Antispecismo e animalismo: significato, etica e liberazione animale
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ToggleIl rapporto tra esseri umani e altri animali attraversa questioni molto diverse: alimentazione, allevamento, caccia, sperimentazione, convivenza con la fauna selvatica, tutela delle specie e trasformazione degli habitat.
Dietro questi problemi esiste però una domanda più profonda: perché attribuiamo agli animali un valore differente in base alla specie alla quale appartengono e al rapporto che abbiamo costruito con loro?
Un cane può essere considerato parte della famiglia, un maiale un animale da allevamento, un lupo una minaccia, una specie rara un patrimonio da proteggere e un insetto qualcosa da eliminare. Queste categorie non dipendono soltanto dalla biologia: sono anche il risultato della cultura, dell’economia e delle relazioni che le società umane hanno costruito nel tempo con gli altri esseri viventi.
È su questo terreno che si incontrano animalismo e antispecismo.
Che cos’è l’antispecismo
Con il termine specismo si indica una discriminazione basata sull’appartenenza a una specie.
L’antispecismo mette in discussione l’idea che l’appartenenza alla specie umana sia, da sola, una ragione sufficiente per attribuire agli interessi degli esseri umani un valore necessariamente superiore a quelli degli altri animali.
Questo non significa sostenere che tutte le specie siano uguali.
Un essere umano, un cane, un polpo e un insetto possiedono caratteristiche e bisogni differenti. L’antispecismo contesta piuttosto il passaggio automatico dalla differenza biologica alla gerarchia morale.
La domanda diventa allora: quali caratteristiche di un essere vivente dobbiamo prendere in considerazione quando decidiamo come trattarlo?
Capacità di provare dolore, bisogni, relazioni sociali, possibilità di vivere secondo le caratteristiche della propria specie e interesse alla propria sopravvivenza sono alcuni degli elementi attorno ai quali si è sviluppata la riflessione antispecista.
Sul tema abbiamo recensito Animalità tradita. Le radici dello specismo di Giulia Heliaha Di Loreto, un saggio che interpreta lo specismo all’interno di una riflessione più ampia sulle gerarchie, sullo sfruttamento e sul rapporto tra esseri umani e altri animali.
Animalismo e antispecismo sono la stessa cosa?
I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma non indicano necessariamente la stessa posizione.
L’animalismo comprende un insieme molto ampio di sensibilità e movimenti rivolti alla tutela degli animali.
Può significare battersi contro i maltrattamenti, migliorare le condizioni degli animali domestici, contrastare alcune forme di caccia, proteggere la fauna selvatica o chiedere norme più severe sul benessere negli allevamenti.
L’antispecismo compie un passaggio ulteriore: non si limita a chiedere un trattamento migliore degli animali, ma mette in discussione la gerarchia che permette alla specie umana di considerarli principalmente in funzione della propria utilità.
La differenza può sembrare teorica, ma produce domande molto concrete.
È sufficiente migliorare le condizioni di un allevamento oppure bisogna interrogarsi sulla legittimità stessa dell’utilizzo degli animali? Proteggere alcune specie minacciate è sufficiente se continuiamo a considerare altre specie semplici mezzi di produzione?
Non tutte le persone animaliste danno le stesse risposte.
Proprio per questo è utile considerare animalismo e antispecismo come percorsi in parte sovrapposti ma non perfettamente coincidenti.
Specismo e antropocentrismo
Lo specismo è strettamente collegato al problema dell’antropocentrismo.
Una visione antropocentrica interpreta il mondo principalmente a partire dai bisogni e dagli interessi umani. La natura viene così facilmente descritta come ambiente che ci circonda, le foreste come risorse, gli animali come patrimonio, selvaggina, bestiame o compagnia.
Il problema non consiste semplicemente nel fatto che gli esseri umani osservino il mondo dalla propria prospettiva. Ogni specie interagisce con l’ambiente secondo le proprie necessità.
La questione nasce quando questa prospettiva diventa una gerarchia assoluta e permette di considerare ogni altra forma di vita esclusivamente in funzione dell’utilità umana.
Alcuni articoli dell’archivio di Magozine hanno affrontato proprio questo legame tra antropocentrismo, consumismo e dominio.
In Estinzione animale, prima viene il consumo e l’abuso la scomparsa delle specie viene letta all’interno della lunga trasformazione del rapporto tra esseri umani e altri animali.
Il tema incontra inevitabilmente quello dell’ecologia: superare l’idea che ogni elemento del vivente esista esclusivamente per soddisfare bisogni umani significa cambiare anche il nostro modo di pensare gli ecosistemi.
Animali come soggetti o come risorse
Una parte importante della riflessione antispecista riguarda il linguaggio con cui definiamo gli animali.
Parliamo di animali da compagnia, animali da reddito, selvaggina, specie nocive, animali da laboratorio.
La classificazione descrive spesso non tanto ciò che l’animale è, quanto l’uso che gli esseri umani hanno deciso di farne.
Nell’articolo Consumo di esistenze questa trasformazione del soggetto in oggetto viene collegata a un problema più generale di gerarchia e sfruttamento.
L’autrice mette in relazione specismo, classismo, razzismo e sessismo non sostenendo che siano fenomeni identici, ma individuando nella riduzione di un altro essere a oggetto disponibile una possibile dinamica comune.
È una prospettiva presente anche nel pensiero antispecista contemporaneo: la questione animale viene letta non isolatamente, ma all’interno di una critica più ampia delle relazioni di dominio.
Allevamenti intensivi e sistema alimentare
Il luogo nel quale il rapporto tra esseri umani e animali assume le dimensioni maggiori è probabilmente il sistema alimentare.
L’allevamento ha accompagnato le società umane per millenni, ma la produzione industriale ha modificato radicalmente le dimensioni e le modalità di questa relazione.
Negli allevamenti intensivi grandi quantità di animali vengono inserite in sistemi produttivi organizzati per ottenere carne, latte o uova in maniera standardizzata.
La questione può essere osservata da almeno due prospettive.
Dal punto di vista ambientale interessano il consumo di suolo e acqua, la produzione di mangimi, le emissioni e la gestione dei reflui.
Dal punto di vista antispecista la domanda è diversa: è legittimo organizzare l’intera esistenza di un animale in funzione della produzione destinata agli esseri umani?
Abbiamo affrontato il primo versante anche nel percorso dedicato all’agricoltura sostenibile, mentre articoli come Consumo di carne e coltivazioni intensive rappresentano un ponte tra i due cluster.
Questa sovrapposizione è inevitabile e utile: lo stesso fenomeno può avere contemporaneamente conseguenze ecologiche, economiche ed etiche.
Veganismo e antispecismo
Il veganismo viene spesso identificato con l’antispecismo, ma anche in questo caso è utile distinguere i concetti.
Il veganismo riguarda concretamente la scelta di evitare, per quanto possibile, prodotti derivati dallo sfruttamento animale.
L’antispecismo è invece una posizione più generale sul rapporto tra specie.
Una persona può scegliere un’alimentazione vegana per ragioni ambientali, salutistiche o religiose senza sviluppare necessariamente una critica dello specismo. Allo stesso tempo l’antispecismo non può essere ridotto a una semplice scelta alimentare.
Il cibo rimane tuttavia uno dei luoghi nei quali questa riflessione diventa pratica quotidiana.
Nell’esperienza di Cucina Sovversiva, raccontata in diversi articoli di Magozine, la riduzione dei prodotti animali era inserita in una critica più ampia della grande distribuzione, delle filiere industriali e dello sfruttamento del lavoro.
Questo permette anche di evitare una semplificazione frequente: sostituire un prodotto animale con un prodotto vegetale industriale non modifica automaticamente le relazioni economiche e sociali attraverso cui quel prodotto viene realizzato.
Caccia, gestione della fauna e animali selvatici
Il rapporto con gli animali selvatici pone problemi differenti da quelli dell’allevamento.
L’espansione urbana, le infrastrutture, l’agricoltura e la frammentazione degli habitat hanno aumentato le occasioni di contatto tra esseri umani e fauna selvatica.
Lupi, orsi, cinghiali e altri animali diventano così protagonisti di conflitti nei quali entrano contemporaneamente sicurezza, agricoltura, conservazione della biodiversità e sensibilità animalista.
Anche la caccia produce una frattura interessante fra diverse concezioni dell’ambiente.
Alcune prospettive ecologiche la considerano uno strumento possibile di gestione delle popolazioni animali. Le posizioni antispeciste contestano invece il diritto umano di decidere della vita del singolo animale sulla base delle necessità della propria specie.
Questa tensione mostra una differenza importante tra ecologia e antispecismo.
L’ecologia può ragionare soprattutto in termini di specie, popolazioni ed ecosistemi. L’antispecismo richiama l’attenzione anche sul singolo individuo animale.
Le due prospettive possono incontrarsi, ma non necessariamente conducono sempre alle stesse conclusioni.
Gli animali nelle città
La fauna selvatica non vive soltanto nelle foreste.
Le città ospitano una biodiversità spesso invisibile: uccelli, insetti, piccoli mammiferi, rettili e numerose altre specie hanno imparato a vivere negli ambienti costruiti dagli esseri umani.
Nella recensione La guida agli animali che vivono nelle nostre città, dedicata al Bestiario invisibile del biologo Marco Granata, emerge proprio questa necessità di rieducare lo sguardo.
Osservare la biodiversità urbana significa accorgersi che la separazione netta tra spazio umano e spazio naturale esiste soprattutto nella nostra immaginazione.
Rondoni, gechi, pipistrelli, insetti e altri animali abitano le stesse strutture che abbiamo costruito per noi.
La questione diventa quindi quella della coesistenza.
Animalismo, ecologia e biodiversità
Animalismo ed ecologismo condividono molti terreni, ma non sono la stessa cosa.
L’ambientalismo può voler proteggere una foresta perché svolge una funzione essenziale per il clima, conserva la biodiversità o garantisce risorse alle comunità.
Un approccio antispecista può aggiungere un’altra dimensione: gli animali che abitano quella foresta non sono soltanto componenti dell’ecosistema, ma individui con interessi propri.
Allo stesso tempo possono nascere conflitti.
La gestione di una specie invasiva, la tutela di una specie minacciata o il contenimento di una popolazione animale possono produrre soluzioni considerate accettabili dal punto di vista della conservazione ma problematiche da una prospettiva antispecista.
Non è quindi utile cercare di cancellare le differenze.
È più interessante utilizzare il confronto tra ecologia e antispecismo per porre una domanda comune: come possiamo abitare gli ecosistemi senza considerarci proprietari esclusivi del vivente?
Per gli aspetti legati soprattutto agli ecosistemi, alla biodiversità e alla wilderness rimandiamo al percorso Ecologia, biodiversità e natura selvaggia.
Antispecismo e critica delle gerarchie
Nell’archivio di Magozine il tema antispecista incontra spesso il pensiero libertario.
La recensione di Animalità tradita collega esplicitamente specismo, rapporti di potere e liberazione animale. Anche un articolo molto più antico, Antimilitarismo ed antispecismo in Ronge-Mailles Vainqueur di Lucien Descaves, avvicinava la critica della guerra alla critica delle gerarchie tra specie.
Non significa che antispecismo e anarchismo coincidano.
Il punto di contatto è piuttosto la domanda sulla legittimità del dominio: quali relazioni di potere consideriamo naturali soltanto perché siamo abituati a viverle?
Da questo punto di vista l’antispecismo può diventare una critica non soltanto del trattamento riservato agli animali, ma del modo in cui costruiamo categorie gerarchiche attraverso le quali interpretiamo il vivente.
Animalismo e identità politiche
La difesa degli animali non appartiene automaticamente a una singola tradizione politica.
Nel 2015 Magozine documentò il lavoro di Antispecisti Antifascisti Milano con l’articolo Una mappa delle infiltrazioni di destra nell’ecologismo e nell’animalismo.
Quel materiale appartiene a uno specifico contesto storico e politico, ma pone una questione ancora utile sul piano culturale: una singola pratica — essere vegetariani, difendere gli animali o parlare di natura — non definisce automaticamente una visione complessiva della società.
Per comprendere una posizione bisogna osservare anche l’idea di libertà, uguaglianza, comunità e rapporti di potere nella quale quella sensibilità viene inserita.
Dalla protezione degli animali alla coesistenza
La storia del rapporto tra esseri umani e altri animali è stata costruita attraverso domesticazione, collaborazione, paura, affetto, sfruttamento e conflitto.
L’animalismo ha contribuito a mettere in discussione molte forme di sofferenza che per secoli erano considerate normali.
L’antispecismo compie un passo ulteriore: chiede di interrogare la gerarchia stessa tra le specie.
Questo non fornisce automaticamente una risposta semplice a ogni problema.
Cosa fare quando la protezione di un ecosistema entra in conflitto con la vita di alcuni animali? Come gestire la convivenza tra grandi carnivori e attività umane? Quale trasformazione del sistema alimentare è possibile? Quali responsabilità abbiamo verso animali domestici e selvatici?
Sono proprio queste difficoltà a rendere interessante la prospettiva antispecista.
Non si tratta soltanto di amare gli animali.
Si tratta di ripensare il posto che la specie umana attribuisce a se stessa all’interno del vivente e di costruire relazioni nelle quali la differenza non debba necessariamente trasformarsi in dominio.
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