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  1. Declino e morte di un banchiere

    «Hanno venduto anche l’anima», fu il titolo dell’articolo di Eugenio Scalfari, apparso su Repubblica il giorno dopo la pubblicazione dei nomi degli affiliati alla P2, avvenuta il 21 maggio 1981. Il giorno prima, il 20 maggio, Roberto Calvi venne arrestato nella sua abitazione milanese di via Frua e incarcerato a Lodi <833, con l’accusa di illecita costituzione all’estero di disponibilità valutarie, in particolare con riferimento alla vendita di azioni della Toro Assicurazioni: il 20 settembre 1975 la Manic aveva venduto infatti 1.100.00 azioni della Toro alla Centrale a un prezzo di circa 35.000 lire per azione, quando il loro valore di mercato superava di poco le 13.000; secondo l’accusa dei magistrati, il pagamento di un prezzo così esagerato nascondeva un’esportazione illecita di valuta all’estero <834.
    Alla prima udienza del processo, il 29 maggio, fu chiaro che Calvi non avrebbe ottenuto la libertà provvisoria, quindi il banchiere milanese fece arrivare a Marcinkus un chiaro messaggio: se non avesse ricevuto aiuto, avrebbe rivelato ai magistrati che la Manic in realtà era dello IOR. Latore delle pressioni sul monsignore era Alessandro Mennini, dirigente del settore estero dell’Ambrosiano e figlio di Luigi, l’ex-direttore dello IOR che era succeduto a Massimo Spada agli inizi degli anni ’60. Gelli nel mentre si era dato latitante e quindi era totalmente saltata la copertura politica che Calvi godeva grazie alla P2. Forte delle tangenti che aveva distribuito a pioggia, al fine di muovere in suo aiuto l’allora segretario del PSI Bettino Craxi, Calvi il 2 luglio fece sapere, tramite il suo avvocato Gaetano Pecorella, di voler fornire informazioni ai giudici informazioni rilevanti sui presunti finanziamenti al Partito socialista emersi nel corso delle indagini ENI-Ambrosiano e di quella sulla Rizzoli. Poiché non gli fu accordata la libertà provvisoria, il banchiere milanese adottò la tecnica del dire e non dire, col solo scopo di terrorizzare il leader socialista, il quale recepì il messaggio e il 10 luglio successivo tenne un discorso alla Camera, qualche ora dopo la notizia del tentato suicidio di Calvi, che la notte prima aveva ingerito 90 pastiglie e si era tagliato un polso. In quell’occasione Craxi aveva accusato del crollo della Borsa di quei giorni anche:
    «talune azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati, per andare al gioco di banchieri astuti ed al ruolo di politici sprovveduti ed intriganti. Quando si mettono le manette, senza alcun obbligo di legge, o senza ricorrere ad istituti di cautela, che pure la legge prevede, a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto gruppi che contano per quasi metà del listino di Borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative, che si sono messe al galoppo. […] Il tentato suicidio del banchiere Calvi ripropone con forza il problema di un clima inquietante di lotte di potere condotte con spregiudicatezza e con violenza intimidatoria, e contro il quale bisogna agire per ristabilire la normalità dei rapporti tra Stato e cittadini, la fiducia nella giustizia, la correttezza nei rapporti tra potere economico, gruppi editoriali, potere politico» <835.
    Insomma, il crollo della Borsa, associato alla vicenda Calvi, non era colpa del banchiere milanese piduista che esportava valuta all’estero, ma dei giudici che avevano indagato su di lui e lo avevano anche arrestato per pericolo di inquinamento delle prove. Si intravedono già qui alcuni degli elementi di quella cultura dell’impunità che si andava sviluppando intorno alla Milano da bere e che poi avrebbe avuto come suo massimo interprete culturale Silvio Berlusconi negli anni ’90 e Duemila.
    La condanna e i ricatti allo IOR
    Il 20 luglio Roberto Calvi venne condannato dal Tribunale di Milano a quattro anni di reclusione e 15 miliardi di lire di multa, ottenendo però la libertà provvisoria. Ritornato alla guida dell’Ambrosiano, il banchiere milanese, già vicepresidente della Bocconi, da un lato tentò di resistere all’assedio della Banca d’Italia di Ciampi, che stava continuando l’opera di Baffi e Sarcinelli nel tentare di far luce sulle partecipazioni estere del Banco <836, dall’altra tentò di risollevare le sorti dell’istituto di credito recuperando i soldi dati allo IOR.
    Calvi pretendeva dalla banca vaticana ben 300 milioni di dollari, che Marcinkus tuttavia non voleva riconoscergli, anzi, pretendeva la medesima cifra, accusando il banchiere milanese dell’ammanco nelle loro casse. Va qui fatto notare che, benché le indagini e le sentenze evidenziassero il ruolo del monsignore americano nel crack dell’Ambrosiano, grazie al passaporto diplomatico e all’immunità del Vaticano, Marcinkus riuscì ad evitare tanto il mandato di cattura, emesso il 20 febbraio 1987, tanto le condanne.
    Non si sa con quale argomentazione, alla fine però Calvi la spuntò su monsignore americano, il quale rilasciò il 1° settembre 1981 le famose lettere di patronage con cui la banca vaticana si impegnava a garantire le operazioni bancarie dell’Ambrosiano nei paradisi fiscali sudamericani, ammettendo di fatto di aver partecipato all’esportazione illecita di capitali con Calvi <837.
    Latitante Gelli, abbandonato da Ortolani e ai ferri corti con lo IOR, cui fece subdolamente riferimento nel corso della sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla P2, Roberto Calvi si mise nelle mani di due faccendieri, Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Tralasciando la dettagliata ricostruzione degli ultimi mesi di vita di Calvi e le scellerate operazioni finanziarie che mise in campo per cercare di sopravvivere al sistema che lui stesso aveva creato <838, il legame con Pazienza e Carboni fu rilevante perché coincise con una nuova fase dei rapporti con Cosa Nostra, i cui equilibri di potere stavano cambiando in favore di Totò Riina e del clan dei Corleonesi.
    Calvi, Pippo Calò e i soldi dei Corleonesi
    «Di sicuro c’è solo che è morto», si potrebbe pensare guardando superficialmente alla misteriosa morte di Roberto Calvi, ritrovato impiccato sotto al Ponte dei Frati Neri a Londra, il 18 giugno 1982 <839, citando il famoso titolo dell’Europeo nei confronti della morte del bandito Giuliano. In effetti, fino alla definitiva ordinanza di archiviazione del giudice Simonetta D’Alessandro nel 2016, la tesi infondata del suicidio rimase sempre un’opzione che in determinati ambienti culturali veniva opposta, ritenendo incredibili le affermazioni dei collaboratori di giustizia <840 sul ruolo avuto da Calvi e dal Banco Ambrosiano nel riciclaggio dei capitali di Cosa Nostra. Eppure oggi si può affermare che «Roberto Calvi è stato assassinato “mediante impiccagione” e “simulazione di suicidio”, fatto consumato in Londra alle prime ore del 18 giugno 1982 e qualificabile come omicidio premeditato» <841, benché esecutori e mandanti non siano stati individuati con certezza per mancanza di prove certe.
    Centrale però risulta la figura di Giuseppe Calò, detto Pippo, plenipotenziario finanziario di Cosa nostra sia durante l’era Bontate, quando il canale privilegiato di riciclaggio era Michele Sindona, sia durante l’era Riina, quando il canale privilegiato divenne Roberto Calvi. Nella famosa sentenza-ordinanza del Maxiprocesso di Palermo viene definito come «una delle figure più importanti e, sino a poco tempo addietro, meno conosciute della mafia siciliana»842, nonché «mandante di tanti efferati assassini e vera e propria cerniera fra gli affari tipicamente mafiosi e la criminalità dei colletti bianchi» <843.
    Iniziato da Tommaso Buscetta negli anni ’50, Calò si distinse ben presto per la sue doti criminali e divenne rappresentante della famiglia di Porta Nuova nel bel mezzo della prima guerra di mafia, verso la metà degli anni ’60, per poi iniziare a gravitare a Roma agli inizi degli anni ’70, come ambasciatore nella capitale di Stefano Bontate; questo trasferimento nel Lazio gli permise di restare in ombra rispetto alle indagini della magistratura per molti anni, più concentrate sul versante palermitano <844, benché sul suo ruolo di primo piano avesse già raccontato Leonardo Vitale, il primo collaboratore di giustizia di Cosa Nostra, non creduto, incarcerato e poi ucciso nel 1984 dopo la sua scarcerazione <845.
    Solo grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno l’importanza di Calò fu chiara al Pool antimafia di Palermo, Calò subito ribattezzato dalla stampa come «il cassiere della mafia».
    Sulla vicenda Calvi in particolare, il 30 luglio 1984 Buscetta dichiarò a Giovanni Falcone che «Pippo Calò, secondo il Badalamenti, era certamente invischiato nella vicenda Calvi, anche se esso, Badalamenti, non era in possesso di maggiori particolari» <846. Le dichiarazioni del boss furono confermate da Francesco Marino Mannoia che, come abbiamo visto, sull’argomento aveva testimoniato anche al Processo Andreotti:
    «Sì, Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine di Pippo Calò. Calvi si era impadronito di una grossa somma di danaro che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò e Gelli erano riusciti a recuperare decine di miliardi e, quel che più conta, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile» <847.
    Al di là del ruolo eventualmente ricoperto nell’omicidio del banchiere milanese, non accertato per insufficienza di prove dai vari tribunali, la figura di Calò è emblematica proprio per quel suo ruolo di cerniera tra gli affari sporchi della classe dirigente e quelli del potere mafioso, inseriti, come dimostra il ruolo dello IOR, in una strategia geopolitica internazionale di ben più ampio respiro.
    Come scrisse Giuseppe D’Avanzo <848, Calvi pensò che i soldi di Cosa Nostra lo avrebbero reso invincibile e inattaccabile, sottovalutando che quei 3-4mila miliardi di lire reinvestiti nell’economia legale stavano cambiando gli equilibri tra quest’ultima e l’economia del crimine. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, infatti, mentre a Palermo si consumava la mattanza che avrebbe portato al potere Totò Riina, a Milano e in Lombardia si giocava un’altra partita di portata internazionale: il potere mafioso, stanco del ruolo di gregario, reclamava un posto in prima fila nelle dinamiche dell’economia nazionale, che da oltre un decennio sosteneva, attraverso l’intermediazione dei vari Gelli, Calvi, Sindona e Marcinkus. Se l’espressione «in Sicilia comandiamo noi» di Stefano Bontate a Giulio Andreotti <849 fu il simbolo di un cambio d’epoca nel rapporto tra potere mafioso e potere politico, l’omicidio di Roberto Calvi che aveva mandato in fumo i soldi di Cosa Nostra lo fu nel rapporto tra potere mafioso e borghesia imprenditoriale.
    [NOTE]
    833 Bellavite Pellegrini, C. (2002). Storia del Banco Ambrosiano, Milano Laterza, p. 307.
    834 Ivi, p. 308.
    835 Camera dei Deputati, Resoconto Stenografico seduta venerdì 10 luglio 1981, p. 30987.
    836 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 315.
    837 Per approfondire l’intera vicenda delle lettere di patronage nel dettaglio, si rimanda a Calabrò, M.A., (2014). Le mani della mafia – Finanza e politica tra Ior, Banco Ambrosiano, Cosa Nostra, Milano, Chiarelettere, pp. 139-159. Successivamente Calvi fu indotto a sottoscrivere una nuova lettera in cui dichiarava
    di non aver messo al corrente lo IOR delle operazioni illegali all’estero, probabilmente in quanto gli fu garantito un aiuto Oltretevere che non arrivò mai.
    838 I commissari liquidatori, nella loro sesta relazione, misero in luce che se Calvi fosse stato fermato già a maggio 1981, centinaia di milioni di dollari si sarebbero potuti salvare, recuperandoli dalle consociate estere, evitando così il fallimento del Banco Ambrosiano.
    839 Per una ricostruzione della vicenda giudiziaria che inizialmente qualificò la morte di Calvi come suicidio fino all’attuale tesi confermata in giudizio dell’omicidio si veda Almerighi, M. (2002). I banchieri di Dio. Il caso Calvi, Roma, Editori Riuniti, pp. 82-87.
    840 A parlare espressamente di omicidio furono, negli anni, i collaboratori di giustizia Antonino Giuffré, Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Angelo Siino, Antonio Mancini, Claudio Sicilia, Luigi Giuliano, Pasquale Galasso, Oreste Pagano, Giuseppe Cillari, Carmine Alfieri ed Eligio Paoli. Si veda Simonetta D’Alessandro (2016). Ordinanza di Archiviazione Procedimento n. 15464/2008 RGNR, Tribunale di Roma – Ufficio del GIP, 26 giugno, p. 2.
    841 Ibidem.
    842 UFFICIO ISTRUZIONE PROCESSI PENALI, (1985). Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 – Procedimento Penale N. 2289/82 R.G.U.I., Tribunale di Palermo, Volume 23, p. 4636.
    843 Ivi, p. 4640.
    844 Ivi, p. 4644.
    845 Per approfondire, si veda Leonardo Vitale, in WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie.
    846 Interrogatorio di Tommaso Buscetta, 30 luglio 1984, p. 88.
    847 Citato in Giuseppe D’Avanzo, Calvi, storia di banche e cosche, la Repubblica, 18 aprile 1992.
    848 Giuseppe D’Avanzo, I due banchieri e l’oro dei boss, la Repubblica, 10 aprile 1997.
    849 INGARGIOLA, F. (Presidente). (1999). Sentenza n. 881/99 contro Andreotti Giulio, Tribunale di Palermo, 23 ottobre, p. 3187.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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