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  1. Carlo Cafiero a Barletta: storia, anarchia e memoria

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    Carlo Cafiero nacque a Barletta il 1° settembre 1846. La sua vita lo avrebbe portato molto lontano dalla città pugliese: negli ambienti dell’Internazionale, accanto a Michail Bakunin, Friedrich Engels ed Errico Malatesta, nelle lotte del movimento operaio e infine nell’esperienza insurrezionale della Banda del Matese. Eppure il rapporto tra Carlo Cafiero e Barletta non si esaurisce nel dato anagrafico della sua nascita.

    Nella sua città sono rimaste tracce materiali e politiche della sua storia. La casa natale, la lapide preparata prima dell’avvento del fascismo e inaugurata soltanto nel 1946, il busto successivamente restaurato, le iniziative promosse dalle realtà libertarie locali e persino il dibattito sulla toponomastica raccontano il difficile rapporto tra Barletta e uno dei suoi concittadini più conosciuti nella storia del movimento anarchico internazionale.

    C’è poi una memoria meno visibile, fatta di documenti, giornali, fotografie e iniziative politiche. Una parte di questa storia è stata ricostruita negli anni anche sulle pagine di Magozine, attraverso ricerche condotte negli archivi libertari e l’attività dei collettivi di cui abbiamo fatto parte.

    Riunire oggi queste tracce permette non soltanto di ricostruire la presenza di Carlo Cafiero nella memoria di Barletta, ma anche di tornare alle sue idee: comunismo anarchico, internazionalismo, uguaglianza economica e critica della concentrazione della ricchezza.

    Carlo Cafiero: da Barletta al movimento anarchico internazionale

    Cafiero nacque in una famiglia benestante di Barletta e la sua formazione avrebbe potuto condurlo verso una vita molto diversa da quella che scelse. Dopo gli studi si allontanò progressivamente dall’ambiente sociale di provenienza, entrando in contatto con il movimento socialista e con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

    Il suo percorso è particolarmente interessante proprio per questa rottura. Cafiero non apparteneva alle classi sociali delle quali avrebbe successivamente sostenuto l’emancipazione. Possedeva invece una condizione economica privilegiata, alla quale progressivamente rinunciò aderendo alla causa rivoluzionaria.

    Il rapporto iniziale con Friedrich Engels e l’ambiente marxista lasciò successivamente spazio alla vicinanza con Bakunin e con il movimento anarchico italiano. Cafiero divenne così uno dei protagonisti di quella generazione di internazionalisti che cercò di trasformare il socialismo da elaborazione teorica in movimento rivoluzionario.

    Ma sarebbe sbagliato ricordarlo esclusivamente come uomo d’azione. Cafiero fu anche un importante divulgatore delle idee economiche socialiste e autore di una delle prime sintesi del Capitale di Karl Marx, pensata per rendere comprensibili concetti economici complessi anche ai lavoratori ai quali quelle analisi erano principalmente rivolte.

    La sua successiva elaborazione libertaria emerge invece con particolare chiarezza in Anarchia e Comunismo di Carlo Cafiero, dove abbiamo approfondito il rapporto tra libertà individuale, uguaglianza economica e proprietà comune.

    Cafiero, Malatesta e la propaganda del fatto

    Uno degli episodi più conosciuti della vita di Cafiero è legato alla Banda del Matese, l’insurrezione organizzata nel 1877 insieme, tra gli altri, a Errico Malatesta.

    L’idea era quella di non aspettare che le condizioni per una rivoluzione maturassero spontaneamente. L’azione rivoluzionaria avrebbe dovuto mostrare concretamente alle popolazioni la possibilità di ribellarsi all’ordine esistente.

    Durante l’insurrezione gli internazionalisti occuparono alcuni comuni del Matese, distrussero registri fiscali e documenti della proprietà e proclamarono la rivoluzione sociale. L’esperienza ebbe breve durata e gli insorti furono arrestati.

    La vicenda è importante anche per comprendere il dibattito sulla cosiddetta propaganda del fatto, un concetto che nel tempo è stato spesso ridotto all’idea dell’attentato individuale, ma che nella sua formulazione originaria aveva un significato più ampio. Ne abbiamo ricostruito storia e contraddizioni nell’approfondimento Dalla propaganda del fatto di Errico Malatesta e Carlo Cafiero.

    Il fallimento dell’insurrezione non impedì a quella esperienza di lasciare una traccia profonda nella storia dell’anarchismo italiano. Anche Malatesta avrebbe successivamente riflettuto sui limiti delle insurrezioni costruite confidando nella capacità dell’esempio rivoluzionario di provocare spontaneamente una sollevazione popolare.

    Carlo Cafiero e Barletta: una memoria difficile

    La dimensione internazionale della vita di Cafiero contrasta con la presenza relativamente discreta della sua memoria nella città in cui nacque.

    Eppure Barletta conserva una testimonianza particolarmente interessante della storia dell’anarchismo italiano: la lapide dedicata a Carlo Cafiero sulla sua casa natale.

    La ricerca condotta insieme a Rosanna Rizzi, con la collaborazione della Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” di Castel Bolognese, ci permise di ricostruirne una storia che attraversa fascismo e dopoguerra. La lapide risultava già pronta nel 1922, ma rimase conservata per anni e poté essere collocata soltanto nel 1946.

    La lapide di Carlo Cafiero e gli anarchici del 1946

    Il centenario della nascita di Cafiero diventò infatti l’occasione per riportare pubblicamente la sua memoria nella città.

    L’11 settembre 1946 la lapide venne inaugurata presso la casa natale. Le ricerche successive hanno permesso di recuperare fotografie, documenti e persino il rendiconto delle somme raccolte dai gruppi e dagli individui anarchici per realizzarla. Alla commemorazione partecipò anche Armando Borghi, una delle figure più importanti dell’anarchismo italiano del Novecento.

    È una piccola storia locale che permette però di intravedere qualcosa di molto più grande: la ricostruzione del movimento anarchico dopo vent’anni di dittatura fascista e la volontà di recuperare una memoria politica che il regime aveva cercato di cancellare.

    Abbiamo raccontato la ricerca e pubblicato parte dei documenti ritrovati nell’approfondimento dedicato alla storia della lapide di Carlo Cafiero a Barletta.

    Il restauro del busto di Carlo Cafiero

    Quella memoria ha avuto una seconda vita molti decenni dopo.

    Nel 2017 il busto commemorativo presente sulla casa natale venne restaurato attraverso un’iniziativa autofinanziata, senza sponsor economici o istituzionali. Non si trattava soltanto di ripulire materialmente un monumento, ma di riportare Cafiero nel dibattito culturale della città.

    Il progetto culminò nella presentazione pubblica del busto restaurato e in una serie di iniziative dedicate alla sua figura, documentate nel comunicato RiScoprire Cafiero – Presentazione del busto restaurato di Carlo Cafiero.

    Lapide e busto raccontano così due momenti molto lontani tra loro, il 1946 e il 2017, accomunati dallo stesso problema: come impedire che la memoria di Cafiero diventi semplicemente un nome del passato?

    Una via di Barletta dedicata a Carlo Cafiero?

    Il problema della memoria entra inevitabilmente anche nello spazio pubblico.

    I nomi delle strade non sono neutrali: costruiscono una geografia della memoria attraverso la quale una città decide quali personaggi e quali avvenimenti tramandare.

    Da qui nasce anche la questione della presenza di Cafiero nella toponomastica barlettana e la proposta di sostituire una denominazione legata alla storia militare e monarchica italiana con quella dell’anarchico nato in città.

    La questione è stata affrontata nell’articolo Via Cialdini: Carlo Cafiero nella toponomastica di Barletta.

    Al di là della singola proposta, rimane una domanda interessante: perché una città dovrebbe ricordare attraverso le proprie strade generali, sovrani e protagonisti del potere politico e molto meno frequentemente coloro che quel potere hanno contestato?

    Riscoprire Cafiero significa quindi anche interrogarsi su chi scegliamo di ricordare nello spazio pubblico e perché.

    Cafiero nella memoria anarchica di Barletta e della Puglia

    La memoria di Cafiero non è rimasta confinata ai monumenti.

    Negli anni diverse realtà libertarie hanno cercato di riportarne il pensiero nelle strade attraverso commemorazioni, incontri e iniziative pubbliche. In alcuni casi il ricordo di Cafiero si è intrecciato con quello di altri protagonisti pugliesi dell’Internazionale.

    È il caso di Carlo Cafiero ed Emilio Covelli ricordati il Primo Maggio tra Barletta e Trani, testimonianza di una memoria anarchica che permette anche di ricostruire quanto la Puglia abbia partecipato alla nascita e alla diffusione del movimento internazionalista italiano.

    Altre iniziative hanno continuato negli anni a riportare Cafiero nello spazio pubblico. Nel 2022, per esempio, in occasione dei 176 anni dalla nascita di Carlo Cafiero, il Collettivo Terra Bruciata organizzò a Barletta un incontro pubblico dedicato alla sua figura.

    Questi documenti appartengono a momenti e realtà differenti e non costituiscono una storia organica del movimento anarchico cittadino. Considerati insieme, però, mostrano la persistenza di una memoria politica che periodicamente torna a interrogare la città.

    Carlo Cafiero e l’internazionalismo

    Uno degli aspetti più attuali del pensiero di Cafiero è probabilmente il suo radicale internazionalismo.

    Nella società immaginata da Cafiero, l’accesso alla ricchezza comune non poteva dipendere dall’appartenenza nazionale. Nell’esempio dell’abitante di Pechino contenuto in Anarchia e Comunismo, una persona arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe dovuto godere degli stessi diritti di chi già viveva in una determinata comunità.

    È un’immagine semplice ma potentissima perché capovolge la concezione secondo cui nascere all’interno di un confine attribuirebbe diritti maggiori sulle risorse presenti al suo interno.

    Proprio questa riflessione fu ripresa nel 2017 nella Lettera a Carlo Cafiero nel giorno del suo 171° compleanno, un testo del Collettivo Libertario Rivoltiamo la Terra scritto nel contesto delle polemiche e degli episodi di razzismo che interessavano allora Barletta.

    Quel testo resta qui come documento di quel momento storico. Ma la questione posta da Cafiero supera le circostanze nelle quali venne ripresa: può esistere un internazionalismo che riconosca diritti universali indipendentemente dal luogo in cui una persona è nata?

    È una domanda che assume un significato ancora più ampio in un mondo organizzato attraverso Stati, alleanze militari e blocchi geopolitici contrapposti. Recuperare l’internazionalismo libertario significa allora immaginare relazioni dirette tra popoli, comunità, lavoratori e movimenti, invece di scegliere semplicemente a quale potenza o blocco affidare le proprie speranze.

    Dal pensiero di Cafiero al Progetto Cafiero

    Riscoprire un pensatore anarchico non dovrebbe significare trasformarne gli scritti in un testo sacro.

    Le idee acquistano significato quando vengono confrontate con condizioni storiche nuove, modificate e, quando necessario, superate.

    È da questa esigenza che molti anni dopo nacque il Progetto Cafiero. Non si tratta di una teoria elaborata da Carlo Cafiero, ma di una proposta contemporanea che avevo scelto di dedicargli e che cercava di tradurre alcuni principi libertari in pratiche economiche applicabili alla società presente.

    L’idea era costruire circuiti economici tra lavoratori autonomi, cooperative, piccole attività, produttori locali e strutture collettive, accompagnandoli con strumenti di scambio e sistemi capaci di favorire le attività maggiormente orientate all’autogestione e alla redistribuzione della ricchezza.

    Il progetto conteneva limiti e soluzioni legate al periodo nel quale fu elaborato, ma poneva una questione che considero ancora fondamentale: una trasformazione libertaria può iniziare costruendo rapporti economici differenti prima ancora di una trasformazione complessiva della società?

    La proposta completa è conservata nell’articolo Il Progetto Cafiero nella Rivoluzione Integrale.

    Non è quindi un testo utile per spiegare cosa pensasse Cafiero nell’Ottocento. È piuttosto un esempio di cosa possa significare partire da una tradizione politica per provare a produrre qualcosa di nuovo.

    Perché riscoprire Carlo Cafiero oggi?

    C’è un rischio nel recupero della memoria anarchica: trasformare uomini e donne rivoluzionari in personaggi innocui proprio attraverso la loro celebrazione.

    Una lapide, un busto, l’anniversario della nascita possono ricordarci che Carlo Cafiero è esistito. Ma ricordare semplicemente un uomo nato a Barletta nel 1846 avrebbe poco significato se le domande che attraversarono la sua vita non fossero ancora capaci di interrogarci.

    Chi deve controllare la ricchezza prodotta da una società?

    Quale rapporto deve esistere tra libertà individuale e uguaglianza economica? Come può essere organizzato il lavoro senza creare una divisione permanente tra chi possiede e chi lavora? Come possono comunità autonome cooperare senza costruire nuovi centri di potere? E che significato può avere l’internazionalismo in un mondo nuovamente attraversato dalla contrapposizione tra blocchi?

    Non dobbiamo necessariamente trovare in Cafiero le risposte ai problemi del XXI secolo. Sarebbe paradossale pretendere da un rivoluzionario dell’Ottocento un programma per affrontare capitalismo digitale, crisi climatica, automazione, concentrazione finanziaria e nuove forme di potere sovranazionale.

    Possiamo però recuperare il metodo: non considerare l’organizzazione economica e sociale esistente come l’unica possibile.

    È anche il motivo per cui la domanda sulla sorte dell’anarchia non può essere risolta guardando soltanto alla sua storia. Nell’approfondimento su cosa significa essere anarchici e attualizzare l’anarchismo oggi abbiamo provato a spostare proprio l’attenzione dalla conservazione dell’identità anarchica alla costruzione di autogestione, mutualismo, federalismo e organizzazione dal basso.

    Forse è questo il modo più interessante per ricordare Carlo Cafiero a Barletta: non limitarsi a chiedere quale monumento, lapide o strada dedicargli, ma continuare a porre nel presente le domande alle quali dedicò la propria vita.

    #anarchia #Anarchici #anarchismo #Barletta #CarloCafiero
  2. Barletta esiste, Guia Soncini non se n’è accorta

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    Barletta esiste.

    Barletta esiste. L’amianto, purtroppo, pure.

    Nel suo articolo su Barletta, Guia Soncini racconta le diciotto ore di «paura e delirio» trascorse in città dopo l’annullamento del concerto di Jovanotti.

    La città conosce il problema da molto prima del concerto annullato di Jovanotti. L’area dell’ex cartiera era già stata interessata da interventi di bonifica. Evidentemente la storia non era finita lì.

    Anzi, Barletta ha probabilmente più difetti di quanti Soncini sia riuscita a scoprirne nelle sue diciotto ore di paura e delirio.

    Però no: Foggia non è New York e le Maldive rispetto a Barletta.

    Mi dispiace per Foggia. Foggia è Foggia.

    Barletta è Barletta.

    E non perché noi barlettani siamo particolarmente bravi a vendercela. Se lo fossimo, probabilmente avremmo meno bisogno di articoli come questo per ricordarci cosa abbiamo.

    Ma c’è un problema: se davvero si cerca su Google «cose da fare a Barletta», qualcosa esce.

    Escono il Castello, il Colosso, Palazzo della Marra, la Pinacoteca De Nittis, la Cattedrale, il centro storico.

    E allora forse il problema non è che a Barletta non ci sia niente da fare.

    Forse sono cose che non interessano a Guia Soncini.

    Ed è perfettamente legittimo.

    Barletta è stata uno dei porti d’imbarco verso la Terrasanta, ha conosciuto la presenza di ordini religioso-cavallereschi, conserva il gigantesco Colosso bronzeo tardoantico e un castello monumentale legato anche alla storia federiciana.

    È la città di Giuseppe De Nittis.

    Guia Soncini è stata nella città di De Nittis e non sapeva cosa fare.

    Che sfiga.

    Sulla Disfida, invece, ha ragione: il combattimento si svolse nel territorio di Trani. È una cosa che sappiamo anche noi. Non abbiamo mai sostenuto che Ettore Fieramosca e i suoi compagni si siano affrontati davanti al Comune aspettando che si liberasse un parcheggio.

    Si chiama Disfida di Barletta perché la vicenda nacque qui, dove si trovavano i protagonisti e dove avvenne il banchetto che portò alla celebre provocazione.

    Federico II, invece, a Barletta ci veniva.

    E sorprendentemente vi trovava qualcosa da fare. Per esempio, a Barletta ha annunciato la Sesta Crociata.

    Diciotto ore, due strade e una città intera

    A rileggere l’articolo, però, oltre che avvelenata Soncini mi sembra soprattutto pigra.

    Non nel senso lavorativo del termine, naturalmente. Pigra come viaggiatrice.

    Sceglie una suite a pochi minuti a piedi dalla stazione. Arriva in treno, percorre sostanzialmente il tragitto necessario per raggiungerla, incontra un automobilista che la insulta e quell’uomo diventa immediatamente un campione rappresentativo dell’«accoglienza della città».

    Poi cerca un bar nella piazza della stazione.

    È chiuso.

    Ne cerca un altro dall’altra parte della piazza.

    Chiuso pure quello.

    Conclusione: «Solo in un luogo che non esiste alle sei di pomeriggio i bar sono tutti chiusi».

    No, Guia.

    Erano chiusi quei due bar.

    È leggermente diverso.

    Peraltro era lunedì 17 agosto, dopo un Ferragosto caduto di sabato e una domenica immediatamente successiva. Non è esattamente inconcepibile che qualche commerciante avesse approfittato di quei giorni, con molti barlettani fuori città, per concedersi qualche giorno di ferie.

    Sarebbe bastato svoltare l’angolo.

    L’impresa più difficile: non trovare un bar a Barletta

    Perché qui arriviamo al risultato più straordinario delle diciotto ore di Soncini.

    Non trovare un bar aperto a Barletta.

    Barletta è la città dei bar.

    Il centro, soprattutto la sera, è pieno di persone che affollato le strade, i locali, american bar e pub. Talmente pieno che uno dei problemi di cui dovremmo discutere seriamente è semmai l’opposto: una socialità giovanile fortemente concentrata nella movida e nel consumo di alcol, mentre droga e spaccio costituiscono una presenza tutt’altro che immaginaria. Negli ultimi anni la città ha conosciuto anche fatti di cronaca molto gravi.

    Quindi no: i bar non mancano.

    Soncini è riuscita semplicemente a non trovarli.

    Ed è un talento.

    Racconta anche di avere il telefono ormai scarico e di non riuscire a ricaricarlo.

    Qualche giorno fa ero in un bar di Barletta. Un cliente ha chiesto al barista se potesse collegare il telefono a una presa.

    «Certo».

    Fine dell’avventura.

    Forse ogni tanto parlare con le persone aiuta.

    Executive, suite e altre necessità

    C’è poi una frase meravigliosa.

    Soncini cerca un posto Executive sul Frecciarossa e lo trova pieno:

    «Ogni volta che la Executive è piena mi faccio molte domande su come facciano gli italiani a fare la vita che fanno con gli stipendi italiani».

    È una domanda interessante.

    Ma l’Executive del Frecciarossa 1000 ha dieci posti.

    Dieci.

    Dieci persone.

    Può tranquillizzarsi: la rivoluzione sociale non è ancora avvenuta e lei è ancora una privilegiata.

    E qui comincio anche a capire meglio i 212 euro e cinquanta del Palazzo Garibaldi.

    Una suite che normalmente può avere prezzi molto inferiori, prenotata nella notte di uno dei maggiori eventi dell’estate barlettana, con migliaia di persone attese in città.

    Duecentododici euro restano, a mio parere, una follia.

    Ma non è esattamente sorprendente che domanda eccezionale e offerta limitata facciano esplodere i prezzi.

    È uno degli effetti peggiori dei grandi eventi.

    Barlettani che non hanno voglia di lavorare

    C’è invece una battuta che mi diverte meno.

    «I barlettani voglia di lavorare quanta i bolognesi».

    No.

    A Barletta manca il lavoro molto più di quanto manchi la voglia di lavorare.

    È stata una città di contadini, marinai, pescatori, artigiani e operai. Una città nella quale ancora oggi c’è chi, quando arriva settembre e i turni glielo permettono, la mattina va a fare la vendemmia per aggiungere qualche soldo allo stipendio.

    Il problema è un’offerta lavorativa troppo spesso precaria, povera e malpagata.

    E quando una città offre poche prospettive, i giovani non smettono di avere voglia di lavorare.

    Se ne vanno.

    È meno divertente del tassista che risponde «nah», ma forse racconta Barletta un po’ meglio.

    Sui taxi: colpevoli

    Qui nessuna arringa difensiva.

    Barletta ha pochi taxi, un trasporto pubblico migliorabile e quella dipendenza dall’automobile tipica di molte città medie meridionali. Prendiamo la macchina anche per percorsi brevi, intasiamo le strade e poi ci lamentiamo del traffico.

    È un problema vero.

    Il tassista senza POS che pretende i contanti e trattiene la valigia finché non li vede, invece, è un personaggio talmente perfetto che non proverò neanche a sottrarlo alla letteratura sonciniana.

    Soncini dovrebbe semmai ritenersi fortunata.

    Di personaggi barlettani ne abbiamo molti altri.

    E alcuni sono decisamente peggio.

    Quanto all’albergo in campagna, anche lì bisogna riconoscere la portata della sfortuna: finire fuori città proprio nella sera in cui moltissime camere cittadine erano state prenotate per un concerto poi annullato, e quindi risultavano occupate sulla carta anche quando i clienti non sarebbero arrivati.

    In compenso le hanno trovato una birra alla spina.

    In un albergo in campagna.

    Che culo.

    I barlettani, i romagnoli e gli stronzi

    Soncini sostiene che la Romagna sia «uno dei posti più brutti del mondo» e paragona il suo mare al risciacquo dei panni sporchi.

    Poi spiega che il problema di Barletta sarebbero i barlettani scortesi.

    Non aggiungerei altro.

    Il problema dell’Avvelenata

    Guia Soncini dirige una rubrica che si chiama L’Avvelenata.

    Il nome, bisogna riconoscerlo, è onesto.

    E leggendo le sue diciotto ore barlettane viene quasi da pensare che possieda un talento particolare nell’attirare disastri: l’amianto cancella il concerto, il B&B evapora, il telefono muore, i bar chiudono, il taxi è uno solo, il tassista non ha il POS, l’albergo sembra l’Overlook e infine persino il letto si apre in due durante la notte.

    A un certo punto non sai più se stai leggendo un reportage o Fantozzi contro tutti.

    Perché quasi tutto ciò che Soncini incontra viene interpretato nella maniera peggiore possibile.

    Un automobilista maleducato diventa l’accoglienza di Barletta.

    Un tassista diventa la voglia di lavorare dei barlettani.

    Un B&B diventa l’ospitalità cittadina.Due bar chiusi diventano una città senza bar.Una ricerca su Google diventa una città senza cose da fare.

    Diciotto ore dovrebbero descrivere Barletta. Solo che non sono diciotto ore trascorse a conoscere una città: sono diciotto ore trascorse cercando una stanza, un taxi, una presa elettrica e infine una via di fuga. Barletta era fuori dalla finestra e neanche l’ha vista.

    Guia Soncini e la fatica di girare l’angolo

    Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata.

    È che Guia Soncini, almeno quando viaggia, sembra tremendamente pigra.

    Non è un delitto. La comodità piace a tutti, soprattutto quando possiamo permettercela. Ma se per tornare a Bologna contempli soltanto l’Executive del Frecciarossa, quella con una manciata di poltrone; se per una notte prenoti una suite a pochi minuti dalla stazione anche quando costa 212 euro e cinquanta; se cerchi un bar in piazza, ne trovi due chiusi e stabilisci che a Barletta i bar non esistono; se attraversi due strade, un automobilista ti dà del camion e hai già raccolto materiale sufficiente per descrivere l’accoglienza di sessantamila abitanti, forse Barletta non è la città ideale per te.

    Richiede uno sforzo terribile.

    Bisogna camminare.

    Magari girare l’angolo.

    Qualche volta persino parlare con qualcuno.

    E questo spiega forse anche perché Soncini sia riuscita nell’impresa di trascorrere due volte da queste parti — entrambe per Jovanotti — senza accorgersi che nella città in cui «non c’è niente da fare» ci sono il Castello, il Colosso, la Cattedrale, Palazzo della Marra e De Nittis.

    Forse Jovanotti non dovrebbe tornare a Barletta

    Forse dovremmo davvero chiedere a Jovanotti di non tornare.

    Non per qualcosa contro di lui. Ma i grandi eventi hanno già un difetto evidente: concentrano migliaia di persone in una città in una sola giornata, saturano la ricettività e consentono a una camera che normalmente costa molto meno di arrivare a 212 euro e cinquanta. Se poi portano anche visitatori che arrivano esclusivamente per il concerto e, saltato quello, considerano tutto ciò che li circonda un fastidioso inconveniente geografico, possiamo tranquillamente farne a meno.

    Barletta avrebbe bisogno di meno turismo mordi e fuggi e di più persone curiose.

    Perché Barletta esiste anche quando Jovanotti non canta.

    E per una eventuale terza visita avrei comunque trovato la soluzione perfetta per Guia Soncini.

    La Star Clipper.

    Un grande veliero da crociera che proprio nel 2026 ha cominciato a fare scalo nel porto di Barletta.

    È perfetto per lei.

    Niente B&B da raggiungere a piedi. Niente disperate esplorazioni oltre i confini della piazza della stazione. Niente necessità di cercare una presa elettrica in un bar. E soprattutto nessun rischio di scoprire che una delle pochissime poltrone Executive del Frecciarossa è già occupata da qualcun altro.

    La nave arriva praticamente davanti al Castello.

    A quel punto, però, resta un ultimo ostacolo.

    Bisogna scendere.

    #Barletta
  3. Rinnovo in arrivo per mister Massimo #Paci col #Barletta. Settimana prossima incontro per chiudere l’accordo. #calciomercato

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  8. #cuadrodeldía Desayuno en el jardín, 1884 (Giuseppe #DeNittis 1846–84) Pinacoteca Giuseppe Nittis #Barletta #art De los pintores italianos más relevantes del XIX. Funde arte de salón e impresionismo. Retrató a Zola y Manet. Aquí su mujer, Léontine, y su hijo Jacques #FelizJueves

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  10. Le stazioni di ricarica Electrip presso l'Orizzonte Village di Andria BT: tutto ok fino ad almeno 231 kW e sono strategiche perché posizionate a soli 2 km dal casello autostradale forumelettrico.it/forum/hpc-el #Electrip #Andria #barletta

  11. 🏙 Area: Barletta, Italy
    🏛️ Sight: Cantina della Sfida

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  12. 🏙 Region: Barletta, Italy
    🏛️ POI: Basilica del Santo Sepolcro

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  14. 🏙 Town: Barletta, Italy
    🏛️ Point of interest: Cantina della Sfida

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    🏛️ POI: Cantina della Sfida

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