del 15 gennaio 81
    236 “Relazione di Piccoli al congresso”, Popolo del 3 maggio 82
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    #1980 #1981 #1982 #Asinara #Berlinguer #BrigateRosse #carabinieri #carcere #Craxi #DC #EdoardoMFracanzani #EnricoGalvaligi #fermezza #generale #GiovanniDUrso #magistrato #PCI #Piccoli #Pri #PSI #radicali #rapimento #rilascio #trattativa #uccisione

  9. Aldo Moro, dov’era veramente? La verità di chi ha visto
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    Una ricostruzione inedita del caso Moro attraverso testimonianze oculari dimenticate che svelano il vero percorso seguito dai sequestratori.

    #aldomoro #16marzo1978 #viafani #casomoro #brigaterosse #viagradoli

    boomerissimo.it/2025/07/27/le-

  10. Le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano

    Per conoscere la genesi delle Brigate Rosse «è indispensabile rivolgere alla facoltà di sociologia di Trento, dove crebbero politicamente e si imposero come quadri dirigenti Margherita Cagol e Renato Curcio, una particolare attenzione. Non solo perché il carattere di questa città può spiegare l’origine della cosiddetta componente cattolica delle BR (troppe volte ricordata, e spesso a sproposito), ma soprattutto perché il Movimento studentesco di Trento per le sue correlazioni con le lotte analoghe in altri paesi europei e per il suo carattere fortemente anticipatorio, rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano» (Soccorso Rosso 1976, p. 26).
    Le lotte studentesche del ’68 «producono come primo effetto il diffondersi in fabbrica di nuove forme di lotta, violente e illegali» (Soccorso Rosso 1976, p. 35). A partire dal ’69, si assiste alla nascita di numerosi gruppi, partiti o collettivi che si pongono il problema dell’organizzazione. Uno di questi è il Collettivo Politico Metropolitano (CPM) nato a Milano e formato dal CUB Pirelli, dai gruppi di studio di Sit-Siemens e IBM, da alcuni collettivi di lavoratori-studenti, da gruppi di lavoratori provenienti dall’Alfa Romeo, dalla Marelli, da militanti del Movimento studentesco e, infine, da militanti senza un organizzazione di riferimento (Soccorso Rosso 1976).
    È proprio il CPM che costituirà il nucleo iniziale da cui, attraverso varie trasformazioni, nasceranno e si svilupperanno le Brigate Rosse. L’obiettivo del CPM è l’abbattimento violento del sistema; la rivoluzione. Secondo il Collettivo, il processo rivoluzionario si presenta come «globale, politico e “culturale” insieme» <6 e il terreno della lotta è «essenzialmente urbano». Nel documento si legge: «la città è oggi il cuore del sistema, il centro organizzatore dello sfruttamento economico-politico, la vetrina in cui viene esposto “il punto più alto”, il modello che dovrebbe motivare l’integrazione proletaria. Ma è anche il punto più debole del sistema: dove le contraddizioni appaiono più acute, dove il caos organizzato che caratterizza la società tardo-capitalistica, appare più evidente. È qui, nel suo cuore, che il sistema va colpito. La città deve diventare per l’avversario, per gli uomini che esercitano oggi un potere sempre più ostile ed estraneo all’interesse delle masse, un terreno infido: ogni loro gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato, ogni collusione tra potere economico e potere politico messa allo scoperto. Il sistema può opporre soltanto il peso della sua oppressione, dei suoi ricatti, della sua corruzione. Con queste armi nessun sistema è mai riuscito a sopravvivere» <7.
    La storia della principale organizzazione politica clandestina italiana – scrivono Gian Carlo Caselli e Donatella Della Porta (1990) – «affonda le sue radici nel movimento degli studenti del 1968 e nell’autunno caldo del 1969» e ne ha influenzato la struttura, l’azione e le scelte strategiche. Le Brigate Rosse non nascono da subito come gruppo armato strutturato, ma lo diventano nel corso degli anni e in risposta all’intensificarsi dello scontro con lo stato e le forze dell’ordine. È per tale ragione che, in questa sede, la ricostruzione dei mutamenti e delle evoluzioni strutturali nonché delle strategie d’azione via via adottate, avverrà parallelamente all’analisi del percorso storico dell’organizzazione.
    [NOTE]
    6 “Il Collettivo”, n. unico, gennaio 1970, documenti del “Collettivo”, Lotta sociale e organizzazione nella metropoli
    7 Ibidem
    Santina Musolino, Donne e Violenza Politica: il caso delle Brigate Rosse in Italia, Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2016

    Nel novembre del 1969, in una riunione del collettivo a Chiavari, e successivamente con l’incontro a Costaferrata (frazione di Pecorile nei pressi di Reggio Emilia) nell’agosto 1970, si posero le basi per la creazione dell’organizzazione armata delle Brigate Rosse: più che una riunione con intenti programmatici, quello di Pecorile è una assemblea che pone in nuce il passaggio dalle spranghe, dei servizi d’ordine dei nuclei collettivi di fabbrica, alle armi da fuoco di un nucleo ben organizzato, capace di intervenire in varie città, lì dove lo scontro avesse richiesto una presenza dura. <9 Questi nuclei dovevano operare su un piano di semiclandestinità in alcune delle più importanti aziende milanesi come Pirelli, Siemens, Marelli ecc. <10 Si trattava di avanguardie armate in grado di coniugare la politica con la guerra rivoluzionaria, ovvero di preparare e sostenere una guerra politica e civile di lunga durata. <11 Donatella Della Porta sottolinea come le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano, dove lotte operaie e studentesche agivano a più stretto contatto, sfociando spesso in episodi di violenza. <12 Sarebbe stato proprio questo uso della violenza, quindi, a indirizzare la futura attività delle BR.
    La città di Milano giocò poi un ruolo fondamentale nella nascita delle BR, anche in quanto città simbolo del nuovo capitalismo alienante. In questa città, che Margherita Cagol paragonava a un “mostro feroce” <13 e Mario Moretti a un “orribile termitaio” <14, l’individuo, soprattutto se proveniente da diverse realtà italiane, si ritrovava completamente straniato e isolato, perdendo ogni suo punto di riferimento.
    Il panorama della violenza terroristica in Italia fu dominato senz’altro dai gruppi di estrema sinistra, e in particolare dalle BR, che fecero la loro comparsa nel 1970 facendo esplodere dei bidoni di benzina contro il box del direttore della Sit Siemens. Precedenti all’azione delle BR furono però alcune organizzazioni di sinistra come il Gruppo XXII Ottobre, il primo gruppo armato genovese, fondato nel 1969 da alcuni militanti di formazione marxista leninista, e i Gruppi di azione partigiana di Feltrinelli (che comparirono nel 1970 e si presentarono come delle specie di avanguardie autonome rispetto ai movimenti di massa internazionali). C’erano poi i NAP (Nuclei Armati Proletari), separatisi da Lotta Continua quando questa rinunciò definitivamente al ricorso alla violenza, e Autop (Autonomia Operaia), un’organizzazione la cui mira era quella di guidare una globale sollevazione della classe operaia. <15
    In questo periodo le azioni brigatiste non furono particolarmente violente, ma nel 1972 si giunse, con un’escalation di violenza che porterà dal sequestro e all’omicidio a un definitivo punto di rottura con movimenti sessantottini. Tale rottura coincise con il rapimento del dirigente Sit Siemens Macchiarini, e soprattutto con la decisione di entrare in clandestinità. Questa condizione di illegalità e di forzata segretezza portò i militanti delle Brigate Rosse a estraniarsi sempre più dalla realtà e a perdere ogni possibilità di dialogo e di confronto con quella classe che pretendevano di rappresentare. <16
    La “missione” delle Brigate Rosse divenne sempre più un fatto quasi trascendentale, una sorta di vocazione che andava al di là dei singoli individui e dei singoli scontri sociali, e pertanto il fine cominciò tragicamente a giustificare i mezzi. <17 Da notare è però come, per un certo periodo, l’azione punitiva delle BR fu vista quasi con favore da grosse porzioni dell’opinione pubblica, e questo fatto non fece altro che render ancor più legittimo, agli occhi dei brigatisti, il nuovo ruolo che si proponevano di assumere. L’organizzazione brigatista era passata, infatti, a mostrare un volto del tutto differente rispetto agli inizi, spostandosi da una linea difensiva a una aggressivamente offensiva. Le BR non si limitavano più a una semplice reazione nei confronti dello Stato, ma miravano ora a sostituirsi a esso.
    E’ l’inizio della lotta armata. E’ l’inizio della “violenza rivoluzionaria” cioè di quella pratica organizzata armata necessaria, sistematica e continua dello scontro di classe. <18 Cominciava l’attacco al cuore dello Stato che durerà oltre 10 anni. <19
    “Il movimento operaio, che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche, manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati. Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”. Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire” <20 Le parole di Renato Curcio evidenziano il pathos di quella visione intima e politica delle BR e la mission del brigatista come artefice di quella trasformazione radicale sociale, di rivolgimento dalle fondamenta che porterà gli uomini ad essere liberi da ogni forma di sofferenza e di infelicità, attraverso una serie di battaglie che si concretizzeranno in una continua lotta armata, in una rivoluzione sociale per costruire una società comunista. <21
    A sottolineare questo natura apocalittica dell’azione delle BR sulla società sono le parole della brigatista Barbara Graglia, la quale afferma che la lotta portata avanti dai brigatisti trova giustificazione nel riscatto dell’umanità, in una rivoluzione gnostica che anela un mondo assolutamente perfetto privo di ingiustizie sociali tipiche di quella società borghese e capitalistica <22: “I problemi sono a monte, come si diceva in quegli anni, ed è a monte che bisogna risolverli, l’idea di lottare per una trasformazione della società è per me immediatamente idea di trasformazione radicale, di rivolgimento dalle fondamenta”. <23
    Dagli interventi del convegno di Pecorile emergono tre anime: la prima, più movimentista, privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, e che risulterà vincente, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le realtà di base; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento. <24
    Renato Curcio, Alberto Franceschini, Margherita Cagol, Mario Moretti, Mario Galesi, Nadia Desdemona Lioce, Barbara Graglia e molti altri furono l’anima di questa organizzazione animata da una feroce determinazione ideologica e da una azione politica violenta ed omicida che si basa su un processo socio-psicologico che spoglia la vittima della sua umanità e che trasforma il carnefice in un giustiziere collettivo e che vede nell’azione della lotta armata la liberazione della società schiava di dinamiche neocapitalistiche. Questa azione, oltre a dare alla violenza una dignità ermeneutica, conoscitiva, la legittima sul piano morale in quanto dà un senso a tutta una serie di sofferenze dell’individuo; perché la scelta della lotta armata diventa lo strumento di trasformazione sociale in un processo educativo, pedagogico dell’intolleranza del nemico. <25 Questo gruppo scelse la lotta armata pensando che il sacrificio di vite umane possa servire a salvarne molte altre, inscrivendo le ingiustizie della società ad un sistema che utilizza l’uso della lotta armata continua nella contrattazione politica, venendolo quasi “umanizzato”. La violenza, dunque assume un ruolo centrale da coincidere con la politica stessa.
    [NOTE]
    9 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, n. 26 p.31.
    10 CLEMENTI M., Storia delle brigate rosse, Odradek, Roma, 2007, p. 18 ss.
    11 Ibidem
    12 DELLA PORTA D., Il terrorismo di sinistra, cit. in ROBERT LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo pag. 268
    13 Lettera di Mara Cagol alla madre (cit. in ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse, Rubettino, Catanzaro 2009, pag. 28.
    14 MARIO MORETTI, Brigate rosse. Una storia italiana, cit. in ALESSANDRO ORSINI, Anatomia delle Brigate Rosse op. cit., p. 161.
    15 CECI G. M., Il terrorismo italiano Carocci, Roma 2013, pp 145 147 e COLARIZI S., Storia politica della Repubblica. Partiti, movimenti e istituzioni. 1943-2006. Ed. Laterza, Roma Bari, 2007, pp. 210-213.
    16 MANCONI L., Terroristi italiani. Le brigate rosse e la guerra totale 1970 2008 Rizzoli, Milano, 2008, p. 67.
    17 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.23 e ss.
    18 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario op. cit., p.31 e ss.
    19 FRITTOLI E., Agosto 1970: l’alba delle Brigate Rosse, Rivista settimanale, Panorama/lifestyle, Milano, 27 agosto 2015.
    20 Lo scopo del Convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio in CURCIO R., A viso aperto intervista di Mario Scialoja, Mondatori, Milano, 1993, p. 33 34.
    21 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.14.
    22 Ibidem p. 13.
    23 Ibidem nota 18 p.14.
    Camilla Ranieri, Cause che hanno determinato la sconfitta del terrorismo delle Brigate rosse, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023

    #1969 #1970 #1972 #armata #BR #BrigateRosse #CamillaRanieri #clandestinità #CPM #DonatellaDellaPorta #fabbriche #facoltà #lotta #milano #opeari #SantinaMusolino #sociologia #Trento

  11. Dominique Manottis Krimi »Ausbruch« thematisiert die Roten Brigaden. Teil der Geschichte sind die linksradikalen, italienischen Exilant*innen, welche aufgrund von zu erwartenden hohen Haftstrafen, sich teils seit den 1970ern im Exil in Frankreich befinden. Darunter nicht nur Militante der BR. Italien versucht bis heute immer wieder Auslieferungen einzelner Militanter zu erwirken.

    »Ausbruch« gibt es jetzt beim SWR als Hörspiel. #BrigateRosse #RoteBrigaden #Italien swr.de/swrkultur/hoerspiel/aus

  12. 50. Todestag: Holger Meins - Starbuck

    Heute ist der 50. Todestag von Holger #Meins. Um der Verdrängung der Erinnerung an diesen Teil linker #Geschichte - nicht nur von Staats wegen, sondern gerade auch in Teilen der Linken selbst - entgegenzuwirken, sie vielmehr zu bewahren und die richtigen Lehren zu ziehen zeigen wir den #Film "Starbuck - Holger Meins" von Gerd #Conradt und fügen weitere Links und Informationen bei. Der Film wird auch am Montag, 11.11.24, 19:30 im #Regenbogenkino, #Berlin #Kreuzberg gezeigt, im Anschluss gibt es ein Gespräch mit dem Regisseur. Siehe dazu seinen aktuellen Beitrag.

    Heute Abend gibt es eine Infoveranstaltung und Diskussion zum 50. Todestag von Holger Meins mit Karl-Heinz #Dellwo und Gabrielle #Rollnik 9. November 2024 in der #Politbibliothek in #Bern (Holligerhof 8) um 19.30 Uhr.

    Der Film selbst und weitere Links und Infos zu den damaligen Ereignissen:

    trueten.de/archives/13458-50.-

    #RAF #BleierneZeit #DeutscherHerbst #Stammheim #Stuttgart #Bewegung2Juni #BrigateRosse

  13. Precedentemente ai fatti avvenuti il 16 marzo 1978, a più riprese Aldo Moro sembrò preoccuparsi di una possibile situazione o evento che avrebbe potuto colpire il mondo politico. Il leader democristiano disse di temere gesti clamorosi che le Br avrebbero potuto compiere a danno di qualificati esponenti della Democrazia cristiana. Emersero inoltre le inquietudini dello statista verso le azioni dei Servizi segreti occidentali e della Cia. Il dirigente democristiano Giovanni Galloni testimonierà di un dialogo avuto con Moro due mesi prima del suo rapimento. “La cosa di cui sono molto preoccupato è questa: io so che i Servizi Segreti americano ed israeliano hanno degli infiltrati nelle Brigate rosse, però questi servizi non ci hanno mai fatto comunicazione ai nostri servizi o allo Stato, perché certamente le loro indicazioni potrebbero essere utili per la ricerca dei covi” <225.
    Inoltre Moro ricevette diverse minacce scritte dalle Brigate rosse, sia nella sua abitazione che nel suo ufficio di via Savoia. Ne parlò Pecorelli nell’articolo “Moro era stato minacciato dalle Brigate rosse”, sottolineando come tutti, compreso le guardie del corpo del politico, fossero preoccupati. Secondo il giornalista tutti tranne lo Stato. Aldo Moro aveva informato dell’arrivo di questi messaggi intimidatori gli uffici competenti. Ma, a quanto risulta, all’informazione non è stata data alcuna importanza. I risultati si sono visti il 16 marzo in via Fani. Chi invece si era preoccupato dei messaggi delle Br è stato il povero Oreste Leonardi, il sottoufficiale che da quindici anni tutelava l’incolumità di Aldo Moro. Quasi mosso da un oscuro presentimento, il Leonardi, la mattina del 16 marzo, aveva raddoppiato l’abituale dotazione di proiettili per la sua pistola. Purtroppo le Br non gli hanno dato il tempo di servirsene <226.
    «Osservatore politico» per la trattativa.
    Nella fase iniziale del rapimento Moro, Carmine Pecorelli si pronunciò in favore della fermezza di Stato ma, dall’inizio dell’aprile 1978, cominciò a scrivere numerosi articoli in favore della possibile trattativa con i terroristi. Con l’articolo “In nome del popolo: trattare…” infatti, il giornalista aprì la strada al partito della trattativa. Questo cambio di posizione sarebbe avvenuto successivamente alla lettera dello statista a Cossiga <227. “Al termine di affannose consultazioni, la segreteria democristiana ha deciso di non trattare con le Brigate rosse lo scambio del presidente Moro […]. Aldo Moro sarà sacrificato sull’altare della ragion di Stato. Di quale Stato? Incapace di amministrare la giustizia, incapace di difendere i cittadini, incapace di punire i disonesti e speculatori, incapace di offrire prospettive al Paese, privo di autorità di ordine e di morale, questo Stato oggi si tiene in piedi solo rinnovando il macabro rituale del sacrificio umano” <228.
    Pecorelli si domandò per quale ragione gli stessi uomini politici, che si congratularono con la Dc tedesca per aver trattato con il «Movimento 2 giugno» riguardo il rapimento Peter Lorenz e gli stessi che si indignarono nei confronti della Repubblica Federale Tedesca per non aver voluto trattare con i terroristi palestinesi nell’attentato di Palma De Maiorca <229, fossero assolutamente contrari alla trattativa per Moro. “Quelli stessi che oggi hanno rifiutato di salvare la vita a Moro, sono gli stessi che ieri inveivano contro la Germania e contro Israele rei di non voler trattare con i terroristi palestinesi; sono gli stessi che hanno plaudito alla Dc tedesca disposta a trattare per Lorenz. Perché allora non trattare per Moro? A chi giova non trattare? La decisione di non trattare è iniqua e inopportuna, ispirata da una logica perversa e suicida. Non accettando le trattative, la Dc s’è detta indifferente alla sorte di Moro. Che succederà se le Br non dovessero restituire il loro legittimo capo ai democristiani?” <230
    Nell’articolo del 18 aprile 1978 «Osservatore politico» scrisse riguardo alla lettera del prigioniero per la moglie Eleonora, intercettata dalla polizia l’8 aprile e consegnata alla signora Moro. Pecorelli precisò d’aver preso visione di questa lettera prima del Viminale e della Procura, dimostrandolo in tale articolo. Sebbene il testo integrale venne pubblicato da «Op» solo il 13 giugno 1978, fu chiaro che il giornalista ne prese visione ben prima, probabilmente grazie ai numerosi contatti con la P2, i servizi segreti ed il Viminale <231. “Innanzitutto dobbiamo precisare che le lettere di Moro alla famiglia sono quattro, perché se è vero che il postino delle Br ha bussato solo tre volte alla porta del prof. Rana, l’ultima ha recapitato due messaggi di Moro. La lettera più importante è proprio questa. È scritta con una penna a biro su due fogli, con qualche cancellatura e qualche ripetizione. Sul suo contenuto nulla è trapelato, perché il prof. Rana non l’ha mostrata a nessuno, recapitandola personalmente alla moglie di Moro. Ciò significa che il testo non è ancora stato visto né al Viminale né alla Procura. Per un doveroso rispetto per il dolore dei familiari, evitiamo di riferire particolari che riguardano un dramma tutto loro. Ma il nostro dovere professionale ci obbliga a sottolineare le parti politiche della lettera di Moro, quelle relative alle accuse all’interno del gruppo dirigente democristiano” <232. Dunque il giornalista visionò la lettera prima del dovuto e lo ammise tacitamente continuando a rivelarne i contenuti del prigioniero riguardo le soluzioni politiche. La necessità della trattativa, lo scambio di prigionieri, ma soprattutto citando la frase «il mio sangue ricadrà sulle teste di Cossiga e Zaccagnini» <233. “Noi, unica vera voce controcorrente nel coro della stampa italiana, abbiamo detto subito che bisognava trattare. Ci risulta che la nostra tesi è stata discussa a lungo nel corso di un vertice del Viminale. Poi, chissà perché, è stata lasciata cadere. Si fosse almeno cominciato a trattare, il presidente Moro non si sarebbe sentito abbandonato al suo destino, il Paese non avrebbe dovuto assistere al reciproco crucifige dei suoi massimi rappresentanti istituzionali. Che succederà adesso? Si sente ripetere dal solito coro dei giornalisti che c’è il pericolo che Moro riveli alle Br segreti di stato. Non prendiamoci in giro. Questo non è uno Stato che ha segreti da custodire. Il pericolo vero è che Moro riveli segreti di uomini politici e partiti. Il processo Lockheed è appena cominciato: che potrebbe accadere se rivelasse alle Br l’identità dell’Antilope nazionale <234? O l’elenco dei 554 conti svizzeri degli amici di Michele Sindona?” <235
    Nell’articolo “Cade Cossiga, cade Zaccagnini…e dopo?” del 18 aprile 1978 Pecorelli analizzò l’accusa rivolta da Moro nei confronti del collega Emilio Taviani, considerandola un atto di viltà verso un uomo ormai privo di potere. “Moro ha definito Taviani un «teppista di Stato». Taviani è da tempo un pezzo da museo, un cadavere nell’armadio politico italiano, prendersela con lui significa voler fare il maramaldo. In passato, quando era ancora un uomo di potere, dalle pagine dell’agenzia Op, abbiamo più volte duramente polemizzato con il ministro genovese, rimproverandogli d’essere stato il primo affossatore dell’ordine pubblico sostenendo che in Italia esiste un solo terrorismo: quello nero” <236.
    L’articolo fu in riferimento al comunicato numero cinque, recapitato dalle Brigate rosse intorno alle 17.20 del 10 aprile 1978, con allegato ad esso un una fotocopia del manoscritto di Moro su Emilio Taviani. “L’interrogatorio del prigioniero prosegue e, come abbiamo già detto, ci aiuta validamente a capire le linee antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese, ad individuare con esattezza le responsabilità dei vari boss democristiani, le loro complicità, i loro protettori internazionali, gli equilibri di potere che sono stati alla base trent’anni di regime Dc. L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti a un tribunale del popolo. Mentre confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente, anticipiamo le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella parziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani” <237.
    Attraverso il documento Taviani, Aldo Moro sviluppò delle motivazioni atte a giustificare una trattativa con le Brigate rosse attraverso lo scambio di prigionieri politici e mosse una forte critica nei confronti del politico Taviani attraverso la ricostruzione della sua carriera. Moro accusava il collega d’essere «andato in giro» per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza ed una grande spregiudicatezza; d’aver avuto una condotta poco lineare, per le sue alleanze con il Msi e successivamente con il Pci; per essere sempre stato influenzato dagli ambienti americani e per aver avuto forti contatti con essi, ma soprattutto per la sua amicizia con l’ex direttore del Sid, Eugenio
    Henke. Il documento oltre ad avere un valore rilevante dal punto di vista storico, considerato parte del memoriale Moro, rivela dei possibili messaggi tra le righe lanciati dal prigioniero al partito ed al mondo politico. Soltanto al termine della guerra fredda, infatti, si sarebbe venuto a sapere che Taviani, nel suo periodo al ministero della Difesa e quando il suo capo di gabinetto fu proprio Henke, fu il fondatore dell’organizzazione segreta Stay-behind. Tale struttura venne costituita con l’unico scopo di difesa in caso d’invasione sovietica, o nell’eventuale possibilità che il comunismo dilagasse in Europa. L’appendice italiana di questa organizzazione, chiamata Gladio, era conosciuta solo da un manipolo di uomini ai vertici dello Stato <238. Dunque il fatto che la prima pagina degli interrogatori di Moro divulgata attaccasse proprio il fondatore di Stay-behind, scosse notevolmente questi uomini politici. Pecorelli non poteva saperlo, non cogliendo la frase di Moro: «vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana o tedesca?».
    Cinque giorni dopo, il 15 aprile 1978, il comunicato numero sei delle Br rivelò la conclusione dell’interrogatorio e l’inevitabile condanna a morte del prigioniero. “Le Brigate rosse, mediante il solito volantino, annunziano che il «processo» ad Aldo Moro è terminato e che «l’imputato» è stato condannato a morte. La stampa commenta in maniera pressoché uniforme, si fa quadrato intorno alle istituzioni in pericolo, si ribadisce la necessità del non cedimento -benché non appaia ben chiaro su cosa eventualmente si dovrebbe cedere, dal momento che a tutt’oggi il tribunale del popolo non adombra neppure l’alternativa alla condanna” <239.
    [NOTE]
    225 Aldo Moro da FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 264.
    226 Moro era stato minacciato dalle Brigate rosse, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    227 Aldo Moro da FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 265.
    228 In nome del popolo: Trattare…, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    229 In questo articolo Pecorelli si riferisce al rapimento del politico Peter Lorenz, dell’Unione Cristiano Democratica, rapito nel 1975 e dell’attentato ad opera del gruppo terroristico tedesco Rote Armee Fraktion del 13 ottobre 1977 a Palma di Maiorca, dove un gruppo di quattro terroristi palestinesi dirottò un Boeing 737 della Lufthansa, prendendo in ostaggio novantuno persone. La RAF pretese la liberazione dei propri capi in cambio della vita degli ostaggi dell’aereo e dell’industriale tedesco Schleyer. Il governo tedesco non si piegò al ricatto dei terroristi ed il 17 ottobre, con un’azione di forza, assaltò l’aereo uccidendo 3 terroristi e liberando gli ostaggi.
    230 In nome del popolo: Trattare…, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    231 «Pecorelli aveva contatti con il sostituto procuratore Luciano Infelisi, titolare dell’inchiesta», FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 272.
    232 La lettera segreta di Moro. Uno spettro s’aggira per i corridoi repubblicani, «Osservatore politico», 18 aprile 1978.
    233 «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro», FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 272.
    234 Il politico italiano primo beneficiario delle tangenti nello scandalo Lockheed era coperto da pseudonimo «Antelope Cobbler», Ibidem.
    235 La lettera segreta di Moro. Uno spettro s’aggira per i corridoi repubblicani, «Osservatore politico», 18 aprile 1978.
    236 Cade Cossiga, cade Zaccagnini…e poi?, Ibidem.
    237 Comunicato numero cinque, GOTOR, Il memoriale della repubblica, Einaudi, Torino 2011, p. 6.
    238 Emilio Taviani, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Aldo Moro, Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa, Luigi Longo, Ivi, p. 22.
    239 Diario dell’irreale assoluto. Sabato 15 aprile: la condanna, «Osservatore politico», 25 aprile 1978.
    Giacomo Fiorini, Penne di piombo: il giornalismo d’assalto di Carmine Pecorelli, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2012-2013

    https://bigarella.wordpress.com/2024/11/05/attraverso-il-documento-taviani-aldo-moro-sviluppo-delle-motivazioni-atte-a-giustificare-una-trattativa-con-le-brigate-rosse-attraverso-lo-scambio-di-prigionieri-politici/

    #1978 #AldoMoro #Aprile #BrigateRosse #CarminePecorelli #DC #GiacomoFiorini #marzo #OsservatorePolitico #PaoloEmilioTaviani #rapimento

  14. Il 9 maggio del 1978 le #BrigateRosse fecero ritrovare a Roma il corpo crivellato da 12 colpi di arma da fuoco di Aldo #Moro

    daniloruocco.it/2021/05/aldo-m

  15. Das #Zeitzeichen vom WDR erinnert heute an die Entführung und anschließende Ermordung von Aldo #Moro, dem damals führenden Christdemokraten in #Italien, durch die #BrigateRosse im Frühjahr 1978. (Nochmalige Empfehlung zum Thema: guckt euch unbedingt die TV-Serie "Esterno notte“ auf RaiPlay beziehungsweise "Und draußen die Nacht” auf Arte an!)
    www1.wdr.de/radio/wdr5/sendung

  16. La legge è uguale per tutti tranne se sei un terrorista assassino delle #brigaterosse che da 40 anni vive all'estero.

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